The Project Gutenberg EBook of Le monete dei possedimenti veneziani di
oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari, by Vincenzo Lazari

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Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari

Author: Vincenzo Lazari

Release Date: October 10, 2008 [EBook #26866]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

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Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo
originale tutti acuti.
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[Copertina]


[T0] LE MONETE DEI POSSEDIMENTI VENEZIANI DI OLTREMARE E DI TERRAFERMA
DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA VINCENZO LAZARI.

Venezia.

A. Santini e figlio tipografi-editori.

MDCCCLI.



[Testo]

[T1] AI CULTORI DELLA STORIA VENETA.

Imprendo a svolgere una materia che pu dirsi rimasta finora una terra
incognita ai pi pazienti eruditi. Le monete de' possedimenti di
Venezia, comech ramo importantissimo della patria numismatica,
cedettero d'ordinario il campo alle monete della metropoli, come per
la storia di quella maravigliosa Repubblica and quasi dimenticata la
storia de' singoli paesi che le furon soggetti.

Gli scrittori che consacrarono con amore operoso il loro ingegno allo
studio difficile della veneta numografia fusero in essa quella delle
colonie, non s'avvedendo forse come per tal maniera si rendeva
intralciata la storia nummaria di Venezia unificandola con quella di
province e di citt che derivavano da altri stati, a cui prima
appartennero, sistemi monetarii affatto diversi dal sistema della
dominante. Angelo Zon aveva bens, prima d'altri, sceverato dalle
monete di Venezia quelle de' suoi possedimenti; ma il costui lavoro,
colpa il brevissimo tempo concedutogli ad occuparsene, riesc non
sempre esatto, spesso mancante, massime nella parte che aveva
peculiare riguardo alle coloniali.

I decreti che allo stampo di queste ultime si riferiscono, ed altri
documenti che vi hanno pi o meno immediato rapporto, meritavano di
venir tratti dalla polvere degli archivii, e pubblicati ad
illustrazione de' risultamenti di quelle indagini che tanto
s'intrinsecano nella storia commerciale e politica di Venezia.
Studiate prima coll'occhio del critico e colla bilancia dell'orafo le
monete ch'era mio intendimento illustrare, nelle raccolte che ne vanno
pi doviziose, in quella cio che Teodoro Correr legava alla patria e
in quella che dal Pasqualigo passava al Consiglio de' Dieci e pi
tardi alla Marciana, mi volsi a frugare nell'Archivio Generale i
decreti e le tariffe ed ogni altra maniera di documenti che valessero
a recar luce al bujo sentiero ch'io m'ero accinto a percorrere. Nel
1849 i libri della zecca nostra conservati in quel gigantesco deposito
di patrie memorie mi fornirono copia de' documenti bramati; e credetti
rendere vero servigio agli studii storici ed economici col pubblicarli
a corredo del presente libro. N le sciagure che si aggravavano sulla
mia patria bastarono a togliermi a quelle pacifiche indagini in cui
trovavo conforto del molto dolore che straziava me impotente spettator
dell'eccidio del mio paese. Molti di questi studii furono condotti fra
il lugubre tuonar del cannone nell'ultimo assedio che strinse questa
cara citt, grande e maravigliosa finanche nelle sue sventure.

Ma non soltanto ai nummi delle colonie della Repubblica ho consacrato
le veglie mie; lauta  altres la messe d'illustrazioni che mi fu dato
raccogliere alle monete della metropoli. Formeranno queste l'oggetto
di ben maggior lavoro, del quale il presente non  che un saggio, e a
cui m'accinger con alacre volont se mi sar dato modo d'intendere a
cosiffatti studii nell'avvenire, se peculiari circostanze non mi
violenteranno ad abbandonare per sempre queste cure dilette alle quali
sperai, e non dispero, poter consacrare la vita.

Terr dietro, fra non molto, a questo libretto una serie di tavole
incise, ove saranno accolti i disegni de' pezzi qui illustrati, delle
quali s' gi affidata la esecuzione ad abilissimo artista.

Ben lontano dall'essere intollerante della critica, di quella critica
intendo che si fonda su' fatti e non folleggia ne' campi della
imaginazione, accoglier con grato animo le osservazioni che
convalidassero od infirmassero le opinioni da me seguite, o da me
primo abbracciate. Giovane d'anni e di studii, invoco la critica
severa per illuminarmi e correggermi se alcuno s'avveda abbisognar me
di lumi e di raddrizzamento nel cammino da me battuto. Ma chi vorr
onorare il mio qualsiasi libro de' suoi riflessi per convincermi di
qualche errore in cui io possa essere incorso, mi trovi cattivo
critico, inesperto erudito, ma sappia ch'io non ho mai scientemente
falsata la verit.

                                                           V. L.



[T1] PREFAZIONE.

Prima che delle monete battute da' Veneziani pei loro possedimenti di
oltremare e di terraferma io faccia parola, credo opportuna cosa il
premettere un rapido cenno della divisione naturale e politica di que'
possedimenti stessi; senza per estendermi in minuti particolari che
tornerebbero inutili allo scopo nostro, e solo limitandomi a quelle
generiche divisioni che agevolino a' lettori la netta intelligenza di
questa operetta, e giustifichino la classificazione delle monete che
andr illustrando.

Comprendeva la DALMAZIA quel territorio che oggi costituisce i due
circoli di Zara e di Spalato, conterminato a tramontana e ad oriente
dai Monti Velebich, dalle Alpi Dinarie, e dalla Erzegovina, bagnato a
ponente ed a mezzogiorno dal mare Adriatico; nonch le isole che si
protendono lunghesso il suo litorale e quelle che sorgono nel
Quarnero, delle quali le maggiori sono Veglia, Cherso, Arbe, Pago,
Brazza, Lesina e Curzola.

Le coste marittime confinanti a maestro colla piccola Repubblica di
Ragusa, a scirocco bagnate dalle acque del golfo di Lepanto, formavano
l'ALBANIA. Della qual provincia la pi bella e maggior parte toglieva
a Venezia l'impeto struggitore de' Turchi, restringendone i
possedimenti a quel breve territorio marittimo che da Castelnuovo va
sino a Lastua, al quale rimase il nome d'ALBANIA VENETA, assumendo la
parte occupata dagli Ottomani quello d'ALBANIA TURCA.

Le isole Jonie, la Morea, l'Attica, Negroponte e parecchie isole
dell'Arcipelago costituivano il LEVANTE VENETO. A cui si aggiungeva il
reame di CANDIA, e pi tardi quello di CIPRO.

Il nome d'ITALIA VENETA abbracciava la penisola d'Istria ne' suoi
naturali confini, i territorii di Monfalcone e di Gradisca, la
terraferma oggi soggetta al Governo di Venezia, le province lombarde
di Brescia, Bergamo e Crema, la rocca di Riva sul lago di Garda, e nel
secolo XV ma per pochi anni anche Ravenna ed altre castella delle
marche oltre Po. Ma formando l'Istria una provincia a parte, restava
agli altri possedimenti della valle padana il nome di TERRAFERMA
VENETA.

Non  qui il luogo d'esporre in pi circostanziata maniera le varie
forme di reggimento delle varie province suddite alla Repubblica,
governate da proprii statuti e quasi formanti stati a s sotto la
supremazia e le armi della metropoli. Questi particolari che
svolgeremo brevemente pi tardi, ci porterebbero ora senz'utilit
alcuna lungi dallo scopo che ci siamo prefissi.

Divider pertanto in cinque sezioni il mio breve lavoro. Abbraccer la
prima le monete battute per tutt'i possedimenti di Dalmazia ed
Albania, trattandovisi poi di quelle che si coniarono per le singole
citt dalmate ed albanesi. La seconda comprender la monetazione del
Levante Veneto; quella di Candia la terza, di Cipro la quarta,
limitandosi queste ultime due sezioni quasi a sole monete ossidionali.
Nella quinta verranno quelle della Veneta Terraferma, escludendosi
cos dalle nostre ricerche la numismatica della metropoli, che former
soggetto a ben pi lungo e pi faticoso lavoro.

E nel presente non toccher nemmeno delle particolari medaglie che per
antico privilegio batteva la comunit di Murano, simili nel peso e nel
titolo a quella moneta di congiario che distribuiva annualmente il
doge, e che dagli uccelli presi nelle valli del Dogado (di cui egli
regalava prima del 1521 i patrizi) ebbe il nome di [I[Osella]I]. Onde
questo nome pass alla medaglia muranese, destinata parimente a
donativo del Comune alle cariche del consiglio di quell'isola
industre. E ad escluderla da questa serie non altro mi determin che
il pensiero, esser stata essa soltanto una medaglia, e non moneta
battuta per aver corso, comech si sappia figurassero le [I[Oselle]I]
venete ne' due ultimi secoli nelle tariffe delle monete correnti.

Ma ben diversa ragione mi consiglia ad escludere quel troppo famoso
[I[michieletto]I] di piombo, gi posseduto dal senatore Domenico
Pasqualigo (ora nella Marciana) il quale sogn leggervi le iniziali
del nome di Domenico Michiel doge dal 1116 al 1130; moneta che secondo
lui sarebbe stata battuta dal Michiel nel 1125 quando fu coi crociati
alla presa di Tiro, e scarseggiava di denaro la truppa che montava i
legni veneziani schierati intorno a quell'assediata citt. Ma non si
accorse il buon uomo che non era quel suo vantato cimelio se non
un'informe imitazione dei [I[marcelli]I] battuti sul declinare del
secolo XV; una di quelle non insolite giunterie di chi vuoi prendersi
gioco non della dottrina ma della credulit. Che se al Pasqualigo
dobbiamo la maggior gratitudine perch leg alla patria copia di
preziosit numismatiche, le illustrazioni ch'egli ne stese sono cos
impastojate di fole antiquarie che non saprei qual pi opportuno tipo
avrebbe potuto scegliere il nostro Goldoni in una delle sue pi briose
commedie. Sennonch vollero altri, sull'autorit di cronache non
sempre veridiche, che il [I[michieletto]I] battuto nel 1125 nelle
acque della Soria fosse di cuojo. Ed infatti, sul finire del passato
secolo, di questi [I[michieletti]I] di cuojo ne vennero fuori a
dozzine. Gli  proprio vero che le leggi dell'ordine fisico governano
il mondo morale; quasi per necessario equilibrio, gli anni in cui il
Winckelmann ed il Visconti creavano la critica archeologica, fiorivano
i pi ignoranti eruditi e si spacciavano le pi goffe corbellerie. N
lo smascheramento di queste fraudi, operato con raro fior di dottrina
da S. E. il conte Leonardo Manin a Venezia e dal conte Giulio Cordero
di San Quintino a Torino bast ad aprir gli occhi agli accecati
raccoglitori che di quelle brutte contraffazioni andavano impinguando
i loro musei.

Nel novero immenso delle quali sarei pur tentato a registrare un'altra
moneta, se non mi determinassi piuttosto a ravvisarvi un abbaglio
preso da un nostro dotto concittadino per condiscendenza soverchia
all'altrui giudizio. Angelo Zon, profondo e coscienzioso ricercatore
delle venete antichit, toltoci due anni sono da una morte immatura e
crudele, scrisse pregato quel trattatello [I[sulla Zecca e sulle
monete di Venezia]I] che fu inserito nella grand'opera [I[Venezia e le
sue Lagune]I]. La rara modestia di quell'uomo lo fece troppe volte
schivo dall'esibirci francamente il suo ponderato giudizio sui
monumenti ch'esaminava, giudizio che solo talora pronunci titubante.
Venn'egli a parlare di un certo [I[soldo d'argento]I] col leone
veneziano e colla figura del doge armato posseduto dalla Marciana
nella collezione del Pasqualigo, i cui dubbii caratteri questo antico
erudito, che vedemmo di qual calibro fosse, credeva misti di greco e
di latino, comodamente pegli studii suoi, e vi ravvisava nientemanco
che questa leggenda: [I[Cristophorus de Mauro imperator nationis
christianae cum Pio nomine Secundo]I]. Quanto poi alla circostanza in
cui fu battuto questo pezzo singolare, dato che la leggenda fosse
proprio quella, niente di pi facile che spiegarla. L'avrebbero
battuto i crocesignati veneziani nell'occasione che il doge Moro fu
nel 1464 ad Ancona per collegarsi con Pio II contro i Turchi irruenti.
Lo Zon invece, credendo al nome di [I[Christophorus]I] che pur
credeano leggervi lo Zanetti e il Morelli, penserebbe ricordasse
l'alleanza segnata il 19 ottobre 1463 col cardinal Bessarione, non
senza per che potesse riferirsi ad altre circostanze e ad altre
persone le quali in modo diverso si collegassero colle cose veneziane.
Mi fa per maraviglia come il nostro amico non avvertisse essere
quella moneta una cattiva contraffazione del soldino d'argento,
alterata nel peso, scemata nel titolo, barbara nelle imagini,
capricciosa ne' caratteri.

Altrettanto potrebbesi dire di quello zecchino che lo Zon,
sull'autorit del Pasqualigo nel cui museo si conserva, credette
appartenere a Vlatco Cosaccio duca dell'Erzegovina nel sec. XIV,
ch'ebbe da' Veneti tutela e nobilt patrizia; zecchino evidentemente
imitato da un falsario su quello di Alvise Mocenigo I, di cui ha la
leggenda in controparte e sfigurata, come pure inversa  la posizione
delle due figure nel diritto; coniato altres in oro di lega
bassissima e assai scarseggiante nel peso. Mi arrestai forse pi del
bisogno su queste inconcludenti monete; ma credo non basti mai
l'insistere in distruggere i vecchi errori nella critica, quando li
rafforza un'autorit venerata.

Troppo devierei per dallo scopo mio se per me si volesse soffermarmi
tratto tratto a confutare tutti gli errori che si stamparono in fatto
di numismatica veneziana. Il pi degli autori che finora ne hanno
trattato furono soverchiamente proclivi a ripetere ci che s'era
divulgato da chi li avea preceduti. Cos la critica non avanza di un
passo, ma il sapere indietreggia finch il falso, invece che si
abbatta, si puntella e si accarezza. La missione del critico non  di
farsi eco dell'altrui giudizio;  di cribrarlo, rinfiancarlo se
giusto, crollarlo se mai fallace;  di attingere il vero alle sue
fonti, nei documenti cio e nei monumenti. Chi batte un altro cammino
non credo abbia diritto di chiedere, siccome io chiedo, la indulgenza
di lettori spassionati e sapienti.

Giova anzi tutto avvertire di qual peso mi sia valso nell'esame delle
monete della cui descrizione ed illustrazione ci andremo occupando.
Scelsi a quest'uopo l'ordinario peso veneziano dell'oro e
dell'argento, la [I[marca]I]; si perch eguagliando la [I[marca]I]
nostra quella di Colonia,  peso generalmente noto; s perch nelle
memorie che ho disseppelite dalla polvere degli archivii non d'altro
peso si parla, e adottandone io uno differente, avrei dovuto ad ogni
pie' sospinto soffermarmi ad un nuovo ragguaglio.

Fino dal secolo XII troviamo documenti che ci provano essersi in
queste lagune adottata la [I[marca]I] di Colonia; in una quitanza
infatti del 1123 spettante a San Giorgio Maggiore leggiamo che
l'abbate e vicario di quel monastero accusa ricevute [I[argenti de
marcha de Colonia undecim marchas]I]. Cos parimente nel trattalo fra
il doge Enrico Dandolo e Baldovino di Fiandra stipulato il 4 aprile
1201 leggiamo queste parole: [I[Propter quod nobis dare debetis
octuaginta quinque milia marcharum puri argenti ad pondus Coloniae,
quo utitur terra nostra]I].

La [I[marca]I] si divide in 8 once, l'[I[oncia]I] in 144 carati che si
esprimono colla iniziale [I[k]I], il carato in 4 grani. La marca
dunque corrisponde a k. 1152, ovvero gr. 4608; l'oncia a gr. 576.
Un'altra suddivisione della marca, meno comunemente adottata fra noi,
 in 192 [I[denari]I], quindi dell'oncia in 24 [I[denari]I], de' quali
ognuno si compone di k. 6 ovvero gr. 24.

Se alla parte fina della moneta d'oro o d'argento  aggiunta una quota
parte di metallo inferiore per ottenerne la lega, la quantit di
questo in rapporto alla marca si esprime coi carati e colla voce
[I[peggio]I]. Quando verbigrazia diciamo che una data moneta ha di
peggio 60, indichiamo che dei 1152 carati componenti una marca, 60
sono di rame. Il metallo puro si dice [I[fino]I], e parlando di oro
senza lega si dice altres volgarmente [I[oro di 24 carati]I], [I[oro
di zecchino]I]. L'argento senza lega dicesi volgarmente [I[argento di
12 denari]I].



[T1] I. DALMAZIA ED ALBANIA.

[T2] A. MONETE GENERALI.

Queste due belle province di cui la conquista e la conservazione
costarono alla Repubblica tanto sangue e tant'oro, formavano una delle
predilette cure de' Veneziani i quali, padroni di quella grande
striscia di lidi che fiancheggia ad oriente l'Adriatico, e delle isole
Jonie che ne guardano l'entrata, sapevano come solo mantenendo que'
possedimenti potevano assicurare la durevolezza del loro dominio su
quel mare ch'era, anzich i Portoghesi girassero il Capo di Buona
Speranza, la strada del commercio dell'Europa coll'Egitto e
coll'Indie. La Dalmazia, le condizioni del cui suolo vietavano un
rapido sviluppo d'incivilimento e d'industria, fu calcolata sempre da'
nostri una colonia mercantile e militare. Provveduta di porti
eccellenti e di magnifiche rade, con un popolo dedito, pi che ad
opere di pace, al maneggio dell'armi nell'interno del paese, e sul
littorale tutto consacrato alle arti marinaresche, quella provincia
forniva la metropoli di marinai e di soldati. La Repubblica dal suo
canto ricompensava colla mitezza del governo, tollerante nelle
province la forma di quasi autonomo reggimento, coi premii
largheggiati a' Dalmati, e con que' tutti mezzi che uno stato sa
mettere in opera per amicarsi i popoli soggetti; e prova ne sia
l'affetto moltissimo che i Dalmati posero nel regime veneziano, i
Dalmati versanti a rivi il loro sangue per Venezia in tutte le guerre
ch'essa sostenne, i Dalmati piangenti nel dipartirsene le mutate sorti
del tristo rivolgimento del 1797 e che seppellirono il vessillo a cui
aveano giurato fedelt eterna sotto la mensa degli altari di Cristo
nelle loro chiese. Altrettanto dicasi dell'Albania, dove forse ancor
pi vivo si mantenne quell'affetto, perch messo a dura prova dalla
minaccia del giogo ottomano; ma dell'Albania la parte pi bella, pi
fertile, pi grande, poco sostennero i Veneziani, perch l'impeto de'
Turchi irruenti in Europa si rovesci su quelle colonie, i cui
profughi abitatori cercarono nell'antica metropoli quell'asilo che li
mettesse al coperto da ulteriori sevizie del vincitore, intollerante
il bene di genti non circoncise e i riti della religione del Nazareno.

Ne' brevi cenni che premisi a questa operetta ho fatto vedere che cosa
sia ad intendere sotto questi due nomi, Dalmazia ed Albania; il primo
vale a dire abbracciante il littorale Veneto dall'Istria ai confini
della Repubblica di Ragusa; il secondo il littorale che si stende dal
confine meridionale di questa Repubblica sino al golfo di Lepanto. 
noto per come anche Ragusa passasse pi d'una volta, ma per tempo
breve, nelle mani de' Veneziani, ed  pur noto come poi ritornata a
libert mantenesse la propria indipendente esistenza a spese della
protezione ottomana. Come si governassero que' possedimenti Veneti
negli ultimi secoli, i soli di cui abbiamo ad occuparci nello
intendere allo scopo nostro, verremo brevemente esponendo.

In tutta la provincia della Dalmazia, compresavi quella piccola
porzione d'Albania che le conquiste de' Turchi non valsero a togliere
alla Repubblica, la giurisdizione ecclesiastica era spartita in
tredici diocesi, due arcivescovili ed undici vescovili. Ogni capoluogo
di quelle diocesi, mutate poi in divisioni politiche, era validamente
fortificato, e vi si contavano dieci altre castella; ognuna delle
quali, non meno che le citt, ad eccezione di Scardona, si governava
da patrizi veneziani che si mutavano ogni 32 mesi, talch l'intera
provincia suddividevasi in 22 reggimenti. Preside e capo di tutte
queste reggenze destinava la Repubblica un suo patrizio dell'ordine
senatorio col titolo di [I[Provveditore generale ordinario di Dalmazia
ed Albania]I]. Annesso a questo generalato era il governo politico
dell'intera provincia. Il generale esercitava autorit di giudice
criminale e civile, in appellazione dalle sentenze di tutt'i
rappresentanti s delle isole che del continente. Non era peraltro
giudice definitivo, perch devolveansi i suoi atti ai competenti
Consigli della metropoli. Sussistevano nullameno antichissime
consuetudini che gli assicuravano inappellabilit di giudicio dalle
sue sentenze in certi casi di diritto criminale. Infatti a lui
indirizzavansi dai subalterni reggimenti le notizie de' casi
delittuosi, ch'egli o spacciava da s, o rimandava a' reggimenti
stessi perch continuassero la procedura, riserbandosi egli a
giudicarne, quella fornita. Era una consuetudine inveterata e portata
quasi dalla necessit, perch la distanza di quelle province dalla
capitale, in tempi ne' quali le comunicazioni erano bens continue ma
non troppo celeri, non impedisse il rapido corso della giustizia, e
fosse pi agevole condurre la procedura sul luogo stesso del delitto e
da uomini aventi immediata cognizione del paese e degli abitatori.
Presiedeva il generale all'introito de' dazii di tutta la provincia,
bench le pubbliche casse rimanessero sotto la direzione e la custodia
de' patrizii capitani di Zara e delle altre citt, non meno che de'
rispettivi camerlinghi. Da lui dipendeva altres la milizia di terra e
di mare, e aveva l'obbligo d'invigilare sul contrabbando esercitato
sul littorale e contro i delitti commessi a bordo de' legni. Ogni
singola citt riconosceva in lui e nel patrizio che vi risiedeva in
nome della Repubblica con vario titolo di [I[Conte]I], [I[Capitano]I],
[I[Rettore]I], [I[Provveditore]I], l'autorit suprema, ma si governava
co' proprii statuti.

Data cos una rapida occhiata al modo di governo delle province di cui
ci occupiamo, si passi a considerarne le monete battute da' Veneziani.

[T5] Tornese di Dalmazia.

Rimasi a lungo indeciso qual nome s'avesse a dare ad un piccolo nummo
di basso argento che si dimostra coniato da' Veneti per la Dalmazia,
ne' primi anni del secolo XV. La molta rarit di questo pezzo non mi
permise di vederne che un solo esemplare custodito nella Marciana;
esemplare il cui grado di conservazione  men che mediocre, e lascia a
mala pena discernere le rappresentazioni e le leggende; talch i
confronti ch'io solevo istituire fra' varii esemplari di una moneta
non potevano aver luogo in questo caso, limitato come fui ad uno solo
e logoro pezzo.

Ebbi nullameno agio d'assicurarmi che i caratteri di questa moneta
rarissima accusano la scrittura veneziana de' primordii del
quattrocento, e la scoperta d'un documento ricordante monete battute
per Zara nel 1410 mut in certezza l'ipotesi sull'et del controverso
pezzo. Infatti nel [I[Capitolare delle Broche]I], detto cos dalle
borchie dorate che ne ornano la legatura, prezioso codice della Veneta
Zecca che mi somministr tante notizie di patria numografia, e che si
conserva nell'I. R. Archivio Generale ai Frari, trovai un decreto
della XL. civile che determina gli stipendii di alcuni operai di
zecca, il 13 agosto 1440: [I[Cum de monetis quae fiunt pro Jadra non
sit datus ordo aliquis qualiter solvi debeant laborantibus ipsas in
Cecha nostra]I] ecc. Qui non  daddovero indicata alcuna specie
particolare di nummi battuti per Zara, ed  affatto generica la
espressione [I[monetae]I]. Ma se abbiamo sott'occhi una moneta veneto-
dalmata, i cui caratteri corrispondono perfettamente all'epoca
surriferita, il cui valore intriseco s'accorda con quello d'altre
monete contemporanee coniate per altri possedimenti della Repubblica,
domander io perch non s'abbia a ritenere che quel decreto non
d'altra moneta parli che di quella di che ci stiamo occupando? Eccone
pertanto la descrizione.

Il diritto presenta uno scudo gentilizio spartito in rombi
verticalmente disposti ed attorniato da sei piccole palle o
[I[bisanti]I]; stringe lo scudo all'ingiro un cerchio di perline fuori
del quale  la epigrafe: + MONETA. DALMATIE. Il lato opposto figura S.
Marco in piedi, di fronte, aperte le mani, e cinto il capo di nimbo di
perle; intorno ad esso la scritta SANTVS. MARCVS. Il peso
dell'esemplare  k. 3. 1., il diametro m. 0,016; ma il peso del pezzo
ben conservato doveva essere probabilmente uno o due grani di pi,
cio k. 3. 2. ovvero k. 3. 3. Quanto alla qualit dell'argento, duolmi
che la rarit estrema di questo pezzo m'impedisse di venirne
all'assaggio, ma dal semplice tocco mi apparve simile alla materia
impiegata a quell'epoca a coniare i [I[tornesi]I] per il Levante. Se
dunque la materia  la stessa che quella de' contemporanei tornesi, se
il peso della moneta in questione corrisponde al peso di un tornese,
com'  appunto il caso nostro, noi abbiamo a riguardarla come un vero
tornese battuto, anzich pel Levante, per la Dalmazia.

Che se taluno con sottigliezza soverchia, ammettendo la somiglianza
della presente moneta col tornese, negasse competerle questo nome,
perch non si ha memoria di tornesi coniati per la Dalmazia, si
potrebbe rispondere che sotto i ducati di Antonio Venier e di Michele
Steno, sotto il qual ultimo fu sancita la surriportata terminazione
1410, non si battevano che quattro monete argentee, oltre il ducato
d'oro; il [I[grosso]I] cio detto altramente [I[matapane]I], il
[I[soldino]I] col leone alato e la figura del doge, il [I[piccolo]I]
([I[parvulus]I]) scodellato, e il [I[tornese]I]. Queste sole e non
altre monete troviamo indicate nelle memorie di zecca, quindi  d'uopo
in una di queste quattro categorie collocare la [I[moneta
Dalmatiae]I]. Ed io reputo aver qui un valido fondamento per ritenere
la denominazione che le diedi, cio di [I[tornese]I]. Questo nome
sempre isolato ricorre nelle leggi, ne' capitolari, nelle pubbliche e
private scritture; non vi si parla mai di tornesi speciali pel
Levante, o speciali per la Dalmazia. Quando ci occuperemo pi tardi
colla necessaria estensione di quest'importante moneta, se ne valuter
il ragguaglio raffrontandola alle altre monete di quell'et. Per ora
ci basti l'aver descritto e qualificato questo raro cimelio della
numismatica dalmata, il quale manca persino a quella gigantesca
collezione del Museo Correr.

Ardua, e finora insormontabile,  la difficolt piuttosto che presenta
lo stemma figurato nel diritto di questo pezzo.  lo scudo gentilizio
dei Contarini, ma non saprei a quale degl'individui di questa famiglia
si possa attribuirlo. Se fossi corrivo alle ipotesi, una si potrebbe
in questo caso avanzarne; essersi questa moneta primamente battuta
sotto la ducea di quell'immortale Andrea Contarini che govern la
Repubblica dal 1368 al 1382, ducea segnalata per ardite imprese contro
il re d'Ungheria e contro Genova poderosa rivale; aversi poi
conservato il vecchio tipo nella nuova monetazione del 1410. Ma, lo
ripeto, alle ipotesi non m'attacco volentieri, quando non le trovo
suffragate da documenti.

[T5] Lirette e Gazzette.

Fra le varie rappresentazioni che adottarono i Veneziani per effigiare
l'alato leone simbolo del loro patrono S. Marco,  certamente una
delle pi singolari quella che ne mostra la sola parte anteriore
presentata di guisa tale che la sommit della testa nimbata veduta di
prospetto, il lembo delle ale spiegate e il contorno esterno della
zampa tenente il libro degli Evangelii disegnino un circolo il cui
centro  nel petto del sacro leone. Tale curiosa rappresentazione di
San Marco, incisa la prima volta sui soldini d'argento nel sec. XIV,
deriv da questa moneta il nome di [I[S. Marco in soldo]I]; pi tardi
figurata sui pezzi da 2 soldi o [I[gazzette]I] si disse [I[S. Marco in
gazzetta]I]; e finalmente ebbe dal volgo un terzo nome, quello di
[I[S. Marco in mollecca]I] perch s'accosta nel suo complesso
all'aspetto di questo crostaceo, nelle nostre acque comune.

Le monete battute per la Dalmazia e per l'Albania ch'entrano nella
classe delle [I[Lirette e Gazzette]I] portano tutte dall'un de' lati
cos effigiato il simbolo dell'Evangelista, dall'altro i nomi delle
province ove furono destinate ad aver corso.

Determinare con certezza quando incominciasse lo stampo di questi
nummi dalmato-albanesi, che non recano data n nome di doge, non 
invero agevole; ma d'altra parte si hanno indubbii criterii per
fissarne approssimativamente la et. A ci fare, dar anzi tutto opera
alla loro descrizione.

Cinque monete diverse abbraccia questa categoria; tre d'argento,
[I[liretta]I], [I[da otto]I], e [I[da quattro]I]; due di rame,
[I[gazzetta]I] o [I[da due]I], e [I[soldo]I].

La [I[liretta]I]  una sottile moneta d'argento del diametro di
m. 0,024, e del peso di k. 13.3 1/2 ragguagliata a peggio 350 per
marca, corrispondente al titolo 0,696181. Il diritto offre in tre
linee la epigrafe DALMA = E . T = ALBAN, una rosa sopra la prima
linea, altra sotto la terza. Il rovescio ha il leone in gazzetta
attorniato dall'epigrafe S. MARC. VEN. coi punti foggiati a stelline.
Nell'esergo la cifra XX (intendi soldi) parimente chiusa da due
stelline. Una variet conservata nel Museo Correr ha la parola MARC
fra due punti rotondi.

Il [I[da otto]I] soldi, o due quinti della liretta, ha un diametro di
m. 0,019 e un peso di k. 5. 2 1/5; uguali alla liretta stessa le
proporzioni de' metalli. Il diritto n' pur simile, in proporzioni
minori, e tale il rovescio, che nell'esergo porta la cifra * VIII *.
Questo pezzo  pur descritto nel II vol. della Raccolta dello Zanetti
a pag. 206, com'esistente nella collezione Gradenigo sotto il n. 270,
e n' dato il peso in k. 5 gr. 3. La credo quest'ultima cifra semplice
errore di stampa, perch eccedente il peso legale del pezzo che trassi
dalle memorie di zecca.

Simile al da otto  il [I[da quattro]I], o un quinto della liretta, ma
avente il diametro di m. 0,015 e il peso di k. 2. 3 1/10. Il rovescio
offre nell'esergo le lettere MARC fra due punti rotondi e la cifra
IIII fra due stelline.

Quanto alle monete di puro rame, il tipo n' somigliantissimo a quello
delle precedenti. La [I[gazzetta]I] offr a' miei studii tre variet
nel diritto; la prima colla iscrizione DALMA. = E . T = ALBAN., la
seconda DALM. = . E . T = ALB., la terza DALMAT. = ET = ALBANIA. Il
suo peso varia ne' diversi esemplari; ve n'ha cio di k. 38, di
k. 33 15/17 e di k. 29 7/13. Il suo diametro  di circa m. 0,030.
Nell'esergo * II *.

Simile alla gazzetta ma in proporzioni minori  il [I[soldo]I], che ha
cio un diametro di circa m. 0,024, e un peso che varia con quello
della gazzetta di cui  la giusta met. Del diritto avvertii due
variet, l'una recante DALMA. = E . T = ALBAN., l'altra DALM. = ET =
ALB. Nell'esergo del rovescio  costante la cifra * I *.

Di queste monete, quelle di rame ricorrono frequentissime nelle
raccolte ed in commercio. Non ugualmente comuni, bench tutt'altro che
rare, sono le argentee delle quali la men facile a trovarsi  il [I[da
quattro]I].

Avevano i Dalmati nel sec. XVII da remotissima et una lira di conto,
non mai ancora rappresentata da effettivo pezzo d'argento, e di valore
sempre oscillante ed incerto. Ad impedire i disordini di questa
fluttuante moneta di computo, sembra che i Veneziani si determinassero
a battere per la Dalmazia e per l'Albania le monete d'argento sopra
descritte. Non ha dubbio ch'esse sono anteriori all'anno 1706 in cui
si coniarono i [I[Leoni Mocenighi]I] che formeranno pi sotto
l'oggetto delle nostre ricerche; poich se anche non lo dimostrassero
a sufficienza la forma pi arcaica delle lettere e il pi corretto
disegno delle figure, lo proverebbe fuor dubbio la bont maggiore
dell'argento, e la maggior quantit di esso impiegata a rappresentarvi
la lira veneta. Andarono finora a vuoto le mie indagini per precisare
l'anno in cui queste monete si principiarono a battere; ma in una
dissertazione di Cristoforo Raimondi ch'era manoscritta presso lo
Svajer, citata dal Gallicciolli (T. II pag. 45 delle [I[Memorie
Venete]I]) leggiamo: [I[Nel 1664, 17 ottobre, fu preso di stampar
moneta usuale di lega inferiore, e si stamp il Ducato, affinch
corresse in Venezia soltanto; come lo fu delle Lirette e Soldoni]I].
Qui non  invero parola di quella pi moderna liretta che fu poscia
per la prima volta battuta dal doge Nicol Sagredo nel 1675; dunque
l'unica moneta alla quale si possa applicare quel nome,  la moneta di
cui stiamo considerando l'intero e gli spezzati, la [I[liretta]I] per
la Dalmazia.

Ben pi sicure notizie porger a' lettori della origine delle monete
dalmato-albanesi di rame pi sopra descritte. Nella importante
[I[Compilazione delle Leggi Venete]I], custodita nell'Archivio
generale, rinvenni la seguente terminazione sancita nel Senato l'anno
1690.

[I[  1690, 27 Maggio, in Pregadi.]I]

[I[  Considerando la prudenza de' Proveditori in Zecca in ordine
  alle pubbliche commissioni necessario lo stampo di qualche
  moneta di rame per le occorrente della Dalmazia et per render
  nello stesso tempo provedute le povere maestranze di lavoro;
  L'ander parte che sia commesso a' Proveditori in Zecca
  d'impiegare la summa di Ducati cinquemila in tanto rame per lo
  stampo di tante monete di puro rame per uso della Provincia
  della Dalmazia, portandone, adempita la fabbrica la notitia a
  publico lume ad oggetto di farne pronta la missione a quel
  Proveditor Generale.]I]

Sennonch nemmeno questa misura, lo stampo cio di monete destinate al
corso esclusivo nella Dalmazia e nell'Albania, bast a frenare i
disordini dell'incomoda lira di computo in quelle province. Anzi la
Repubblica, non potendo o non volendo metter argine a quell'abuso di
conteggiare in una moneta del continuo oscillante e che facilitava
agli speculatori il monopolio de' metalli coniati, venne pi tardi
nella determinazione di regolare il peso delle gazzette e de' soldi di
rame a seconda del vario valore ch'ebbe lo zecchino in quelle
province: talch quando lo zecchino fu ragguagliato a lire di Dalmazia
25 (cio intorno al 1700) si cavavano da una marca di rame gazzette
30 1/3 che pesavano ciascuna k. 38; quando a lire 27 (cio nel 1706),
gazzette 34 del peso di k. 33 15/17; quando a lire 33 (cio intorno al
1730), gazzette 39 ciascuna delle quali del peso di k. 29 7/13. Cos
leggiamo nelle memorie di zecca, e cos si spiegano le variet pi
sopra avvertite nel peso di queste monete.  nondimeno ad aggiungere
che la zecca non era poi s scrupolosa nello stampo loro come in
quello delle monete d'argento e d'oro, e che non  perci difficile il
rinvenire due esemplari del medesimo tipo di peso alcun poco fra loro
diversi. Ricavasi per da queste memorie un corollario importante:
[I[potersi alcune volte riscontrare nelle monete venete di puro rame
l'et del loro stampo, calcolandone il peso]I]. Quello che dissi delle
gazzette  pur ad intendersi de' soldi, che ne costituivano la met.

A continuare questi cenni sulla lira coloniale di computo, ricorder
che nel 1740 gli speculatori cambiavano lo zecchino contro queste
gazzette (che dal loro grave peso si dissero altres [I[gazzettoni]I])
in ragione di lire 52 e talora 54. Una tariffa dell'anno 1780 rafferm
da ultimo il valore dello zecchino a lire 48 di computo in gazzette o
soldi, in rispondenza al ducato che vi era ragguagliato a lire 17.6.

Anche dopo lo stampo del [I[leone Mocenigo]I] seguitarono ad aver
corso quelle monete d'argento da 20, 8, 4 soldi, sempre per
ragguagliate a maggior valore, trovandole io descritte fra le correnti
in alcune memorie di zecca del 1749, dove se ne calcola il fino
esattamente in once 8, denari 8, grani 12 di nostro peso.

[T5] Leoni Mocenighi.

