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   :PG.Title: La vita in Palermo, Volume 1
   :PG.Released: 2011-10-11
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Giuseppe Pitrè
   :DC.Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1904
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La vita in Palermo cento e più anni fa, vol. 1
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

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      Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
      
      Author: Giuseppe Pitrè
      
      Release Date: October 11, 2011 [EBook #37719]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 1 \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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.. container:: frontispiece

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   | EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI

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   | GIUSEPPE PITRÈ
   |

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   | OPERE COMPLETE
   | DI
   | GIUSEPPE PITRÈ
   |
   |
   | XXVII.
   |
   | SCRITTI VARI
   | EDITI ED INEDITI

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   | GIUSEPPE PITRÈ

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   | LA VITA
   | IN PALERMO

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   | CENTO E PIÙ ANNI FA

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   | VOLUME PRIMO
   |

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   | *G. BARBÈRA EDITORE*
   | *FIRENZE*

|

------

.. container:: verso

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   *Proprietà letteraria riservata*

------

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.. class:: center

   | COMITATO

   | :small-caps:`Giovanni Gentile`, *presidente*.
   | :small-caps:`Maria D'Alia Pitrè.`
   | :small-caps:`Giuseppe Cocchiara.`
   | :small-caps:`Raffaele Corso.`
   | :small-caps:`Nino Sammartano.`
   | :small-caps:`Paolo Toschi.`

------

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.. class:: center

| OPERE COMPLETE
|
| *BIBLIOTECA DELLE TRADIZIONI POPOLARI SICILIANE*

   | I-II. Canti popolari siciliani.
   | III. Studi di poesia popolare.
   | IV-VII. Fiabe, Novelle e Racconti popolari.
   | VIII-XI. Proverbi siciliani.
   | XII. Spettacoli e Feste popolari siciliane.
   | XIII. Giuochi fanciulleschi siciliani.
   | XIV-XVII. Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo siciliano.
   | XVIII. Fiabe e Leggende popolari siciliane.
   | XIX. Medicina popolare siciliana.
   | XX. Indovinelli, Dubbi, Domande, Scioglilingua del popolo siciliano.
   | XXI. Feste patronali in Sicilia.
   | XXII. Studi di Leggende popolari in Sicilia.
   | XXIII Proverbi, Motti e Scongiuri del popolo siciliano.
   | XXIV. Cartelli, Pasquinate, Canti, Leggende, Usi del popolo siciliano.
   | XXV. La Famiglia, la Casa, la Vita del popolo siciliano.

.. class:: center

| *SCRITTI VARI EDITI ED INEDITI*

   | *XXVI. Del Sant'Uffizio a Palermo e di un carcere di esso (inedito).*
   | *XXVII-XXIX. La vita in Palermo cento e più anni fa (il vol. III inedito).*
   | *XXX. Novelle popolari toscane (edite; ma con molte aggiunte).*
   | *XXXI-XXXII. Bibliografia delle Tradizioni popolari d'Italia (il vol. II inedito).*

.. class:: center

| *Corsi di Demopsicologia, cinque volumi (inediti)*:

   | XXXIII. I. La Demopsicologia e la sua storia.
   | XXXIV. 2. I Proverbi.
   | XXXV. 3. Poesia popolare italiana.
   | XXXVI. 4. Poesia popolare straniera.
   | XXXVII. 5. Novellistica e varie.
   | XXXVIII. La Rondinella nelle Tradizioni popolari (inedito).
   | XXXIX-XL. Viaggiatori stranieri in Sicilia (inediti).
   | XLI-XLVIII. Articoli di Riviste e di Giornali; Recensioni, Conferenze, Discorsi, Prefazioni, ecc. (editi e inediti).
   | XLIX-L. Carteggio con illustri contemporanei (inedito).

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.. contents:: INDICE
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.. container:: dedication

   .. class:: center

   | AL SENATORE
   | :small-caps:`Prof.` PASQUALE VILLARI
   | CON ANIMO RIVERENTE E AFFETTUOSO
   | L'AUTORE

[pg!xi]

.. toc-entry:: Prefazione

PREFAZIONE
==========

Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi,
la vita pubblica e privata delle varie classi
sociali nell'antica Capitale dell'Isola, nell'ultimo ventennio
del Settecento: ecco lo scopo del presente lavoro.

Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe
sue esteriorità, per chi non se ne sia occupato di proposito,
poco o punto nota: ed è tale, non tanto pel comune
preconcetto che la storia contemporanea sia familiare
a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia
scritta dei principali e più clamorosi avvenimenti con
la vita, da scriversi, del popolo in mezzo al quale gli
avvenimenti si sono svolti.

I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo
illustrato in questo libro sono d'una importanza
che ha pochi riscontri nella storia generale di Sicilia.
Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande somiglianza
o analogia col cinquecento e questo col seicento,
in quanto inalterato rimaneva sempre l'ordinamento
politico e civile, e con esso le condizioni fisiche,
morali e religiose, il settecento invece non ha nulla che
lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso,
in fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro,
[pg!xii]
cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii
di quel secolo all'ultimo del seguente. Ciò che
il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto tra noi, solo per
lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini
si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti
politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia
(imposta, peraltro, dall'incalzare degli eventi)
dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e finirono ai moti
siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e riforme
sociali.

Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare
questo *Palermo*, parrà solo in parte dalle citazioni
a piè di pagina. Dico «in parte», perchè esse son le
poche indispensabili a confortare le notizie da me accennate.
Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare,
le note avrebbero affogato il testo, ed io avrei
scritto non già un libro pel gran pubblico, che cerca
fatti in forma spigliata, ma un'opera per più ristretto
cerchio di persone.

Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio
del Comune, documenti svariati nell'Archivio
di Stato, registri ed elenchi nella Congregazione dei
Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti
d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti
in luce (per non citare se non le cose inedite) del Torremuzza,
del D'Angelo, del Camastra, e dell'inesauribile
Villabianca [#]_ son le fonti alle quali ho largamente attinto.
[pg!xiii]
Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per
certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme.
Ma il soffio della vita del momento, non avvertito,
perchè ordinario ed abituale, dalla vigile Polizia,
dal provvido Senato, dal severo Governo, dai diligenti
diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che
tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni
nessuno fin qui mise a profitto nello studio
dei costumi e delle condizioni della civiltà nel secolo
XVIII, nonostante che un illustre storico lo avesse
autorevolmente raccomandato [#]_.

.. [#] A ben giudicare dell'immenso *Diario Palermitano* di
   quest'ultimo, giova sapere che la parte finora stampata nella
   *Biblioteca* del Di Marzo giunge solo all'anno 1784, e che i
   17 anni rimanenti, fino al 1801, vigilia della morte dell'Autore
   sono compresi in ponderosi volumi mss. di ben 6584 pagine
   in-folio, che io ho spogliati al pari di centinaia d'altri volumi,
   egualmente manoscritti, dell'antico prezioso Archivio del Senato
   di Palermo.

.. [#] I. :small-caps:`La Lumia`, *Viaggiatori stranieri in Sicilia nel sec.
   XVIII*: in «Rivista Sicula», a. III, v. VI, pp. 20-39. Palermo,
   Luglio 1871.

I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento,
distribuiti in meglio che cinquanta volumi pubblicati
all'estero e non sempre reperibili, contengono
preziose e quasi tutte sicure notizie di costumanze, pratiche,
scene, qua e là vedute e udite da uomini colti,
i quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese,
pericoli immensi erano venuti a visitare un paese tagliato
fuori del consorzio d'Europa, e rappresentato
come l'ultima Tule. Qui essi non compievano inchieste
in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo,
volando con la vaporiera da Messina a Taormina,
a Catania, a Siracusa, a Palermo, e viceversa, facendo
escursioni a Girgenti, a Segesta, a Selinunte, ed
[pg!xiv]
interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella
piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione
comunale del giorno. Essi invece si fermavano mesi e
mesi girando, visitando attentamente ogni cosa, in portantina,
su muli, a piedi, e patendo sovente il digiuno,
il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle
osterie e dei fondachi.

E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto,
scoperse la Sicilia ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787
non videro la luce prima del 1817 [#]_; e le dolci carezze
tra le quali egli durante la primavera di quell'anno si
cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del
Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo
di lui, durante cinque, sei lustri, percorsero, descrissero
la Sicilia — Palermo soprattutto — i suoi connazionali
Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg, Reith, Hager [#]_, e
quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti dimenticato,
ha il maggior diritto alla considerazione di ogni
buon siciliano. La percorsero il danese Münter ed il
viennese de Mayer e, prima di Swinburne, l'inglese
Brydone, che del suo soggiorno tra noi offriva il primo
modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni.
Il suo *Tour* ebbe una dozzina di edizioni, versioni e
riduzioni [#]_, nonostante il controllo che volle farne il
Conte de Borch.

.. [#] *Italiänische Reise*, Stuttgart und Tübingen, 1816-1817.

.. [#] [Nell'errata corrige in fondo al secondo volume l'A.
   avvertì che «Hager, oriundo tedesco, era milanese»].

.. [#] Vedi :small-caps:`D'Ancona`, *Saggio di una Bibliografia di viaggi*,
   che segue alla edizione del Viaggio in Italia di M. de Montaigne,
   p. 582, e la mia *Bibliografia delle tradizioni popolari
   in Italia*, nn. 3651-3661.

[pg!xv]

Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente
descritte da Audot e da de la Porte, i francesi de la Platière,
Houel, de Saint-Non, de Non, Derveil, Sonnini,
d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q. Visconti
e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte
che videro, e videro quelle che i siciliani non guardavano,
come vecchie e non degnate di attenzione.

A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la
pazienza di far capo con insperato frutto; e le affermazioni
di essi ho potuto controllare, corroborare e compiere
con testimonianze d'altro genere: quelle dei poeti
contemporanei.

Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non
ha fatto mai spassionatamente guardare in uno dei
principali suoi aspetti, è il primo gran pittore morale
dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più argutamente
di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società
d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel
1874, nella sua patria nativa, presso alla cattedra nella
quale il simpatico poeta insegnò, un improvvisato professore
d'Università dovea con audacia senza limite
battezzare «arcade di buona fede!».

Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue
manifestazioni la vita di Palermo nei giorni del suo
vero o fittizio splendore, quando questa vita per ineluttabile
necessità di eventi si disponeva a cangiamenti
radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi
nella rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente
[pg!xvi]
spregiudicata, di ciò che facevano, di ciò
che pensavano, di ciò che volevano i nostri bisnonni.

Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza
io mi sia preparato per conoscere appieno ed
intimamente questo passato, mi terrà conto, se non
altro, del buon volere e del mio culto per le memorie
storiche della Sicilia.

.. class:: right

:small-caps:`G. Pitrè.`

.. class:: smaller

Palermo, 10 Febbraio 1904.

.. mainmatter::

[pg!1]

.. toc-entry:: I. Stato politico ed economico della Sicilia nella seconda metà del Settecento.

:small-caps:`Capitolo I.`
=========================

.. class:: center large

*STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO.*

Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia
corona di Napoli e di Sicilia passava al minorenne figliuolo
di lui, Ferdinando [#]_. Le riforme iniziate dal sapientissimo
Principe venivano proseguite e fecondate dall'accorto
Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu
e di Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme
economiche, civili, sociali per quanto lo consentissero i
tempi, a grandi novità poco disposti e pieghevoli.

.. [#] Anno 1759.

La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla
espulsione dei Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio
provvedimento che assegnava il cospicuo patrimonio della
Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle scuole
che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo
temuto di barbareschi, si venivano colonizzando.
Le imposte, già lasciate alla capricciosa violenza di
avidi appaltatori, passavano al Governo, che men dura
dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio
dei grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi
[pg!2]
il Monte di Pietà, si volgeva l'animo alla censuazione
dei beni comunali; e, per quelli della chiesa richiamavasi
la legge dell'*ammortizzazione* di Federico II lo
Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto
ai chierici di farsi agenti nei tribunali.

L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche
gli stessi ecclesiastici.

L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a
vecchie ingiustizie.

Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente
cresciuti nel ceto nobile, si trovavan di fronte
al ceto medio, che guadagnava in diritti civili assurgendo
a dignità non prima raggiunta. Molte disuguaglianze
e prerogative alla medio evo cadevano in oblio;
e la libertà e la indipendenza personale gradatamente
si affermavano. Ai vassalli, numeri senza personalità,
senza ordine, senza grado, concedevasi facoltà di lavorare
fuori del territorio del signore: concessione addirittura
rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di essi
potea, senza permissione del Barone, trasportare da un
luogo all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi
dalla sua residenza [#]_. Toglievasi per tal modo vigore
a certi diritti angarici e contrattazioni di servigio, traducentisi,
quelli in monopolî commerciali, queste in
servitù personale. In altri termini, se il feudalesimo
vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la
capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata
dai vincoli che tuttavia inceppavano gli agricoltori
[pg!3]
nelle terre feudali, e che in ogni occasione venivan
prescritti o almeno mitigati [#]_.

.. [#] :small-caps:`La Mantia`, *Storia della Legislazione civile e criminale
   di Sicilia*, v. II, p. I, cap. II, p. 116. Palermo, 1874.

.. [#] :small-caps:`Palmeri`, *Saggio storico e politico sulla Costituzione
   del Regno di Sicilia infino al 1816*, cap. V, p. 57. Palermo,
   1848. — :small-caps:`Gregorio`, *Considerazioni sopra la Storia di Sicilia*,
   v. I. Palermo, 1861.

Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale
di Palermo [#]_, si deliberava quella di otto
grandi strade rotabili per oltre 700 chilometri (1778),
ma il voto dovea attender dell'altro il suo compimento.

.. [#] :small-caps:`A. Sansone`, *Storia del R. Istituto Nautico*, p. 2. Palermo,
   1892.

Un intrigo di Corte spingeva nuovo Vicerè in Sicilia
Domenico Caracciolo [#]_, il quale, informato alla
politica anti-feudale ed anti-ecclesiastica del Tanucci,
usanze e pratiche arditamente, benchè non sempre ponderatamente,
affrontava; pur qualche volta costretto a
ritornare sopra i suoi decreti o per revocarli o per ammollirne
la durezza.

.. [#] *Lettres sur l'Italie en 1785. Nouvelle édition*, t. II,
   lettr. CVIII. À Lausanne, Mourier 1790.

Tra energici richiami forzatamente riducevasi dal
5 al 4% la rendita che lo Stato pagava per soggiogazioni;
e se per alcun grave interesse di casta i tre bracci
del Parlamento, quasi sempre uniti, erano in alcune
quistioni in disaccordo tra loro (come quando il baronale
chiedeva una legge contro il lusso e l'ecclesiastico
un regolare catasto che comprendesse i beni ecclesiastici
e feudali), l'accordo regnava sempre completo in tutto
ciò che fosse bene del paese, e che servisse ad infrenare
l'autorità regia o viceregia prevalente alla parlamentare.
[pg!4]
Laonde unanimi si opposero al Caracciolo medesimo,
che il Parlamento volea chiamato *congresso*, e *contributi*
i donativi (1782).

Sotto le terribili impressioni del tremuoto del 1783,
Messina, ridotta a desolazione, otteneva il porto franco:
provvedimento non bastevole a distruggere, ma efficace
ad attenuare le conseguenze dell'immane disastro.

Mentre da un lato si proponeva il censimento dei
beni feudali, dall'altro si restringeva — sgradito colpo
alla feudalità — il mero e misto impero, che ogni dì
si stremava di forze.

Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per
ragioni feudali, civili, ecclesiastiche diversa da quella,
non si risentì gran fatto; perchè se in Francia il terzo
stato abbatteva nobiltà e clero, in Sicilia, clero e nobiltà
sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque
essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo.
L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da
esser giudicati liberali; la potestà regia, per assoluta
che fosse, rompeva contro tutto un ordinamento, ch'era
guarentigia dei diritti della nazione siciliana [#]_.

Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia.
Per antico istituto, non prima che la proponesse il
Parlamento poteva il Re decretare una legge; nè decretata,
derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta
dal Parlamento, farla valida per più d'un anno [#]_. Il
Re stesso, soggetto alle leggi dello Stato, non avea
facoltà di far cosa che tornasse in pregiudizio delle
[pg!5]
Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo impedire
la esecuzione dei sovrani decreti [#]_. Le basi della
monarchia riguardavano come incompatibile presso i
privati l'esercizio del mero e misto impero: e le concessioni
che si vantavano, erano precarie ad arbitrio del
Re [#]_. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza
potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il
suffragio del Parlamento, salvo che non intervenissero
certi casi stabiliti da Giacomo d'Aragona; e medesimamente
come nessun mutuo coattivo di danaro e di
generi, non istimato necessario da quello, potesse dal
monarca decretarsi [#]_.

.. [#] :small-caps:`F. Maggiore-Perni`, *La Popolazione di Sicilia e di
   Palermo dal X al XVIII secolo*, cap. XIX. Palermo, 1892.

.. [#] Cap. 418 Regis Alphonsi; Cap. 59 Regis Johannis.

.. [#] Cap. III Regis Friderici II; Cap. XXIX Regis Martini;
   Cap. XXXIX, CMVII, CMXXXVI Regis Alphonsi; Cap.
   VII, CXLV Caroli V. Imp.

.. [#] Constitut. *Ea quae ad speciale decus* Friderici Imp.;
   Cap. X Regis Martini; Cap. CCCLVII et CMXXIX Regis
   Alphonsi; Cap. CXXVI Regis Ferdinandi II; Cap. XX, LXX,
   CCXXXIV Caroli V Imperatoris; Cap. XCIV Regis Philippi I.
   Vedi nella nota seguente l'opuscolo del Ventura.

.. [#] :small-caps:`F. Ventura`, *Dei Diritti della Sicilia per la sua nazionale
   indipendenza*. Seconda edizione, pp. 47-48. Palermo,
   dalla R. Stamperia, marzo 1821.

Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli
uomini virtuosi. Il Parlamento, sola autorità di punire
i delitti dei magistrati e di altri pubblici funzionarî [#]_.
Condizione poi notevolissima: il Governo non
avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.

.. [#] :small-caps:`Ventura`, loc. cit.

Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli!
E frattanto quale disparità di trattamento per
opera del Governo centrale!
[pg!6]

Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo
di aver visitata nel 1778 l'Isola, scriveva:

«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli,
dove fiorisce un milione di uomini; alla quale
la natura prodiga i suoi tesori; che in altri tempi nutrì
i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero
diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata
ai Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti
a Napoli come stranieri; alla Corte, come nemici. Si
crede che vessarli sia governarli, e che per averli sudditi
fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia
è dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda;
la Corte non vede se non Napoli» [#]_.

.. [#] *Lettres sur l'Italie*, ecc., t. II, lettre CVIII.

Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili
ed ecclesiastici profondevano denaro ed armi per difendere
il paese. Solo pochi ardimentosi cospiravano a
favore dei Repubblicani d'oltralpe, impromettendosi per
siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile tentativo
aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi
e nel capestro dei suoi compagni.

Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî
lo Erario, un decreto del 1798 imponeva la consegna
degli ori e degli argenti delle chiese e dei privati,
il compenso dei quali assicurava con mendaci promesse.
Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla
bisogna insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa,
sbigottita, chiedente asilo, giungeva la Corte.

Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia,
e in quarant'anni non s'era mai sognato di mettervi
[pg!7]
piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea detto: «I Siciliani
si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati,
che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro
mali, che li lasci vegetare sopra un suolo pel quale soltanto
la natura ha fatto tutto» [#]_. Quattr'anni dopo le
cose erano immutate. «I Siciliani, osservava Hager,
non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel
cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo
reale di Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per
Vienna, per Francoforte; ma non viene mai in Sicilia.
Egli rimanda sempre questa venuta, e così è passato
tanto tempo» [#]_. Quando venne, un'eco sgradevole di
Napoli rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza
di terraferma con la nuova dell'Isola! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Gorani`, *Mémoires secrets et curieux des Cours, des
   gouvernements et des moeurs des principaux états de l'Italie*,
   t. I, p. 456. A Paris, 1793.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde von Palermo*, pp. 210-11. Berlin, 1799.

.. [#] *Notizia della città capitale delle due Sicilie e della Residenza
   della Real Corte durante i due regni sotto un sovrano*,
   1799. Palermo, Solli.

No, non si poteva essere più ingiusti verso la Sicilia
generosa!

Non ostante il lungo, semi-secolare rinnovamento
che abbiamo fugacemente seguito, preludio della vita
del secolo XIX, l'Isola rimaneva in tale depressione
morale e materiale che a noi tardi nepoti parrà quasi
incredibile. Palermo, la stessa Palermo, partecipava a
quella condizione di cose, triste e dolorosa ad un tempo,
nella quale di fronte alla sprezzante ricchezza brancolava
dimessa la povertà; accanto alla dottrina profonda
balbettava la crassa ignoranza. Quivi il culto sublime
[pg!8]
della Divinità si confondeva con la superstizione delle
pratiche, lo smagliante corteo nuziale s'incontrava nel
Cassaro col lugubre cataletto: e con periodica, alterna
vicenda si urlavano sguaiate canzoni carnevalesche e
si biascicavano paternostri di quaresime penitenti: e
recenti licenze di usi venivan cozzando contro viete
restrizioni di consuetudini, e leggi severe contro applicazioni
negligenti, ed aspirazioni sincere al bene contro
accidiose attuazioni di esse.

Gli è che tutto un avanzo increscioso di abusi e
di miserie gravava sulla società. La forma del reggimento
interno, rimettendo al Parlamento la spartizione
delle imposte, non tutelava abbastanza l'infima classe
da aggravî talvolta superiori alle sue forze. Se nobili e
civili ne aveano il modo, la povera gente non poteva
sopportare pesi, i quali, come quelli de' Baroni alle
loro terre, incombevano alle città; dove, come dappertutto,
pel comun difetto di agricoltura, di sicurezza,
di commercio, di comunicazioni, di pubblica igiene, miserrime
eran le condizioni, rese anche intollerabili dalla
mancanza di un codice, dalla cattiva amministrazione
della giustizia, non sempre controllata nè sempre controllabile
da un magistrato esaminatore della condotta
dei ministri del Regno [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *Briefe über Kalabrien und Sicilien*, III. Bd.,
   824-26; II. Bd., 220. Göttingen, Dietrich, 1789 e 1792.

Oh come avea ragione quel patriotto siciliano che
nel 1790 diceva a J. H. Bartels: «Il suddito dell'Isola
è tutt'altro che lieto. Se egli alza per un istante il capo,
un singhiozzo gli si sprigiona dall'animo!» [#]_.

.. [#] *Briefe* ecc., III, 832.

[pg!9]

.. toc-entry:: II. Su e giù per Palermo.

:small-caps:`Capitolo II.`
==========================

.. class:: center large

*SU E GIÙ PER PALERMO.*

Palermo era tutta circondata da bastioni e, ad ineguali
distanze, da porte. Gli uni e le altre, come alcune
piazze e vie principali, portavano e portano ancora
nomi di Vicerè, che, poche eccezioni fatte, non vi spesero
mai un quattrino del proprio.

Porta e via Macqueda, porta d'Ossuna, porta di
Castro, porta Montalto, porta Colonna, strada Toledo,
strada Colonna (Marina), piazza Caracciolo, e poi il
bastione Vega, il bastione Gonzaga, il bastione Montalto,
la via _`Albuquerque` son testimoni di questa piacenteria
o servilità, nella quale, *spinte* o *sponte*, il Senato
toglieva a sè ed ai suoi concittadini il vanto
di un'opera edilizia od estetica.

Anche le vice-regine vi aveano la parte loro: e
porta Felice e la Villa Giulia ricordano la prudente
Felicia Orsini e la pompeggiante Giulia di Avalos, mogli
dei due Marcantonio Colonna: il primo del secolo XVI,
il secondo del XVIII.

La gente però, non guardando a certi battesimi
officiali, consacrava, salvo rari casi, quelli da essa originariamente
creati per circostanze di tempo e di luogo.
[pg!10]
Laonde la via Macqueda diceva e dice *Strada nuova*,
quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia
è sempre il *Cassaro*; piazza Vigliena, *le Quattro Cantoniere*;
piazza Caracciolo, il *Garraffello*; la strada Colonna,
*Marina*; la Villa Giulia, *Flora*; la via Albuquerque,
strada *Cappuccini* ecc. Un giorno del 1822 il viaggiatore
tedesco Tommasini, montando sopra una carrozzella,
ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo,
ed il cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva:
*Niente via Toledo; niente via Toledo; si chiama
Cassaro.*

Come allora così anche adesso la città chiusa era
divisa in quattro rioni o *quartieri*: Albergaria, Siralcadi
(Monte Pietà), Kalsa (Tribunali), Loggia (Castellammare),
il più piccolo tra' quattro rioni. Con uno
sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare
come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla
Strada nuova ed abbracciantisi in naturale amplesso
alle Quattro Cantoniere, dette *di Palermo* per distinguersi
da quelle *di campagna*, ribattezzate or non è
guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per
quell'Antonino Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici,
che ne fu l'ardito autore, e che ora si presta
a certi bisticci della cittadinanza palermitana, contrariata
dal recente titolo sostituito al primitivo.

Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu
uno dei più rinomati Pretori di Palermo), agitato dal
desiderio incessante di nobilitare la città, non si dava
riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro, ordinava
il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo
Castelluzzo in sopra; ed il prolungamento della via fuori
[pg!11]
la porta Macqueda fino al Firriato di Villafranca (cominciamento
di via Libertà). Forte del sostegno del
Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva
man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa,
costringendo le monache delle Stimmate a rifare sul
modello di porta Felice porta Macqueda, fino allora
piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali tettoie
(*pinnati*) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini
agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava
i banchi sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva
selciati dove non ve ne fossero, ne ricostruiva,
anche a spese dei privati, dove fossero già sciupati.

Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e
fino al 1860 *Ciccu di Palermu*, e lasciando ai Quattro
Canti da lui formati due lapidi ed otto sedili ora scomparsi,
si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di
Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso
la via del Mulino a vento. Ed intanto che un terreno
montuoso e selvatico convertiva nella deliziosa Villa Giulia,
livellava piazze, sventrava cortili, collocava fontane,
ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla mano
militare.

Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e
forse mentre approvava davanti il Regalmici, mormorava
dietro a lui per tante e così grosse spese, alle quali
non rispondevano le entrate. I contribuenti, d'altro lato,
stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina
facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio
(Municipio) questo cartello:

   | Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:
   | Ma bon vinu, carni e pani.

[pg!12]

Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo:
l'Albergaria, un serpente verde in campo d'oro; Siralcadi,
Ercole sbranante un leone; la Loggia, l'arme di Casa
d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene,
vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria
vecchia, e li troverà scolpiti in marmo, sotto la
trisecolare statua del Genio di Palermo, dei tempi di
quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu soprannominato:
*Duca di far moneta* (1663-1667).

Vero o no questo affare delle quattro cittadine
stemmate, certa cosa è che ogni rione avea una santa
patrona propria: l'Albergaria, S. Cristina; Siralcadi,
S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata.
La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane,
troneggiava su tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia
possa o non comprendersi, o dimenticarsi, è bene
guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica «Piazza
del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si
vedrà che la santa torreggiante dall'alto dei quattro
lati è la protettrice del quartiere; sotto di lei, è un re
di Spagna; sotto il re di Spagna, una delle quattro
stagioni: le beate del cielo, i beati della terra (allora
sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva
che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli
delle quattro parti dell'anno.

Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per
indole, costumi, occupazioni, pronunzia. Anche oggi la
vita e la parlata dei Kalsitani è un po' differente dalla
vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei Sampietrani.
Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra
palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti
[pg!13]
di un quartiere erano in relazioni niente cordiali, anzi
assolutamente odiose, con gli abitanti di un altro; ed
il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de' capitoli
contro gl'ingrati disordini giornalieri [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Vio`, *Privilegia urbis Panormi*, a. 1448, p. 308,
   n. 2. Panormi, MDCCVI. — :small-caps:`G. Alessi`, *Notizie della Sicilia*,
   n. 75. Ms. Qq. H, 44 della Bibl. Comunale di Palermo.

Nel Gennaio del 1776 si fu a un pelo d'incorrere
in un grosso guaio per una sassaiuola che dovea impegnarsi
tra monelli di mestieri diversi [#]_.

.. [#] Vedi il cap. *Maestranze*.

Una distinzione tra' nativi di questi quartieri non
è così facile come la divisione della città nei quartieri
medesimi. V'hanno caratteri etnici comuni a tutti e
quattro, e ve ne hanno di particolari, che pure qua e là
si vennero intrudendo e confondendo, e che ora a somma
fatica potrebbero sceverarsi. I Kalsitani, per esempio,
se uomini, son pescatori; se donne, ricamatrici; e quando
all'una ed all'altra occupazione non son più adatti, i
vecchi rammendano reti, che servono pei loro figli; le
vecchie fanno funicella di cerfuglione [#]_: gente, dal più
al meno, tranquilla, che solo due volte ha fatto parlare
di sè: nel 1647, durante la sollevazione del Masaniello
di Palermo, Giuseppe D'Alesi, e nel 1770, quando
le donne kalsitane, messe con le spalle al muro dal
Senato, che voleva costringerle ad una tassa sulle aperture
delle case, si adunarono furenti sulle Mura delle
Cattive, e con grida da spiritate e manate di fango
dimostrarono contro il Pretore Duca di Cannizzaro,
andato per la solita sua passeggiata alla Marina.

.. [#] :small-caps:`Maria Pitrè`, *La Kalsa e i Kalsitani in Palermo*. Palermo,
   1903.

[pg!14]

Specie di colonia di pescatori della Kalsa era la
frazione di S. Pietro nel rione della Loggia, che poi
con quella venne a poco a poco formandone un'altra,
parte di pescatori, parte di marinai, nel Borgo, dove
i Lombardi, per ragioni di commercio, facevano vita
propria.

Ma dalla Kalsa propriamente detta alla Corte Pretoria
(Municipio) ed a porta di Vicari (S. Antonino)
quant'altra gente, diversa per indole e per occupazioni!

Lattarini coi suoi fondaci aperti a tutti i mulattieri
dell'Isola bastava sola per richiamare a costumi
del tutto medievali ed al ceto meno colto, anzi addirittura
incolto, dei comuni anche prossimi a Palermo.

La gente dell'Albergaria anche oggi ha la non
buona riputazione di litigiosa: e *brigariotu* vale persona
che non tenga peli in bocca, che non si faccia passare
mosca al naso, che non rifugga dallo attaccar briga
per un nonnulla: il rovescio della medaglia delle persone
della Kalsa. Un po' lontanamente nelle inclinazioni medesime
tenevan dietro alle persone dell'Albergaria, quelle
del Capo nel quartiere di Siralcadi.

Siamo alla Kalsa e vogliamo percorrerla un tratto.

Nelle vie dell'Alloro e di Lungarini, a pochi passi
dai tuguri della povera e rassegnata gentarella che vi
si addensa, sono palazzi dalle ampie ma semi-buie corti,
dai riposati scaloni, dalle luccicanti sale, ove i Marchesi
Abbate, della Sambuca, di S. Gabriele, di Bonagia,
lussureggiano di magnificenze. I credenzieri vi hanno
le loro case, la loro chiesa i cocchieri, che nella processione
del Venerdì Santo affermano la loro prestanza
[pg!15]
fisica e la aristocratica dei loro padroni nelle dorate
livree e nelle bianche parrucche.

Ecco il monastero della Pietà, già palazzo Abbatellis,
dalla strana, unica sua porta d'ingresso (sec. XV);
ove pietose monachelle ogni anno, al domani di Pasqua,
non tralasciano di recitare in suffragio degli Angioini
freddati nel Vespro Siciliano l'uffizio dei defunti.

Imboccando la strada Butera, il palazzo di questo
nome, ultimamente ingrandito con lo spazio del demolito
baluardo del Tuono [#]_, e che si ingrandirà ancora
dell'altro (1798) verso porta Felice, accoglie con isplendore
reale ed ospitalità tutta siciliana sovrani e principi,
ambasciatori e ministri. La via è come ostruita
dalla parrocchia di S. Niccolò Anita la Kalsa, la quale
ad oriente guarda porta Felice, ed a tramontana l'ospedale
di San Bartolomeo. Fissiamolo bene questo cimelio
d'arte innanzi che il tempo lo spazzi.

.. [#] 3 Marzo 1768. «La casena, ossia baloardetto di Porta
   Felice, a lato la strada Colonna (Marina, Foro Italico) fu
   concessa dal Senato ad Ignazio Lanza-Stella, Duca di Camastra,
   figlio del Pretore Principe della Trabia». :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario della città di Palermo*, in *Biblioteca storica e letteraria
   di Sicilia*, di G. Di Marzo, v. XIX, p. 88. Palermo, L. Pedone
   Lauriel.

L'architettura medievale dell'Isola v'impresse la
delicatezza delle sue linee. La finestra sulla porta d'entrata
gareggia con quella di S. Agostino. Il campanile
ha sagome che ricordano quelle della Cattedrale coi
loro archi dolcemente acuti e le ogivali di purezza inappuntabile.

Guai se il cav. Fuga vi mettesse gli occhi!

Tutte le cure del Senato nel chiamarvi i più eletti
[pg!16]
parroci, nel mantenervi il culto più attivo [#]_, non impedirebbero
ch'egli vi ripetesse, come *in corpore vili*,
l'opera devastatrice del maggior tempio della Capitale [#]_.

.. [#] Il Senato si occupava con manifesta predilezione della
   casa del Parroco, della rifusione delle maggiori campane e
   d'altro che accrescesse il lustro di questa parrocchia. Vedi
   nell'Archivio Comunale di Palermo gli *Atti del Senato* medesimo,
   a. 1789-90, p. 79; 1797-98, pp. 46 e 53; *Provviste del Senato*,
   a. 1796-97, p. 380.

.. [#] Ma ahimè! il tremuoto del 1823 ne rovinò una parte,
   ed il Governo di Napoli, per alte influenze palermitane, permise
   la demolizione di tutto l'edificio!

Tre grandi palazzi, sorgenti sulla medesima linea
e ad eguali distanze, dalla parte orientale alla occidentale
della città, dal basso all'alto, furon teatri di
avvenimenti drammatici nella storia cittadina: il palazzo
Chiaramonte, ora dei Tribunali, il Pretorio, e
quello del Vicerè, ora Palazzo Reale.

Che epopea d'arte, d'avventure romanzesche, di fasti
religiosi e civili il palazzo Chiaramonte! Qui il fondatore
Manfredi raccoglieva il fiore del baronaggio siciliano,
traendo legittimo vanto dalle geste cavalleresche
probabilmente della Casa Clairemont di Francia fatte
da lui dipingere nel soffitto del grande salone. Qui,
vinto da Martino II, lasciava sul palco la testa Andrea,
uno dei quattro Vicari del Regno dopo la morte di
Federico III il Semplice, padre della minorenne Maria.
Qui il libidinoso vecchio Bernardo Cabrera Conte di
Modica con comico insuccesso assaliva la bella Regina
Bianca di Navarra involantesi da lui verso il Castello
di Solante. Qui Luca Squarcialupo assediava il Vicerè
Ettore Pignatelli, e la plebe in rivolta uccideva e precipitava
[pg!17]
giù dalle finestre i giudici della Gran Corte. Qui
i piccoli Torquemada degli uomini e dell'arte martoriarono
temerarî ed isteriche, visionarî e maliarde, e
tagliarono architravi e ruppero colonne, che erano gioielli
della migliore architettura dell'epoca aragonese. Dal sommo
del prospetto rispondente sul Piano della Marina
qui si precipitarono i trasgressori delle leggi della pubblica
salute nei giorni paurosi di pestilenza. E qui,
nelle notti scure e rigide d'inverno, quando il vento
vi fischia sinistro, par di sentire come cupi gemiti di
sepolti vivi e strida orribili di torturati e mormorii
confusi ed imprecazioni feroci di giocatori al Lotto,
interrotte dal monotono battere dell'immenso orologio,
nel quale il poeta Meli ravvisò la grandezza dell'occhio
di Polifemo.

Nell'andar su pel Cassaro, le vie laterali scompariscono
al multicolore bucato teso tra un balcone e l'altro,
tra una ed un'altra finestra. E non ci vuole di più per
comprendere che si è in un paese del mezzogiorno,
se pure non lo accusi quell'attentato permanente ai
piedi dei passanti che è il ciottolato delle strade.

A destra è sempre la chiesa di S. Antonio, centro
della città, donde partono gli avvisi dei generali Parlamenti
del Regno e dei pubblici consigli, e le chiamate
impellenti degli uomini atti alle armi, quando pericoli di
corsari minaccino la sicurezza della vita e delle sostanze [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Biblioteca*, v. XX, p. 305.

Più in su a sinistra sorge il Palazzo Pretorio con
le sue tre porte, una delle quali, quasi per irrisione,
serba ancora l'antico motto: *Pax huic domui.*
[pg!18]

E pace sia!

In alto, sul cornicione, di fronte alla chiesa dei
Teatini, furon sempre di orrore due gabbie di ferro,
nelle quali stavano chiuse le teste di due giustiziati
per delitto contro la fede pubblica e l'Erario del comune:
Francesco Gatto (1611) e Carlo Granata (1721), cassieri
della Tavola (Banco).

La fontana del cinquecento è sempre lì maestosa,
ma le sue statue, più che scollacciate, ignude, offrono
ancora le cicatrici dei nasi rotti per una vendetta, dicesi,
compiuta dai Messinesi [#]_, o dalla barbarica abitudine
dei monelli — ed anche dei non monelli — di guastare
cosiffatte parti nei simulacri in marmo. Ad un prelato
della famiglia Sermoneta di Roma, venuto a visitare
Palermo (1773), fu assicurato la impudicizia di quelle
statue essere stata in parte corretta da un suo antenato,
(il Vicerè B. Francesco Caetani, dianzi citato) per riguardo
alle monache di S. Caterina [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Usi e costumi*, vol. II, pp. 351-54. Palermo, 1889.

.. [#] :small-caps:`O. Caetani`, *Observations sur la Sicile, par Son Excellence
   Mgr.* :small-caps:`Caetani`, *en 1774*, p. 5. Roma, 1774.

Dal lato di S. Giuseppe rendevano una volta gaia
la piazza i fiorai della città, dagli antichi posti raccoglientivisi
a giornaliero mercato [#]_, caro ai devoti di
chiesa e di galanteria, che andavano a provvedersi di
mazzolini da offrire a santi e a donne [#]_.

.. [#] :small-caps:`L. M. Presti`, *Nuova ed esatta Descrizione del celeberrimo
   fonte esistente nella piazza del Palazzo Senatorio* ecc.,
   p. 44. In Palermo, Epiro, 1737.

.. [#] L'idea d'un mercato di fiori, che si vuole oggi tradurre
   ad atto in Palermo, come si vede, non è nuova.

[pg!19]

Se non s'avesse fretta, potremmo guardare ad una
ad una tutte le particolarità di questo edificio, dal
secolo XV a noi centro di vita civile, religiosa e politica,
teatro di grida di *Morte!* al domani di grida d'*Evviva!*
ad un medesimo personaggio. La visita ci stancherebbe
forse, perchè non poche son le curiosità da vedervi
anche dopo l'orribile scempio dell'Armeria perpetrato
all'ultimo piano dalla plebaglia pazza d'incosciente devozione
pel suo Pretore Principe del Cassaro nei tumulti
del 1773. Non tutto, peraltro, potremmo visitare, giacchè
nel quartierino del Pretore non è permesso di metter
piede: e quello superiore della rappresentanza, dopo
i tumulti, non è sempre a tutti visibile come lo è l'urna
dei privilegi di Palermo, specie di arca santa messa
sotto la tutela d'una immagine della Immacolata.

V'hanno arazzi di squisita fattura e suppellettili di
non ordinaria bellezza, e tutto un corredo di argenteria,
che attesta munificenza di Pretori e dignità di Senato.
E sopra, di fronte a S. Caterina, sono ancora seimila
tra archibugi grandi di archiglio e serpentina (*zuffioni*),
ed elmi e corazze e cimieri e bracciali ed altre armature,
buone a mettere in pieno assetto un esercito per la
difesa della capitale.

Chi ne voglia, però, sapere qualche cosa si affidi
al Torremuzza ed al Villabianca, che gliene diranno
per filo e per segno [#]_.

.. [#] :small-caps:`Gabr. Lancellotto Castello`, *Le antiche Iscrizioni
   raccolte e spiegate*. In Palermo, MDCCLXII. — :small-caps:`Villabianca`,
   *Palermo d'oggigiorno*, v. I, p. 45, e *Diario*, in *Biblioteca*, v. XX,
   p. 300; v. XXVI, pp. 376-77.

Noi potremo solo esaminare il portico, a tutti
[pg!20]
consentito di guardare. Vi sono statue in marmo: un
David battezzato per Giovanni da Procida; un uomo
in abito consolare con una matrona allato, ricordo di
non so che lega tra Roma e Palermo: e che forse raffigura
due coniugi romani. Un magro genio di Palermo
col motto *Fidelitas* in uno scudo è sostenuto da mezza
colonna di porfido, e seduto sopra un sasso, col solito
detto: *Panormus conca aurea, suos devorat, alienos nutrit*:
e vi sta fin da quando il Pretore D. Francesco del Bosco
lo esumava da luoghi sordidi (1596). Nella medesima
linea è un'urna cineraria, la cui recente iscrizione, male
imitante le forme antiche, vuol confermare la vantata
lega, essendo console per Roma in Sicilia Cecilio Metello.

La gente però si ferma volentieri innanzi a due
statuette ignude: e vi si ferma non perchè tali, ma
perchè ha sempre sentito narrare sul conto loro una
certa storia, un po' triste, un po' allegra, che serve
d'ammaestramento a chi abbia la tentazione di litigare.
Il pittore Houel, messosi un giorno a disegnarle entrambe
ebbe raccontato:

«Due fratelli piativano in questo Palazzo. La lite
era di somma importanza, e tutti tenevano gli occhi
fissi su di loro. Inesprimibile l'ardore che essi mettevano
nella causa; l'agitazione, la fatica, la contenzione
d'animo influì tanto sul temperamento dell'uno, che,
appena udita la sentenza contraria, la sua statura s'accorciò
improvvisamente d'un piede; mentre fu così viva
la gioia dell'altro che le sue membra si allargarono, e
di più pollici s'ingrossò la sua corporatura. Il duplice,
strano prodigio sorprese tanto che si pensò a far eseguire
due simulacri della grandezza dei due fratelli dopo
[pg!21]
la loro trasformazione: ed eseguiti, si collocarono alla
porta del Palazzo senatorio ad ammaestramento dei
litiganti; i quali, peraltro, non si correggono mai» [#]_.

.. [#] Il David si perdette nel tremuoto del 1823, e col David
   il Mercurio e le misure esistenti nell'atrio. Le gabbie di ferro,
   già vuote, furon fatte togliere dal Principe Lanza di Scordia
   nel 1836, appena nominato Pretore. Le teste, con le armi,
   erano state buttate giù dalle finestre nel 1773.

E dire che le due statue leggendarie rappresentavano,
l'una un Antinoo, l'altra un Mercurio! L'Antinoo
è sempre lì al municipio; il Mercurio, da buon mezzano,
prese il volo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte
   et de Lipari*, t. I, p. 66. Paris, 1782.

   La leggenda venne testè con notevoli varianti raccolta
   dalla bocca del popolo. Vedi *Archivio delle tradizioni popolari*,
   v. II, pp. 547-49. Palermo, 1883.

A scanso di molestie, nell'uscire non ci voltiamo
nè a destra nè a sinistra. Sui due lunghi sedili, a piè
del palazzo, stanno accoccolati straccioni e miserabili
sollecitanti elemosine e grazie: e son già troppi quelli
che s'incontrano per la città, la quale ne è tutta invasa!

Constatazione dolorosa: dal lato meridionale del
monastero di S. Caterina e del Palazzo Pretorio evidenti
rimasero le tracce dello sconsigliato tentativo di
abbassamento del livello stradale. Voleva togliersi il
rialzo della piazzetta S. Caterina; e, scava, scava,
dopo dodici palmi di terriccio portato via, si scopriron
le fondamenta dei due edificî minaccianti rovina. Si
gridò alla improvvida opera, e con gravissima spesa
del Senato dovette subito ricolmarsi il malfatto vuoto.
Malfatto, sì, perchè metteva a pericolo la solidità di
[pg!22]
antiche fabbriche solo per vanità della Deputazione
delle strade, e, sia detto senza riserbo, per vantaggio
d'uno di essa, il Marchese Giacona, il quale avendo
acquistato una casa nel piano di S. Anna, e riformatala,
ad ottenere il comodo di uscire in carrozza per la più
corta via nel Cassaro (salita Giudici, via S. Caterina,
piazza Pretoria) sacrificava al suo privato il pubblico
interesse [#]_; esempio pernicioso ai futuri amministratori
del Comune!

.. [#] Questo nell'anno 1782, Vicerè il Caracciolo, annuenti
   il Regalmici, il Castelnuovo, il Prades, il Cefalà, deputati
   per le strade! :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Biblioteca*, v. XXVII,
   pp. 415-16.

Torniamo alla piazza Vigliena, da poco stata proclamata
nobile [#]_.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1775-76, p. 8.

Otto altri sedili accoglievano altri disoccupati in
attesa di chiamata.

Chi per avventura si affacciasse dalla ringhiera
della Casa dei padri Teatini (S. Giuseppe), o da quelle
del palazzo Jurato (oggi Rudinì), Napoli, Gugino (Bordonaro),
poteva bene indovinare, a certi loro strumenti,
che mestiere essi esercitassero. Ve n'erano con una cazzuola
in mano, e questi eran muratori; ve n'erano con
grandi pennelli: imbianchini; i falegnami aveano una
sega; i fontanieri, una specie di elmo di ferro in mano
ed una martellina; i cocchieri, una frusta; e non occorreva
cercare insegne per i lacchè, i servitori, i barbieri,
ed altri oziosi forzati e volontarî, i quali davan la misura
del disagio delle classi operaie. Nel 1777 un ingegnere
della marina francese li trovò armati di spadini: il
[pg!23]
ciabattino dal grembiule di cuoio e dal sudicio vestito;
il parrucchiere dal sacco pieno di cipria. Inoltre qualunque
artigiano, uscendo di casa nel costume proprio
del mestiere, andava armato d'un'ampia e vecchia
parrucca, sovente d'un paio d'occhiali inforcati sul naso [#]_.

.. [#] :small-caps:`C. S. Sonnini`, *Voyage dans la Haute et Basse Égypte*, t. I,
   p. 45. A Paris, Chez F. Buisson. An 7 de la République.

Poco discosto, presso la chiesa di S. Giuseppe,
s'aggruppavan preti e sagrestani privi d'elemosina di
messe e senza occupazione; ed al lato opposto nella
Calata dei Musici, la virtuosa canaglia, presso la quale
gironzolava questuando qualcuno dei «figliuoli dispersi»
del Conservatorio del Buon Pastore, in attesa di rientrare
la sera nel pio Istituto [#]_.

.. [#] *Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore dei Figliuoli
   dispersi di questa Capitale*, pp. 9-10. In Palermo,
   MDCCXLVIII.

Gente di bassa estrazione, facchini, lettighieri, si
sarebbero cercati invano qui. Gli uni stavano alla *posta
di li vastasi*, nella via dei Chiavettieri, presso la Vicaria,
dove a quando a quando gridavano: *Cu' mi chiama,
cà sedu!* i seggettieri, — portantini di sedie volanti — nelle
loro vie dell'Albergaria (Lomonaco-Ciaccio) e del
Monte di Pietà, e i *cancelli*, vetturali da soma [#]_, nei dintorni
della chiesa di S. Maruzza, che da essi prende il
nome, nella piazzetta di S. Cosimo [#]_.

.. [#] *Canceddi* erano appunto i guidatori di bestie da soma,
   così detti dallo arnese a guisa di forbici che stava levato sul
   basto, e che chiamavasi appunto *canceddu*.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1790-91, p. 132.

Mastro Bernardo Rusciglione, dalla sua classica
panca vendeva nelle Quattro Cantoniere acqua diaccia
di estate, acquavite, centerbe, *mmiscu* d'inverno. E
[pg!24]
d'inverno, appunto, col piano della pavimentazione delle
vie, le piogge correvan giù impetuose al mare, e le Quattro
Cantoniere diventavano un lago, a traversare il
quale, non bastando i passaggi tenuti dal Senato [#]_, chi
non era un disgraziato, si lasciava caricare a spalla da
uno dei tanti marangoni che per un grano a persona
facevan da S. Cristoforo.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, pp. 270 e 274.

Qualche viaggiatore, venuto a svernare tra noi,
pensò di far sapere a chi non se l'era mai sognato, che
Palermo era una città divisa da un fiume ed unita da
ponti. Il fiume sarebbe stato l'Oreto; i ponti, a vedere,
i pezzi di legno di passaggio, dei quali era incaricato
il famoso mastro Agostino Tumminello!

Se volessimo per un momento andare oltre, dovremmo
sguisciare tra la folla che assiepa la strada.
Tanta gente parve ad un inglese maggiore di alcune
vie popolate di Londra [#]_.

.. [#] :small-caps:`J. Galt`, *Voyages and Travels* ecc. *containing Observations
   on Gibraltar, Sardinia, Sicily, Malta* ecc. Second Edition,
   p. 20. London, T. Cadell a. W. Davies, 1813.

Più sotto incontreremmo «uno stuolo di mercatanti
seguiti da una turba più folta di piccioli rivenduglioli,
o rigattieri, e traffichieri minori di basse merci
di comodo e di vantaggio alla povera gente». Troveremmo
sarti e calzolai lavorare all'aria aperta, proprio
nel Cassaro, e in tanto numero, da sorpassare ogni
immaginazione; e, sparsi per terra, libri usati e, in
varie fogge distesa, roba vecchia [#]_; e resteremmo confusi
[pg!25]
alla ressa di altri venditori, i quali con panchette,
attaccapanni, tavole, sporte, paniere, canestre prendon
posto sulle sponde (marciapiedi); e qui, presso la Piazza,
nelle quattro vie che in essa convergono, più che mai
all'apparato di stoffe e di abiti che impedisce la vista,
ed alle seggette (portantine) che barricano dappertutto,
alla moltitudine di uomini, ai quali solo da pochi anni,
per la riforma delle maestranze, è stata fatta libertà
di gridar la roba che spacciano, libertà non prima concessa [#]_.

.. [#] :small-caps:`C. Santacolomba`, *L'Educazione della Gioventù civile
   proposta ai Figliuoli del R. Conservatojo del Buon Pastore*,
   p. 374. In Palermo, MDCCLXXV.

.. [#] Che cosa sia questa, ce lo dice il Santacolomba (p. 372):
   «Gente civile che assiste al foro, agli scagni, alle officine di
   computo, ai pubblici e privati archivj, alle dogane, ai rogiti
   di notaj, ed a simili occupazioni».

Sprigionatici appena, potremmo a destra e a sinistra
guardare i grandi palazzi, ai cui pianterreni son pannerie,
botteghe, caffè, con entrate inegualmente divise da basse
colonne sostenenti l'architrave e sópravi certi quartierini
che sembrano gabbie da uccelli e sono abitazioni
dei pigionanti delle botteghe medesime. Non uno
spaccio di grasce, non uno di annona, non un'osteria
od altro che non offra carattere di pulitezza. Antiche,
inviolate ordinazioni del Senato non ne consentono uno
nei due corsi [#]_.

.. [#] Nelle *Provviste del Senato* del 1778-80, p. 521, è un
   ricorso del Console e dei consiglieri d'una maestranza della
   città contro le persone che vanno *bandiando* (gridando per
   le strade) roba.

Sopra le botteghe grandeggiano abitazioni di persone
di foro e di toga, di gente arrendata e di gente
[pg!26]
di penna [#]_; nei «quarti (quartieri) nobili», alti impiegati
e magistrati del vecchio stampo, pei quali abituale è
lo spandere più del pingue stipendio, gaudenti dell'oggi,
non preoccupati del domani delle loro festaiole famiglie.
Agli ultimi piani, sotto i tetti, son le logge coperte dei
monasteri, dove in ogni spettacolo profano, in ogni
grande solennità religiosa fiammeggiano occhi irrequieti,
sui quali più oltre senza secondi fini alzeremo freddamente
i nostri.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1782-83.

In altre vie, di secondo, di terz'ordine, stanno di
casa e di bottega artigiani; dalla specialità dei loro
mestieri prendono nome le vie: Materassai, Sediari, Formari,
Pianellari, Spadari, Cintorinai, Tornieri, Gallinai.
A brevi distanze singolare è il contrasto di vita e di
movimento. Silenziosi i vicoli dei Calzonai, dei Frangiai
e dei Mezzani, che pur danno sul Cassaro; stridenti
quelli degli Schioppettieri, dei Chiavettieri (magnani), e
dei Cassari, che intronano le orecchie.

L'ab. Meli raccomanda, rimedio infallibile alla sonnolenza,
lo star di casa ai Calderai, che è, secondo Galt,
«il sito forse più tumultuoso di tutta Europa», dove
si ammassano «considerevoli blocchi di stagno per la
manifattura di lampade, forchette e di altri utensili
da tavola e da cucina» [#]_. Nel medesimo rione (e deve
esser la Kalsa) egli vede pure una strada tutta di ricamatrici:
ed il ricamo è su mussolino di Caltanissetta,
città produttrice di buona tela, come Palermo lo è di
nastri di ogni dimensione e colore per le centinaia di
piccoli telai che vi stanno in continuo moto.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 20.

[pg!27]

Sconfortante peraltro è il pensare che molto, moltissimo
venga manifatturato all'estero su materie prime
qui prodotte e da qui partite. Un uomo d'ingegno fa
osservare (1793) che l'olio siciliano è di gran lunga
inferiore al medesimo olio che, mandato fuori, ritorna
depurato, meno verde e più squisito; ed aggiunge:
essere di pelle siciliana i cappelli provenienti dall'estero,
di potassa nostra i cristalli, di canape nostra le funi,
di lana nostra i panni, di seta nostra molte stoffe [#]_.
Carte di archivî privati in Palermo confermano la osservazione;
se mai di conferma fosse bisogno.

.. [#] :small-caps:`J. H. Bartels`, *op. cit.*, III, pp. 827-28.

E sì che questo è il paese nel quale il cav. de Mayer
di Vienna trovò della gente che sa fare un'ascia con
una sega!...

Andiamo avanti: piazza di Bologni!

La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che
s'appoggi al suo bastoncello ed allunghi la mano andando
tentoni. Ai suoi piedi cresce dell'erba, ed alla
base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti vedono
e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe
di Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso),
nè i frati del Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri
del Principe di Villafranca, che vi stanno allato.

Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli
occhi per non veder la Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere
Fuga vi perpetra restauri, che sono complete trasformazioni.
C'era presso i campanili, dal lato orientale,
una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi
quanto quello di S. Giuliano; c'erano, qui sulla piazza
[pg!28]
meridionale, tre ordini di merli e di finestre, e li ha
caricati di tredici cupole e cupolette per altrettante
cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le
due navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle
guadagnando terreno a mezzogiorno ed a settentrione.
Le statue gaginesche del coro le ha piantate innanzi
queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha messe a
fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo
III, sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro
d'arte siculo-normanna e non ha avuto ritegno di sfigurarlo,
disperdendone le parti più belle!

E per tanto scempio, prima non permesso, poi
voluto dalla Corte di Napoli, si sono spesi centomila
scudi, ed altrettanti se ne ritengono ancora necessarî
alla interna decorazione, nella quale neppure un arco
venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera
con immenso vantaggio, e si gongola al pensiero che
per la festa del *Corpus Domini* del nuovo secolo (4 Giugno
1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà riaperto
al culto dei fedeli! [#]_.

.. [#] Su questo doloroso argomento potrà leggersi la recente
   *Monografia sulla Cattedrale di Palermo* di Mons. :small-caps:`S. Di
   Bartolo`. Palermo, 1903.

Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza
guardare al vandalismo dell'abside e del lato settentrionale
del sacro luogo, rasentiamo la chiesa della
Incoronata, che vide giurare rispetto a diritti siciliani
sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del
Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile
sta sempre attaccata un'elsa che ricorda quella
con la quale Matteo Bonello avrebbe squarciato il petto
[pg!29]
di Maione, triste ministro di più triste sovrano (Guglielmo
I).

E siamo già nella maggiore piazza della città, in
faccia al più grande edificio: il palazzo vicereale.

Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri,
esso fu fortezza custodita sempre da alabardieri, quando
spagnuoli, quando tedeschi, quando svizzeri, e munita
di cannoni dominanti da solidi terrapieni la città. Ogni
parte di esso è un monumento, ogni monumento una
pagina di dolore, di fremiti, di dolcezze.

Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala
ove lo svevo Federico II accoglieva il fiore dei dicitori
in rima, e, contrasto lacrimevole, le laterali carceri
della torre *ioaria* o *rossa*, ove per ordine di lui venivan
fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree d'esser
mogli di baroni, veri e presunti ribelli [#]_. Il Vicerè march.
de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia
dell'edificio. Al domani della rivolta del D'Alesi, il
card. Trivulzio, malevolo verso il popolo, irriverente
verso la chiesa, la fortificò di due baluardi (1649) distruggendo
il tempio della Pinta fondato da Belisario,
capitano di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre
per l'*atto* che da esso prese nome. Quella che è ora
scuderia (risibile fortuna delle umane cose!) fu aula dei
Parlamenti della nazione: ed un affresco, che riproduce
l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro:
che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla
volta della nuova sala dei Parlamenti, nei piani superiori,
[pg!30]
il principe di Caramanico fece dipingere la Maestà
regia, protettrice delle scienze e delle arti (1787). S. M.
però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere
dal Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più
giovane, Ferdinando III si sarà compiaciuto più che
dell'arcadia allegoria.

.. [#] :small-caps:`T. Fazello`, *De rebus siculis, Decades duae*. Dec. II,
   lib. VIII, ed altri autori citati da :small-caps:`Pitrè`, *Fiabe, Novelle e Racconti
   pop. sic.*, v. IV, n. CCXCV. Palermo, 1875.

Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani
di patrizî ed inchini di dame, piati di litiganti
e suppliche di rei, voci di plauso ed urli di sdegno; e
tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra condanne
e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche
la conferma di altri triennî, invocata al monarca dai
tre Bracci parlamentari che sovente li detestarono.

Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero
tremare mezza Sicilia, ma che pur tremarono la parte
loro al ruggito di una sommossa. Li troveremo dipinti
nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti, imponenti
come per dirti: — Guarda chi siamo! —

Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani
de Aragona, Marchese di Pellegrino (che però non è
il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe mai detto
che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle
maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato
al paese, egli che ne cercò, come meglio seppe,
il pubblico bene, che ne sostenne con larghe limosine i
poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza! Oh
andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che
bel parruccone questo suo! Dal 1770 in poi non se ne
vide uno più prolisso; come non si vide viceregno più
lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il suo
naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di
[pg!31]
sangue; ma le sue opere furono di uomo bonario quasi
altrettanto che il Principe di Caramanico, col quale
ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè, entrambi
ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi
amarono il sapere e ne protessero generosamente i
cultori; e come il Fogliani non se ne sarebbe andato
senza la frenesia popolare, così questo vi sarebbe forse
rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte non lo
avesse colto all'improvviso.

Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano,
magro, diritto, dal corto parrucchino e dal bastone....
coi fiocchi. Come splende l'anello che porta al mignolo!
Si direbbe che egli se ne tenga quanto della discendenza
dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve
dai titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto
delle ordinanze che emanò a favore dell'annona e contro
la forza operaia nei baluardi. Dicono avesse velleità
poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno sognò
mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare
versi di amore, come quelli per *La partenza
da Clori*, trovati autografi nel suo scrittoio:

   |   Sorge l'infausta aurora,
   | Deggio partir, ben mio.
   | Ti lascio in questo addio
   | Un pegno di mia fè....
   |   Ma già il nocchier s'affretta
   | Le vele a sciorre al vento.
   | Ecco il fatal momento.
   | Mi sento ohimè mancar!

Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era
marito, padre e nonno!...
[pg!32]

Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna.
Disimpacciato dal vicereale paludamento, tende
in avanti la mano in atto imperioso: espressione della
sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal
rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto
compendia la storia di un governo: cinque anni di scatti
e di calme, di vittorie e di sconfitte, di esaltamenti e
di depressioni: lotte continue tra un carattere non pieghevole
a transazioni e la necessità di ripieghi, che
furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.

Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di
discussioni attorno alla sua condotta! Ogni ordine di
cittadini ebbe parole violente all'indirizzo di quest'uomo,
che affettò il più profondo disprezzo della pubblica
opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto
lo spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle
antiche loro rappresentanze; i civili, impermaliti delle
restrizioni al libero esercizio delle loro professioni, lo
misero alla gogna; i nobili, in odio ai quali egli, cadetto,
ma portatore di titoli nobiliari, ridusse loro gli sconfinati
privilegi, lo detestarono del pari che gli ecclesiastici,
altri bollandolo come paglietta napoletano, altri additandolo
novello Argante,

   | D'ogni Dio sprezzator, e che ripone
   | Ne *lo scettro* sua legge e sua ragione.

E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si
ripercuote ancora la sua voce altisonante: e la storia
non tace il po' di bene che egli fece in mezzo al molto
che non gli fu consentito di fare: ma non dimentica
[pg!33]
che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli
l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a
quel pontefice che egli avea chiamato il gran muftì,
e che l'uomo gaio appariva un buffone [#]_.

.. [#] :small-caps:`Gorani`, *op. cit.*, t. I, pp. 165-67. Altri giudizi da leggere
   sul Caracciolo sono in :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Biblioteca*,
   v. XXVII, pp. 317-22; v. XXVIII, pp. 46-48. — :small-caps:`V. Mortillaro`,
   *Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo*,
   seconda ediz., pp. 174-76, 182-83. Palermo, Pensante, 1866. — :small-caps:`La
   Lumia`, *Un Riformatore*, in *Studi*, v. IV, p. 614. Pal.
   1883. — :small-caps:`G. Bianco`, *La Sicilia durante l'occupazione inglese*,
   pp. 6-8 e nota 1. Palermo, 1902.

Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe
di Caramanico, il quale tra il plauso dei letterati e gli
ossequî dei patrizî sbarcò nove lunarî fino ai primi giorni
del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra dieci di
più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco,
ma non fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma
solo per posa accademica: e pare non dimentichi le
grazie sconfinate di Maria Carolina che lo levarono
alla non prima sognata grandezza di Vicerè.

Tanta grandezza non può non destare un senso
di profonda mestizia. Le ceneri del Caramanico giacciono
inonorate, neglette nella chiesa dei Cappuccini, coperte
da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena
morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe
sepolture, e la famiglia in Napoli, che si riserbava di
richiamarla nella propria, si interpose la negligenza, lo
abbandono, l'oblio!

In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono
Presidenti e Capitani Generali del Regno, Vicerè
[pg!34]
provvisorî con facoltà quasi vicereali: il giovialone
D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro, Tenente
Generale dell'esercito per la prima assenza del
Fogliani (1768); D. Serafino Filangeri dei Principi di
Arianello, benedettino cassinese napoletano (1773 e 30
Giugno 1774), solenne nel costume di prelato, modesto
in quello di Presidente, involontariamente altero nella
mossa della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni;
e D. Antonio Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino
de Fons de Viela (1786) e D. Filippo Lopez y
Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab.
Cannella [#]_.

.. [#] Vedi in questo vol. la lettera di lui.

Da poco nell'antica torre di S. Ninfa, dallo Osservatorio
Astronomico si leva gigante alla contemplazione
del cielo l'ab. Piazzi, che presto darà al mondo
scientifico la scoperta della Cerere e la numerazione
delle stelle. «Un re eresse la torre, un altro la destinò
a più nobile uso»: così dice una iscrizione latina sulla
porta della Specola, alludendo a Ruggiero il Normanno
ed a Ferdinando III Borbone.

Dalla terrazza di quest'Osservatorio girando attorno
lo sguardo, lo spirito si sublima in una veduta che non
ha confronti. La riviera compresa tra il Capo Zafferano
e l'Arenella si stringe ai lambiti del mare di cobalto,
carezzante la città bella. Palermo è tutta dentro le
sue vecchie mura. Logge, cupole, campanili, si contano
ad uno ad uno: e chiese, monasteri, conventi, palazzi,
istituti si discernono in mezzo alle torri di Rossel (Albergaria),
di Terranova, di Pietratagliata (Loggia), di
[pg!35]
Vanni, di Chirco, di Rombao, della Pietà, di Cattolica,
alla Kalsa, il turrito tra' quartieri.

Le seduzioni politiche dei Vicerè, favorite dalla
debolezza del Senato, tolsero ai baluardi i cannoni,
resi, peraltro, inutili alla difesa, nocivi alle circostanti
case. Quei cannoni furono imbarcati per Napoli; ma
lunghesso la costiera altri ne rimasero (una sessantina
circa), all'Acqua dei Corsari, al Sacramento, a S. Erasmo,
alla Garita, alla Lanterna del Molo, all'Arenella
ed altri ancora al forte del Castello, che però il sospettoso
Governo tiene con le bocche parte sul mare, parte
sugli inermi cittadini.

Siamo di primavera, e tutta verdeggia la Conca.

Nelle campagne che a vista d'occhio vanno a perdersi
a pie' dei monti Gallo, Belampo, Billiemi, Caputo,
Cuccio, Grifone, Gerbino, Gibilrossa, Solunto, lussureggiano
viti ed aranci, olivi e mandorli, agavi ed opunzie.

L'aspetto di questi monti è d'un colore indefinibile
tra l'azzurrognolo ed il rossastro se nudi; e se coperti
di alberi, disseminato di macchie folte, irregolari, come
capricciose, finchè lo comportino le immani rocce e le
piccole balze, dove cadenti in bruschi ciglioni a picco,
dove correnti in dolci linee di curve, di rialzi, di frastagliature,
di punte, lisce, dentellate, taglienti, non tentate
mai dalla mano dell'uomo.

A sinistra, sotto il crine meridionale del Pellegrino,
a cavaliere della collina declinante verso l'Acqua santa,
sorgerà tra non guari la villa Belmonte, ed al lato occidentale
la Favorita, che dei rimpianti ozii di Capodimonte
e di Caserta compenserà l'esule Ferdinando. Anche
lontane, anche poco visibili, son sempre maestose
[pg!36]
laggiù le cospicue ville, anzi i grandi palazzi di Niscemi-Valguarnera,
di Cassaro, di Montalbo, di Castelnuovo.
Ai cipressi del finto eremo, alla chiesetta che questo
fiancheggia, l'occhio distingue la villa Resuttano dalla
villa Moncada, maravigliosa per verzieri, boschetti, labirinti,
fontane, peschiere, statue e viali coperti; la villa
Pandolfina dalla Airoldi, il cui padrone, custode della
Legge, ha potuto in onta ad essa occupare un terreno....
pubblico.

Ed altre ed altre ancora son le ville della fatata
pianura, e tutte, più o meno, si legano senza unirsi,
si affiancano senza confondersi, in una gara di opulenza
e di grandiosità, di fastigio e di spensieratezza. Il Conservatorio
delle Croci, avanzo di una di queste ville
(Cifuentes), non è più l'officiale albergo di nuovi Vicerè
alla vigilia del loro solenne ingresso nella Capitale;
ma Ospizio pietoso di povere orfane.

Dietro a noi, lassù, è il divin tempio in Monreale;
e a destra della via che ad esso conduce, la Zisa, «il
più bel possesso del più splendido dei re del mondo»,
secondo la iscrizione araba del coronamento della facciata
dell'edifizio, che Guglielmo I incominciò ed il
figlio «a tutta sua cura volle serbare».

Ma da questa terrazza non tutto ci è dato vedere;
saliamo più in alto, torno torno alla Specola.

La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è
malinconica superstite degli ameni giardini, pei quali
potè esser chiamata: «Paradiso della terra». Non più
con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî
della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le
pattuite concessioni; non più, novellando il Boccaccio,
[pg!37]
Federico l'Aragonese vi tiene la vaghissima Restituta,
dai marinai siciliani rapita in Ischia. Alla orientale
immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i
manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile
leggenda popolare, creduta anche dal Fazello, che Cuba
e Zisa siano nomi di due figliuole d'un emiro di Sicilia;
e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari, i quali
vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa,
più fortunata, accoglie i Principi Sandoval [#]_.

.. [#] Vedi Lettera del Barone Raffaele Starrabba sulla storia
   amministrativa della Cuba, nella 3ª *Relazione della Associazione
   sicil. pel bene economico*, pp. 59-66. Pal. 1903.

A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti
antichi attendono la giocondità dei moderni. Di
costa, sulla sponda sinistra dell'immenso arido letto
dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S. Spirito, ove
col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto,
proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere
nelle medesime fosse i trucidati del 31 Marzo
1282 coi morti dal 1782 in poi. E i cittadini ne mormorano
ancora come di offesa alle loro sacre memorie,
e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari.
Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i
frati Osservanti furono spettatori dell'eccidio. Ora i
loro successori, forse immemori, vivono la stretta regola
di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di Falsomiele
l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane,
ma esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata
nella vita delle monache del Salvatore nel Cassaro.

Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita
[pg!38]
infelici, che la demenza e la etisia han condannati all'ostracismo.
Un cuore di donna li redimerà presto e
li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina
Carolina ha un po' di carità! [#]_.

.. [#] È noto che la Regina Carolina, quando venne da Napoli
   a Palermo, volle sollevare la tristissima sorte de' poveri
   infermi chiusi in quest'Ospizio, facendoli trasportare in città
   e dividere secondo la natura delle loro malattie. Da questa
   sovrana disposizione, inefficace allora, ebbe molto più tardi
   origine l'Ospizio dei matti.

Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio
del Conte Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle
scarse acque vagolano di notte in bianche vesti le anime
dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S. Antoninello.
E non molto discosto l'arabo castello della
Fawarah o Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti
musulmani; tra' quali fu chi disse: «Ciò che ho descritto
l'ho visto coi miei occhi; ed è certo; ma se sentissi racconti
di delizie eguali a queste, io li reputerei invenzioni
assai sospette».

Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia
e d'arte in questa variopinta Conca d'oro! A destra
tutto parla del passato; a sinistra tutto brilla del presente;
là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad ogni
passo che si muova da quel lato è un'orma profonda
di emiri e di principi normanni; ad ogni passo che si
faccia da questo, è un'eco solenne di nobili palermitani.
Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non a S. Maria
di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più
in là, più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai
Colli. Dove cappelle, palazzi, flore sorgevano a testimoniare
[pg!39]
la sapiente grandezza dei Chiaramontani fiammeggiarono
roghi paurosi ed echeggiarono strida raccapriccianti.

L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del
Piazzi. Guardato o no, il mare splenderà sempre ai
raggi fulgenti del sole; l'aura carezzerà alberi e piante,
ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo il cielo
sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.

È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza
neanche affacciarsi là ove prima avremmo dovuto lungamente
deliziarci. No, la Cappella palatina non va
profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei
futuri *touristi* del sec. XIX. Visita di questa maniera
potrebbe far credere ad incoscienza quel che è semplice
nostra imperizia. La sorpresa che al primo entrarvi
colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza
della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i
fulgidi mosaici, a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi
le figure, a comporsi in un tutto l'armonia architettonica
di quel tesoro d'arte, che pare prodigio di celesti
ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.

Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi
la nostra passeggiata; ma vi son cose che non
dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo idea di quel che
sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il
tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del
Palazzo sino alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri
alemanni, guardie del corpo dimorano.

Noi non ci avventureremo in questo laberinto di
straducole anguste, meandri tortuosi che si aggirano
ed avvolgono, di usci che mettono in ignoti chiassuoli,
[pg!40]
di tane ove così di sovente brulicano come vermi esseri
umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie
casupole, inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca
la memoria di scene, due, tre volte secolari; se refrattarî
ad ogni novità vigano i costumi d'una volta.
Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di
quel Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino
sotto il breve tempestoso regno di Vittorio Amedeo e
maestro insuperato nell'arte di ordir calunnie, preparar
denunzie, eseguire catture, onde di poveri accusati le
carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro recondito
ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto,
manipolò fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati
per amanti che vagheggiavano scellerati disegni
sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli misteriosamente
finirono. Potremmo anche accostarci a guardare
la finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe
Balsamo, il futuro Conte Cagliostro, e donde la madre
e la sorella di lui fiduciosamente salutarono W. Goethe,
venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie sulla infanzia
del celebre impostore (1787). Potremmo anche
deplorare il sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni
umano progresso. Nient'altro che questo.

Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano
confusamente i venditori: e non si riesce
a sentire neanche i carretti che ci minacciano alle spalle,
carichi di barili di quel di Partinico o di verdure di
Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti,
che con le loro immense canestre c'impediscon l'andare,
o ci tolgono il vedere i cento usci ingombri di merci
pendenti dagli stipiti od ammucchiati ai fianchi. Una
[pg!41]
sequela interminabile di bottegucce ti dà la mostra
di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole
al nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e
dagli spaghi alle punte ed alle cordelle, dalle sporte e
dalle ceste alle ferule ed alle granate: e pane e pasta
e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.

Quando tu credi di uscir di tanta confusione sboccando
a Ballarò, allora il frastuono accresce lo sbalordimento.
Altre botteghe con altre merci si succedono
come rincorrendosi a destra ed a sinistra: ed un vinaiuolo
grida come nella *Fata Galanti* del Meli [#]_:

.. [#] Canto I, ott. 12.
..

   | Tasta ch'è di Carini, veni, tasta!

ed uno spillettaio:

   | Haju spinguli, agugghi e jiditali,
   | Haju curdedda pri faudali!

E nel mezzo, tra la gente che deve comprare, e lesina
sul quattrino, *rigattieri* (pescivendoli), erbivendoli, panettieri,
fruttaiuoli: e comari che cicaleggiano, e facchini
che si bisticciano, e monelli che dagli schiamazzi
non fanno udire un nuovo bando che il Senato pubblica.

Più in su, verso il piano del Carmine, o verso quello
di Casa Professa, i *caminanti* (spacciatori di libretti e
stampe popolari) vendono per due, tre grani le storie
di *S. Alessio* e di *S. Cristoforo* e quella di *Piramo e Tisbe*,
men ricercata del contrasto tra *la Suocera e la Nuora*,
della *Storia della vecchia che ha perduto il gallo e la Leggenda delle Vergini*,
[pg!42]
che Napoli in numero straordinario
di copie riversa su Palermo.

Qui come negli altri rioni fanno le loro frequenti
affacciate i soliti cantastorie col loro ricchissimo repertorio
di pratiche religiose per tutte le feste dell'anno,
di preghiere per tutti i giorni della settimana, di orazioni
per tutti i santi di Palermo, di leggende per tutti
i fuorusciti della Sicilia e per tutte le novità più clamorose.
Nuova di zecca quella di *Testalonga*; sempre
nuova e sempre vecchia quella della *Principessa di
Carini*, e per poco che ci accostiamo, udremo la patetica
ottava sopra i due sfortunati amanti:

   |   La Vernagallu, beddu Cavaleri,
   | Di Carini a la figghia fa l'amuri.
   | Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamureri,
   | «Pri mia fôra (idda dici) Don Asturi».
   | Iddu la voli in tutti li maneri,
   | Cci va d'appressu e l'invita a l'amuri;
   | E currennu, a la fini, da livreri
   | La junci, e tutti dui dicinu: *amuri*.

Nata di fresco una filastrocca, che a Ballarò si
canticchia ad onore e gloria del Pretore Marchese di
Regalmici:

   |   Quant'è beddu stu Prituri,
   | Ca nn'ha fattu lu stratuni!
   | Fici 'i Quattru Cantuneri
   | Pri li frati e li mugghieri....

E ci si ride sopra amaramente pensandosi che mentre
si fanno tante spese di lusso, il costo dei viveri cresce
a marcio dispetto di tutte le mete e di tutti i Pretori.
[pg!43]

Intanto che ci troviamo nel più antico e popoloso
mercato, non vorremmo prender conto del prezzo di
qualche derrata? Oh sì: esso ci potrà essere certamente
utile. Fissiamo la data: 1798. Ecco: v'è del pane di
prima qualità per dodici grani e tre danari un rotolo;
la gente lo vuole a forma di *guastidduni* e di *puliddi*
(la forma più grande, cioè, e la mezza forma): e grida
se non è del peso regolare di un rotolo e mezzo, e magari
due, per un tarì. Della pasta bianca come cera di Venezia
si ha per dieci grani e quattro danari. Di carne
non si fa molto consumo; e di Venerdì e Mercoledì e
nei giorni di vigilia, non se ne cerca altro che per gli
ammalati, la migliore però si ha a tre carlini e tre danari,
quanto l'olio. Le galline abbondano, ma chi volete
che ne mangi a tre tarì l'una, quando fino a pochi anni
sono (1794) costavano due tarì e sei grani quanto le
paga l'Ospedale grande e nuovo? Le uova son tre grani
l'uno; il carbone non va a misura, ma a peso, anche a
minuto; ed un rotolo si paga cinque grani; un quartuccio
di vino sette; un rotolo di sapone, sedici; uno di formaggio,
ventotto; uno di sugna, due tarì e sedici grani [#]_.

.. [#] :small-caps:`F. Maggiore-Perni`, *La popolazione di Sicilia* ecc.
   pp. 554-555.

Non diversi gli altri mercati, sia quello della Fieravecchia,
sia l'altro del Garraffello, che da poco il Senato,
pur biasimandone il nome, ha battezzato Caracciolo,
ed il volgo, *Vucciria*: titolo che un sedicente romanziere
nel 1870 dovea derivare, non già da beccheria (*boucherie*),
ma dalle *voci* che vi si fanno! [#]_.

.. [#] :small-caps:`O. Pio`, *I Conventi di Palermo*, romanzo storico in
   tre volumi. Milano, Battezzati, 1870.

[pg!44]

Questa la città nella rapidissima visita che ne
abbiamo fatta. Ma chi sono, e che sono essi i cittadini
alla fine del secolo?

Ecco una breve statistica, buona a far capire molte
cose.

Fissiamo la data anche qui: l'anno 1798. La popolazione,
secondo l'ultimo *rivelo* o censimento, è di
148,138 abitanti. Esistono 38 conventi, 39 monasteri,
152 chiese con 7379 preti, frati, monaci e monache.
(Avvertiamo qui una volta e per sempre che per *convento*
in Sicilia s'intende monastero, con uomini; e
per *monastero*, convento, con monache; ma di ciò, meglio
a suo luogo, cioè nel capitolo dei *Monaci* e delle *Monache*).

Moltissimi, come più innanzi si vedrà, i nobili
tra autentici e falsi, tra veri, presunti e sedicenti. Il
ceto medio o civile è sempre ascritto a corporazioni:
e tra esse va ricordato il collegio dei medici, quello
degli aromatarî, dei dottori, dei procuratori, dei sollecitatori
e le nazioni dei Napoletani, dei Genovesi, dei
Milanesi. Numerosissimi gli artigiani, divisi, non ostante
i vicereali decreti, in maestranze di argentieri, caffettieri,
barbieri, fornai, cocchieri, bordonari.

Queste cifre sono officiali; ma vanno controllate
medesimamente che quelle del censimento del 1774, nel
quale per un malinteso interesse delle loro chiese, i
parroci fecero *riveli* per 216,000 anime, compresi i sobborghi
di S. Lucia e di S. Teresa, dei Colli e di Bagheria,
ed esclusi 6000 ecclesiastici: rivelo così sorprendente
da eccitare i patriottici ardori del Villabianca, che
esclamava:

«Faccia Dio onnipotente colla sua infinita beneficenza
[pg!45]
portare avanti siffatto aumento costantemente
nell'avvenire, e un anno miglior dall'altro, a gloria
del suo servizio ed a vantaggio di essa metropoli!».
Così i parroci potevano di buona fede nel 1774 far credere
al loro ordinario, Monsignor Filangeri, stragrande
il numero delle anime commesse alle loro cure; e nel
1798, forse accortisi dell'errore di ventiquattr'anni prima,
o forse insospettiti della fiscalità governativa, inacerbita
nelle forme più insidiose di contribuzioni volontarie
e forzate, di mete e di balzelli comunali, poterono
scendere al numero che abbiam visto di poco più che
centoquarantottomila abitanti. Esagerazione la prima,
all'indomani della rivolta del 1773; esagerazione la
seconda, alla vigilia della entrata delle armi repubblicane
di Francia in Napoli.

E allora qual'è la verità?

La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione
è questa: che nel 1774 la popolazione potè essere
di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè giungere a 200.000!
Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale, ha
delle cifre in mano per affermarlo [#]_.

.. [#] :small-caps:`F. Maggiore-Perni`, *op. cit.*, cap. XXII.

Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un
po' di giro, guardando dove l'una, dove l'altra delle
particolarità della città nostra, non vorremmo noi sentire
quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra
è la impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero.
Al paesano sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai
suoi primi anni, abituato l'occhio; mentre quelle medesime
cose allo straniero si appresentano, per poco che
[pg!46]
egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto
è curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e,
degli abitanti, il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare.
Grande perciò il contrasto fra il giudizio del
nazionale e quello dello straniero: mentre poi si completano
entrambi a vicenda.

Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo
quasi trenta libri di viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono:
e noi, che siam costretti a brevità, dobbiamo restringerci
a pochi, i quali valgono i molti.

Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto
e pittore del Re di Francia. Data del suo viaggio:
1782.

«La situazione della città, egli dice, è felicissima;
lo spettacolo del mare, delle colline, delle montagne,
trasformandosi in aspetti deliziosi, rende questo suolo
più che adatto a formare artisti. Palermo è piena di
monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi,
fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto
di secoli di buon gusto; ma tutto è buono ad attestare
che questo popolo ha amore alle arti e genio di decorazione.

«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non
v'è rione che non abbia le sue fonti, per lo più di marmo,
tutte ornate di sculture, tutte d'acque copiosissime».