Nel 1706, ducando Alvise Mocenigo secondo di questo nome, per
sopperire a' bisogni del commercio ne' possedimenti di Dalmazia e
d'Albania, fu decretato lo stampo di una nuova moneta da lire venete
4, in uno a' suoi spezzati da lire 2, 1 e da soldi 10 e 5. Dal nome
del doge che primo ed unico la mise fuori fu detta [I[leone
Mocenigo]I], a distinguerla da altra moneta di maggior peso e valore
battuta pel Levante che dal doge che primo la fece stampare si era
chiamata [I[leone Morosini]I]. Tuttavia le succitate memorie di zecca
del 1749 non la chiamano con altra appellazione che quella di
[I[monete nuove per la Dalmazia]I]. L'argento in cui la si volle
coniata aveva di peggio 450 carati per marca, era cio inferiore di
k. 100 di fino a quello impiegato nelle lirette; era quindi al titolo
0,609377, o della bont di once 7, denari 7, grani 12. In quell'epoca
stessa (1706) lo zecchino che, com' noto, aveva k. 46. 80/91 d'oro
purissimo, cio andava a zecchini 67 1/4 per marca, era valutato nelle
tariffe lire 20 e soldi 5, e il ducato d'argento del peso di k. 110 a
peggio 200 valeva lire 7 e soldi 4.

Il decreto del Senato 2 marzo 1706 regolava il prezzo dell'argento
destinato alla monetazione de' [I[leoni Mocenighi]I] a lire 9, soldi
15 l'oncia fina, pagabili met in partita di Bancogiro, e met in
zecchini a lire 17 l'uno, ovvero, in luogo di zecchini, nelle dette
monete dalmato-albanesi a lire 27 coloniali lo zecchino.

Il [I[leone Mocenigo]I]  del peso di k. 56 e del diametro di
m. 0,0335, e porta nell'averso l'imagine di S. Marco seduto sul trono
a manca dell'osservatore, porgente al doge genuflesso un'asta
sormontata da croce colla sinistra, e benedicente colla destra. Dietro
al santo le iniziali S * M * V * ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]), e
dietro al doge la epigrafe ALOY * MOCENI.; lungo l'asta verso il doge
 la voce DVX in caratteri verticalmente disposti. Sotto la linea
d'esergo sulla quale posano le figure, stanno le iniziali * G. B *
(ovvero * B. G *). Il rovescio presenta il leone alato e nimbato,
rampante verso la sinistra, ma colla faccia di prospetto, immergente
la manca zampa posteriore nel mare e recante nella destra anteriore un
ramo d'ulivo. Dinanzi al leone sorge sovra una rupe un turrito
castello in cima al quale svolazza una bandiera. D'intorno al leone 
la epigrafe DALMAT * ET * ALB, nell'esergo la cifra * 80 *, cio il
numero de' soldi che formano le 4 lire venete.

Il pezzo [I[da due lire]I] o mezzo leone serba il tipo del precedente,
in proporzioni minori, limitato cio al diametro 0,029 e al peso di
k. 28. Offre tuttavia nel diritto pi incurvata la figura del santo e
la epigrafe  questa S. M. V. ALOY * MOC *; l'esergo il medesimo in
alcuni esemplari, in altri  * B. C 2 *. Nel rovescio l'esergo 
necessariamente * 40 *.

Tale  parimente la [I[lira]I] o quarto di leone, del diametro di
m. 0,024 e del peso di k. 14. Strana e rozza nel diritto  la forma
del berretto ducale che copre il capo del genuflesso Mocenigo;
l'esergo del rovescio  * XX *.

L'ottavo di leone o pezzo [I[da dieci soldi]I]  anch'esso nel tipo
simile al mezzo leone, ma il peso n' di soli k. 7, il diametro di
m. 0,019. L'esergo del rovescio porta il numero X ugualmente chiuso
fra due stelline. Questi pezzi non sono ora comuni a trovarsi, bench
nessuno de' nostri musei ne difetti.

Non potrebbe dirsi altrettanto del sedicesimo di leone, o [I[da cinque
soldi]I], se ne fosse accertata la esistenza. Lo trovo registrato pi
d'una volta nelle memorie di zecca, che gli danno il peso di k. 3 1/2,
e dalle quali parrebbe che si fosse effettivamente battuto. Ma il non
vederlo conservato nel ricchissimo Museo Correr n in altra delle
raccolte da me esaminate, il non trovarlo registrato fra le monete che
appartenevano a monsignor Gradenigo, il cui catalogo fu inserito nella
collezione dello Zanetti Vol. II, e che non ha guari passarono al R.
Gabinetto di Torino, mi fa sospettare che quella moneta non si
battesse mai, comech se ne fosse decretato lo stampo.

Le sigle ricorrenti nell'esergo del diritto di questi nummi mi
richiamano a parlare di una consuetudine della zecca nostra. Il
religioso rigore serbato da' Veneziani costantemente nell'esercizio di
quest'atto del sovrano potere ch' la monetazione, gl'indusse a
mettere in opera tutt'i mezzi possibili per guarentire il commercio da
quelle fraudi che, con tanto danno di esso, avvenivano non raramente
nella bont dei metalli coniati. Fu decretato perci nel 1387 che ogni
[I[gastaldo]I] di zecca dovesse apporre ad ogni conio un segno noto a'
massari dell'argento, mediante il quale si riconoscesse la mano onde
usc ogni pezzo monetato. Pi tardi si volle che ogni moneta d'oro e
d'argento, ad eccezione dello zecchino che non portava lega, fosse
contrassegnata dalle iniziali del nome e del cognome di uno de'
[I[massari all'argento]I] se argentea era la moneta, [I[dell'oro]I] se
d'oro. Chiunque pertanto improntava delle proprie sigle un nummo era
responsabile in faccia alla legge d'ogni alterazione di titolo che vi
fosse mai avvertita. Questa pratica non avea luogo nelle monete erose,
n in quelle di puro rame, si per nelle doppie d'oro e in ogni pezzo
d'argento il cui peggio non eccedesse il fino, fosse cio al di sotto
della met de' carati costituenti la marca. Ebbervi per pi d'una
volta monete di buon argento (come sarebbero a mo' d'esempio le
lirette di Dalmazia e i loro spezzati, e cos pure le galeazze di cui
frappoco ci occuperemo) che non erano contrassegnate da sigle di
massaro. Di quelle che ho ricordate impresse sui leoni Mocenighi,
mancando una serie cronologica completa de' massari all'argento, non
sono in grado d'interpretare che quelle B. C 2. le quali offrono il
nome di Benedetto Civran II., che copr quella carica negli anni 1705
e 1706.

[T5] Galeazze.

Allorch nell'anno 1736, ducante Alvise Pisani, fu decretato lo stampo
della nuova moneta per le colonie ch'ebbe il nome di [I[galeazza]I],
le precipue specie d'oro e d'argento veneziane correvano come segue:

  Lo zecchino a lire 22.

  La doppia d'oro peggio 96 del peso di k. 32 2/3, a lire 38.

  Il ducato d'argento peggio 200 del peso di k. 110, a lire 8.

  Il ducatone d'argento peggio 60 del peso di k. 134 1/2, a lire 11.

  Lo scudo d'argento di lega pari al ducatone, del peso di k. 153 1/2,
  a lire 12. 8.

V'aveano dunque a Venezia cinque monete maggiori, nessuna delle quali
esattamente multipla della lira di conto della Dalmazia, ad eccezione
dello zecchino ragguagliato allora a 36 di quelle lire. E nondimeno
continuavano gli abitatori de' possedimenti oltremarini a valersi di
quell'incomoda moneta ideale che non era rappresentata da nessuna
delle monete esistenti, nemmeno da quelle erose che si erano mandate
fuori nel 1722 del valore di soldi 30, 15, 10 e 5. Fu quindi a
sopperire a' bisogni di quelle province che il Governo decretava nel
1736 lo stampo di una moneta, frazione dello zecchino, ed atta perci
ad agevolare le transazioni commerciali della metropoli colle colonie.
Quindi ebbe origine la [I[galeazza]I] che corrispondeva insieme ad un
terzo dello zecchino e a 12 lire di Dalmazia, ma che ragguagliata alla
veneta valeva lire 7. 6. 8.

La [I[galeazza]I] fu battuta in argento peggio 144 per marca, cio a
titolo 0,875, e del peso di k. 92 2/3. Il suo diametro  m. 0,037.
Offre nel diritto l'imagine di S. Marco che tiene colla manca il
Vangelo e colla destra benedice. A lui dinanzi sta genuflesso il doge
che stringe l'asta del vessillo che gli svolazza sul capo ed 
sormontata da una croce sporgente dal cerchio di perline che chiude le
due figure. All'ingiro  la epigrafe S * M * VENETVS = ALOY: * PISANI
* D *; nell'esergo l'anno * 1736 *. Presenta il rovescio una galea
([I[galeazza]I]) colle vele ammainate e con bandiera veneziana; undici
remi sul fianco ch' di prospetto all'osservatore stanno per tuffarsi
nel mare; a dritta di chi riguarda si mostra di lontano una seconda
nave sull'orizzonte, a sinistra due elevate castella che vuolsi
rappresentino le due principali fortificazioni di Corf, la
[I[cittadella]I] e il [I[castello da mar]I]; dinanzi a questa fortezza
un'altra galea. Chiude il campo un giro di perline, oltre il quale 
l'epigrafe PROVINCIJS MARITIMIS DATVM. Nell'esergo * XII *.

Una variet singolare e, per quanto io mi sappia, unica di questa
moneta  conservata nella raccolta del colto patrizio Angelo
Malipiero. Uguale a' pezzi comuni nel peso, varia nel diametro
ch'eccede l'ordinario di m. 0,003. Il diritto  di pi leggiadro
disegno ed offre una piccola diversit nella leggenda, ALOYS: invece
di ALOY: La differenza maggiore sta nel rovescio. In mezzo al mare si
mostra un vascello d'alto bordo a vele ammainate, ed altro in
distanza. Le fiamme svolazzanti in cima agli alberi e le bandiere de'
castelli sono rivolte a destra di chi guarda, mentre lo sono a
sinistra nell'altro tipo. L'esergo n' pur variato, avendovi la
iniziale della voce [I[Lire]I], cos espressa * L. XII *. Questa
variet rarissima sarei inclinato a tenerla un semplice progetto di
zecca, scartato forse perch meglio piacque l'altro tipo che in luogo
di un vascello presentava una [I[galeazza]I] a remi, onde poi trasse
nome questa moneta.

Simile alla comune [I[galeazza]I] n' la met o il pezzo da [I[sei
lire]I].  del peso di k. 46 1/3, del diametro di m. 0,032, ed offre
nell'esergo del rovescio la cifra * VI *.

Lo stesso dicasi del quarto, o del pezzo da [I[tre lire]I], recante
nell'esergo del rovescio il numero * III *, del diametro di m. 0,028 e
del peso di k. 23 1/6.

La rappresentazione che qui si scorge delle castella corciresi (almeno
secondo ne pensa il Gradenigo nel Vol. II di Zanetti, p. 205), e il
nome generico di [I[province marittime]I], mi fanno ritenere che
questa moneta non si battesse pe' soli possedimenti dalmati ed
albanesi, ma eziandio per il Levante Veneto. Ed infatti da documenti
sincroni rileviamo che s'era coniata [I[per spender in Dalmatia et
Isole]I].

Abbiamo dalle memorie di zecca pi volte citate che di queste galeazze
se ne stamparono 223,387 cio per un valore approssimativo di 74,462
zecchini. Ma gli speculatori si valsero ben presto dell'introduzione
di questa nuova moneta per far isparire l'oro e rialzare il prezzo
dell'altro argento; quindi sorse il malcontento de' popoli oltremarini
che reclamarono il ritorno alla vecchia monetazione. La Repubblica
ritir tosto in brevissimo tempo quante pi pot galeazze e loro
spezzati e le rimand alla zecca come metallo da fondere. Tutte per
non le fuse, ma ne rimase in giro in buon dato, a saziare i desiderii
de' numismatici, a' quali non  difficile aggiungere questi tre pezzi
a' lor medaglieri. Quale moneta venisse alla galeazza sostituita in
progresso lo vedremo parlando delle coniate per le colonie del
Levante. Intanto ci volgeremo alla numografia delle singole citt
dalmate ed albanesi.

[T2] B. MONETE PARTICOLARI DELLE CITT.

[T3] CITT DI DALMAZIA.

[T4] SEBENICO.

Avvegnach dal tenore del decreto 13 agosto 1410 appaja essersi
battuta per la comunit di Zara quella moneta che delle dalmate prima
illustrai, credetti nullameno farne menzione come di moneta generale
di que' possedimenti che i Veneziani abbracciavano sotto il nome di
[I[Dalmazia]I]. Dagli atti raccolti nel [I[Capitolare delle Broche]I]
rilevasi che primi nell'ordine cronologico sono a considerarsi i
[I[bagattini]I] o gli [I[oboli]I] battuti per Sebenico. Siccome per
le monete fatte coniare da' Veneziani per le singole citt della
Dalmazia erano di questi bagattini di rame, cos premetter pochi
cenni sull'origine di tal moneta e sul valore ch'essa ebbe al
declinare del secolo XV e al principio del successivo quando si
decretarono e si eseguirono quegli stampi.

Allorch le costituzioni de' Franchi, sotto l'impero di Carlomagno,
emancipando l'Europa dai disordini della monetazione dell'impero
romano e del greco, fissarono il valore de' metalli nobili, e
statuirono il conio di una nuova moneta, fu battuto il solo
[I[denaro]I], o la dodicesima parte del [I[soldo]I], formando 20 soldi
una [I[lira]I], rappresentata perci da s ingente massa d'argento che
non fu mai foggiata in moneta speciale, come nol fu nemmeno il soldo
carolingio; e quantunque agevole fosse l'una e l'altra somma
rappresentare con pezzi d'oro coniato, sappiamo non pertanto che dalla
caduta del regno de' Longobardi sino all'imp. Federico II, che batt a
Brindisi il primo [I[augustale]I], l'Europa non ebbe altr'oro coniato
da quello in fuori de' paesi occupati dagli Arabi e dell'impero greco.
I Veneziani ebbero anch'essi i loro denari modellati sui franchi,
battuti probabilmente a Pavia od a Treviso, e recanti nelle loro
epigrafi i nomi di Lotario, di Lodovico (Pio), o la generica
appellazione d'[I[Imperatore romano]I]. Non  di queste pagine il
rintracciare per quali cagioni il denaro venisse dall'epoca carolingia
in poi scemando successivamente di peso e di titolo; talch quella
moneta anche fra noi and di mano in mano deteriorando, prima sotto
gl'imperatori germanici, poi sotto i dogi; fino a che col volger de'
secoli fu rappresentata da una massa s tenue d'argento che sotto il
doge Cristoforo Moro fu preso di batterla di puro rame, convertirla
quasi in una semplice moneta nominale. La sua piccolezza sotto gli
antecedenti dogi le valse il nome di [I[piccolo]I] o [I[parvus]I],
come altra volta il colore argentino della sua superficie le meritava
quello di [I[albulus]I]. Il [I[bagattino]I] quindi di cui ci occupiamo
non  se non una degenerazione del denaro argenteo dei Carolingi, e
rappresenta il dodicesimo del soldo, cio del ventesimo della lira, ma
di una lira straordinariamente diminuita del primitivo valore.

Della voce [I[bagattino]I] non sarebbe ozioso per noi il rintracciare
la origine; il Gallicciolli ([I[Memorie Venete]I] II, 41) la vorrebbe
derivata dall'arabo [I[bagadhon]I], rimoto o vile, quasi moneta la pi
[I[rimota]I] in cui si risolve la lira, o la pi [I[vile]I] di tutte
le correnti. Certo  ben degna di riso la etimologia che ne diede
Roberto Cenale nel I tomo del suo trattato [I[De rat. pond. et
mensur.: Barchatinus, vulgo ]I]barguetn[I[, puto esse pretium
trajectus aquae per barcham]I]; n meno ridicola  quella allegatane
da Marquardo Trecher nel libro [I[De re monetaria Germanici Imperii:
Pagatini, aeneoli Venetorum, a solvendo dicti]I]. Non saprei invero
indurmi a ritenere veneziano questo vocabolo, n in ci temerei
d'opporrai alla pluralit degli eruditi; imperciocch a tutto il
secolo XIV e fino al XV avanzato non leggiamo darsi al dodicesimo di
soldo altro nome che quello di [I[parvus]I], [I[parvulus]I],
[I[pizolus]I], [I[denarius]I] e pi di raro [I[obolus]I];
[I[bagattino]I] solo ricorre le prime volte gli ultimi anni del
quattrocento. Non cos pu dirsi della monetazione d'altre parli
d'Italia, onde quel nome sembra passato a Venezia; in fatti sino dal
1327 leggiamo nel testamento di Castruccio Castracane quel nome
applicato a moneta di Lucca: [I[Restitui inclytae ducissae dominae
Pinae uxori libras mille bacattinorum]I]. Ed in epoca ancor pi antica
si dava quel nome a Padova alla minima frazione della lira ([I[libra
parvorum]I]) leggendosi nei [I[Regimina Paduae]I], editi dal Muratori
nel T. VIII [I[Rerum Ital. Script.: Hoc anno (1274) de mense februarii
fuit inventum in clausura Domus Dei per fratrem Rolandum tantum aurum
in meaglis quod valuit circa XVII. millia librarum bagatinorum]I]. Non
 dunque vero che questo vocabolo sia veneziano, se lo leggiamo in
documenti di Padova due secoli prima che s'introducesse fra noi.

Quanto poi al valore de' bagattini sul declinare del secolo XV, quando
cio si battevano di queste minime parti della lira per le citt
dalmate, esso risulter agevolmente da questo calcolo. Dal 1472 al
1512 (secondo le memorie della nostra zecca) il ducato d'oro o
zecchino oscill fra il valore di lire 6 e soldi 4 e quello di lire 6
e soldi 10; adottiamo dunque un valor medio di lire 6 e soldi 7, cio
di soldi 127 pari ad uno zecchino. Soldi 127 corrispondono a bagattini
1524, quindi il bagattino rappresentava 1/1524 dello zecchino. Oggi
quest'ultima moneta si calcola corrispondere a lire austriache 14 e
centesimi 60; quindi quel bagattino ridotto a nostra moneta sarebbe
oggid rappresentato da centesimi di lira austriaca 0,958. Dal 1716 in
poi, quando il valore dello zecchino mont e si tenne fermo per quasi
un secolo al valore di lire 22 o soldi 440, il bagattino rappresentava
soltanto 1/5280 di zecchino, pari al presente a centesimi austriaci
0,208.  inutile ricordare come nella prima epoca (1472 a 1512)
ragguagliata la lira veneta allora corrente coll'austriaca d'oggid
fosse nello zecchino rappresentata da un pezzo d'oro del valore di
austriache lire 2 : 28, e nella seconda epoca (1716 a 1797) di soli
centesimi 66,3.

La necessit di abbondare dei minuti spezzati della moneta,
specialmente in paese povero, determin gli abitanti di Sebenico a
chiederne una massa vistosa al governo della Repubblica. Questa citt,
che dal 1327 era passata sotto il dominio de' Veneziani, ma poi ceduta
al re d'Ungheria loro era ritornata soltanto nel 1416 (dal qual anno
in poi la resse un patrizio col titolo di [I[conte]I] fino al 1526 in
cui gli si aggiunse quello ancora di [I[capitano]I]), regolata da
proprio statuto, amava che oltre al simbolo della sovranit veneta
quello pure vi si mettesse del suo comune, la imagine cio del
protettore san Michele. Riportiamo il decreto del Consiglio de' Dieci
che ordina il primo stampo della moneta sebenicese a Venezia, nel
1485, ducante Giovanni Mocenigo:

[I[  M.CCCC.LXXXV. die XXI. Maji, in C.X. cum Add.]I]

[I[  Quod autoritate hujus Consilii captum sit et sic mandetur per
  Capita officialibus nostris monetae argenti ut cudi pro nunc
  faciant, ad summam ducatorum XXX, obolos ex ramine ad rationem
  duodecim ad soldum, cum imaginibus gloriosi protectoris nostri
  sancti Marci ab uno latere, et sancti Michaelis Archangeli
  protectoris dictae comuniatis nostrae Sibenici ab altero
  latere, sicut videbitur et ordinabitur per Capita, sicut
  scriptum et suplichatum fuit.

In questa parte del C. X. leggiamo, forse per amore di latinit che
non  gi troppo pura, il nome di [I[oboli]I] dato a' bagattini, quasi
fossero sinonime quelle due voci esprimenti il pi vile spezzato della
moneta. Ma sotto la ducea di Agostino Barbarigo, nel 1491, si decret
nuovamente lo stampo di que' nummi sebenicesi:

[I[  1491 adi 13 lujo, in Cons. X cum Add.]I]

[I[  Instantissimamente el domanda la comunit nostra de
  Sibinicho chel sia comand per questo consejo che per la
  zecha nostra sia fato denari menudi con la impression de
  santo Mchiel da uno ladi et da l'altro santo Marcho
  per uso dele povere persone, per la suma de ducati
  sesanta sicome altre uolte a loro e sta conzeso, per
  che masimamente i ano de bixogno de essa moneda menuda
  per spender queli a menudo, si come li fo promeso; ma che
  loro debiano desborsar la moneda nezesaria per i diti
  bagatini. Ala qual domanda e bon a satisfarli, e per
  questo: ]I]

[I[  L'ander parte che per autorit de questo Conseio sia
  chomand ali masari nostri de la Zecha che i fazino far
  quelli denari con la impression mostrada a questo consejo
  ala solita charata ala suma e valuta de ducati 60;
  i quali serano dadi per lo suo meso per far i diti denari.]I]

Dal contesto di questo decreto rileviamo che si manteneva anche nel
1491 il nome di [I[denaro]I] a quella moneta che pi comunemente
dicevasi [I[bagattino]I]; che la comunit, la quale ne supplicava lo
stampo per sopperire a' bisogni della classe povera della popolazione,
doveva rifondere lo stato del valore corrispondente alle monete per
essa battute.

Un'altra terminazione dei Dieci del 27 febbrajo 1498 ([I[more
veneto]I], cio 1499) ordina lo stampo di altri 100 ducati d'oro in
bagattini [I[solitae stampae]I] per la comunit di Sebenico.

I bagattini di Sebenico abbondano nelle nostre raccolte; il solo Museo
Correr ne ha nientemanco che 33. Il loro conio si mostra fattura
d'artisti non volgari. Ma ricordiamoci sempre, quando guardiamo a
monete uscite intorno al 1500 dalla veneta zecca, che vi lavoravano in
quell'epoca come intagliatori de' conii Alessandro Leopardi, Vittor
Camelio, e pi tardi Andrea Spinelli.

E qui c' mestieri soffermarci un istante ad abbattere un vecchio
errore che da secoli si va ripetendo dagli eruditi, i quali credono le
monete di cui ci occupiamo battute dalle singole citt per particolar
privilegio. Bernando Nani che nel 1752 pubblicava la sua anonima
dissertazione [I[De duobus imperatomm Rassiae nummis]I], scritta con
molta dottrina, non gi con critica pari, asseriva egli pure a pag.
57-58: [I[Sed hic mos seu privilcgium ]I](s. l. [I[cudendi]I])[I[
solis Catharensibus singulare non fuit. Pleraeque earum regionum
civitates cudendi privilegio gaudebant, quod ea sanctorum nomina, quae
peculiaribus nationibus propria erant, sicuti S. Doimus Spalatensis,
S. Laurentius Tragurinus, S. Michael Sebenici, S. Stephanus
Scutarinus, S. Georgius Antivarinus, certissime indicant: quae res
insuper illarum gentium studium commendat, quo privilegia sua
ostendere conabantur]I]. Fin qui il Nani; noi invece, appoggiandoci al
chiaro senso dei non pochi decreti che riporteremo, e non senz'aver
riguardo al tipo delle controverse monete, similissimo a quello delle
altre battute a Venezia, affermiamo senza tema di errare che tutte le
monete delle singole comunit dalmate furono nella zecca veneta e non
altrove battute, e lo stesso dicasi di alcune delle albanesi. Ma
questa regola non vale, come pi sotto si vedr, per Cattaro, n
fors'anche per Scutari. Le forme veramente barbare de' pezzi battuti
per quest'ultime due citt giustifica abbastanza l'esser uscite da
officine monetarie di regioni dove l'arte si conserv sempre bambina;
laddove le belle forme degli altri pezzi dalmati ed albanesi accusano
il punto pi culminante a cui si levasse nel medio evo l'arte
difficile dello zecchiere.

Devesi per confessare non aver noi dati certi che tali monete si
battessero immediatamente dopo la pubblicazione del decreto che ne
ordinava lo stampo. Pare in quella vece che si lasciassero scorrer
degli anni talvolta anzi che la zecca veneta vi desse esecuzione. La
mancanza di sigle nel pezzo di Sebenico ci vieta conoscere l'anno
preciso in cui si diede mano al lavoro dell'uno o dell'altro de' varii
suoi tipi; bench dalla terminazione del 1499 appaja che anteriormente
se ne fossero di gi coniate; ma ben abbiamo l'epoca certa di simili
bagattini per altre comunit; epoca dalla quale agevolmente rilevasi
che dal giorno del decreto a quello dell'esecuzione d'esso lasciavansi
d'ordinario scorrere anni ed anni. N credo ingannarmi nell'affermare
che il decreto primo riportato, quello cio del 1485, non si sia, per
qualsivoglia cagione, eseguito; e forse indi trasse motivo la nuova
supplica de' Sebenicesi e il secondo decreto del 1491.

Offre la moneta in discorso dall'un lato la imagine stante
dell'arcangelo Michele visto di fronte, tenente nella destra la
lancia, nella sinistra un globo sormontato da croce, e calpestante il
dragone che sottesso a' suoi pi si contorce. D'intorno  la epigrafe
S. MICHAEL SIBENIC (o SIBNIC). L'altro lato presenta il leone di S.
Marco in gazzetta, intorno a cui la scritta: +. S. (o SANCTVS) MARCVS.
(pi raro MARRC.) VENETI. In alcuni esemplari il leone  chiuso da un
cerchio di perline. Varia il diametro di queste monete da m. 0,016 a
m. 0,018, e il peso da k. 5. 1 a k. 9. 0. Le quali discrepanze di
peso, che ne' miei studii ebbi ad avvertire ben maggiori in epoche
successive, ci provano che i Veneziani nelle monete di puro rame o di
ottone (equiparato al rame) non calcolavano che il valor nominale,
comech in alcuni casi, come si vide parlando delle gazzette, ne
precisassero con esattezza soverchia anche il peso.

[T4] ZARA.

Seconde in ordine cronologico, ma ben pi rare, vengono dietro alle
sebenicesi le monete di Zara. Questa citt, delle dalmate la pi
popolosa e pi illustre, retta da un conte che amministrava la
giustizia in nome de' Veneziani, al cui governo ben nove volte s'erano
ribellati que' cittadini per darsi al re d'Ungheria, rimase dal 1409
in poi costantemente soggetta alla Repubblica di S. Marco. Il bisogno
di moneta spiccia per le pi umili classi della popolazione determin
la comunit di Zara a seguire l'esempio dato da Sebenico di chiedere
alla Signoria lo stampo di un bagattino che offrisse da un lato il
simbolo di S. Marco, dall'altro S. Simeone patrono del comune. Alla
supplica dei Zaratini accondisceva il Consiglio de' Dieci col seguente
decreto:

[I[  1490 (more v. o 1491) 2 fevrer.]I]

[I[  El domanda la fedellisima comunit nostra de Zara che
  li conzedamo per comudit di poveri che in la zecha
  nostra se faza et cunia ducati 200 de bagatini, simeli
  a quelly che fono dadi ala comunit de Sibinico;
  exzeto che al'imprexa de Sancto Michiel sia meso la
  jmagine de San Simon; quali denari siano mandati a
  Ilustrisimi Retori de Zara; e per che l'e conveniente
  satisfar ala soa petizion, e per ander parte:]I]

[I[  Che per autorit de questo Conseio sia chunidi in zecha
  ducati 200 de bagatini con la impresiom predita.
  I quali sieno mandadi ali predicti rectori.]I]

Il bagattino di Zara , come quello di Sebenico, di puro rame o di
ottone. Presenta nel suo diritto la mezza figura del santo profeta
Simeone ravvolto in ampio manto e che tiene sul destro braccio l'Uomo-
Dio bambino. Intorno ha l'epigrafe . S . SIMEON . IVSTVS . PROFETA. Al
rovescio  il solito leone di S. Marco in gazzetta chiuso da cerchio
di perline e attorniato dalla consueta leggenda . + . S . MARCVS .
VENETI. Il peso de' pochi esemplari che ne ho esaminati varia da
k. 7. 2 a k. 8. 3; il disegno e il conio ne sono trattati con molta
perizia; il diametro  di m. 0,018. Di questa moneta, della quale non
conosco che un tipo solo, il Museo Correr ha tre esemplari.

[T4] TRA.

Verso la fine del X secolo, Tra fu delle prime castella della
Dalmazia che riconobbero la sovranit della Repubblica, giurando
fedelt a Pietro Orseolo II nella famosa spedizione che questo doge
capitanava per sollevare le coste dalmate dal giogo de' Narentani.
Mentre le armi della Repubblica erano nel 1123 impegnate nella Siria,
Tra fu presa da' Saraceni, ai quali poco dopo la ritolsero i nostri.
Passata intorno al 1158 in potere dell'impero greco, la riebbe dopo
brevi anni Vitale Michiel II. Nel 1313 Giovanni Soranzo la ripigliava
su re Lodovico d'Ungheria fattosene a forza padrone e la ridava a
libert; ma i traguriensi preferivano all'autonomo reggimento il
dominio della Repubblica a cui facevano dedizione spontanea nel 1322
per, ricadere nel 1356 nelle mani degli Ungheri, a' quali fu
definitivamente ritolta da' nostri nel 1420. La governava un patrizio
col titolo di [I[conte]I], che vi si mutava ad ogni 32 mesi.

Ducava Agostino Barbarigo allorch la comunit di Tra supplic nel
1492 a' Veneziani le concedessero una moneta simile a quella che
aveano concessa a Sebenico; sulla quale fosse improntata, oltre il
simbolo della Repubblica, la imagine del loro patrono. La Signoria
accoglieva con favore la giusta domanda di quella fedele citt, e il
Consiglio de' Dieci stanziava la legge che segue:

[I[  Adi 19 marzo 1492.]I]

[I[  L' suplicado per la nostra comunit fidelle de Tra
  ch'el sia chunido in la Zecha nostra ducati 50 de
  bagatini a simillitudene et quallit de bagatiny i
  qualli fono consesy ala comunit de Sibinicho. E
  conziosiache in questa onesta domanda ly sia compiaxudo:]I]

[I[  L'ander parte che per autorit de questo Conceo el sia
  coniado ducati 50 de bagattini de la sorte e qualit di
  quelli i qually fono dadi ala comunit de Sibinicho
  con la impression de san Marcho in soldo da uno lady
  e santo Lorenzo da l'altro.]I]

II bagattino di Tra offre nel campo del diritto il santo diacono in
piedi e di prospetto, in lunga veste talare, e che nella destra tiene
la graticola simbolo del suo martirio, nella sinistra un oggetto che
lo stato degli esemplari ch'ebbi sott'occhi non mi permise di
ravvisare, ma che sembra sia un edificio a rappresentazione della
citt o della chiesa che a Tra gli fu eretta. Lo attornia la epigrafe
. S . LAVRENTIVS TRAGVR: e a' suoi lati iniziali N. M. ricordano
Nicol Michiel conte a Tra nel 1516, perch solo in quell'anno ebbe
esecuzione la parte dei Dieci decretante lo stampo di questa moneta.

Il rovescio  il solito leone di S. Marco in gazzetta intorno a cui un
cerchio di perline ed oltr'esso la consueta leggenda + SANCTVS.
MARCVS. VENETI. Il peso de' 7 esemplari che ne osservai, 6 nel Museo
Correr, 1 alla Marciana, varia da k. 7. 3 a k. 9. 2. Il diametro 
l'ordinario di m. 0,018.

[T4] SPALATO.

Assai pi comuni di quelli di Tra sono i bagattini della monumentale
citt di Spalato, o Spalatro, eretta sulle ruine del palazzo di
Diocleziano e coi materiali d'esso e della vicina Salona. Ricaduta,
dopo le vicende che fecero tante volte mutar governo a Tra, sotto il
dominio de' Veneti nel 1420, ebbe anch'essa il suo reggitore in nome
della Repubblica col titolo di [I[conte]I].

Il 26 febbrajo 1490, [I[more veneto]I], o 1491 [I[more romano]I], il
C. X. accordava agli Spalatini l'implorata moneta recante le imagini
di S. Marco protettore della Repubblica e di S. Doimo o Domnio patrono
della loro comunit. Ecco il tenore di quel decreto:

[I[  1490 adi 26 fevrer.]I]

[I[  Perch i ambasatori de la nostra Comunit de Spalato
  con granda instanzia domandano per comodit de la sua
  zit e di poueri che li sia conzeso in la Zecha nostra
  de chuniar ducati zento de bagatini ala similitudene
  de quelli i quali fono conzessi ala comunit de
  Zara et de Sibinicho; e questo con la imagine del
  proctetor nostro missier sam Marcho da uno ladi, et da
  l'altro sia santo Dompno:]I]

[I[  E per l'ander parte che per autorit de questo
  Consejo sia conzeso a quela comunit che in la
  predita Zecha nostra sia coniado come e dito
  ducati zento de bagatini, et che de prexente essa
  Comunit abia d'esborsar la valuta de essi bagatini
  da esser fati.]I]

Il bagattino di Spalato  pur d'ottone e assai raramente di puro rame;
varia nel peso da k. 7. 2 a k. 7. 3, ed ha comune il diametro colle
altre monete di questa specie. Porge nel diritto la effigie stante del
vescovo Doimo vestito delle sue insegne e tenente colla destra il
pastorale, nella manca un libro; a' suoi lati alcune iniziali. Lo
circonda la epigrafe . S . DOMINVS . SPALETI. Il rovescio offre al
consueto il simbolo della Repubblica attorniato dalla leggenda
+. SANCTVS. MARCVS. VENETI.

Di questa moneta tre diversi tipi vennero a mia cognizione; la variet
loro consiste nelle sigle del diritto. Del primo, che offre le
iniziali ZF e M, il Museo Correr conserva 6 esemplari, altrettanti del
secondo portante le sigle I e P, 4 del terzo che a' lati del santo ha
D e G.  veramente singolare che nella serie de' conti di Spalato,
conservataci nel [I[Libro Reggimenti]I] alla Marciana, nessun nome fra
loro s'accordi colle suddette iniziali ad eccezione di quello di
Jacopo Baffo o Paffo conte nel 1500 al quale spettano le sigle I e P.

Non sar inutile il ricordare che prima della conquista veneziana del
1420, Spalato ebbe zecca propria e vi stamp monete del suo signore,
Hervoja. Delle quali l'unica di cui sia accertata la esistenza,
comech molto rara,  il grosso d'argento riportato dal Nani nella pi
sopra ricordata operetta [I[de duobus Imperatorurn Rassiae nummis]I],
tav. II n. XVIII, ed illustrata ivi parimente a pag. 58. Offre questa
moneta (che pur si trova nel Museo Correr e nella Marciana) da un lato
la imagine stante del patrono di Spalato, attorniata dalla leggenda
. S. DOIMVS. SPALETI M. ([I[Martyr]I]), dall'altra lo scudo del duca
Hervoja sormontato da un cimiero foggiato a braccio che stringe una
spada in atto di percuotere; nel campo ha tre gigli disposti
verticalmente, e all'ingiro la scritta: M. ([I[moneta]I]) CHERVOII
DVCIS. S. ([I[Spalatensis]I]). Del duca Hervoja che mor nel 1415 pu
vedersi il Du Cange, [I[Fam. Byz. Dalm.]I], Par. 1680, pag. 339.

[T4] LESINA.

Ultima nell'ordine cronologico e nel geografico delle monete delle
singole terre dalmate viene quella di Lesina, che per tutte le supera
in rarit. Non ne trovo menzione in alcuna opera numismatica, e lo
stesso diligentissimo Zon non la conobbe, bench l'avesse veduta e ne
sbagliasse la lettura dell'epigrafe, che gli fece ritenere foss'essa
di Alessio d'Albania. Gli abitanti di Lesina, grand'isola che nel 1424
passava per cessione dalle mani del suo signore Aliota Capenna a
quelle della Repubblica che vi mandava a reggerla un [I[conte]I],
imploravano nel 1493 la grazia conceduta alle altre comuni della
Dalmazia, che fosse coniata nella veneta zecca una moneta pe' bisogni
del traffico minuto, segnata dell'imagine di santo Stefano loro
patrono. Ebbi la ventura di rinvenire il decreto che ordina anche lo
stampo di questa moneta, e qui lo riporto:

[I[  1493. 25 sett. in C. X. cum Add.]I]

[I[  Quod auctoritate hujus Consilii concedatur fideli
  comunitati nostrae Lesinae sic humiliter supplicanti,
  quod in Cecha nostra cudantar ducati 70 in 100
  bagatinorum de puro ramine ad valorem duodecim
  pro marcheto, sicuti sunt illi de Jadra et Spaleto;
  cum signatura ab uno latere santi Marci in soldo et
  ab alio santi Stephani. Et haec pro comodo pauperum
  personarum illius terrae et insulae. Et hoc fiet
  postquam ipsa Comunitas dederit amontare dictorum
  bagatinorum.]I]

Il bagattino di Lesina  anch'esso d'ottone, del solito diametro, e
del peso di k. 7. 2. Dal lato diritto ha l'effigie del santo in abito
di vescovo, che nella destra tiene una croce, un libro nella sinistra,
ed  attorniato dall'epigrafe . S . STEPHANVS. PONT. LESINENSIS,
notandosi per esattezza che le S di questa leggenda sono tutte a
rovescio. L'altro lato offre il consueto simbolo dell'Evangelista
cinto da un cerchio di perline oltre cui la scritta: +. SANCTVS.
MARCVS. VENETI.