Questo delle fontane è un ricordo prezioso per
noi. Dentro e fuori la città se ne incontrava sempre
qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta Felice,
addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come
vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla
prossima via Borbonica (Marina). Tra la prima e la
[pg!47]
seconda casetta di questa via, nello spessore della *cortina*
(bastione delle Mura delle Cattive) era una ricca
sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli
ambulanti della passeggiata [#]_, ed a fornirsi pei loro
viaggi i legni ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo
si fornivano alle due fonti a lato dell'Arsenale. Ve n'erano
a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con premurosa
curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena
l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea
voluto ritratta la indimenticabile Baronessa di Miserandino,
che gli fece incontrare avventure romanzesche.
Dentro città, una piramidale eravene nel piano
del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà;
altre sotto lo Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia,
nel piano della Conceria, nella piazzetta di S. Francesco,
alla Bocceria, dietro le regie Carceri. Eccellente reputavasi
l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del
Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in
Palermo, a termine di paragone in tutta Sicilia. E chi
lo ignora? Essa a quanti ne bevevano dava come il
battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei Palermitani.
La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli;
quando questa giunse a Palermo, volle esserne servita
nei caldi giorni di estate, mentre dell'acqua pretoria
beveano abitualmente molte famiglie nobili, i cui servitori
in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene
all'ora del desinare.

.. [#] Vedi il cap. *Marina*.

Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà
del Senato, erano parte per vicende telluriche
[pg!48]
o per appropriazioni indebite scomparse, parte per dichiarazione
dei batteriologi inquinate!

Torniamo ai viaggiatori.

Pel naturalista tedesco Stolberg, «mediocremente
larghe sono le vie del Cassaro e Macqueda: e sarebbero
belle se gli abitanti delle case fossero eletti. Ogni apertura
ha il suo balcone a ringhiere ferrate, le quali danno
alle vie un aspetto tutt'altro che bello, specialmente
se lavorate con poco gusto. In certe strade larghe ci
si sta come in gratelle di ferro» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Graf zu Stolberg`, *Reise in Deutschland, Schweitz,
   Italien und Sicilien*, III, p. 521. Königsberg, 1794.

Ad un connazionale dello Stolberg, non pur le
ringhiere, ma anche l'architettura delle chiese, le variopinte
decorazioni delle case a colori stridenti sembrano
meridionali [#]_; e ad un altro, tedesco anch'esso,
tutto si presenta diverso dal continente [#]_: un insieme
singolare e bizzarro, pieno «di vita e di operosità»,
un paese ove «anche uno sguardo fugace vede il centro
del benessere siciliano:... e commercio ed arti» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Kephalides`, *Reise in Italien und Sicilien*, p. 229.
   Leipzig, 1818.

.. [#] :small-caps:`Tommasini`, *Briefe aus Sizilien*, p. 17. Berlin, Nicolai,
   1825.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, III, 521.

«L'affabilità ed onestà dei Palermitani, peraltro,
rende sommamente gradito ai forestieri questo soggiorno» [#]_.
Fatidica poi la previsione di Houel: «Palermo
diventerà una delle migliori città del mondo;
[pg!49]
l'Isola della quale essa è Capitale, coltivata come un
giardino, potrà essere la più deliziosa abitazione della
terra» [#]_. E già nel 1814, per Kephalides, Palermo era
«un vero paradiso!» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *Voyage pittoresque, ou Description des
   Royaumes de Naples et de Sicile*, I.\ :superscript:`re` partie, p. 156. A Paris,
   MDCCLXXXV.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *op.* e *loc. cit.*

.. [#] :small-caps:`Kephalides`, *op. cit.*, p. 221: «Wahrlich, Palermo
   ist ein Paradies».

La nostra passeggiata è andata troppo in lungo
perchè ci sia consentito di prolungarla dell'altro. Siamo
a mezzogiorno, e si pensa a desinare.

Un'onda di forensi, chi a piedi, chi in carrozzelle,
chi in portantine, scende dai tribunali del Palazzo del
Vicerè spargendosi per tutta la città. Compiuta la
*via crucis* dei loro ammalati, i medici rincasano stanchi
delle sofferenze udite e viste. Scolari d'ogni età
e d'ogni disciplina, fornite le lezioni antemeridiane,
si affrettano verso le loro abitazioni. Le botteghe si
chiudono, le strade si spopolano. Un tedesco che le
vide disse: «Come diventi il Cassaro, non può meglio
esprimersi, che paragonandolo alle nostre vie a mezzanotte».

La siesta dura ordinariamente due, tre ore, nelle
quali ognuno schiaccia il sonnellino pomeridiano principiando
dalla primavera e finendo all'autunno ed anche
più in là; gli ecclesiastici, dal 3 Maggio al 14 Settembre,
ricorrenze commemorative della Santa Croce consacrate
nel detto: *A Cruce ad Crucem.*

Poco dopo le vent'ore (4 prima dell'Avemmaria)
tutto torna all'ordinario; il movimento si riattiva, si
ripopolano le vie; fanciulli e giovani raggiungono le
[pg!50]
loro scuole e, se di vacanza, le *ville* delle pie congregazioni
alle quali sono ascritti [#]_.

.. [#] La Villa Filippina dei padri dell'Oratorio di S. Filippo
   Neri, rimpetto il convento di S. Francesco di Paola;
   la Villa di S. Giuseppe e poi la Villa di S. Luigi, a pochi
   passi da questa; la Villa delle Teste e quella della Sacra
   Famiglia presso il Ponte dell'Ammiraglio; la Villa di San
   Carlo.

In estate, si va alla Marina.

Noi la vedremo più innanzi questa Marina deliziosa;
qui non vogliamo, con una pallida descrizione,
sfruttarne l'entusiasmo.

Vediamo, invece, la città di sera.

L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due
ore dopo l'Avemmaria). Una volta questo segno imponeva
agli artigiani la chiusura delle botteghe; ora
(1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte: indizio
della lenta evoluzione dei pubblici costumi [#]_.

.. [#] Dall'anno 1787 in poi.

Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli
abitanti de' sobborghi ne soffrivano disagio: e più volte
ebbero a muover lagnanze al Pretore contro la vieta
pratica, che li condannava a rimaner fuori quando
avean bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze
più insistenti eran quelle degli abitanti presso S. Teresa,
i quali domandavano che Porta di Castro, almeno
fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri
di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano
perchè l'apertura si protraesse tutta la notte [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1781-82, p. 114; a. 1784-85,
   p. 257.

[pg!51]

Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava
guardiani *ad hoc* [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1784-85, p. 441.

L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa,
«non contenti delle due ore, chiedevano completa libertà
di entrata ed uscita da Porta di Castro di notte»;
e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante,
il Re emanava provvedimenti in proposito [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1787-88, p. 248.

Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a
tarda sera d'inverno, quando, cioè, l'orologio grande
dello Spedale di S. Bartolomeo (S. Spirito) sonava
la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia
non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1790-91, p. 280.

Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi
con l'indovinello d'un poeta d'allora:

   | Cu' fu lu mastru quali fabbricau
   | Lu catinazzu di Porta Filici? [#]_

.. [#] :small-caps:`Melchiore`, *Poesie siciliane, giocose, sacre e morali*,
   p. 71. Palermo, 1775.

La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine
pubblico. Alcune di esse costituivano un pericolo
permanente per la morale e la igiene. Porta di Termini,
ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante
alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di
ciabattini, ma di sera, essendo al buio, diventava rifugio
di malviventi. Porta S. Antonino di Vicari formava
un lungo tratto di via coperta, che era un orrore. Erasi
[pg!52]
gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente
che vi si andava a ridurre come a luogo innominabile;
ma solo il 2 Gennaio 1789 il Vicerè si decise a farla
finita. S. E. affidò al Principe di Mezzoiuso l'incarico
delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno spettacolo;
ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni,
senza lustre di contratti, fece diroccare un pezzo
del bastione, ricostruire molto più ampia, in linea della
via Macqueda, la porta, e nel nuovo spazio di dentro
ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo l'architettura
della Porta Carolina (Reale).

Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si
rifacevano o si rimettevano a nuovo [#]_.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1798-99, p. 168. Vedi inoltre un
   ms. del Principe Giuseppe Lanza di Trabia, 10 Gennaio 1797.

Meno le due vie principali, il piano del Palazzo,
la via Alloro ed altre di second'ordine, delle quali il
Senato prendeva speciale interesse [#]_, tenendovi fanali che
anche oggi sarebbero singolare ornamento [#]_; la maggior
parte della città rimaneva al buio. Solo qualche
rado lumicino e la scialba luce delle lampade innanzi
le edicole dei santi rompeva le fitte tenebre delle viuzze
[pg!53]
e dei cortili quando la città era immersa nel silenzio
della notte [#]_; e se un improvviso lume guizzava, era
fugace come il passaggio d'un signore che, dopo una
leziosa conversazione o una disastrosa partita alle carte,
frettolosamente rincasasse accompagnato da lacchè con
torce a vento o da un fedel servo col lampioncino acceso.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, cap. XVI, § 204, scriveva nel 1793:
   «L'utile benefizio che da tutti si riceve (dalla notturna illuminazione)
   è la sicurezza nelle tenebre della notte, ove
   suole signoreggiare il delitto».

.. [#] Vedere i disegni fatti eseguire dal senatore Chacon, nel
   1747. Benchè nell'Archivio Comunale non abbiamo trovato una
   pratica sulla illuminazione anteriore al 1818, pure degli appalti
   per le due vie principali se ne facevano; e negli *Atti
   del Senato* del 1783-84, p. 132, ve n'è uno concesso a Domenico
   Calabrese.

.. [#] Questo silenzio era, una volta la settimana, a quattr'ore
   di notte, rotto da un generale scampanio delle chiese
   della città, in commemorazione del tremuoto del 1693. Lo
   volle abolito nel 1834 il Granduca Leopoldo di Borbone.

Preceduta da un «\ *cavarretta*», che rischiarava strade
e viuzze [#]_, la ronda andava in giro. Ogni persona
dubbia che incontrasse, la ronda la fermava, ed il cavarretta
con la sua lucerna fissavala di sorpresa. Per
poco che un sospetto cadesse su lei, veniva tratta in
arresto.

.. [#] *Cavarretta* significò in origine carcere nel castello di
   Taormina, secondo Ugo Falcando. Nel sec. XVIII significava
   colui che nella ronda portava la lanterna. :small-caps:`Alessi`, *Aneddoti
   della Sicilia*, n. 127. Ms. Qq H. 47 della Biblioteca Comunale
   di Palermo.

Una canzone, nata e cantata nel Luglio del 1774,
ricorda la severa pratica:

   |   Pigghiannu la lanterna
   | Mittennula a la facci,
   | Chiddu chi 'un avi 'mpacci,
   | Già vota e si nni va.

La qualificazione di *porta-lanterna* anche oggi viene
applicata al più spregevole aguzzino, e, per traslato,
a chi commette azioni birresche.
[pg!54]

La oscurità non poteva non favorire anche il mal
costume, fomentato soprattutto dall'eterno bisogno. Dove
quella era più fitta, quivi si raccoglievano male femine,
delle quali era una vera falange. Nel rione dell'Albergaria
esse infestavano luoghi reconditi, attiratevi
specialmente dalla vicinanza dei quartieri militari. Il
vicolo degli Zingari, presso Porta di Castro, parla ancora.
In tutta la città però queste sacerdotesse di Venere si
raccoglievano all'ombra delle conniventi *pinnati* [#]_, numerosissime
anche dopo il provvido *repulisti* che ne fece,
Pretore il Regalmici, la Deputazione delle strade [#]_, e
per vecchio costume riducentisi in que' posti del Cassaro
che agevolavano le fermate e ne proteggevan le
clientele; onde il titolo di *cassariote* col quale le vedremo [#]_.

.. [#] *Pinnata*, tettoia o gronda sporgente dai muri degli
   edificî e delle case nelle vie.

.. [#] Il dì 26 Maggio 1783 «la Deputazione delle strade,
   protetta dal Vicerè, mandava buon numero di manovali e
   di fabbri ferrai, i quali alla militare assaltarono contemporaneamente
   tutte le piazze di grascia della città ed altre contrade
   e vie nelle quali sono botteghe di venditori di annona,
   e riformano in guisa da ridurre a soli quattro palmi di larghezza
   le *bancate* (banconi) e le tettoie che contro le leggi
   civiche sporgono. Senatore è Gaetano Cottone, Principe di
   Castelnuovo. :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Biblioteca*, v. XXVIII,
   p. 72.

.. [#] Vedi il Cap. *Oziosi e Vagabondi*.

[pg!55]

.. toc-entry:: III. Pulizia e condizioni igieniche della città. Bandi di Palermo.

:small-caps:`Capitolo III.`
==============================

.. class:: center large

*PULIZIA E CONDIZIONI IGIENICHE DELLA CITTÀ; BANDI DI PALERMO!...*

Una delle ultime forme, e forse l'ultima, di quella
specie di *magna charta* della pulizia urbana, che nel
suo complesso organico apparve nel 1782 [#]_, sul finire
del secolo ammoniva gli abitanti di Palermo de' loro
doveri «per il mantenimento e limpidezza delle strade
di questa città e suo territorio».

.. [#] *Bando, e comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Signor D. Domenico
   Caracciolo, Marchese di Villamajna ecc. a petizione
   ed istanza della Deputazione eretta da S. M. (Dio guardi) nell'anno
   1739 per il mantenimento, e limpidezza delle strade di
   questa città, e suo Territorio* (in fine, p. XXVIII): *Palermo,
   die 3 augusti 15 ind. 1782*.

   Ne abbiamo preso copia nella Biblioteca dell'on. Principe
   Pietro Lanza di Trabia.

Il 22 aprile del 1799, infatti, con tanto di *visto*
del Principe di S. Giuseppe sindaco, veniva bandito
un lunghissimo ordine regio pel decoro e la nettezza
della Capitale e per la salute dei suoi abitanti.

Chi ne scorra oggi i cento e più articoli, non può
non riconoscervi un documento di civiltà moderna:
e vorremmo tutto metterlo sotto gli occhi del lettore
[pg!56]
se dal farlo non distogliesse la soverchia lunghezza
di esso.

Nella impossibilità materiale di riportarlo nella
sua interezza, noi dobbiamo contentarci di un magro
spoglio delle cose più utili a far conoscere usanze inveterate,
e, con esse, condizioni topografiche, interne ed
esterne della città, in mezzo alle quali si movevano
padroni e servi, venditori e compratori, pedoni e cavalieri,
femmine e donne; e carrettieri e vetturali e boari
e panicuocoli e fabbriferrai e fallegnami e rigattieri
e perfino cenciaiuoli e spazzaturai.

Il dettato del bando conserva l'antica nomenclatura,
dal popolo così bene intesa, specchio fedele di
quella lingua mezzo siciliana, mezzo italiana, nella quale
esso venne originariamente composto.

A quello tra' lettori che non tutto potrà comprendere,
gioveranno senza dubbio le spiegazioni intramezzate
al testo; ma forse non basteranno, perchè troppo
di dialetto e di antiche istituzioni locali, non a tutti i
Siciliani d'oggi note, risentono questi documenti, avanzo
d'un tempo oh! quanto diverso dal nostro.

Cominciamo la lunga rassegna.

D'ordine del Vicerè e ad istanza della Deputazione
per le strade si ordina:

«che nessuno, e specialmente padroni di botteghe
e conduttori, possa piantare focolai in mezzo le
strade, dentro o fuori città, senza licenza, per non dare
incomodo al pubblico passaggio; e caso mai, il cufolaio
(*focolaio*) non sia più di palmi due, appoggiato al muro
delle botteghe proprie e non già in mezzo le strade;
che nessuno getti fuori di casa _`immondezze` (*spazzatura*),
[pg!57]
che la sterratura ed altro materiale di fabbricatura
sia portato in luogo designato fuori città, senza seminarlo
per istrada, sotto pena di doverlo riprendere;
che i fumalori (*spazzaturai*) che raccolgono immondezze,
non debbono sporcare le strade; che ogni persona che
abbia casa, debba ogni mattina scopare innanzi di essa
la polvere, di estate, innaffiando, e il fango d'inverno,
fin mezzo la strada raccogliendo in monzelli (*mucchi*)
quella roba ad un lato della rispettiva casa o bottega
fuori la rispettiva sponda delle abitazioni senza impedire
il passaggio, così come con le immondezze interne,
che poi dai soliti animali per le immondezze possono
essere portati; ma, in ragion dei bandi 10 ottobre 1747,
20 novembre 1751, 18 aprile 1757, 12 settembre 1775;
che nessuna persona possa gettar dalle finestre, balconi,
aperture, porte, acqua lorda, di bagni, orina, bruttezze,
immondezze ecc. di giorno e di notte; che le bancate,
pinnate di botteghe, caciocavallari, fogliajoli, mercadanti,
drappieri [#]_, pannieri, orologiari che sono oltremisura
siano ridotte alla misura voluta, di palmi 4 la pinnata,
2 palmi la bancata; che non si lascino di notte fossi
praticati di giorno».

.. [#] *Bancate* ecc., i banchi, le tettoie delle botteghe, i pizzicagnoli,
   i venditori di verdure, i mercanti, i venditori di
   tele, drappi ecc.

Contro l'ingombro delle vie:

«E perchè li costorieri (*sarti*), spadari, cappellieri,
scarpari, scrittoriari (*moganieri*), maestri d'ascia d'opera
gentile e opera grossa, bottegai (*fruttivendoli*), venditori
di qualunque genere di comestibili ed altre persone di
qualsiasi mestiere ed arte, anche quelli che non hanno
[pg!58]
bottega, si mettono tanto nella strada Toledo e Macqueda,
quanto nell'altre strade e nelli luoghi pubblici di questa
città e sobborghi con sommo detrimento, con sedili,
percie, rastelli, cartelli, cannestri, boffette [#]_ ed altri,
con le quali si viene ad impedire il pubblico passaggio
alli cittadini, con qualche pericolo, e particolarmente
nel Cassaro di questa città, ove vi è la frequenza delle
carrozze, talmente che non si può sopra la sponda seu
catena della strada Toledo e Macqueda nè per altre
strade camminare.... così vien fatto divieto che più
oltre si continui con questi abusi».

.. [#] *Percie*, ecc., appendi-abiti, rastrelli, corbe, canestre,
   tavoli.

Assoluta è la proibizione che si occupi in un modo
o in un altro il suolo pubblico:

«I venditori sia per giuoco di cannamelli o di granata,
o di miele d'apa [#]_ o venditori di fichi d'India
che non si possano situare nel Cassaro o Strada Nuova,
Quattro Cantonieri, piano della Corte, Piano delli Bologni
e della madrice Chiesa, siano obbligati tener limpie
e nette così delle foglie di dette cannamele, delli sopravanzi
delli granati, delle scorze di fichi d'India ed altre
immondezze, che facciano li suddetti venditori nelle
banchette del Cassaro e Strada Nuova, purchè non
impediscano il passaggio al pubblico in quelle parti
ove saranno dalla Deputazione per le strade situati;
come pure li venditori di fichi d'India, che vanno camminando
per la città con le cartelle (*corbe*), non possono
fermarsi in nessun luogo portando con essi altra cartella
per cogliere le scorze di detti fichi, e questo per
[pg!59]
non sporcare li luoghi, strade e fontane pubbliche;
come pure lo stesso si proibisce alli venditori di celsi
neri (*gelse more*).

.. [#] Cannamele, melagrane, dolciumi.

«E più essendosi osservato che tanti tengono nelle
strade, avanti le loro rispettive porte, delle mangiatoie
per cavalli, asini, muli ed altri animali, con grave pericolo
ed incomodo di chi passa, si ordina che fra il
giro di giorni 15 dalla pubblicazione del presente bando
si debbono disfare».

E per altre maniere d'ingombri delle vie:

«Avendosi osservato la mostruosità delli venditori
di robbe, che si situano nelli Quattro Cantonieri
di questa città, con perdersi la visuale di quel bellissimo
ornamento, come di essere di impedimento al
pubblico passaggio; per tanto si ordina, provvede e
comanda che nessun venditore di qualsiasi robba abbia
in avvenire da pratticare detta vendizione o situazione
di robbe per venderle, come quelle portarle in altri
luoghi e per tutto il Cassaro e Strada Nuova [#]_.

.. [#] Intendi che si debbano vendere in altri luoghi che
   non siano i Quattro Canti, od anche camminando per il Cassaro
   e la Strada Nuova, senza però fermarsi in un posto.

«Nessuna persona possa fare ascare (*fendere*) legni,
nè scaricare qualunque sorta di robba, ferro ed altro
sopra le strade balatate (*lastricate*) di questa città;
come pure non accendere, nè fare accendere fuoco per
non devastarsi le dette strade balatate».

Tra le altre disposizioni, ve n'è una che permette
ai chiodaiuoli di piantare le loro tende e fucine solo
nella Piazza Marina, rimpetto alla Vicaria, nella piazzetta
della Chiesa di S. Sebastiano, e sotto gli archi
[pg!60]
di S. Giuseppe dei Teatini, nell'attuale via Giuseppe
D'Alesi.

Un'altra vieta ai carri da buoi carichi di pietre di
passare per la via del Borgo, dal ponte di S. Lucia a
Porta S. Giorgio, perchè la renderebbero impraticabile
e guasterebbero i fossati del Bastione presso quella
porta; e indica la via da tenere, per la cui manutenzione
i padroni di carri si erano obbligati con atto notarile.

«Si è osservato che altrettanta mostruosità apportano
ed impedimento al pubblico passaggio l'essere
collocati nelli Quattro Cantonieri sino alla punta delle
banchette le sedie portatili (*portantine*), essendo anche
causa di perdersi detta visuale ed impedimento al pubblico
passaggio; intanto si ordina che d'oggi innanti
le suddette sedie si dovessero situare e collocare in
dette Quattro Cantonieri e nella Strada Nuova e nel
muro della Chiesa dei PP. Teatini una dopo l'altra in
fila, con lasciare libero il passaggio su la sponda, *seu*
catena, per il commodo del pubblico. Siccome anche
tutte l'altre sedie nel Cassaro e Strada nuova avessero
da praticare lo stesso».

Non era vigilanza che bastasse ad infrenare cocchieri
e portantini, abituati a qualunque abuso, e coloro
che si lasciavano condurre in carrozza o in sedia volante.

Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla
Deputazione per le strade fanno fede che nel sec. XVIII,
come, del resto, nel XIX e nel neonato XX, certe pratiche
persistevano inalterate. Un bando di quattr'anni
prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti,
suona così:
[pg!61]

«Che i conduttori di bestie da soma entrando in
città camminino e conducano a mano o per le redini
le rispettive vetture.

«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi
a capriccio o col pretesto di volere o il padrone o il
cocchiere discorrere con altri.

«Che nel passeggio della Marina si vada in più
di due file di carrozze e sedie volanti, dovendosi lasciare
vacuo il centro o mezzo per libertà di S. E.» [#]_.

.. [#] Bando a stampa di D. Filippo Lopez y Royo, Pres.
   e Cap. G.le del Regno, in data del 21 Ottobre 1795.

L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez,
avrebbe potuto applicare a lui l'eterno rinfaccio del
*Cicero pro domo sua*.

E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se
non alla sua libera passeggiata nello spazio libero tra
le due file di carrozze; pure stavolta il Lopez riproduceva
*sic et quatenus* gli ordini dei suoi predecessori.

La malattia delle fermate nel Cassaro è antica
quanto la carrozza e la portantina, quanto lo spagnolesimo,
quanto lo spirito aristocratico, potremmo anche
dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè
Niccolò Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto
1720 «che nessuna carrozza, sterzino o sedia
volante possa fermarsi al Cassaro o alla Marina durante
il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la musica
deve mettersi in una delle due file rimanendo quella
di mezzo pel libero passaggio del Vicerè» [#]_. — Proprio
come nell'anno 1775, quando il secondo Marcantonio
[pg!62]
Colonna richiamava in vigore la medesima disposizione [#]_;
proprio come nel 1795!

.. [#] *Miscellanea di Bandi*, t. I; nella Biblioteca Comunale
   di Palermo, segn. 2. Qq. 7.94.

.. [#] Bando viceregio a stampa, in data del 18 Febbr. 1775.

E non diverse le pene ai contravventori, anzi più
gravi delle solite: «I cocchieri, la frusta e quaranta
sferzate o zottate del carnefice sopra un cavalletto
nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento
o la perdita istantanea con la vendita irremissibile
nella medesima piazza della carrozza, o calesse, o biroccio,
o corso, o tariolo» [#]_.

.. [#] Bando cit. del Lopez, 21 Ottobre 1795.

Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate
in vigore nel 1799, trovavano compagne non meno
provvide contro tutto ciò che potesse anche lontanamente
nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue
le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e
folti ond'eran pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti
le premure di accrescerne il numero e la estensione fin
dove gli espedienti finanziarî e la natura del suolo il
consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella
montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire [#]_.
Guardie all'uopo destinate ne avean la custodia; carrettieri
con botti, l'annaffiamento; frati di varî ordini,
la potagione [#]_. In casi rari minacciavasi e senz'altro
[pg!63]
applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di
metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi [#]_.

.. [#] *Giornale di Sicilia* del 12 Agosto 1794.

.. [#] Ai Cappuccini i superbi alberi della via di Mezzomorreale
   (corso Calatafimi); agli Antoniniani, quelli dello stradone di
   S. Antonino (corso Lincoln); ai Minimi, quelli di fuori di Porta
   Macqueda e Porta Carini. Vedi *Provviste del Senato*, a. 1793-94,
   p. 452; *Atti*, a. 1791-92, p. 146. — :small-caps:`Sala`, *Dimostrazione dello
   Stato del patrimonio di Palermo*, p. 214. Ms. dell'Arch. Com.
   di Palermo.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1777-78, p. 205.

La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica
e di igiene fosse negli antichi amministratori del
Comune:

«Osservandosi da questa illustre Diputazione delle
strade, che di giorno in giorno vanno mancando e seccando
gli alberi di pioppi, olivi ed altri, piantati nelle
strade che conducono da Porta S. Giorgio sino al Molo
e sino al Ciardone, per dare non meno il comodo a'
cittadini di passeggiare ne' tempi caldi e di rendere
vieppiù magnifica la strada, per causa che li padroni
delle case, casini, luoghi od abitanti di essa, in mille
modi e maniere artificiose, li fanno desiccare e recidere
e scorticare; quindi la Diputazione, volendo ciò evitare,
si è rivolta al Re, il quale ha ordinato gravi pene pei
trasgressori chiamando responsabili i proprietari delle
case e casine vicine e obbligandoli a ripiantare il doppio
degli alberi recisi, spiantati, scorticati, mircati, scomparsi».

Gli ordinatori della pulizia urbana del sec. XX
non sanno che la esperienza del passato era stata guida
di coloro che prima, assai prima di loro, avevano studiato
argomento così multiforme, ed importante per
la vita pubblica e privata. Eppure essi non hanno se
non ripetuto inconsciamente quello che avevano detto
e fatto i nostri vecchi. La esperienza è maestra: e la
esperienza aveva insegnato quanto gravi fossero le conseguenze
di una dimessa pulizia stradale ed a quali
[pg!64]
pericoli si esponessero gli abitanti trascurandone certi
particolari apparentemente frivoli. Chi presume il contrario,
sconosce la vita di casa sua, che è vita di quella
grande famiglia che è la patria.

E poichè pulizia ed igiene si danno la mano, gli
Archivi della città e dello Stato ci offrono altre disposizioni
acconce alla tutela di questa. Ma per poco che
voglia farsene la rassegna, si resta non solo confusi
al numero di esse, ma anche disillusi della vantata
nostra sapienza del genere.

Nel periodo che ci sforziamo d'illustrare sono disposizioni
di tempi anteriori. Ne rileviamo due, documenti
della saviezza di molte altre.

Un nuovo bando del Pretore Marchese di S. Croce
ordinava la buona qualità del tabacco (1785). Altro
se ne rinnovava ogni anno per le modalità della immersione
dei lini e del canape nei fiumi e pel seminato dei
risi.

Tanta ragionevolezza di provvedimenti, se ben seguita,
avrebbe dovuto far di Palermo una delle più
pulite città d'Europa; ma, purtroppo, non era così.
La Capitale dell'Isola era molto lontana da ciò che
il suo magistrato si sforzava di avere. Ci sarebbe da
giurare che tutti gl'inconvenienti previsti, tutte le imitazioni
designate, tutte le licenze minacciosamente vietate,
eran pratiche d'ogni giorno, d'ogni ora. Oh! è
proprio il caso di esclamare: *Bandi di Palermo e privilegi
di Messina!* Solo a fermarsi sulla tanto desiderata
nettezza delle strade c'è da arrossire.

D'inverno le vie eran piene di mota; d'estate,
di polvere. In una solenne adunanza dell'Accademia
[pg!65]
del Buongusto nel Palazzo del Principe di S. Flavia,
in onore del Marchese di Regalmici, Onofrio Jerico
conchiudeva con questa spiritosa sestina una sua laude
al riformatore energico della città:

   |   Dixi. Però 'na grazia v'addimmannu:
   | Com' 'un aju carrozza e vaju a pedi,
   | Vurria li strati netti tuttu l'annu.
   | O fangu, o pruvulazzu chi arrisedi
   | Sfascia li scarpi, allorda li quasetti,
   | E in procintu di càdiri mi metti [#]_.

.. [#] Ms. Qq. D. 102, p. 69 della Biblioteca Comunale.

A qualche cosa il Senato rimediava con la famosa
botte di Giacona, che dal 1746 offriva un modo pratico
d'annaffiare le vie: una botte sopra un carro, che
al davanti avea un mulo, e di dietro, con le spalle al
carro medesimo, un uomo il quale, cianchettando ritroso,
veniva dimenando a destra ed a sinistra un grosso
tubo di pelle sulla molesta polvere.

Povero Giacona! Il pubblico ingrato tradusse la
tua manichetta in un gesto somigliante a quello dell'annaffiatore,
e in un motto che non risponde alle tue
ingegnose intenzioni, per le quali un annuale servizio
di 70 onze potò esser compiuto con sole 40! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Usi e Costumi*, v. II, p. 370-71.

Secondo un'antica ordinanza, passata in uso, ogni
popolano ripuliva al far del giorno il tratto innanzi
all'uscio di casa sua, come ogni mercante del Cassaro
quello innanzi il suo negozio.

Goethe però il 5 Aprile del 1787 se la pigliava con
un merciaiuolo, e per esso coi Palermitani, «che lasciavano
[pg!66]
ammucchiare, diceva lui, innanzi lo botteghe tante
immondezze [#]_, che poi il vento ritornava alle botteghe
medesime»; ed il merciaiuolo, malizioso, gli faceva osservare
che «coloro ai quali spettava di provvedere alla
pulizia aveano grande influenza, e non si riusciva ad
obbligarli a fare il loro dovere. Se si sgombrasse, aggiungeva,
tutta quella lordura, verrebbe in luce lo stato
miserando del sottostante selciato, e si scoprirebbero
le malversazioni della loro disonesta amministrazione»
(Oh! come il mondo è sempre lo stesso!).

.. [#] È curioso che l'usanza lamentata da Goethe fosse una
   antica disposizione del Senato consacrata nei contratti di
   appalto della spazzatura. Si prescrivea che le immondezze
   spazzate venissero raccolte a mucchi, con l'intendimento che
   poi dovessero portarsi via. Vedi il *Contratto* citato nella nota 3
   di questa pagina.

Concludeva poi scherzando: «le male lingue dicono
essere la nobiltà quella che favorisce questo stato
di cose, affinchè le carrozze, andando di sera alla passeggiata,
possano proceder senza scosse, sopra un pavimento
meno duro» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. cit.

Ma quel merciaiuolo se non conosceva la storia
del suo paese, se non sapeva che già fin dai primi del
quattrocento esistessero disposizioni per la pulitura delle
vie, se ignorava che nel 1600 il Comune avea dato in
appalto lo spazzamento ed annaffiamento giornaliero
delle varie strade e piazze [#]_; poteva almeno dire a Goethe,
cosa della quale egli era testimonio, che otto anni
innanzi (7 Ag. 1779) si era concertato la spazzatura
[pg!67]
del Cassaro e della Strada Nuova in una maniera più
rispondente allo scopo. Poteva fargli osservare che certi
carrettieri aveano impegnata con gli ortolani la spazzatura;
anzi, come s'è visto in principio di questo capitolo,
per antico decreto del Senato, le bestie da soma che
entravano in città cariche di ortaggi non potevano
uscirne senza la spazzatura delle famiglie, tanto nociva
alla pubblica salute quanto utile alla agricoltura [#]_; e
che i padroni delle botteghe pagavano un bajocco (cent. 4)
l'uno, per due spazzate la settimana, fatte da 20 forzati.
Poteva anche soggiungere, ed egli doveva saperlo
di preferenza, che per quanto il Senato facesse e nel
Cassaro e nel Piano della Martorana lastricando, ripulendo,
non riusciva mai a sbarazzare la immensa mota
che le piogge continue vi producevano: difetto comune
ad altri punti della città, ed alla Marina particolarmente [#]_.

.. [#] :small-caps:`R. Starrabba`, *Contratto d'appalto* ecc. in *Archivio
   stor. sic.*, nuova serie, a. II, fasc. II, pp. 204-9, Pal. 1877.

.. [#] *Capitoli del Senato*, t. II, f. 406; ms. dell'Archivio Comunale. — :small-caps:`Teixejra`,
   *op. cit.*, cap. XIII, § 191.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 372; v.
   XXVII, p. 436.

Quando il Presidente Lopez ordinò delle spazzate
periodiche, il Senato non potè se non tornare a destinare
una somma *ad hoc* per l'avvenire, ed affidare a
«partitarî» questo servizio per le vie principali e per
una volta la settimana [#]_.

.. [#] Bando a stampa del Presidente del Regno, del Marzo
   1797. Vedi :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale*, pp. 137-38; :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1797, pp. 115-16.

D'altro lato, bisogna esser logici. Il merciaiuolo
di Goethe doveva sapere qualche cosa, se con un forestiero
[pg!68]
a lui sconosciuto si apriva intorno ad una pubblica
accusa contro coloro ai quali incombeva la sorveglianza
della pulizia della città; altrimenti conviene
ammettere la solita malevolenza palermitana verso i
Palermitani. Chi saranno stati i malversatori aventi
l'interesse di non far vedere le reali condizioni del
pavimento stradale? «I partitarî (appaltatori) delle strade
o i deputati alla nettezza», potrebbe dirsi; ma chi
può affermarlo con piena coscienza? Una sola rivelazione
ci giunge per mezzo dei diaristi del tempo, ed è:
che i «maestri di mondezza» (sorvegliatori di pulizia
stradale) non erano immuni da colpe a danno del paese.
Forse per loro oscitanza, forse per delittuosità, questi
maestri venivano dalla voce pubblica accusati di corruzione;
se no, come spiegarsi la sordidezza delle strade
ed il lezzo delle carogne di cani e di gatti?

È vero che questo inconveniente non era nuovo;
ma gli spazzini addetti a sì bassi servigi, portavano
legati alla cintura degli uncini di ferro coi quali rimovevano
i ributtanti ospiti.

Stanco di tante porcherie un giorno il Senato
mandò a spasso questi inutili o disonesti «maestri»:
e senz'altro ne abolì l'ufficio; contemporaneamente provvide
alla pulitezza ed al decoro della città con una
Deputazione di nobili, la quale con ufficiali adatti rispondesse
alla bisogna [#]_. E così fu fatto.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1793, pp. 22-23.

[pg!69]

.. toc-entry:: IV. Senato e Senatori.

:small-caps:`Capitolo IV.`
==========================

.. class:: center large

*SENATO E SENATORI.*

Magistrato supremo della città, il Senato mareggiava
tra le giurisdizioni ed i privilegi che re e vicerè
per volger di secoli avean profuso su di esso.

Grande di Spagna di prima classe, il Pretore procedeva
a sinistra del Re e gli stava di fronte, a capo
coperto, nelle cappelle reali. Generale di cavalleria, esso
avea il comando supremo di tutte le truppe cittadine.
Alle opere filiali del Senato era preposto e sovraintendeva
con vigile cura. La Tavola o Banco, fondazione
del Comune, avea in lui il mallevadore de' capitali
privati; in lui il tutore supremo il Monte di Pietà; lui
avea capo la Deputazione di salute, ond'egli traeva
facoltà di accordare o negare libera pratica a chi giungesse
per mare a Palermo, basso o alto che fosse e di
qualsivoglia autorità investito. Mentre vi era un Protomedico
del Regno, il Pretore era Protomedico della
Capitale con poteri amplissimi sulla pubblica salute e
sugli uomini ai quali era essa affidata, sulla igiene e
sulla pulizia urbana.

Talvolta egli avea potestà anche criminale, rappresentando
l'antico baiulo.
[pg!70]

Nelle quattro grandi processioni e fiere dell'anno,
il medesimo Pretore, accompagnato da un giudice della
sua Corte, girava togato per le strade reggendo in mano
il bastone, emblema di giurisdizione per la quiete del
popolo. Gli eruditi scoprirono «l'uguale meccanica scritta
nella romana Istoria e praticata dai consoli e pretori
romani»; come un quissimile degli antichi littori precedenti
i consoli vedevano nei contestabili che nelle
pubbliche funzioni recavano il bastone sormontato dall'aquila.
Tutti ne sapevano qualche cosa; ma sopra
tutti D. Pietro Teixejra, storiografo del Senato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, §§ 305 e 349. Correggendo le stampe
   di questo capitolo, ci cade in acconcio far menzione di un
   bell'articolo di :small-caps:`F. Maggiore-Perni`: *Il Senato e l'Amministrazione
   municipale di Palermo dai tempi più antichi al 1860*
   (Pal. Lo Casto 1902).

Per queste ed altre eccelse facoltà, in bocca del
Pretore posava la sacra formola: *Do, dico, abdico.* Col
*do* esso concedeva ai giudici della Corte pretoriana il
modo di procedere nelle cause, come l'eccezione ai rei
e la possessione dei beni; nel *dico* concentrava la proibizione
dei giorni di giudizio e la restituzione *in integrum*
per le persone; nell'*abdico* comprendeva il suo diritto
in tutte le cessioni sulla legge scritta: nella confisca dei
beni, nella vendita di essi all'incanto e via di seguito [#]_.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, § 310.

Dal quale diritto traeva lume e forza quello civile
e criminale che egli esercitava sulle carceri del Palazzo
pei trasgressori delle ordinanze e dei bandi senatorii
e le ingiunzioni al capo di Castellamare nel ricevere
questo o quel reo di ceto nobile o civile.
[pg!71]

Se questo pare troppo, si pensi che v'era anche
dell'altro. Bagheria e Parco eran terre soggette al Senato,
che vi esercitava amplissima giurisdizione per
mezzo di persone di sua fiducia e da esso delegate. Prima
che Ferdinando venisse in Palermo, e pensasse a proclamare
*città* Partinico, ragione di lepido risentimento
del Villabianca, che pur vi avea tenute, anch'essa,
questa terra, era pel mero e misto impero soggetta
al Pretore.

Ce n'era abbastanza, crediamo, per fare inorgoglire
non che qualunque patrizio il più modesto cittadino
palermitano, che pur sapea di non poter mai e
poi mai aspirare, non diciamo alle sublimi sfere del
Pretorato, od a quelle alte del Senato, ma alle altre di
ufficiale nobile al seguito del Senato medesimo, pel
quale un pezzo di blasone era indispensabile.

Il rosso associato al giallo era ed è tuttavia il colore
senatorio della città; stemma pubblico: l'aquila
d'oro in campo rosso; damasco cremisino le sopravvesti
dei contestabili; rosso il drappo delle vesti dei
mazzieri, sulle quali si disegnavano vaghissimi fiori
d'oro [#]_; rosso scarlatto e giallo la uniforme della fanteria
e della cavalleria [#]_, e rosso fiammante le livree dei
sei paggi e dei sei cocchieri degli equipaggi.

.. [#] Costavano fino a 120 onze! Vedi *Provviste del Senato*,
   a. 1779-80, p. 362, a. 1795-96, pp. 255 e 374.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, XXVI, pp. 210-211.

Questo per coloro che circondavano il Senato; ma
i singoli Senatori nelle loro giornaliere funzioni indossavano
ordinariamente «il vestito alla francese in giamberga»,
[pg!72]
come ci fa sapere il loro Cerimoniere [#]_; nella
mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande
festa, toga, manica ricca e gioie.

.. [#] :small-caps:`De Franchis`, *op. cit.*, p. 433.

Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando
avea paggi suoi (e raro è che non ne avesse), il colore
della città veniva sostituito dalle livree della sua famiglia.
Questa, per la forma e pel colore, si anteponeva
talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza
del casato. Ricordasi in proposito, per analogia
di richiamo, che quando il Principe di Paternò Moncada
Capitan Giustiziere dovette recarsi nei suoi stati in
Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore
Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese,
zelando più che l'amico assente, si affrettò a
fare aggiungere alla Carboniera ordinaria (la quale, come
è risaputo, era il carcere di giurisdizione del Pretore,
dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le
donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse
con gli ufficiali vestiti in livree Paternoniane [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, 180; v. XXVII,
   11-12.

La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia
delle dieci torri di guardia del littorale (*torrari*);
la cavalleria, di quaranta soldati, sorvegliava le spiagge
e segnava l'avvicinarsi di barche sospette. Codesti eran
detti «soldati di marina», e più tardi compagnia o
«milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de'
*qui-pro-quo* della fortuna di cui il popolo possiede il
segreto, in *truppa babbana*. Questa milizia rappresentava
[pg!73]
la forza propria del Senato sotto un comandante nobile
(Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un Alfiere,
un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni
anno, il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista.
Carlo II nel 1695, confermando il privilegio di questa
milizia al Senato, dava ad esso facoltà di assoldarne — in
assenza del Vicerè — quanta per la sicurezza del
Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene abbisognasse,
investendola dei medesimi onori e trattamenti
delle truppe regolari regie, con divisa, tamburi, armi,
bandiera e stemma della città.