I quattro esemplari che ne ho veduti, de' quali 2 nel Museo Correr, 1
alla Marciana, 1 a Padova ora passato a Trieste, mi porsero un solo
tipo, avente sempre a' due fianchi del santo vescovo le iniziali V e
O. Queste sigle ci provano che solo nel 1549 si diede esecuzione al
surriferito decreto 1493, perch in quell'anno sedeva conte e
provveditore a Lesina Vincenzo Orio.

[T3] CITT D'ALBANIA.

[T4] CATTARO.

Nella parte pi internata del [I[Seno Rizonico]I], le cui sponde
aprendosi fra la Punta d'Ostro e la penisola di Lustiza danno angusto
passaggio alle acque dell'Adriatico, signoreggia un ridente e popoloso
territorio, chiuso d'ogni lato dalle rupi del Montenegro e dal mare,
la bella citt di Cattaro eretta sulle ruine dell'antica Ascrivio.
Passata nello smembramento del greco impero in potere de' re di Servia
e di Rascia, ebbe da loro larghissimi privilegii, e fior per opulente
commercio fino all'anno 1366 quando le armi di Lodovico d'Ungheria la
tolsero a re Tuartco. Undici anni erano appena trascorsi quando i
Veneziani, combattenti Lodovico alleato de' Genovesi, le misero
nuovamente l'assedio e la posero a ferro e a fuoco. Ritornata poi in
mano a Tuartco, era pi tardi ripresa da Ladislao pretendente al trono
ungherese, che la cedeva poscia a re Sigismondo. Emancipatasi da
questo monarca, dopo breve governo autonomo, si dedicava Cattaro
spontaneamente alla Signoria di Venezia nel 1420.

Suddita ancora a' re di Rascia, ma nullameno reggentesi con proprio
statuto, ebbe nel secolo XIV diritto di zecca che esercit improntando
monete coll'imagine del suo patrono S. Trifone e con quelle di Stefano
Dusciano re ed imperatore di Rascia e di Bossina e del costui figlio
Urosio; monete il cui tipo fu pubblicato prima dal Nani nell'operetta
[I[de duobua Imperatorum Rassiae nummis]I], e poi da quel Flaminio
Corner senatore, cos benemerito della storia ecclesiastica di
Venezia, nel suo bel libro [I[Catharus Dalmatiae civitas]I], 1759.

Gli statuti di Cattaro scritti in quel secolo, e posteriormente
mantenuti in vigore da' Veneziani, de' quali non ho potuto vedere la
rara edizione del 1616 ma s un codice antico nella Marciana (Cl. V.
n. 32), toccano della zecca di quella citt, leggendovisi il seguente
capitolo:

[I[  Item elligantur per sex menses duo legales et experti
  Cecheri supra monetam civitatis faciendam, et habeat
  ipsorum quilibet pro salario yperperos decem, et quicumque
  in hoc offitio esse noluerit solvat de poena
  yperperos vigintiquinque.]I]

Anche nel breve intervallo che corse fra la emancipazione di Cattaro
dal reame ungherese e la sua dedizione alla Repubblica Veneta,
esercit essa questo sovrano diritto battendo monete autonome,
portanti dall'un de' lati la imagine e il nome di S. Trifone,
dall'altro un castello con all'ingiro la epigrafe CIVITAS CATARI.

Sennonch, a differenza d'altre comunit le quali, incorporate negli
stati della Repubblica, aveano perduto questo loro antico diritto,
Cattaro volle conservarlo, e veramente per secoli lo conserv. Un
privilegio veneziano del 1423 concede espressamente [I[quod in Catharo
cudatur moneta juxta suas consuetudines]I]. N pu cader dubbio che
que' cittadini non esercitassero questo diritto che i Veneziani
mediante un trattato loro aveano accordato. Se anche non avessimo le
prove che Cattaro veneta mantenne per oltre dugent'anni la sua zecca,
il tipo delle monete che indi uscirono le prova indubbiamente non
veneziane. Mentre i nummi veneti de' secoli XV e XVI si mostrano
prodotto di un'arte adulta e nelle figure maestrevolmente incise e ne'
pezzi regolarmente arrotondati e presentanti le superficie uniformi,
quelli cusi a Cattaro annunciano un'arte tuttora bambina nelle rozze
figure, ne' caratteri tendenti al gotico anche su' pezzi battuti nel
secolo XVI quando la zecca nostra delle lettere gotiche avea sbandito
ogni avanzo, nella forma de' pezzi mal rispondente al conio su cui
doveano improntarsi e nella varia grossezza delle diverse parti d'uno
e medesimo pezzo. Che se tanta sbadataggine si pose ivi ne' tipi, 
facile imaginare a quali disordini facessero luogo a loro insaputa
que' mal pratici monetarii. E vaglia il vero, l'alterazione del titolo
primitivo nei nummi di Cattaro determin il governo veneto l'anno 1627
a decretare che delle paste da monetarsi in quella citt si facesse
preventivamente l'assaggio nella zecca veneta. Ma torn inutile anche
questa misura, perch la inesperienza degli zecchieri albanesi
continuava a battere leghe diverse dai campioni offerti all'assaggio;
talch quella legge, impossibile ad essere eseguita, perd l'anno
seguente ogni vigore, e il danno che da queste continue ed
involontarie alterazioni de' nummi sofferiva il commercio, consigli i
negozianti a rivolgersi alla zecca nostra per far monetare le loro
verghe. Onde nacque che la officina di Cattaro and di mano in mano
scemando di lavoro e fin verso la met del secento col chiudersi
affatto: non cos per che quegli abitanti rinunciassero al loro
antico diritto, che gelosamente si riserbarono. Quindi nel 1787
l'autore dell'opera insigne [I[Descrizione dello Stato Veneto]I],
Vincenzo Formaleoni, che tanto si giov degli studii del naturalista
Fortis, scriveva: [I[Ne' tempi che i Cattarini vissero sotto la
protezione de' re di Rascia ebbero il diritto di battere monete,
siccome lo hanno anche presentemente confermato loro dalla Repubblica,
e potrebbero farne uso qualora volessero]I] (T. III pag. 5).

Quanto a' nomi ed alla qualit delle monete che correvano a Cattaro
dopo la occupazione veneziana e v'ebbero corso fino a che a poco a
poco sottentr a quelle la monetazione della metropoli, tre diverse ne
trovo ricordate dagli autori e dai documenti, gl'[I[iperperi]I], i
[I[grossi]I], i [I[follari]I].

[T5] Iperpero.

L'iperpero, che vediamo frequenti volte citato negli [I[Statuti]I], e
il cui nome ricorre anche in quel breve capitolo che ne abbiamo
allegato, era una moneta ideale, il cui valore corrispondeva a 7
grossi veneziani. Non saprei invero decidere se quell'aureo nummo di
Urosio Milutino che primo riporta nelle sue tavole il Nani abbia a
ritenersi un iperpero o un doppio iperpero, non indicandosi
dall'autore quale ne fosse il peso. Se in alcuno de' musei nostri
avessi trovato esistere questo rarissimo pezzo, sarebbe stato agevole
lo sciogliere l'intricata questione.

[T5] Grossetto.

Esiste bens a Venezia, nel Museo Correr, un unico esemplare del
[I[grosso]I], altramente chiamato nei documenti [I[grossetto]I].
Questo bel pezzo, di rarit esimia,  d'argento fino e del peso di
circa k. 5. Tanta n' la somiglianza colle monete battute da'
Cattarini sudditi a' re di Rascia che lo si scambierebbe con esse se
non ne fosse diversa la leggenda del rovescio. Al Nani ed al Corner
pare sfuggisse questa singolare moneta, se non le diedero luogo nelle
loro tavole, n la ricordarono illustrando altri nummi di Cattaro.

Il diritto  il medesimo che appare sui grossi di Stefano Dusciano e
d'Urosio suo figlio; offre cio il santo patrono della comunit, cinto
il capo di nimbo, coperto di lunga vesta, veduto di prospetto e
tenente nella destra la palma del martirio; lo chiudono due archi di
cerchio formati di perline, simili a quell'ellisse che avvolge la
figura del Redentore ne' nostri zecchini. All'ingiro  la epigrafe
. S. TRIFON. CATARES ([I[Catharensis]I]). Nel rovescio  l'imagine di
S. Marco molto somigliante all'ultima rappresentazione che de' re di
Rascia ci danno le monete di Cattaro. Siede il santo evangelista di
fronte, coperto il capo di corona reale sopra la quale gira per il
nimbo di perle; nella destra sembra tenere uno stilo od un calamo, il
libro de' Vangeli nella sinistra; in quella vece gl'[I[imperatori]I]
Stefano ed Urosio tenevano una croce nella destra, e nella manca un
globo pur sormontato da croce. D'intorno al S. Marco gira la consueta
leggenda S. MARCVS. VENETVS. Messe a calcolo le circostanze di peso,
di titolo, di tipo, riterrei questa moneta la prima battuta da'
Cattarini dopo la loro sommessione a Venezia, n crederei prender
abbaglio nell'attribuire a quest'epoca stessa, nel 1423 o poco dopo,
il men raro grossetto di Scutari, del quale ci occuperemo in appresso.

Parlando tuttavolta de' grossetti di Cattaro, e toccando
necessariamente di quelli battuti col nome e colla imagine dei re di
Rascia, troppo credo interessare la veneta numismatica il far un
cenno, sia pur di volo, de' pi antichi grossi coniati da que' re a
somiglianza de' veneziani.

 noto come il primo [I[grosso veneziano]I], a cui dassi comunemente
il nome di [I[matapane]I] (nome ch'io vorrei escluso da ogni libro di
numismatica perch adottato soltanto in epoca tardissima dai numografi
ma non ricorrente mai n in documenti sincroni n in memorie di zecca)
fosse coniato sotto la ducea di Enrico Dandolo nel 1202, e si
chiamasse allora [I[ducato]I], nome che poi pass alla prima moneta
d'oro battuta nel 1283 sotto Giovanni Dandolo, e si ragguagliasse a
denari piccoli 26, o secondo il Carli a soli 24, o a 2 soldi. Maestro
Martino da Canale, storico veneziano del secolo XII, la cui
[I[Chronique des Veniciens]I] redatta in antico francese si pubblic
nel vol. VIII dell'Archivio Storico Italiano,  il primo autore che
ricordi la origine di questa bella moneta. [I[Messire Henric Dandle,
li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument
(1202) apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et
fist erraument faire mehailles d'argent por donner as maistres la
sodee]I] (soldo, salario) [I[et ce que il deservoient, que les petites
que il avoient]I] (intendi i denari o piccoli) [I[ne lor venoient enci
 eise. Et dou tens de monseignor Henric Dandle en sa fu comencie en
Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apelle ducat,
qui cort parmi le monde por sa bonte]I] (p. 320).

L'immenso spaccio ch'ebbe nel volger di pochi anni questa nuova moneta
mosse i re di Rascia ad imitarne il tipo; ond'ebbero origine i grossi,
simili a' nostri, di Stefano e del primo Urosio. Di quest'ultimo i
primi serbavano il peso e il titolo de' veneziani, quelli coniati pi
tardi ne serbavano il peso ma n'era molto scemato il titolo. Questa
adulterazione, fatta con tanta malafede da quel re di cui disse Dante

[I[Che male aggiust il conio di Vinegia]I] (Par. XIX, 441)

determin la Repubblica a riguardare come falsi i grossi rasciani, ed
a decretarne formalmente il bando colla seguente terminazione del
1282:

[I[  MCCLXXXII. III Martii in Majori Consilio.]I]

[I[  Capta fuit pars quod addatur in Capitulari Camerariorum
  Communis et aliorum offitialium qui recipiunt
  pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere
  denarios Regis Raxiae contrafactos nostris venetis Grossis,
  si ad eorum manus pervenerint, et si pervenerint
  teneantur eos incidere et ponantur omnes campsores et
  omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri
  a XII annis supra ad Sacramentum, quod inquirant diligenter
  bona fide praedictos denarios, et si pervenerint ad eorum
  manus teneantur eos incidere. Et si alicui personae
  inventi fuerint de praedictis denariis a XII supra,
  quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro
  centenario de omnibus, quod eis inventi fuerint illi
  denarii, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa
  die, vel altera, qua captum fuerit in M. C. quod a XV
  diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat
  poenam praedictam, et medietas poenae sit invenientis et
  medietas Communis, et deveniat in Cameram Communis. Et
  mittantur litterae de praecepto per Sacramentum omnibus
  Rectoribus praeter Comitem Ragugii, et addatur in
  commissionibus illorum Rectorum, qui de caetero ibunt
  propter Dominium, praeter dictum Comitem Ragugii, quod
  omnes denarios praedictos qui ad eorum manus pervenerint
  vel eorum offitialium teneantur incidere vel incidi
  facere, et quod ipsi constringant gentem suam per
  illos modos quibus eis melius videbitur quod praedicti
  denarii non currant per suos districtus, et
  incidantur si invenientur.]I]

Fallita a re Urosio la turpe impresa e scoperta da' Veneziani la
frode, i re di Rascia mutarono il tipo de' grossi loro, staccandolo da
quello de' veneziani.

Fatta questa breve digressione che si lega intimamente colla
numismatica albanese, e che illustra un passo di Dante con una
terminazione del Maggior Consiglio di Venezia, riconduciamoci a
parlare de' grossetti di Cattaro. Dopo il pezzo che ho pi sopra
descritto e che dal tipo e dalla forma de' caratteri, non men che
dalla bont dell'argento, tenni battuto ne' primi anni della veneta
dominazione in quella citt, volsero due secoli prima che un nuovo
grossetto ivi s'improntasse; o almeno non so che alcuno ve n'abbia
anteriore a quello che riport il Nani alla tav. I n. XVII, e sul
disegno del Nani diede ricopiato il Corner. Questo pezzo, comech
moderno, coniato cio fra il 1624 e il 1627 dev'esser di gran rarit
se manca a tutte le ricche collezioni ch'ebbi agio di esaminare,
talch mi fu tolto l'averlo sott'occhi e formarne oggetto d'indagini
pi minuziose. L'esemplare che vediamo inciso nell'operetta del Nani
era conservato nel museo dello stesso autore.

Offre da un lato questa moneta argentea, avente un diametro di
m. 0,017, la imagine stante di S. Trifone coronato di nimbo il capo e
tenente nella dritta la palma del martirio, nella sinistra un castello
turrito e merlato; sporge questa figura nella sua parte inferiore e
nella superiore fuori d'un cerchio di perline oltre cui la leggenda
. COMTAS = CATARI. Il rovescio presenta S. Marco seduto, rivolto alcun
poco alla destra del riguardante ed in atto di scrivere il suo
Vangelo. Oltre il cerchio di perline che attornia la figura gira la
epigrafe . S . MARCVS . VENETUS. Nell'esergo ha uno scudo gentilizio
fra due iniziali . P e M . che indicano il nome di Pietro Morosini
rettore e provveditore di Cattaro dal 1624 al 1627. Le armi sono
quelle della famiglia Morosini. Se il disegno di questa moneta che ci
d il Nani  fedele, come dobbiamo ritenere dal confronto di altri
tipi offertici nelle sue tavole colle monete effettivamente esistenti
ne' nostri musei, dobbiamo confessare che fra tutt'i nummi di Cattaro
questo  senza dubbio singolarmente bello. La figura dell'evangelista
 segnata con pochi tocchi maestri; dignitosa l'aria del volto in
dimensioni s tenui, corrette le pieghe dell'ampio manto che lo
avvolge;  in una parola tal disegno che lo si potrebbe tenere inciso
a Venezia, se troppo forti ragioni non mi consigliassero a restituirlo
alla zecca di Cattaro.

Sappiamo infatti da scrittori e da documenti contemporanei che nel
1627, sotto la reggenza del medesimo Pietro Morosini, furono de'
grossetti ivi allora battuti recati alla zecca nostra. Chi venne
incaricato dell'assaggio di queste monete le riscontr a peggio 238
per marca, ad un titolo cio di molto inferiore al legale. Quale per
si fosse questo titolo legale a cui doveano attenersi gli zecchieri
albanesi, non si pu agevolmente conoscere. La rarit singolare del
pi antico grossetto toglie che s'istituiscano sovr'esso esami
d'assaggio, n d'una moneta di cui si reputa esistere un solo
esemplare dee il numografo valersi, quand'anche fosse sua, per
distruggerla o spezzarla. Tutti sanno quanto dubbioso sia l'assaggio
per semplice tocco, quantunque non alteri sensibilmente la moneta
esaminata; dal tocco la mi parrebbe questa in discorso, d'argento
peggio k. 50 all'incirca, di un titolo cio che s'accosterebbe a
quello de' grossi veneziani, valutato dal co. Mulazzani a Milano a
0,952. N mi fu pure possibile procurarmi alcuno de' mezzi grossetti,
che per occorrono pi frequenti ne' pubblici e privati medaglieri,
comech il semplice tocco accusi la bont di questo spezzato, simile a
quella del suo intero. Vedemmo pi sopra come la Signoria di Venezia,
verificata nel 1627 l'alterazione del titolo de' grossetti di Cattaro,
li richiamasse inutilmente all'assaggio alla zecca nostra, e come poi
andassero del tutto in disuso.

In che rapporto stava per il grossetto all'iperpero? Nel 1420, quando
i Veneziani occuparono il territorio di Cattaro, ducando Tommaso
Mocenigo, il grosso veneto era disceso dal peso originario di k. 11 a
quello di k. 7. 3 71/295; e il suo valore era montato da piccoli 24
ovvero 26 a soldi 4, facendosi all'epoca stessa il soldo di
k. 1. 3 239/295. Il grosso di Cattaro invece, che dal minor suo peso
in confronto del veneziano si disse [I[grossetto]I], corrispondeva a
due terzi di quello, valeva cio ridotto in moneta veneziana denari o
piccoli 32. Ragguagliato invece all'iperpero che vedemmo valutato
grossi veneziani 7, un iperpero valeva grossetti di Cattaro 10 1/2.

[T5] Mezzi Grossetti.

I ragguagli stessi che demmo del grossetto raffrontato al grosso
veneziano e all'iperpero valgono per la sua met. La moneta dunque,
della quale andremo ora ad occuparci, corrispondeva a 2/6 del grosso
veneziano, cio ridotta in moneta nostra valeva piccoli 16; e quando
l'iperpero si valutava 7 grossi veneziani ci volevano necessariamente
21 mezzi grossetti a formare un iperpero. Troviamo talvolta indicato
nelle memorie di zecca questo spezzato del grossetto col nome di
[I[gazzetta]I], nome che suon costantemente pezzo [I[da soldi due]I].
Bisogna quindi ammettere che anche i Cattarini spartissero il loro
grossetto in quattro soldi minori, equivalenti ciascuno a 2/3 del
soldo veneziano; o che l'abitudine de' nostri di chiamar gazzetta la
met del loro grosso, facesse applicare quel nome alla met del
grossetto albanese. Io terrei per la prima supposizione.

Tre variet di tipi, molto fra loro distinti, si conoscono di questa
piccola moneta d'argento, i cui esemplari mi offersero quasi
costantemente un peso di k. 2. 2, bench il loro grado di
conservazione lasci supporre che quella cifra in origine dovess'essere
alcun poco pi alta.

[I[Primo tipo = Mezzo grossetto col S. Marco]I]. Il diritto presenta
l'imagine di questo Evangelista, seduto di fronte, cinto il capo di
corona reale e attorniato di nimbo, tenente nella d. lo stile, nella
s. il Vangelo; dinanzi alle sue ginocchia sorge uno scudo portante le
armi gentilizie del rettore di Cattaro; all'ingiro  la epigrafe . S .
MARCVS VENETVS. (o VENETI.). Il rovescio offre il patrono di Cattaro
in piedi, veduto di prospetto e recante nella destra la palma del
martirio, nella manca una croce; lo circonda la consueta leggenda
. S . TRIFON. = .CATARI. A' suoi fianchi si scorgono tre variet di
sigle ne' diversi esemplari: hanno alcuni F e P, altri ZF e C, altri
finalmente P e D. Spettano le prime a Francesco Pisani rettore e
provveditore di Cattaro nel 1548, le seconde a Zuan Francesco Canal
che vi sedette nel 1551, le terze a Paolo Don che vi copr quella
carica nel 1552; gli stemmi sono su ciascun pezzo corrispondenti a
quelli delle famiglie dei diversi rappresentanti.

[I[Secondo tipo = Mezzo grossetto col leone]I]. Offre nel suo diritto
il leone di S. Marco in soldo chiuso da cerchio di perline, e
sott'esso nell'esergo uno scudo gentilizio; gli corre intorno, fuori
del cerchio, la scritta +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio  simile a
quello del tipo precedente, ma  variato nelle sigle che fiancheggiano
il santo martire, recando altri esemplari A e M, altri Z e L. Le
iniziali e lo stemma de' primi appartengono ad Alvise Minotto che
sedette rettore e provveditore di Cattaro nel 1567; non cos sono
agevoli a determinarsi quelle dei secondi, perch non potei vederne
che il disegno esibitoci dal Nani (tav. I n. XV) tratto da un
esemplare la cui mediocre conservazione non lasciava discernere bene
lo scudo; spettano per fuor di dubbio o a Zuanne Loredan che vi
sedette nel 1590, o al suo successore nel 1592 Zuanne Lippomano.
Questo tipo ricorre nelle raccolte pi raro del precedente, e manca
anzi affatto al Museo Correr.

[I[Terzo tipo = Mezzo grossetto collo stemma]I]. Registro questa
moneta, ch'io mai non vidi, sull'autorit del diligentissimo Nani il
quale la diede nella sua tavola I al numero XVI, traendola
dall'esemplare posseduto a' suoi giorni (1752) nel museo del patrizio
Marcantonio Savorgnan. Il diritto presenta uno scudo bipartito da una
banda trasversale nel cui mezzo  il leone di S. Marco in gazzetta;
all'ingiro dello scudo corre la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Il
rovescio  simile a quello de' due tipi precedenti, sennonch il santo
patrono di Cattaro  fiancheggiato dalle iniziali Z e M. Le armi
figurate nel diritto spettano alla famiglia Magno, un individuo della
quale, Zuanne, era rettore e provveditore a Cattaro nel 1597.

Dalle memorie di zecca sembra che nel 1627 siansi battute gazzette
(che vedemmo equivalere a' mezzi grossetti) in quella citt, le quali
si trovarono da' monetarii della metropoli a peggio 443 per marca. Ma
di questi pezzi non n'esiste alcuno nelle nostre raccolte, che avrebbe
dovuto recare, come il gi riportato grossetto, le iniziali di Pietro
Morosini e gli stemmi della costui famiglia.

[T5] Quattrini?

La singolare scarsezza in cui ci troviamo di memorie della officina
nummaria di Cattaro non mi permette chiamare col vero suo nome la
moneta erosa alla quale, per analogia colle contemporanee della
metropoli e dell'Italia Veneta, d il nome di [I[quattrino]I],
rispondente alla terza parte del soldo, o a quattro piccoli; non per
del soldo veneziano, ma di un minor soldo che avrebbe dovuto
ragguagliarsi alla quarta parte del grossetto albanese. La bassissima
lega che si riscontra ne' pochi esemplari che potei esaminarne, de'
quali uno solo monta al peso di k. 6. 3, laddove gli altri variano da
k. 5 a 6, il sapersi che solamente di rame fu battuto il minimo
spezzato della moneta di Cattaro, il [I[follare]I], l'uso de'
quattrini reso generale a Venezia e ne' suoi possedimenti nel secolo
XV, sono tutte ragioni per cui ho creduto di applicarvi, non senza
titubanza, quel nome. Della quale moneta di lega assai vile, due tipi
diversi, ciascuno con molte variet m'offer la doviziosa raccolta
Correr.

[I[Primo tipo = Senza lo stemma]I]. Al diritto l'imagine stante di S.
Trifone che stringe nella destra la palma, e a' cui lati s'osservano
tre variet d'iniziali, ad eccezione di un esemplare che non ha sigle
di sorta; gira all'intorno la epigrafe SANTVS. TRIFON. Al rovescio il
consueto simbolo di S. Marco, il leone in gazzetta, cinto da un
cerchio di perline oltre cui la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Questi
pezzi sono di una rozzezza singolare ragguardati dal lato dell'arte, e
importanti dal lato storico siccome gli unici coniati sotto il governo
de' [I[conti]I] di Cattaro, che dur dal 1420 al 1480, in cui il
rappresentante della Repubblica assunse la dignit di [I[rettore e
proveditore]I]. Le sigle che vi si riscontrano sono le seguenti:

  A. B. Antonio Boccole, primo conte, dal 1420 al 1422;
  o piuttosto Alvise Bon, dal 1464 al 1466.

  L. B. Lodovico Baffo, 1451 a 1453.

  F. L. Francesco Lippomano, 1477. Di costui dice il Corner
  nel pi sopra citato libretto [I[Catharus]I] etc. p. 91:
  [I[Hic omnium postremus civitatem Catharensem comitis
  titulo administravit, publico enim decreto statutum fuit,
  anno 1480, ut Praesides Cathari deinceps Rectoris
  et Provisoris titulo insignirentur]I].

[I[Secondo tipo = Collo stemma]I]. Il tipo presente  quasi simile al
primo, ma il santo martire, oltre la palma che stringe colla destra,
tiene nella sinistra un castello, simbolo della citt; qui pure
v'hanno, come di consueto, sigle a' suoi fianchi. Nel rovescio ha uno
stemma sotto il leone. Questo pezzo  fra quelli di Cattaro il pi
facile a trovarsi; barbaramente inciso e peggio stampato. Il peso ne
varia straordinariamente, senz'ordine alcuno, talch due esemplari
battuti a tre anni d'intervallo offrono la singolare differenza da
k. 3 a k. 7. 2; differenza che non si saprebbe altramente spiegare se
non facendo riflesso alla imperizia de' monetarii della zecca che mise
fuori questi nummi bruttissimi. Ecco pertanto nel loro ordine di
cronologia i rettori e proveditori di Cattaro, sotto i quali si
coniarono queste monete. Le iniziali rispondono esattamente a' loro
nomi, come del pari rispondono esattamente gli stemmi che vi scorgiamo
delineati, con quelli della famiglia di ciascuno di loro.

  P. T. Priamo Tron, 1488 a 1489.

  IE. O. Girolamo Orio, 1492 a 1494.

  S. C. Sebastiano Contarini, 1501 a 1503.

  P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.

  P. Z. Pietro Zen, 1514 a 1516.

  D. G. Domenico Gritti, 1526 a 1527.

  M. B. Marco Barbo, 1527 a 1528.

  B. V. Benedetto Valier, 1530 a 1532.

  F. S. Francesco Sanudo, 1533 a 1534.

  M. B. Matteo Bembo, 1538 a 1540.

  B. B. Battista Barbaro, 1546 a 1548.

  F. P. Francesco Priuli, 1562 a 1563.

Un'altra moneta della zecca di Cattaro, anzi la pi bella o, per
meglio dire, la meno brutta che vi si battesse, fra quelle da me
effettivamente vedute, credo opportuno collocarla, in via d'appendice,
nella categoria de' quattrini, non potendo essa entrare per lo scarso
suo intrinseco in quella de' mezzi grossetti, n per il peso eccedente
e per esser di lega in quella de' follari di rame. Presenta dall'uno
de' lati il martire S. Trifone, di prospetto, in lunga vesta di
diacono, recante nella destra la palma, un castello od una chiesa
nella sinistra; a' suoi lati le iniziali S e T, ed oltre il cerchio di
perline ond'  avvolta questa figura la leggenda . COMTAS. = .CATARI.
L'altro lato offre, pur di prospetto ed in piedi, S. Marco che nella
manca tiene il Vangelo, e colla dritta benedice; il consueto cerchio
gira intorno alla imagine ed oltr'esso  la epigrafe . S. MARCVS. =
. VENETVS. Le S tanto dell'una quanto dell'altra faccia della moneta
sono tutte a rovescio; nell'esergo a' piedi del S. Marco  uno scudo
bipartito da una fascia orizzontale e fiancheggiato dalle sigle Z e M.
Il diametro del pezzo  m. 0,0205, il peso varia ne' diversi esemplari
da k. 8 a k. 8. 3.  non difficile a rinvenirsi nelle pubbliche e
private raccolte; le sigle del diritto sono agevoli ad interpretare
[I[Sanctus Tryphon]I], quelle del rovescio sono le iniziali del nome
di Zorzi Morosini rettore e provveditore di Cattaro nel 1638, come
pure a questo magistrato spetta lo scudo gentilizio a' cui lati si
mostrano quelle sigle.  dunque la moneta presente l'ultima coniata in
quella zecca.

[T5] Obolo o Follare.

Gli abitanti di Cattaro che serbarono nella loro monetazione il nome
dell'iperpero bisantino, serbarono altres quello di [I[follare]I],
corruzione del [Gr[fllera]Gr], [I[follis aereus]I], detto altramente
dagli scrittori greci de' bassi tempi [Gr[fla]Gr], [Gr[flla]Gr],
[Gr[fles]Gr], e da ultimo [Gr[fllis]Gr] onde il [I[follis]I] latino,
e pi tardi il [I[follaz]I] degli Spagnuoli. Queste monete che
rispondevano al quarto dell'[I[asse]I] romano, vuolsi traessero il
nome [Gr[ap tou flleos]Gr], dal sacchetto di cuojo in cui le si
riponeva, in quella guisa che gli orientali trafficanti cogl'italiani
computavano a [I[borse]I]. Il pi vecchio autore latino in cui occorra
questo vocabolo  Lampridio nella vita di Elagabalo, che al cap. 22
ricorda gli [I[aurei]I], gli [I[argentei]I] ed i [I[folles aeris]I],
del vario valore de' quali ultimi pu consultarsi il Gronovio, [I[de
pecunia veterum]I] l. 4. cap. 13 e 16.

Nel privilegio che accorda a' Cattarini di continuare a valersi della
loro antica officina nummaria, datato 1423, si stabilisce che i due
zecchieri, a' quali lo statuto patrio dava in mano l'amministrazione
di quello stabilimento, v'invigilassero la fabbrica de' [I[follari]I]
di rame. Parlando superiormente di quelle monete a cui diedi, non
senza grave titubanza, il nome di [I[quattrini]I], ammisi la esistenza
di un soldo albanese inferiore al veneziano del quale avrebbe
costituito due terzi. Starebbe nelle medesime proporzioni il
[I[follare]I] in rispondenza al bagattino veneto come 2 a 3. Quanto al
peso, sappiamo che la zecca di Cattaro non si tenne soverchiamente
esatta nel taglio de' pezzi da monetare; cos pu spiegarsi la variet
d'esso ne' diversi pezzi di rame che andr enumerando, a' quali soli
pu spettare quel nome o l'altro d'[I[oboli]I], pur impiegato da'
Greci ad indicare il minimo spezzato della moneta, quantunque nel
medio evo la voce [I[obolo]I] fosse usata in Francia a rappresentare
anche una moneta d'oro, onde venne il nome [I[obolus aureus]I].

Ma che avr io a dire di quella piccola ma grossissima moneta di rame
uscita nel declinare del secolo XV dalla zecca cattarina, di cui un
solo esemplare  a mia notizia, conservato nel Museo Correr? Questa
moneta, avente il tenue diametro di m. 0,018 e l'ingente peso di
k. 20. 3, avrassi a riguardare un semplice follare, o un follare
doppio, o fors'anche un mezzo grossetto in rame? Fino a che non si
metta in miglior luce la storia di quella zecca, i cui documenti
mancano quasi affatto agli archivii veneti, siami lecito avvisare in
questo curioso pezzo un capriccio di zecca, uno di que' capricci de'
quali ci porge tanti esempii la zecca nostra; voglio dire un semplice
follare battuto s'un pezzo di rame di peso eccedente. Eccone pertanto
la descrizione.

Nel diritto  la consueta rappresentazione del santo patrono di
Cattaro, intorno a cui gira la leggenda SANTVS TRIFON, e a' cui lati
le sigle F e L. Nel rovescio intorno al leone di S. Marco in gazzetta
 la epigrafe S. MARCVS VENETI. I caratteri sono gotici. Le sigle F e
L, non accompagnate da scudo gentilizio rendono incerto se questo
pezzo spetti a quel Francesco Lippomano che fu l'ultimo governatore di
Cattaro insignito del titolo di [I[conte]I] e che vi sedette dal 1477
al 1480, del quale ho pi sopra riportato il quattrino, o meglio a
Francesco Lion che vi fu rettore e provveditore dal 1485 al 1486.

Appartengono peraltro fuor d'ogni dubbio alla classe dei follari di
rame quelle piccole monete aventi un diametro medio di m. 0,015 che
recano dall'un de' lati il solito tipo di S. Trifone colla leggenda
all'ingiro S. TRIFO (o TRIFON) CATARI e a' fianchi del Santo varie
iniziali de' rettori; dall'altro il S. Marco in soldo rinserrato da un
contorno quadrangolare con quattro stelline agli angoli, e
negl'interstizii fra il quadrato stesso e il contorno della moneta le
sigle S, M, V ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) e in quello inferiore
uno scudo gentilizio. Vario  il peso degli esemplari, cio da k. 2. 3
a k. 6. Riporto in ordine cronologico i rappresentanti della
Repubblica a Cattaro sotto il cui reggimento si coniarono
successivamente i [I[follari]I], esistenti quasi tutti nel Museo
Correr, avvertendo che gli stemmi corrispondono appieno con quelli dei
loro casati.

  * sopra Z (ovvero Z), e S = Zaccaria Salamon, 1569 a 1570.
  Costui sostenne eroicamente la piazza contro il corsaro
  Barbarossa che ne avea intimata la resa, e la conserv
  incolume a Venezia.

  * sopra V, e C = Vincenzo Canal, 1581 a 1583.

  * sopra A, e G = Andrea (secondo il Corner, Antonio
  secondo il [I[Libro Reggimenti]I]) Gabriel, 1586 a 1588.

  Z sopra F, e B = Zuan Francesco Bragadin, 1604 a 1606.

  T e C = Tommaso Contarini, 1606 a 1608.

  . . . . . . = Girolamo Molin, 1634 a 1636 secondo il Corner,
  ovvero Antonio Molin, 1637, secondo il [I[Libro Reggimenti]I].
  Ne' quattro esemplari che di quest'ultimo tipo possede
  il Museo Correr  impossibile riconoscere le sigle del
  diritto, laddove  evidentissimo lo stemma dei Molin. Anzi qui
  giova aggiungere che tutti e quattro gli esemplari sono recusi
  su que' piccoli pezzi di rame che si battevano a Venezia ne'
  primi anni del secolo XVII e che portavano dall'un de' lati il
  busto della Vergine attorniato dalle iniziali
  * R * C * L * A * ([I[Regina Coeli Laetare Alleluja]I]),
  e che furono fabbricati in gran quantit dalla zecca
  nostra specialmente negli anni 1626 e 1632.

Riassumendo pertanto, prima di dipartirci delle monete di Cattaro, la
enumerazione de' singoli conti e rettori che vi improntarono il loro
nome o i loro stemmi, li registriamo nell'ordine cronologico,
apponendo a ciascuno il numero che occupa nella serie, quale ce la
lasci Flaminio Corner, l'anno della elezione, e la qualit della
moneta.

  1. Antonio Boccole, 1420. [I[Grossetto senza sigle]I]. (?)

  16. Lodovico Baffo, 1454. [I[Quattrino, 1. tipo]I].

  21. Alvise Bon, 1464. [I[Quattrino, 1. tipo]I].

  26. Francesco Lippomano, 1477. [I[Quattrino, 1. tipo]I].

  29. Francesco Lion, 1485. [I[Follare di peso eccedente]I]. (?)

  31. Priamo Tron, 1488. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  34. Girolamo Orio, 1492. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  44. Sebastiano Contarini, 1501. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  58. Domenico Gritti, 1526. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  89. Marco Barbo, 1527. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  64. Benedetto Valier, 1530. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  63. Francesco Sanudo, 1533. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  67. Matteo Bembo, 1538. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  72. Battista Barbaro, 1546. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  73. Francesco Pisani, 1548. [I[Mezzo grossetto, 1. tipo]I].

  75. Zuan Francesco Canal, 1551. [I[Mezzo grossetto, 1. tipo]I].

  76. Paolo Don, 1552. [I[Mezzo grossetto, 1. tipo]I].

  82. Francesco Priuli, 1562. [I[Quattrino, 2. tipo]I].

  85. Alvise Minotto, 1567. [I[Mezzo grossetto, 2. tipo]I].

  86. Zaccaria Salamon, 1569. [I[Follare]I].

  93. Vincenzo Canai, 1584. [I[Follare]I].

  95. Andrea Gabriel, 1586. [I[Follare]I].

  97. Zuanne Loredan, 1590, ovvero

  98. Zuanne Lippomano, 1592. [I[Messo grossetto, 2. tipo]I].

  101. Zuanne Magno, 1598. [I[Mezzo grossetto, 3. tipo]I].

  104. Zuan Francesco Bragadin, 1604. [I[Follare]I].

  105. Tommaso Contarini, 1606. [I[Follare]I].

  114. Pietro Morosini, 1624. [I[Grossetto citato dal Nani]I].

  119. Girolamo Molin, 1634. [I[Follare]I].

  124. Zorzi Morosini, 1638. [I[Quattrino colla imagine
  di S. Marco]I].

[T4] SCUTARI.