E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente
connesso col privilegio di Carlo II.

Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi
e comunità. La Compagnia dei barrigelli di Butera era
modellata su quella di Palermo, benchè con iscopo un
po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con insegne
proprie, timpani e trombe correvano frequentemente
una parte del Regno con la medesima libertà e giurisdizione
delle compagnie reali. La Compagnia di San Cimino,
dello stato di Monreale, mancava di stendardo,
ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo
si serviva di essa come di altre compagnie baronali
per la tutela degl'interessi e della sicurezza delle terre
dei signori, quando le esigenze imponevano estirpazione
di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi pubbliche
incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo
mezzo mettere sul piede di guerra meglio che diecimila
uomini [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, 420-425.

[pg!74]

L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco,
che chiamava sulle vie popolani e civili.

La compagnia dei carabinieri di cavalleria della
truppa senatoria precedeva con le spade sguainate alle
mani: regia preminenza più volte ritolta e ridata dai
Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che coprivano
muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre
i servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.

Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste
diremo particolarmente più innanzi.

Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono
delle trombe ne annunziava il movimento. Quando
l'alto Magistrato stava per entrare officialmente in una
chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla vista
di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano,
anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di
guerra del Val di Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi
e scompigliate le Maestranze armate, queste pubbliche
dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle fabbriche
dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto
servire alla difesa della patria, servirono per aiuto
del Borbone in Napoli.

Le pretese di distinzione si acuivano tra gli ufficiali
del Senato. Gli ufficiali nobili alzavano la cresta in
faccia ai Senatori, non intendendo subire gradazioni
lesive della loro dignità. Gli ufficiali civili li aizzavano
facendo con essi quelle che si direbbero congiure di
palazzo.

Una volta per la festa del Corpus Domini il Pretore
Duca di Castellana, ammalato, delegò, consenziente il
corpo del Senato, un senatore; i giudici pretoriani si
[pg!75]
negarono a prestargli omaggio, e ne seguì un litigio che
si portò fino al Protonotaro del Regno [#]_. Il perno della
questione era questo: gli ufficiali nobili nelle processioni
e in altre pubbliche comparse del Senato devono
andare a lato o dietro ai Senatori?

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 284-85.

Il Cerimoniale dava ai Senatori facoltà di regolarsi
come credevano; ma gli ufficiali nobili non volevano
riconoscere questa facoltà, ritenendola arbitraria. I Senatori
affettavano indifferenza e tiravan di lungo; ma
gli ufficiali sputavan veleno senza neppure ricordarsi
della benevola concessione fatta loro dal Senato d'un
tappeto sotto le loro sedie [#]_; e tra il pretendere degli
uni ed il rifiutarsi degli altri; tra l'imporre di quelli
e il disubbidire di questi, si giungeva per lungo, eterno
dissidio alla fine del secolo. Celebrandosi nel 1800, presenti
i Reali di Napoli, le funzioni della Settimana
Santa, il ceto civile faceva una tacita ma severa dimostrazione
contro la senatoria dignità: brillava per la
sua assenza, come direbbe una frase moderna!

.. [#] Il Teixejra ce ne dice anche la misura: tre palmi!
   stabilita dai *Capitoli del Senato*, t. III, p. 47.

Vecchio ed infermiccio, il Marchese Villabianca ne
avea notizia fino a casa, e nel suo *Diario* consacrava
questa nota, che nel decadimento grammaticale accusa
lo ingenuo sognatore del passato, il patrizio a cui mancava
la esatta visione del presente: «I paglietti hanno
disdegno il servire e corteggiare i magnati. Non v'è
forma che questi benedetti paglietti per la potenza che
hanno nelle mani, di arrivare e conoscer sè stessi, cioè
la loro condizione, stato e differenza. La superbia e
[pg!76]
l'orgoglio li mangia vivi» [#]_. Eppure egli stesso negli
anni passati avea biasimato i suoi consorti e lodato le
opere pubbliche dei *poglietti*, tipo dei quali per amor
patrio disinteressato il Presidente Asmundo Paternò!

.. [#] *Diario* ined., a. 1800, p. 220.

Ma non ci occupiamo di queste miserie, quando
ben altro abbiamo da vedere.

Due delle tre carrozze del Senato erano veramente
belle. Nella prima andava il Pretore coi Senatori; nella
seconda, altri Senatori; nell'ultima, il Cerimoniere, il
Segretario e qualche ufficiale nobile. A volte nella prima
entrava tutto il Senato; nella seconda, la sua Corte;
la terza procedeva vuota per rispetto.

Eccole queste magnificenze!

Montate su traini e sospese con solidi tiranti di
cuoio sopra molle, esse sono, all'esterno, ricche di dorature
e di dipinti allegorici: all'interno, fulgide per
la tappezzeria di raso rosso. La maggiore di queste
carrozze somiglia a quella di Carlo X serbata ora al
Trianon, ma le ruote son cariche di sculture; e nello
insieme ha una linea più armonica di quella della vettura
di Caterina di Russia (1773) [#]_.

.. [#] *Il Festino di S. Rosalia nel 1896 in Pal.*, p. 3. Palermo,
   Virzì, 1896.

Donde vengono queste carrozze?

Negli Atti ufficiali troviamo più volte cenno di
carrozze pretorie.

Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al
Senato la carrozza dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento
di onze 46 [#]_: il che significa che il Senato prese
[pg!77]
od ebbe la carrozza, probabilmente di gala, del grande
Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di fede.
La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla
croce fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile
motto: *Exurge, Domine, et judica causam tuam*, venne
sostituita l'ardita aquila palermitana col classico
S. P. Q. P.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1788-89, p. 112.

Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa
di S. Cristina. La più bella tra esse attestava non la
opulenza del Comune, ma la generosità dei privati.
La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i Senatori,
il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar
munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato.
«Quel Senato, già così ricco e magnifico..., non
ha come potere uscire a gala, e deve comparire accattone
e cercare la elemosina per farsi una carrozza!»,
mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca
del Comune P. Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi
meschinissimi!... Io di questa mendicità non voglio nè
posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri posteri» [#]_.

.. [#] *Giornale* ined., a. 1792, pp. 100-102.

Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza,
può per un momento sospettarsi negli amministratori
della città, i quali, perchè in alto, venivano presi di
mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi
alla luce per non vedere che, più che alla disonestà
degli uomini, convenisse guardare all'indirizzo economico
dei tempi ed alle teorie amministrative che conducevano
a fatale rovina gli erarî civici.

La nuova carrozza pretoriana era quanto di più
[pg!78]
splendido avesse prodotto la Sicilia dal dì che veicoli
del genere erano stati tra noi costruiti. I più esperti
operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza
e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera
con disegni che destavano l'ammirazione di tutti al
vederla passare [#]_.

.. [#] Costò onze 1171, 16.

Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli
amministratori delle opere filiali di esso, non nuovi
alla dignità pretoriana o senatoriale. In seguito a recenti
elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia di
andare a prender possesso solenne delle loro cariche
nelle carrozze del Comune. Una pompa come quella
non era da disprezzare! Ed il Principe Conte S. Marco,
benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e
la chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà
di esso principe», il Senato chinava il capo.

L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il
biennio del S. Marco, il nuovo eletto D. Francesco
Statella, Principe del Cassaro, dovette far la funzione
del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza
officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato,
*obtorto collo*, consentiva anche stavolta; ma scorso, per
non offender tanto signore, un mese, facea «un appuntamento
col quale proibiva di potersi in avvenire accomodare
(*prestare*) le carrozze proprie di esso Senato
alle opere filiali per qualunque siasi funzione» [#]_.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1794-95, p. 110; a. 1796-97, p. 78;
   a. 1797-98, p. 187.

Difatti, era troppo che signori di quel grado,
i quali quando coi loro equipaggi uscivano sulla via
[pg!79]
Alloro facevano maraviglia a chicchessia, dovessero cercar
la pompa del supremo Magistrato della città!

Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale
che lo accompagnava anche nelle relazioni col rappresentante
del Re, è opportuno un ricordo. Il sedere in
carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra
delle prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che
po' poi non guardava tanto pel sottile la distanza tra
lui ed il magnifico Senato, confermò praticamente la
prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di
Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe
di Scordia (Dic. 1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere
allato in una visita annonaria che volle fare con lui
per Palermo.

È fama che codesta distinzione avesse voluto una
volta arrogarsela il March. di Geraci Ventimiglia recandosi
col Vicerè Duca de Uzeda a passeggiare alla Marina,
e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse
mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero
audace; ma il nobil uomo non poteva dimenticare di
essere il *Marchese* per eccellenza, in tutta Sicilia [#]_, un
piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi, di coniar
moneta.

.. [#] È noto che quando in Sicilia si diceva senz'altro *il
   Marchese*, non s'intendeva se non lui, il Marchese di Geraci.
   Vedi :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, pp. 5 e 200.

Savia consuetudine quella del periodo limitato
delle cariche e degli alti uffici; savia perchè impediva
il formarsi ed il prepotere di clientele protette da un
lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti ufficî a lungo
s'infeudava.
[pg!80]

Non più di due anni, spirati i quali non erano più
rieleggibili, stavano in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori
del Monte di Pietà e quelli degli Spedali, il Deputato
per la suprema generale Deputazione di salute
e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato
della Terra di Partinico e l'altro della Terra di
Bagheria ed altri di altre opere filiali. Più rigorosi,
perchè più brevi (un anno appena), gli ufficî dei «giudici-senatori
della gabella delli 12 tarì sopra ogni cantàro
d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.

Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi
quelli che, eletti, aveano da prestar giuramento; e tra
essi l'Archivario della Tavola, i Giudici idioti, i Deputati
di piazza, i credenzieri della carne, il Pretore, i Senatori,
i Capitani delle torri, i Giudici pretoriani, il Capitan
giustiziere: persone sulla fede delle quali era riposta
la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari
degli interessi cittadini.

«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio
1775, deve conferirsi ai primogeniti e secondogeniti
di famiglie magnatizie, titoli e feudatari con vassalli
e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma con condizione
che non usino il titolo di *Eccellenza* abusivamente
fin qui preso, che compete al solo Pretore. La carica
di Senatore sarà un passo per conseguire quella di Pretore».

Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che
pure anni prima aveva detto: «In Sicilia il solo Vicerè
esige per forza l'*Eccellenza* come rappresentante la persona
del sovrano»: e *Sua Eccellenza* era per antonomasia
il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì
[pg!81]
la Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa
dei tempi nostri), magistrato governativo di revisione
degli atti del Senato, al Tribunale del R. Patrimonio:
Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed
ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura
di nobiltà, cioè *nati* di famiglie pretorie e magnatizie»,
si pensò anche a questa grave faccenda del titolo. Fu
concertato (ed il concerto durò fino al secolo XIX)
che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato
darebbe dell'*Eccellenza*, firmandosi in pie' della lettera,
e che il Senato rispondendo col medesimo titolo non
soscriverebbe nè come Senato nè come Pretore, ma col
solo nome di Segretario [#]_. E nel sovrano comando del
1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero
essere obbligati a trattare con l'*Eccellenza* il Pretore [#]_.

.. [#] *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, pp. 235-37, 371-72. v. XIX,
   p. 128.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1775, p. 377.

Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella
che i nuovi nati dei Senatori in atto fossero tenuti al
fonte battesimale dal Senato in corpo. Il battesimo
assumeva un carattere di solennità particolare, compiuta
con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale
compare, esso faceva un regalo alla comare, la senatoressa
puerpera, alla levatrice, agli ufficiali della parrocchia.
La senatoressa riceveva cinquant'onze: e se
la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori
non eran dei vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini
perciò il lettore come procedesse pel pubblico
erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e di regali!
[pg!82]

Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse
una di queste nobili comari, e che per conseguenza
la cassa pretoria non si aprisse per siffatte graziosità [#]_.
Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si ripeteva
due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore
Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella,
funzionante l'Arciv. Sanseverino, e compare
il Pretore Regalmici (al neonato veniva imposto il nome
di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks,
Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi);
ed il 10 Marzo per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri,
Principe di Mirto.

.. [#] 21 Ag. 1770. Il «Senatore Romagnuolo pel Senato battezza
   la figlia del Sen. Carcamo, e dà in regalia al padre (*stavolta
   al Senatore!*) onze 50 ed altre (10) ne dà alla levatrice
   ed agli uffiziali della parrocchia».

   13 Apr. 1771. Il Pretore Duca di Castellana a nome
   del Senato battezza alla Kalsa la figlia del Sen. Corradino
   Romagnuolo, con le solite regole di onze 40 (?) al detto Romagnuolo,
   e di onze 10 alla levatrice (:small-caps:`Villabianca`, *Diario*,
   in *Bibl.*, v. XIX, pp. 229 e 277).

   5 Luglio 1773. Il Senato battezzò il figlio del Senat. Gius.
   Carcamo, il quale «dalla cassa del Senato tirò la solita regalia
   di onze 50». *Diario*, XX, 167. Questo Sen. Carcamo
   in meno di tre anni prendeva 90 onze!

Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso
rifiuto per parte del Principe di Valguarnera e Montaperto
e del Duca di Belmurgo, ai quali il Senato avea
tenuto a battesimo i figliuoli [#]_. Ma sono *rari nantes in
gurgite vasto*.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 294-95
   e 308, e XXVII, 429.

Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva
[pg!83]
al Senato di cavare dall'erario comunale la
solita somma per la puerpera Principessa di S. Lorenzo;
nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la
Baronessa Morfino [#]_, tre pretoresse l'una più fresca e
promettente dell'altra.

.. [#] *Provviste*, a. 1781-82, p. 517; a. 1784-85, pp. 89, 188.

Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine
dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa
città di Palermo e patrimonio di essa approvati dalla
Maestà sua con real dispaccio de' 16 Agosto 1788»,
l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli
parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo
giusto che ritrovandosi il corpo amministrato in somma
decadenza e sbilancio, gli amministratori, in danno del
pubblico, fruiscano delli vantaggi» [#]_. Ma siamo sempre
ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno
un nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la
cassa del Comune e metterne fuori le vietate e volute
cinquant'onze. La senatoressa Marianna Branciforti si
sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve ricevere
il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto
battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza
e Stella, nol consente, non già per l'onore, al quale non
rinunzierebbe, ma per la gravezza che ne verrà al Comune.
Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti precedenti
del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La
sera del 30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi
familiari con la moglie, «persone minute», e da esse fa
tenere al fonte la neonata. La geniale risoluzione suscita
[pg!84]
rumore, dove con plauso e dove con senso di maraviglia;
ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non
sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri
uno di casa Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare
la sua casa e studiare il suo *Diario*, se ne mostra
soddisfatto, e vuole che «serva questa buona introduzione
in beneficio e rilievo in qualche maniera della
cosa pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui
esempio venisse dai successori padri seguitato!».

.. [#] *Riforma*, p. 90.

E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe
non trovò riscontro se non in se stesso. Dieci anni
dopo, al giungere dei Reali a Palermo, nominato Ministro
Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila
scudi annuali di emolumento [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1787-88, pp. 611-12; a. 1799, p. 155.

Più dannoso al non florido patrimonio urbano erano
certi battesimi che il Senato faceva a personaggi estranei
alla famiglia e più elevati. Ne ricordiamo un solo. La
neonata Melelupi Soragno, nipote del Vicerè Fogliani,
veniva tenuta al fonte dal Pretore del tempo: e la madre
riceveva un orologio d'oro smaltato, a ripetizione, un
astuccetto d'oro per bocca, una reliquia di S. Rosalia
incastonata pur essa in oro, con preziosa statuetta
della Santa e non so che altro: non picciolo dispendio,
come si vede, ma che pur veniva compensato dal signorile
ricevimento fatto dal Vicerè al Senato; ed il Vicerè
era una eccellente persona, con la quale i Senatori erano
in ottime relazioni.

Onore poi del Magistrato civico era la parte attiva,
generosa ch'esso prendeva ad ogni piccola e grande
[pg!85]
sventura del paese. Incendî, tremuoti, alluvioni, carestie
lo trovavano sempre al suo posto di tutore, benefattore,
padre dei cittadini. In una notte freddissima d'inverno
del 1775 (5 Dic.) prendeva fuoco la bottega d'un confettiere
a Ballarò; ed il Pretore Principe di Resuttana
coi Senatori, lì sul luogo, con l'aiuto dei maestri carrozzieri
e di due compagnie di fanteria, era lieto di veder
domare l'incendio. Il medesimo avveniva in una notte
d'autunno (22 Ott.) dell'anno seguente, nel Conservatorio
del Buonpastore [#]_; e negli incendî del forno civico
di Porta di Vicari (16 Giugno), del Monastero Valverde,
della casa di Giuseppe Merlo Marchese di S. Elisabetta
al Garraffello, della bottega del fruttaiuolo Neglia del
Conte Federico in via Biscottari (30 Giugno, 12 Agosto,
19 Settembre 1787): tre incendî in soli quattro mesi,
che ai dì nostri, con le solite lustre e frasi d'uso, provocherebbero
tre solenni *inchieste* ufficiali, probabilmente
senza venire a capo di nulla.

.. [#] *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 158; XXI, 392; XXVI, 39.

In uno scoppio di polvere nel bastione di Porta
S. Giorgio (21 Febbr. 1788), il Pretore facea prodigi
di abnegazione; non meno che nei gravi infortunî del
forno di Maiorca ai Formari (21 Febbr., 3 Sett. 1788),
e più oltre in quelli del forno di via Materassai (30 Maggio
1793), nei quali, dovere è il confessarlo, la parte
migliore della nobiltà coadiuvava il Pretore Duca di
Cannizzaro ed il Senato per mantener l'ordine e dare
salvezza a tutta la contrada, esposta a sicuro disastro.

Opere generose come queste eran sovente compiute
[pg!86]
dai conciatori e sempre dai pescatori della
Kalsa [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined. a. 1785, p. 172; 1787, pp. 140,
   175, 359; a. 1788, pp. 472, 513. — :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined.,
   a. 1793, p. 63.

Mirabile la vigilanza sull'annona e sulla salute pubblica,
in ragione, s'intende, dei tempi, che è quanto
dire dei sistemi e delle difficoltà d'allora. Questa vigilanza
era dove immediatamente, dove per mezzo di
deputazioni esercitata.

Ai lamenti dei cittadini per la cattiva qualità del
pane e dell'olio il Senato provvedeva con gravi multe
a padroni di forni ed a commercianti d'olio [#]_: provvedimenti
non rari se frequenti erano le infrazioni dei bandi
da parte degli interessati.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1793-94, p. 126; a. 1795-96, p. 158.

I forni pubblici, i lombardi inclusi, pel numero
al quale eran giunti (23 fino al 1768), imponevano sorveglianza
assidua, oculata; e preoccupazione fissa d'un
Senatore scrupoloso de' suoi doveri era la *meccanica*
del pane.

*Meccanica*, parola comunissima a quei giorni, si
diceva lo scandaglio che tre volte l'anno il Senato eseguiva
per vedere se una data quantità di grano dèsse
la presunta quantità di pane; *meccanica* pure il mercato
che il Pretore faceva dei suoi grani con cittadini e fornai
pubblici e senatorî dandoli loro in vendita con notabile
rincaro sui prezzi correnti del caricatoio [#]_.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, op. cit., 238. — :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in
   *Bibl.*, v. XX, p. 340.

La città avea un privilegio, che sarebbe stato di
[pg!87]
eccezionale importanza se il Governo non si fosse studiato
sempre di dimenticarlo.

Per concessione di Re Ferdinando (3 Sett. 1507),
qualsiasi prammatica regia o viceregia doveva prima
esser sottoposta al Pretore ed ai Senatori (una volta,
jurati), perchè essi vedessero se in nulla ledesse i privilegi
e le consuetudini della Capitale. Vistala ed esaminatala,
con la solita formola: *Publicetur, salvis privilegiis
urbis*, firmata dal Sindaco, veniva pubblicata.

Nell'ultimo periodo del settecento era banditore
del Comune D. Girolamo De Franchis, l'ultimo di una
generazione di banditori, il più popolare ma anche il
più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si
vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato
e della Deputazione di nuove gabelle, disposizioni che
non potevano non riuscire ostiche al pubblico. Il Governo,
sempre odioso pel popolo, veniva confuso col
Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore,
come quello che portava divieti, imponeva gravezze,
limitava libertà personali, prescriveva, minacciava,
rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai trombetti
che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano
malcontenti della scarsa mercede che loro toccava
ad ogni «liberazione» che dal Senato facevasi,
a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano *ad instar*
delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle
strade Toledo e Macqueda [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1787-88, p. 195.

Torniamo al privilegio.

Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe
[pg!88]
di Caramanico (1788) voleva che nessun ordine
senatorio venisse bandito senza la revisione e quindi
il *placet* dell'avvocato fiscale della Gran Corte [#]_.

.. [#] *Provviste* cit., p. 81.

Ecco la libertà concessa al Senato.

Questo Senato, che affogava tra le preminenze,
stava sottoposto ad una Giunta pretoria, e ben poco
poteva fare senza la intelligenza, il permesso del Vicerè,
suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea
spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza
d'una Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo,
dovea essere autorizzato da lui. Se altri oggi ritiene il
contrario, si disilluderà svolgendo gli *Atti* e le *Provviste*
nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il
Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi
nobili che gli facevan la corte, e ossequiato, carezzava
individualmente quando gli uni e quando gli altri e
tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben diverso. — Imparzialità!
dirà il lettore. — Ingratitudine!
diciam noi, se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando,
nell'esercizio delle proprie funzioni faceva il
meglio che potesse pel bene del paese!

Persistente poi lo studio di soffocare negli animi
ogni sentimento di patria carità.

Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal
vestibolo del palazzo di città i medaglioni del Mongitore,
del Presidente Marchese Drago, di Carlo Napoli
e di Giordano Cascini [#]_. Il perchè della remozione è
nel decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore.
[pg!89]
Ci voleva anche il permesso per onorare le glorie
siciliane! Il medaglione del Cascini, biografo ed elogista
di S. Rosalia, veniva confinato nella sagrestia della
chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del
Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella
parte bassa dell'atrio del palazzo. Degli altri due si
smarrirono le tracce.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1787-88, p. 110.

Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto,
forse c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo
se è vero.

L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano,
faceva istanza perchè gli fosse consentito che
la Fontana pretoria togliendosi dal posto d'allora — ed
anche d'oggi — venisse collocata in una piazza più
ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento
con una statua al Sovrano medesimo. Domanda così
servile non dissimula la bassezza di coloro che la umiliarono
al trono, a perpetua vergogna dei quali dovrebbero
consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione
dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni
di bronzo fuori uso tra' 120 dei baluardi della città [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1782-83, p. 160.

O che la domanda fosse consigliata da circostanze
del momento (c'era allora un Vicerè mangia-nobili:
ed il Senato, composto di nobili, era forse stanco della
lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma presunta
fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori
fossero, com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e
sovrano assenso (il Re avea decretato a se stesso il
monumento togliendone un altro d'arte, e secolare, come
[pg!90]
i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune
per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e
beneficio! [#]_), non ebbero esecuzione: la fontana non
fu toccata e la statua non venne eretta. Ebbene: per
noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che approvava
il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava
la sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro
insigni patriotti rappresentanti il diritto, la scienza,
la storia siciliana, c'è; rivincita tanto puerile quanto
invincibile era l'avversione a qualunque principio di
sicilianità degl'Isolani.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1785-86, p. 372.

Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano
dispaccio pel monumento era Segretario di Stato e
di Casa Reale un siciliano, il Marchese della Sambuca,
sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui
avea dominato potente [#]_, così nell'altra contro gl'innocui
medaglioni era Ministro (di Giustizia e di Affari
ecclesiastici) altro siciliano, Marchese anche lui, ma
non del valore del primo, il De Marco, vanità boriosa,
che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver
fatto vedere all'augusto padrone una glorificazione audace
dei diritti baronali e siciliani contro la sovranità [#]_.

.. [#] Parecchie pagine che sott'altro aspetto lo riguardano
   lasciò il Villabianca nel suo *Diario*, in *Biblioteca*, v. XXVII,
   pp. 383-86.

.. [#] Sul Marchese De Marco veggasi il severo giudizio del
   :small-caps:`Gorani`, *Mémoires*, I, 138-39.

Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e
chiuderemo con una solenne adunanza del Senato e
delle Maestranze della città.
[pg!91]

Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In
bocca sua poteva stare l'orgoglioso motto: *Civis romanus
sum*; ed egli, messo in una posizione superiore,
quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere
uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere
preminenze solo dovute ai nativi della Capitale. Al
che vuolsi anche aggiungere che a condizione eguale
di altri, egli era trattato eccezionalmente con una procedura
di particolari sottintesi e distinzioni. Un *prosecuto*
palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe
le mani addosso senza aver prima ottemperato
al tale o tal altro articolo di legge. D. Gaetano Pensabene,
imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si rivolgeva
al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere
il fisco agire contro di lui, cittadino palermitano, anche
perchè non v'era parte querelante [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1783-84, p. 71.

Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per
ottenere l'ambita cittadinanza. Un regnicolo, solo per
avere sposata una palermitana, in virtù della vecchia
formola: *per ductionem uxoris*, vi avea diritto, esteso
anche ai nipoti.

Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la
legge!

Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai
dentro il Palazzo Comunale.

Da tre giorni la campana di S. Antonio suona
per preavvisare ai quattro quartieri della Città il pubblico
Consiglio, indetto dal Senato per la meta da imporsi
su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri
[pg!92]
e degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai
e dei chiavettieri (*magnani*) sono state invitate dal
Contestabile maggiore.

È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata
giungono gl'invitati alla Casa pretoria: e quando
scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono militarmente
nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati
di piazza, loro *Esposti*, Contestabili, «Maestri di mondezza»,
non giungono ancora a dugento, numero legale
«per conchiudersi il Consiglio»; ma v'è la banda del
Senato: e con essa il numero è raggiunto.

Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture,
servitori con vassoi gremiti di sorbetti, e passarli a tutti
i presenti. I sorbetti, che sogliono coronare una funzione,
stavolta ne formano la base: e dopo il primo
di mieta (*cannella*), ne viene un secondo di melarosa:
due rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro.
Il Senato coi suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare
nella «Camera di negozio» dell'Eccellentissimo signor
Pretore: e solo a trattamento finito si muove.

L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con
una profonda riverenza dai rappresentanti del popolo.
Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri conoscono i signori
Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo
Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore;
il secondo per ordine di gerarchia e di anzianità è il
Duca di Villareale, *priolu*; terzo e quarto, i Principi
della Trabia e del Cassaro; quinto, il Marchese Ugo;
sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò
dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono
in piedi aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi
[pg!93]
prende posto sotto il *soglio*, e con lui i Senatori ed il
Sindaco; davanti, i mazzieri ed i maestri di cerimonie;
dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali nobili
del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono
i Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano
d'intervenire, sempre per la eterna pretesa delle preminenze,
alle quali non sanno rinunziare. Più giù ancora,
in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno
alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro
per gli orafi, sei pei calzolai, sette pei calderai, undici
pei sarti.

Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli
oboe; ad un altro, si fa silenzio; ed il Pretore pronunzia
queste sacramentali parole:

«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la
meta alli formenti forti, rosselli ed orgi (*orzi*), racina
(*uva*) e vino, e dovendo farsi alcune concessioni di terreno
ed altri, ho fatto convocare voialtri nobili ed onorati
cittadini, per dare ognuno il vostro parere».

Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del
Maestro Razionale, legge la proposta. La faccenda,
nel pubblico interesse, è vitale, e meriterebbe una larga
discussione. Quali ragioni determinano il Magistrato a
presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la
meta? Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi
punti interrogativi non si affacciano alla mente di nessuno,
non ostante che tutti siano chiamati a quello
che oggi si chiamerebbe *referendum*. Nessuno fiata; tutti
però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo,
il quale, come procuratore generale dei cittadini,
si fa innanzi verso il centro del salone, e in nome delle
[pg!94]
mute Maestranze si uniforma alla proposta della meta
sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la concessione
del terreno gli sembra di non comune importanza,
invoca il parere di «dodici cavalieri: sei interessati,
sei disinteressati»; e con ciò anche il consenso di altri.

O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto,
o che questa sia la consuetudine, o che non ci
sia altro da fare, le sue osservazioni, consacrate in una
scrittura, vengono dall'attuario senatoriale pubblicamente
lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale
vanno in giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti;
il sostituto del Maestro Razionale D. Benedetto
Giusino lo raccoglie, e ad alta voce grida la vecchia
formola: *Conclusum est*.

Il Senato scende dal *soglio*; i Consoli delle maestranze
gli tengon dietro; alla porta della sala il Pretore
gli ringrazia cortesemente: e la funzione è finita.

A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino,
Consoli e Maestri riceveranno, graziosità del Pretore,
i biscotti che prendono nome dal Santo. E della
graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati
alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai
Contestabili agli attuarî, dal banditore al guardaroba,
dai trombettieri ai paggi, e perfino ai volanti ed alle
cameriste della casa del Pretore: una cuccagna che
porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Franchis`, *op. cit.*, pp. 486-87.

[pg!95]

.. toc-entry:: V. Condizioni economiche del Senato.

:small-caps:`Capitolo V.`
=========================

.. class:: center large

*CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO.*

Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano
le secolari tradizioni del paese, le naturali tendenze
de' nobili e l'acquiescenza del Governo, inteso sempre
a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava
nello scompiglio della sua sconquassata finanza. Un
malinteso sistema economico imponeva provviste di grani,
olii, latticinî, carboni, che rispondessero alle esigenze
della città pei bisogni eventuali. Così il Senato si faceva
compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali spendeva
denaro che non aveva, e dai quali non ricavava
il danaro che avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi
inferiori a quelli di compra, sì che ci rimetteva somme
ingenti [#]_, che poi andava cercando alle casse pubbliche,
[pg!96]
agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai privati [#]_,
pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai
debiti, vendeva i capitali della illuminazione notturna,
il *grano* sopra le estrazioni ed altri cespiti, e non avea
più nulla su cui metter le mani [#]_, lo si vedeva a contrattare
con questa o con quella persona per alcune migliaia
di onze ai relativi interessi, che poi, alla scadenza,
stentava a soddisfare [#]_; di che la necessità di nuovi
[pg!97]
espedienti che lo togliessero alla triste condizione del
momento. Si direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi
di tutto ciò che fosse buono a tirarla alla meglio.
E gli espedienti si trovavano: e se ne otteneva la sovrana
approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta dipendeva
la vita materiale della città.

.. [#] Nel 1793 comperava l'olio ad onze 9 il quintale e lo
   vendeva ad onze 7! Negli anni 1785-86 nella annona perdette
   la bellezza di onze 53,455,17,10 (*Provviste del Senato*,
   pag. 64).

   Peggio ancora nel 1660 o in quel torno. Panizzando e
   vendendo 140,000 salme di frumento, comprato parte ad
   onze 7, parte ad onze 8 la salma, il Senato ebbe una passività
   di 800,000 scudi! (:small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, cap. XV, § 237,
   p. 271). Vi furono annate di giornaliere perdite di 3000 scudi,
   per le quali il Comune dovette contrarre debiti di mezzo milione
   di scudi (*Ivi*, p. 262).

.. [#] Il Senato restituiva all'Amministrazione onze 1631,11,4
   a conto di onze 3430 avute in prestito da essa. Ben 5000 onze
   avea avute in prestito dal S. Uffizio; 9200 dalla Eredità Carlina;
   12,000 dalla Congregazione Olivetana. Si consulti in
   proposito: *Riforma, fatta dalla R. Giunta delegata da S. R. M.
   per conto d'introiti ed esiti, tanto dell'Amministrazione d'annona
   che del civico patrimonio dell'Ecc.mo Senato di questa
   Capitale*, pp. 79, 80, 82. In Palermo, MDCCXCI.

   Ogni anno poi c'incontriamo in documenti di siffatti
   prestiti negli *Atti del Senato*. Eccone alcuni. Si autorizza il
   Banco a prestare al Comune per la pubblica macellazione
   onze 5000 oltre le precedenti 12,000. — *14 Luglio 1788.* «Solito
   prèstamo delle 12,000 onze del Banco». — *7 Agosto.* «Prèstamo
   di onze 5000 per compra di neri (maiali) ed altre urgenze». — *28
   Ottobre.* «Prèstamo di onze 5000 a conto delle
   solite onze 12,000 per compra di grani». — *10 Aprile 1789.*
   «Prèstamo del Banco, di onze 13,000 per bestiame». — *12
   Agosto 1790.* «Prèstamo di altre onze 12,000 come sopra». — *3
   Gennaio 1791.* «Prèstamo di onze 3000 per compra di
   neri colle solite cautele» (guarentigie). — *6 Giugno 1795.* «Solito
   prèstamo di onze 24,000 dal Banco».

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 404.

.. [#] 10 Ottobre 1789 — Dal Governo si concede al Senato
   una dilazione e dissequestro «per gli attrassi dei donativi».
   *Atti del Senato*, 1788-89, p. 64.

Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano
i dazî sul vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina.
Dalla odiosa sostituzione speravasi trarre l'«abbisogna»
per la passività; ma se ne fu ben lontani, e si dovette
ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie nuove
si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone
grazie e favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario
civico: e si ritardavano riscossioni che sarebbero
state provvidenze finanziarie.

Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo
successore nel sec. XIX, avea contratto non sappiamo
quali impegni; non volendo o non potendo mantenerli
al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con annuali
soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva
mai.

Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano
esenzioni dal dazio sulla neve, ma anche
facevano istanze, non inefficaci per lo più, di concessioni,
invocando antichi privilegi, che si era troppo
indugiato ad abolire, e dimenticando prosperità che
aveano potuto permetterle; ed il Senato cedeva e concedeva,
autorizzato a conservare nel suo bilancio un
gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri
ed a conventi e perfino un impiegato per esse [#]_. La
[pg!98]
voce *scasciatu* è un ricordo di codeste anomalie dei
tempi [#]_.

.. [#] *Riforma* cit., p. 113.

.. [#] «\ *Scasciatu* si dice quel denaro che dà il Senato ai chierici
   invece di franchigia». :small-caps:`M. Pasqualino`, *Vocab. sicil.*, v. IV,
   p. 379, Palermo 1790. E meglio: «compenso in denaro che si
   paga agli Ecclesiastici per l'esenzione che debbono godere
   da' dazii pubblici». :small-caps:`Santacolomba`, *op. cit.*, pag. 60.

   Questo pagamento o rimborso si faceva, come sempre
   le cose del Municipio di Palermo, con grande stento e ritardo:
   e la frase: *pagari cu lu scasciatu*, pei nostri vecchi significava:
   essere ritroso a soddisfare i debiti pigliando tempo quasi per
   aspettare la riscossione di ciò che era solito una volta l'anno.
   :small-caps:`Traina`, *Nuovo Vocab. sic.-ital.*, p. 178, Palermo 1868.

E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea
imposto al Comune un contributo annuale di 300 onze
per la rovinosa fabbrica (la dicevano restaurazione)
del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate
con anticipazione le rate trimestrali [#]_. Nè, dopo
che la Giunta Pretoriana fu sostituita con la Giunta
del Presidente e di un Consigliere, le condizioni migliorarono;
chè anzi si fecero più critiche, perchè l'instancabile
cercator di danaro, Re Ferdinando, rafforzava
le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere
d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare,
al Parlamento. Per poter mantenere il suo fastigio,
per soddisfare ai suoi amici e servi, ed ultimamente
per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte, caduta
in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene
coi soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce
d'acqua sulla terra riarsa dal sole di estate; altri ne
chiedeva, ed altri ottenevane straordinarî, accresciuti
[pg!99]
da contribuzioni che assumevano nomi diversi con insidiose
lusinghe.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1779-80, p. 20.

La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe
pensato alla riscossione!

Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo
s'avea da fare un dono d'argento di 200 onze
(a. 1794), pagando l'arrendamento della neve [#]_. Quest'Arcivescovo,
pel breve allontanamento del Vicerè
Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza
del Regno: e dovere elementare era un attestato
di attenzione di 600 onze da fornirsi dai fondi civici
(1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè
al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e
grande offerta; e una seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo,
lui morto, veniva eletto Presidente: ed un
tributo, che dicevasi *consueto*, di altre 600 onze doveva
renderglisi (1795).

.. [#] *Provviste*, a. 1793-94, p. 46.

Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea
messo fuori 1400 onze, per la bella faccia di una fortunata
vacuità di prelato, piovuto da Monteroni (Leccese).

E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva
il diritto di «scegliere ogni giorno per servizio della
sua casa un giovenco»; e, con le ultime riforme governative,
soppresso questo diritto, riceveva un compenso
annuale di onze 324,22,4 [#]_. La Giunta esaminava e
[pg!100]
deliberava questo pagamento all'Esattore degli introiti
dell'Arcivescovo-Presidente.

.. [#] *Provviste*, 1798-99, p. 48. Nella *Riforma* cit. il Senato
   corrispondeva all'Arcivescovo onze 571,20 l'anno, cioè: 200
   per gabella di fosse di neve; 200 per accordo di non vender
   neve nel suo palazzo; 171,20 per dette fosse (p. 21).

E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano,
e di nominarlo, come egli ambiva, Vicerè non
se la intendeva, e mandava in sua vece il Principe de'
Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo
pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto
la ipocrita causale di «solita dimostrazione! [#]_».

.. [#] *Provviste del Senato*, 1797-98, p. 738; 1798-99, p. 22.

Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè
avidi di danaro non ve ne fosse che uno, il Lopez; ma
affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una offesa agli
altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara
nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di
regalie o di compensi, o diritti trasformati; e gli *Atti*
del Comune rivelano come la tanto vantata correttezza
del Marchese di Villamajna non avesse trattenuto il
Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento
di settant'onze per franchigia di cinquanta botti di
vino e di trenta quintali d'orzo, per rifarsi del danno
che a lui proveniva dal nuovo dazio imposto dal Comune
in surrogazione del *jus* proibitivo dei fornai [#]_. E quando
questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col quale
stava perpetuamente a guardare chi passasse e che
cosa si facesse nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli,
ritornando portava in tasca un regio dispaccio che
imponeva al Senato il pagamento delle franchigie spettantigli
nei mesi d'assenza [#]_.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1781-82.

.. [#] *Provviste*, 1783-84, p. 50. Nella *Riforma* cit. (p. 21) si facevano
   buone al Vicerè a titoli diversi di franchigie, onze 483,10.

[pg!101]

Poco importava, anzi non importava nulla, se la
potenzialità economica del paese non rispondesse più,
stremata a cagione di sistemi agricoli primitivi, non
buoni ad accrescerla per fiacchezza di iniziativa, per
manco di speculazione, per difetto di braccia, di cultura,
di viabilità, di assistenza alla terra. Tutto dovea
trarsi dalla città, e dove la terra non potesse, dovea
trarsi dai cittadini [#]_.

.. [#] Sarebbe da aggiungere altra pagina d'ingiustizie se volesse
   dirsi della camorra che si esercitava dalla gente del palazzo
   del Vicerè e da quella dell'Arcivescovo a danno dell'Erario
   comunale. Il *zagàtu*, ossia monopolio dei generi, agevolava
   per varie forme e maniere questa camorra; del quale *zagàtu*
   vedi il cap. *Maestranze*.

Preoccupato di siffatto stato di cose, del quale
esso avea molta parte di responsabilità, il Governo
di Napoli incaricava la Giunta del Presidente (Asmundo
Paternò) e del Consultore (Simonetti) «di discutere
e riconoscere quali e quanti i debiti ed i pesi di questo
Senato, della Deputazione di nuove Gabelle e del pubblico
pecuniario Banco ed in qual tempo contratti ed
altresì le rendite annue che dalli stessi si possiedono».
Trovando del disordine, essa ne indicasse la sorgente
e i mezzi onde correggerlo e preservarsene per l'avvenire.
Le risposte furon tre, distinte tra loro. Lasciamone
due, che qui non c'interessano. Quella sul patrimonio
civico, con cifre eloquenti facea vedere che il Comune
introitava 70,236, 10, 9 in cifra tonda, ed esitava 82,867,
2, 4, con una perdita annuale di 12,731, 15, 3.

Tra le cose più strane a danno dell'erario, una
era enorme: le spese ed i salarî per l'amministrazione
[pg!102]
delle vettovaglie, che dovevano gravare sulla vendita
di queste, gravavano invece sul bilancio della città.

Come si è detto innanzi, nello spaccio dei generi
alimentari il Senato vendeva al di sotto del prezzo di
compra e, che è peggio, non poteva gravare sui singoli
generi le spese che per ciascuno di essi sopportava.
I fallimenti dei gabellotti, gli ex-computi loro fatti,
le strabocchevoli partite per la sterilità del 1784-85,
la mancanza di varî cespiti, le passate perdite per le
provviste, erano ragioni più che forti per spiegare la
sempre crescente passività.