Ceduta nel 1404 dal suo signore Giorgio Balischio alla Repubblica
Veneta, questa vi tenne un [I[conte e capitano]I], a cui pi tardi si
aggiunse il titolo di [I[provveditore in Albania]I]. Stretta da
formidabile assedio dagli Ottomani nel 1474, mentre Antonio Loredan in
nome di Venezia la reggeva, Scutari fu difesa con eroico coraggio da'
nostri; sappiamo infatti del Loredan che alla popolazione, per manca
vettovaglia affamata, offeriva a cibo le proprie carni purch
all'impeto degli infedeli non si cedesse. E infatti brevi d erano da
quest'atto generoso trascorsi, quando Pietro Mocenigo sbloccava la
minacciata citt. Non  di questi cenni il parlare di quella memoranda
difesa, n come il Governo Veneziano rimeritasse il capitano che
l'avea sostenuta. In que' preziosi [I[Annali Veneti]I] dal 1457 al
1500, scritti da Domenico Malipiero e compendiati da Francesco Longo,
che il conte Agostino Sagredo donava all'Italia nel 1843 inserendoli
nell'[I[Archivio Storico Italiano]I] che il Vieusseux dirige e
pubblica a Firenze, sono a vedersi le lettere colle quali la
Repubblica ringraziava il Loredan del suo generoso operare, lettere
che non saprei se pi onorano quell'eroe o la Repubblica che s
degnamente ricompensava le magnanime azioni de' suoi prodi figliuoli.
Ma pur troppo! il sangue versato a Scutari nella sua difesa poco le
valse, perch nel 1477 i nostri furono da invincibili circostanze
costretti a cedere ai Turchi quella piazza, molti de' cui abitanti
cercarono asilo nella dominante.

Che Scutari nel sec. XIV, anzich passasse dal governo de' re di
Rascia a quello del Balischio, avesse propria zecca, non oserei
asserire.  bens vero che abbiamo grossi del re Costantino recanti da
un lato la imagine di questo monarca, dall'altro quella di S. Stefano
patrono di essa citt; de' quali grossi uno fu pubblicato dal Nani
nella pi volta citata operetta, alla tav. I n. II. Che pi tardi vi
si battesse moneta, quando cio cadde in potere de' Veneziani, si
hanno fondamenti abbastanza validi per negarlo. Nessun cronista
ricorda che zecca vi esistesse nel secolo XV, non ne parlano documenti
di sorte; e le monete stesse improntate col nome di quel comune si
mostrano ne' loro tipi barbarici fattura della officina monetaria di
Cattaro. Basta confrontare un grossetto di Cattaro, come sarebbe
quello rarissimo del Museo Correr che ho descritto, con altro
grossetto di Scutari per convincersi dell'identit della fabbrica di
quelle due monete che pajono uscite dalla stessa mano. Quanto poi al
loro peso ed al titolo, sono perfettamente uniformi. Talch io credo
poter francamente asserire che Scutari per la propria monetazione si
valesse sempre della zecca di Cattaro; e che in ambedue queste piazze
corresse l'uguale moneta, o il grossetto ragguagliato a 2/3 del grosso
veneziano.

 quel grossetto l'unica moneta scutarina ch'io sappia battuta sotto
il dominio de' nostri. Il diametro n' di m. 0,020. Offre da un lato
il patrono della citt, in piedi e veduto di prospetto, nimbato e
coperto di lunga vesta da diacono, recante nella destra l'incensiere,
un libro nella sinistra; lo attornia la epigrafe S. STEFANVS :
SCVTARENSI (ovvero SCVTARENSIS). La iscrizione esce da un cerchio di
perline che gira intorno alla figura del santo, la quale in qualche
pi raro esemplare  pur serrata da due archetti di cerchio, come il
Redentore ne' nostri zecchini. A' lati del Santo v'hanno alcune
iniziali che spiegheremo frappoco. Questa rappresentazione del
protettore di Scutari  quella medesima che ci offrono le monete di
questa citt coniate sotto il governo de' re di Rascia, e la
somiglianza de' due tipi ci muove a ritenere che anche i pi antichi
nummi scutarini siansi battuti nella zecca di Cattaro. Il rovescio
reca il leone in gazzetta rinserrato da un cerchio di perline, oltre
il quale  la leggenda . S . MARCVS : VENETIARUM : [Gr[G]Gr] C :
(ovvero 7 C :). Le sigle del diritto, delle quali conosco tre variet,
che incontrai ne' quattro esemplari che di questo raro grossetto serba
il Museo Correr, ci danno il nome de' conti e capitani durante il cui
reggimento furono improntati i varii pezzi. Eccone la spiegazione:

  B e C = Bertucci Civran, 1436.

  P e M = Paolo Morosini, 1438.

  F e Q = Francesco Querini, 1442.

[T4] ANTIVARI.

Ma fuor di dubbio fu battuto a Venezia il bagattino di puro rame o
d'ottone di Antivari. Questa bella citt d'Albania tennero i
Veneziani, che vi mandarono a reggerla un podest a biennio, dal 1405
sino al 1571, nel qual anno Alessandro Don la cedeva mediante
capitolazione a' Turchi, e reduce in patria veniva, come perpetratore
d'atto codardo, punito. Ma la pace conchiusa fra la Repubblica e la
Porta nel 1573, fiss per sempre le sorti di Antivari, incorporata
d'allora ne' possedimenti dell'impero ottomano.

Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la
terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che
abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non  a dubitare, dalla
semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta
nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini
delle singole citt dalmate, cio gli ultimi anni del secolo XV o i
primi del successivo.

Questa moneta, non facile a trovarsi bench il Museo Correr ne posseda
tre esemplari, mi si offr di due soli tipi, fra loro distinti da
lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro
n' costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a
cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi
piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG .
ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in
soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale  la leggenda
+ . S. MARCVS . VENETI. La variet che si rimarca in alcuni esemplari
 la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.

Le osservazioni fatte sui bagattini, allorch dissi di quelli coniati
per le citt della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha
comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicch ritengo inutile
il soffermarmi davvantaggio a parlarne.

[T4] DULCIGNO.

Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e pi tardi
dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due
anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in
quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon
fece di monete battute per questa citt da' nostri. Ed infatti nella
sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue
lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le
singole comunit dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di
[I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo per
confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che
non vidi in alcuna raccolta, n trovai in alcun libro citata. Fino a
tanto quindi che s'abbiano dati pi certi per ritenere la esistenza di
questo pezzo, siami lecito il dubitarne.

[T4] ALESSIO.

Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta
da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica
fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel
1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon cit parimente, in un
colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui
autorit credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo
pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi,  quel bagattino di Lesina
che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di
conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome
della citt d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio
illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa
imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di
sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.

E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la
numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie
indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano
il Levante Veneto.



[T1] II. LEVANTE VENETO.

Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que'
territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte
dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e
Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per
dedizioni spontanee, padroni della maggiore e pi bella parie delle
coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte
isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII
fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome,
coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca
la storia nostra, si comprender di leggeri come il nome di [I[Levante
Veneto]I] avesse nelle varie et pi o men ampio senso. Allorch
Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignit
d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I],
emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero
d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di
Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la
Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che
aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla
met di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e pi tardi varii porti
della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul
declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella
penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco.
Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del
Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il
nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I]
di Corf, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza,
subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo
corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I].
Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui
dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari
marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in
appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti,
il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella,
sommava a 150,000.

Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie
epoche perch avessero corso nel loro Levante, questa seconda
categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver
corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della
Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e
per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta
che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete
ossidionali, mi parvero meritare due classi a s. I nummi de' quali ci
occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno
eccettuato, nella metropoli.

[T5] Tornese.

Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea,
le quali tutte passarono in propriet del dott. Costantino Cumano di
Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta
luce su quella moneta che s frequenti volte s'incontra ne' documenti
nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarit,
anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille
supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verit.
Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non
attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera
inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene
nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiunger
copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de'
tornesi e sull'epoca della loro durata.

Io so bens che il chiaro senso della terminazione del Maggior
Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee
che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I],
[I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente
condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il
tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli
altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son
conosciuti. Ma nullameno  officio di coscienzioso scrittore
l'attribuire la priorit d'una scoperta in qualsivoglia ramo del
sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti
studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta
moneta.

Il ritrovamento, di cui toccai pi sopra, fu di una massa
considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S.
Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di
Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene,
somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da'
francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a
quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regn dal 1226 fino al 1270.
Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti,
di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche
duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a
stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a
verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignit
d'Imperatore.

"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di
Chiarenza, citt capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo
che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale
favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da
tutte le citt mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato
avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza,  verosimile che i
Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato
fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno
analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome
di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."

A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci
occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco
Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fior intorno al 1335, la
cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia
dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di
Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del
comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo
del Pegolotti:

[I[  In Chiarenza (]I]Acaja[I[) e per tutta la Morea vanno
  a perpero (]I]iperpero[I[) sterlini 20. E gli sterlini
  non vi si vendono n vi si veggiono (]I]cio sono moneta
  meramente ideale[I[), ma spendonvisi torneselli piccioli
  che sono di liga d'once 2 e 1/2 di argento fino per
  libbra ed entrano per libbra soldi 33, denari 4 a conto.
  E ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano
  per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso veneziano
  di zecca di Vinegia, e gli 7 grossi un pipero (]I]iperpero[I[).
  La moneta di Chiarenza chiamasi tornisella picciola.]I]

Da questo importantissimo passo del Pegolotti rileviamo agevolmente il
titolo e il valore de' tornesi. Quanto al primo, avendovi in una
libbra d'argento once 2 e 1/2 di fino cio k. 360, avremo in una marca
di fino k. 240 e di peggio k. 912. Quanto al valore,  non meno
agevole determinarlo. Se l'iperpero equivale a 20 sterlini, e lo
sterlino a 4 tornesi, 80 tornesi formeranno l'iperpero. Lo sterlino
corrisponde altres ad un terzo del grosso veneziano, dunque il
tornese si raggualier ad 1/12 del detto grosso. Sappiamo che dalla
met del secolo XIV in poi il grosso si valut 4 soldi di nostra
moneta, cio 48 bagattini; perci lo sterlino uguagliava 16 bagattini,
e 4 bagattini il tornese. A questo titolo ed a questo valore
corrispondono infatti i nummi di cui ci occupiamo.

Quando ne impresero i Veneziani lo stampo? Vedemmo come il Cumano
saviamente opini che incominciassero al cessare la zecca di Chiarenza.
Gli  vero per che in pi antiche memorie ne troviamo menzione. Si
cita infatti la terminazione del 1287 contenente provvedimenti qui
fatti e discipline pe' cambiatori di tornesi; si cita il viaggio di
Marco Polo, scritto da Rusticiano da Pisa nel 1298, al capitolo XV
della Parte II (p. 90-91 della mia edizione), dove parlandosi della
banca fondata da Cubilai Caan a Cambaluc (Pechino) vi si nominano gli
assegnati del valore di [I[mezzo tornesello]I], di un [I[tornesello]I]
ecc. Io per credo non per altro citarvisi questa moneta se non per la
voga grandissima ch'ebbe in Oriente nel secolo XIII messavi in corso
da' Francesi per le loro colonie. Ma il primo tornese veneziano
effettivamente esistente  quello di Andrea Dandolo. Passiamo
senz'altro alla descrizione di queste monete.

Sono piccoli nummi di lega al titolo suindicato, varianti nel peso da
k. 2. 3 a k. 3. 2, del diametro di circa m. 0,015. Nel campo del
diritto offrono una piccola croce chiusa da un cerchietto oltre cui
sta il nome del doge. Nel rovescio il leone alato accosciato sulle
zampe posteriori, e pi tardi il S. Marco in soldo parimente chiuso da
un cerchietto, ed oltr'esso la leggenda + VEXILIFER VENETIAR. Vedremo
tuttavolta questo tipo variare nel secolo XV dopo la ducea di Tommaso
Mocenigo. Seguiamo ora la serie cronologica de' dogi de' quali si
conoscono i tornesi, o de' quali si hanno fondamenti per sospettarne
la esistenza.

[I[Andrea Dandolo]I]. Un solo esemplare del tornesello di questo doge
rinvenne il Culmino fra' trovati in Morea. Non posso peraltro
accordami con quest'erudito nell'assegnare ch'ei fa ad epoca pi
antica il tornese che ha dalle due parti ripetuto il rovescio, nella
qual moneta non saprei ravvisare che un inconcludente capriccio dello
zecchiere.

[I[Marino Falier]I]. Del Falier non si conosce il tornese, n abbiamo
alcuna memoria di zecca per crederlo veramente coniato.

[I[Giovanni Gradenigo]I]. Due tornesi ne trov il Cumano; come di

[I[Giovanni Dolfin]I], uno solo.

[I[Lorenzo Celsi]I], gliene offr 6 esemplari.

[I[Marco Corner]I]. Prima dello scavo 1849, che diede 10 tornesi di
questo doge, si credeva egli il primo che avesse battuto questa
moneta, e ci sulla fede del Carli (vol. I p. 414) che la descrisse
com'esistente a' suoi giorni presso Gaspare Negri vescovo di Parenzo.
Lo Zon riportandola, sull'autorit stessa (p. 34), osserva a tutta
ragione questo fatto, che il tipo de' tornesi anticip la riforma
della rappresentazione del S. Marco eseguita poi nel soldo o marchetto
di Andrea Contarini, quando si tralasci il disegno, introdotto
trentasei anni innanzi, del leone in piedi, senz'ali, col nimbo
intorno al capo e collo stendardo, per sostituirvi quello che port il
nome di [I[S. Marco in soldo]I], dalla prima moneta [I[della
metropoli]I] su cui fu improntato.

[I[Andrea Contarini]I]. Sotto il costui ducato trovo nel Capitolare
delle [I[Broche]I] le pi antiche prove che i tornesi si battevano
nella zecca veneta. Una terminazione del M. C. concede il 24 agosto
1376 il permesso di recarsi ad Alessandria ad un Filippo Bon [I[scriba
ad tornesellos]I]. Il 23 maggio 1377 si accresce il salario agli
[I[ourerij dei torneselli]I]; il 27 agosto successivo si permette
d'assentarsi ad un Dionisio Maser [I[scriuan ai torneselli]I], e il 16
settembre 1381 si diminuisce lo stipendio del pesatore [I[ad
tornesellos]I]. Men rara delle precedenti  questa moneta del
Contarini, ch'esisteva gi nelle collezioni Gradenigo, Correr ed alla
Marciana, e di cui il Cumano rinvenne circa 100 esemplari con qualche
variet.

[I[Michele Morosini]I]. Se ne trovarono nello scavo 1849 due
esemplari.

[I[Antonio Venier]I]. Il tornesello di questo doge era anche per lo
passato non difficile a rinvenirsi. Due esemplari n'erano nella
raccolta Gradenigo, altro ne citava il Carli (vol. I p. 415) dandone
il disegno nella Tav. IX n. 8, due ne ha la Marciana, 4 il Museo
Correr. Il Cumano ne trov intorno a quattro centinaja. Il Capitolare
delle [I[Broche]I] riporta una terminazione presa il 13 gennajo 1384
([I[more veneto]I], cio 1385) in Pregadi che decreta [I[emi argentum
et rame et alia necessaria, et fieri torneselos. Factis quoque et
habitis per provisores dictis torneselis, debeant subito, sicut
habebunt ipsos, ordinate dare et consignare dictos torneselos
camerariis nostri comunis, qui camerarii teneantur et debeant recipere
et conservare dictos torneselos ac scribere per ordinem et distincte
receptionem ipsorum sicut faciunt alios introitus nostri comunis, de
quibus quidem tornesellis dominium nostrum disponere debeat prout pro
nostro comuni melius et utilius apparebit]I].

Un'altra terminazione, pure del Senato, sancita il 25 del mese stesso
cos stabilisce: [I[Quod in Cecha nostra cuduntur Marchae XII. milia
tornesellorum annuatim pro quibus comune nostrum recipit de utililate
ad summam IIII.m. Vadit pars pro comodo et bono agendorum nostrorum
quod istae marchae XII.m., sicut cudentur de tempore, ponantur apud
provisores nostri Comunis. Quae marchae XII.m. ascendunt ad summam
ducatorurn XIIII.m]I]. Dalle quali parole rileviamo qual ingente massa
di torneselli si monetasse sotto il doge Venier. E finalmente nel 1394
leggiamo in una parte del M. C. il nome de' coniatori di queste e
delle altre monete d'argento della Repubblica... [I[Laurentio et
Marcho fratribus Bernardi Sexto intajatoribus feramentorum monetae qui
operantur pro faciendis grossis, soldinis, parvulis et tornesis]I].

[I[Michele Steno]I]. L'unico esemplare da me veduto di questo
tornesello  quello conservato nella Raccolta Correr. Altro ne
troviamo citato com'esistente nella collezione Gradenigo (Zanetti II,
176 n. 76). Il Cumano ne trov 8 altri. Non mancano sotto questo doge
memorie della loro fabbrica nella zecca nostra. Infatti occorre in una
terminazione del Senato 25 settembre 1404 il [I[massarius
tornesiorum]I], e in altra del M. C. 18 marzo 1410 si ricorda
[I[Jacobellus Nigro scriba ad officium monetae tornesellorum]I].

[I[Tommaso Mocenigo]I]. La massa di queste monete che venne in
propriet del Cumano non aveva che due esemplari col nome di lui.
Certo  tuttavia che sotto la sua ducea non fu la nostra zecca nel
loro stampo meno operosa di quello che lo sia stata sotto il Venier,
perch dal Capitolare delle [I[Broche]I] sappiamo che, gi soppresso
nel 1404 il massaro ai torneselli, fu nuovamente restituita quella
carica il 30 aprile 1416, non per coll'antico nome, ma aggiungendo un
terzo massaro ai due dell'argento. Forse il tesoretto scoperto nel
1849 in Morea fu occultato sotterra negli anni in cui visse questo
doge, perch non vi si rinvennero monete d'epoca a lui posteriore.

[I[Francesco Foscari]I]. La esistenza del tornese di questo doge,
quantunque finora sconosciuta a' numismatici come pure di quello di
alcuni de' suoi successori,  provata da documenti e perfino da' pezzi
stessi che si trovano, comech assai rari, nelle nostre raccolte. Nel
pi volte citato Capitolare delle [I[Broche]I] si ordina il 20
decembre 1424 la provvista di [I[rame per far tornesi e pizoli da
Venesia]I]. E che siansi effettivamente eseguiti lo prova quel nummolo
di biglione mal conservato che dalla collezione Pasqualigo pass alla
Marciana, del peso di k. 2 poco meno, atteso il suo cattivo stato, che
reca il tipo de' precedenti, mutato per nella leggenda che in luogo
d'essere la ordinaria VEXILIFER VENETIAR.  questa + S . MARCVS .
VENETI. Lo Zon l'aveva erroneamente preso per un [I[mezzo soldo]I].

[I[Pasquale Malipiero, Cristoforo Moro, Nicol Tron, Nicol Marcello,
Pietro Mocenigo, Andrea Vendramin]I]. Sotto questi dogi non trovo
menzione alcuna de' tornesi, n conosco alcuna loro moneta alla quale
si possa applicare quel nome. Forse ai bisogni de' sudditi veneti nel
Levante era sufficiente la enorme massa coniatane dai loro
predecessori. Certo  che nel 1476 abbondavano ancora in quelle
colonie, se alcuni speculatori genovesi aveano formato il progetto di
ritirarne una somma di diecimila da Candia per indi estrarne
l'argento; il che venuto a cognizione della Signoria di Venezia, fu
spedito ordine dal Consiglio de' Dieci al residente di Candia, il 29
maggio dell'anno stesso, che impedisse si esportassero da quell'isola
[I[turnesios Levantis]I].

[I[Giovanni Mocenigo, Marco Barbarigo]I]. Nemmeno sotto il governo di
questi due dogi hassi memoria che si coniassero tornesi.

[I[Agostino Barbarigo]I]. Il 28 agosto 1487 il C. X. stanziava la
legge seguente: [I[Che j ourieri de qua in auanti abino marchetti
quatro per marcha de tornexi si come j aueano da prima]I]. Ecco dunque
ripreso in quell'anno lo stampo dell'abbandonata moneta. E quattr'anni
dopo andava a parte la terminazione seguente:

[I[  1491, 13 lujo, in C. X. cum Add.]I]

[I[  . . .  E simelmente sia fato di tornexi ala suma
  e valor de ducati zentozinquanta per la cit de Modon,
  de quali el populo e i zitadiny patiscono massima nesessita,
  e le monede nesessarie per i aiti tornexi da esser fati
  siano tegnude per la zita de Modon.]I]

Il nome di tornesi deve spettare a quelle monetine d'Agostino
Barbarigo, del peso di k. 2. 2 o poco meno, del diametro di m. 0,011,
battute in biglione, che recano dall'un de' lati il nome del doge che
gira intorno ad una croce, qualche volta chiusa da cerchietto, e al
rovescio offrono il consueto S. Marco in gazzetta pur chiuso da
cerchio oltre cui la leggenda + S . MARCVS . VENETI. Degli esemplari
che ne ho veduti, quasi tutti della pi bella conservazione, uno
esiste nella Marciane, 3 nella Raccolta Correr, 1 nell'I. R. Gabinetto
Numismatico di Milano, ed un altro finalmente nel medagliere
dell'Ambrosiana colla epigrafe del rovescio variata cos + SANCTVS.
MARCVS. V.

[I[Leonardo Loredan]I]. L'ultima notizia che ho trovato di questa
piccola moneta nelle memorie di zecca  la terminazione che segue:

[I[  1505. 31 Mai, in C. X. cum Add.]I]

[I[  Quod auctoritate hujus Consilii captum et deliberatimi
  sit quod cudi debeant in Cecha nostra ad praesentem usque
  ad summam ducatorum mille tornesiorum, necessariorum
  pro fabricis locorum nostrorum partium Orientis, et quod
  dentur extra, sicut deliberabitur per Dominium nostrum
  cum Collegio, juxta opportunitatem locorum praedictorum.]I]

Se il tornese del Loredan  veramente la moneta di questo doge alla
quale ho applicalo quel nome, siccome l'unica che mi parve
corrispondervi pel suo titolo e pel suo peso,  notabile come se ne
scostasse il tipo dai precedenti. Il peso degli esemplari che ne
esaminai varia da k. 2 a k. 2. 2, il diametro  di m. 0,015. Offre nel
campo del diritto la figura stante del doge che tiene il vessillo, e
intorno a cui  la scritta . LEONAR . LAVREDAN .; il titolo DVX  in
caratteri verticalmente disposti lungo l'asta; dietro al doge le sigle
BM in alcuni esemplari, ed in altri AB. Nel rovescio il San Marco in
soldo attorniato dalla consueta leggenda + . S . MARCVS . VENETI . 
chiuso in un ornamento di perline quadrilobato. Due esemplari di
questo nummo erano presso il Gradenigo (Zanetti vol. II, p. 184, n.
134 e 135), altro  nella Marciana proveniente dal Pasqualigo, due
altri n'esistono nella Raccolta Correr.

[T5] Grossetto per navigare.

Governante ancora la Repubblica Agostino Barbarigo, un'altra moneta
divideva co' tornesi il molto favore che da due secoli e mezzo aveano
questi ultimi acquistato ne' Veneti possedimenti; vo' dire il
[I[grossetto per navegar]I]. Il decreto che ne ordina lo stampo,
essendo esso pure inedito, e fissando l'epoca di questo pezzo, che lo
Zon attribuiva erroneamente al 1489 circa (p. 40), tengo non inutile
il riportarlo;

[I[  1498, die XVI, martii C. X. cum Add.]I]

[I[  Quod auctoritate hujus Consilii captum sit et ita
  concedatur licentia, civibus et mercatoribus nostris
  tantum, possendi ponere in Cecha nostra argenta ad
  summam in totum marcharum sex mille cuneandarum in
  grossetis ad rationem librarum XXXIII pro qualibet marcha,
  quae capiat numerum centum sexaginta quinque grossetorum,
  quae omnis pecunia sit pro navigando tantum. Stampa vero
  ipsorum grossetorum ex omnibus illis, quae per
  Capita ordinabuntur magistris stamparum habeant elligi
  et fieri sicut videbitur et ordinabitur per
  Serenissimum Principem Dominum nostrum et Capita hujus
  Consilij.]I]

Da questa terminazione del C. X. raccogliamo il valore ed il peso
della moneta in discorso. Se infatti si voleva che ogni marca desse 33
lire, cio 165 grossetti, ne segue che il valore d'ogni grossetto
doveva esattamente rispondere a soldi quattro. E quanto al peso d'ogni
pezzo, aveva ad equivalere necessariamente a k. 6. 3. 51/55. Ma la
eccedente sproporzione del grossetto in confronto alla lira
[I[moceniga]I], il cui peso si era stabilito nel 1484 di k. 32, lo
fece ben presto salire al prezzo di soldi 5, o [I[mezzo marcello]I].

Il grassetto per navigare ha un diametro di m. 0,020 ed  affatto
simile nel tipo del diritto alla lira moceniga, ma in proporzioni
minori; offre cio alla sinistra del riguardante la figura di S. Marco
in piedi che porge al doge che gli sta dinanzi genuflesso il vessillo,
lungo la cui asta  in lettere verticali scritto DVX; gira intorno
alle due figure la leggenda S. M. VENETI = AVG. BARBADICO. Il rovescio
invece  il medesimo del [I[marcello]I] di Pietro Mocenigo, in
proporzioni parimente minori; reca cio la imagine del Redentore con
aureola alla greca e seduto in ricco trono, di prospetto, tenendo
nella manca il Vangelo e benedicendo colla diritta. A' suoi lati le
sigle IC e XC, e all'intorno la epigrafe GLORIA . TIBI . SOLI;
nell'esergo le iniziali . I . P . di sconosciuto massaro.

Mal s'appose il Gradenigo nell'attribuire a questa non ovvia moneta il
nome di mezzo matapane (Zanetti, vol. II, p. 181, n. 120). Ci non dee
farci meraviglia, perch il Gradenigo battezz [I[matapani]I] tutt'i
[I[marcelli]I]. Lo Zon lo chiam del suo vero nome (p. 40), ma
s'ingann nel credere che andassero i grossetti a 34 lire per marca,
invece di 33, e nel fissarne il peso in grani 27. 9/85.

Non per i soli tornesi ed i grossetti avevano buono spaccio in
Levante, ma ed i soldini o marchetti, comunissima moneta battuta per
aver corso nella dominante, moneta cos generalmente nota che tengo
ozioso il descriverla. E solo a provarne il corso, resosi in sul
cadere del secolo XV universale in que' possedimenti oltremarini,
riporter la seguente terminazione:

[I[1493. 30 Aprilis, in C. X. cum Add.]I]

[I[  Quod satisfiat petitioni illustrissimi Domini Ducis
  Saxoniae ut in Cecha nostra ad nomen suum cudi possint
  march C. argenti in marchetis nostris consuetae
  stampae pro expendendum ad minutum pro ista profectione
  sua et suorum ad Sanctum Sepulcrum, qui dentur
  Excellenti su.]I]

Tanta dunque era la voga delle monete veneziane in Oriente, che il
duca di Sassonia le preferiva a tutte le altre nel muovere al viaggio
di Terrasanta!

[T5] Ducato delle Galee.

Trovo nelle vecchie memorie di zecca menzione di un [I[ducato delle
galee]I] da venete lire 6. 4, stampato in argento nel 1570. A
quest'epoca non s'incontra veramente moneta alcuna di quel valore, ad
eccezione del conosciutissimo [I[ducato d'argento]I] il cui stampo si
decret il 7 gennajo 1561 dal doge Girolamo Priuli. Ma in questo caso,
perch dargli il titolo di [I[ducato delle galee]I], se lo sappiamo,
dal tenore di quel decreto, espressamente battuto per i bisogni del
commercio della metropoli?

Nemmeno pu applicarsi quel nome alle [I[Giustine]I] che soglionsi
chiamare [I[maggiori]I]. Il loro valore  chiaramente espresso
nell'esergo del rovescio di tali pezzi in soldi 160, o lire 8, e non
si concilia quindi col valore del [I[ducato delle galee]I].

In mezzo a tanta incertezza, sarei inclinato a ritenere in quelle
memorie di zecca un abbaglio non difficile a ravvisare. Credo che non
d'altra moneta vi si parli se non della [I[Giustina minore]I],
propriamente detta [I[ducatone]I], recante nell'esergo del rovescio la
cifra 124, che appunto corrisponde alle lire 6. 4. Quanto all'anno nel
quale s'imprese a batterla, pot un malaccorto annotatore de' libri di
zecca confonderne la origine con quella de' pezzi di lire 2, o soldi
40, improntati la prima volta nel 1571 dopo la battaglia delle
Curzolari e recanti similmente la imagine di S. Giustina. Perch poi
lo si chiamasse [I[delle galee]I], anche ci  agevole a spiegarsi;
non perch destinato a correre ne' possedimenti d'oltremare, o a
stipendiare gli equipaggi della flotta, ma perch nel campo su cui
spicca la figura di quella martire si volle effigiare il mare agitato
e due [I[galee]I] che lo navigano, a ricordanza della grande vittoria
navale a cui deve l'origine quel tipo nummario.

Dalle quali osservazioni mi giova conchiudere, non aversi da me
trattato de' [I[ducati delle galee]I] fra le monete del Levante,
sennonch per escluderli da questa serie a cui non devono appartenere.

[T5] Da 30 tornesi.

Dopo il tornesello di Leonardo Loredan, decretato colla terminazione
del 1505 che ho riportala, troviamo bens nelle memorie di zecca
menzione di tornesi qui coniati per il Levante, per la flotta, per
Candia, negli anni 1545 e 1548, nonch di bagattini per Corf nel
1549; ma non saprei veramente a quali monete del doge Francesco Don,
che govern in quell'epoca, attribuire i nomi di [I[tornese]I] e di
[I[bagattino per Corf]I]. Forse quest'ultimo altro non era che il
consueto bagattino per Venezia recante da un lato la croce, dall'altro
il busto di S. Marco di prospetto; ma non oserei con pari asseveranza
chiamar tornese il [I[sesino]I] che non equivaleva se non a mezzo
dell'antico tornese, o a due bagattini, cio [I[un sesto]I] di soldo
onde trasse il nome.

Qui sorge per una domanda alla quale si potrebbe rispondere senza
gittarsi nel vasto campo delle conghietture: - I tornesi conservarono
sempre il primitivo valore di 4 bagattini? - I pezzi del secolo XVII
che portano improntato quel nome mi obbligano a rispondere
negativamente a questa domanda.

La mistura metallica che serv allo stampo di tali monete, coniate
sotto il doge Antonio Priuli, che regn dal 1618 al 1623,  di poco
superiore nel fino a quella che il doge medesimo impieg nella
fabbrica de' soldoni, valutata a k. 54 fino per marca, o a peggio
1098. Avuto riguardo alla lieve eccedenza del titolo di pochi carati
per marca, al peso de' nummi che verr descrivendo, raffrontandolo con
quello del soldone ch'era di k. 9. 4/5, e massime alle sigle I e IIII
ricorrenti ne' pezzi da 15 e 60 tornesi, si riconosce facilmente che
quelle sigle indicano i soldi veneziani a cui si ragguagliavano i
pezzi stessi, di modo che un soldo equivalesse a 15 tornesi, essendo
quindi il tornese dal primitivo valore di 4 bagattini calato a quello
di 4/5 di un bagattino.

Nell'esporre pertanto a' lettori la serie de' pezzi multipli di questo
minor tornese coniati dal Priuli, dar primamente luogo a quello da
tornesi 30, perch ne esiste qualche raro esemplare colla iscrizione
latina (che poi da lui e da uno de' suoi successori fu mutata in
greca, forse per compiacere a' popoli fra cui si destinavano ad aver
corso queste monete), eccedente il peso ordinario del pezzo.

[I[Primo tipo = Epigrafe latina]I]. I due esemplari che ne osservai
nel Museo Correr, ottimamente conservati, hanno un diametro di
m. 0,024 ed un peso di k. 18. 3. Il diritto porta all'ingiro la
epigrafe * ANTONIVS. PRIOLVS. DVX. VENE. e nel mezzo fra un cerchio 
l'altra TORNESI = TRENTA in due linee, sovra e sotto la quale
campeggia una rosa fra due stelline. Il rovescio offre il leone di S.
Marco, gradiente verso la sinistra dell'osservatore e ad esso di
fronte un castello; nell'esergo ha parimente una rosa fra due
stelline. La leggenda che gli gira all'intorno  SANCTVS. MARCVS.

[I[Secondo tipo = Epigrafe greca]I]. Ha comune col precedente il
diametro, ma il peso n' di un carato minore ne' migliori esemplari.
Nel diritto la epigrafe del contorno  * [Gr[ANTONIOS O PRIOLOS
DOUX]Gr] e quella del centro [Gr[TORNESIA TRIANTA]Gr], sopra cui tre
stelline, e sotto una rosa fra due stelline. L'altro offre la
rappresentazione del tipo precedente, e la epigrafe * [Gr[O AGIOS
MARKOS]Gr], e nell'esergo due [Gr[L]Gr] intrecciate, l'una capovolta
all'altra, fra due stelline. Anche sotto il doge Giovanni Corner I.
(1625 a 1629) si replic lo stampo di questo pezzo che non  diverso
da quello del Priuli se non per la epigrafe del diritto cos
necessariamente mutata [Gr[IOAN: KORNELIOS O DOUX]Gr], e per altre
inconcludenti variet nell'esergo del rovescio. Ma in peso questi
nummi del Corner sono inferiori a quelli del Priuli, non avendoli io
trovati, ne' meglio conservati esemplari, eccedere i k. 16. Questo
secondo tipo occorre nelle raccolte assai pi frequente del primo.

Ragguagliato il tornese a 4/5 del bagattino, il pezzo da 30 tornesi
equivale ad una gazzetta.

[T5] Da 32 tornesi.

Non so che altri dogi, fuorch Antonio Priuli, abbiano coniata questa
moneta, non ovvia a trovarsi. Il suo peso, in due begli esemplari che
n'esaminai, uno alla Marciana e l'altro al Museo Correr, mi risult di
k. 18. 3. cio pari al pezzo da 30 tornesi del primo tipo. Ma donde
sorse mai cos strano caso, che due monete di peso e titolo identici e
d'epoca uguale, variino nel valore? Potrebb'egli ritenersi forse che
la eccedenza nel pondo della moneta da 30 tornesi coll'iscrizione
latina, avesse consigliato a sminuirla e a stampare i pezzi gi
preparati col valore di 32? Non oso decidere la intricata questione.

Il pezzo in discorso  simile a quello da 30 tornesi, secondo tipo, di
Antonio Priuli, mutata semplicemente la iscrizione nel centro del
diritto in *** = [Gr[TORNESIA]Gr] = [Gr[TRIANTA]Gr] = [Gr[DUO]Gr] = *.

[T5] Da 60 tornesi.

La somiglianza di tipo fra i nummi di cui ci occupiamo ed uno,
stupendamente raro e, per quanto io mi sappia, sconosciuto a'
numografi, ch'esiste nel Museo Correr, mi consiglia a dargli luogo
nella serie presente. La lega  pari a quella de' precedenti pezzi, il
diametro di m. 0,028, e il peso di k. 23. 3 che nel nummo appena
coniato doveva essere ben maggiore. Il diritto offre verso il contorno
la epigrafe * ANTONIVS . PRIOL . DEI . GRA . D, e nel mezzo fra un
ornamento leggiadremente arabescato e diviso dalla leggenda del
contorno mediante un cerchio di perline * = * VE * = NET . = sotto cui
una linea formante l'esergo, nel campo del quale  la cifra . 4 . che
indica i soldi corrispondenti a 60 tornesi. Similmente chiuso da
cerchio di perline e da pari arabesco  il S. Marco in gazzetta del
rovescio, verso il cui contorno gira la epigrafe * SANCTVS. MARCVS.
VENET.

Molto  diverso il pezzo di pari valore del doge Giovanni Corner I.
Simile al suddescritto nel diametro, ha ne' suoi migliori esemplari il
giusto peso di k. 32. Il diritto offre nei centro, sotto una rosa fra
due stelline, la epigrafe [Gr[TORNES]Gr] . (ovvero [Gr[TORNESIA]Gr]) =
[Gr[EXENTA]Gr], e sott'essa altra rosa; e all'ingiro oltre un cerchio
di perline * [Gr[IOAN]Gr] (o IOAN) [Gr[KORNELIOS O DOUX]Gr]. Il
rovescio  in proporzioni maggiori simile al pezzo da 30 tornesi, ma
nell'esergo porta la cifra * IIII * esprimente la somma de' soldi
veneziani che formano 60 tornesi.  pezzo di nessuna rarit.

[T5] Da 15 tornesi.

N raro  il pezzo da tornesi 15 che s'incontra soltanto col nome del
primo Giovanni Corner. Il peso di un esemplare a fior di conio e
coperto di bella tinta argentina che n'esiste alla Marciana 
esattamente di k. 8. Il tipo n' simile al pezzo da tornesi 30 di
questo doge, ad eccezione della leggenda nel centro del diritto cos
immutata = * (ovvero ***) = [Gr[TORNES]Gr] = [Gr[DEKAP]Gr] (o
[Gr[DEKAPE]Gr]). L'esergo del rovescio di alcuni esemplari  * I *,
reca cio la cifra indicante un soldo di lira veneta a cui
corrispondono 15 tornesi.