Il regime costituzionale d'oggi si trascina tra inchieste
governative su centinaia di comuni del Regno,
ed offre, pascolo a curiosi ed a maligni, ad onesti e a
disonesti, operazioni losche, furti, ingiustizie, favori indebitamente
concessi, ovvero negligenze, guardate attraverso
a lenti d'immensurabile ingrandimento. Ma la
vita amministrativa dei tempi passati non andava immune
da simili sconcezze. Nella *Riforma*, che compendia
codesta vita nel penultimo decennio del settecento,
quanti indebiti favori, quante colpevoli trascuratezze
a danno del pubblico erario! Per interi decennî (dal 1778
al 1788 e poi al 1791!) non si riscotevano censi per
concessioni di terreni comunali [#]_. Abolito lo sparo delle
artiglierie per arrivi e partenze di Vicerè, la somma della
[pg!103]
polvere occorrente continuava a figurare nelle spese;
scomparsa l'Armeria pretoria, se ne portava il carico
di onze 1898 sull'esausto bilancio, come pur si faceva
di artiglieri e bombardieri per cannoni e bombarde
che più non si sparavano; e si vantava un credito di
24,660 onze, non saputo riscuotere, sopra *partitarii*, o
impresarî, o appaltatori!

.. [#] Se ne vuol sapere il perchè? Ce lo dice la *Riforma*
   cit. (p. 55): non era stata «ancora passata la corrispondente
   scrittura agli ufficiali del Maestro Razionale del Senato, e
   per conseguenza questi non avea mandato ancora la *significatoria*
   all'Officio del Tesoriere che avea l'obbligo della esazione...»:
   1º Settembre 1788.

Vietate fin dall'anno 1776 le toghe d'allegrezza
e di lutto, solite di attribuirsi al Pretore, ai Senatori,
agli ufficiali nobili per la venuta d'un nuovo Vicerè
e per morti illustri, continuava a pagarsene indebitamente
il fondo di onze 328. E poi «regalie, palmarî,
riconoscenze (gratificazioni), moratorie, rilasciti, difalchi,
transazioni», senza intesa del Sindaco e senza approvazione
della Giunta del Presidente e del Consultore.

«Vendere i capi d'annona come si comprano, escogitare
i mezzi meno pesanti al pubblico, onde equilibrare
il disordinato urbano patrimonio e lasciargli un
annuo avanzo affinchè in ogni fine d'anno pretorio
si formi un esatto ed attento bilancio degli introiti
ed esiti di quell'anno, e tutto il più che avanza doversi
girare ad un conto a parte del Banco, sotto titolo di
Colonna, o sia peculeo pelle urgenze del Senato»; e
sopratutto economia su tutta la linea: ecco i rimedi
arditamente proposti.

Ma non si recedeva di un passo dalla falsa via
sulla quale si tribolava.

«Da questa massa in denaro, dice poi con sicurezza
invidiabile la Giunta, negli opportuni tempi far si dovranno
le compre prudenziali delli tre primarj e necessarj
generi di grano, latticini ed olio, di cui non può
[pg!104]
il Senato in verun conto starne senza totalmente, per
occorrere al sovvenimento di questa popolazione quando
vi fosse mancanza, nulla ostante la libertà a chiunque
di poter vendere a consonanza degl'inculcati ordini
della Maestà del Sovrano; ma pure dovrà in ogni tempo
valersene per ritrovarsi provveduto in tutte le urgenze
della città. Il fornimento delle varie colonne è provista
fissa». «La nuova libertà di vendere varî generi di annona»
non può sottrarre il Senato al dovere delle solite
provviste «per moderare li prezzi a fronte de' pochi
trafficanti e per non restare mancante un genere tanto
sperimentato, necessario e desiderato». Condizione indispensabile;
le centomila onze della consumata Colonna
frumentaria devono rifornirsi! [#]_.

.. [#] Per la Colonna o Monte frumentario v. il cap. *Assenteismo.*

Non v'era dunque resipiscenza; nè ve ne poteva
essere, perchè il riconoscimento dell'errore e quindi il
passaggio dal male al bene non poteva affacciarsi alla
mente dei maggiorenti ed assurgere a coscienza pubblica
quando il sistema economico dominante persisteva.
Si cercava il bene degli amministrati col male
che involontariamente loro si faceva: male che non
di rado prendeva proporzioni allarmanti pel deteriorare
dei generi chiusi nei magazzini del Comune!

I suggerimenti della R. Giunta portano la data
del 1786; due anni dopo erano voleri sovrani; tre anni
appresso (1791) pigliavan carattere di *Riforma* [#]_.

.. [#] È quella indicata nella nota 1 di pag. 96.

Ma ahimè! se la cosa pubblica mutava indirizzo,
il disavanzo cresceva, non per incuria di ufficiali, non
[pg!105]
per disonestà di Senatori, ma pei principî dei tempi
e per gli errori degli uomini. Quasi tutti i danni fin
qui deplorati sono dello scorcio del secolo, in seguito
all'applicazione della *Riforma*. Nè essa è unica o sola,
nè altre precedenti erano state più fortunate. A che
valse infatti quella del 1739? a che, l'ultima del 1776?

L'anno 1793 segna la maggiore rovina delle finanze
del Comune: anno di carestia e di fame, in cui il sistema
della Colonna frumentaria, delle provvigioni vittuarie,
delle vendite pretoriane trascinava a nuovi disastri finanziarî,
che più tardi dovean tradursi nell'insopportabile
caro dei viveri sia per le guerre dei Francesi (1796),
sia per le truppe richieste dagl'Inglesi nel Mediterraneo
e per l'affluenza dei forestieri, specialmente de' Napoletani,
a Palermo (1799) [#]_.

.. [#] :small-caps:`Sansone`, *Gli Avvenimenti* cit., cap. II.

Dettando l'opera tuttora, inedita sull'*Origine e giurisdizione
dell'ecc.mo Senato*, il Teixejra, più volte citato,
usciva dall'abituale suo riserbo nel giudicare i sovrani
provvedimenti relativi all'azienda comunale. «La libertà
di panizzare, egli diceva, è stata una rovina pel paese:
nobili, forestieri, proprietarî, monopolisti ne hanno tratto
poco utile; la povera gente gravissimo danno; povertà
e libertà son due date eterogenee ed opposte così che
vanno sempre in collisione; avvegnachè la introdotta
libertà non fa esente il Senato di soccorrere nel bisogno
i poveri; e perciò mantenersi si dee sempre una certa
provvigione di grani per provvedere nei casi fortuiti
il popol tutto, il quale non può restar soddisfatto del
pane di voluttà, il quale non riconosce limiti per la
[pg!106]
quantità e leggi per la qualità. E vi è di più: che questo
voluttuoso pane non potrà trovarsi in tutti i tempi
con la uguale abbondanza, perchè nei tempi di penuria
mancar sogliono queste braccia dirette soltanto dal
privato guadagno e non dalla comune felicità; ed ecco
in tal caso mancare questo precario sussidio, o almeno
con tale minorativa che uguaglia la mancanza [#]_. La
libertà di panizzare (aggiungo) ha portato anche questo:
che quasi tutte le comunità religiose vendono pane
pubblicamente, nulla curando le chiesastiche proibizioni
in canone ridotte» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, cap. XV, § 242.

.. [#] Vedi Lettere della Sacra Congregazione in data del
   15 Maggio 1685, esecutoriate in Palermo il 30 Luglio del medesimo
   anno. :small-caps:`Teixejra`, cap. XV, § 244.

Queste osservazioni hanno valore quasi officiale.
Il Teixejra scriveva per incarico e con la compiacenza
del Senato, il quale premiavalo di un lavoro, che era
la sua glorificazione. Avrebbe potuto il glorificatore
scrivere ben centoquindici pagine contro l'abolita proibizione
di libera vendita decretata dal Re senza il pieno
consenso del Senato? La sua dissertazione quindi rispecchia
le opinioni del consesso civico: ed è tutto dire.
[pg!107]

.. toc-entry:: VI. Le Maestranze.

:small-caps:`Capitolo VI.`
==========================

.. class:: center large

*LE MAESTRANZE.*

Le Maestranze palermitane apparvero all'apogeo
della loro potenza negli scomposti tumulti del 1773.
Senza una rivoluzione nelle forme classiche delle rivoluzioni
siciliane, il Vicerè Fogliani doveva abbandonare
per sempre la Capitale e, come can battuto, andarsi
ad imbarcare per Napoli. Le Maestranze lo scossero
dalle fondamenta solide di 12 anni, lo mandaron via
e, da Porta Nuova a Porta Felice, gli protessero la vita
dalla folla schiamazzante [#]_.

.. [#] Sotto la data del Settembre 1773 il Villabianca, *Diario*,
   V. XX della *Biblioteca*, v. XX pag. 292, scriveva:

   «Le maestranze della città, ossian collegi di arti, sono
   al numero di 74, e tutte poi, fatto il calcolo, press'a poco
   vanno a formare un corpo di 30,000 uomini atti alle armi,
   trovandosi quasi ogni singulo lo schioppo in casa ed armi
   offensive di ogni sorta per la custodia del loro tetto, ma molto
   più per l'uso ed il piacere della caccia e pel mestiere della
   guerra».

Fino a quell'anno erano state padrone dei baluardi
di cinta, dei cannoni di difesa, della sicurezza
notturna della città e, armate di tutto punto quali
guardie cittadine, braccio forte dell'Autorità, avean fatto
[pg!108]
le ronde, mantenuto il buon ordine, fiere della fiducia
che il Governo riponeva in loro.

Erano esse una istituzione con organamento politico,
economico, possibile solo nel tempo della loro
prosperità, e ne era forza il principio religioso. Base
fondamentale il monopolio dell'arte, limite alla produzione
di pochi, attentato continuo alla libera concorrenza.
Regolamenti statutari riconoscevano il monopolio
sulle persone e sul lavoro, ed il riconoscimento
di essi da parte del Senato in Palermo come in Messina,
e del Vicerè in altri paesi dell'Isola, dava alle corporazioni
personalità giuridica.

Fu tempo che alle Maestranze principali se ne
aggregavano delle mezzane ed anche delle infime, le
quali, in mancanza di personalità propria, si acconciavano
a quella dei consoli dell'arte maggiore. Se non
che, questa specie di giurisdizione, nascente da inferiorità
di forze economiche e morali, agitava il loro
spirito e lo faceva pensare alla soggezione loro imposta
o creata dalla mancanza di rappresentanti proprî. Da
qui risentimenti e scissure, ricorsi e litigi, nei quali
ad artisti privilegiati e ricchi di privative vedevansi
mescolati «artigiani ed operai di mezzana sfera, ed
intrusa gente inferiore, e presto la più servile» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Opuscoli palermitani*, v. VII. Ms. Qq.
   E, 7, 9 della Biblioteca Comunale.

I deboli si dolevano delle sopraffazioni dei forti:
e forti erano gli ascritti alle arti maggiori ed i *vocali*,
cioè gli aventi diritto al voto (*voce*). Giacchè come non
a tutti era consentito di presentarsi a lavorare senza
[pg!109]
essere prima riconosciuti lavoranti, così in seno alle
Maestranze nessuno poteva dirsi maestro. Maestro era
il più alto grado della scala della maestranza, ed a questo
non si giungeva se non dopo alcuni anni di *lavorantado*.

Il lavorante in una bottega era pagato a tanto
il giorno o a tanto per opera; ma il maestro non poteva
associarselo al lavoro, perchè il lavorante non
avea personalità giuridica. A lui perciò, privo di rappresentanza
officiale, non era consentito aprire bottega,
nè gestire, altro che temporaneamente, quella degli
altri. Il suo *lavorantado* durava tre o più anni, fino a
tanto che nella maestranza non vi fosse un posto per
lui, o che il lavoro esigesse maggiori braccia riconosciute
o uomini patentati. Allora egli, munito degli
attestati del suo tirocinio, presentavasi al Console per
far gli esami tecnici di abilitazione al maestrato, pronto,
non sì tosto venisse dichiarato abile, a pagarne le tasse
al Consolato, le buone grazie ai futuri colleghi e alla
cappella: tasse, secondo i tempi e le maestranze, variabili
dai 10 tarì pei muratori (a. 1487), alle 6 onze pei
forgiatori (a. 1772). L'esame versava sopra l'arte del
candidato, con una o più opere. Il giudizio non era
privo di una certa severità e, se sfavorevole, inappellabile.

Riconosciuto maestro, l'operaio avea raggiunta
la meta delle sue aspirazioni. Non più asservimento
a maestri, solo dipendenza dal Console, dignità alla
quale poteva aspirare anche lui; e poi facoltà di aprir
bottega, di farsi valere nel sodalizio e quindi di votare
(prerogativa di grande valore); coscienza di sapere le
sue gioie e i suoi dolori condivisi da tutta la corporazione,
[pg!110]
sicurezza di soccorso in caso di malattia, di assistenza
alla famiglia in caso di morte, di conforto di
legati alle figliuole orfane. E da parte sua conosceva
bene i suoi doveri di moralità, di religione, di fratellanza,
senza i quali maestro onorato non vi poteva
essere; e si sarebbe guardato dal tenere più di due garzoni
da istruire, dal togliere avventori ai suoi compagni,
dall'accrescere lo spaccio della propria merce mandandola
a vendere per le strade, dal violare un solo articolo
dei Capitoli, dal disubbidire al Console, e, in generale,
dall'esser tepido nel sostenere gl'interessi e il decoro
della corporazione.

Contro tanta democrazia di istituzioni e di pratiche
cozzavano giurisdizioni e privilegi del tutto medievali:
dal privilegio di foro per sè al privilegio pei
figli e pei generi, il che oggi si direbbe ingiustizia sociale.
Ve n'è poi una, alla quale ogni principio moderno di
libertà ripugna, il garzonato.

Il ragazzo che aspirava a diventare maestro doveva
per alcuni anni obbligarsi (e l'obbligazione era
legale) a star sotto il tale o tal altro maestro, avente
bottega ed officina. Questi s'impegnava ad istruirlo
in casa propria.

Condizioni così semplici sono veramente patriarcali;
ma esse sembrano fatte a posta per nascondere
stato e condizioni di cose insopportabili. L'alunno accolto
in bottega ed ospitato in casa facea parte della
famiglia del maestro, ma non come figlio, bensì come
*picciotto*, al quale non era fatica nè basso servizio che
non si comandasse; e dove egli, per negligenza o per
ottusità di mente, mancasse, guai per lui! Poichè,
[pg!111]
come vi sono anime gentili, ve ne sono anche (e disgraziatamente
in assai maggior numero) crudeli. Costoro,
abusando di un contratto imposto dal bisogno del momento
e dalla prospettiva dell'avvenire, sfruttavano i
poveri ragazzi ed insegnavano loro poco e male con
maniere disdicevoli a maestri ed a padri di famiglia.
Le carte del tempo conservano ricordi di discepoli, i
quali, stanchi dei maltrattamenti ricevuti, si richiamavano
all'autorità per essere sciolti dall'obbligazione
e cambiar maestro, sinonimo di padrone. Il che ci fa
correre con la mente al sospetto che qualche cosa offuscasse
sovente l'animo del maestro, una certa qual
gelosia di mestiere, una preoccupazione che il giovanetto
d'oggi potesse domani diventare un emulo forte.

Notizie di scenate fanciullesche nel tempo di maggior
prosperità delle corporazioni ci soccorrono qui di
luce chiarissima sulle relazioni tra le varie maestranze.
Nessuno ci ha detto mai, ed ora soltanto può affermarsi
con ragione, che queste relazioni non fossero sempre
plausibili, e che le manifestazioni di malumori, si potessero
trovare nella condotta degli allievi di esse. Di
tanto in tanto costoro venivano a zuffe; dispetti lungamente
sopiti erompevano in violenti attacchi, nei
quali mancavano solo le armi per prender nome di battaglie.
Fuori le porte della città, in campo aperto, con
bandiere spiegate, in giorni precedentemente stabiliti,
la ragazzaglia di alcuni mestieri e particolarmente delle
due parti, degli argentieri e dei conciatori, facevano
ai sassi tra loro con la evidente intenzione di offesa
e di difesa, quali che fossero i risultati finali di malconci
e di feriti d'ambe le parti. Come più tardi, e come
[pg!112]
forse prima, alla vittoria seguivano urli di canti di gioia
dei vincitori contro i perditori sgominati, e rappresaglie
che rinfocolavano odii ed eran seme maligno di future
vendette.

Una di codeste sassaiuole (Gennaio 1776), sventata
a tempo, impedì danni non lievi alla città ed ai
privati. Il Vicerè, il Capitan Giustiziere, il Senato stettero
un momento in grande ansia; ma se ne rifecero
a misura di carbone quando, avuti tra le mani i capi
della fallita zuffa, li gratificarono di un cavallo per
uno con venti sferzate, regalate loro da un commissario
invece che dal boia, come avrebbe dovuto essere: quantunque
si pensasse da ultimo a condannarli, i maggiori
all'esilio, ed i più piccoli dai dodici anni in giù, alla
catena pei lavori forzati [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, pp. 165-66.
   V. XXVI, pp. 5-6.

Ma c'erano di mezzo i figli dei conciatori, e qualunque
rigore delle Autorità e severità dei cittadini
pareva giustificata.

Di limitazione in limitazione, di privilegio in privilegio,
si era giunti alle più insopportabili prescrizioni.
Proibito l'esercizio di un'arte a chi potesse nuocere a
coloro che l'esercitavano; proibita la concorrenza sulle
vendite: tutto monopolizzato sotto quel nome di *zagato*,
che era un ostacolo permanente al libero svolgersi del
piccolo e del grosso commercio, come al progresso delle
manifatture e delle industrie. Il *zagatu* (una volta tabaccheria,
poi merceria e da ultimo pizzicheria), diritto
di vendere una cosa, concesso mercè pagamento, era
[pg!113]
il monopolio per eccellenza; e di *zagati* se ne avea quanti
si riusciva ad ottenerne per via di protezioni, di influenze,
di aiuti presso l'eterna officina di favori e di mercedi,
il Palazzo senatorio.

Come di fatti ordinarî della vita, nè storie, nè diarî
se ne occupano; ne testimoniano invece le *Provviste*
dell'Archivio della città, dove la pazienza del ricercatore
ha modo di confermare che in mezzo a tante
cose belle ed oneste, molte ve ne avea nè oneste nè
belle.

Una delle più severe prescrizioni era quella delle
distanze tra bottega e bottega congenere. Non se ne
poteva aprire una che non distasse quaranta palmi,
partendo dalla *bancata* (dal banco), da altra della esistente.
Il Senato lo vietava: ed il venditore vecchio
lo avrebbe messo a rumore a furia di ricorsi contro
il nuovo. Non mancavano tuttavia modi di eludere
leggi e regolamenti, e di fare degli strappi al grande
organismo rappresentato dal Magistrato municipale.

Senza di questo un pescatore, *rais* Modesto Marino,
non avrebbe potuto divenire un vinaiuolo, e molto
meno aprire spaccio di vino a trentasette palmi dalla
bottega più vicina; nè maestro Giuseppe Errante aprirne
una di concia-calzette con dieci palmi di meno di quelli
prescritti dai Capitoli; nè maestro Giuseppe Arcuri ottenere
un posto da vendervi sapone nella strada Macqueda
con passi assai di meno dei quaranta, voluti per la
bottega preesistente rimpetto alla Congregazione delle
Dame. Inoltre, certa Signora non avrebbe insistito per
aprire il *zagato* che possedeva sotto il proprio villino,
nello stradone di Mezzomorreale, e farvi vendere, come
[pg!114]
pel passato, non sappiamo che cosa, sorpassandosi alla
mancante distanza voluta [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1779-80, pp. 288, 584, 612, 823.

Tanta larghezza, ed altra ancora che torna inutile
rilevare, in un solo anno (1780), incoraggiava a chiedere
ancora: e le domande di dispense e di eccezioni fioccavano,
ed il Senato, come vigile custode degli ordinamenti
del genere, così arbitro supremo in tutte le liti,
dispensava, eccettuava, sentenziava indiscusso. Alla tempesta
delle suppliche e delle istanze seguiva sempre
la pioggia delle concessioni e delle grazie.

Ampie, quasi illimitate le facoltà del Console. Ad
esso il riconoscimento dei titoli che davan diritto al
maestrato; ad esso i giudizî sulle liti del mestiere tra'
varî gradi dell'associazione; ad esso le sentenze di multe,
di carcere, di privazione dei beneficî, di espulsione
dalla maestranza; ad esso, per dir tutto, l'autorità di
giudice «idioto», o, come diremmo oggi, conciliatore.
Inappellabili le sue sentenze; e chi contro di esse si
richiamasse ai tribunali ordinarî, veniva quasi ribelle,
come uscito dalla casta che lo tutelava, condannato
all'ostracismo.

Il feudalesimo delle alte classi non avrebbe potuto,
sotto questo aspetto, trovare più evidente riscontro
di quello che offriva questo feudalesimo del popolo.

Abbiamo detto esser forza delle Maestranze il principio
religioso. L'affermazione potrebbe discutersi; ma
i fatti son lì a provarla. Senza di esso le corporazioni
non avrebbero avuto ragione di esistere: e crediamo
di apporci al vero, partecipando alla opinione di chi
[pg!115]
non è guari ammetteva le Maestranze «aver avuto
preparazione nelle compagnie religiose dette di disciplina»
ed essere state «una specializzazione, una trasformazione
civile di esse; onde i capitoli di alcune
compagnie sono il substrato degli statuti di alcune
corporazioni» [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Beccaria`, nell'*Archivio Storico sic.*, nuova serie,
   a. XXII, pp. 264 e 276-77. Palermo, 1897.

Ogni maestranza avea il suo santo protettore:
i sarti S. Oliva, i parrucchieri S. Maria Maddalena,
i calzolai S. Crispino, i falegnami S. Giuseppe, i pescatori
S. Pietro, ecc. Nel giorno della festa patronale i
maestri non lavoravano; bensì rinnovavano le cariche
ed assistevano alla messa ed alle funzioni ecclesiastiche
nella cappella della corporazione, e conducevano in
processione la statua del santo. Nella cappella si scorge
lo sdoppiamento della società in corporazione e in confraternita,
giacchè la maestranza metteva capo alla
congregazione (confraternita) schiettamente religiosa, che
si attaccava a quella senza farne parte integrale, anzi
quasi sempre avendo amministrazione propria con la
cooperazione del cappellano. In quella cappella, la confraternita,
quasi sodalizio diverso dalla corporazione,
che tale era essenzialmente, compieva le pratiche religiose
e tutelava gl'interessi sociali, economici, amministrativi
della maestranza. Lì le adunanze dei maestri,
come dei congregati; lì le trattazioni degli affari, gli
esami degli aspiranti al maestrato, le elezioni; lì si
decidevano le sorti di tutto un corpo di artigiani. Pensiero
pietoso poi, per quanto nocivo alla pubblica salute:
[pg!116]
sotto la cappella si seppellivano i confrati defunti, sì
che vivi e morti erano in tacita comunione tra loro.

La maggiore delle feste religiose nelle quale il
duplice carattere delle Maestranze dava pubblica e solenne
mostra di sè, era quella dell'Assunta a Mezz'Agosto.
Quivi in giamberga o senza, con lo spadino a fianco,
antico privilegio o abuso, prendevan parte alla lieta
mostra conducendo ciascuna il proprio *ciliu*, cereo, da
offrire alla Vergine. Un *ruolo* annuale a stampa, qualche
giorno prima della festa, indiceva l'ordine da tenersi
nella processione ed il posto che a ciascuna maestranza
spettava. Chi voglia oggi trovare la ragione dell'ordine,
dovrebbe indagare le origini delle singole Maestranze,
la loro natura, le loro vicende, il dividersi, il fondersi,
il trasformarsi loro, i privilegi e gli abusi che ne accompagnavano
l'esistenza.

Queste vicende sarebbero materia per la conoscenza
delle condizioni economiche e sociali del paese, pagine
della storia del diritto, fatti ed aneddoti che lumeggiano
il carattere del popolo siciliano.

Il Vicerè Caracciolo vide sempre male i collegi
delle arti, e cercò una buona occasione per romperne
la compagine.

La occasione venne propizia. Nella processione dei
cerei il 15 Agosto 1782, a cagione d'una lite insorta
tra due maestranze, un maestro dei gallinai venne
ucciso; lo spettacolo religioso, funestato. Il Caracciolo
non cercò di meglio: e senz'altro decretò l'abolizione
dello spadino per gli artigiani e la graduale soppressione
ora di uno, ora di un altro collegio di arti e mestieri.
Primo a fare scomparire fu quello dei macinatori;
[pg!117]
secondo, quello dei Lombardi che venivano in
Palermo a vender grasce; terzo, quello dei bordonari;
poi quello dei cocchieri [#]_, contro i quali più tardi, pur
restituendo qualche collegio annullato, il Governo fu
sempre inesorabile.

.. [#] :small-caps:`Pollaci-Nuccio`, *Delle Maestranze in Sicilia*, nelle *Nuove
   Effem. Sicil.*, serie III, v. V, p. 262. Pal. 1877.

Nel 1786 il Caracciolo era già andato via, ma le
soppressioni continuavano ancora. La malevolenza di
lui, echeggiando in Napoli, proseguiva nel suo successore;
tuttavia non così sorda da non sentire le voci
di reazione degl'interessati, nè così intollerante da resistere
al rumore dei ceti civile e nobile, che dalle nuove
riforme pigliavan pretesto ad agitarsi, non per tenerezza
delle vecchie corporazioni artigiane, divenute oramai
troppo prepotenti e, secondo le idee del tempo, insopportabili,
ma per naturale avversione alle idee innovatrici
del Caracciolo.

Le Maestranze in quell'anno venivano ridotte a 59,
divise in due categorie, l'una di quindici per la vendita
dei comestibili, dipendente dal Senato, (bottegai, pizzicagnoli,
tavernieri, pasticcieri, macellai ecc.); l'altra di
quarantaquattro, per le arti meccaniche, soggette ad
una commissione governativa. Gli antichi capitoli venivano
sostituiti con altri compilati dalla Giunta; abolito
il privilegio del foro, formato per un cumulo di tacite
acquiescenze e costituente un tribunale speciale dentro
un tribunale generale: e però, il magistrato ordinario,
competente a giudicare i maestri; bandite le privative;
non più consentite le tasse di entrata.
[pg!118]

Colpo più grave le Maestranze non potevano avere,
sì che ne rimasero scompigliate e stordite. Ma le idee
liberiste cominciavano a farsi strada in Italia, e, pel
Governo di Napoli, nel Governo di Sicilia. Le Maestranze
avevano fatto il loro tempo, e cadevano sotto
il peso di quel privilegio col quale e pel quale si erano
mantenute. Chi consideri bene la lor vita sociale, economica
e industriale, rivelata dalle carte che ce ne
rimangono, scoprirà subito il tarlo che le avea lentamente
róse, ed il male incurabile che era venuto minandone
la esistenza, un dì rigogliosa e fiorente. Oppresse
da debiti per ispese che non avean compenso nelle
entrate; inclinate a feste religiose imponenti gravezze
non facili a sostenersi; morose a pagamenti di tasse
obbligatorie, le quali, per quanto ingiuste, eran necessarie
alla giornaliera funzione del magistrato, si dibattevano
tra le strette del volere e del non potere. Le liti,
cooperatrici delle costosissime solennità religiose nel lavoro
di rovina, le rendevano inabili a qualsiasi atto
di energia, escluso quello solo della giurisdizione, che
i Consoli eran gelosi di esercitare sulle tre classi della
corporazione: liti di gente contro gente, di associazione
contro associazione, per lesione di privilegi e per non
retta interpretazione di Capitoli.

Ordinarî i ricorsi per lesioni di preminenze e per
negata reintegrazione in diritti perduti, o infirmati per
mancata osservanza dei Capitoli. Comunissime le richieste
di maestri morosi ai pagamenti, imploranti la
dispensa di essi, la quale consentisse loro l'ambita elezione
a cariche ufficiali, non altrimenti permessa dai
Capitoli medesimi.
[pg!119]

Il Senato, la cui competenza in siffatte liti era
sempre da tutti riconosciuta e dai Vicerè riconfermata,
e nel cui palazzo questi Capitoli venivano conservati,
se ne occupava come delle faccende più importanti
per la cosa pubblica [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1780, p. 373.

Per anni ed anni i maestri d'acqua (fontanieri)
litigarono per emanciparsi da un consolato, quello dei
muratori, al quale non avean diritto di salire. Emancipazione
simile, battagliando, conseguivano gl'intagliatori
e gli scalpellini. «Semolai e vermicellai» non si stancavano
dall'invocare, ciascuno nel proprio interesse,
certi diritti di preferenza, loro contrastati. Dimentichi
di una legge perpetua che li accomunava all'unico consolato
dei paratori di chiesa, i fiorai ricusavano di prender
parte secondaria ad un istituto del quale non potevano
rappresentare la funzione principale e propria [#]_.
I pescatori, non potendo più andare d'accordo nella
stessa loro corporazione, si scindevano per rioni della
Kalsa, di S. Pietro, del Borgo (mand. Tribunali, Castellammare,
Molo) e, sotto le bandiere dei loro santi e
patroni, rivaleggiavano più che non usassero, essi di
lor natura alieni da quistioni. Nelle solenni comparse
officiali le ire esplodevano per malintese e mal sopportate
precedenze nel ruolo.

.. [#] *Atti del Senato*, a. 1775-76, p. 383; a. 1777-78, p. 416.

Faticoso quanto rincrescevole il tener dietro, sulla
scorta dei documenti d'archivio, a questi sodalizî, perdentisi
in futili pretesti pel conseguimento d'una rappresentanza
purchessia, o per l'impedimento di un consolato
[pg!120]
a quello tra essi che credevano non meritarlo.
Nel vanto del loro forte passato s'affannavano a cercar
vigore alla debolezza del presente: e si confortavano
nel titolo di milizie reali, dato loro da Carlo III [#]_, rimpiangendo
l'abrogazione del diploma di Filippo III, che
concedeva l'altissimo privilegio di liberare ogni anno un
condannato a morte [#]_.

.. [#] *Capitoli del Senato*, t. III, pp. 55-56. Pal. 1768.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, v. I, cap. X. — :small-caps:`De Vio`, *Privilegia*,
   a. 1612, pp. 466 e seg.

Il tempo che corse tra la campagna iniziata dal
Caracciolo e la fine del secolo passò meno turbinoso
di quel che si potesse al primo istante prevedere.

Risensate dall'improvviso colpo ricevuto, le Maestranze
pensarono seriamente a rialzarsi. Prive in parte
di armi materiali e morali, non tutte avevano espedienti
a resistere. Le loro sessantamila braccia di ieri, le cento
e più mila dei giorni migliori della loro vita non si moveranno
più a difesa della città, non potranno più agitarsi
nella rivendicazione di diritti proibitivi [#]_, nella
restrizione di esercizî, nella osservanza di monopoli,
nella imposizione di contribuzioni obbligatorie di feste
e di cerei [#]_; ma non rimarranno inerti. Se non altro
[pg!121]
pel loro numero, una grande energia è ancora in esse.
Ora l'una, ora l'altra delle corporazioni, pensa a ricostituirsi
chiedendo il riconoscimento ufficiale. La loro
azione non cessa di svolgersi sotto l'alto patrocinio e
la autorevole vigilanza del Senato, il quale continua a
tenerne conto; il Pretore, Console dei consoli, non lascia
di averli, quali li ebbe sempre, «onorati uomini»: prova
patente il suo solenne invito del 1789, nel quale il voto
delle Maestranze fu chiesto come suffragio del popolo [#]_.
Dove non possano e non vogliano ricomporsi nella
soppressa forma di collegio, cercano altrimenti di ordinarsi:
e gli orafi e gli argentieri ricompariscono in compagnie
ad azioni, proprio nel medesimo anno (1794),
in cui altra maestranza assume parvenze di confraternita
(S. Filippo d'Argirò e SS. Ecce Homo), sotto
la quale viene senz'altro riconosciuta.

.. [#] Tra le *Provviste del Senato*, a. 1784-85, pp. 435, 530,
   è un viglietto di S. E. al Senato perchè, in seguito alla abolizione
   del Collegio de' misuratori, che erano in numero di 30,
   intìmi loro il divieto della privativa del loro mestiere.

.. [#] Notevole questo: che il 15 Agosto del 1787 non potè
   aver luogo la solita festa dei *cilii*, perchè la riscossione delle
   tasse annuali dei maestri fu proibita dal Re. :small-caps:`Vinc. Torremuzza`,
   *Giornale Istorico* inedito, p. 444. Ms. della Bibl. Com.
   di Palermo.

.. [#] Vedi innanzi, p. 91, e :small-caps:`De Franchis`, *Ceremoniale* ined.
   pp. 488-97.

Il giorno dell'arrivo dei Reali di Napoli in Palermo
(26 Dic. 1798), «non armate, colle coccarde chermisi
al cappello e coi loro ufficiali indossanti le uniformi
turchine e rosse», insieme con la guardia dei miliziotti
della Bambina, esse si trovano schierate nella via Macqueda
e nella via Toledo [#]_; ed il Re ne resta grandemente
compiaciuto.

.. [#] :small-caps:`A. Sansone`, *Avvenimenti*, p. XX.

Così dopo tante fortunose vicende le Maestranze
rientrano nelle grazie del Governo, che nel 1812, per
suo tornaconto, le ripristina quali erano state prima
del 1784: provvedimento fuori luogo a favore d'una
istituzione indocile alle nuove idee civili ed economiche,
[pg!122]
non compresa neanche da coloro che più erano interessati
a prolungarne la esistenza.

Ott'anni ancora, ed esse si riaffermeranno nella
rivoluzione del 1820, con velleità di ordine, ma con
atti torbidi e minacciosi.

Sarà l'ultimo supremo sforzo d'un gigante che finisce
di decrepitezza.

Il 13 Marzo del 1822 un tratto di penna di Francesco
I le faceva scomparire per sempre. Di quasi 80 corporazioni
non rimaneva altro che il nome! [#]_.

.. [#] Sull'argomento delle Maestranze in Sicilia, oltre le
   pubblicazioni dell':small-caps:`Orlando`, del :small-caps:`La Colla`, dello :small-caps:`Starrabba`,
   del :small-caps:`Lionti` e i cenni del :small-caps:`La Lumia` (*Storie siciliane*, v. IV),
   e del :small-caps:`Di Marzio` (*I Gagini e la Scultura in Sicilia*, v. II), notate
   dal :small-caps:`Cusumano` nel *Giornale degli Economisti*, v. V, fasc. 3º,
   e gli scritti del :small-caps:`Pollaci-Nuccio` e del :small-caps:`Beccaria` sopra citati,
   giova vedere: :small-caps:`F. Maggiore-Perni`, *La Popolazione* ecc.,
   pp. 395-621; :small-caps:`F. G. Savagnone`, *Le Maestranze siciliane e le
   loro origini dalle corporazioni artigiane nel Medio Evo* (Pal.,
   Amenta, 1892), che abbiamo molto utilmente tenuto sott'occhio
   in questa rapida corsa; :small-caps:`G. Scherma`, *Delle Maestranze
   in Sicilia, contributo allo studio della questione operaia* (Pal.,
   Reber, 1896), che però non abbiam potuto leggere.

[pg!123]

.. toc-entry:: VII. Cartelli e Pasquinate.

:small-caps:`Capitolo VII.`
===========================

.. class:: center large

*CARTELLI E PASQUINATE.*

L'antico costume di affidare ad una statua, ad
un qualunque monumento le voci di indignazione di
una classe della società, del popolo o di alcune persone
di esso aveva la sua applicazione nella figura marmorea
del *Palermo*, in quella di bronzo di Carlo V alla
Piazza Vigliena, o in altro dei luoghi più frequentati
della città.

Siffatto costume era una delle tante conferme dell'assoluta
mancanza di libertà di parola e della insormontabile
difficoltà di dire il fatto proprio rivelando
cose che potessero suscitare lo sdegno dei governanti
e degli amministratori.

Nel tempo del quale ci occupiamo, e prima e dopo
di esso, chi avrebbe osato parlare a viso aperto? Chi
rinfacciare al Governo centrale o locale la riprovevole
condotta ond'esso rendevasi colpevole in faccia alla
Sicilia? Questa condotta, subìta in silenzio, deplorata
nelle intime conversazioni, esecrata nei fremiti di spiriti
indipendenti tra noi, era solo pubblicamente censurata
nei libri d'oltremonte. Coloro che aveano visitata l'Isola,
tornando alle loro case, la rivelavano nelle relazioni
[pg!124]
stampate dei loro viaggi. I *Briefe* del D.r Bartels sono
in questo genere la più severa condanna della Corte
di Napoli e della Corte di Palermo [#]_.

.. [#] Si scorrano qua e là i voll. IIº e IIIº, ma particolarmente
   le pp. 823-24 del IIº.

Le statue pertanto e le mura dicevano quello che
gli uomini non potevano o non osavano.

Di statue di *Palermo* ve n'erano (e qui possiamo
dire anche: ve ne sono) parecchie: una, p. e., dentro
l'atrio del Palazzo pretorio, una nella piazzetta del
Garraffo, una nella Fieravecchia: tutte tra loro somiglianti
per la magrezza del re coronato che si lascia
tranquillamente rodere il petto da un pingue serpente,
e per la posa solenne e maestosa nella quale il re se ne
sta seduto.

Quest'ultima figura era e fu lungamente la favorita
dai Palermitani: ai suoi piedi i popolani del quartiere
si raccoglievano chiacchierando; e dal suo collo pendevano
di tanto in tanto cartelli di collera, di protesta,
di minaccia, che non si sarebbero altrimenti potute
ripetere senza supplizî o bastonate.

E lo stecchito sovrano, sollevantesi di mezzo all'acqua
della vasca che lo attornia, rimaneva impassibile
a tutte le berline alle quali lo esponevano i suoi presunti
capricciosi sudditi, senza uno scatto di risentimento
per le scenate che gli si facevano rappresentare.
Se dopo i tumulti contro il Vicerè Fogliani (Sett. 1773)
appariva in *giamberga*, parrucca, nicchio e spada al
fianco, egli riaffermava la sua sovranità; se al feroce
strazio di tre giovanetti, veri o non veri colpevoli, dopo
[pg!125]
quei tumulti, veniva coperto di gramaglia, egli voleva
piangere col suo popolo una giustizia che sconfinava
e non colpiva i veri e principali rei; e se gli si imbrattavano
di pane e pasta volto e vestiti, ben a ragione
avea da deplorare i pessimi comestibili che impunemente
obbligavansi i suoi figli a mangiare; e quando una fitta
sassaiuola di fichi lo prendeva di mira, avea tutta la
ragione di riconoscersi coperto di tanta ignominia per
la vigliaccheria nella quale i suoi Palermitani eran
caduti di fronte alla tirannia del Governo ed alla inettitudine
del Senato.

La _`segaligna` statua di Carlo V nella Piazza Bologni,
rispettata sempre nei furori delle sommosse, non era
risparmiata quando il malumore serpeggiava nella cittadinanza,
e quando una voce voleva farsi giungere a'
capi del Governo ed a quelli della città. Era un cireneo
come il vecchio Palermo e come l'aquila audace del
Comune, la quale al domani d'una sanguinosa esecuzione
di giustizia compariva spennacchiata e grama
nella Conca d'oro, divenuta conca di.... immondezze.

E non si andava oltre quella piazza, nè si sognava
di salire verso il Palazzo reale, perchè ivi erano centinaia
di Svizzeri a guardia, non della città, ma del Vicerè.

L'incalzar degli eventi e le miserie cittadine resero
indispensabile questa tra le meno pericolose e tra le
più efficaci manifestazioni di malcontento e di rabbia.

Se la vanità della erudizione dovesse vincerla sulla
parsimonia dello scrivere, potremmo prenderla molto
larga in quest'argomento. Potremmo, p. e., ricordare
una certa elezione di giudici capitaniali in persona di
Emanuele Lo Castro, di Serafino Castelli e di Pasqualino,
[pg!126]
elezione che fece nascere il *calembour*, sanguinoso per
le allusioni menelaiche al primo ed al terzo e per le
birresche al secondo, che avea il nome (Castelli) comune
con quello del carcere dei nobili e dei civili (Castello
a mare):

    Mircatu di carni grassa di *Crastu* (Lo Castro) *pasqualinu*,
    pasciutu cu li malvuzzi di *Castell*'a mari.

Potremmo ricordare quella del Principe di Partanna
Grifeo, a Pretore, per la quale alla porta del Palazzo
di città si trovarono attaccate quattro P.P.P.P., iniziali
delle parole: *Poviru*, *Palermu*, *Preturi*, *Partanna*, allusive
al fare spendereccio del nuovo capo del Senato.

Potremmo anche ridere alla vecchia *giamberga* attaccata
ai rastrelli della nuova pescheria da un cenciaiuolo,
unico, solitario compagno di un portatore di roba di
Faenza nella piazza Marina, quando nel Vicerè Caracciolo
sorse la infelice idea di un pubblico mercato in
quel luogo, triste pei ricordi del S. Uffizio, disagevole
per il sole di estate e le piogge d'inverno, e quindi rimasto
deserto [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, pp. 70-71;
   v. XXVII, pp. 205-6 e 322. — *Mercato di Palermo*, pp. 5-6.
   Ms. Qq, E, 88 della Bibl. Comun. di Palermo.

Ma questi ed altri ricordi esorbitano dal nostro
periodo, ed a noi non preme raccoglierli.

Siamo al 1793: il caro dei viveri s'inacerbisce di
giorno in giorno; i granai comunali si vengono esaurendo;
la città, come tutta l'Italia, è minacciata di
carestia, la quale, non ostante che lungamente e ripetutamente
[pg!127]
prevista, giunge con tutta la crudezza e la
desolazione del suo treno.

Ridire quel che è stato detto sull'argomento, non
occorre. L'Autorità senatoria viene accusata del danno;
essa che, secondo le solite voci, non previde, essa che
non seppe provvedere in tempo e, peggio ancora, giocò
con la cassa del Comune. Pretore è il Cannizzaro, Duca
di Belmurgo, e contro di lui convergono gli strali di
tutta la cittadinanza, invelenita avverso a lui usuraio,
arricchitosi col denaro della città, e frattanto consigliere
di pazienza e di attesa!... Ma la pazienza ha un
limite, e un giorno i monelli del Mercato di Ballarò
si mettono a gridare per le strade:

   |   Cu la fidi e la spiranza
   | Un guastidduni 'un jinchi panza [#]_:
   | Preturi Cannizzaru
   | Ha misu Palermu cu'na canna a li manu.

.. [#] Un pane non riesce a sfamare. *Guastidduni*, come
   sì è detto innanzi, forma e, secondo il sistema del tempo,
   peso voluto dalle mete; il quale non doveva essere inferiore
   a rotoli due (chilogr. 1, gr. 600) pel prezzo di un tarì (cent. 42),
   ed era invece sceso a poco più di metà.

Se non che, i soldati del Pretore te li acciuffano, ed il
boia se ne diverte con una buona fioccata di nerbate
per uno.

Evidentemente questo Pretore Cannizzaro non era
nelle buone grazie del popolo, se dopo le chiassate delle
Kalsitane sulle mura delle Cattive alla Marina gli si
faceva anche questa.

L'anno che segue v'è tanto ben di Dio che di carestia
[pg!128]
non accade più parlare. Ma ahimè! le cose continuano
come per l'innanzi, ed il pane che si avea a grosse
forme è bazza se si ha per metà del peso. Di chi la colpa?
Ci vuol tanto a vederlo?!... del Pretore! E tutti lo
vogliono ucciso, mentre il Vicerè Principe di Caramanico
fa il possibile per rendere meno gravi le conseguenze
della crisi. Questo sentimento si vede espresso
al Pretorio nel seguente cartello:

   | Lu Vicerrè supra la vara staja [#]_,
   | Lu Pirituri sutta la mannara [#]_;

.. [#] Questo verso avrà potuto nascere così: «Staja lu Vicerrè
   supra la vara».

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Opuscoli palermitani* inediti, v. XVIII,
   op. 3, p. 105. — *Diario* ined., a. 1793, p. 203.

e significa che del Pretore non se ne vuole più sentire
a parlare.

Audaci, violente le minacce al Governo, che con
inganni ed ipocrisie tentava carpire la buona fede,
non già del popolo, che non aveva nulla, ma del medio
e dell'alto ceto, che possedeva ori ed argenti, e dovea
andarli a depositare alla Zecca in cambio di moneta
sonante. Strumento servile del Governo in cosiffatta
barbarica espoliazione l'arcivescovo Lopez y Royo, Presidente
e Capitan Generale del Regno per la improvvisa
morte del Caramanico, e tanto più servile ai danni
del paese in quanto sperava la nomina di Vicerè facendo
il piacere de' Ministri di Napoli. Avverso a lui si udirono
canzoni e cartelli frementi di sdegno.

Siamo alle prime ore del mattino del 16 Aprile 1798,
[pg!129]
e attaccata alla solita colonna del Palazzo del Comune
ed alle abitazioni dei Ministri del Consiglio e del Governo,
si legge:

   |   O v'aggiustati, tiranni, la testa,
   | O di li Morti faremu la festa.
   | E chi vuliti impuviriri a tutti?
   | Chi oru?! Chi argentu?! un....

e qui una mala parola [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 189. — :small-caps:`Villabianca`,
   con varianti, in *Diario* ined., a. 1798, p. 202.

Il Governo di Napoli era sotto l'incubo dei Francesi
scorrazzanti il Mediterraneo con gli occhi fissi su
Malta. La Corte, in preda ai timori che poi dovevano
spingerla alla rada di Palermo, avea chiesto cannoni,
soldati, danaro, e ne aveva ottenuti quanti non ne
meritava. I Siciliani parteggiavano per essa, ma non
erano così ciechi da non vedere la gravità della situazione:
e poichè questa peggiorava di giorno in giorno,
il 21 Giugno un cartello trovavasi affisso alla colonna.
Stavolta era un dialogo tra due persone, composto
di parole furbesche, accuse dei componenti del Governo
locale. Cominciava altra mala parola, poi

   | ...! Vennu li gaddi, addiu gaddini!
   | Addiu nassa, canigghia e puddicini!

E seguiva la risposta:

   | Addiu nassa, canigghia e puddicini!
   | Minchiuni! ch'è grossa! 'Na vota si mori!

dove, chi cerchi i doppi sensi, vedrà che i galli sono i
Francesi, le galline i Napoletani, la *massa* la cricca
[pg!130]
governativa, la *canigghia*, crusca, la mangiatoia dello
Stato, alla quale (per conservare l'allegoria) si direbbe
che le galline bècchino, cioè i favoriti e gli aderenti
divorino: egli ultimi due versi esprimono la indifferenza
de' *cartellanti* siciliani di fronte alle conseguenze
delle minacce francesi.

Gli eventi incalzano. Re Ferdinando ottiene una
vittoria in uno scontro coi Francesi, ma i Napoletani
pei Palermitani son tutti giacobini, compreso lo stesso
loro S. Gennaro: la vittoria non è dovuta a questo
Santo, ma a S. Rosalia, patrona di Palermo, alla quale
il Re dev'essersi caldamente raccomandato. Quattro
cattivi versi corsero in proposito:

   |   T'haju fattu la varva, o San Ginnaru,
   | Giacchì t'ha' fattu giacubinu amaru,
   | Tradituri, putruni e da quagghiaru;
   | Viva, dunca, Rusulia e non Jinnaru! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1798, p. 284; a. 1799.
   p. 103.

La misura lasciamola all'ignoto poeta da colascione.

Quest'uso di dir male degli uomini e delle cose
pubbliche era, come abbiamo affermato innanzi, antico,
molto antico, e per quanto si fosse fatto a sopprimerlo,
sempre vivo. Gli interessati vi ricorrevano sempre che
il bisogno lo imponesse per non lasciarsi sopraffare.
Il Governo sapevalo bene; e quando vi scorgeva una
minaccia all'ordine pubblico ed un'offesa alla sua dignità,
si sfogava in bandi e comandamenti severi, ripetizioni
di altri precedenti e secolari. Dopo la giustizia del Settembre
[pg!131]
1773 sopra cennata, per la rivolta contro il
Fogliani, l'Arcivescovo Filangeri, Presidente del Regno,
ordinava che «nessuna persona di qualunque ceto e
condizione nelle private conversazioni in casa, nelle
piazze, nei teatri, nelle cafetterie, nelle sagrestie, nelle
chiese, nei conventi, nelle congregazioni» osasse ricordare
i fatti avvenuti; nessuno «formare canzoni, sonetti,
satire, leggende».

Disposizioni più severe emanava dieci anni dopo
il Caracciolo, preso di mira specialmente dalle classi
nobile e civile. Egli non sapeva darsi pace pensando
che miserabili senza nome osassero gettare il ridicolo
su lui; sicchè, fingendo di prendersela pel decoro delle
famiglie, vietava «a qualunque persona, di qualsiasi
grado, ceto e condizione si fosse il poter comporre,
pubblicare, spargere o affissare o scrivere tali libelli
e cartelli infamatori e contumeliosi, nè in versi, nè in
prose, nè in figure esprimenti il carattere, nè in satire,
nè in pasquinj, nè in qualunque altra guisa», e prometteva
premî da trecento onze a chi siffatti delitti segretamente
denunziasse [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, pp. 244-46.

Egli avea ragione: nessuno più di lui era stato
bersaglio di frizzi e barzellette, tanto che avea dovuto
mandare in carcere i nobili Vincenzo di Pietro, Ugo
delle Favare e Gaspare Palermo, sospetti di avergliene
fatti. Ma il pubblico, che dovea saperlo, rinunziava
alle trecent'onze e non faceva la spia a nessuno. In
tempi più civili questo silenzio sarebbe stato chiamato
*omertà* e *mafia*!
[pg!132]

Le satire, le pasquinate continuarono senza posa
fino al giorno della partenza del bollente Vicerè (Gennaio
1786), in cui gliene vennero messe sotto il muso
non solo in italiano e in siciliano, ma anche in latino.

Gente incorreggibile questi Siciliani!
[pg!133]

.. toc-entry:: VIII. I Giacobini e la poesia politica.

:small-caps:`Capitolo VIII.`
============================

.. class:: center large

*I GIACOBINI E LA POESIA POLITICA.*

I versi popolareschi che abbiamo riferiti a proposito
del pericolo francese nel Mediterraneo, e dei
Napoletani ribelli alla monarchia potrebbero fornir materia
d'un capitolo sulla poesia politica del tempo.
Questa materia non sarebbe scarsa, perchè in nessun
secolo di storia civile dell'isola s'incontra una fioritura
di componimenti politici pari a quella determinata
dal precipitar degli eventi nell'ultimo decennio in Palermo
del sec. XVIII.

Se non che, l'argomento ci condurrebbe troppo in
lungo, e noi lo sciuperemmo a scapito degli studiosi,
che ai dì nostri, con cure indefesse, attendono a questa
manifestazione dello spirito pubblico nei tempi passati.
Non intendiamo però lasciarlo senza una parola che
giovi a chiamar su di esso l'attenzione di coloro che
volessero quando che sia percorrere a tutto loro agio
questo campo inesplorato.

Mano mano che l'eco della rivoluzione di Francia
si ripercoteva tra noi, e le mosse dei Francesi turbavano
la olimpica tranquillità d'Europa, la così detta
pubblica opinione si commoveva ed accaniva contro
[pg!134]
di questi in Palermo. I Francesi erano i nemici del
trono e dell'altare. La *Raccolta di Notizie* di Palermo,
come il *Compendio delle notizie* e le *Nuove di diverse
Corti* di Messina, nelle loro periodiche comparse non
lasciavano mai di dipingerne a foschi colori le imprese
istillando nell'animo dei leggitori avversione invincibile
per la Francia, covo di settarî e di malviventi. Guai
a seguire le idee di essa! Chi ne avesse avuta la tentazione,
si sarebbe buscato il carcere e la galera; perchè
non era ammissibile che un suddito di S. M. Siciliana
partecipasse a principî sovversivi e, peggio, ad atti di
ribellione.

Le carte segrete della Polizia e le cronache private
offrono in questo un triste spettacolo della politica
del Governo e delle inclinazioni reazionarie delle classi
alta e bassa dei cittadini. L'alta, aggiogata al Governo,
non poteva non parteggiare per esso: e vi parteggiava
anche per la propria conservazione. Lo Stato era salute
ed ordine; ogni avversario del Monarca, avversario della
casta che con la monarchia faceva causa comune. La
classe bassa, abbrutita dalla ignoranza, non era in grado
di comprendere, e, compresolo, di discernere quel che
fosse di vero nelle vaghe, contraddittorie notizie che
giungevano fino ad essa; la quale nel più frivolo fatto
del giorno, in una festicciuola, p. e., in uno spettacolo
interno, tutta si assorbiva, ignara od incurante dei
grandi avvenimenti di fuori. Ogni francese era un giacobino:
ed il giacobino un anarchico, pronto a sconvolgere
l'ordine sociale, a radere al suolo la chiesa,
a manomettere la proprietà privata. Contro i partigiani
della Francia e i dottrinarî del tempo un libriccino
[pg!135]
scritto pei vescovi da un vescovo ammoniva:
«Oggi ogni pastore deve sapere come condursi colla
porzione di gregge composta di fiere orribili, sanguinolenti
e voraci: pantere, lupi, orsi e molto maggiormente
di volpi astute e maliziose; voglio dire questa
razza che scorre per tutto di filosofastri, massoni, saccentoni,
politici ecc.» [#]_.

.. [#] *Avvisi politici a' Vescovi eletti, adattati a' tempi presenti*,
   p. 57. MDCCXCII.

Il Domenicano P. Crocenti consacrava una opera
alle tendenze giacobinesche [#]_: e queste ed altre pubblicazioni
simili evocando antiche memorie riaccendevano
e rinfocolavano vecchi rancori, non ispenti ma
sopiti, verso i Francesi del Vespro. Così tenevasi la
popolaglia disposta a menar le mani là dove capitasse
un francese, od anche un sospetto sorgesse, che il tale
e tal altro forestiero fosse dell'aborrita Francia.

.. [#] *Meditazioni filosofiche politiche sopra l'anarchico sistema
   giacobino della Libertà ed Eguaglianza, Opera del* :small-caps:`P. M. F.
   Dom. Crocenti`, *de' Predicatori*, T. I. Messina, Fratelli del
   Nobolo, 1795.

E la classe media?

La classe media, non iscarsa di cultura, offriva
qualche caso di simpatia, più che verso la nazione nemica,
verso il giacobinismo, ma non per l'attrattiva che
una setta od anche una segreta società suole esercitare
su spiriti facilmente eccitabili, bensì per un senso di
reazione alla tirannia dei governanti, alla prepotenza
dei maggiorenti, alla corruzione marcia degli uni e
degli altri, ma specialmente per quel fascino che in
molti esercitano certe novità.
[pg!136]

Se di tendenze repubblicane francofile e di Giacobinismo
deve pertanto parlarsi in Sicilia (e non può
non parlarsene poichè vi fecero qualche apparizione),
bisogna metter gli occhi sul ceto civile in generale e,
come per analogia, sul clero secolare e regolare.

È curioso che per tutto un secolo non si preparasse
movimento rivoluzionario in Sicilia senza che qualche
prete o frate se ne credesse parte attiva, vera o presunta
che essa fosse. La fine del settecento, il 1820,
il 1848, il 1860 sono per questo memorabili date. Nello
scorcio del sec. XVIII, dopo l'editto reale contro i
Giacobini (14 Marzo 1795), i sacerdoti la passavano
tra sospetti continui: ed ora veniva arrestato l'arciprete
di Troina (Luglio 1797); ora, acremente ripresi
l'abate Cancilla, professore di algebra e di geometria
all'Accademia degli Studî, ed uno dei due sacerdoti
bibliotecarî della Libreria del Senato; ora trascinati al
Castello il sac. Mario La Rosa e varî frati Conventuali
e frati Minori.

Le indicazioni di persone sospette venivano da
Napoli; da Napoli gli ordini di cattura. Sovente i sospetti
eran così deboli che il darvi retta riducevasi
ad una puerilità crudele.

Da Marsiglia un tale per burla o per vendetta
od anche per insipienza mandava una carta, una semplice
carta, con l'indirizzo: *Al cittadino* N. N., a *Troina*:
e tosto alcuni Troinesi venivano improvvisamente investiti,
catturati e condotti come Giacobini a Palermo.
Cinquantadue tra nobili, civili, frati, monaci, additati
come pericolosi dal Governo centrale, erano chiamati
e sgridati acremente solo perchè sparlavano del Governo
[pg!137]
locale: come se questo dimostrasse addirittura
una intesa coi rivoluzionarî. Non era persona pacifica
che potesse sottrarsi ai sospetti, non persona sospetta
che non fosse vittima di vessazioni persistenti.

La introduzione di libri ritenuti pericolosi si combatteva
con tutti gli espedienti dei quali il Governo
era maestro. Non si doveva attendere che i libri uscissero
dalla Dogana. Il teatino P. Sterzinger revisore
aveva l'obbligo di andarli ad esaminare uno per uno
appena giunti e depositati in dogana; e poichè alla
merce egli solo non bastava più, attivi cooperatori
gli si associavano in una Commissione di revisione,
che era insieme di vigilanza, di censura preventiva e
soppressiva [#]_.

.. [#] Erano essi Ros. Gregorio, P. Antonino Barcellona ed
   i canonici Fleres, Leone, Basile, Melia.

Il provvedimento non era nuovo; ma pur sempre
stupefacente. Siamo sempre all'antica paura governativa
di tutto ciò che potesse scuotere l'ordinamento dello
Stato; e quando non s'informava al principio politico,
si camuffava sotto quello morale e religioso. Il solo
dubbio che il libro fosse brutto, bastava al provvedimento
che dovea impedirne la entrata in commercio.
Non si parlava più della *Philosophie de l'histoire*, de *La
chandelle d'Aras*, dell'*Examen important* par Mylord
Bolingbroke, del *Catéchisme de l'honnête homme* e del
*Dialogue de qui doute* ecc.; non si parlava dei *Derniers
mots d'Epictète à son fils* e del *Mémoire sur les libertés
de l'église gallicane*, pubblicazioni tutte bandite già fin
dal 1769 [#]_; non si parlava neppure dei libri di Rousseau,
[pg!138]
di Voltaire, di Diderot, di Volney, di Elvezio,
stati inappellabilmente proscritti; ma delle *Novelle* del
Casti, dall'*Adone* di G. B. Marino, del *Pastor fido* del
Guarini, del *Decamerone* del Boccaccio e dell'*Elegantia
latini sermonis* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, pp. 183-84.

.. [#] :small-caps:`G. La Mantia`, *Libri da bruciarsi per mano del boia*,
   appunti presi nell'Archivio di Stato di Palermo, filza 1316.

E se questi libri si trovassero già per caso in città?...

Ecco un dubbio tormentoso per la Censura; la
quale, non sapendo trovar modo di liberarsene, ordinava
a tutti i librai fissi e girovaghi la presentazione
del catalogo delle pubblicazioni in vendita nei loro
magazzini. L'ordine non poteva rivelare maggiore ingenuità
in chi lo emanava o provocava; mirando esso
per tal modo a scovare libri proibiti, come se i librai
fossero tanto disaccordi da dichiararsene all'autorità
possessori con la certezza di esser buttati in fondo a
un carcere. Pure venne scrupolosamente eseguita; nè c'era
da discutere trattandosi d'un ordine del Presidente (il
Presidente era per antonomasia il cav. G. B. Asmundo
Paternò), il quale, per farla breve, minacciava la chiusura
degli spacci ai ritardatarî.

E come se la lista dei libri proibiti fosse scarsa,
il Presidente vi aggiungeva la *Scienza della Legislazione*
del Filangeri e l'*Orlando furioso* dell'Ariosto [#]_; mentre
Ferdinando in persona si riserbava l'autorizzazione delle
scuole private, ed anche concedendola, vi vietava l'insegnamento
delle scienze [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., a. 1799, p. 461.

.. [#] *Raccolta di Notizie*, n. 14; 12 Marzo 1799. Vedi il cap.
   *Accademia degli Studi*.

[pg!139]

Dalle semplici catture si passava alle espulsioni
ed ai confini. Alcuni catturati in Palermo venivano
imbarcati per Napoli; altri catturati in Napoli imbarcati
subito per Palermo. Giuseppe Gallego, Principe
di Militello, era di quelli; un figlio del Marchese Palmieri,
dei secondi. L'uno, bollato come degenere dalla
sua casta, veniva mandato a disposizione del Governo
centrale; l'altro, in un monastero di nobili, alieni da
relazioni con Giacobini, a S. Martino [#]_, dove più tardi
i Reali doveano essere accolti con pranzi lautissimi,
doni preziosi e poesie riboccanti di fedeltà per essi,
di orrore pei loro nemici di Terraferma.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale*, anni 1797-1799, pp. 146-47, 151,
   161-62, 197-98, 203, 209, 272, 328-31, 537, 733-34.

Tenevan dietro le esecuzioni: ed aprivano l'odissea
funeraria il giovane giureconsulto F. P. Di Blasi coi
suoi compagni, e la continuavano D. Pietro Lesa, tenente
della truppa, il segretario di Jauch ed altri non pochi.

Lo spettro del Giacobinismo si aggirava pauroso
nella Reggia di Napoli dapprima, in quella di Palermo
dappoi, e rincorreva e perseguitava Ferdinando e, innanzi
che abbandonasse la città nostra, Mons. Lopez,
sognante, come il Sovrano, cospirazioni e rivolte.

Quali fossero da questo punto di vista le condizioni
della Capitale ce lo dice il Villabianca in una pagina
del suo *Diario*; e noi, anche con la certezza di tornare
su quello che abbiam detto, la trascriviamo come informe
ma fedele pittura dello stato dell'Isola mentre
vi mettevan piede i sovrani.

«Li Giacobini nel nostro paese, cioè in Palermo
[pg!140]
e nella Sicilia tutta, non sono nè i nobili, nè i popolani,
ma sono le persone che non ànno da perdere, birbi
ed assassini. Da costoro nasce il fermento tumultuante
che tanto tanto travaglia il Governo e a tutti strappa
la quiete. L'impegno di questi ribaldi è di saccheggiare
le case dei ricchi e mettere tutto a soqquadro, perchè
coi spogli degli assassinati si provvedessero nei lor bisogni.

«Che fanno dunque li più maligni di questa terza
specie di gente? Dànno a sentire a' plebei popolani
e persone minute come li Giacobini e traditori del Re
sono li nobili, ricchi e li ministri di Stato: e come tali
esser di bene che il popolo piccandosi della fedeltà
al Re prendesse l'armi contro detti Giacobini, li massacrasse
e ne facesse l'esterminio con portarne le teste
al Re. Così quindi praticando il popolo, da una mano
fa un servigio alla maestà del Sovrano, e dall'altra
mano, saccheggiandone le case, si arricchisce delle lor
rapine.

«Le persone minute e i plebei, come che ignoranti
ed innocenti quasi tutti, si persuadono di tai consigli,
e ne ànno cominciato l'opera; per disgrazia incendia
città e paesi, tutt'ora con accompagnarla di omicidij
e furti sebbene di poca leva.

«Li nobili, ministri e ricchi non se l'àn sognato
di essere Giacobini, e nè pure le maestranze e popolani,
anche di buon senno; ma soltanto quelli vili uomini
scellerati e vagabondi.

«E questo quindi è il fermento che sta bollendo
a' tempi nostri nelle popolazioni e luoghi della Sicilia.
La cosa intanto è seria e pericolosa. Il Governo ora
[pg!141]
pensa al riparo di un luogo, ora pensa all'altro. Si trova
in una continua agitazione» [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1799, pp. 172-73.

Se questo era l'ambiente governativo, nobilesco,
popolare contro i novatori e contro i Francesi, dei quali
facevasi tutt'uno coi detestati Giacobini, facile è presumere
quale dovesse esser la poesia politica che lo
ritraeva.

Uno dei primi componimenti nel genere era un
sonetto di Giuseppe da Ponte. Questo sonetto, appena
comparso, andò a ruba e, divenuto raro, per onorevole
eccezione veniva ristampato dalla *Raccolta di Notizie*,
come vedremo, specie di giornale ufficiale d'allora in
Palermo. La imitazione dell'Alfieri ci si sente in ogni
verso.

   |   Vantar tra ceppi libertà di Stato
   | In discorde Anarchia per l'uguaglianza,
   | Buon Governo cercar dall'ignoranza,
   | D'ogn'Erostrato far un Numa, un Cato;
   |   Orrida povertà mirarsi allato,
   | E gli agi immaginar dell'abbondanza,
   | Cangiarsi a ogn'aura, e poi vantar costanza,
   | Chiamar felice un popol disperato;
   |   Stragi, sangue, ruine, ire, spaventi
   | Piantar per base del Dominio eterno,
   | E grandezza chiamar vil tradimento;
   |   Mostrare assassinando cuor fraterno,
   | Un trono rovesciar, e alzarne cento;
   | È questa, affè, Repubblica d'inferno [#]_!

.. [#] *Raccolta di Notizie*, n. 61. Pal., 6 Sett. 1799.

Tipico altro sonetto *Contra li Giacubini*, del Meli,
il quale celiando schizzava veleno sopra la Francia e
[pg!142]
sopra quanti parteggiassero pei nuovi apostoli che da
essa partivano e in tutta Europa si diffondevano:

   |   L'antichi ànnu vantatu a Santu Sanu
   | 'Ntra li strani prodigj astutu e finu:
   | Sanava un ugnu e poi cadia la manu;
   | Cunzava un vrazzu, e ci ammuddia lu schinu.
   |   Ora c'è n'autru apostulu baggianu,
   | Chi si 'un c'è frati, almenu c'è cucinu,
   | È natu in Francia, e poi di manu in manu
   | Scurrennu, s'è chiamatu *giacubinu*.
   |   Duna a tutti pri re 'na staccia tisa;
   | Li fa uguali, però 'ntra li guai sulu,
   | Liberi, pirchì in bestij li stravisa.
   |   Porta appressu frustati supra un mulu,
   | 'Na Roma nuda, un Napuli 'n cammisa
   | E un'Italia scurciata e senza....
   |     Nè resta ddocu sulu;
   | Chi li Fiandri o l'Olanna.... e 'nsumma pati
   | Desolata l'intera umanitati.
   |     Cristi sù li vantati
   | Prodigj, ahimè, terribili e funesti
   | Di lu giacobinismu, orrenna pesti!
   |     Oh scuncirtati testi!
   | Camina cu li cudi stu sunettu
   | Pirchì veni a li bestii direttu.

Nessuna allusione, come si vede, a Giacobinismo
in Sicilia. Lo spirito conservatore del poeta, monarchico
più del monarca, non voleva neanche supporre, che
esso potesse trovare eco e far proseliti fra noi; ma,
caso mai, il corrosivo che è nell'apparente anodino
sarebbe valso a distogliere dai pericolosi principî coloro
che ne avessero avuta la tentazione.

In poche settimane, in fogli volanti, venivan fuori
[pg!143]
due inni di guerra minaccianti strage ed esterminio
ai Francesi. Il primo tuona in termini abbastanza fieri
perchè possa sospettarsi delle convinzioni dell'autore,
che sarà stato un mediocre uomo di lettere, ma che
fu certo un cattivo verseggiatore. Comincia così:

   |   Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
   | Si mora tra un serra-serra,
   | Vinni l'ura di la guerra
   | Disiata da quant'à!
   |   Ceda a nui la Francia infida
   | E 'na vota almenu impari
   | Cosa sù li frutti amari
   | D'una insana libertà.

Continua:

   |   Nui lu pettu comu un brunzu
   | Alli baddi espuniremu,
   | Scrittu in pettu purtiremu:
   | «O la morti, o Diu e lu Rè!»
   |   Impia Francia mmaliditta,
   | Abbastanza ài gaddiatu;
   | Pirchì troppu l'hai stiratu:
   | Rumpiremu l'arcu sò.
   |   L'armi nostri s'hannu vistu
   | Di Francisi sangu lordi;
   | Forsi ancora 'un ti ricordi
   | La Sicilia quali fu.

E finisce:

   |   Chi s'aspetta? All'armi, all'armi!
   | Via, curremu, o fidi amici;
   | Si lu Vespiru si fici
   | La Cumpeta si farà.

[pg!144]

È la nota dominante in tutti gli scatti contro la
Francia ed i Francesi, la eterna minaccia della sonata
delle campane e riscossa. Sarebbe da vedere che cosa
avessero fatto di eroico gli scamiciati e raccogliticci
volontarî, pei quali, e in bocca ai quali risonarono spavalderie
di questa fatta. Chi vide quella milizia ricordava
con rincrescimento come nella leva contro i Francesi
fossero stati, secondo un'ordinanza, accettati ed
iscritti «inquisiti per delitti non gravi e non infamanti
anche se carcerati», e notava con soddisfazione che
a buoni conti con siffatto mezzo erasi «sbarazzata la
folla de' ladri, de' malviventi o della gente oziosa, che
infestavano la pubblica tranquillità» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1796, pp. 576, 589, 590.

L'altro inno è del notissimo D. Raffaele Drago,
monaco cassinese, a proposito della Seconda Divisione
del Corpo franco de' volontarî siciliani ordinato per
cura e spesa di D. Saverio Oneto, Duca di Sperlinga,
della famiglia di quel Michele che freddava il suo provocatore
Beccadelli nell'anno 1799.

   |   Vinni l'ura di cummattiri;
   | Già la trumma all'armi invita:
   | Damu, amici, e sangu e vita
   | Pri la patria e pri lu Re.
   |   Opponèmucci a stu turbini,
   | Chi scurrennu va la terra;
   | Comu chista, nautra guerra
   | Santa e giusta nò, nun cc'è.
   |   Già s'avanza l'avversariu,
   | Chi ha seduttu tanti genti
   | Cu prumissi fraudolenti
   | D'uguaglianza e libertà.

[pg!145]

E segue con altri trentasei versi che battono sul medesimo
tono [#]_.

.. [#] *Canzonetta siciliana per uso del corpo franco de' volontarj
   del sig. Duca di Sperlinga da cantarsi al suono di una
   marcia militare*. In Palermo, Solli, MDCCXCVI.

Alla testa del suo Corpo franco partiva lo Sperlinga
a raggiungere l'esercito reale; ed un caldo augurio
di D. Pellegrino Terzo salutavalo in un sonetto
italiano. Il principio era questo:

   |   Saverio, all'armi, all'armi, ecco rimbomba
   | L'italo ciel degli oricalchi al suono;
   | E l'empio Gallo al buon Fernando il trono
   | Stolto minaccia, a tal che mugghia e romba [#]_.

.. [#] In Palermo, Adorno, MDCCXCVI. È nella raccolta
   del Principe di Trabia: *Miscellanee diverse di Sicilia*, v. 9
   e 10; e nel *Diario* ined. del Villabianca, a. 1796.

Quali tesori per quella spedizione profondesse il
soverchiamente liberale Duca, e con lui per la medesima
causa altri nobili palermitani, non sarebbe credibile
se non ci fossero documenti, che fanno pensare ad
un vero sperpero di gente inconscia [#]_.

.. [#] :small-caps:`L. M. Majorca-Mortillaro`, *La Cappella Sperlinga*,
   pp. 46-47. Pal., Reber, 1902.

L'odio dei poeti illetterati andava di pari passo
con quello dei poeti dotti. Dalle strade e dalle piazze
passava nelle chiese. In tutti gli abecedarî del tempo
è riportata una canzonetta alla Madonna, canzonetta
che risuona ancora nelle argentine voci dei fanciulli
portanti nella prima quindicina d'Agosto i piccoli simulacri
in cera di Maria Assunta. Quivi i Francesi vanno
[pg!146]
di conserva coi Turchi nello attentare alla religione
cristiana:

   |   Li Turchi e li Francisi
   | Nni vonnu arruinari:
   | A Maria âmu à chiamari;
   | Idda nn'ajutirà.

E nasceva e giungeva fino a noi in frammenti una filastrocca,
con questo principio:

   |   Ò milli setticentu
   | Ottantanovi orrennu,
   | Annata mmaliditta
   | Di (*da*) chiddu Diu tremennu!
   |   Tu la porta grapisti
   | Di danni e di ruina,
   | Pri tia muntau 'n triunfu
   | La Setta Giacubina.
   |   Sunnu li Giacubini
   | Chi portanu sta pesta:
   | Triunfa lu Diavulu
   | E si cci fa la festa.

E si trasformava in siciliano e cantavasi a coro
un'aria italiana, giunta del Continente:

   |   A sti 'nfami Giacubini
   | Cchiù la terra 'un li ricivi;
   | Cala forti la lavina
   | E a mari li purtirà!
   |   A sti 'nfami Giacubini
   | Pezzi pezzi li farannu,
   | E li donni e picciriddi
   | La simenza si pirdirà.
   |   A sti 'nfami Giacubini
   | Li viju afflitti e scunsulati
   | [pg!147]
   | 'Ntra lu 'nfernu straziati
   | Di lu Cifaru di ddà [#]_.

.. [#] *Archivio storico siciliano*, nuova serie, a. XVII, pp. 151
   e segg. Palermo, 1892.

E spuntavan fuori e s'imparavano da tutti e in
tutti i siti lunghe storie leggendarie della rivoluzione
di Francia, nelle quali la tetraggine delle scene parigine
acuiva nel popolo l'orrore alla nazione avversa, ed il
nome di Giacobino perpetuavasi come ingiuria ai nemici
dell'ordine sociale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Canti popolari sic.*, 2ª ediz., n. 509. Pal. 1891.

Nuovo aspetto assumeva la poesia politica all'arrivo
di Ferdinando III e Carolina a Palermo. Non più
i Giacobini, ma i Napolitani repubblicaneggianti eran
l'obbiettivo de' verseggiatori. La Francia però era sempre
presa di mira, la prima, la più evidente, essa che
con i suoi eserciti, coi suoi libri, coi suoi giornali, con
la sua moda si era riversata sull'Italia e sul Regno
di Napoli, beato, secondo i pacifici gaudenti, sotto l'egida
dei Borboni. La libertà in nome della quale a squarciagola
si grida, è vana lusinga, inganno, tradimento.
Chi cerca in essa la sicurezza dello Stato, chi in essa
vuol trovare la felicità, è un illuso; il quale non tarderà
a vedere che cosa costi l'aver abbandonato il migliore
dei re pel peggiore dei popoli.

Queste le manifestazioni comuni ed unanimi delle
poesie stampate e delle poesie scritte d'allora: e molte
devono essere state, se ancora tante oggidì ne avanzano.
Appena poi la prima notizia della reazione trionfante
in Napoli giungeva a noi, all'odio pei ribelli si associava
[pg!148]
il desiderio che nessun atto di clemenza venisse a temperare
il rigore delle leggi contro di essi.

Nell'atrio del R. Palazzo, verso le tre pomeridiane
d'una afosa giornata del Luglio 1799, una comitiva
di cantanti recavasi a felicitare i sovrani della recente
loro vittoria oltre Faro. I versi della cantata non son
perfetti; ma il difetto non è dell'ab. Catinella, il quale
dovette scriverli come sapeva scriverli lui, in perfetta
prosodia, benchè potesse comporli meno servili:

   |   Pr'un piattu di linticchi,
   | Di libertà figura,
   | Si curri a la malura
   | E si tradisci un Re.
   |   O brutta sciliragini
   | Di sti ribelli indigni!
   | Tutti viraci signi
   | C'amuri nun ci nn'è.
   |   Grida l'età cadenti
   | E grida la 'nnuccenza:
   | Nun cchiù, nun cchiù clemenza,
   | No, nun si nn'usa nò.
   |   A forza d'armi e sangu
   | Si superau ssu mostru:
   | Castel Sant'Elmu è nostru,
   | Li spassi senti mò.
   |   Sacra Real Famiglia,
   | La cosa è già finuta:
   | La libertà è battuta,
   | Favuri 'un cci nn'è cchiù.
   |   Tocca a scialari a nui
   | Vassalli fedelissimi
   | E sempri nimicissimi
   | Di tutti sti *monsù* [#]_.

.. [#] Nelle più recenti edizioni del Meli (vedi *Puisii siciliani*,
   pp. 383-84; Palermo, L. Pedone Lauriel, 1884; *Opere poetiche*,
   pp. 283-84; Pal. MDCCCXCIII) questi versi vengono
   attribuiti al grazioso poeta; ma un cronista del tempo li dà
   proprio al Catinella. Vedi :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 621,
   Luglio 1799.

[pg!149]

Ma mentre nelle aule della Reggia, tra una pietanza
e l'altra della giubilante Carolina, l'esultante coro inneggia
ai Reali e freme a parole verseggiate contro i
rivoluzionarî di Napoli, fuori, nella città, in Sicilia,
una voce severa levasi dal popolo, per ben altro sofferente.
La vista cotidiana di un Re che nella Capitale
dell'Isola consuma in divertimenti e sollazzi un tempo
che dovrebbe impiegare nelle cose dello Stato, lo spettacolo
indegno di mille cortigiani che mangiano e bevono
senza neanche guardare alla povera gente che
muore di fame, scuote le fibre di chi ne resta scandalizzato.
Molti odono quella voce, nessuno l'ascolta, nessuno
la raccoglie; ma, dopo un secolo, la tradizione ce ne
ripercuote l'eco viva, come se quella voce parlasse
ora la prima volta. È un'alata sestina siciliana, della
quale ogni verso è una pagina storica:

   |   Quattru scazzuna, cu' mancia e cu' vivi:
   | Li puvireddi morinu di fami;
   | Lu Re l'avemu ccà, nun cc'è' chi diri!
   | Autru nun pensa chi a caccïari;
   | 'Nsutta po' joca cu li Giacubini,
   | E nui ristamu misi a li succari [#]_.

.. [#] *Archivio* cit., p. 171.

Che amara ironia di versi, e quale contrasto con
la storia, descrivente la gioia dei Siciliani per la presenza
dei Reali a Palermo!
[pg!150]

.. toc-entry:: IX. Come si viaggiava per mare. I Corsari e la cattura del Principe di Paternò.

:small-caps:`Capitolo IX.`
==========================

.. class:: center large

*COME SI VIAGGIAVA PER MARE, I CORSARI E LA CATTURA DEL PRINCIPE DI PATERNÒ.*

Una tradizione popolare siciliana attribuiva virtù
salutari maravigliose a chi fosse riuscito a traversare
incolume lo Stretto di Messina: ed il berretto da lui
usato in quella traversata era buono ad agevolare le
donne soprapparto.

La tradizione è speciosa; ma ha un grande significato,
in quanto conferma la vieta credenza nei pericoli
del Faro, e nella fortuna di chi li superasse. Non dimentichiamo
la paura degli antichi pel vortice di Cariddi
e per lo scoglio di Scilla, onde il motto *Incidit in Scyllam
cupiens vitare Charybdym*. I Greci localizzarono in
quel sito la leggenda delle Sirene, le quali addormentavano
col canto i naviganti e li perdevano.

A passare dunque lo Stretto ci si pensava due
volte.

Sotto il Governo spagnuolo i viaggi ordinarî erano
per Barcellona o per altri porti della penisola iberica;
sotto il borbonico, per Napoli; rari quelli per approdi
più lontani, salvo che non si fosse marinai di mestiere.

Un pacchetto (*packet-boat*), spesso regio, teneva il
[pg!151]
traffico tra l'Isola ed il Continente. Il legno partiva
ogni dieci, quindici giorni: e la partenza, non meno
che l'arrivo, era cosa *albo signanda lapillo*. Bisognerebbe
leggere qualche poesia del tempo per comprendere ciò
che rappresentasse agli occhi di certuni un viaggio
nel Mediterraneo [#]_.

.. [#] Notevole un'anonima (del Principe di Francofonte)
   *Anacreontica sulla Partenza da Palermo a Napoli* di S. Eccellenza
   la Principessa di Jaci (s. a.; ma in Palermo, 1767,
   in fol., 2 cc.).

Poco dopo il 1770 la feluca di padron Parata faceva
da corriera tra le due capitali, o portava lettere di privati
e carte del Governo. Più tardi, il regio pacchetto
*Tartaro*, comandato dal cap. D. Filippo Cianchi, e dipoi
dal pilota D. Giovanni Fileti (anima di Mons. Gioeni,
e vita del Seminario nautico da quello fondato), eseguiva
il medesimo servizio, condiviso poi dal *Leone*,
dall'*Aurora* e dal brik inglese *The Progress*. Il passeggiere
aveva un camerino, una cuccetta e vitto, e pagava
ventisette ducati in Napoli, o nove onze in Palermo
(pari a L. 113,50 d'oggi). Poteva pagare metà, ed anche
meno, fino a tre ducati, o un'onza; ma doveva rassegnarsi
a diventare una merce, non diciamo da stiva,
ma da prua, con la razione e la branda dei marinai.

Al primo salpare, specialmente per un lungo viaggio,
il bastimento dava il segno della partenza col solito
*tiro di leva* [#]_, colpo di cannoncino: e tutti sapevano
che un legno lasciava il porto. Una canzonetta del
tempo, che ogni giovane bacato d'amore cantava alla
[pg!152]
sua bella nelle serenate estive, così frequenti allora,
avea questi versi da colascione:

.. [#] :small-caps:`Pippo Romeo`, *Raccolta di Cicalate*, p. 43. Messina,
   D'Angelo, MDCCCLXXXV.
..

   |   Ahimè! salpâr' già l'ancora
   | I legni alla Marina!
   | Già l'ora si avvicina,
   | Nice, del mio partir.
   |   Senti il cannone, ascoltalo,
   | Che di partir m'invita;
   | Addio, mia cara vita,
   | Addio, mio caro ben! [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Cammineci`, *Brevi cenni storici ecc. delle maschere
   siciliane in Palermo*, pp. 19-20. Pal. 1884.

E noi daremo al legno che parte il buon viaggio:
augurio del quale esso ha gran bisogno.

I corsari infestavano i mari, specialmente mediterranei,
ove le loro galeotte, equipaggiate da uomini
rotti ad ogni pericolo e delitto e armati di coltellacci,
jatagani, pugnali, pistole, tromboni, saette, fiocine, viveano
di catture gavazzando nel sangue dei morti e
dei feriti e nelle lacrime dei catturati.

Il legno, nel caso nostro, siciliano, palermitano,
era alla sua volta munito di cannoni e di moschettoni
carichi sempre a palla, pronti a far fuoco al primo
appressarsi di galeotte sospette. Il timore era incessante
in tutta la navigazione; marinai stavan sempre
alle vedette, quale sul castello di prua, quale sulla
carrozza della camera, e quale sulla coffa dell'albero
maestro: e non sì tosto scoprivano un punto nero, una
vela, un segno equivoco, ne davano avviso. In un batter
d'occhio la ciurma era tutta in piedi: chi dietro i cannoncini,
[pg!153]
chi col suo enorme schioppettone a pietra
focaia in braccia, chi con le accette in mano ad impedire
l'abbordo, pronti tutti a vender cara la vita.

I non lieti incontri non erano rari, e quando i barbareschi,
misurando le proprie forze con quelle probabili
del legno che incontravano, non viravan di bordo
fino a dileguarsi, gli abbordaggi erano improvvisi, fulminei;
feroci gli assalti: e se una parte soccombeva,
l'altra restava mal viva.