[T5] Piastra.

Di esimia rarit e di molta bellezza  la moneta di cui imprendo a
trattare, la [I[piastra]I]. Essa manca a tutte le nostre raccolte,
fuorch a quella della Marciana a cui provenne dal medagliere del
Pasqualigo. Reca il nome di Francesco Contarini, che tenne la dignit
ducale dal settembre 1623 al dicembre 1624;  di argento a peggio
k. 60 per marca, corrispondente al titolo 0,947917, del peso di k. 130
e del diametro di m. 0,040. Ecco pertanto la descrizione che ne stesi
su quell'esemplare, del quale diede un disegno esattissimo col metodo
Collas lo Zon alla tav. IV. n. 5.

Il diritto offre uno scudo ornato di cartocci nel suo contorno,
sormontato dal corno ducale e recante in quattro linee la iscrizione
PIAS = TRA = VENE = TA; un cerchio di perline gira intorno allo scudo,
ed oltr'esso la leggenda FRANCISCVS . CONTAR : DVX. Nel rovescio  il
San Marco in soldo, di leggiadro disegno, fra un ricco ornamento
circolare di gigli doppii e di rosoni.

Quanto al valore della piastra, risulter facilmente dal confronto
d'essa con altra moneta che la uguagliava nel titolo, eccedendola nel
peso di k. 4. 1/2, il [I[ducatone]I]. Quest'ultimo correva a' giorni
del Contarini a lire 7 e soldi 5, quindi la piastra dovea correre a
lire 7. Computandosi allora lo zecchino lire 14, la piastra equivaleva
a mezzo zecchino.

La rarit singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che
se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe n in
memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, n in quell'epoca n
dappoi, fanno ritenere essersi bens progettata la piastra ed
eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia
il motivo che determinasse a sospenderla.

[T5] Reali.

Raro, quanto la piastra,  il [I[reale]I] del medesimo doge, e con
essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni
altres le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto
esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto
ignote. L'unica diversit che si riscontra fra questi due pezzi sta
nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe
in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO .
DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia  quello che colla
collezione Pasqualigo pass alla Marciana.

Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria
fu s dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conserv
memoria di questo pezzo, che non si sa ove pi esista dopo la
deplorata dispersione di quel medagliere.

Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io
fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di
Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da
una parte v' un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed
all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si
vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed
una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I]
(Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346,
[I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato  invero assai
singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete.
Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge:
[I[ noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di
partire in qualit di generalissimo sulla flotta spedita contro i
Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia
relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a
questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete
per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la
Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per
gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita
di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E
forse quest'ultima circostanza origin la sospensione dello stampo,
che poi non venne ripreso dal suo successore.

Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII
le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa
ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di
Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.

[T5] Leoni Morosini.

Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra
co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero
straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad
agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante,
si determin lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo
facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di
computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da
quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono
dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno
zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o
lire 6. 16 di Venezia, perch allora nella capitale lo zecchino andava
a lire 17, nelle province a lire 25.

Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato
del doge del cui nome primamente s'impront fu appellata [I[leone
Morosini]I],  conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per
Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in
k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583,
avente cio d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse
memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e
ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed 
invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano cos raramente i
pezzi che appartengono a questa serie; n la si saprebbe spiegare tal
rarit che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in
terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio
dal sopravvenire di nuove monete che trovarono pi favore, come
avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa
nel 1756 dov far isparire i leoni che ancora rimanevano col in
corso.

[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di
m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello
zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in
lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo
nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le
figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise
Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato
e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a
sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce,
nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude 
la epigrafe FIDES ET VICTORIA.

Simile al leone del Morosini  quello di Silvestro Valier che gli
succedette nel ducato, e che reca quindi mutata la epigrafe del
diritto S * M * VENETV (verticale) = SILV * VALERIO, e nell'esergo le
iniziali * A * G * e in altri esemplari * F . T * ed anche
* G. A . B *. Il rovescio ne differisce alcun poco per la varia
disposizione delle zampe anteriori del sacro leone e per non esser
questo chiuso da cerchio di perline.  pezzo men raro di quello del
Morosini.

Non si conoscono leoni di Alvise Mocenigo II. che succedette nel 1700
al Valier, bens di Giovanni Corner II. che dopo lui ebbe il ducato
nel 1709. I costui leoni, rari come quelli del Morosini, non hanno
altre variet da questi nel diritto che il nome necessariamente
sostituitovi da IOAN . CORN . e le sigle dell'esergo * A . M *. Il
rovescio  simile al leone del Valier.

[I[Mezzi leoni]I]. Il loro peso, in rapporto all'intero,  di k. 65 e
1/2 e tiene di fino k. 48. 85/192. Simili agl'interi nel tipo e
proporzionalmente minori, li superano in rarit. Quello di Francesco
Morosini, che pur dovett'esistere, manca a tutte le collezioni da me
esaminate; quello di Silvestro Valier si trova alla Marciana ed al
Museo Correr, ma di due tipi diversi, recando l'uno nell'esergo le
iniziali * P. M *, l'altro * F. T *. Il loro diametro  m. 0,035. Del
Corner non vidi mai questa moneta bench sia da ritenere
ch'effettivamente si coniasse. Valeva lire venete 3. 8, o lire di
Dalmazia 5.

[I[Quarti di leone]I]. Del peso di k. 32. 3, aventi cio di fino
k. 24. 85/384, e parimente rarissimi. Il quarto di leone del Morosini
non l'ho mai veduto, ma ne ritengo la esistenza dalle memorie di
zecca, e credo sia quella moneta della raccolta Gradenigo (Zanetti,
vol. II, p. 203 n. 253) che il suo possessore descrisse per mezzo
leone di questo doge, bench le desse il peso di k. 34. 2; peso, se
vuolsi, eccedente il legale, ma che induce forte sospetto non abbiasi
potuto deteriorar cotanto un pezzo da ridurlo quasi alla sua met;
porta le sigle . A . C ., ch'io credo s'abbiano a leggere . A . G .,
attribuendone la fabbrica al 1688 quand'era massaro all'argento il gi
ricordato Alvise Gritti.

La Marciana e la Raccolta Correr possedono bens il quarto di leone di
Silvestro Valier, simile in proporzioni minori all'intero di questo
doge, con un diametro di m. 0,030 e colle iniziali * F. T *
nell'esergo dell'averso. Il Gradenigo pur ci descrive (ibid. n. 258)
simile moneta da lui conservata di Giovanni Corner II. che portava
nell'esergo le sigle ... M. che si possono facilmente supplire A. M.

Il quarto equivaleva a lire 1. 14 di nostra moneta, o a lire 2. 1/2 di
computo nel Levante.

[I[Ottavi di leone]I]. Di molta rarit  parimente quest'ultimo
spezzato del leone, mancante alla Marciana, non per al Museo Correr,
n alla serie del Gradenigo (ibid. n. 254). Pesa k. 16. 3/8, e tiene
di fino k. 12. 85/768, ed ha un diametro di m. 0,026. Non n'
accertata la esistenza che di quello battuto dal Morosini, simile al
suo intero, ma avente nell'esergo le iniziali . Z . R . che ricordano
Zuanne Riva massaro all'argento nel 1693, e recante il leone non
chiuso da cerchio di perline. Il valore di questa piccola moneta era
di soldi veneti 17.

[T5] Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata.

Parlando delle gazzette e de' soldi di rame battuti per la Dalmazia e
per l'Albania, ho enunciato un canone che qui siamo al caso di poter
applicare, [I[riscontrarsi cio alcune volte nelle monete venete di
puro rame l'et del loro stampo calcolandone il peso]I]. Vedemmo
infatti alle pag. 17 e 18 che verso l'anno 1700, quando lo zecchino si
ragguagliava a lire dalmate di computo 25, si cavavano da una marca di
puro rame gazzette 30. 1/3, ciascuna del peso di k. 38, ovvero soldi
60. 2/3, ognuno del peso di k. 19. Gli  effettivamente questo
medesimo peso che riscontriamo quasi costante nelle due monete di cui
tocchiamo, le quali ritengo perci aversi ad ascrivere alla ducea del
Peloponnesiaco.

La loro leggenda le annuncia coniate per aver spaccio nelle isole
Jonie ed in quelle dell'Arcipelago, nonch pegli stipendii de' soldati
e de' marinaj ch'erano sulla flotta.

L'unico tipo della gazzetta presente ch' a mia cognizione ha un
diametro di m. 0,027 e reca nel diritto la epigrafe chiusa fra due
rosoni ISOLE = E. T = ARMATA in tre linee. Il rovescio  il solito S.
Marco in mollecca cinto dall'iscrizione * S. MARC. VEN *, e
nell'esergo * II *.

Non ne differisce il soldo che nelle proporzioni e nell'esergo del
rovescio ch' necessariamente * I *.

[T5] Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea.

Quello che ho detto poc'anzi delle gazzette e de' soldi per le Isole e
per l'Armata, pu riportarsi anche alle monete presenti, colle quali
hanno comune l'epoca siccome il peso, e che si coniarono perch
avessero spaccio nella Morea contesa a' Turchi dal valore del
Morosini.

Il diritto della gazzetta offre la iscrizione ARMATA = E. T = MOREA
chiusa da due rosoni; nel rovescio  simile alla gazzetta per le
Isole. Il diametro n' parimente uguale.

Il soldo non varia qui pure che nelle sminuite proporzioni, e nella
cifra indicante il valore.

[T5] Gazzette e Soldi per Corf, Cefalonia e Zante.

Minori di peso, e quindi di pi moderno conio, sono le monete che
recano i nomi delle isole di Corf, Cefalonia e Zante per le quali
vennero battute nella veneta zecca. Ricordai pi addietro come intorno
al 1730, allorch lo zecchino si valutava in Levante a lire 33 di
conto, le gazzette dalmato-albanesi andassero a 39 per marca di rame,
ed avessero in conseguenza un peso di soli k. 29. 7/13 come i soldi
pesavano k. 15. 1/26. Ed invero tal peso ricorre nelle monete
ch'esaminiamo, la cui fabbrica  perci a riportarsi agli ultimi anni
di Alvise Mocenigo III. o al breve ducato di Carlo Ruzzini. Questa
posteriorit d'epoca mi determin a collocarle ultime nella serie de'
sei pezzi di rame della quale ci occupiamo, serie non affatto comune,
ma che non manca alle nostre raccolte, le quali abbondano d'ordinario,
pi che de' semplici soldi, de' loro dupli.

La gazzetta battuta a Venezia per le isole di Corf, Cefalonia e Zante
ne porta nel diritto i nomi fra due rosoni e disposti in tre linee,
con ortografia variata ne' quattro tipi che ne ho veduti:

  1. CORFV = CEFALONIA = ZANTE

  2. CORFV = CEFAL = ZANTE

  3. CORF. = CEFAL. = ZAN.

  4. CORF. = CEFAL = ZANT.

Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo attorniato
dall'epigrafe * S. MARCVS. VEN * (ovvero VE *) e nell'esergo * II *.
Ha un diametro di m. 0,026.

Simile, ma in proporzioni minori,  il soldo, recante due variet
d'iscrizioni nel diritto:

  1. CORF. = CEFA. = ZAN

  2. CORF. = ZANT. = CEF.

Nel rovescio gira intorno al leone la epigrafe * S. MARC. V * e
nell'esergo la cifra * I *. Il diametro  m. 0,020.

Le sei monete di questa serie, come pure quelle di puro rame per la
Dalmazia e per l'Albania, continuarono ad aver corso nelle isole
Jonie, dove si battevano nel 1801 autonomi pezzi da 5 e 10 gazzette
venete, fino al 1819 in cui il governo protettore di quelle isole
decretava la loro distruzione, e se ne giovava a battere gli oboli ed
i dittoboli colla figura sedente della Britannia.

[T5] Talleri a torchio col leone rampante.

Il favore che avea trovato ne' commercii del Levante il tallero
imperiale di Germania invogli, alla met del secolo scorso, la
Signoria di Venezia a tentarne la fabbrica per inviarlo a' suoi
possedimenti oltremarini. Ad ottenerlo pertanto di quella leggiadra e
regolar forma che formava la bellezza estrinseca de' talleri alemanni,
e che da un secolo e pi non era per la zecca veneta che un incompiuto
desiderio, statuiva il Senato il 15 marzo 1755, ducante Francesco
Loredan, la introduzione in quell'officina del torchio in luogo
dell'incommodo martello fino allora impiegato nella monetazione.

Abbiamo per una terminazione del C. X, 27 marzo 1500, che suona cos:
[I[El singular modo et inzegno trovado cum molta sua industria et
acuit per el fedel nostro Zuane da i relogii in far et stampar soldi
cum tanta equalit, justeza et rotondit quanta alcuno ha veduto et
come ha testificado el gastaldo de la Cecha nostra, et similiter li
maistri de le stampe et altri hano visto el suo lavor et modo de
lavorar, cossa a tutj admiranda; die indur la Signoria nostra a voler
dar modo ch'el possi perseverar el bon principio dato non solum in li
soldi et mezi soldi predicti, ma ogni altra sorte monede ac etiam li
ducati (]I]zecchini[I[) como el se ha offerto de trovar modo cum ogni
pianeza rotondit perfecta et pexo; adeo che le monede nostre, quale
excelleno tutte altre monede de bont, excellerano similiter de
beleza; cossa che certamente se die dexiderar per honor de la Signoria
nostra et per tuor ogni modo al stronzar de dicte monede le qual non
potrano per alcun modo esser toche che imediate non siano
cognossiute]I], ecc.

Da questa terminazione, che ho fedelmente trascritta dal Capitolar
delle [I[Broche]I], rilevasi, parmi, che un congegno esclusivamente
adatto allo stampo delle monete, onde risultassero belle e rotonde,
una specie quindi del torchio odierno, fosse nella zecca nostra
introdotto da questo Giovanni, che dalla prima sua professione ebbe il
nome di Orologiajo. Quale si fosse questo congegno non s'hanno
memorie. A chi tuttavia considera la rara perfezione de' nummi usciti
dalla veneta zecca gli ultimi anni del secolo XV e fino al principio
del XVII, si render facile a comprendere che, senza un meccanismo che
ne agevolasse il lavoro, non era possibile coll'ordinario martello
ottenere s bei risultati. Ma nel secolo XVII, e pi ancora nel
successivo, i conii veneziani andarono imbarbarendo, talch quando il
Loredan introduceva il torchio nel 1755 Venezia dava forse le monete
pi informi di quelle d'ogni altro stato d'Italia.

Che la introduzione del torchio abbia a riportarsi a quest'anno, ce lo
fa sapere, oltre la terminazione de' Pregadi del 15 marzo 1755, la
iscrizione che ancora si legge in zecca:

         AURO

       ET ARGENTO

  MELIORI FORMA FERIVNDO

   EX SENATVS CONSVLTO

      ANNO DOMINI

        MDCCLV.

Reca per maraviglia che il torchio si destinasse esclusivamente a'
talleri fino alla caduta della Repubblica. Non abbiamo in fatti,
oltr'essi, veruna moneta altramente improntata che a martello, ad
eccezione della [I[osella]I] dell'anno IX del medesimo doge Loredan
(1760), la quale sappiamo da memorie di zecca che [I[a pochi 
piaciuta]I]. Tanta era la forza dell'abitudine che si preferivano i
vecchi pezzi bruttissimi ai nuovi leggiadri; abitudine che ci richiama
le arti tarde a sprigionarsi nel medio evo dalle tradizioni jeratiche.

[I[Francesco Loredan]I].  indubitato che nel 1755 si diede mano, in
via soltanto d'esperimento, allo stampo dei talleri; ma nessuno ne
abbiamo che porti quell'anno, perch la fabbrica ne incominci
veramente nel successivo 1756. Era in quell'epoca lo zecchino montato
al valore di lire di Dalmazia 48, e si manteneva dal settembre 1716 a
venete lire 22. Pensarono quindi i Veneziani util cosa sarebbe lo
stampo di uno spezzato dello zecchino che fosse in un medesimo
esattamente multiplo della lira dalmata di conto e della veneta;
quindi si volle il tallero del valore di mezzo zecchino, equivalente
cio a venete lire 11 o dalmate 24.

Il tallero pesa k. 138 d'argento a peggio 190 per marca, o in altri
termini  al titolo 0,835. La met d'esso, a titolo uguale, pesa
proporzionalmente k. 69.

Questa moneta ha nell'intero un diametro di m. 0,040, e reca nel suo
diritto un busto di donna coperta d'ermellino le spalle, del berretto
de' dogi il capo, e rivolta di profilo alla destra del riguardante;
all'intorno le gira la epigrafe RESPUBLICA VENETA. Nel rovescio, entro
uno scudo, ricco di cartocci nel suo ornamento esteriore, sorge il
leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra e che tiene nelle
zampe anteriori aperto il libro de' Vangeli; gli gira intorno la
leggenda FRANC : LAUREDANO DUCE 1756 (in altri esemplari 1761). Il
contorno del pezzo  formato di linee parallele inclinate. Due tipi
diversi conosco del diritto di questa moneta, oltre la variet pi
facile a rimarcare degli anni: l'uno ha il profilo della imagine della
Repubblica molto vezzoso, l'altro non  s vago perch la disposizione
delle labbra ad un manierato sorriso le d un'aria alcun po' satirina.
Questo secondo  il tipo che pi ordinariamente si vede nelle
raccolte.

Ma di bellezza singolare  il busto della Repubblica improntato sul
mezzo tallero, il cui diametro  m. 0,033, e il cui tipo  uguale a
quello dell'intero, sminuito necessariamente nelle proporzioni. Non
conosco di questo spezzato del Loredan altr'epoca che quella 1756.

Le memorie di zecca ci conservarono la cifra de' talleri battuti sotto
il Loredan, cio

  dall'anno 1756 all'11 aprile 1750 talleri n. 137,973. 1/2.

  dal 9 novembre 1761 in appresso, talleri n. 24,255. 1/2.

[I[Marco Foscarini]I]. Il 14 luglio 1762 imprese il Foscarini per la
terza volta lo stampo de' talleri improntandoli del proprio nome.
Introdottasi col torchio l'arte de' punzoni, non hanno queste monete
altra variet da quelle del Loredan che nel nome del principe. S il
tallero che la sua met recano quindi al rovescio la leggenda MARCO
FOSCARENO DUCE, 1762. Sappiamo dalle memorie di zecca essersene da
questo doge stampati per la somma di talleri 11,682. 1/2.

[I[Alvise Mocenigo IV.]I] Le stesse osservazioni cadono sul tallero
da questo doge improntato dietro il tipo de' precedenti, e della sua
met. La iscrizione che portano al loro rovescio questi due pezzi  la
seguente ALOYSII ([I[sic]I]) MOCENICO DUCE 1766, e nel mezzo tallero
1764.

Ad eccezione del tallero del Loredan, che per non  comune, gli altri
5 pezzi di questa serie sono difficili a trovarsi, n so che alcun
medagliere tutti li posseda, ad eccezione della Raccolta Correr.

Qui mi giova soffermarmi ad un settimo pezzo che nell'agosto 1850 vidi
nelle mani del dottor Koch di Trieste, distinto naturalista e
fervoroso raccoglitore di monete veneziane.  un [I[quarto di
tallero]I], del tipo comune a' descritti col leone rampante,
improntato in argento del titolo medesimo, e di peso relativamente
minore, di leggiadro conio e di perfetta conservazione. Reca verso il
contorno del rovescio la iscrizione ALOYSII MOCENICO DUCE 1765. Al
primo vedere questo curioso cimelio della zecca nostra, mi sorse
qualche dubbio sulla genuinit d'esso; ma le assicurazioni del dotto
Koch sulla provenienza del pezzo, e maggiormente il pi accurato
esame, mi fecero inclinare a ritenerlo effettivamente genuino. Quanto
alla sua rarit singolare, mancando esso a tutte le nostre collezioni,
non saprei come meglio spiegarla che ritenendolo un semplice progetto,
poi abortito. Gli  per indubitato che non ne troviamo menzione nelle
memorie di zecca; ma il loro silenzio non dee esserci sufficiente a
farne sospetta la originalit. Nelle memorie di zecca non troviamo
nemmeno ricordato l'[I[ottavo del leone Morosini]I]; ma chi mai
potrebbe sospettare, vedendola, che questa moneta, conservata al Museo
Correr, sia falsa?

[T5] Talleri a torchio col leone seduto.

Che il favore sperato da' Veneziani per la nuova moneta ne'
possedimenti del Levante venisse successivamente meno, lo prova la
cifra sempre diminuita de' pezzi che si batteano per ogni [I[posta]I].
Si volle quindi tentare un nuovo stampo, e che ancor pi del primo
s'accostasse a' talleri germanici. Il Senato col decreto 6 febbrajo
1768 adottava il nuovo conio, e destinava poi a presiederne la
fabbrica l'ingegnere Ferracina di Bassano.

Quanto per non riusc inferiore di bellezza al primo tallero! Di
questo non sappiamo l'egregio artefice, mentre ci  conservato il nome
dell'incisore del nuovo, che fu certo Antonio Schabel, mediocrissimo
coniatore tedesco, che aveva la smania di segnare le proprie iniziali
sulle monete.

[I[Alvise Mocenigo IV.]I] Approvatosi il nuovo conio colla succitata
terminazione, si conserv il titolo e il peso di prima, ma se ne vari
il valore, conguagliandolo cio ad un ducato e un quarto d'argento, o
a lire venete 10, pari a lire 21 e soldi 10 di Dalmazia, e si permise
che a quest'ultimo prezzo lo ricevessero le casse de' possedimenti
oltremarini. Il nuovo tallero del Mocenigo serba il diametro e
necessariamente la grossezza del vecchio, ma nel diritto reca un busto
di donna rivolta a destra del riguardante, con piccolo diadema sul
capo, e coperta d'ermellino le spalle, di ricco manto il petto; brutto
e sdolcinato il disegno, povera l'esecuzione. Gira all'intorno del
busto la leggenda RESPUBLICA VENETA, preceduta da un rosone e
continuata per abbracciar pi campo da un ornatino pur chiuso fra due
rosoni. Il rovescio offre il leone di S. Marco colle ali spiegate
seduto verso la dritta, e volgente alla sinistra il capo, tenendo la
zampa manca anteriore sul libro aperto, e posato sopra una mensola nel
cui orlo le iniziali . A . S . (A. Schabel); all'intorno la leggenda
ALOYSIO MOCENICO DUCE prolungata dagli ornamenti stessi che rimarcammo
in quella del diritto, e nell'esergo l'anno * 1768 * oppure * 1769 *.
Il contorno  a fogliame.

Il nuovo tallero di questo doge, del quale non abbiamo spezzati, 
rarissimo se improntato nel 1768, quasi comune se nel 1769.

[I[Paolo Renier]I]. La diminuzione decretata nel prezzo de' nuovi
talleri non port vantaggio di sorta, ma fu accagionata di disordini,
per cui un nuovo Senatoconsulto del 29 settembre 1779 ne ritornava il
valore al primitivo di mezzo zecchino; e vi si aggiunsero, ducante il
Renier, gli spezzati, [I[mezzi]I], [I[quarti]I], [I[ottavi]I], tutti
all'ordinario titolo dell'intero, cio a peggio 190, del peso relativo
di k. 69, 34. 1/2, 17. 1/4, e del valore di lire 5. 10, 2. 15,
1. 7. 6.

Non variano questi ovvii nummi dal secondo tallero del Mocenigo,
quanto al tipo, se non nella iscrizione del rovescio e nella data,
recando tutti intorno al leone la leggenda PAULO RAINERIO DUCE.
Talleri del Renier n'esistono cogli anni 1781, 1784, 1785, 1787, 1788;
mezzi cogli anni 1780, 1784, 1786; quarti ed ottavi cogli anni 1780,
1781, 1786; avvertendosi in questi due pezzi minori dentellato il
contorno, anzich a fogliame.

[I[Lodovico Manin]I], mutata l'epigrafe del rovescio (LUDOVICO MANIN
DUCE), continu a stampare quelle monete; e di lui si trovano
facilmente talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1794, 1795, 1797;
mezzi talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1797; quarti del 1790;
ottavi degli anni 1790, 1791, 1794 e 1796. I conii e i punzoni di
questi pezzi dell'ultimo doge, lavorati dallo Schabel, esistono ancora
nella veneta zecca.



[T3] ZECCHE DI CORON E DI MODON.

Quasi in appendice alla parte del mio lavoro che tratta delle monete
del Levante Veneto ho creduto collocare le scarse notizie che ci
rimasero di officine nummarie progettate da' Veneziani a Coron ed a
Modon, castella che proteggono la punta della Morea che guarda a
libeccio. Quanto  a mia cognizione su questo argomento  solo una
legge del Maggior Consiglio, sancita il 7 marzo 1305, legge di cui qui
trascrivo il tenore:

[I[  Millesimo trecentesimo quinto, die VII Marcii.
  Cum per principem Achaiae et alios de Romania fiat
  talis moneta propter quam redditus nostri Comunis
  Coroni et Modoni sunt valde deteriorati, et etiam
  mercatores inde recipiunt magnum praeiuditium
  et sinistrum; capta fuit pars quod per nostrum Comune
  debeant cudi in Corono et Modano illae monetae quae
  videbuntur Domino Duci, Consiliariis, Capitibus
  de XL et Provisoribus esse meliores pro nostris
  negociis de inde.]I]

  (Dal [I[Registro MAGNUS]I] appartenente al M. C.,
  pag. 10, conservato nell'I. R. Archivio Generale di Venezia).

Parlando pi sopra del [I[tornese]I], ho fatto vedere come il favore
ch'ebbe in Levante ne' secoli XIII e XIV questa moneta introdottavi
da' Francesi signori d'Acaja, movesse i Veneziani intorno alla met
del trecento a coniarla essi pure allorch stesero nel suolo di Grecia
i loro possedimenti. Ma se anche il primo tornese battuto da' nostri
fu improntato del nome di Andrea Dandolo, vedemmo come fino dal 1287
una legge speciale regolasse le pratiche de' cambiatori di tornesi, e
come nel 1298 Marco Polo ne parlasse come di nummo avente singolar
favore ne' commercii orientali. Qual maraviglia perci se i Veneti,
gelosi della voga di questa moneta francese, che ridondava in danno
delle proprie, pensavano nel 1305 d'imprendere lo stampo di conio che
le si avvicinasse, e d'imprenderlo in due castella del Peloponneso
acci ne fosse pi pronto lo spaccio?

Sennonch, qualora la terminazione surriferita avesse effettivamente
avuto esecuzione, sarebbe molto difficile che non si fosse conservata
fino a noi alcuna moneta di Modon o di Coron, battuta sotto Pietro
Gradenigo e sotto i costui successori fino ad Andrea Dandolo. Eppure a
nessun pezzo di Pietro Gradenigo, di Marin Zorzi, di Giovanni Soranzo,
di Francesco Dandolo e di Bartolomeo Gradenigo non puossi applicare il
nome di tornese; n dal disegno prender argomento a tenerli altrove
battuti che nella zecca di Venezia. Escludendo il ducato d'oro che si
possede di que' dogi, le monete conosciute di Pietro Gradenigo sono le
seguenti: il [I[piccolo]I] coniato la prima volta da Sebastiano Ziani
sul modello de' denari imperiali, il [I[grosso]I] cuso primamente da
Enrico Dandolo, il [I[marcuccio]I] di bassissima lega che pure avea
dato fuori il doge vincitore di Costantinopoli, il doppio[I[
quartarolo]I] e la sua unit di cui alcuni vorrebbero attribuire
l'origine alla ducea del Dandolo stesso, ma che genuino non si trova
che da Pietro Ziani in poi. Lo Zorzi e il Soranzo non hanno altra
moneta argentea che il grosso. Francesco Dandolo ha il piccolo e il
grosso, a cui aggiunse il [I[mezzanino]I] o mezzo grosso e il
[I[marchetto]I] d'argento, continuato quest'ultimo dal suo successore
Bartolomeo Gradenigo, del quale pur hassi il grosso. Queste, e non
altre, sono le monete che si conoscono nell'epoca di cui ci occupiamo,
ma nessuna di queste poteva sicuramente essersi battuta per sostenere
la concorrenza con quelle de' duchi d'Atene e di Chiarenza, come
vorrebbe la terminazione 1305.

Che cosa dunque  a conchiudere, s'esiste la legge e non esistono le
prove che siasi effettivamente eseguita? La risposta  facile a
indovinare; tanto pi che di officine monetarie de' possedimenti
veneti non abbiamo veruna memoria, all'infuori da quella di Cattaro.



[T1] III. CANDIA.

Imprendendo a parlare delle monete che i Veneziani coniarono per
l'isola di Candia, la mente corre a que' torbidi giorni in cui una
serie di maravigliosi avvenimenti guerreschi rese immortali gli sforzi
de' nostri per conservare quel baluardo d'Europa che la prepotente
forza de' Turchi fe' suo, dopo venticinque anni di guerra accanita.

Andrea Valier senatore che visse in quell'epoca memoranda, e che in
que' fatti ebbe parte, se ne fece lo storico. La costui opera,
pubblicata nel 1679,  libro sommamente importante;  uno de' pi bei
monumenti con che si onorasse la memoria di tanti generosi cittadini
che prodigarono alla patria gli averi ed il sangue. Io, ristretto
dalla cerchia limitata del mio soggetto, non posso occuparmene in
quest'opera se non in quanto alcuni di que' fatti abbiano immediato
rapporto colla materia che ho a svolgere.

La grande isola di Candia, [I[Creta]I] degli antichi, la quale, forse
perch la maggiore delle isole greche, si favoleggi culla e reggia di
Giove, venne in mano a' Veneziani l'anno stesso della conquista di
Costantinopoli, avendola essi per oro da Bonifacio marchese del
Monferrato. Mandatevi colonie per abitarla e dissodarne gli
abbandonati terreni, si mostr in sulle prime intollerante di giogo, e
costrinse con ribellioni frequenti la dominante a reprimervi gli
spiriti, di soverchio esaltati, colla forza dell'armi. Pi che un
secolo e mezzo dur questa lotta incessante fra la Repubblica e que'
sudditi turbolenti, finch assicurata la tranquillit e agevolate le
comunicazioni colla capitale merc le conquiste fatte da' Veneziani
sui lidi della Dalmazia, ebbe Candia giorni di pace e di prosperit.
Ma l'impeto degli Ottomani, minaccianti Europa ed invasori d'Europa,
strinse quella colonia alla lontana metropoli, questa temendo di
perdere il pi agguerrito antemurale de' suoi possedimenti, quella
paventando di subire il giogo esecrato, ambedue prevedendo che le
forze turche, assicurate le loro conquiste nel continente, si
sarebbero arrovesciate, quando che fosse, su quel punto
importantissimo.

E cos veramente addivenne. Quantunque fino dal 1539 temessero i
Veneziani per Candia e ne guardassero i porti e le castella, pure gli
sforzi de' Turchi si diressero durante l'intero secolo XVI contro le
isole dell'Arcipelago e contro Cipro, e la prima minaccia a Candia,
che apre questa guerra, continuata venticinque anni, si avver solo
nel 1644.

Quali monete prima di quell'epoca correvano in Candia? quelle stesse
che pur avevano corso in tutt'i possedimenti del Levante Veneto, i
[I[tornesi]I], come abbiamo veduto parlando di questi ultimi all'anno
1476. Non si ha memoria per di nummi particolari di quell'isola prima
del 1632, in cui troviamo i

[T5] Soldini.

Allorch, occupandomi nel capitolo precedente delle monete del Levante
Veneziano, parlai de' tornesi, dissi come ciascuno d'essi
corrispondesse in origine alla dodicesima parte del grosso nostro,
vale a dire a quattro bagattini, valore che in seguito and scemando
fino a che ne' primi anni del secolo XVII tanto era deteriorato che il
tornese si ragguagliava a que' giorni alla quindicesima parte del
soldo, era cio calato ad un 1/5 del primitivo valore. Le sigle che
incontriamo ne' [I[soldini]I] di Candia, cos appellati per la loro
piccolezza in confronto de' nostri che si chiamarono allora
[I[soldoni]I], ci provano che il soldino equivaleva a 4 tornesi, cio
a 4/15 del soldo veneziano.

L'anno 1632 decretava la Repubblica si battesse per Candia, e tosto
s'inviasse a quell'isola, una somma di tredicimila ducati in soldini
di rame. Ad agevolare pertanto il computo nei soldini dell'isola e nei
tornesi comuni a' possedimenti di Levante, si fecero due monete di
differente valore, l'una cio di un soldino o 4 tornesi, l'altra di 10
tornesi o due soldi e mezzo. Sono queste le prime monete [I[certe]I]
che i nostri abbiano coniato per la sola Candia, e di queste passo
senz'altro alla descrizione.

[I[Pezzo da soldini 2 e 1/2]I]. = Varia nel peso da k. 22 a k. 27,
quantunque lo Zon lo fissi (p. 74) a k. 25, per modo che gr. 10 di
peso rispondano ad un tornese di valore. Il suo diametro  m. 0,025, e
la materia n' puro rame. Il diritto offre in mezzo ad un leggiadro
contorno, che non molto si discosta da quello descritto nella
[I[piastra]I] e nel [I[reale]I] di Francesco Contarini, la epigrafe in
tre linee = SOL = DINI = * 2 * 1/2 * (in alcuni esemplari mancano le
stelline). Il rovescio ha il S. Marco in gazzetta a' cui fianchi due
piccole rose e nell'esergo . T. 10 . ovvero T . 10. ed anche T . 10,
[I[tornesi dieci]I]. Il Museo Correr ne ha pure esemplari con due
incusioni, delle quali non sono in grado di spiegare il significato,
SP sopra B negli uni, GM negli altri.

[I[Soldino]I]. = Parimente di rame, ma del diametro 0,019, e del peso
variante da k. 9 a k. 10. 3. Simili discrepanze nel peso da me
avvertite in esemplari della pi bella conservazione, m'indurrebbero a
credere che anche per queste piccole frazioni della moneta non si
avesse riguardo che al valor nominale, bench sia probabile che ne
fosse stabilito l'intrinseco nella misura pi sopra notata di k. 2. 2
per tornese. Il diritto offre in due linee la parola SOL = DINO. Sovra
la prima  una stellina; altra stellina maggiore, talvolta una rosa
fra due minori, sotto la seconda. Il rovescio  simile al pezzo da 10
tornesi, ma nell'esergo ha variamente espresso il valore T . 4,
. T . 4 ., * T 4 *, . T 4 . [I[tornesi quattro]I].

Equivalendo pertanto il soldino di Candia a 4/15 del veneziano, il
pezzo da soldini 2 e 1/2 va ragguagliato a 2/3 del marchetto. E
siccome il soldo  costantemente la 20. parte della lira, cos  a
ritenere che a quell'epoca v'era in Candia una lira del valore di 80
tornesi cio rispondente a soldi veneti 5. p. 4. Ma non conosco di
questo pezzo la effettiva esistenza, e fors'era, come la lira di
Dalmazia, una semplice moneta ideale di computo.

Il soldino e il suo multiplo non portano,  vero, il nome della
colonia per cui furon battuti; ma il loro valore doppiamente espresso
in soldini e tornesi, la rispondenza esatta di una moneta peculiare di
Candia a quel nome ed a quel valore, il sapersi per quell'isola
ordinato nel 1632 lo stampo di monete analoghe, il disegno delle
figure e i caratteri de' pezzi in questione proprii di quell'et, sono
tutte ragioni colle quali io credo di giustificare pienamente
l'averli, collo Zon, attribuiti a quella colonia e a quell'epoca.

[T5] Gazzetta doppia di F. Erizzo.

Gli ultimi anni del governo di Francesco Erizzo, che sedette sul trono
ducale dal 1631 al 1646, furono funestati dall'incominciamento della
guerra di Candia, e dalla perdita di una delle piazze pi importanti
dell'isola, la Canea, presa nel 1645 da' Turchi dopo un'eroica
resistenza. Il pericolo nel quale si trovava l'intera colonia, di cui
era minacciata la medesima capitale, determin il Senato ad imprendere
con enorme dispendio una nuova spedizione per assicurare il restante
dell'isola e ripigliare agli Ottomani la piazza dalle loro armi
occupata. Il doge Erizzo, comech ottuagenario, fu proclamato
generalissimo, ma anzich salpasse mori. Gli  appunto in quel breve
tempo che scorse dalla presa della Canea alla morte dell'Erizzo che ho
collocato lo stampo del [I[reale]I] per il Levante, come qui vi
colloco quello della [I[doppia gazzetta]I] per Candia. La somiglianza
di questo rarissimo pezzo con quelli battuti per l'isola stessa dal
suo successore Francesco Molin, e la necessit in cui si trovava
l'esercito veneziano a Candia di monete piccole, necessit che indusse
a coniare le doppie gazzette, le gazzette semplici e i soldi per
quell'isola un anno dopo, mi determinano ad assegnare a Candia questo
cimelio della numismatica veneziana, anzich al Levante, dove
facilmente avrebbe potuto trovar posto presso il non men raro
[I[reale]I].