Le coste della Sicilia erano anche per questo fortificate,
e a brevi distanze custodite da torri di guardie,
le quali di notte corrispondevano con *fani*, fuochi e
segni di vigilanza alimentati da *torrari*. La torre più
vicina a Palermo era quella dell'Acqua de' Corsari,
contrada triste per infami approdi. La villa S. Marco
di Bernardo Filingeri, seconda per antichità tra quelle
di Bagheria, avea nel mezzo una torre con ponti levatoi
a guisa di fortezza per resistere alle incursioni [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. II, p. 161.

Un canto popolare, nato probabilmente tra noi,
e certo diffuso in tutta Italia, accusa l'imminente
arrivo di predoni, che vogliono precipitarsi sul tugurio
d'una terra e, tra il ferro ed il fuoco, manometter tutto,
portarne via fanciulle e giovanotti da vendere ai mercati
d'Algeri. Quel canto è un grido di guerra:

   | All'armi, all'armi, la campana sona,
   | Li Turchi sunnu junti a la Marina!

E la campana della torre di S. Antonio coi suoi improvvisi,
precipitati colpi chiama all'armi: e le donne de'
[pg!154]
minacciati villaggi fuggono atterrite: e gli uomini corrono
a difendere contro i cani infedeli le loro case, i
lor figli, i loro santi.

Palermo avea bene i suoi «soldati di marina»,
che ne custodivano le spiagge dal Pellegrino allo Scoglio
di Mustazzola ed anche a Bagheria; ma che potevano
essi fare, questi soldati, impotenti come erano a resistere
ai pirati che giungevano fino a Mondello, anzi
fino al tiro della Lanterna del Molo?

I ricordi dell'ardimentoso Spalacchiata, corsaro trapanese
della galeotta del Principe di Furnari contro i
Turchi, eran sempre vivi; ma vivi eran del pari quelli
delle dieci prede del rinnegato Vito Scardino, trapanese
pur esso, che con ferocia inaudita e crescente a danno
dei Siciliani corseggiava pei nostri mari. Se il Re ai
voti del Parlamento del 1778 concesse a ciascuno dei
suoi vassalli dell'Isola di armare legni contro i pirati [#]_,
non ebbe modo d'impedire che due figli del Marchese
Lungarini, recandosi in Madrid alla Corte del Re Cattolico
come guardie del corpo, cadessero nei lacci degli
astuti Algerini, a poche miglia da Majorca.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 233; v.
   XXVII, p. 164 e 170-71; anni 1778 e 1781.

Le notizie della vita miseranda alla quale i captivi
andavano assoggettati erano commoventi. «Spogliati e
lasciati in camicia e con un bastone sugli occhi», essi
venivano trascinati schiavi al bagno; poco e muffito
pane, il nutrimento: scarsa e malsana l'acqua, pesanti
i ceppi ai piedi. Più fortunati, i Lungarini scioglievan
vele dalle galere, se le caricavano sulle spalle, le rappezzavano,
[pg!155]
attendendo a non men bassi servizi. E frattanto,
quanti loro compagni di sorte non gemevano
in tormenti!...

Il forte di Castellammare, che avrebbe dovuto
essere la principale difesa della città, non era nè la
principale nè l'ultima. Quando la sera del 17 Maggio
1779 giungeva la fregata francese *Attalanta* e faceva
il consueto saluto, e i nostri artiglieri dovevano restituirlo,
due lunghe ore ci vollero perchè si caricassero
i cannoni sugli affusti [#]_.

.. [#] :small-caps:`Sonnini`, *Voyage* cit., t. I, c. IV.

Con questa prospettiva non era coraggio che bastasse.
Alla più lieve occasione, alla visita di pirati i
marinai, i passeggieri, dissennati dalla paura, prendevano
il largo o raggiungevano la spiaggia. Il 19 Aprile
del 1797 (si noti la data!), V. Emanuele Sergio, Segretario
del Presidente del Regno, emanava una circolare
a stampa per dire che «le perdite considerevoli dei
bastimenti mercantili che cadono in preda dei corsari
barbareschi» derivano da questo: «che facendo la
maggior parte de' bastimenti nazionali la lor navigazione
nel Mediterraneo radendo terra, all'apparire un
corsaro barbaresco i rispettivi equipaggi, senza fare la
minima resistenza, abbandonano subito il proprio bastimento
e corrono a salvarsi in terra. Tali frequenti volontari
abbandoni, nell'atto che privano i proprietarj
de' loro bastimenti e delle merci di cui sono carichi,
aumentano le forze del nemico, che, con il considerevole
guadagno che ricava dalla vendita di essi, si alletta
vie più alla pirateria; per cui si vede di giorno in giorno
[pg!156]
crescere il numero dei corsari». E finiva raccomandando
che non potendosi resistere, pur salvandosi l'equipaggio,
si colasse a fondo o si bruciasse il legno che non si potesse
altrimenti salvare.

Il consiglio, dato da un uomo pratico come il Sergio,
ad istigazione di un lupo di mare come il Maresciallo
e Comandante della R. Marina Forteguerri, mostra la
supina incoscienza dello stato vero delle cose. La pirateria
era diventata una istituzione internazionale ed un pericolo
cotidiano per tutti. Alle prime avvisaglie di movimenti
in Napoli, i pirati algerini facevano causa comune
coi corsari francesi (1794). Qualche legno inglese andava
in corso anch'esso. Nè solo bastimenti in viaggio eran
minacciati di cattura! Il porto di Palermo restò alla
mercè dell'ultimo ladrone straniero. Un giorno (13 Luglio
1797) una nave inglese voleva dar la caccia ad una
nave spagnuola; non potendo riuscirvi, volge la prua
verso un veliero palermitano carico di mercanzie e,
incredibile! lo cattura innanzi la Lanterna. Senza contrasto,
imbaldanzisce; oltrepassa imperterrito il capo
del Molo e ruba a man salva quanti più legni può, nel
porto, proprio dentro il porto, «divenuto (dice indignato
un ottimo prete d'allora) asilo di ladri, ossia, per servirci
delle stesse parole [dei cittadini], *portella di mare*» [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., n. 501. — :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1794, p. 431; a. 1798, pp. 127-28. *Purtedda di
   mari*, ladronaia.

Così le indisturbate scorrerie di Algerini, Tunisini,
Tripoletani nelle nostre spiagge son presto spiegate,
e si comprende perchè i *torrari* non rispondano più
come una volta al loro ufficio, ed il Senato si rassegni
[pg!157]
in silenzio alle sollecitazioni del Vicerè per la provvista
della polvere nelle torri [#]_, ed i cannoni vengano inchiodati,
e la gente senza colpo ferire vigliaccamente fugga.
Così ancora si spiega la famosa cattura del Principe
di Paternò; la quale per la maniera onde fu perpetrata
ed ebbe fine, appresta dolorose pagine alla storia della
pirateria nell'Isola. Noi non la lasceremo senza una
breve notizia, questa cattura; ed il lettore non vorrà rifiutarsi
a scorrere con noi questo episodio della nostra
vita passata.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1793-94, p. 525.

D. Gian Luigi Moncada, Principe di Paternò, Duca
di S. Giovanni, Conte di Caltanissetta, di Adernò, di
Cammarata ecc. ecc., partiva da Palermo per Napoli
sopra un veliero greco, la notte del 30 Luglio 1797.
Nelle vicinanze di Ustica per tradimento del capitano
veniva assalito da una galeotta turca e condotto con
altri cinquanta passeggieri e sedici sue persone di seguito
a cinque miglia da Tunisi.

Il fatto era grave; ma ancora di più per le complicazioni
che doveano avvenire dopo.

Giunto a Tunisi, egli credeva di poter comandare
come in Sicilia; dovette però persuadersi di essere divenuto
un semplice schiavo, e che la sua altezzosità era
vana con coloro ai quali era affidato in custodia. Raccoltosi
allora in se stesso, cominciò a fare assegnamento
sulla interposizione del Re, di cui era Cavaliere di S. Gennaro
e Gentiluomo di Camera con chiavi d'oro, e del
cognato Principe del Bosco di Belvedere: nè mal si
appose. Ferdinando fu sollecito di raccomandarlo al
[pg!158]
Sultano; questi mandò un suo agente come ambasciatore
al Reggente di Tunisi; ed il cognato si mise in
moto per la desiderata liberazione. Tutto questo faceva
sperare una buona riuscita; ma non bastava senza
l'argomento potentissimo del denaro. La preda era
grossa, ed il Reggente, o chi per esso, non se la sarebbe
giammai lasciata improvvidamente sfuggire di mano.
La cattura di un Principe non era fortuna di ogni giorno:
e di principi di Paternò, ricchi sfondolati e strapotenti,
non vi era che un solo in Sicilia.

Cominciano le trattative pel riscatto. Il Paternò
chiede di affrancare sè ed i suoi sedici servitori. Lunghe,
difficilissime le pratiche. Il predatore impone, condizione
*sine qua non*, e dopo quattro mesi e mezzo di
captività il Principe sottoscrive (14 Dic. 1797): il pagamento
di 300,000 *pezzi duri* sonanti, pari ad un milione
e cinquecentotrenta mila lire d'oggi. Il pagamento si
sarebbe fatto in tre rate eguali a brevi distanze, impegnando
il Principe i suoi beni presenti e futuri.

Rimesso in libertà e tornato a Palermo, il Principe
a tutto pensò fuori che all'obbligazione contratta:
ed è naturale. Egli s'era trovato a viaggiare pei fatti
suoi; andava a prestar servizio al Re; una masnada
di ladroni avealo proditoriamente assalito e tradotto
in catene; condannato contro ogni diritto di natura
e delle genti a perpetua schiavitù, avea soscritta, per
liberarsi, un'obbligazione quasi superiore alle sue forze
presenti: ed ora lo presumevano tanto sciocco da buttar
via quella somma ingentissima!

Sdegnato della mancata promessa, il Bey fa sollecitare
il moroso, e minaccia rappresaglie. Il Governo
[pg!159]
tentenna un poco; poi messo al bivio tra i danni conseguenti
dall'ira del Bey e quelli del suo fedelissimo
suddito e benefattore (bisognerebbe leggere la lettera
scritta dal Re al Principe captivo per comprendere
il significato di questa parola), anteponendo alla giustizia
la ragion di Stato ed il quieto vivere con la Reggenza,
ne prende le parti e fa citare in tribunale il Principe
amico....

Era seria questa citazione? Al collegio degli avvocati
del Principe, eterno litigante, non parve. Un'obbligazione
strappata col coltello alla gola non potea,
dicevano essi, avere effetto legale; nessun tribunale
dover costringere a un patto imposto da una causa
ingiusta, per illegittimità di preda; mostruoso il solo
pensare a legalità in un atto di così sfrontata pirateria.

Ma Principe ed avvocati facevano i conti senza
l'oste: e l'oste, cioè il Reggente, faceva intendere al
Governo di Napoli che se esso non gli rendeva giustizia,
la giustizia se la sarebbe fatta da sè. Laonde il Governo,
tutto sossopra per la paura, con una di quelle risoluzioni
che non paiono assolutamente credibili ai dì nostri,
commetteva all'Avvocato fiscale del R. Patrimonio di
perorare le ragioni del Reggente contro il Principe.
Speciose codeste ragioni in bocca al Sovrano: «Attesochè
si tratta di articolo che interessa non che il privato,
ma il pubblico diritto, l'armonia fra le potenze, la fede
delle convenzioni e che per le dichiarazioni fatte dal
Bey potrebbero seguirne le più dannose conseguenze
per gli Stati e i soldati del Re se non si vedesse amministrata
la più rigorosa e la più sollecita giustizia, ha
[pg!160]
comandato e vuole che l'Avvocato fiscale del Patrimonio
assista alla difesa di questa causa e per la pubblica
sicurezza che vi è interessata proponga avanti il
Magistrato del Commercio tutte quelle ulteriori istanze
che fossero opportune per la soddisfazione della comunicata
polizza debitoria».

E l'Avvocato fiscale, ossequente e sollecito, assume
per tesi della sua requisitoria un bel passo di Cicerone,
che suona così: *Si quid singuli temporibus adducti, hosti
promiserint, est in ipso fides servanda* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Cicer.`, *De Officiis*, lib. I, c. 13.

La difesa del Reggente trionfa: il Principe è condannato
«a soddisfare il debito contenuto nella polizza
di cui trattasi»; e la sentenza vien fatta di pubblica
ragione [#]_.

.. [#] Ecco il titolo di questo documento, che dobbiamo alla
   gentilezza del cav. Vito Beltrani: *Memoria presentata al Magistrato
   del Commercio dall'Avv. fisc. del R. Patrimonio March.
   Di Blasi in sostegno delle istanze del Bey di Tunisi contro il
   Principe di Paternò*. In Palermo, 1800, nella R. Stamperia.
   In 4º, pp. 20.

A tanta enormità di giudizio il Principe di Paternò
comincia a pensare sul serio ai fatti suoi; ma il Re non
gliene dà il tempo, e direttamente gl'intima che depositi
nella Tavola (Banco pubblico) di Palermo la somma
che è stato condannato a pagare al Bey; e si affretta
a darne comunicazione al Senato della città [#]_: ed il Principe,
per pagare il riscatto e le spese del processo, è
costretto a fare dei prestiti dando in ipoteca tutti i
suoi feudi [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1800-1, p. 307.

.. [#] Il fatto scandaloso fu estesamente narrato dal Villabianca
   (*Diario* inedito, a. 1797, pp. 261 e segg.), a cui attinse
   Em. Pelaez pel suo opuscolo intitolato: *Un episodio di storia
   siciliana* (*Archivio stor. sic.*, nuova serie, a. XII, pp. 133-50.
   Pal. 1887). Ne fece, tra gli altri, cenno A. Sansone, *Storia
   del R. Istituto nautico* (p. 5. Pal. 1891). Nella Biblioteca privata
   del Principe di Trabia esiste la copia delle lettere di
   Ferdinando III al Paternò in cattura, al Sultano, e forse della
   Regina Carolina alla sua Dama di Corte Principessa di Paternò,
   allora in Napoli, e, se mal non ricordiamo, incinta.

   L'argomento, per la sua importanza nella storia del
   diritto internazionale, si presta ancora a nuove considerazioni,
   se non alla scoperta di nuove particolarità.

[pg!161]

Cose turche!...

Chiusa la digressione, torniamo ai disgraziati che
capitavano nelle zanne dei corsari.

L'Ordine religioso dei Mercedarî avea per istituto
la redenzione degli schiavi. Quest'Ordine avea in Palermo
un convento al Capo, nel quartiere di Siralcadi,
ben diverso dall'altro, e maggiore, dei Mercedarî scalzi
ai Cartari, la cui Chiesa, maravigliosamente solida per
costruzione, veniva anni fa, per inconsulta deliberazione
del consesso civico, demolita. Cooperavano al
medesimo fine pietoso e con espedienti poco diversi,
uomini per censo, dottrina e pietà insigni. Tutte le
somme che costoro accattando riuscivano a mettere insieme,
spendevano per restituire alla patria, alla famiglia
ed al culto della Religione cristiana quanti fosse
loro concesso di riscattare.

Una sera del 1787 (12 Apr.) Goethe stando a chiacchierare
nella bottega di quel tale merciaiuolo che già
conosciamo [#]_, vide passare a destra ed a sinistra del
[pg!162]
Cassaro due staffieri vestiti con molta eleganza, i quali
portavano entrambi preziosi vassoi con monete di rame
e d'argento. Nel centro del Cassaro, in mezzo ad essi,
non curante della mota che gli sporcava le elegantissime
calzature, il Principe di Palagonia, «serio, senza
darsi pensiero di tutti gli sguardi rivolti sopra di lui....
percorreva la città facendo la colletta per il riscatto
degli schiavi...». Goethe corre subito col pensiero ai
tesori profusi nella villa di Bagheria; ed il merciaiuolo
osserva che questa pietà del Principe «vale a mantenere
sempre viva la memoria di quegl'infelici. Onde
sovente, coloro i quali ebbero a provare nella loro vita
sventure consimili, legano morendo somme ragguardevoli
per il riscatto. Il Principe di Palagonia, conchiude
il venditore, è da molti anni Presidente della pia opera
che mira a quello scopo, ed ha fatto molto bene» [#]_.

.. [#] Vedi il Cap. III, {p. [pg 55]_}.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. del 12 Aprile 1787.

Sedici anni prima, nell'Agosto del 1771, si erano
con siffatto mezzo riscattati ottantun cristiani dell'Isola,
e l'Ordine dei Mercedarî avea speso la ragguardevole
somma di tredici mila onze.

Allora fu oggetto di private discussioni se non
sarebbe stato meglio impiegare tanto danaro in armamenti
marittimi buoni a fare rispettare il paese, ed
a tenere a freno i barbareschi; ma si posò senz'altro
il quesito se fosse più civile premunirsi da future insidie
che riscattare gli sventurati i quali gemevano sotto il
bastone degli inumani predatori: e la pietà pei captivi
del momento prevalse su quella per le catture avvenire [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 296-99.

[pg!163]

Il dolore attuale, dice Epicuro, determina la volontà.

In cosiffatte delizie, il viaggiatore tribolava da
due a quattro giorni per la traversata da Napoli a Palermo,
che oggi lamentiamo di dover compiere in sole
dieci, undici ore [#]_. E non mettiamo in conto il fatto
ordinario della bonaccia, che immobilizzava il legno,
lo scirocco contrario alla rotta per Palermo, e i temporali,
ai quali si scampava come per miracolo.

.. [#] Goethe nel 1787 sopra una corvetta v'impiegava quattro
   giorni; altrettanti Ferdinando III e Carolina nel 1798;
   Rezzonico nel 1793 sul *Tartaro*, cinque; dodici Kephalides
   da Civitavecchia; Creuzé de Lesser nel 1801, sul *S. Antonio*,
   era costretto ad approdare a Milazzo, donde sopra muli s'avviava
   a Palermo.

Ma finalmente il legno giungeva in porto; e allora
nuove tribolazioni attendevano l'arrivato: la contumacia.
E come sottrarvisi se regnavano ora le febbri petecchiali
in Napoli; ora le febbri maligne in Civitavecchia, ora
il vajuolo nero in Livorno; e qua e là il sospetto di
pestilenza?!

La contumacia si scontava al Lazzaretto pel viaggiatore:
sulla nave per l'equipaggio, ed anche per esso
e pel viaggiatore. Come si passassero i sette, i quattordici
giorni di attesa all'Acquasanta, dove è adesso
la Regìa de' Tabacchi, segregati, quasi carcerati in
una nuda cameretta, immagini chi può; mentre il legno,
non ammesso a libera pratica, ancorato in rada e sotto
vigilanza facile ad eludersi, caricava in quarantena e
ripartiva pel Continente.

E quando i lunghi giorni della espiazione della
pena contumaciale eran trascorsi, allora quante formalità
a compiere per la libera pratica!
[pg!164]

.. toc-entry:: X. Come si viaggiava per terra.

:small-caps:`Capitolo X.`
=========================

.. class:: center large

*COME SI VIAGGIAVA PER TERRA.*

Se questo era il viaggio per mare, immaginiamo
quale fosse quello per terra.

Un antico detto siciliano raccomandava ai viandanti
la recita di una certa preghiera al loro santo protettore:

   | Si vô' junciri sanu,
   | Nun ti scurdari lu *patrinnostru* a Sanciulianu.

S. Giulianu l'Ospitaliero custodiva i viaggiatori: ed il
paternostro, comune anche fuori Sicilia, ha questa
strofe:

   |   Sanciulianu, 'ntra l'äuti munti,
   | Guarda li passi, e pöi li cunti:
   | Tu chi guardasti l'acqua e la via,
   | Guardami a mia e a la mè cumpagnia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Usi e Costumi*, v. IV, pp. 308-9; e *Il Paternostro
   di S. Giuliano*. Palermo, 1902.

Virtù preservatrici avea pure il *Postiglione*, ossia
l'Epistolario di S. Francesco di Paola, del quale correvano
[pg!165]
varie stampe palermitane, tanto più ricercate
quanto più antiche [#]_, e che si portava addosso e particolarmente
in seno.

.. [#] Eccone una delle due che ne possediamo: *Il Postiglione,
   che porta alla notizia de' desiderosi del Cielo l'avvisi inviati
   dal Glorioso Patriarca S. Francesco di Paola a' suoi Corrispondenti.
   Sesta Impressione*. In Palermo MDCCLXC (*sic*). Per
   Salvatore Sanfilippo. Con approvazione. In 12º picc., pp. 229.

Tanta preoccupazione spiega perchè prima di avventurarsi
ad un viaggio, chi avea un po' di roba al sole
pensasse talora a far testamento, e sovente a confessarsi
e comunicarsi [#]_.

.. [#] L. :small-caps:`Perroni-Grande`, *Per la storia di Messina, e non
   per essa soltanto*, p. 4. Messina, 1903.

Guardando ai mezzi moderni di locomozione, noi
non potremo formarci un'idea di quel che fosse in
passato un viaggio per terra. Il venire a Palermo da
Trapani, p. e., da Girgenti, da Messina, e viceversa,
era tal cosa da mettere in pensiero: e la frase: *jiri d'un
vallu a 'n' àutru* per significare: recarsi da un luogo
all'altro molto lontano, è lì ad attestare quel che ci
volesse per giungere ad un posto, specialmente dovendosi
muovere dall'interno dell'Isola. «Il Re stesso»
scriveva nei primi dell'ottocento un tedesco, «se vuole
andare in carrozza, non può farlo oltre Monreale e
Termini», le sole vie carrozzabili d'allora, o almeno
le sole buone a tragittarsi. Le altre eran sentieri (*trazzeri*),
dove s'affondava nel fango a mezza gamba d'inverno,
si soffocava tra fitti nembi di polvere, di estate.

Giungendo alla sponda d'un fiume, bisognava attendere
che si abbassasse, se ingrossato a cagion di piogge
[pg!166]
torrenziali, per guadarlo, con che pericolo, lasciamo
considerare [#]_. Non rari quindi gli annegamenti. V'era
poi un altro guaio: la mancanza di sicurezza in certe
contrade e in certi tempi.

.. [#] Basterà leggere le pp. 80-82 del *Viaggio* del :small-caps:`Rezzonico`,
   t. II.

Dei viaggiatori alcuni esagerarono questo pericolo;
altri recisamente lo negarono. Due esempi in questo
ci soccorrono. Dotti venuti da Vienna e fermatisi quasi
nel medesimo tempo in Palermo, affermarono cose dei
tutto contrarie tra loro. A sentire il primo, il cav. De
Mayer: «In Sicilia si viaggia con sufficiente sicurezza
ed a torto s'è perpetuata la tradizione dell'esistenza
di briganti che desolano il paese»; se diamo retta al
secondo, il Dr. Hager: «Il paese è tuttavia un soggiorno
continuo di masnadieri che girano per le contrade deserte
e abbandonate, assalendo viandanti solitarî ed
uccidendoli senza pietà dopo averli svaligiati» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XVII, p. 178. — :small-caps:`Hager`,
   *Gemälde*, p. 212.

Chi dei due ha ragione?

Tra il 1801 ed il 1802 due altri stranieri percorrevano,
tenendo quasi il medesimo itinerario, la Sicilia:
Creuzé de Lesser francese e Johann Seume tedesco.
L'uno scrive cose *de populo barbaro* del brigantaggio,
l'altro si loda della sicurezza; anzi costui narra l'inatteso
incontro con un noto perseguitato dalla Giustizia,
il quale, trovando lui (Seume) sfornito di mangiare
(giacchè il Seume, infastidito della mula, andava a
piedi), lo avrebbe generosamente provvisto [#]_.

.. [#] :small-caps:`Creuzé de Lesser`, *Voyage en Italie et en Sicile fait en
   MDCCCI et MDCCCII*, p. 94. A Paris, Didot l'aîné, MDCCCVI. — :small-caps:`Seume`,
   *Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802*, p. 178.
   Leipzig, Reclam.

[pg!167]

Giammai furono contraddizioni più aperte!

Necessario, ad ogni buon fine, che il viaggiatore
provvedesse alla propria sicurezza: al che riusciva prezioso
l'accompagnamento dei *campieri*, dei quali si chiedeva,
come oggi si fa dei carabinieri, il numero occorrente.
«I Siciliani», scriveva il Barone di Riedesel
in Girgenti, «non farebbero sei miglia di cammino
senza averne uno almeno.... Il costume e l'abitudine
che hanno di viaggiare, li rende così timidi, che fa loro
riguardare come indispensabile siffatta scorta» [#]_.

.. [#] [:small-caps:`J. H. Von Riedesel`], *Reise durch Sicilien und Gross-Griechenland*,
   I. Zürich. 1771.

Ma il Riedesel, potrebbe osservarsi, è già un po' antico,
e le sue notizie sono stantie: nientemeno del 1771! E
va bene: sentiamo allora un altro viaggiatore più recente.

Purtroppo, le cose non mutano d'una linea.

L'autore italiano delle *Lettres sur la Sicile* osservava
che «andando per l'Isola i signori son circondati
dai loro vassalli, armati da capo a piedi e con buone
cavalcature. I borghesi hanno sempre qualcuno che li segue
a piedi, e portano a cavallo il fucile di traverso. I forestieri
son provvisti di cavalieri assoldati dal Governo» [#]_.

.. [#] *Lettres sur la Sicile* ecc. pp. 132-35.

I campieri, che diremo governativi, andavan divisi
in tre compagnie in ragione dei tre valli.

Nel 1770 si facevano ammontare a 120; nel 1791,
a 200 circa [#]_. Si dice che fossero dei ladri matricolati,
[pg!168]
i quali però si facevan mallevadori delle persone che
prendevan sotto la loro custodia. Si dice che fossero
schiuma di ribaldi, dei quali però il Governo servivasi
per tenere a freno coloro che avessero la intenzione
di disturbare i viandanti. Si dice.... si dicon tante cose,
che codesti campieri, a traverso le lenti paurose dei
viaggiatori d'oltralpe, son divenuti tanti orchi maravigliosamente
terribili. La verità poi è questa: che,
traendo o no origine sinistramente oscura, essi mantenevano
quella che si dice sicurezza pubblica, e consegnavano
incolume al posto, a cui s'indirizzava, il
passeggiero senza che gli fosse torto un capello, anzi,
senza che nessuno osasse guardarlo in faccia. Avevano
bensì certe loro teorie intorno a quello che si
chiama punto d'onore, ma rispettavano e si facevan
rispettare.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. IV. — :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*,
   lett. XIII, p. 139.

I signori ne tenevano anche per proprio conto e
servizio personale, nè più nè meno di quel che facciano
ai dì nostri, nei quali i campieri vestono divisa con
distintivi speciali e con l'arme della casa a cui appartengono.

Limitato il genere dei veicoli: la lettiga e la mula.
Il cavallo di S. Francesco, sovente preferito da chi
non sapesse rassegnarsi ad una disagiata cavalcatura.
Per certi posti era possibile il carretto, ed anche qualche
carrozza o biroccio.

La lettiga era padronale e da nolo: l'una, come
vedremo per la portantina, finemente dipinta, miniata,
ornata all'esterno, rivestita all'interno di velluto, di
raso, di broccato; l'altra, quale poteva fornirla un
Mariano Campanella qualunque, che viveva di
[pg!169]
quell'industria [#]_. Ma, bella o brutta, era sempre lettiga:
e le due persone vi sedevan dentro *vis-à-vis* (donde
il nome che sovente pigliava la lettiga), sospese in alto,
sorrette da due lunghi timoni appoggiati alle due mule,
l'una avanti, l'altra dietro, che col tardo andare imprimevano
ai timoni medesimi, per la loro elasticità, un
movimento di saliscendi che faceva dar di stomaco.
Paolo Balsamo, recandosi in questa maniera da Palermo
alla Contea di Modica, s'indispettiva pensando che a
questo mondo vi fossero persone le quali tenessero
la lettiga «un migliore eccitante per il ventricolo che
quello della carrozza» [#]_. Ombre venerate dei medici
d'allora, il Cielo non vi ascriva a peccato l'errore onde
macchiaste la vostra coscienza di sacerdoti d'Esculapio!
Il vostro errore trova appena riscontro in quello
dei medici di sessant'anni fa, quando a centinaia dei
nostri borghesi ed impiegati, tutti affetti da ostruzione
di fegato, consigliavasi di fare un po' di equitazione;
sì che ogni mattina, di primavera o di autunno, frotte
di uomini di età avanzata su pazienti asinelli della
Pantelleria si vedevano a trottare verso le falde del
Monte Pellegrino, o verso la Rocca di Monreale, o verso
Boccadifalco: spettacoli non sai se più comici o pietosi!

.. [#] Leggesi nel *Giornale di Commercio* del 1794, n. 4: «Mercordì
   30 corrente (Aprile) parte per Sciacca una lettica vuota,
   e si ricercano passeggieri. È allogata nel Fondaco di Mastro
   Antonio a Lattarini».

   N. 8 «Mercoledì o Giovedì (28 o 29 Maggio) partono
   per Troina due lettiche di Mariano Campanella vuote».

.. [#] :small-caps:`P. Balsamo`, *Giornale del viaggio fatto in Sicilia, e
   particolarmente nella Contea di Modica*, p. 28. Palermo 1809.

[pg!170]

La lettiga aveva due uomini di accompagnamento:
uno a lato dei viaggiatori, inteso a guidare ed aizzare
gli animali; uno a cavallo, dietro la lettiga. Viottole
ripide e scoscese per creste di monti, fiumi gonfi per
recenti piogge, greti infocati dal sole, mettevano paura
ai viandanti più arditi; ma la pratica degli animali e
quella vigile ed esperta dei guidatori scansavan pericoli
e danni. «Io mi meravigliava», scriveva il Rezzonico
a proposito della sua gita da Palermo a Segesta, «come
potessero i muli ora inerpicarsi all'erta di que' dirupi
sassosi, ora passare fil filo d'uno in altro solco sulla
margine d'un viottolo che qual tenue cornice scorreva
intorno all'inclinato piano d'un colle; e più volte
per l'orrore dell'imminente pericolo rivolgeva gli occhi
altrove, e morivano gli sguardi miei contro la schiena
ardua del monte, che quasi quasi poteva toccare distendendo
la mano. Altre volte scendeva in una cupa
ed oscura voragine anzichè strada, e la lettica sugli
omeri de' muli rimbalzando per la scossa mi faceva
temer vicina una gravissima caduta. Ma veggendo che
mai non ismucciava il piede a' solerti animali, e più
di loro fidandomi ormai, che de' condottieri vociferanti
con noioso metro, mi lasciava trasportare nella mobile
carcere per que' luoghi e sentieri sol culti dalle bestie,
e valicava intrepido valli e monti».

E ricordandosi pure di altra gita da Aci a Giarre
sotto un violento acquazzone, nel suo abituale stile
ricercato raccontava:

«Cessata alquanto l'acqua, da cui mi fu preciso
l'entrare in Jaci, ripresi il cammino e fui per pentirmene
amaramente; imperocchè sorvenne la pioggia più
[pg!171]
di prima abbondante e dirotta; gonfiaronsi i torrentelli
e fiumiciattoli che scendono dai vicini monti, e l'acqua
inoltre raccogliendosi in varj canali, strariparono siffattamente
che la valle, per cui vi andammo, divenne
una terribile e larghissima fiumana. Il suolo tutto sassoso
e declive rompeva l'acque, e feale rimbombare
con grande strepito, e i muli attoniti a tal vista e impauriti
da sì grande frastuono e flagellati sul dorso
da' violenti scrosci, non volevano più gire oltre. Il mulattiere
a piedi non poteva punzecchiarli, giacchè doveva
per forza allontanarsi dalla lettica, e cercare saltellando
di sasso in sasso un luogo per porre i piedi;
cosicchè, privo omai di consiglio, l'istesso caporedine
non sapeva come superare sì vasto pelago, e più volte
io temei che smucciassero i piedi a' travagliati muli,
e saltasser nel fiume. Da ogni banda accorrevano intanto
nuovi flutti, e traevano seco de' grossi ciottoloni, che
minacciavano di frangere la lettiga e di rompere gli
stinchi dei miseri animali, che colle orecchie abbassate
l'iniqua lor mente e l'estrema fatica appalesavan, rimprocciando
tacitamente la temerità di loro guide coll'arrestarsi
ad ogni due passi» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *op. cit.*, v. I, pp. 120; II, 68-70.

Per buona ventura le cose non andavano sempre
così, anzi ci andavan di rado: e solo chi cercavali, certi
guai, li trovava.

Nelle condizioni ordinarie, i mulattieri, camminando
a passo, fornivano quattro miglia l'ora e, tenuto conto
della natura delle strade, che, in generale, erano una
[pg!172]
serie di rovine, di precipizî e di sentieri pieni di sassi,
compivano viaggi straordinari.

Dai seguenti particolari il lettore può formarsi
un'idea delle distanze e del tempo necessario a percorrerle.
Li desumiamo da un viaggio affrettatamente
fatto da Vaughan per andare a raggiungere il pacchetto
da Messina a Catania, in un sereno mese di Ottobre,
e poi nel centro della campagna di Girgenti. Da Messina
a Fiumedinisi, partendo martedì sera su tre muli,
si facevano 18 miglia in quattr'ore e mezzo; da Fiumedinisi
a Caltagirone, dalle due di mattina del mercoledì
alle sei di sera, 42 miglia; da Caltagirone, dalle tre del
mattino del giovedì alle sei di sera, a Catania, 40 miglia;
e poi a S. Maria, 12 miglia, partendo alle dieci; dopo
un riposo di due ore, a Licata, 30 miglia senza fermate
io non so quante altre ore. Cosicchè i muli della lettiga
compirono un viaggio di quella fatta dalle tre del martedì
mattina alle otto del venerdì [#]_.

.. [#] *A view of the Present state of Sicily*, pp. 23-24, nota.
   London, Gale a. Curtis, 1811.

I muli portavano attaccati dei fili di campanelli
alle testiere e in giro sopra i selloni. Questo suono continuo,
cadenzato, confuso con le voci monotone e le
cantilene dei mulattieri accresceva il supplizio del viaggio [#]_.
Vogliamo sentirne una di siffatte cantilene? Ce
[pg!173]
la dice il Rezzonico, che la udì nelle sue escursioni per
l'Isola: *Au! cani, cani, Spaccafurnu, cani!* (*Spaccafurnu*
era una delle mule della sua lettiga comprate a
Spaccaforno), e si compiaceva di avere scoperto che
queste maniere d'incitare le mule lettighiere si chiudevano
sempre in versi endecasillabi [#]_.

.. [#] Ecco uno di tre indovinelli popolari sopra la lettiga, composti
   forse nel Modicano, e senza forse provenienti di qui. Parla
   la lettiga:

   | Cu lu *chi-ti-chi-tì* vaju 'n Palermu,
   | Cu lu *chi-ti-chi-tì* vaju a Missina,
   | Cu lu *chi-ti-chi-tì* la portu china.

   (:small-caps:`Pitrè`, *Indovinelli siciliani*, n. 387. Palermo, 1897).

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, v. I, p. 116.

Dove va a ficcarsi la prosodia!

Solo di tanto in tanto, a prestabilite distanze di
sei, otto miglia, il soffrire veniva interrotto dalle così
dette *catene*, presso le quali la comitiva fermavasi;
ma anch'esse erano nuove molestie agli stanchi molestati.
La via, il sentiero trovavasi sbarrato da una
catena di ferro, tesa di traverso per impedire il passaggio
dei veicoli e degli animali da tiro, ai quali era
fatto obbligo del pagamento d'un diritto di barriera.
Moltissimi comuni aveano facoltà di metterne: e non
pochi dei nostri coetanei ricorderanno i fastidî che
s'incontravano nel passaggio di Villabate, presso il
fondaco della Milicia, presso Trabia prima di giungere
a Termini, e al ponte di Boarra, poco oltre Monreale.
Non si pagava molto in vero: due *grana* (cent. 4) per
un animale da sella o da basto; uno per un asino; quattro
per un carretto; sei per una lettiga con passeggieri,
quattro se vuota [#]_; speserelle che gravavano sulla spesa
maggiore concordata col lettighiere, il quale doveva
[pg!174]
perciò pagarla di suo, ma, al contrario, molte volte,
fingendo di mancare di moneta spicciola, non pagava,
chiedendola per la urgenza al suo passeggiere, che,
pur sicuro di non più riaverla, si affrettava a metter
fuori, impaziente di giungere dov'era indirizzato.

.. [#] Aggiungi: qualunque trasporto a due ruote e ad un
   cavallo, 4 grani; a due cavalli, 6; biroccio a quattro ruote,
   8; carretto carico di pietra, 30!

   Vedi ordinanza della Deputazione delle Gabelle in Palermo,
   in data del Febbraio 1791.

E meno male che un decreto del Caracciolo avea
fatto cessare il grave abuso di certi birboni di riscuotere
dai viandanti in alcune strade del Regno una specie
di taglia sotto il pretesto di sicurezza di esse! Altrimenti,
chi sa dove si sarebbe arrivati! Quel provvido
decreto assimilò per la pena l'abuso al furto di passo,
cioè di campagna [#]_.

.. [#] Decreto del Caracciolo, in :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in
   *Bibl.*, v. XXVIII, p. 206.

Oltre la lettiga c'era, come abbiam detto, il cavallo
ed il mulo, forse più comodo per chi sapesse adattarvisi,
o fosse armato di giobbica pazienza. Voleva andarsi
da Palermo a Messina? Potevasi aver guide e muli
a propria disposizione per 10 onze e 15 tarì, tutto compreso:
mulo, guida, vitto. Voleva percorrersi la Sicilia,
a tutto suo piacere? Pagare 14 tarì il giorno per una
guida ed un cavallo; ma se non si pensava in tempo a
provvedersi da mangiare a spese proprie, c'era da rimanere
a stomaco vuoto [#]_.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XIX, pp. 211-12.

[pg!175]

.. toc-entry:: XI. Locande ed Osterie, Correrìa o Posta.

:small-caps:`Capitolo XI.`
==========================

.. class:: center large

*LOCANDE ED OSTERIE, CORRERIA O POSTA.*

Quando nel 1793 il Conte Rezzonico metteva piede
in Sicilia, egli non vi trovava nè alberghi, nè locande;
ma solo fondachi, secondo lui, «caverne, anzichè ricetti
d'uomini e per lo più senza letti e senza mobili». Man
mano che il nobile lombardo s'inoltrava per l'Isola,
confermavasi in questo sconfortante giudizio. Obbligato
da piogge _`violente` a pernottare in Fiumedinisi, fermata
ordinaria allora in Val Demone, egli faceva esperimento
della miseria e dello squallore di quei luoghi. «Un casolare
che tutto tentenna passeggiandone i palchi, e
le cui camere non si distinguono dalla stalla per la negrezza
delle pareti e per li frequenti screpoli, senza
vetrate, senza mobili (dove andava questo signore a
cercare i mobili!) fuorchè alcune sedie sgominate ed un
lercio tavolino di piedi ineguali e zoppi, si fu l'albergo
che m'accolse e che io trovai delizioso per sottrarmi
all'inclemenza di Giove pluvio» [#]_.

.. [#] Vol. I, pp. 80, 114, 155.

V'era anche di peggio. Sovente si era costretti
ad acconciarsi in casolari, stamberghe e mal connessi
[pg!176]
granai, privi del necessario al bisogno della giornata.
Non solamente la carne, i polli, le uova, ma talvolta
anche il pane difettava; e quando l'acqua non era buona,
si dovea preferire certo vino tutt'altro che potabile.

Provvido perciò il consiglio dei due primi articoli
del decalogo popolare:

   | Primu: amari a Ddiu sopra ogni cosa;
   | Secunnu: 'un caminari senza spisa.

Più provvido però quello di fornirsi di commendatizie
per autorità civili e religiose: e questo consiglio
era così accortamente seguito che un vecchio vescovo,
indirizzandosi ai vescovi novelli, in ragione dei tempi
ammoniva: se vi son prelati che credono potersi esimere
dal dovere di ospitare viandanti là dove sono alberghi
e comunità religiose, sappiano che la loro casa dev'essere
aperta ai poveri ed ai pellegrini [#]_.

.. [#] *Avvisi pratici ai vescovi eletti* ecc., cap. III, p. 84.

Una lettera di presentazione pel superiore di un
ordine religioso era una provvidenza; ordine preferito,
quello dei Cappuccini; i quali, a dir la verità,
per rendere men disagevole il viaggio, si moltiplicavano,
anche applicando un galateo molto sommario,
del quale essi, umili fraticelli per quanto dotti teologi
e canonisti non misuravano le conseguenze igieniche.
Riedesel, Erydone, Delaporte, Houel, de Saint-Non,
Münter, de Mayer, Stolberg, Hager, tutti più o meno
vi ricorsero.

Ma anche nelle case religiose, quanti disagi prima
di essere ricevuti!
[pg!177]

«A Terranova, il posto più vicino a Malta (racconta
quest'ultimo), dovemmo stare dai Francescani;
a Taormina, dove è il più splendido teatro antico ed
uno dei più bei panorami, ai Cappuccini. Quivi fui
messo insieme con un ricco americano lasciandosi il
nostro discreto seguito a bussare per oltre mezz'ora
senza aprirglisi; tanto che dovette andare da un calzolaio,
nella seconda ordinaria locanda di quella città,
dove pure la bella Principessa di Belmonte, figlia del
Marchese Verac, poco tempo innanzi avea passata la
notte, non osando recarsi, per ragione della clausura,
al Convento. Così dovette pure rassegnarsi a fare Mylord
Wicombe, figlio di Lord Landsdowne, col quale un
anno prima (1796) io era stato a Segesta, desinando
ora in una cucina, ed ora in una stalla» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 130.