Della doppia gazzetta di Francesco Erizzo non conosco che un solo
esemplare, conservato nella Marciana. Quanto al metallo,  biglione
bassissimo, a peggio k. 1098 per marca, del peso di k. 20 all'incirca
e di diametro indeterminabile per la irregolarit del contorno. Questo
pezzo sub due volte il martello monetario, ed il secondo colpo fu
aggiustato al nummo dapprima impresso, per modo che il diritto
s'improntasse dello stampo del rovescio e viceversa. Ebbi cos ad
impiegare la maggior pazienza per dicifrarne sotto la doppia
impressione le rappresentazioni e le leggende; giunsi nullameno a
discernere faticosamente le une e le altre. Il diritto porge la figura
del doge genuflesso e rivolto di profilo alla sinistra del
riguardante, chiuso in un cerchio di perline oltre cui  l'iscrizione
FRANC . ERIZZO . D . Nell'esergo hannovi iniziali di monetario delle
quali non  riconoscibile che una A in mezzo a due altre sigle, di cui
quella a destra pare una B.  quindi agevole il riscontrare nelle
sigle medesime le iniziali di Zuan Alvise Battagia che fu massaro
all'argento nella zecca nostra gli anni 1646 e 1647, sigle che
rafforzano la opinione che pi sopra esposi sull'epoca e quindi sulla
destinazione di questa moneta. Il suo rovescio presenta il leone alato
e nimbato, rampante verso sinistra, pur avvolto in cerchio di perline
oltre cui gira la epigrafe SANCT . MARC . VENET . Nell'esergo la cifra
* IIII * indica il valore di [I[quattro soldi]I], o due gazzette.

Per quanto io mi sappia, questo pezzo  totalmente sconosciuto agli
amatori della nostra numografia. Tale circostanza  appieno
giustificata dalla qualit dell'unico esemplare che forse n'esiste
nelle raccolte. Non puossi nemmeno asserire che abbia avuto mai corso;
n d'esso, n del reale dell'Erizzo, non abbiamo fondamento alcuno per
ritenerli pi che semplici prove di zecca.

[T5] Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin.

Per fatti gloriosamente immortali, quali prosperi, quali sventurati,
va segnalata la ducea di Francesco Molin, successore all'Erizzo nel
1646, e che resse la Repubblica fino al 1655. Gli sforzi per avanzare
l'armamento di Candia, la nobilt patrizia venduta a prezzo d'oro per
sopperire a' favolosi dispendii, le imprese arditissime sulle coste
dalmate ed albanesi, la chiusa fatta a pi riprese da' nostri colle
bocche de' lor cannoni dello stretto de' Dardanelli, le cittadelle
perdute e ripigliate, le fazioni sul mare di Tommaso Morosini, del
Cappello, del Grimani, del Mocenigo e del Riva sono a leggersi nella
storia del Valier. Io non credo che alcun popolo possa vantare una
serie di avvenimenti s gloriosi, anche se il loro esito fu infelice,
come il popolo veneziano combattente a Candia le forze smisurate de'
Turchi.

Difettava nel 1647 quell'isola di danaro pel traffico minuto,
necessario a tanti soldati che vi spediva la Repubblica, traendoli
dalle proprie terre od ingaggiandoli all'estero. Si decret quindi
quell'anno stesso che fossero coniate monete da 2 e da 1 gazzetta e da
1 soldo per Candia, ed ivi prontamente inviate. Sembra peraltro che il
loro stampo non fosse cos copioso da saziare i bisogni dell'isola
combattuta, se nel volgere di pochi anni fu necessario ricorrere a
monete ossidionali.

Volgendoci ora a descrivere le monete battute nel 1647 per Candia,
ricorder conservarsene ne' nostri musei tre diverse.

I. [I[Gazzetta doppia]I]. =  delle tre la pi rara, mancando essa
alla raccolta Correr, n avendone io mai veduto altro esemplare da
quello in fuori della Marciana, quantunque esistesse anche nella
collezione Gradenigo descritta dal suo possessore nel secondo volume
dello Zanetti, dove per il Gradenigo ci assicura non averne lui
vedute di simili nei lunghi anni che fu sulla flotta (p. 197-198, n.
218). Il diametro n' m. 0,028, il peso del pezzo da me esaminato  di
soli k. 28. 3, mentre dovrebb'essere di k. 39. 51/235, incolpandosi di
tal divario il cattivo stato di conservazione dell'esemplare. Il
biglione che ne costituisce la materia ha di fino k. 54 per marca, 
cio a peggio 1098, equivalente al titolo 0,046875. Perci il metallo
 il medesimo che quello allora impiegato a battere i [I[soldoni]I] da
12 bagattini, il cui peso dovrebbe stare esattamente alla nostra
moneta come 1 a 4. Il diritto offre una donna coronata, seduta di
prospetto, avente nella destra il corno ducale, lo scettro nella
manca; il leone di S. Marco le giace accosciato presso il piede
sinistro, e un cerchio di perline le gira intorno, lasciando spazio
alla iscrizione . FRANC . MOLINO . D . V . ([I[Dux Venetiarum]I]); e
nell'esergo le sigle . Z . A . S . indicano il nome di Zuanne Alvise
Salamon che fu massaro all'argento negli anni 1650 e 1651, sigle che
ricorrono altres nella [I[osella]I] dell'anno settimo del Molin, e
provano come siasi seguitato pi anni a battere quelle monete, la cui
rarit pu facilmente spiegarsi colla occupazione turca dell'isola per
cui furono coniate. Il rovescio ha il S. Marco in soldo colla
singolare aggiunta di una spada alzata ch'ei stringe colla destra,
mentre nella manca tiene il Vangelo. Lo accerchia il solito contorno
di perline, oltre cui la leggenda SANCT. MARC. VEN fra due rosoni, e
fra due rosoni parimente nell'esergo la cifra IIII indicante il valore
del pezzo, 4 soldi.

II. [I[Gazzetta]I] = Simile al suo duplo  pur la gazzetta semplice,
del diametro di m. 0,023, del peso di k. 19. 143/255, e di biglione al
titolo antecedentemente notato. Uguale n' pure il tipo,
proporzionalmente minore, in cui altra differenza non si rimarca dal
doppio pezzo che la leggenda del rovescio che offre VE. invece di VEN,
e l'esergo del lato medesimo che porta di necessit la cifra . II .

III. [I[Soldo]I] = I due esemplari da me veduti di questa moneta,
l'uno nella Raccolta Correr, l'altro alla Marciana m'inducono forte
sospetto non sia essa che una moneta di capriccio, seppure non
vogliasi credere che la fretta in cui si trov la zecca veneta di
coniare e spedire a Candia quantit di monete piccole non avesse
impedito di preparare lo stampo del soldo particolare per quell'isola,
e obbligato a valersi per l'uno de' lati del conio comune de' soldoni
veneziani, per l'altro del conio della gazzetta di Candia. Ambedue
infatti quegli esemplari presentano dall'una parte il leone di S.
Marco dinanzi a cui genuflesso  il doge; gira intorno alle due figure
oltre il cerchio di perline la scritta . S. M. V. ([I[Sanctus Marcus
Venetiarum]I]) FRANC. MOL ([I[Franciscus Molino]I]) e sotto la linea
dell'esergo  fra due rosoni il numero 12 de' bagattini componenti il
soldo. Il rovescio invece  improntato col conio del diritto della
suddescritta gazzetta, ma essendo il diametro dell'ultima non poco
eccedente quello del soldone comune, non pot stamparvisi che la base
delle lettere che ne formano la leggenda. Il peso  l'ordinario de'
soldi, k. 9. 189/235, co' quali ha comune il titolo dell'argento.

Siccome queste monete doveano principalmente servire ai pagamenti
delle truppe che riceveano i loro stipendii in moneta veneziana, credo
per tal ragione essersi preferito allo stampo degli altri pezzi di
Candia da 4 e da 10 tornesi quello di monete perfettamente analoghe a
quelle della metropoli, se non nel tipo, bens nel peso, nel titolo e
nel valore. Era poi facilissimo in quell'isola ragguagliare questo
valore alla moneta ivi corrente; il soldone era pari a 15 tornesi; la
gazzetta a 30 tornesi, la gazzetta doppia a tornesi 60.

[T5] Moneta Grimani.

Dalle monete battute per l'isola di Candia nella veneta zecca,
passiamo ora a quelle che per dolorosa necessit dovettero coniarsi
nell'isola stessa. Prima di tutte ci si presenta fra queste una moneta
ch'ebbe il nome dal capitano generale Giambattista Grimani,
sottentrato al destituito Cappello nel 1646. Gli  appunto questo anno
che leggiamo inciso sulla moneta, ma non credo che allora siasi cusa,
bens in uno dei successivi, improntandola colla data 1646 solo perch
la nomina del Grimani era caduta in quell'anno.

La [I[moneta Grimani]I]  un pezzo da 2. 1/2 soldini recuso; la
recusione ha le forme pi barbare s ne' caratteri che nelle figure, e
fu stampata da gente inesperta nel maneggio del martello monetario,
talch sotto il secondo tipo rest non solo visibile e dicifrabile il
primo, ma il secondo  molto leggero e lascia a mala pena discernere
alcune parole. Non ci voleva quindi che il confronto simultaneo de'
sette esemplari custoditine nella Raccolta Correr per rilevare le
intere leggende di questa non comune moneta. L'uno de' lati offre lo
stemma della famiglia Grimani tutt'ornato di cartocci inelegantissimi
e sormontato dal berretto di capitano generale. Una linea circolare
gli gira intorno e lo divide dal campo della iscrizione ch'
indubbiamente questa: IO. BAP. GRIM. GEN. IMP. VENET. Una linea serve
d'appoggio allo scudo, e nel breve esergo che s'apre fra essa e la
circolare stanno le sigle G * 10. L'altro lato ha un orrido S. Marco
in soldo che tiene lo scudo Molin, insegna del doge allora regnante.
Nello spazio fra la linea su cui posa il leone ed il cerchio che lo
attornia sono ripetute le sigle G * 10, e fuori di questo cerchio gira
l'epigrafe SANCTVS MARCVS VENETVS 1646, notandosi per esattezza che le
N da questo lato sono rovescie. Quanto al diametro e al peso di questa
moneta  inutile il dirne, perch non , lo ripeto, che un pezzo da
2. 1/2 soldini di rame recuso.

Se veramente quell'anno 1646 si riferisse all'epoca dello stampo della
moneta, fatto riflesso alla moneta stessa che dagl'informi caratteri
si annuncia coniata in momenti d'estrema necessit potrebbe a taluno
venir in mente la si percuotesse in Rettimo assediata e presa
quell'anno da' Turchi. Ma non porterebbe allora il nome del Grimani,
s per del Cappello sotto il cui generalato ebbe s infelice esito la
resistenza di Rettimo. Chiamato il Grimani a quella suprema dignit
gli ultimi mesi di quell'anno, e incominciando la serie gloriosa delle
sue geste solo nel successivo, hassi tutto il fondamento di ritenere
che la data impressa sulla moneta non ad altro si riferisca che
all'assunzione dell'intrepido duce al generalato. Siccome poi nel 1648
per, vittima del suo dovere, nelle acque de' Dardanelli, e i nummi
ch'esaminiamo furono senza fallo improntati anzi che gli si
sostituisse il Mocenigo, del quale in caso diverso avrebbero portati
gli stemmi e il nome; cos  probabilissimo che la loro fabbrica abbia
a collocarsi nel 1648 quando i Turchi misero il primo assedio a
Candia. Quale ne fosse il valore, ce lo dice la moneta medesima,
G. 10; e siccome non abbiamo pezzo cui si possa applicare quella
iniziale fuorch la [I[gazzetta]I] cos opino doversi interpretare
quella sigla G. per gazzetta, e corrispondere il pezzo ad una lira
veneta o a dieci gazzette. Nel 1652 correvano ancora in Candia
siffatti pezzi, e sotto quell'anno ci racconta il Valier come i
disordini moltiplicatisi obbligassero la Signoria a totalmente
bandirli. Riporto il passo del Valier ([I[Storia della guerra di
Candia]I], p. 289) dal quale si rileva eziandio che appunto in
quell'isola s'imprimevano questi nummi, se vollersi inviati tutt'i lor
conii a Venezia: [I[Non ommetteva il Senato applicatione alcuna per
sostenere quella citt. E perch in essa s'erano formate certe monete
di rame dette ]I][SC[GRIMANI[I[]SC], le quali ogni giorno mancauano
di stima in riguardo dell'accrescimento che faceuano di numero, si
uedeva chiaramente che la continuatione delle medesime hauerebbe
affatto diuertito il commercio alla piazza, la quale una uolta
finalmente sarebbe perita per necessit; fu ordinato al generale Riua
che totalmente le prohibisse e che inuiasse a Venetia tutte le stampe,
per troncare una cosa tanto perniciosa; la quale, conforme
l'ordinario, fu incominciata con un ottimo fine in un caso di estrema
urgenza, ma fu poi continuata con fini d'ingordissima auaritia, oltre
l'inganno e la fraude d'infiniti monetarii che riceueuano incitamento
dalla facilit della fabbrica]I]. E conchiude: [I[Per questo merit in
tutti i tempi il pi attento riguardo la costruttione di nuove monete
di solo nome, perch essendo tanto soggette ad esser adulterate, la
medicina per ordinario diuenta ueleno, et il rimedio bisogna che nasca
con precipitio anche di molti innocenti]I]. Sante e generose parole
son pure queste ultime, che si vorrebbero scolpite sulle officine
monetarie dell'Europa moderna!

Prima di chiudere il mio breve discorso su questa moneta, di cui spero
aver determinato chiaramente l'epoca, il valore e la circostanza che
le diede origine, osserver essere questo di tutt'i nummi veneziani il
solo che porti altro nome nelle sue leggende da quello del doge; il
solo altres ove ad un generale veneziano sia dato il titolo
d'[I[imperatore]I].

[T5] Ossidionali del 1650.

Se spetta con ogni probabilit al primo assedio che Candia sostenne
nel 1648 la [I[moneta Grimani]I], appartengono al secondo due pezzi
assai pi rari, improntati dell'anno 1650, in cui i Turchi, raccolte
novelle forze, la strinsero formidabilmente. Questi conii a cui noi
Italiani diamo il nome di [I[ossidionali]I], e pe' quali la lingua
alemanna ha l'espressivo vocabolo [I[Nothmnze]I], mostrano nella
grettezza del disegno e nel pessimo stampo una mano avvezza a trattare
le armi del soldato pi che il martello dello zecchiere.

Esposi superiormente per qual ragione s'abbia a riconoscere nella
[I[moneta Grimani]I] un segno rappresentativo della lira veneta.
Alcune sigle ricorrenti ne' due tipi che qui verr illustrando li
manifestano multipli di quel nummo. Infatti quello maggiore in
diametro e in peso porta nel rovescio le iniziali L. X, mentre il
minore ha invece L. V, ch'io vorrei interpretare [I[lire dieci]I] e
[I[lire cinque]I]. Il Valier, nel passo pi addietro riportato,
parlando delle monete ossidionali di Candia sotto l'anno 1652 non
ricorda se non le monete Grimani e ne tace il valore. Che quel nome
abbia a dinotare il pezzo da 10 gazzette che porta l'anno 1646  fuor
d'ogni dubbio, perch vi leggiamo impresso il nome del capitano
generale Grimani. Non credo peraltro avanzare un'ipotesi malferma nel
conghietturare che ad altre monete successivamente battute fra i
rigori dell'assedio si desse il medesimo nome che s'era dato alla
prima. Certo  che i due nummi di puro rame che in breve descriver
dovettero subire il ritiro dalla circolazione, se sono oggi ridotti di
gran rarit.

[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa
moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia
straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che
nell'esemplare perfetto  s largo da corrispondere ad un sesto del
diametro della moneta, il quale tocca perci m. 0,030 nell'uno, e
0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso  nel primo di k. 59, nel
secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la
iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde
valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES
PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe  un piccolo leone, e a' suoi lati due
punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi
ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una
linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed  alla sua
volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti
e stelline, cos disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata
imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra
tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le
sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere
[I[lire dieci]I].

[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che serv nel 1648 a
battere la moneta Grimani, cio del pezzo da soldini 2. 1/2, si
giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno
rappresentatore del quintuplo di quella pi antica ossidionale. Almeno
tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo
Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo
pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro
proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove
scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire
cinque]I]. Il lavoro del conio n' per assai scadente, il diametro di
m. 0,020 senza il contorno.

Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo,
considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna
maraviglia per mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k.,
fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in
cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di
bombe, osserver che non occorreva certa scrupolosit nel pesare i
pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.

[T5] Zecchino di cuojo.

Scrisse lo Zon nel suo pi volte citato trattato della Zecca Veneta
(p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni,
o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino
di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi
24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di
forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E cos
segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente
(]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione
che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo
tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli
del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilit il sapersi
che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche
distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].

Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di
questa strana moneta, della quale io spero sar l'ultimo a dire.
Conciossiach sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta
tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori
scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in
questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perch la
battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota
combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner
era gi succeduto Bertucci Valier. Aggiunger che in niuno scrittore,
in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo
battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e
degli storici  per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi
vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.

Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani pi volte,
mentr'era in propriet del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto
negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione
potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di
Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma
sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di
cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la
differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H
non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che
s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo
medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema
d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio
dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca
nostra ed era quello medesimo che serv allo stampo dell'oro, come lo
provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno
lasci memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il
cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stamp quantit
straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola
travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della
capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come pi sopra vedemmo, a
nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente
comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco,
non avendo necessit di pezzi di valor nominale.

Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del
doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo
che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della
Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non
difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Cos
eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sar saltata a taluno
in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco
ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non
merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.

[T5] Gazzette e Soldi.

Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre
considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca
del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le
quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono
fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual
mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al
ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo
morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla
ducal dignit.

Le istorie nostre ci ricordano in quest'anno portato il flagello della
guerra sulle acque de' Dardanelli. Ecco perch vediamo cessare a
Candia le monete ossidionali e farsi luogo a quelle di giusto peso e
cuse nella veneta zecca.  fuor di dubbio che i Veneziani rifuggirono
mai sempre dai pezzi a' quali l'impronto dava un valore puramente
nominale, e quindi se talvolta ne emisero dovettero essere indotti a
farlo dalla pi dura necessit, come accadde ne' due assedii del 1648
e del 1650.

Allorch ho parlato delle gazzette e de' soldi coniati per la Dalmazia
e per l'Albania, ho fatto vedere come si prescrivesse intorno al 1700
che il loro peso fosse rispettivamente di k. 38 e k. 19. Ci non
ostante dalle succitate memorie di zecca rileviamo che si volle
fossero le gazzette per Candia di k. 34, i soldi di k. 17. La materia
n' puro rame; il diametro delle prime di m. 0,027, de' secondi di
m. 0,022. Veniamo alla lor descrizione.

Offre la gazzetta nell'averso il nome CANDIA in una linea orizzontale,
e sopra e sott'esso un rosone fra due stelline. Nell'esergo di questo
lato ha, ne' quattro diversi tipi che ne ho veduti, le sigle . N. C.,
F. R., M. A. S. e P. M., le quali, con esempio molto raro nel rame,
sono le iniziali del massaro sotto cui furono stampati i varii pezzi.
Due sole variet sono per in grado d'interpretare; vale a dire le
sigle N. C. che ricordano Nicol Contarini massaro all'argento nel
1658 l'anno medesimo in cui si decret la moneta, e quelle M. A. S.
che ricordano Marco Aurelio Soranzo il quale copr quella carica nel
1659. Il rovescio del pezzo in discorso porge il S. Marco in gazzetta
ma alcun poco variato dalla ordinaria rappresentazione, recand'esso
nella sinistra il libro de' Vangeli, nella dritta la spada alzata;
rappresentazione che rimarcammo ricorrere in altre monete cuse per
Candia sotto il doge Molin; e veramente miglior attributo non gli si
poteva applicare in que' tempi bellicosi. Gira intorno al simbolo del
patrono della Repubblica la epigrafe consueta . SANCT . MARC . VEN .
(o VENE .), e nell'esergo di questa faccia il numero II fra due
rosoni.

Simile alla gazzetta ma in proporzioni relativamente minori di peso e
di diametro  il soldo, del quale varia di necessit l'esergo del
rovescio che offre il numero * I *, e del quale non mi venne fatto
vedere che un tipo portante nell'altro lato le sigle P e M.

Le ultime monete son queste che i Veneziani improntarono per quella
diletta colonia. Undici anni dopo, nel 1669, esauriti da' nostri
tutt'i mezzi ch'erano in loro potere per impedire i progressi delle
vittorie de' Turchi, e prolungare una resistenza ormai divenuta
inutile ed impossibile, abbandonati dall'Europa incivilita, ammirati
da' contemporanei e pi da' posteri, segnarono quella capitolazione
per cui Francesco Morosini pot insuperbire quasi d'una segnalata
vittoria. Da quel giorno Candia decadde, Candia, memore dell'affetto
di Venezia, Candia mal tollerante il giogo de' barbari. E da quel
giorno sottentravano gli aspri e i par alle gazzette e ai tornesi, il
governo dei padisci a quello dei dogi, la luna falcata al leone di S.
Marco.

Non  per che dopo la caduta di Candia queste ultime monete che ho
descritte cessassero dall'aver corso. Anche vent'anni dopo la perdita
di quell'isola ne girava gran numero ne' possedimenti di Levante che
restarono alla Repubblica. Di ci abbiamo prove indubitatissime in una
serie di sigle che sulle gazzette, e pi raramente sui soldi, si
andavano contromarcando, delle quali offro un prospetto ove ho
raccolte le da me conosciute, quasi tutte esistenti nel Museo Correr.
Le loro variet si riducono alle seguenti: 1. VICE. VEND.N, 2. POLO
NANI ovvero PN, 3. S, 4. GB, 5. M, 6. ZD ed anche ZD4, 7. CCO,
8. RB, 9. TINO. Le agevolmente interpretabili sono, a vero dire,
soltanto le prime due; l'una ricorda Vincenzo Vendramin che nel 1688
scort la cassa militare in Morea dove i Veneziani stringevano
Negroponte d'inutile assedio, l'altra Paolo o Polo Nani che nell'anno
stesso era col tesoriere delle truppe della Repubblica. L'ultima,
ch'io mai non vidi, vorrebbe il Gradenigo, nel cui museo si
conservava, fosse contrassegnata per aver corso nell'isola di Tino
(Zanetti, II, p. 207, n. 280). Quanto alle altre, le lascio alla
interpretazione di numismatici di me pi pazienti o pi fortunati.



Prospetto delle variet d'incusione nelle Gazzette di Candia.
     [SC[SIGLE DEL MASSARO.]SC]  [SC[INCUSIONE NEL DIRITTO.]SC]  [SC[INCUSIONE NEL ROVESCIO.]SC]
1.  . N . C .                 S in cerchio di perline     G B in cerchio di perline
2.  . N . C .                 VICE. = VEND..N = * e ZD   CCO
3.  . M . A . S .             nulla                       RB
4.  . M . A . S .             VICE. = VEND..N = * e PN   POLO = NANI sotto 2 perline
5.  . M . A . S .             P N                         POLO = NANI fra 6 perline
6.  . M . A . S .             Z D                         CCO
7.  . M . A . S .             S fra perline               GB fra perline
8.  . M . A . S .             nulla                       POLO = NANI fra 7 perline
9.  . P . M .                 S fra perline               GB fra perline
10. . P . M .                 POLO = NANI fra 6 perline   nulla
11. . F . R .                 G B in cerchio di perline   S fra perline
12. . F . R .                 VICE. = VEND.N             POLO = NANI fra 7 perline
13. . F . R .                 S dentro una corona (?)     B dentro una corona (?)
14. . F . R .                 M in cerchio di perline     nulla
15. . F . R .                 P N                         POLO = NANI
16. . F . R .                 VI = VE e Z D 4             CCO
17. . . . . . .               VICE. = VEND..N            POLO = NANI e PN
18. . . . . . .               VICE. = VEND..N e TINO     nulla


Del soldo due sole variet incuse sono a mia notizia, l'una nel Museo
Correr coll'esergo P. M. avente contromarcata nel diritto una S fra
perline, nel rovescio G B; l'altra descritta dal Gradenigo (Zanetti,
II, p. 207 n. 281) recante nel diritto incuse le iniziali DM entro una
corona.



[T1] IV. CIPRO.

Quando nel 1473 mor Jacopo Lusignano re di Cipro, Catterina Corner
veneziana a lui disposata nel 1468 assunse le redini del governo
dell'isola in nome del figlio che, postumo al marito, le nacque. Pochi
mesi visse il fanciullo e, lui morto, la Corner rimase sola a
signoreggiare il reame. Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna si
avessero monete, battute vivente il figliuolo; ma la sola ch'ei ne
ricordi nelle sue schede non  che un mal conservato pezzo di rame
dell'imperatore Michele Duca. Escludiamo perci dalla nostra serie
quel pezzo, che veramente non le apparterebbe s'anche fosse genuino,
perch battuto anzi la cessione fatta dalla Corner dell'isola di Cipro
a' Veneziani, avvenuta nel 1489.

Rileviamo da memorie di zecca che negli anni 1553 e 1559 si coniarono
per Cipro monete appellate

[T5] Carzie.

Questo nome, che manca ora al greco volgare, suona moneta di rame, sia
poi di semplice rame o di basso biglione, e deriva da [Gr[chalks]Gr],
[I[aes]I], o da [Gr[chlkeios]Gr], [I[ex aere ductus]I], o meglio
ancora da [Gr[chalkon]Gr] preso in senso di moneta vile, come lo us
Aristofane ([Gr[Batracho]Gr], Act. II. [I[Antepirrh]I]. v. 8 e 9):

  ... [Gr[all totois tois ponerois chalkois]Gr]

  [Gr[Chths te ka pren kopeisi to kaksto kmmati]Gr].

 facile a spiegare colle corruzioni della greca favella ne' bassi
tempi il non insolito mutamento della pronuncia della [Gr[l]Gr] in
[Gr[r]Gr]. Infatti anche oggid il coniatore  detto dal popolo greco
indifferentemente [Gr[chalkias]Gr] e [Gr[charkias]Gr]. N crederei
diversa la origine della medicea [I[crazia]I] toscana, che per altri
vorrebbero derivare dal [I[kreuzer]I] tedesco.

Ma i nostri numografi, ricordando le [I[carzie]I] di Cipro, e l'epoche
del loro stampo surriferite, e il loro peso di k. 2. 2, e il titolo
ragguagliato a 92 di fino, o a 1060 di peggio per marca, non si
volsero ad applicare quel nome ad alcuna moneta delle cuse in quegli
anni. Eppure, se non di Marcantonio Trevisan che regn un solo anno,
vi sono monete di Francesco Venier che duc dal 1554 al 1556, e di
Girolamo Priuli che mont nel 1559 il trono ducale, alle quali si pu
applicare senz'esitanza il nome di [I[carzie]I], corrispondendovi,
oltre l'epoca, il titolo e il peso.

Sono queste due nummoli molto rari, i quali recano dall'un de' lati
una croce con quattro fiamme o con quattro bisanti agli angoli che
forman le braccia, e chiusa da un cerchietto, oltre cui gira
l'epigrafe + FRANC . VENERIO . DVX negli esemplari del primo, e in
quelli del secondo + HIERON . PRIOLI . DVX . Offre il rovescio il
leone di S. Marco in gazzetta e intorno ad esso la leggenda + S .
MARCVS . VENET . Degli unici esemplari che ne ho veduti, conservasi il
primo al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il loro diametro 
m. 0,013, il peso  il pi sopra riferito di k. 2. 2, meno le piccole
differenze portate dal non perfetto grado di conservazione. Il titolo
del biglione corrisponde appunto a peggio 1060.

Non sappiamo il valore della carzia a quell'epoca, ma questo valore ci
apparir dal confronto con altra moneta notissima, cio col ducato
d'argento di Girolamo Priuli. Questo pezzo, il maggiore che fino
allora avessero monetato i Veneziani in quel metallo, si fece a peggio
60 e del peso di gr. 651, cio di k. 162. 3, ed aveva quindi di fino
gr. 617. 3/32. Siccome il ducato stesso si valutava allora, per
decreto 7 gennajo 1561, lire 6 e soldi 4, cosi ogni soldo vi era
rappresentato da una particella di argento fino del peso di
k. 1. 3875/3968. Ora, essendo nel ducato il bagattino rappresentato da
circa quattro decimi di grano, e nella carzia avendosi parimente di
fino grani 0,799, valutato alcun poco in quest'ultima il molto rame,
credo poter affermare che la carzia equivaleva intorno alla met del
secolo XVI a 2 bagattini.

[T5] Soldo col doge armato.

Si custodisce nella Marciana un soldo, del peso di k. 2 d'argento, a
peggio 550 per marca o poco meno, recante da un lato la imagine in
piedi di Pietro Loredan, doge dal 1567 al 1570, volto a sinistra,
coperto d'armatura, cinto il capo del corno ducale, e stringente colla
destra il vessillo. Intorno a lui la epigrafe PETRVS . LAVRETA .
DVX .; al rovescio il S. Marco in soldo chiuso da cerchietto, oltre il
quale la consueta leggenda + S . MARCVS . VENETVS . Di questo pezzo,
d'esimia rarit e di molta bellezza, il Museo Correr possede un
esemplare, ignorato allo Zon e agli altri numismatici, simile al
suddescritto nel peso, nel titolo, nel tipo del diritto, e totalmente
svariato nel rovescio, perch reca la figura del Cristo in piedi,
veduta di prospetto, che tiene il mondo nella sinistra, e colla dritta
sta in alto di benedire, ed  attorniato dal motto TV SOLVS SANCTVS;
tipo ricorrente in altre monete di quest'et, senza nome di doge, e
che probabilmente spettano al Loredan. Vorrebbe lo Zon che questa
monetina, da lui veduta soltanto nella Marciana, fosse allusiva alla
guerra coi Turchi principiata nel 1569, e battuta per uso della veneta
armata (ib. p. 35); e pi sotto (p. 68) la novera fra le monete di
Cipro. Io non nego che il doge possa aversi effigiato nella singolare
rappresentazione di catafratto per aver egli incoata la guerra co'
Turchi a proteggere il minacciato reame; ma non posso convenire collo
Zon nell'ascrivere ch'ei fa alla serie delle monete di Cipro il soldo
presente. I due esemplari, che forse unici se ne conservano, recano
ambedue, come indicai test, simile il diritto, diverso il rovescio; e
questo rovescio medesimo vediamo in monete affatto comuni di quella
et. Non potrebb'egli meglio spiegarsi il tipo e la rarit del
controverso pezzo, ritenendo che i due esemplari del Correr e della
Marciana, fossero semplici prove di una moneta a cui si volle poi
sostituire un diverso rovescio?

[T5] Bisante.

L'unica moneta che i Veneziani stampassero nell'isola di Cipro  il
[I[bisante]I], nummo ossidionale lavorato da' difensori di Famagosta
stretta da terribile assedio. Nella sua operetta [I[Historia de
Salamina capta]I], edita la prima volta a Venezia nel 1843, Antonio
Riccoboni, storico contemporaneo a quel fatto, tocca dell'origine di
questa moneta: [I[Cum autem IV. Non. Majas ]I](a. 1570)[I[ per totam
insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset,
ipse]I] (intendi Marcantonio Bragadin difensore della piazza, che dopo
la resa fu scorticato vivo da' fedifragi nemici) [I[pecuniis
indigens... quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et
pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam
opportunum nummorum subsidium sperare posset... aerarium confici
quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit;
alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi
moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in
praesidio erant satisfaciebat, edicto facto ut suspendii poena illis
esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent]I].

Il pezzo ossidionale di Famagosta, ovvio a trovarsi,  di puro rame ed
ha un diametro di m. 0,028; il peso ne' varii esemplari  tanto
incerto che sembra affatto arbitrario; il minimo da me riscontrato fu
di k. 17, il massimo di k. 46. Nel mezzo del campo del diritto  il
leone seduto e rivolto alla sinistra del riguardante, e sott'esso
l'anno 1570, e all'ingiro PRO. REGNI. CYPRI. PRESSIDIO. Nel rovescio 
in tre linee la iscrizione VENETORV = FIDES. INVI = OLABILIS, sopra la
quale un amorino, svolazzante verso la destra, allude alle tradizioni
mitologiche dell'isola cara a Venere; e nell'esergo il nome di BISANTE
colle note, varie negli esemplari, IIII, .I., . I . E ., . I . F . Ma
come discernere fra questi pezzi quelli [I[duodecim assium]I] e quelli
[I[quattuor quadrantium]I] che il Riccoboni distingue? Le sigle
stessissime occorrono in un pezzo del massimo e in uno del minimo
peso; dunque il peso non  dato regolatore. Il tipo nemmeno perch in
tutte  simile, come simile  il metallo che in tutte  semplice rame.
Se tutte avessero la cifra IIII potrebbero essere i pezzi di 4
quadranti, pezzi che d'altronde non sappiamo a che moneta
corrispondessero. Ma quello di 12 assi, nome parimente a noi
sconosciuto, parlandosi di monete coniate da' Veneziani, qual mai
sarebbe? Forse quel nummo di biglione, custodito alla Marciana, del
diametro m. 0,021 e, del peso di k. 14, che offre da un lato in
quattro linee la epigrafe S = ARGE = NTI = .X., e dall'altro il leone
di S. Marco gradiente verso manca con all'esergo 1571? Lo Zon (p. 69)
non esita a dirci anche questo pezzo, di rarit straordinaria,
spettare alla guerra di Cipro; ma per uniformarsi al detto dal
Riccoboni dovrebbe portare la cifra XII anzich quella X.
Confessiamolo, ci mancano i fondamenti per basare una pi plausibile
conghiettura.



[T1] V. TERRAFERMA VENETA.

Abbracciamo sotto questo nome i possedimenti della Repubblica Veneta
nella penisola d'Italia, escludendone il Dogado che comprendeva le
lagune del settentrione dell'Adriatico e i loro margini sul
continente. Pi esteso per era il nome d'ITALIA VENETA, in cui
s'includeva anche la penisola d'Istria.

Le condizioni naturali e politiche di Venezia ne aveano fatto uno
stato commerciale, e meglio necessitato a stendere le sue colonie
marittime sull'Adriatico e sul Mediterraneo che non a dominare il
continente italiano. Era bastevole una forza terrestre a proteggere i
limiti dell'estuario dagli attacchi degli stati minori, i cui confini
toccavano all'occidente quelli della Repubblica; e se Venezia fu
grande e ricca a dismisura, allora soltanto lo fu quando i suoi
possedimenti continentali si limitavano alle terre del Trevisano. La
smania di dominare in Italia, pagata a troppo caro prezzo con guerre
che per anni ed anni si rinnovarono a tutto svantaggio della potenza e
del commercio de' Veneti, li mosse a dilatare i loro confini sino
quasi alle porte di Milano, e ad occupare oltre Po varie castella
delle marche ne' secoli XV e XVI.  d'altri libri ufficio, meglio che
non del mio, il dimostrare come quella smania, fattasi ancora pi
ardente quando le scoperte de' Portoghesi e degli Spagnuoli sul cadere
del quattrocento aprirono vie novelle a' commercii, e quando potenti
nemici calati dalle Alpi e collegati ad altri stati italiani le
contesero armata mano ogni palmo de' suoi territorii.

Come nelle province oltremarine, anche in quelle continentali inviava
la Repubblica a reggerle patrizii investiti della carica di
[I[podest]I], e nelle citt principali altri con titolo di
[I[capitani]I] a cui s'annetteva la giurisdizione militare, questi e
quelli mutati per solito ad anno. Ma conservava a' paesi, che le sue
armi aveano occupati, i loro proprii statuti e ne temperava il rancore
della perduta autonomia colla mitezza delle savie leggi, colla tenuit
delle imposte, coll'iscriverne le pi illustri famiglie nel patriziato
dominante.

Allorch i Veneziani dilatarono le loro conquiste in Italia, sentirono
la necessit di apportare tali modificazioni alla loro monetazione da
renderla facile e gradita agli stati ove novellamente signoreggiavano.
Quindi i marcelli e le lire mocenighe e gli scudi d'oro ebbero nel
volger di pochi anni spaccio immenso nella Terraferma; ed  ben
difficile che si scopra qualche tesoretto sepolto nella pianura padana
i primi anni del secolo XVI ove non entrino in quantit considerevole
i nummi nostri. Citer fra gli altri un tesoretto scavato l'autunno
1849 ad Abbiategrasso, che pare aver formato il peculio di un milite
di cui si rinvennero presso alle monete la spada ed un frontale di
cavallo. Vi si contenevano uno scudo d'oro di Carlo VIII di Francia,
varii [I[cavallotti]I] de' marchesi del Monferrato, di Saluzzo e di
Lavagna, due pezzi d'argento di Solothurn e di Uri, molti pezzi minori
di Francesco Sforza; e insieme ad essi 2 [I[marcelli]I] di Pietro ed 1
di Giovanni Mocenigo, altro di Andrea Vendramin, uno di Agostino
Barbarigo ed uno di Leonardo Loredan, de' quali due ultimi dogi
v'erano eziandio due [I[mocenighe]I].  questa una prova di pi al
fatto gi noto del favore che godeano in Italia le monete veneziane.
Sennonch introducendosi, per le vie stesse ond'uscivano le nostre, le
monete straniere negli stati della Repubblica, il C. X. bandiva il 23
marzo 1517 le monete di ogni specie di Saluzzo, del Monferrato, di
Lucca, di Bologna e d'altri governi italiani, riputandole di pessima
qualit. Pochi stati invero tennero pi d'occhio i nummi usciti dalle
zecche straniere di quello che fece la Repubblica Veneta gelosa del
credito de' suoi proprii.

Ma non solamente i maggiori pezzi d'argento e quelli d'oro erano
ricerchi nella Terraferma Veneziana, ma si faceva sentire il bisogno
altres de' piccoli spezzati, e fu pi d'una volta conceduto alle
singole citt lo stampo di monete destinate al corso esclusivo in esse
e ne' lor territorii, e queste sono le ultime di cui ho ad occuparmi
nel presente lavoro.

TREVISO.

Capitale della Marca Trivigiana sotto l'impero de' Franchi, Treviso
ebbe ne' primi anni del secolo IX [I[corte]I] o palazzo imperiale,
dove s'improntarono monete col nome e col monogramma di Carlomagno.
Smembrata successivamente la Marca in piccoli territorii, altri
signoreggiati da famiglie cospicue, altri reggentisi a repubblica,
andarono restringendosi i confini del territorio rimasto soggetto alla
citt di Treviso, che di repubblica divenne feudo imperiale, e pass
dagli Ezzelini ai Caminesi e quindi agli Scaligeri, che nel 1338 lo
cedevano a Venezia in un trattato di pace. Oppressi poi i Veneziani
dall'impeto de' Genovesi, rinunciavano nel 1381 Treviso a' duchi
d'Austria che ristabilitavi l'abbandonata zecca vi batteano nuovamente
monete. Ma occupata pi tardi dai Carraresi, ricadeva nel 1389 ne'
dominii della Repubblica.

La necessit in cui si trov nel 1492 la citt di minuti spezzati
della moneta per sopperire a' bisogni della popolazione, la determin
a chiedere alla dominante la fabbrica di un bagattino pari a 1/12 di
soldo, recante, oltre il simbolo del Vangelista, la imagine del
patrono di quel comune, S. Liberale. E il Consiglio de' Dieci sanciva
la seguente terminazione:

[I[  1492. die 24 oct. in C. X. cum add.]I]

[I[Quod auctoritate hujus Consilii mandetur fieri in Cecha
  nostra duc. centum bagatinorum ad sex pro marcheto
 ad requisitionem fidelissimae civitatis nostrae Tarvisii
  de puro ramine ad illam stampam quam illa comunitas
  requisivit. Videlicet ab uno latere cum impressione Sancti
  Marci in soldo et ab alio latere cum impressione
  Sancti Liberalis protectoris sui, cum ordine et mandato
  quod de eis non possit expendi ultra valorem unius marcheti
  pro vice; ut cum eis provideatur necessitati pauperum
  et expendantur in civitate et territorio Tarvisii.]I]

II bagattino coniato per Treviso nella veneta zecca  somigliantissimo
a quelli che, intorno all'epoca stessa, si fecero per le citt di
Dalmazia, e con essi ha comune il metallo ch' puro rame, o pi
frequentemente ottone. Il diametro n' m. 0,017 e nel peso varia da
k. 8 a k. 8. 2. Il diritto offre il patrono di Treviso in piedi,
veduto di prospetto e che stringe nella destra una spada colla punta a
terra e nella manca un'asta. All'ingiro  la epigrafe S. (ovvero
SANCTVS in rari esemplari) LIBERALIS. TARVIXI, e a' suoi lati le sigle
N e M, ad eccezione di pochi esemplari in cui non ricorrono. Il
rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo chiuso da una linea
circolare ed attorniato dall'epigrafe +. S. MARCVS. VENETI.

Quanto al valore de' bagattini in discorso, sarebbe ozioso il ripetere
ci che ho gi detto parlando di quelli cusi per le citt dalmate, e a
quella parte della mia operetta perci rimando i lettori. Quanto poi
alle sigle N e M, confesso che mi sono inesplicabili. Lo Zon, toccando
di queste monete nel suo pi volte citato trattato (p. 35), crederebbe
spettassero a Nicol Marcello che nel 1453 sedette podest a Treviso,
e il Gradenigo (Zanetti, vol. II p. 157 n. 6, 7, 8)  incerto se a lui
veramente attribuirle o meglio a Nicol Morosini che vi copr quella
carica nel 1417. Basta per confrontare queste monete colle altre che
si hanno d'epoca certa di Tra e di Lesina, da me ricordate alle
pagine 35 e 59, per convincersi della contemporaneit del loro stampo
con quello del bagattino di Treviso. Arrogi che la terminazione 1492
or ora riportata non parla di nummi antecedentemente lavorati per
quella citt; arrogi il disegno e la forma delle lettere che accusa il
declinare del secolo XV o il sorgere del successivo; e sar necessario
escludere dalle probabilit le ipotesi del Gradenigo e dello Zon. Reca
per maraviglia che nel [I[Libro Reggimenti]I] non rinveniamo n fra i
podest n fra i capitani di Treviso, dal 1492 a tutto il secolo
successivo ed anzi fino al 1684, alcun nome che concordi con quelle
iniziali. Simili discrepanze fra le sigle impresse sulle monete e i
nomi de' reggitori che pur doveano corrispondervi, ho rimarcato pi
addietro ne' bagattini di Spalato (p. 37). N meglio saprei spiegare
questo fatto che ritenendo qualche sbaglio o qualche ommissione
ov'incorse il compilatore pazientissimo del [I[Libro Reggimenti]I].

Non  per questa la sola moneta che i nostri battessero per Treviso.
Altra ve n'ebbe, quantunque non recante il nome n il patrono di
quella citt, in epoca pi antica. Ad evitare pertanto inutili
ripetizioni, ne diremo parlando delle monete di

PADOVA.

Giovanni Brunacci, che nel 1744 pubblicava il suo erudito libretto
[I[de re nummaria Patavinorum]I], precorrendo al maggior lavoro che il
Verci inseriva sull'argomento medesimo nella grande collezione dello
Zanetti, riporta documenti del secolo XI da' quali appare che in
quell'epoca si conteggiava a Padova in moneta veneziana. Un istrumento
fra gli altri del 1053 ivi eretto nomina i [I[solidos de Veneciarum
moneta]I]. Anche ne' secoli successivi, quando la Repubblica Padovana,
retta da' vicarii dell'impero, esercitava il diritto di zecca, la
bont de' nummi nostri li faceva ivi preferire a quelli d'ogni altro
paese, non esclusi i patrii; ed  perci che in un rotolo conservato
nell'Archivio Comunale di Padova, recante la data 23 febbrajo 1287, un
Palamede Scapultro confessa di aver ricevuto [I[solidos XLIII, et XVII
denarios venetorum grossorum]I]. Ma nel secolo successivo, durante la
signoria di que' da Carrara, spinta con alacrit singolare la
operosit della zecca di Padova, vi cess la voga delle monete venete,
a cui sottentrarono le carraresi; le quali, perch mal rispondenti nel
loro valore nominale all'intrinseco, bandivano i Veneziani da' loro
stati, ove s'erano introdotte, colla terminazione seguente che
trascrivo dal Capitolare delle [I[Broche]I], e che non  a mia
cognizione sia stata ancor pubblicata.

[I[  1378 (more Veneto cio 1379) die 18 Januarii, in Rogatis.]I]

[I[  Cum in Padua fiat de novo quaedam moneta nova ad
  formam soldinorum nostrorum, quae moneta nova habet
  ab uno latere charium, et ab alia parte crucem, quae moneta
  nova est cum magna utilitate nostrorum inimicorum et
  damno terrae nostrae;]I]

[I[  Vadit pars, quod praedicta moneta nova in totum sit
  bannita de Venetiis, et de omnibus terris, locis, et
  civitatibus Communis Venetiarum, et insuper pro bono
  et commodo nostrorum civium et fidelium qui ad
  praesens reperirent apud se de dictis monetis, ut ex
  hoc non recipiant notabile damnum, ordinetur, quod
  assignetur eis terminus per totum mensem praesentem;
  videlicet cuilibet qui haberet de eis, quod possit
  dictas monetas usque ad dictum terminum portare ad
  officium monetae, ubi habebunt de qualibet marcha
  praedictarum solidos quatuordecim, existentibus ipsis
  monetis bonis de argento; et si essent de falsis, illas
  debeant incidere officiales nostri, et restituere illis
  quorum essent, sine aliqua poena. Elapso vero dicto
  termino, omnes quibus dictae monetae novae factae in Padua,
  vel carrarini novi vel veteres reperti fuerint, tam falsi
  quam boni, debeant perdere praedictas omnes, et tantundem
  pro poena: de qua poena non possit fieri gratia,
  donum, remissio, revocatio vel aliqua declaratio, aliquo
  modo vel ingenio, sub poena librarum mille pro quolibet
  ponente vel consentiente partem in contrarium. Et
  praedicta stridentur publice in locis solitis, et
  committantur omnibus officialibus nostris quibus commissa
  sunt negotia argenti et monetarum, habentibus ipsis
  officialibus partem suam solitam de poenis, ut habent
  de aliis sui officii.]I]

Allorch i nostri occuparono armata mano nel 1405 la citt di Padova,
le monete della dominante sottentrarono a quelle de' principi
Carraresi. Nel 1443, ducante Francesco Foscari, il Senato decretava lo
stampo di bagattini per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, di lega
avente 1/2 marca di argento fino sopra 8 1/2 di rame, cio a peggio
1088. A questa terminazione del 22 febbrajo, che recheremo pi sotto,
altra ne faceva succedere il 24 maggio dell'anno medesimo del tenore
seguente:

  + [I[YHS. 1443. die 24 Magio, in Pregadi.]I]

[I[  Conziossiach fosse prexo in questo Consejo che in
  la Cecha nostra sia fato di bagattini per Pergamo,
  Bressia, Verona, Vicenza, e niente sia expresso
  de Padoa, Trevixo et altre tere nostre;]I]

[I[  Vada parte che i masseri nostri de la moneda de
  l'arzento mandar debiano a Padoa, Trevixo e ale altre
  tere nostre da parte de tera et in la patria de
  Friul de bagatinj i qual vien spexi in li diti luogi,
  fati ala liga si chomo e prexo in questo Consejo.]I]

Bisogna quindi investigare quale fra le varie piccole monete che
abbiamo del Foscari sia la contemplata dalla terminazione del Senato
del 1443. Sappiamo che a quest'epoca una marca d'argento fino dava
lire venete 31, e quindi la lira vi era rappresentata da un pezzetto
d'argento del peso di grani 148. 2/3, il soldo da grani 7. 13/30 e il
bagattino da 0,65 di grano. Siccome le monete ordinate da' suddetti
decreti avevano per marca 1088 di peggio sopra 64 di fino, vi stava
cio il peso del rame a quello dell'argento come 17 a 1, cos ogni
singolo pezzo avente 0,65 di grano di argento dovea pesare nel suo
complesso grani 11,05. E questo peso e questo titolo appariscono nelle
monetine del Foscari che recano dall'un de' lati le iniziali F, F, D,
V ([I[Franciscus Foscari Dux Venetiarum]I]) fra le braccia di una
croce, e dall'altro il San Marco in gazzetta senza iscrizione.

Ma di un'altra moneta coniata per Padova trovo memorie ancor pi
precise sotto l'anno 1491 in una terminazione del C. X. che ne ordina
lo stampo.

[I[  1491. 31 Auosto, in C. X. cum Add.]I]

[I[  L'ander parte che per autorit de questo Consejo
  sia preso et deliber che in la Zecha nostra el sia
  chuniado per l'avegnir bagatini de la sorta e qualit
  mostrada adesso a questo Consejo, i quali vaiano 12 al
  soldo, i quali siano tuti de puro rame de eser spexi in
  Padoa e per lo Padoan destretto ala raxon predita de
  12 al soldo, e siano fati con la imagine de Sam Marcho
  in forma de liom da uno lady e con una croxe dal altro,
  si come e sta conzeso a Veronesi. E chuniadi siano mandadi
  ala camera nostra de Padoa ducati zento.]I]

La moneta di cui fa parola la presente terminazione, d'onde pare che
siasi anche per lo innanzi battuta pe' Veronesi,  un pezzo di puro
rame o di ottone, abbastanza facile a rinvenirsi, che reca il nome
dell'allora regnante doge Agostino Barbarigo, o del costui successore
Leonardo Loredan; moneta per che finora nessun numografo seppe
spettare a Padova. Porta dall'un de' lati una croce ornata le uguali
braccia di piccoli bisanti e contornata da un cerchio oltre il quale 
la epigrafe AVG . BARBADICO . DVX, ovvero LEO . LAVREDAN . DVX .
L'opposto lato presenta il sacro leone volto alla dritta del
riguardante e che tiene colle zampe anteriori il vessillo. All'ingiro
 la leggenda SANCTVS . MARCVS . VENETI . e fra le zampe del leone
v'hanno varie sigle che qui riporto traendole da' varii esemplari
ch'ebbi a vederne nella Raccolta Correr.

I pezzi di Agostino Barbarigo recano le iniziali A . F, Z . F . M,
C. K, Z : R, M . B, M . L, e alcuni ne vanno senza. Di quelli del
Loredan, altri portano . A . M ., altri mancano affatto di sigle.

Delle prime non sono agevoli ad interpretarsi che le due ultime,
indicanti i nomi di Marco Bollani e di Leonardo Mocenigo, ambedue
podest a Padova, quegli nel 1498, questi nel 1500. Quelle su' pezzi
del Loredan vanno spiegate col nome di Alvise Molin che fu rivestito
di pari carica nel 1504. Le altre del Barbarigo non si accordano col
nome d'alcun podest di Padova n di Verona dal 1492 al 1501.

Che per in altri anni si desse mano allo stampo di queste monete da
spendersi a Padova e nel suo territorio ce lo prova una terminazione
del C. X. 19 dicembre 1498 che ordina una nuova fabbrica de' [I[soliti
parvuli]I] per Padova che devon'essere quelli recanti le sigle M . B;
come pure un'altra parte del consiglio stesso, 6 marzo 1503, decreta
si stampino altri cento zecchini in [I[oboli ad solitam stampam]I] per
quella citt, che sono a mio credere i pezzi su cui leggiamo le
iniziali di Alvise Molin.

VICENZA.

II territorio vicentino  la seconda provincia che la Repubblica di
Venezia acquistava in Terraferma. Fattisene padroni nel 1259 i
Padovani, dopo la uccisione di Ezzelino da Romano, ne vennero
spossessati il secolo successivo dagli Scaligeri che vi dominarono
fino al 1387, in cui cadde in potere di Gian Galeazzo Visconti. Lo
tennero i Visconti fino al 1403 in cui i Vicentini volontariamente si
sottoposero a' nostri coll'assenso della duchessa vedova di Milano, la
quale non potendo assicurarsi il possesso di quella provincia, invasa
dai Carraresi signori di Padova e di Verona, volle piuttosto cederla
a' Veneziani che a' suoi nemici.

Fino dal secolo XIII Vicenza ebbe diritto di zecca e v'impront grossi
col nome della citt; grossi che recando l'aquila dell'impero
germanico spettano certamente al governo de' vicarii imperiali. Ma i
conquistatori che la occuparono poi le tolsero quel diritto, e la
citt ebbe a vicenda i nummi degli Scaligeri e dei Visconti, non senza
che nel suo territorio abbondassero quelli de' Carraresi. Ma allorch
i Veneziani se ne resero padroni, pensarono tosto ad introdurvi le
loro monete, trovandosi nel Capitolare delle [I[Broche]I] la nota
seguente sotto il 19 settembre 1404: [I[Quod pro moneta ordinata fieri
pro Verona et Vicencia possit fieri expensa notata in cedula
praesentibus introclusa]I]. Non siamo per in grado di determinare
quale fosse questa prima moneta fatta battere per inviare alle due
citt subito dopo la loro occupazione operata da' nostri.

E nel 1405 una parte, presa in Collegio il 29 settembre, ricorda
l'orafo Marco Sesto, a cui si aumenta il salario [I[pro intajando
stampas monetarum Veronae et Vicenciae quae verberantur et cuniantur
Veneciis]I].

Nel 1443 il 22 febbrajo un senatoconsulto, citato quando parlai delle
monete di Padova, e che riporter testualmente allorch ci occuperemo
di quelle di Brescia, decretava lo stampo dei bagattini o piccoli a
peggio 1088 anche per la citt di Vicenza. Ho ivi pure determinato
quale sia la moneta contemplata da quel decreto.

Nel 1498 il C. X. sanciva la seguente terminazione:

[I[  1498. 30 Julii, in C. X.]I]

[I[  Fidelissima comunitas nostra Vicentiae supplicari fecit
  ut ei concedamus quod in Cecha nostra cudi faciamus denarios
  ad novem pro marcheto et ad tres pro marcheto, sortis
  et qualitatis quae videbitur Capitibus hujus Consilii. . .
  Captum sit quod cudantur in Cecha nostra ducati CCC
  bagattinorum pro hac civitate consuetae stampae, pro usu
  hujus civitatis.]I]

Giova ora osservare se a qualcuno dei piccoli spezzati di argento o di
biglione del doge Agostino Barbarigo abbiano a riportarsi i pezzi
battuti per Vicenza, da nove al marchetto e da tre al marchetto. E a
ci fare partiremo da un dato sicuro, dal prezzo cio che aveva allora
l'argento ragguardato nel maggior pezzo di quell'epoca, nella lira
[I[moceniga]I], del valore di soldi 20 e del peso di k. 31. 2, a
peggio 60 per marca. Ogni [I[moceniga]I] aveva perci di fino grani
119. 251/288, e quindi il soldo vi era rappresentato da gr. 5. 19/20
di fino argento.  precisamente questo il peso dell'argento sceverato
dalla sua lega ne' due piccoli marchetti che abbiamo di quel doge,
l'uno col leone alato, l'altro col tipo della moceniga in tenuissime
proporzioni. Quindi  che de' pezzi cusi per Vicenza il primo,
ragguagliato ad 1/9 di soldo e perci corrispondente a bagattini
1. 1/3, avrebbe a contenere di fino 0,66 di grano; il secondo,
ragguagliato ad 1/3 del marchetto o a bagattini 4, avrebbe a contenere
di fino gr. 1. 49/50.

Una terminazione del C. X. sancita pochi anni addietro reca qualche
lume a tale intralciata questione:

[I[  1489 (more veneto cio 1490), 17 fevrer, in C. X. cum Add.]I]

[I[L'e deliberado per questo Consejo con la Zonta che i
  bagattini da 9 al soldo diebano tegnir charati 60 per
  marcha d'arzento fin; et de quatrini bianchi ala raxon
  de 3 al soldo deba tegnir d'arzento charati 180 per ogni
. marcha.]I]

Rilevasi chiaramente da questa legge che ne' pezzi da 1/9 di soldo
l'argento fino deve stare al peso totale come 60 a 1152, cio come 5 a
96; in quelli da 1/3 di soldo come 180 a 1152, ovvero come 5 a 32.
Dunque i primi che tengono di fino 0,66 di grano avrebbero a pesare
gr. 12,67, e simile dovrebb'essere il peso de' secondi, ne' quali
tuttavia l'argento sarebbe in tripla quantit, avrebbero cio di fino
gr. 1,98 e di peggio gr. 10,69. Devo per confessare che n l'una n
l'altra di queste monete non vidi mai. Lo Zon, che tali spezzati
toccava appena di volo (p. 47), crederebbe ravvisarle in que' pezzi
del Barbarigo a cui pi ragionevolmente ho applicato il nome di
[I[tornesi]I]. V'hanno bens de' tempi del Barbarigo due piccole
monete, senza epigrafe alcuna, l'una delle quali di fino argento a
peggio 60 circa recante da un lato il S. Marco in soldo, dall'altro la
Vergine, piccolissima moneta e leggiadra, del peso di 3 soli grani,
che quindi equivale al [I[bezzo]I] o al [I[mezzo soldo]I]; la seconda,
recante da un lato lo stesso simbolo del Vangelista, e dall'altro una
croce ornata di bisanti; del peso di grani 5 e di argento a circa
peggio 300, in cui potrebbe ravvisarsi una variet del [I[bezzo]I]. Ma
le monete battute per Vicenza non saprei discernerle n in questo che
tanto se ne scostano, n in altre dell'epoca del Barbarigo.

E inutile parimente  il cercarle fra' nummi improntati sotto la ducea
del Loredan, durante la quale abbiamo memorie che pur si stampassero,
perch la legge del C. X. 26 maggio 1503 decreta che si coniino altri
500 zecchini [I[bagattinorum ad 9 pro marcheto]I] da spedirsi a
Vicenza.

VERONA.

Una delle pi fervorose citt italiane a stringere la lega lombarda,
Verona si reggeva a comune quando venne segnata nel 1177 la pace di
Venezia. Straziata prima dalle fazioni de' guelfi e de' ghibellini,
pi tardi tiranneggiata dal vicario imperiale Ezzelino da Romano,
cadde in potere della famiglia Scaligera che per 127 anni la tenne,
spogliatane poi da' Visconti di Milano che volontariamente offersero
citt e territorio alla Repubblica di Venezia, perch non avessero a
cadere in mano di stranieri venuti di oltr'Alpe. Sennonch, prima che
i Veneziani ne conseguissero il possesso, fu ricuperata dagli
Scaligeri, e poco dopo occupata da' Carraresi di Padova, a' quali i
Veneziani la tolsero per sempre nel 1405.

Il diritto di zecca che Verona esercit sotto la dominazione de'
Franchi, e poi durante il governo autonomo e quello degli Scaligeri e
de' Visconti, le venne tolto da' Veneti, nella cui officina nummaria
s'improntarono nel 1404 monete da spendere nel suo territorio
combattuto allora, ma per diritto a Venezia spettante. Le due
terminazioni 19 settembre 1404 e 29 settembre 1405, di cui ho
riportato frammenti quando test feci parola delle monete di Vicenza,
ricordano pure le veronesi. Ma di quest'ultime ci offre nuove memorie
il Capitolare delle [I[Broche]I] sotto il mese stesso di settembre
1404, col farci sapere che nella nostra zecca [I[la spexa dela moneda
di Verona per una marcha]I] era di soldi 13; e che poscia venne cosi
modificata che [I[i quatrini per Verona per una marcha non metando el
chalo che xe m. 8. k. 4 per zentener de le marche]I], fosse di soldi 8
e denari 6, mentre [I[la spexa de' pizoli per Verona]I] non eccedesse
i 7 soldi e 10 denari per marca. Ma queste monete che Verona ebbe
comuni, almeno in una specie, con Vicenza, non abbiamo dati sicuri per
distinguerle dalle monete ordinarie della dominante; e perci riterrei
aversi ad applicare il nome di [I[pizoli]I] al [I[denaro]I] cauceo del
doge Steno, e al costui [I[tornese]I] quello di [I[quattrino]I].

Nel 1443 il senatoconsulto pi volte citato dei 22 febbrajo decretava
lo stampo di nuovi bagattini per la Terraferma Veneta, quindi eziandio
per Verona. A quali nummi del Foscari abbia attribuirsi quel nome, ho
gi dimostrato parlando delle monete di Padova.

Nel 1493, ducante Agostino Barbarigo, domandavano i Veronesi alla
Repubblica nuovo stampo di piccole monete per la loro citt. Qui
riporto la terminazione del C. X. che annuisce a quella ricerca:

[I[1493. 16 Martii; in C. X. cum Add.]I]

[I[  Concedendum est fidelissimae comunitati nostrae Veronae
  et universo territorio petentibus quod cudantur in Cecha
  nostra ducati CCCC quatrinorum ad tres pro marcheto et ducati
  CC obolorum ad novem pro marcheto sortis et charatatae
  alias concessa, propterea]I]

[I[  Vadit pars quod auctoritate hujus Consilii per Cecham
  nostram cudantur duc. CCCC quatrinorum et ducati CC
  obolorum.]I]

Ecco dunque ricorrere un'altra volta quelle introvabili monete da 3 e
da 9 al soldo delle quali ci occupammo con qualche estensione allorch
cadde non ha guari il discorso sopra simili pezzi che per Vicenza
s'erano cusi. Non  per questa l'ultima memoria di monete qui battute
per la citt di Verona; rilevandosi dal tenore della terminazione 31
agosto 1491, riportata allorch si tratt delle monete di Padova, che
bagattini simili a quelli che il C. X. decretava in quel giorno per
Padova, s'erano gi prima coniati per Verona, quantunque io abbia
avvertito che le varie sigle ricorrenti su que' pezzi del doge
Agostino Barbarigo non corrispondono alle iniziali de' podest che
rappresentarono la Repubblica gli ultimi anni del secolo decimoquinto
a Verona. La qual citt pochi anni dopo, assalita da prepotenti forze
imperiali, veniva ceduta dal podest veneziano Francesco Garzoni a'
cittadini il 1. giugno 1509, che aprivano le porte a Massimiliano che
la resse fino al 1516 e v'impront moneta col suo nome e co' suoi
stemmi. Ma ritornata alla Repubblica, perdette la seconda volta il
diritto di zecca.

BRESCIA.

Emancipata nel 936 dal grande Otone, entr nella lega lombarda, e fu
poi straziata da' partiti, tiranneggiata da' vicarii, e sub con
pazienza impotente il giogo crudele di Enrico VII. Nel 1330 stanca
delle lunghe oppressioni degli antichi signori, invoc la protezione
di Giovanni re di Boemia e di Polonia, dal quale, per aver lui rotta
la fede giurata, si emancip di nuovo per darsi agli Scaligeri, donde
passava con Bergamo pochi anni dopo a' Visconti. Governata sul cadere
del secolo XIV da Pandolfo Malatesta e quindi un'altra volta da'
signori di Milano, volle dedicarsi a Venezia; e il generale Francesco
Carmagnola nel 1426 ne prese possesso in nome della Repubblica, che le
mantenne i patrii statuti e fino al 1488 il [I[consiglio popolare]I].

Varii de' dominatori che successivamente ressero Brescia e il suo
territorio vi esercitarono diritto di zecca, toltole poi dalla
occupazione de' Veneti. Tuttavia nella zecca della metropoli
s'improntarono monete per quella citt prima del 1443 e dopo
quell'anno, come appare dalla pi volte citata terminazione del 22
febbrajo dell'anno medesimo, che qui riporto:

  + [I[YHS. 1442 (more veneto, o 1443) adi 22 Fevrer,
  in Pregadi.]I]

[I[  Cunziossiach el faza per la Signoria nostra a questo
  tempo bexogno de factura de denari per ogni modo et via
  honesta; et in Cecha nostra del arzento altre volte
  se feva pizoli over bagatini per Bressia, Pergamo,
  Verona e Vicenza soto diverse stampe secondo el chorso
  di luogi; i qual bagatini tegniva marche 8 de rame
  e 1 de arzento; per che i diti bagatini son manchadi,
  al prexente alguna moneda del ducha di Millan chiamada
  sexini (i qual di sora sono bianchizadi e tuto el resto
  si e rame) a prexo corso per tuto el nostro teritorio
  dal Menzo in la; e sel fosse fato de i diti bagatini
  che tegnissino marche 8. 1/2 di rame e meza de arzento
  el nostro Chomun ne receverave grandissima utilitade
  e guadagno.]I]

[I[  L'ander parte che i nostri masseri de la moneda
  del arzento debiano far far de i diti bagatini secondo
  le stampe uxade de Pergamo, Bressia, Verona, Vicenza
  e Veniexia, metando marcha meza de argento in marche
  8. 1/2 di rame.]I]

Non  invero agevole il discernere fra le monete del Foscari, alle
quali dee spettare il nome e il valore di bagattini, quelle coniate
fra il 1423 e il 1443 per l'una o l'altra delle citt ricordate da
questa terminazione. Quanto poi alle cuse dopo quell'anno, credo aver
provato nella parte del mio lavoro sacrata alle monete di Padova,
aversi a riconoscere quei nuovi bagattini nelle monete che recano
dall'un de' lati le iniziali del nome del Foscari fra le braccia di
una croce, e dall'altro il S. Marco in soldo senza iscrizione.

La copia de' bagattini stampati in esecuzione del senatoconsulto 22
febbrajo 1443  provata da un altro sancito il 23 novembre dell'anno
stesso, che dice come s'era fatta nella zecca nostra [I[granda
quantitade de pizoli per Bressia, Padova et altre tere]I]; e sembra
anzi che le province di Terraferma ne fossero innondate se, nel 1451,
il Senato ne sospendeva lo stampo:

[I[  1451. adi 25 Settembre, in Pregadi.]I]

[I[  Chel sia comandado per autoritade de questo
  Consejo ai oficiali nostri dela Cecha che i no
  debia piu far far pizoli di Bressia.]I]

Ma i bisogni della guerra, che rendono sempre necessaria la pi
operosa attivit delle officine nummarie, indussero l'anno seguente il
Senato ad abrogare questa terminazione coll'altra che qui riporto:

[I[  1452. adi 29 Dezembrio, in Pregadi.]I]

[I[  Che la Cecha possa far stampir e chuniar pizoli
  dela stampa da Bressia, non ostante altri ordini
  over chomandamenti nostri ordenando in chontrario.]I]

Simili a quello cui ho attribuito il nome ed il valore di bagattino
per la Terraferma, e pi specialmente di [I[bagattino per Brescia]I],
non ricorrono d'alcun doge dopo del Foscari. Abbiamo bens memoria
d'altre monete battute per quella citt, conservataci dalla
terminazione del C. X. 19 ottobre 1474 che bandisce i [I[quattrini
duini da Bressa]I] e i[I[ pizolli uechi dal lion, le qual monede no se
possino in alchuna parte del mondo spender]I]; e cos pure di
quattrini e sesini ivi spediti nel 1589 troveremo notizia
nell'occuparci di quelle di Bergamo, comech le monete bandite nel
1484 o le decretate nel 1589 non sappiamo discernere fra quelle
destinate ad aver corso anche nella capitale della Repubblica.

BERGAMO.

Passata dal dominio de' re d'Italia a quello de' vescovi, Bergamo
cominci poi a reggersi sotto l'impero del terzo Otone con forma
repubblicana. Costretta in seguito a ricevere vicarii imperiali, ed
associatasi alle citt conchiudenti la lega lombarda, si emancipava
per oro nel 1286 da ogni supremazia dell'impero germanico e ritornava
all'antica autonomia. Ma nel 1330 datasi a Giovanni di Lussemburgo re
di Boemia e di Polonia, ebbe da lui leggi civili e criminali; ma poco
dopo la occuparono a vicenda Visconti e Scaligeri. Venduta da una
famiglia ottimate a Pandolfo Malatesta, fu a costui ripresa da'
Milanesi; sennonch, ardendo la guerra fra il Visconte e Venezia, i
Bergamaschi inviarono legati ad offerir la loro citt alla Repubblica
che nel 1428 ne prendeva possesso, contrastato in seguito dalle armi
del duca Filippo Maria, ma inutilmente. Ne' torbidi anni in cui gli
alleati di Cambray minacciavano la esistenza della Repubblica, Bergamo
apr le porte a' Francesi, per discacciarneli pochi anni dopo e far
ritorno al mite governo de' Veneziani.

Nel secolo XIII, imperando Federico II, mentre la citt era soggetta
a' vicarii, s'improntavano a Bergamo monete col nome e colla imagine
di quell'augusto e recanti le armi della citt, un castello guernito
di tre alte torri. Questi nummi argentei di Bergamo, che per stanno
fuori del nostro campo perch battuti anzi la veneta dominazione,
offrono un esempio di lega forse unico nella storia numismatica.
Conciossiach il fino argento in cui si vollero coniati si presenti in
numerosi esemplari misto all'antimonio. Non si avendo per n della
zecca di Bergamo, n d'altre zecche del mondo memoria alcuna che
ricordi appositamente impiegato quel miscuglio stranissimo, crederei
non ingannarmi nel ritenere che la difficolt delle operazioni
docimastiche, in un'epoca in cui poco si conosceva l'arte di appurare
i metalli, lasciasse nella massa che si credeva di fino argento alcune
porzioni di antimonio che nello stato naturale contenea l'argento
medesimo.

La terminazione del Senato di Venezia 22 febbrajo 1443, riportata
quando dissi delle monete di Brescia, ci prova che dal giorno della
occupazione di Bergamo operata da' nostri fino a quello in cui fu
sancita la detta legge s'erano gi battute monete per quella citt, le
quali non  possibile discernere fra le altre improntate col nome del
doge Foscari. Ma ravvisammo bens fra queste, le comandate dal
succitato senatoconsulto, allorch si tocc de' nummi cusi a Venezia
per Brescia e per Padova.

Havvi per una moneta di rarit singolare, il cui solo esemplare a me
noto si conserva nella Marciana, alla quale provenne dal Pasqualigo,
espressamente battuta per Bergamo nel secolo XVI inoltrato, e recante
il nome del doge Pasquale Cicogna.  un piccolo pezzo di biglione, del
diametro di m. 0,0185 e del peso di k. 5 o poco meno; il cui diritto
offre l'imagine stante di S. Marco che, volgendo il capo alla destra
dell'osservatore, tiene con ambe le mani il Vangelo. Lo accerchia la
epigrafe . S . M . V . PASC. CICON . DVX; e nell'esergo sotto la
figura campeggia la cifra 4 fra due rose. Il rovescio presenta il
Redentore veduto fino alle reni, di prospetto, e recante nella
sinistra il globo e colla destra benedicente. Lo attornia questa
leggenda VIA . VERITAS . ET . VITA; e nell'esergo il nome della citt
per cui fu cuso questo nummo, cos abbreviato BERGO . e sott'esso una
stellina.

 prezzo dell'opera soffermarci alcun poco a considerare la moneta
presente, ch' invero fra quelle stampate pei possedimenti veneti una
delle pi singolari. Quanto alla et, la determina chiaramente il nome
del doge Cicogna che govern la Repubblica dal 18 agosto 1585 al 2
aprile 1595. Non ugualmente agevole  il verificare la occasione che
ne di motivo allo stampo, e cos pure il nome, il titolo, il valore.
Ci nullameno le osservazioni che verr esponendo gitteranno alcuna
luce su questo punto tuttora incerto della patria numismatica.

Il coscienzioso Zon cos ne scriveva a pag. 57 del suo trattato:
[I[Nel 1589 vi ha un ordine per istampo di sesini o quattrini per
Bergamo a peggio 550, siccome le gazzette, che sono forse quelli di
grani 20 per ciascuno fatti sotto il doge Cicogna, col Salvatore e col
motto: VIA VERITAS ET VITA, e BERGO, scritto nell'esergo]I].
Conoscitore della lealt del mio illustre amico, e ammiratore della
rara diligenza ch'egli poneva ne' suoi diletti studii numografici, non
potei non andar molto maravigliato nel trovar le notizie date nel
passo surriferito non conformi al vero; n saprei indovinare come lo
Zon siasi questa volta lasciato trar in errore, forse dall'altrui
autorit. Svolsi infatti ed esaminai accuratamente le terminazioni del
Senato, a cui allora era affidata la direzione della zecca, non solo
dell'anno 1589 ma di tutto il tempo in cui duc il Cicogna, e non mi
fu dato rinvenire quell'imaginario senatoconsulto. Vi rincontrai bens
diversi decreti de' Pregadi riguardanti le ingenti spese sostenute
quell'anno e nel precedente per proseguire le fortificazioni di
Bergamo e di Brescia, e l'unico ove m'imbattei in memorie di
[I[quattrini]I] (non gi di [I[sesini]I])  quello di cui qui
trascrivo la porzione che pi interessa le nostre ricerche:

[I[  1589. 25 Novembre. In Pregadi.]I]

[I[  . . .  Quanto poi alla moneta minuta, et particolarmente
  dei quattrini, volemo che quei che si stamperanno in
  questa citt siano spesi a 6 alla gazetta. Et acciocch
  questo ordine nostro habbia la sua debita et presta
  essecutione, siano da i Proueditori nostri in Cecca
  mandati in pi volte a i Rettori nostri di Brescia de i
  danari ultimamente applicati alle fortezze per la fabrica
  di quel castello duc. tremille de quattrini, ed
  altrettanti a quei di Bergamo per pagar la maistranza
  alla fabrica di quella fortezza et altre persone
  che far bisogno.]I]

Dal tenore di questo decreto chiaramente appare che si mandarono a
Brescia ed a Bergamo somme considerevoli in piccoli pezzi da 6 alla
gazzetta, cio del valore di 4 bagattini ciascuno per gli stipendii
degli operai impiegati nell'erezione di quelle fortezze. Perch dunque
non potrebbesi ammettere che in tal circostanza una qualit
particolare di quattrini, destinati ad inviarsi a Bergamo,
s'improntasse col nome di quella citt? Vi corrisponde l'epoca,
semplicemente espressa col nome del doge allora regnante, vi
corrisponde la cifra 4 indicante il valore del [I[quattrino]I], o 4
piccoli, pari ad un 1/6 di gazzetta, come vuole il decreto.

A determinare pertanto il titolo del metallo in cui la moneta di
Bergamo si volle coniata, mi varr di un computo da me altre volte
adottato per precisare la quantit di fino che dev'esistere in un dato
pezzo. E nel caso presente, prender a punto di partenza il notissimo
[I[ducatone]I], detto oggi altramente [I[Giustina minore]I], il quale
all'epoca del Cicogna si mantenne al prezzo di lire 6 e soldi 4, o
soldi 124, cifra che reca nell'esergo del suo rovescio. Questo pezzo
del peso di k. 134. 1/2 a peggio 60 conteneva perci d'argento fino
k. 127. 95/192; e v'era quindi il soldo rappresentato
approssimativamente da un pezzetto d'argento del peso di k. 1. 1/35, e
perci il quattrino, pari ad 1/3 di soldo, dovea tenere di fino
gr. 1. 12/35, o press'a poco gr. 1. 1/3. Sicch pesando il quattrino
di Bergamo grani 20, avrebbe a contenere circa gr. 18. 2/3 di lega,
andrebbe cio al peggio approssimativo di k. 1075. Qual differenza fra
questa cifra e quella di k. 550 che avea data lo Zon!

RAVENNA.

Dall'anno 1390, allorch Ravenna era sotto il dominio di que' da
Polenta, fino al 1440 fu sede di un Veneto podest, le cui
attribuzioni non erano peraltro maggiori di quelle di un semplice
console, comech il nome della carica suonasse una pi lata
giurisdizione. Quando nel 1440 la vecchia capitale dell'Esarcato si
dedic alla Repubblica, mandovvi questa un patrizio rivestito di ben
pi ampii poteri, insignito del doppio titolo di [I[podest e
capitano]I], mutantesi d'uno in altro anno. Circa settant'anni ne
rimasero padroni i nostri, fino a che cio, dopo un inutile assedio
messole dalle truppe papali che fu valorosamente respinto da'
difensori, ricadde nelle mani del Pontefice per trattato, dopo la
rotta dell'Alviano a Ghiaradadda.

Due anni dopo la veneta occupazione, nel 1442, tolto a Ravenna il
privilegio di zecca, che da dieci secoli esercitava, il Senato venne
alla terminazione che qui trascrivo, per sopperire a' bisogni del
minuto commercio di quella citt:

  +[I[ YHS. 1442, adj XVIII Luio. In Pregadi.]I]

[I[  Conziossiach el sia prexo in questo Consejo
  ch'el sia fato dj bagatinj ala liga nuoua per letere
  nostre, e bona chossa sia etiamdio proueder ch'el
  sia fato dj quatrinj e mezj quatrini per Rauena
  ala liga e segondo la mostra dj dictj quatrinj
  fata per i masserj nostri dela moneda del arzento
  e mandada al proveditor nostro da Ravena, el qual
  l'alda che el sia facto dj dictj quatrini perch i
  piaxeno molto a i citadinj di Ravena;]I]

[I[  Vada parte che i masserj nostrj de la moneda
  del arzento debiano far far di quatrini e mezi
  quatrinj predicti ala liga e segondo la mostra
  per i predicti masseri facta.]I]

Avvegnach la presente terminazione ricordi due diverse monete battute
per Ravenna, cio il [I[quattrino]I] o terza parte del soldo, e il
[I[mezzo quattrino]I] o il sesto di soldo, una sola ne incontriamo
nelle nostre raccolte, il cui peso e il cui titolo ci consigliano a
tenerla il [I[quattrino]I]. Parlando sotto l'anno 1443 delle monete
cuse per Padova, feci vedere come il soldo a quell'epoca fosse
rappresentato da un pezzetto d'argento fino del peso approssimativo di
grani 7. 1/2. Ora, risultando dall'assaggio la lega del nummolo
ravennate al titolo 0,333, ed essendone il peso di grani 7. 1/2, esso
equivale veramente ad 1/3 del soldo, cio al quattrino.

Offre la rarissima moneta di cui ci occupiamo, da un lato il patrono
di Ravenna, mezza figura, con insegne di vescovo e benedicente, veduto
di prospetto, e intorno ad esso la epigrafe S . APOLI . RAVEN .
Dall'altro il S. Marco in soldo chiuso da un cerchietto, oltre cui
gira la leggenda + S . MARCVS . VENETI . N' corretto il disegno, e il
diametro  di m. 0,012.

Nel 1451 trovo nuovamente memoria de' quattrini per la Romagna, ne'
quali non altra moneta saprei ravvisare che la or ora descritta:

[I[  1451. adi ultimo Dezembrio. In Pregadi.]I]

[I[  I oficiali nostri dela moneda del arzento sia
  tegnudj e debiano far far da mo fin per tuto el
  mexe d'aprile prossimo de tempo in tempo, si chome
  al Colegio aparer, ducati mille dj quatrini, qual
  se spenda in Romagna, ancora arquanto miorando ala stampa.]I]

Gli  fuor di dubbio che, se questo senatoconsulto ebbe esecuzione, si
avrebbe dovuto trovare due variet de' quattrini ravennati; ma finora
me lo viet la molta rarit di questi piccoli nummi, che mancano alla
Raccolta Correr; e l'esemplare che ne vidi alla Marciana e qualche
altro che trovasi in collezioni private, non mi esibirono che un solo
tipo.

ROVIGO.

Tolta da' Veneziani nel 1404 ad Alberto d'Este marchese di Ferrara
alleato de' Carraresi, Rovigo fu restituita da' nostri nel 1438 a
Nicol d'Este, per interposizione di papa Eugenio IV. Ma nelle guerre
combattute da' Veneti contro il duca Ercole, fu da loro ripresa, e lor
ne venne confermato il possesso nella pace del 1484. Dopo il 1509,
fervendo la lotta contro gli alleati di Cambray, mut spesso padrone,
fino a che nel 1514 rest in perpetuo dominio della Repubblica.

La moneta che sola si conosce di Rovigo  di tipo simile alla
precedente, bench migliorata nelle imagini ed accusante epoca pi
moderna. Il titolo n' alcun poco inferiore, il peso  di k. 2. 1, per
cui non temerei asserirla un [I[quattrino]I] di valore simile al
ravennate. La leggenda del diritto, invece del nome di S. Apollinare,
ha quello di S. Bellino patrono de' Rodigini, S . BELLI . RODIG .

L.I. Grotto dell'Ero nelle [I[Ricerche ed osservazioni]I] che stese
intorno a questo santo [I[vescovo di Padova e protettore del
Polesine]I] (Padova, 1843) sembra che ricordasse la moneta presente
allorch scrisse: [I[Gli statuti di Rovigo (lib. III pag. 244)
contengono una ducale di Agostino Barbarigo riportata anche
dall'Orologio, del 1487, diretta ad ampliare ed ornare la chiesa
depositaria delle terrene spoglie del martire, in onore del quale
Rovigo nella sua dedizione alla Veneta Signoria del 1484 coni una
medaglia, ove leggeasi nella parte anteriore: S . BELL . RODIG . e
nella posteriore: S . MARCVS . VENETI ]I].

Non mi fu dato rinvenire la legge che di questa moneta decreta lo
stampo; ma il tipo si mostra degli ultimi anni del secolo XV, e prova
che fu battuta durante la seconda occupazione di quella citt, cio
dopo il 1484.

Vince questo nummo in rarit il ravennate. Il p. Basilio Terzi, goffo
geologo e pi goffo erudito, in una sua [I[Dissertazione sopra alcune
monete inedite d'Italia]I], Padova, 1808 in 4., fu il primo a
pubblicarlo, mentre il ravennate s'era gi illustrato nella grande
raccolta dell'Argelati (vol. III, pag. 123). Dice il Terzi che a' suoi
giorni di questo di Rovigo si conoscevano tre esemplari. Ma non ebbi
occasione di vederne io a' miei che un solo, quello conservato nel
Museo Correr.



[T1] CONCLUSIONE.

La illustrazione del nummo rodigino chiude in un tempo e la parte
consacrata alle monete della Veneta Terraferma e l'intera operetta che
offersi a quelli de' miei concittadini e de' forastieri che intendono
con amore coscienzioso allo studio delle antichit veneziane. Il mio
cammino  dunque fornito, e mi resta la dolce lusinga di averlo
dischiuso e percorso recandovi quella luce di critica che bastasse a
diradare molte dubbiezze che finora lo resero intralciato e posero
agli eruditi, che pur si accingevano a batterlo, ostacoli
insuperabili. Ma so bens che le mie accurate indagini, i pazienti
miei studii su' documenti e su' monumenti, non valsero a fugare tutte
le ombre dell'incertezza. V'hanno de' punti infatti ove l'insorgere di
qualche difficolt, a distruggere la quale non bastarono le forze mie,
mi costrinse ad indietreggiare per non gittarmi nel campo d'ipotesi
soverchiamente avventate. E solo l'ipotesi che si presentava
avvalorata da saldi puntelli fui talora obbligato ad accogliere,
pronto a nuovamente piegare i miei raziocinii a fatti la cui
esistenza, provata nell'avvenire, giovasse ad abbatterli.

Il seguente prospetto presenta nel metodo tabellare i risultati
numerici delle mie ricerche, gi esposte in pi particolareggiata
maniera in questo libretto. L'ordine progressivo delle monete che vi
si trovano elencate  quello stesso che tenni nel tesserne la
illustrazione. Ad ogni pezzo apposi l'epoca del suo stampo per servire
agli studii dell'economista, rintracciante il vario valore de' metalli
chiamati a fungere l'ufficio di simboli della ricchezza, nelle varie
et. I pesi conservai in carati e grani della marca nostra, che
avvertii simile alla marca di Colonia. Mi valsi, ad indicare i titoli
dell'argento, della cifra esprimente i carati di lega ch'entravano in
ciascuna marca di mistura da monetare; sicch il fino risulta ben
facilmente detraendo da' 1152 carati componenti la marca la cifra
notata nella tabella. Il valore  in lire venete, soldi e denari, a
cui si ragguaglia ogni moneta considerata nell'epoca nella quale fu
primamente improntata.

In sei differenti gradi ho stimato valutare la varia rarit delle
monete registrale nel prospetto. Espressi con una C le pi
[I[comuni]I] a trovarsi, quelle di cui nessuna raccolta suol
difettare. La lettera Q dinota le [I[quasi comuni]I], quelle cio che
s'incontrano con minor frequenza delle precedenti, non tale per da
meritare d'esser classificate fra le [I[rare]I]. A queste ultime
apposi il segno R; come indicai [I[doppiamente rare]I], R2, le
mancanti d'ordinario alle collezioni, non gi a quelle colossali che
abbiamo a Venezia. Il grado di [I[somma rarit]I]  espresso dal segno
R3, e in questa categoria entrano pur le monete di cui sono a mia
notizia almeno due esemplari. I nummi invece di cui un solo esemplare
 a me noto, o quelli la cui esistenza, quantunque da me non vedute, 
constatata, assumono il segno R4. Se tuttavia io dovetti rimanermi
incerto sulla esistenza effettiva di un pezzo, vi apposi il segno del
[I[dubbio]I] (?).



[T5] Tavola sinottica delle monete de' Possedimenti Veneziani
descritte ed illustrate in quest'opera.

Colonne
1 Nome della moneta
2 Epoca
3 Peso in k.
4 Peso in gr.
5 Titolo in peggio p. marca k.
6 Valore in lire ven.
7 Valore in soldi
8 Valore in denari
9 Grado di rarit

     1                          2         3             4                    5       6        7        8        9
	[Bo[I. DALMAZIA ED ALBANIA]Bo].
1.   Tornese di Dalmazia      1410        3             2                  912       -        -        4        R4
2.   Liretta                  1664       13        3. 1/2                  350       1        -        -        Q
3.   Da otto                  1664        5        2. 1/5                  350       -        8        -        Q
4.   Da quattro               1664        2       3. 1/10                  350       -        4        -        R
5.   Gazzetta                 1690       38             -                 rame       -        2        -        C
6.   Gazzetta                 1706       33       3. 9/17                 rame       -        2        -        C
7.   Gazzetta                 1730       29       2. 2/13                 rame       -        2        -        C
8.   Soldo                    1690       19             -                 rame       -        1        -        C
9.   Soldo                    1706       16      3. 13/17                 rame       -        1        -        C
10.  Soldo                    1730       14       3. 1/13                 rame       -        1        -        C
11.  Leone Mocenigo
     di A. Mocenigo II.       1706       56             -                  450        4        -        -        Q
12.  Mezzo detto              1706       28             -                  450        2        -        -        Q
13.  Quarto detto             1706       14             -                  450        1        -        -        Q
14.  Ottavo detto             1706        7             -                  450        -       10        -        Q
15.  Sedicesimo detto         1706        3             2                  450        -        5        -        ?
16.  Galeazza di Alvise
     Pisani                   1736       92        2. 2/3                  144        7        6        8        Q
17.  Mezza detta              1736       46        1. 1/3                  144        3       13        4        Q
18.  Quarto detta             1736       23           2/3                  144        1       16        8        Q
19.  Bagattino di Sebenico    1485        9             -        rame o ottone        -        -        1        C
20.  detto di Zara            1491        8             3        rame o ottone        -        -        1        R
21.  detto di Tra            1492        9             2        rame o ottone        -        -        1        R2
22.  detto di Spalato         1491        7             3        rame o ottone        -        -        1        Q
23.  detto di Lesina          1493        7             2        rame o ottone        -        -        1        R3
24.  Grossetto di Cattaro     1423        5             -                   60        -        2        8        R3
25.  detto                    1627        ?             -                  238        -        2        8        R4
26.  Mezzo Grossetto di
     Cattaro col S. Marco     1548        2             2                120 ?        -        1        4        R2
27.  detto col leone          1567        2             2                120 ?        -        1        4        R3
28.  detto collo stemma       1597        ?             -                    ?        -        1        4        R4
29.  d. scemato nel titolo    1627        ?             -                  443        -        1        4        R4
30.  Quattrino (?) di
     Cattaro senza
     lo stemma                1451    5 a 6             -               1092 ?        -        -        2        R2
31.  detto collo stemma       1488        7             2               1092 ?        -        -        2        Q
32.  Moneta colle iniziali
     Z e M                    1638        8             3               1098 ?        -        1        2        Q
33.  Follare di Cattaro
     di peso eccedente        1485       20             3                 rame        -        -      2/3        R4
34.  Follare comune di
     Cattaro                  1569        6             -                 rame        -        -      2/3        R
35.  Grossetto di Scutari     1423 ?      5             -                   60        -        2        8        R2
36.  Bagattino di Antivari    1490 ?      6             3                 rame        -        -        1        R
     [Bo[II. LEVANTE VENETO]Bo].
37.  Tornese di
     Andrea Dandolo           1350 ?      3             -                  912        -        -        4        R4
38.  Tornese di
     Giovanni Gradenigo       1355        3             -                  912        -        -        4        R3
39.  Tornese di
     Giovanni Dolfin          1356        3             -                  912        -        -        4        R4
40.  Tornese di Lorenzo Celsi 1361        3             -                  912        -        -        4        R2
41.  Tornese di Marco Corner  1365        3             -                  912        -        -        4        R
42.  Tornese di
     Andrea Contarini         1368        3             -                  912        -        -        4        C
43.  Tornese di
     Michele Morosini         1382        3             -                  912        -        -        4        R3
44.  Tornese di
     Antonio Venier           1382        3             -                  912        -        -        4        C
45.  Tornese di Michele Steno 1400        3             -                  912        -        -        4        R
46.  Tornese di
     Tommaso Mocenigo         1414        3             -                  912        -        -        4        R3
47.  Tornese di
     Francesco Foscari        1424        3             -                  912        -        -        4        R3
48.  Tornese di
     Agostino Barbarigo       1487        2             2                  912        -        -        4        R
49.  Tornese di
     Leonardo Loredan         1505        2             2                  912        -        -        4        R
50.  Grossetto per navigare   1498        6       3.51/55                   60        -        4        -        R
51.  Da 30 tornesi di
     Antonio Priuli           1618       18             3               1050 ?        -        2        -        R
52.  Simile colla
     iscrizione greca         1618       17             3               1050 ?        -        2        -        Q
53.  Simile di Giovanni
     Corner I                 1625       16             -               1050 ?        -        2        -        Q
54.  Da 32 tornesi di
     Antonio Priuli           1618       18             3               1050 ?        -        2    1.3/5        R
55.  Da 4 soldi dello
     stesso doge              1618       23             3               1050 ?        -        4        -        R4
56.  Da 60 tornesi di
     Giovanni Corner I        1625       32             -               1050 ?        -        4        -        C
57.  Da 15 tornesi
     dello stesso doge        1625        8             -               1050 ?        -        1        -        Q
58.  Piastra di
     Francesco Contarini      1623      130             -                   60        7        -        -        R4
59.  Reale dello stesso doge  1623      130             -                   60        7        -        -        R4
60.  Reale di
     Francesco Erizzo         1645        ?             -                    ?        ?        -        -        R4
61.  Leone di
     Francesco Morosini       1688      131             -                  300        6       16        -        R2
62.  Leone di
     Silvestro Valier         1694      131             -                  300        6       16        -        R
63.  Leone di Giovanni
     Corner II                1709      131             -                  300        6       16        -        R2
64.  Mezzo leone di
     Francesco Morosini       1688       65             2                  300        3        8        -        R4
65.  Simile di
     Silvestro Valier         1694       65             2                  300        3        8        -        R2
66.  Simile di
     Giovanni Corner II       1709       65             2                  300        3        8        -        R4
67.  Quarto di leone di
     Francesco Morosini       1688       32             3                  300        1       14        -        R4
68.  Quarto di leone di
     Silvestro Valier         1694       32             3                  300        1       14        -        R2
69.  Quarto di leone di
     Giovanni Corner II       1709       32             3                  300        1       14        -        R4
70.  Ottavo di leone di
     Francesco Morosini       1688       16         1.1/8                  300        -       17        -        R3
71.  Gazzetta per le Isole
     e per l'Armata           1688       38             -                 rame        -        2        -        Q
72.  Soldo simile             1688       19             -                 rame        -        1        -        Q
73.  Gazzetta per l'Armata
     e la Morea               1688       38             -                 rame        -        2        -        Q
74.  Soldo simile             1688       19             -                 rame        -        1        -        Q
75.  Gazzetta per Corf,
     Cefalonia e Zante        1730       29       2. 1/13                 rame        -        2        -        Q
76.  Soldo simile             1730       14       3. 1/13                 rame        -        1        -        Q
77.  Tallero di Francesco
     Loredan                  1755      138             -                  190       11        -        -        R
78.  Mezzo tallero
     dello stesso doge        1755       69             -                  190        5       10        -        R2
79.  Tallero di
     Marco Foscarini          1762      138             -                  190       11        -        -        R2
80.  Mezzo tallero
     dello stesso doge        1762       69             -                  190        5       10        -        R2
81.  Tallero vecchio di
     Alvise Mocenigo IV.      1766      138             -                  190       11        -        -        R2
82.  Mezzo detto              1764       69             -                  190        5       10        -        R2
83.  Quarto detto             1765       34             2                  190        2       15        -        R4
84.  Tallero nuovo
     dello stesso doge        1768      138             -                  190       10        -        -        Q
85.  Simile di Paolo Renier   1779      138             -                  190       11        -        -        C
86.  Mezzo detto di
     Paolo Renier             1780       69             -                  190        5       10        -        C
87.  Quarto detto             1780       34             2                  190        2       15        -        C
88.  Ottavo detto             1780       17             1                  190        1        7        6        C
89.  Tallero nuovo di
     Lodovico Manin           1789      138             -                  190       11        -        -        C
90.  Mezzo detto              1789       69             -                  190        5       10        -        C
91.  Quarto detto             1790       34             2                  190        2       15        -        C
92.  Ottavo detto             1790       17             1                  190        1        7        6        C
     [Bo[III. CANDIA]Bo].
93.  Soldini 2. 1/2           1632       25             -                 rame        -        -        8        C
94.  Soldino                  1632       10             -                 rame        -        -    3.1/5        C
95.  Gazzetta doppia di
     Fr. Erizzo               1645       20?            -                 1098        -        4        -        R4
96.  Simile di Fr. Molin      1647       28             3                 1098        -        4        -        R3
97.  Gazzetta dello stesso
     doge                     1647       19       2.25/59                 1098        -        2        -        R2
98.  Soldo dello stesso       1647        9       3.12/59                 1098        -        1        -        R2
99.  Moneta Grimani           1648       25             -                 rame        1        -        -        R
100.  Ossidionale da lire 10  1650     arb.             -                 rame       10        -        -        R3
101.  detta da lire 5         1650     arb.             -                 rame        5        -        -        R2
102.  Gazzetta                1658       34             -                 rame        -        2        -        C
103.  Soldo                   1658       17             -                 rame        -        1        -        C
      [Bo[IV. CIPRO]Bo].
104.  Carzia di
      Francesco Venier        1554        2             2                 1060        -        -        2        R3
105.  Simile di
      Girolamo Priuli         1559        2             2                 1060        -        -        2        R3
106.  Bisante ossidionale     1570     arb.             -                 rame        -        ?        ?        C
107.  Da X ...
      [I[Aes argenti]I]       1571       14             -                    ?        -        ?        ?        R4
      [Bo[V. TERRAFERMA VENETA]Bo].
108.  Bagattino di Treviso    1492        8             2                 rame        -        -        1        R
109.  detto di Padova ecc.    1443        2          3,05                 1088        -        -        1        Q
110.  detto di Padova
      e Verona                1491        8             -                 rame        -        -        1        Q
111.  Quattrino per
      Vicenza e Verona        1498        3          0,67                  972        -        -        4        R4
112.  Obolo per
      Vicenza e Verona        1498        3          0,67                 1092        -        -    1.1/3        R4
113.  Quattrino di Bergamo    1589        5             -                 1075        -        -        4        R4
114.  detto di Ravenna        1442        1         3.1/2                  768        -        -        4        R2
115.  detto di Rovigo         1442        2             1                  768        -        -        4        R3


[T1] NOTE ADDIZIONALI ED EMENDE.

Siccome nel corso della presente operetta ho riportato per esteso o in
frammenti parecchi decreti che riguardano le monete di cui ho fatto
cenno; e di que' decreti alcuni furono sanciti dal Maggior Consiglio,
altri dalla Quarantia Civile, altri dal Senato, altri finalmente dal
Consiglio de' Dieci, cos reputo non ozioso l'accennare brevemente a
quale delle varie magistrature della Repubblica spettasse nell'epoche
diverse la direzione della zecca e il dovere d'invigilare la
monetazione.

La zecca fu primamente affidata al Maggior Consiglio, il quale ne
delegava sul declinare del secolo XIV (intorno al 1390) varie mansioni
alla Quarantia Civile ed altre al Senato, a cui tutte poi si
devolveano nel 1416. Nel 1468 sottentrava a' Pregadi il Consiglio de'
Dieci, e a questo di bel nuovo nel 1582 il Senato. I decreti
riguardanti la monetazione veneziana emanarono perci dalle seguenti
autorit:

Fino al 1390 --- M. C.

1390 a 1416 --- M. C., XL., Pregadi.

1416 a 1468 --- Pregadi.

1468 a 1582 --- C. X.

1582 a 1797 --- Pregadi.



pag. 15. l. 2. invece di 360 [I[per marca]I], leggi 350 [I[per
marca]I].



p. 26. l. 9. [I[L'Europa non ebbe altr'oro coniato da quello in fuori
de' paesi occupati dagli Arabi]I]. S'aggiunga [I[e dell'impero
greco]I]. Potrebbe oppormi taluno la esistenza del [I[soldo
aureo]I] di Carlomagno, e pi probabilmente di Carlo il Calvo,
posseduto dall'illustre sig. F. De Saulcy a Metz, e trovato da
pochi anni a Vesoul, il quale reca da un lato il monogramma di
KAROLUS e dall'altro in due linee il nome della citt di Usez,
UCECIA. Non  per ignoto agli amatori e a' cultori della
numismatica come la genuinit di quel singolarissimo nummo non sia
ancora luminosamente provata.  vero che Gioacchino Lelewel che
primo lo diede inciso, il De Saulcy e molti altri eruditi
reputatissimi se ne fecero apologisti; ma anzi che si voglia con
un fatto solo atterrare una catena di fatti  d'uopo lo si
assoggetti alla critica pi severa; e ci  appunto ch'io credo
non siasi ancora operato per diradare le dubbiezze che avvolgono
l'unico pezzo d'oro de' Carolingi. Stimo inutile il ricordare come
il raro medaglioncino parimente [I[aureo]I] che offre da un lato
la imagine e il nome di Lodovico Pio e dall'altro la croce fra una
corona, accerchiata dall'epigrafe MVNVS DIVINVM, sia per sentenza
di tutt'i numografi escluso dalla serie delle monete e collocato
in quelle delle medaglie.



p. 33. l. 4. invece di 1470 leggi 1490. ib. l. 24. invece di k. 8. 32
leggi k. 8. 3.



p. 53. l. 3. Alla serie de' rettori di Cattaro che improntarono
quattrini del 2. tipo si aggiungano i due seguenti:

	P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.

	P. Z. Pietro Zen, 15l4 a 1516.



p. 74. l. 13. [I[ notabile come se ne scostasse il tipo dai
precedenti]I]. Giova tuttavia avvertire che una monetina affatto
simile a quella del Barbarigo alla quale ho applicato il nome di
[I[tornese]I] esiste anche del Loredan, e non ne varia nel peso,
n nel titolo. L'unica diversit consiste necessariamente nel nome
del doge LEO . LAVREDAN . DVX .  quindi pi probabile sia questo,
e non l'altro pezzo, il ricercato tornese di questo doge.



p. 123. l. 8. [I[Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna ecc]I]. Le
monete de' Lusignani, da noi rarissime ma delle quali ha una
stupenda serie il R. Gabinetto di Torino, cominciano da Ugo II
(III?) e seguono non interrottamente fino a Jacopo II marito della
Corner, della quale non se n'ha alcuna. Il loro tipo,
avvicinandosi alle monete di Francia, si discosta d'assai dalle
bisantine.

	Lo stesso R. Gabinetto di Torino possede un piccolo nummo di basso
biglione al cui disegno si fa luogo nell'ultima delle tavole
corredanti quest'opera. Offre dal diritto il leone rampante de'
Lusignani attorniato dalle iniziali I, P, L, N; dal rovescio le
lettere V E sopra una S nel mezzo del campo. Non ispettando esso
a' Lusignani da' cui tipi molto si allontana,  probabilissimo
siasi battuto da' Veneziani dopo la conquista dell'isola. Il suo
peso ed il titolo ben si avvicinano alla [I[carzia]I], e le
iniziali del diritto potrebbero indicare il nome e la carica di
Girolamo Pesaro che sedette luogotenente in quel reame dai 1491 al
1493. [I[Jeronimus Pisauro Locumtenens Nicosiae]I], e le sigle del
rovescio essere semplice abbreviatura di VENETVS. Devo la
comunicazione di un calco di questo non conosciuto e curioso
cimelio della zecca di Cipro al dotto cavaliere de Mas Latrie
illustratore della storia de' re Lusignani.



p. 124. l. 26. [I[Offre il rovescio il leone di S. Marco in
gazzetta]I]. Pi attenta osservazione delle carzie di Cipro de'
dogi Venier e Priuli mi conduce a verificare non essere effigiato
sovr'esse il leone di S. Marco, s bene un leone rampante verso
sinistra, che sporge la lingua e la cui coda nell'incurvarsi
s'ingrossa; sprovvisto oltrecci delle ale, del sacro nimbo e del
libro del Vangelo, e in quella vece similissimo al leone
ricorrente nelle monete che abbiamo degli ultimi re Lusignani da
Ugo IV sino a Jacopo II. La presenza del leone di Cipro su questo
nummolo del Priuli fu gi avvertita dal conservatore del R.
Gabinetto di Torino ov'esso si custodisce, siccome moneta battuta
per Cipro da' Veneziani, in un bell'esemplare sovra un cui calco,
comunicatomi dal Mas Latrie, fu condotto l'esattissimo disegno che
ne offro nelle tavole.



p. 132. l. ult., invece di TREVIXI leggi TARVIXI.



p. 140. l. quartultima, invece di [I[1/4 del marchetto]I] leggi [I[1/3
del marchetto]I].



p. 143. l. 21, invece di [I[potentibus]I] leggi [I[petentibus]I].



Allorch dissi de' tornesi che s'hanno di quasi tutti i dogi da Andrea
Dandolo a Tommaso Mocenigo dopo il fortuito ritrovamento del 1849, non
esposi le varie loro leggende. Supplisco all'involontaria mancanza,
riportandole in questa nota quali mi vennero communicate dal dott.
Costantino Cumano avventurosamente possessore di quella serie
ricchissima:

: + : ANDR : DANDVLO : DVX

+ IO . DELPhYNO . DVX

. + . LAVR . CELSI . DVX

+ . MARC'CORN. DVX

+ ANDR' 9TAR' DVX

+ MIChL' MAVROC' DVX

+ ANTO' VENERIO  DUX.

. + . MIChAEL . STEN' . DVX

+ TOM MOCENIGO DVX

La iscrizione nel rovescio varia alcun poco nella ortografia ne' primi
e negli ultimi tornesi; in quelli da Andrea Dandolo fino a Marco
Corner leggendosi costantemente + VEXILIFER VENECIAR; negli altri da
Andrea Contarini a Tommaso Mocenigo + VEXILIFER VENETIAR.  poi
singolare la variet ortografica di un tornese del Contarini nel cui
diritto si legge + ANDR . 9T . A . R . D . V . X, e nel rovescio
+ VEXILIER VENETA ([I[sic]I]).



[T1] PROSPETTO DELLE TAVOLE.

DALMAZIA ED ALBANIA.

TAVOLA I.

1.	Tornese di Dalmazia de' primi anni del secolo XV, descritto a pag.
12, tratto dall'esemplare Marciano, e raffrontato ad altro
comunicatomi posteriormente dalla gentilezza del dottor Cumano.

2.	Liretta di Dalmazia e d'Albania.

3.	Da otto simile.

4.	Da quattro simile.

5.	Gazzetta simile.

6.	Gazzetta simile. Tutt'e cinque illustrati da pag. 14 a pag. 18.

TAVOLA II.

7.	Leone Mocenigo.

8.	Mezzo detto.

9.	Quarto detto.

10.	Ottavo detto.

TAVOLA III.

11.	[I[a]I]. Galeazza di Alvise Pisani col rovescio variato dal
comune, tratto dall'unico esemplare della collezione Malipiero.

11.	[I[b]I]. Galeazza comune dello stesso doge.

12.	Sua met.

13.	Quarto detta.

TAVOLA IV.

14.	Bagattino di Sebenico.

15.	Bagattino di Zara.

16.	Bagattino di Tra.

17.	Bagattino di Spalato.

18.	Bagattino di Lesina.

19.	Grossetto di Scutari.

20.	Bagattino di Antivari.

TAVOLA V.

21.	Grossetto antico di Cattaro. Tratto dall'esemplare della Raccolta
Correr, raffrontato ad altro della collezione Cumano, del quale mi
fu posteriormente comunicata notizia dal suo possessore.

22.	Grossetto di Cattaro del 1627. Tratto dalle tavole del Nani.

23.	Mezzo grossetto di Cattaro col San Marco. Esemplare del Museo
Marciano, ov' conservato parimente il tipo che segue.

24.	Simile col leone.

25.	Terzo tipo del mezzo grossetto di Cattaro. Tratto da un pezzo
originale della raccolta Cumano, che perfettamente corrisponde a
quello pubblicato dal Nani.

26.	Quattrino di Cattaro collo stemma.

27.	Follare di Cattaro.

28.	Quattrino (?) di Cattaro del 1638.

LEVANTE VENETO.

TAVOLA VI.

29.	Tornese di Andrea Contarini.

30.	Tornese di Francesco Foscari.

31.	Tornese di Agostino Barbarigo.

32.	Grossetto per navigare.

33.	Da 30 tornesi coll'iscrizione greca.

34.	Da 32 tornesi.

35.	Da 60 tornesi.

36.	Da 15 tornesi.

TAVOLA VII.

37.	[I[a]I]. Piastra Veneta. Tratta dall'unico esemplare della
Marciana.

37.	[I[b]I]. Real Veneto. Dall'unico esemplare della Marciana.

38.	[I[a]I]. Leone di Francesco Morosini.

38.	[I[b]I]. Rovescio del leone di Silvestro Valier, variato da quello
del Morosini.

TAVOLA VIII.

39.	Tipo del mezzo leone.

40.	Quarto di leone.

41.	Ottavo di leone.

TAVOLA IX.

42.	Gazzetta per le Isole e per l'Armata.

43.	Soldo simile.

44.	Gazzetta per l'Armata e la Morea.

45.	Soldo simile.

46.	Gazzetta per Corf, Cefalonia e Zante.

47.	Soldo simile.

TAVOLA X.

48.	Tallero col leone rampante.

49.	Mezzo detto.

50.	Tallero col leone accosciato.

TAVOLA XI.

51.	Mezzo tallero col leone accosciato.

52.	Quarto detto.

53.	Ottavo detto.

CANDIA.

TAVOLA XII.

54.	Pezzo da soldini 2 e 1/2.

55.	Soldino.

56.	Gazzetta doppia di Francesco Erizzo. Tratta dall'unico esemplare
conservato alla Marciana.

57.	Gazzetta doppia di Francesco Molin.

58.	Gazzetta semplice dello stesso doge.

59.	Soldo simile. Tutt'e tre dagli esemplari della Marciana.

TAVOLA XIII.

60.	Moneta Grimani. Tratta dagli esemplari della Raccolta Correr.

61.	Da lire dieci dell'assedio del 1650. Dall'unico esemplare della
Raccolta Correr.

62.	Simile da lire cinque. Dagli esemplari Correr e Marciano.

63.	Gazzetta del 1658.

64.	Soldo simile.

CIPRO.

TAVOLA XIV.

65.	Carzia del 1491. Tratta dall'esemplare del R. Gabinetto di Torino.

66.	Carzia del 1559. Tratta dall'esemplare del R. Gabinetto di Torino
raffrontato a quello della Marciana.

67.	Bisante ossidionale del 1570.

68.	[I[Aes Argenti X]I]. Dall'unico esemplare della Marciana.

TERRAFERMA VENETA.

69.	Bagattino di Treviso.

70.	Bagattino per la Terraferma del 1443.

71.	Bagattino per Padova e Verona del 1491.

72.	Quattrino di Bergamo. Dall'unico esemplare della Marciana.

73.	Quattrino di Ravenna. Dalla Marciana.

74.	Quattrino di Rovigo. Dal Museo Correr.



Io spero che i miei lettori mi sapranno grado dell'aver corredato il
mio libro, qual esso siasi, delle quattordici tavole che ne formano
senza dubbio il miglior ornamento. Questo elogio spetta tutto
all'intelligente e valentissimo artista che non lasci cura alcuna
perch i disegni riuscissero il pi possibile conformi a' tipi
originali. Il semplice confronto di un solo pezzo fra quelli da me
illustrati col disegno offertone dalle mie tavole varr a comprovare
la fedelt scrupolosa che Carlo Kunz seppe conservare riproducendo
esemplari di conii spesso logori e mal discernibili, senz'allontanarsi
minimamente dalle forme che caratterizzano in modo singolare dalle
monete che uscirono nel medio evo e in tempi a noi pi vicini dalle
varie zecche d'Europa la maggior parte delle monete improntate a
Venezia ed a Cattaro, o fra le mura assediate di Famagosta e di
Candia.



[T0] INDICE.

AI CULTORI DELLA STORIA VENETA.

PREFAZIONE.

I. DALMAZIA ED ALBANIA.

  [SC[A. MONETE GENERALI]SC].

        [I[Tornese di Dalmazia]I].

        [I[Lirette e Gazzette]I].

        [I[Leoni Mocenighi]I].

        [I[Galeazze]I].

  [SC[B. MONETE PARTICOLARI DELLE CITT]SC].

    CITT DI DALMAZIA.

      [SC[SEBENICO]SC].

      [SC[ZARA]SC].

      [SC[TRA]SC].

      [SC[SPALATO]SC].

      [SC[LESINA]SC].

    CITT D'ALBANIA.

      [SC[CATTARO]SC].

        [I[Iperpero]I].

        [I[Grassetto]I].

        [I[Mezzi Grassetti]I].

        [I[Quattrini]I]?

        [I[Obolo o Follare]I].

      [SC[SCUTARI]SC].

      [SC[ANTIVARI]SC].

      [SC[DULCIGNO]SC].

      [SC[ALESSIO]SC].

II. LEVANTE VENETO.

        [I[Tornesi]I].

        [I[Grossetto per navigare]I].

        [I[Ducato delle Galee]I].

        [I[Da 30 tornesi]I].

        [I[Da 32 tornesi]I].

        [I[Da 60 tornesi]I].

        [I[Da 15 tornesi]I].

        [I[Piastra]I].

        [I[Reali]I].

        [I[Leoni Morosini]I].

        [I[Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata]I].

        [I[Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea]I].

        [I[Gazzette e Soldi per Corf, Cefalonia e Zante]I].

        [I[Talleri a torchio col leone rampante]I].

        [I[Talleri a torchio col leone seduto]I].

    ZECCHE DI CORON E DI MODON.

III. CANDIA.

        [I[Soldini]I].

        [I[Gazzetta doppia di Francesco Erizzo]I].

        [I[Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin]I].

        [I[Moneta Grimani]I].

        [I[Ossidionali del 1650]I].

        [I[Zecchino di cuojo]I].

        [I[Gazzette e Soldi]I].

        [I[Prospetto delle incusioni nelle Gazzette di Candia]I].

IV. CIPRO.

        [I[Carzie]I].

        [I[Soldo col doge armato]I].

        [I[Bisante]I].

V. TERRAFERMA VENETA.

      [SC[TREVISO]SC].

      [SC[PADOVA]SC].

      [SC[VICENZA]SC].

      [SC[VERONA]SC].

      [SC[BRESCIA]SC].

      [SC[BERGAMO]SC].

      [SC[RAVENNA]SC].

      [SC[ROVIGO]SC].

CONCLUSIONE.

        [I[Tavola sinottica delle monete de'Possedimenti Veneziani

]I]        [I[descritte ed illustrate in quest'opera]I].

NOTE ADDIZIONALI ED EMENDE.

PROSPETTO DELLE TAVOLE.


aaaaa





End of the Project Gutenberg EBook of Le monete dei possedimenti veneziani
di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari, by Vincenzo Lazari

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http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


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Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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