Del difetto di locande facevano ripetuti lamenti i
viaggiatori, senza che nessuno sapesse o volesse darsene
conto. «Il paese non ha locande!» dicevasi; e non si
considerava che la Sicilia non sempre nè per molti
era centro d'affari, e che per venirci occorreva una gran
forza d'abnegazione, una ferma volontà e quattrini da
spendere.

Pochi quindi ci venivano, e non tali che ad una
industria sicuramente lucrosa incoraggiassero i paesani,
pei quali, peraltro, in ragione della indole e delle abitudini,
il tornaconto della impresa industriale, manifatturiera,
commerciale che si tenti, dev'esser certo,
largo ed immediato.

Solo un accorto tedesco, nel secolo XIX, capì la
[pg!178]
cosa e con molto senso pratico osservò: «Quello che
gli Inglesi chiamano *comforts*, si cercherebbe invano in
Sicilia.... È invece da maravigliare che non si stia peggio.
Se non vi sono alberghi, gli è che non vi sono viaggiatori:
e chi viaggia non cerca albergo, e va a casa sua
o a casa d'amici. Il popolo basso non viaggia punto....
Come possono le osterie esser bene assestate, se esse
vengono visitate di rado da viaggiatori, almeno da
Siciliani? Quando un Siciliano di conto si mette in
viaggio, porta con sè quasi tutto l'occorrente; un corriere
lo precede per mettere in assetto il quartiere da
notte nel vuoto palazzo d'un ricco amico; il signore
viene trasportato, in lettiga chiusa, da agili muli a
grandi giornate, e trova tutti pronti al suo arrivo. Le
persone del ceto medio hanno come da noi [tedeschi]
raccomandazioni presso i loro conoscenti nei paesi vicini;
la classe infima non viaggia quasi punto, o dorme di
convento in convento. Aggiungi un'altra circostanza: i
paesi importanti sono nelle coste, dove si può andare
in barca, e dove i disagi son sempre minori di quelli
per terra. Nel nostro lungo viaggio a traverso l'Isola,
il quale da Palermo a Messina non è stato meno di
150 miglia e mezzo tedesche, noi abbiamo potuto incontrare
forse tre o quattro lettighe, solo con alti dignitarî
ecclesiastici in giro per le loro diocesi» [#]_.

.. [#] *Wanderungen*, p. 338.

E questo, nientemeno, nel 1822, dopo trenta anni
che il Rezzonico avea scritto: «Manca in una sì chiara
città una buona locanda, perchè mancano i forestieri:
e così per tutta la Sicilia fino a Siracusa» [#]_.

.. [#] Vol. I, pag. 3.

[pg!179]

In Palermo però, anche ab antico, le cose andavano
diversamente [#]_. Paesani e forestieri che potessero
spendere, vi trovavano un albergo superiore ad
altri (così almeno dice Hager) del Continente, e nel
quale si poteva stare con una certa comodità: era quello
di una signora provenzale, presso Porta Felice, dirimpetto
alla Casa dei Teatini, ora Archivio di Stato. Quivi
per mezzo secolo, dalla metà del settecento, presero
alloggio non solo i principali benestanti dell'Isola che
non avessero parenti od amici dove albergare in Palermo,
ma anche gli stranieri più illustri. Conosciuto per un
breve ricordo del Villabianca [#]_, esso accolse, tra gli
altri, Brydone nel 1770, Sonnini nel 1777, de Saint-Non
nel 1782. Ora una lapide murata sul portone, ricorda
che

.. class:: center

   | GIOVANNI VOLFANGO GOETHE
   | DURANTE IL SUO SOGGIORNO A PALERMO
   | NEL 1787
   | DIMORÒ IN QUESTA CASA
   | ALLORA PUBBLICO ALBERGO.

.. [#] Esempio: in una pergamena del Tabulario del soppresso
   ospedale di S. Bartolomeo in Palermo, in data del 7 Aprile 1417,
   Xª indizione, parlandosi della vendita d'un grande albergo,
   in contrada S. Biagio (Palermo), e descrivendosene i varî
   corpi, lo si specifica: *cum cortilibus, cammaris et aliis domibus
   cohopertis et discopertis* (terrazze). :small-caps:`A. Flandina`, *La sala delle
   dame in Palermo*, p. 5. Palermo, 1799.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. II, pp. 70-71,
   scriveva: «Madama di Montagna. Locanda nobile nel Cassaro
   morto del braccio Kalsa. Viene conosciuta sotto il nome
   di locanda di Madama di Montagna, ch'è appunto la degna
   dama che la mantiene. Questa è l'unica locanda che ha somiglianza con le locande di fuori regno, e in conseguenza vi
   prendono stanza tutti i forestieri e gran signori, che vengono
   in Palermo per diletto di viaggiare».

[pg!180]

Piccanti le osservazioni del Brydone intorno a questa
locandiera, Madama de Montaigne, al cui ritratto
l'arguto giovane inglese consacrava alcune pagine. «Non
essendovi se non un solo albergo in Palermo, noi [Brydone
ed un suo amico, compagno di viaggio] dovemmo
accettare le condizioni che ci vennero fatte: cinque
ducati al giorno. Siamo alloggiati poco comodamente;
ma è questo il primo albergo che abbiamo in vista in
Sicilia, e, difatti, può dirsi l'unico in tutta l'Isola.

«Lo tiene una francese chiacchierona e fastidiosa,
la quale io temo ci debba dare molto fastidio; non c'è
verso di tenerla fuori le nostre camere, e non viene
mai senza raccontarci che il principe tale e il duca tal altro
furono sommamente lieti di stare da lei. Ci è facile
capire che tutti quanti dovessero essere cotti di lei;
la quale perciò pare si abbia a male che non lo siamo
anche noi. Mi è stato giocoforza dirle che noi siamo
gente molto ritirata, e che la compagnia non ci piace
abbastanza; onde essa, come io mi sono accorto, non
ci tiene più in pregio; e questa mattina (19 Giugno 1770)
traversando io, senza dirle parola, la cucina, la ho sentita
esclamare: *Ah mon Dieu! comme ces anglois sont
sauvages!* Io credo che dovremmo avere per lei maggiori
attenzioni, altrimenti ci vedremo aumentar la
pigione. Ma la è grassa come un maiale e brutta quanto
il diavolo, e s'imbelletta talmente le due grosse gote
che si direbbe essersi intonacata di Marocco rosso».

Brydone prosegue la sua descrizione fermandosi
[pg!181]
sui ritratti di lei e del marito attaccati alle pareti della
stanza di lui e sopra un certo scambio di parole tra
lui e lei, la quale avrebbe dato il tema di quei ritratti
al pittore; e conclude:

«Benchè sia stata vent'anni qui, madama è restata
così perfettamente francese come se non fosse mai
uscita da Parigi, e guarda da alto in basso e con grande
disprezzo ogni donna di Palermo sol perchè le palermitane
non hanno mai avuto la fortuna di vedere quella
capitale, nè di udirne la musica sublime dell'Opera» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXI.

Questo severo giudizio sull'albergatrice d'allora in
Palermo fu alcuni anni dopo comunicato in francese
a lei stessa da un suo connazionale, l'ingegnere Sonnini.
«Madama montò in collera, e dimostrò (parla il Sonnini)
che Brydone s'era male apposto giudicandola una chiacchierona;
e mi raccontò certi aneddotuzzi, pei quali
aveva dovuto pregare l'inglese di procurarsi un altro
alloggio; ed essa mi fece in proposito un capitolo altrettanto
lungo quanto quello di Brydone» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Sonnini`, *Voyage*, ch. IV.

Sicchè si conferma anche qui l'antico avvertimento
morale, che bisogna sentire da tutte e due le orecchie.

Ad evitare pettegolezzi, lasciamo dunque la locanda
della signora de Montaigne; ma, gittando un'occhiata
all'ultimo piano di essa ed ai balconi che danno nel
Cassaro, noi, con gli occhi della mente, vediamo ancora
il giovane Goethe sulla terrazza, estasiato nel godimento
del mare, del cielo e del Pellegrino, ch'egli non
cessa di proclamare il più bel promontorio del mondo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. del 3 Aprile 1787.

[pg!182]

In occasioni eccezionali quest'albergo non bastava,
e si era costretti a ricorrere ad altri, quanto, oh quanto
diversi!

L'Ab. Richard de Saint-Non, giunto a Palermo
coi suoi amici artisti il 2 Luglio 1778, trovò le locande
affollate di forestieri venuti a vedere le imminenti feste
di S. Rosalia. «Noi, egli dice, non potemmo alloggiare
là dove ci si era proposto di andare, in un albergo tenuto
da una francese, che è il conforto ordinario dei viaggiatori
a Palermo; ma lo fummo in una casa che dà sul
porto vecchio».

Quale poteva essere questa casa? Ce lo dice la
tradizione. Da più d'un secolo la *Locanda del Commercio*,
a Porta Carbone, sulla Cala (porto vecchio) riceve
provinciali e forestieri di assai modesta condizione.

Ora, sia questa dell'Abate francese, sia quella del
cav. viennese de Mayer, fatto è che mitissime ne erano
le spese, e non solo nella Capitale, ma anche in Messina,
in Catania e, in generale, in tutta l'Isola [#]_.

.. [#] :small-caps:`R. De Saint-Non`, *Voyage*, t. IV, p. 139. — :small-caps:`De M[ayer]`,
   *Voyage*, p. 212.

Poichè tanto di quest'argomento degli alberghi,
quanto di altri simili non è stato scritto nulla finora,
ci si consenta di aggiungere, sorpassando il settecento,
che il posto di Madama de Montaigne fu preso dall'*Albergo
della Gran Bretagna* nella Piazza Marina, che
avea balconi sul Cassaro, a pochi passi della Chiesa
della Catena. Nessuno ne dice male; anzi il tedesco G.,
che si divertiva tanto a guardare la gente andare avanti
e indietro, ne dice molto bene.
[pg!183]

La locanda di Tegoni sulla medesima piazza, là
dove sorse molto più tardi l'«Hôtel d'Italie», divenne
la principale del suo tempo. Durante la rivoluzione
del 1820 vi stette il Generale Church [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Bernardis`, *Rivoluzione di Palermo del 1820 espressa
   in diciotto incisioni*.

I Siciliani che si recavano a Palermo, o eran dei
signori, ed avevano dove andare; o eran dei miseri
mortali, e cercavano le locande d'infimo ordine, delle
quali la città era fin troppo provvista. Dicendo *locande*,
noi intendiamo le meschine, poco decenti stamberghe
di Lattarini; dove anche nel settecento erano accentrate,
e, come ai dì nostri, frequentate dai provinciali
che venivano per liti in tribunali, per contrattazioni
con proprietari e signori, per compre e vendite. Ma
altre ve ne avea un po' qua, un po' là: nel piano della
Fonderia, alla Fieravecchia, presso la parrocchia di
S. Giacomo, proprietà della Chiesa di S. Maria la Nuova,
del convento di S. Domenico, di Asdrubale Termine
di Vatticani e dello Spedale grande e nuovo.

E lì, a Lattarini, mettevano le vie dei Bordonari
(*mulattieri*) e dei Cavallari, gente che viveva guidando
bestie da soma e da tiro. Aggirandoci per tutta la contrada,
noi possiamo anche oggi riconoscere il fondaco
d'Agnuni, quello dell'Oglio o fondaco grande o del Sù
Rosario, il fondaco piccolo dell'Oglio e, per non dire
d'altro, quello della Calata dello Spedale grande all'Albergaria
e di S. Cosimo a Siralcadi.

Quali le difficoltà del viaggio, tali quelle del carteggio.

Per limitato che fosse l'uso dello scrivere, ai bisogni
[pg!184]
più comuni esso non poteva mancare. Tra Napoli e
Palermo la corrispondenza era attiva; più attiva però
quella tra i varî paesi dell'Isola, specialmente con la
Capitale, alla quale per ogni ragione di negozî tutti
si rivolgevano.... V'erano i *serii*, o corrieri espressi,
per affari urgentissimi; ma non tutti potevano permettersi
la spesa occorrente, e si era costretti a far capo
alla correria ufficiale (posta), che a periodi partiva
ed a periodi avrebbe dovuto arrivare.

Esiste a Palermo anche oggi, innanzi il palazzo
Bosco di Cattolica, una piazzuola detta della *Correria
vecchia*. Quivi fino al 1734 fu la posta dei corrieri, donde
in quell'anno passò al Piano dei Bologni, nel Palazzo
de' Villafranca, i cui padroni aveano il diritto ed il
privilegio della correria. Andate ad immaginare un servizio
pubblico di questo genere in mano a privati, per
quanto egregi e rispettabili come i Villafranca! Eppure
altro che questo si vedeva nei tempi andati! nei quali,
ufficî e dignità retribuite erano non di rado concesse
contro pagamento, costituendo un vero e proprio privilegio.
Il Governo spagnuolo spillava danaro da tutte
le parti ed in tutte le guise, e quando la Casa Alliata
de' Principi di Villafranca, per avere il monopolio dei
servigi postali, offrì a Carlo VI cinquantamila fiorini
contanti e centomila in soggiogazioni, Carlo non esitò
un istante ed intascò bel bello quei cinquantamila.

«Nei primi tempi del viceregno del Caracciolo s'intesero
lagnanze circa il servizio di correria. Pieghi disserrati
e di nuovo chiusi, attrassi (ritardi) di consegna
di lettere per replicati procacci cagionarono risentimenti.
Il Duca Pietro Alliata e Gaetani, Luogotenente
[pg!185]
allora di Corriere maggiore del Regno, fu accusato
d'indolenza dal Caracciolo alla Corte di Napoli. La
verità è che si vollero rimettere in campo i diritti inalienabili
del Demanio, il potere regio, per sottrarlo
alla Casa Villafranca». Questa si difese, ed il Governo
dovette provvisoriamente pagarle la cospicua somma
di 92,000 ducati prima di poter prendere per conto
suo l'esercizio di corrispondenza, che si affrettò a concedere
ad appalto ritraendone un profitto annuale tra
le undici e le quattordici mila onze [#]_. La gazzetta degli
*Avvisi* di Napoli, in uno dei suoi numeri del 1786, scrivea
che il Principe di Villafranca si era rassegnato ai voleri
del Sovrano, e soggiungeva:

.. [#] :small-caps:`Ortolani`, *Sulle antiche e moderne tasse della Sicilia*,
   p. 49. Palermo, 1813.

«La posta in Sicilia sta per mettersi sopra un
piede molto più rispettabile e più vantaggioso per la
nazione. Le lettere del lato orientale per Napoli non
aspetteranno sette giorni a Messina; quelle di città
vicine come Alicata e Terranova non attenderanno quaranta
giorni per le risposte, e procacci pubblici assicureranno
il trasporto interno delle merci».

E cominciava la riforma.

La Posta dal palazzo Villafranca passava all'Ospizio
degli arcivescovi di Monreale, nella casa, cioè, di S. Cataldo
di fronte all'attuale Università degli Studî ed
al lato meridionale del palazzo pretorio. Giuseppe Gargano
veniva nominato primo ministro di posta e Luogotenente
di Corriere maggiore pel Governo (questo Gargano
era il Segretario del Vicerè). I corrieri dalla livrea
[pg!186]
di Casa Alliata passavano alla divisa (montura) turchina
e rossa come le truppe, con una placca d'argento sul
petto, rappresentante le armi regie, ed uno sciabolotto
a fianco. Nel palazzo Villafranca rimaneva soltanto, e
rimane anche oggi, l'archivio della correria di tutta
la Sicilia e la vecchia buca delle lettere, che forse nessuno
ha mai veduta.

Il dì 7 Aprile del 1787, Sabato Santo, la gente
si accalcava innanzi ad un foglio di carta attaccato
alla porta nel nuovo ufficio, nel quale era quest'avviso
manoscritto:

«L'Officina della distribuzione delle Lettere del Regno
in tutti giorni della Settimana, fuori del Sabato,
resterà aperta la mattina per tre ore sino al mezzogiorno,
e il dopopranzo dalle ore 21 sino alle 23. L'Officina
delle Lettere di fuori Regno resterà aperta per
tre giorni consecutivi dopo l'arrivo della Staffetta nelle
ore della mattina e del dopo pranzo come sopra dinotate,
e negli altri giorni solo dopo pranzo dalle ore 21 sino
alle ore 23» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* inedito, 1787, p. 127. Vedi pure
   :small-caps:`Torremuzza`, *Giornale della città di Palermo*, p. 234. Ms. Qq.
   H, 2 della Bibl. Com. di Palermo.

Era una riforma anche questa, che segnava un
gran passo nella vita commerciale privata e pubblica.

Una nota del Marzo 1799 in Villabianca ci fa sapere
che per la guerra di Napoli il Re era servito da due
pacchetti accompagnati da fregate e navi da guerra
che da Palermo andavano a Livorno, «luogo di correria
per l'Europa». La posta partiva ogni quindici
giorni, di giovedì. La lettera pagava in ragione del
[pg!187]
suo peso e della distanza che dovea percorrere. Il peso
era rappresentato dal foglio; e la tariffa minuta era
tassativa per le lettere di mezzo foglio, un foglio, un foglio
e mezzo, due fogli, e un'oncia (grammi 25) di peso.
La lettera da un solo foglio per Roma pagava 36 bajocchi;
per l'Italia, 48; per Germania, Inghilterra, Olanda,
60; per la Spagna, 96; per Costantinopoli, 128 [#]_: il che
vuol dire che la tassa di una lettera ordinaria costituiva
il guadagno d'una, due giornate d'un maestro, d'un
impiegato!

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., pp. 327-28.

Nè c'è da dire che codesta gravezza di spesa fosse
la conseguenza immediata della guerra; perchè, come
per lo innanzi, così anche dopo, essa rimaneva la medesima.
Ed ecco perchè le lettere costituivano un contrabbando:
ed il trovarne addosso ai viaggiatori in
vettura corriera dava ragione a multe.
[pg!188]

.. toc-entry:: XII. Portantine e carrozze.

:small-caps:`Capitolo XII.`
===========================

.. class:: center large

*PORTANTINE E CARROZZE.*

Chi si fosse messo a percorrere le vie principali
della città, facendo una punta alla Marina e, in certe
ore del giorno, fuori altre porte della città, si sarebbe
sempre incontrato in portantine, o sedie volanti, o
seggette, come vogliamo chiamarle.

Chi oggi fa di queste una medesima cosa con le
lettighe, cade in un grosso errore. È vero, sì, che le
une e le altre avevano stretta somiglianza di forma;
ma diverse ne erano le proporzioni, diversi i trasportatori,
diverso l'uso. Quelle erano per una sola persona;
queste per due e, in ragione, il doppio; quelle per affari,
per visite, per passeggiate; queste per viaggi più o
meno lunghi; la sedia era portata a mano da uomini;
la lettiga caricata da animali.

Le portantine però avevano comune con la lettiga
e con la carrozza la qualità padronale e da nolo.

Diremo partitamente di esse.

La padronale era un'eleganza di fregi e dorature
allo esterno, di ricche stoffe all'interno: le facoltà di
chi la possedeva si traducevano nel maggiore o minor
lusso. Dalla portantina della famiglia Sperlinga a quella
[pg!189]
di casa Trabia, quali esse ci son giunte, è una scala
ascendente di particolarità l'una più bella dell'altra;
imperciocchè dal severo rivestimento in pelle nera sparsa
di borchie indorate dell'una, alla smagliante decorazione
dell'altra, quali e quante gradazioni! Le quattro
fiammoline della prima, sprigionantisi dagli angoli, quasi
a difesa dell'aquila del centro, figurano come i puttini,
i piccoli mostri in giro della seconda, ripetentisi venti,
trenta volte innanzi, dietro, ai lati, nello sportello,
nelle maniglie e perfino ai piedi: e non è spazio libero
che si sottragga ad un ghirigoro, ad un arabesco qualsiasi,
scolpito, intagliato, messo lì per incorniciare, nobilitandoli,
quadri mitologici di Aurore, Nettuni, Sirene,
Satiri, Genietti dipinti, o quasi miniati.

Rivaleggiano con questa, senza vincerla, altre portantine,
dove la profusione degli ornati, congiunta alla
gaiezza delle figure simboliche, inebbriatisi al profumo
dei fiori onde s'inghirlandano, è tutta gaiezza d'arte.

Dentro, altre bellezze, altre eleganze. Difese a destra,
a sinistra, di fronte, da tersi cristalli, riparate
da rosee tendine, sopra soffici cuscinetti e molli spalliere
dal colore blasonico del casato, sotto seriche bande,
che da su in giù si aprono come a far largo ad una candida
testolina nell'angustissimo spazio di broccati, frange,
trine d'oro, stanno solennemente adagiate dame di grande
levatura.

Pallido il viso, largamente scollata in alto la veste,
stretta in basso per fascette che a tante grazie ammezzano
il respiro, ed a chi guardi fan sognare voluttuose
penombre, queste regine della nobiltà raccolgono
inchini e riverenze dei passanti.
[pg!190]

Nè solo per diporto s'incontrano nelle feste profane
ordinarie, ma anche per occasioni eccezionali e rare
e per ricorrenze sacre e religiose. Una delle quali è quella
della visita dei *Sepolcri* in date chiese, nella quali la
esposizione del Cristo morto, nel Giovedì Santo, ha
l'attrattiva di artistici tappeti di sabbia, di composizioni
di fiori di passione, di rappresentazioni sacre,
di splendide mostre di vasellame d'argento. Il Senato
ha le carrozze sontuose che già conosciamo, ma di portantine
si serve eccezionalmente per la gita al Monte
Pellegrino nella festa delle quarantore dentro la grotta
del Santuario. Queste portantine non son sue; forse
appartengono al Pretore, o a qualcuno dei Senatori, o
ad altri che si pregiano di metterle a sua disposizione
per occasioni così solenni. Ne ha la Corte del Vicerè,
come la Corte dell'Arcivescovo; ne hanno le più aristocratiche
famiglie, come qualche ricca casa del ceto
civile; ne hanno Valguarnera, Castelnuovo, Regalmici,
Belmonte, Partanna, S. Marco, Cassaro, Paternò, Sandoval
ed altri ed altri assai.

Mano mano che dalle alte si scende alle medie
sfere, lo splendore scema, e gli stemmi si riducono a
semplici velleità emblematiche.

La tradizione parla di sedie volanti nei conventi
e nei monasteri. Dei Domenicani ne ricorda una, ad
uso di non so qual P. Maestro, forse supremo dignitario,
e probabilmente della Inquisizione prima del 1782.
Portava dipinto l'emblema dell'Ordine: un cane con
una fiaccola accesa in bocca e varî motti biblici, tra'
quali: *Quis ascendit in montem sanctum Domini?* da
un lato; e dall'altro: *Innocens manibus et mundo corde*.
[pg!191]

Questa portantina non vuol far dimenticare la famosa
carrozza del terribile Tribunale, stata ceduta al
Senato [#]_.

.. [#] Vedi a p. [pg 76]_ del presente volume, e :small-caps:`L. M. Majorca
   Mortillaro`, *Lettighe e Portantine*, 2ª edizione, p. 79. Palermo,
   1901.

La tradizione ricorda pure portantine nei monasteri
della Pietà, delle Stimmate, di S. Vito, della Concezione,
usate pel trasporto ed anche per diporto di
superiore e, in casi d'inabilità fisica, di semplici suore
nei giardini e nei baluardi facienti parte dell'edificio [#]_.

.. [#] Quando alcuni anni fa, il dì 4 Settembre 1899, il Cardinal
   Celesia volle recarsi al Santuario della Patrona di Palermo,
   la portantina venne apprestata dalle nobili suore del Monastero
   di S. Caterina. Vedi *Sicilia Cattolica*, 5 Settembre, 1899.

Nella portantina comune o da nolo l'ornamento
mancava del tutto. Lo scintillio delle dorature cedeva
al nero della pelle rasa. Gli usi diversi a tutto piegavano,
fuori che a quello del semplice diporto. Qualche
medico se ne serviva per le ordinarie sue visite; qualche
magistrato per accessi giudiziarî; i predicatori per
recarsi in chiesa e da chiesa a casa. A quando a quando
un delinquente, sotto valida scorta, vi era chiuso dentro
e portato in carcere; così del pari certi ammalati gravi
dal carcere (Vicaria), prima che la infermeria vi fosse
costruita, all'Ospedale grande e nuovo. I becchini poi
vi ficcavan per forza e vi raccomandavano con corregge
alla vita cadaveri da condurre ai Cappuccini, od al
cimitero comune.

Potremmo esaminare uno per uno questi diversi
stridenti ufficî; ma troppo ci dilungheremmo; l'opportunità
[pg!192]
però di certe coincidenze non ci dispenserà da
notare debitori e falliti essere stati accolti in seggette
fiancheggiate da poliziotti, e, come un tempo alla pietra
del vitupero, condotti alle prigioni [#]_; carnefici in espiazione
di pena, portati sotto custodia in una piazza a
giustiziare un condannato, e levatrici in tutta pompa
a battezzar neonati. Nella farsa *Li Palermitani in festa*,
quando nel cuore della notte Nòfrio va a bussare all'uscio
di Tòfalo, perchè si levi, essendo improvvisamente
giunto il Re (Ferdinando III), Tòfalo esclama:

.. [#] È noto che anche in Sicilia fu in uso la pena del vitupero
   inflitta ai falliti. Costoro dovevano, non occorre qui ricordare
   in che forma indecente, in mezzo a pubblico tutt'altro
   che afflitto, sedere sulla pietra della vergogna. Ricordo dell'indegna
   usanza è la frase tuttora viva, ma non da tutti compresa:
   *Dari lu.... a la balata*, la quale significa: fallire, ridursi
   sul lastrico.
..

   | *Seggia* a st'ura? ch'è medicu, o mammana?
   | O runna chi a qualcunu s'attapància? [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 189. Significato di questi versi: una
   portantina a quest'ora? sarà un medico, o una mammana?
   o una ronda che acciuffi (catturi) qualcuno?

Il Dr. Hager, che trovò molto comune anche in
Palermo la seggetta, si maravigliava che l'uso la estendesse
al trasporto dei morti non meno che dei vivi.
Quasi ogni giorno egli vide sedie portatili per cortei
funebri, nelle quali però, al primo suo giunger tra noi,
nulla gli era parso di scorgere. Un aneddoto in proposito
fa parte di altro capitolo di questo libro [#]_, e spiega
perchè il colto orientalista non volle mai entrare, finchè
[pg!193]
stette tra noi, in cosiffatte sedie, e molto meno mettervi
piede. Galt notò l'uso anche lui, e se ne ricordò sempre [#]_.

.. [#] *Lutti di corte, di nobili,* ecc.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *op. cit.*, pp. 118-119. — :small-caps:`Galt`, p. 50.

E pensare che in questo arnese, proprio in questo
medesimo arnese, il Venerdì Santo, i cappellani delle
parrocchie si facevano condurre alla Cattedrale a prendere
l'olio santo per la Estrema Unzione da somministrare
ai moribondi durante l'anno!... Costume, questo,
che parrebbe stato introdotto nella Settimana Santa
del 1777 per rispetto all'altro, pietoso, di non andare
in carrozza per la città nel giorno commemorativo
della Passione di G. Cristo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, v. XXVI, 75. — :small-caps:`Pitrè`, *Spettacoli
   e Feste*, p. 213.

Secondo le sedie, i portantini. La differenza tra
padronali e da nolo costituiva due classi diverse di
seggettieri; quelli da nolo facevan parte da sè; si associavano
nella devozione dei loro santi protettori Euno
e Giuliano, componendo la confraternita di *S. Uniu*,
e abitavano vicoli che prendevano nome da loro a Ballarò
ed al Capo [#]_. La vecchia e non più ribattezzata
«Via delle sedie volanti», che si apre di fronte alla
chiesa S. Cosmo, era loro abitazione e posto de' loro
veicoli.

.. [#] A Ballarò era *vicolo dei Seggettieri* quello che adesso
   si chiama *Ant. Lomonaco Ciaccio*. Al Capo è sempre il *Vicolo
   dei Seggettieri*, che sbocca sulla via Cappuccinelle.

   Pei lettighieri poi, ricordati nel capo X, giova avvertire
   che, come essi facevano una specie di maestranza per sè,
   così da loro prendevano nome la *Via delle lettighe* ed il *Vicolo
   dei lettighieri*.

Facchini nati e cresciuti, i portantini erano rotti
[pg!194]
a qualunque strapazzo del mestiere: e, la cinghia alla
nuca, le estremità della cinghia e le mani alle aste,
si addossavano il gran carico, ansando e sudando come....
bestie. Da ciò il loro soprannome di *mastru* o *vastasu
di cinga* (facchino da cinghia), il quale, ridotto a quello
semplicissimo di *cinga*, è giunto fino a noi, in un traslato
di dispregio di uomo che faccia e goda di fare
atti incivili e bassi della peggiore specie.

D'altra condotta e foggia i portantini padronali.
Come parte del servitorame d'una nobile casa vegetavano
nelle anticamere, e conoscevano a menadito tutte
le forme della buona creanza e del *bon ton*. Ad un cenno
di Sua Eccellenza la Principessa, o la Duchessa, o la
Marchesa, e quando occorresse, di sua Eccellenza il
Principe, o il Duca, o il Marchese, erano in completo
assetto di livrea, parrucca, nicchio gallonato; assetto
oh quanto scomodo, che rendeva loro difficile il servizio,
cui non bastavano ad alleviare aste artisticamente intagliate,
nè cinghie vellutate, come le catene d'oro
non renderebbero meno penosi i dolori della schiavitù.

Di sera, quando portavano a veglie ed a festini
la dama, si aggiungeva loro un numero di sei, otto
paggi, che reggevano torce accese, le quali essi, appena
arrivati nel vetusto palazzo, si affrettavano a spegnere
nei buchi nascosti dietro le porte dei vestiboli.

Bella o brutta che fosse la portantina, l'andarvi
dentro per affari costava. Un *viaggio*, o per dir meglio,
una corsa pel Cassaro o per la Strada Nuova pagavasi
due, tre tarì; poco o molto di più fuori città: spesa
non a tutti consentita dal proprio bilancio. C'erano,
è vero, i carrozzini; ma in paragone delle molte e molte
[pg!195]
sedie volanti, e del gran numero di carrozze signorili,
potevano dirsi pochissimi, o bisognava contentarsi di
quelli del noto *Vituzzu*.

In tanta scarsezza, un giorno, certo Antonio Bruno,
accorto commerciante, concepisce un'idea ardita per
allora, ma pratica; quella di acquistare un numero di
carrozzelle nuove e di metterle a disposizione del pubblico;
pagamento d'una corsa, un tarì (cent. 42). Fu una
gran pensata! Il pubblico le accolse con gran favore,
e dal prezzo veramente medio del *tarì* o *tariclu* prese
a chiamarle *tarioli*.

Se non che, la nuova impresa non poteva non danneggiare
l'antica delle portantine, e dal primo apparire
dei tarioli i lettighieri se ne risentirono. Si principiò
col sorriso del giocatore che perde; seguì la derisione
dei cocchieri dei tarioli, e quando gl'interessi del mestiere
cominciarono, col considerevole sviluppo dei nuovi
veicoli, a pericolare, vennero gl'insulti, le ingiurie, i
battibecchi, le zuffe, a sedar le quali occorse l'intervento
della Polizia. I tarioli si moltiplicarono; nel solo Piano
della Marina, rimpetto la Vicaria, sotto le torve occhiate
dei portantini della vicina *posta*, se ne contarono fino
a trenta il giorno. Nel 1785 i trenta erano ottantacinque,
e due anni dopo, centoventuno, che, secondo una opportuna
ordinanza del Capitan Giustiziere, portavano già
segnato in cassetta il numero progressivo del ruolo [#]_.
Oltre i *fiacres* ordinarî, erano nel medesimo Piano calessini
[pg!196]
a due ruote, coi quali, come a Napoli, si poteva
andare in mezzo alla più fitta popolazione [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII. :small-caps:`G. Alessi`,
   *Prontuario di alcune noterelle ammassate brevemente alla rinfusa*,
   n. 6. ms. Qq. 15 7 della Bibl. Com. di Palermo.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 117.

L'uso di questi e di altrettali veicoli divenne così
comune che forse più non si sarebbe potuto, date le
condizioni topografiche della città ed i bisogni degli
uomini d'affari. Questo stesso avvenne fuori Palermo.
Il *Giornale di Commercio* ed il *Giornale di Sicilia* ne
annunziavano sempre qualcuno in partenza per Partinico,
indicando posti vuoti per passeggieri che volessero
profittarne. N'erano proprietarî, ciascuno per proprio
conto, Matteo D'Aquila e Girolamo Montalbano.
Quest'ultimo nome è giunto fino a noi come ditta di
carrozze corriere per l'Isola, e specialmente di carrozze
per la città, ed è finito in quell'azzimato nanerottolo
che nella sua altezza di una spanna, colla sua posa di
personaggio importante, esigeva rispetto (e se lo faceva
portare) da chi potesse aver la tentazione di ridergli
in faccia al solo vederlo.

Carrozze si annunziavano anche in vendita: e le
offerte giornaliere erano di carrozzini, di calessi come
di «\ *vis-à-vis* con aste di ferro», di berlingotti, di «carrozzini
di gala» e di «carrettelle per campagna, che si
chiudono intieramente» [#]_.

.. [#] Vedi *Giornale di Commercio* (1794) e *Giornale di Sicilia*,
   che tenne dietro ad esso.

Tanto favore, non nuovo nè eccezionale, è espressione
dell'indole palermitana molto proclive alla vanità
ed alle apparenze, e risponde alla condizione delle cose
del tempo ed allo spirito d'imitazione di ciò che facevano
gli altri, nel campo suggestivo della moda. La
[pg!197]
passione per le carrozze, quasi innata in molti Siciliani,
avea modo di affermarsi specialmente nella Nobiltà;
in seconda linea, nel ceto medio; quindi, in qualsivoglia
persona che avesse da poter comprare, o presumesse
mantenere un carrozzino pur che sia. Le cronache cittadine
abbondano di notizie su questo argomento, avvalorate
dalle relazioni dei viaggiatori. Due di questi,
senza essersi veduti nè intesi mai, nel medesimo tempo
(1777), trovarono «prodigioso il numero delle vetture».
Uno, l'abate de Saint Non, notava esser «così proprio
dei Palermitani il gusto di farsi portare, che la carrozza
era diventata oggetto di prima necessità in un clima
costantemente bello; godimento per godimento, spesso
ottenuto con sacrificio delle cose più utili alla vita» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, v. IV, part. I, p. 143.

Un altro, parlando del Cassaro e della Strada Nuova,
nella seconda metà di Maggio diceva: «La sera, il gran
numero di botteghe e di caffè illuminati, gli equipaggi
che vi corrono rischiarati da torce, la poveraglia che
vi preme, nella principale e più larga di queste strade
(intendi il Cassaro) vi richiama allo splendore ed al
fracasso della Via St. Honoré di Parigi. I Siciliani vanno
soltanto in carrozza; per una persona agiata non sarebbe
niente decente fare uso delle proprie gambe. Le vetture
sono moltissime, ed i forestieri possono procurarsene
di veramente buone per sette, otto franchi al giorno» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Sonnini`, *op. cit.*, t. I, p. 43.

La inclinazione alla carrozza, in gente che aveva
buone gambe, nel tempo che la città chiusa non girava
più di quattro miglia, e tutti gli affari si potevano sbrigare
[pg!198]
nelle poche vie maggiori, fu primamente rilevata
da Brydone, e fino a certo punto messa in dubbio da
de Borch; ma, per quello che diremo, è vera, verissima.

Il testimonio più sicuro del tempo, Villabianca,
sotto la data del 1782, scriveva: «Ai dì nostri il mantenimento
delle carrozze è un lusso de' nobili, credendo
il volgo doversi reputar soltanto cavaliere colui che
ha carrozza e non va a piedi come le persone minute».
Ecco adunque la vettura segno manifesto di ricchezza.
«Cangiano i tempi (continua il sincero, ma aristocratico
diarista), e sempre più invade la moda corrente di tener
carrozze per far mostra ognuno di sua nobiltà e del
carattere di sua persona, se non vogliam dire per una
forza di frenesia che ha invaso le persone degl'ignobili e
molto più coloro che per la ristrettezza degli averi non
potrebbero farlo [com'è vero quel che trovò de Saint-Non
su questo godimento, ottenuto col sacrificio delle
cose più utili!...]; il che può bene compararsi all'antica
moda, che è oggi in disuso, di mantener schiavi in servizio
di lor casa» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 410.

I dati statistici confermano questa notizia.

Fino al 1647 soltanto le dame della prima aristocrazia
si servivano della carrozza. Gli uomini andavano
a cavallo, ed i ministri regi del Sacro Consiglio,
i Presidenti ed i giudici, in chinea bianca, preceduti
da valletti e con gli algozini a fianco, che portavan alto
le verghe della potestà. Ebbene: fino a quell'anno le
carrozze non erano più di 72. Un secolo e trentacinque
anni dopo, nel 1782, erano più che decuplicate: 784!
[pg!199]
senza, contare le timonelle, le carrozze dei militari,
dei signori regnicoli (provinciali), e non so quali altri
veicoli del genere.

Questa la ragione dell'eccesso di vetture notato
dagli stranieri.

Eppure esso sarebbe stato comportabile, anche nel
suo movimento vertiginoso, se gravi inconvenienti non
lo avessero accompagnato nelle solite vie maggiori.
Cocchieri padronali che voglion sopraffare cocchieri da
nolo; padroni che lasciano soverchiare, anzi impongono
ai loro cocchieri che soverchino il pubblico dei
pedoni e passino primi ed oltre, quali che i pedoni siano;
carrozze e portantine che si fermano a tutto comodo
ed a tutta jattanza di chi vi è dentro, od escon dalle
file prescritte dall'autorità, invadendo il limitato spazio
ed arrestando il passaggio, non pur loro, ma anche di
quanti debbono o vogliono andare a piedi: ecco quello
che si vede tuttodì. Ciò che oggi si dice *'mbrogghiu di
carrozzi* (inviluppo, confusione; impedimento di libero
corso) trae appunto da questo abuso, che nè raccomandazioni,
nè minacce, nè punizioni, nè multe riuscivano
ad infrenare [#]_.

.. [#] Vedi in proposito il bando viceregio di Marcantonio
   Colonna di Stigliani in data del 12 Settembre 1777, che ne
   richiama un altro del 23 Giugno 1767.

   D'altro ordine sono le disposizioni del Senato pel tragitto
   per le feste di S. Rosalia, del Senato pel passeggio e le fermate
   delle carrozze, dei calessini, delle sedie volanti, delle
   persone a cavallo nel Cassaro per le feste di S. Rosalia. Notiamo,
   p. e., quella del 10 Luglio 1796.

Di siffatta jattanza volle trarre partito per migliorare
[pg!200]
certe vie della città, battute di continuo da veicoli
e da uomini, il Vicerè Caracciolo.

Amico di lui era il Regalmici, che non poteva non
approvarne le audacie edili; e di questi erano amici,
e del Vicerè ammiratori, il Sorrentino, il Prades, il
Castelnuovo, il Cefalà, sulla energia dei quali poteva
fare sicuro assegnamento.

Allora, guardando alle deplorevoli condizioni delle
strade ed al guasto che tuttodì veniva ad esse dalle
carrozze, pensò come da tanto male trarre altrettanto
bene: richiamò certa disposizione di una tassa annuale
di tre onze non prima applicata, e ne decretò l'attuazione
per la durata di soli quattr'anni, tassa da pagarsi
da tutti i padroni di carrozze. Ciascuna rata avrebbe
dato un introito di 2352 onze all'anno, e questa sarebbe
bastata al lastricamento di una parte delle vie Toledo
e Macqueda.

Dodici onze, per quanto scompartite, erano una
spesa, ed i proprietarî di carrozze si misero a sbraitare. — «A
buoni conti (mormoravano) che si pensa di fare
questo paglietta?... (*paglietta*, come si sa, nobili e civili
chiamavano il Caracciolo). Di punto in bianco vuole
aggiustare il mondo! Dopo di essersela presa con Dio
ed i Santi, viene a prendersela con la Nobiltà, solo
perchè essa ha delle carrozze». — «Sta a vedere (osservavano
altri) che il Cassaro, la Strada Nuova vanno
in rovina per noi! come se le carrozze delle Autorità
non sciupassero il pavimento esse pure!...». E con
queste ed altre querimonie molti si accordarono di
non cedere, o, tutt'al più, di cedere solo alla forza.

La Deputazione incaricata della nuova tassa, sicura
[pg!201]
dell'appoggio vicereale, si disponeva ad energiche risoluzioni.
Venne l'ora delle riscossioni, e mentre molti
imprecando pagavano, altri si rifiutavano bravando.
Allora s'impegnò una lotta accanita, ma disuguale;
piovvero le coerzioni giudiziarie. Il Governo, limitando
la libertà personale, che era sua recente preoccupazione,
faceva pegnorare molte carrozze: questa sorte toccò
anche alla Marchesa Geraci. Alle pegnorazioni seguirono
le vendite. Il Duca Colonna di Cesarò con gran
rumore e generale dispetto vide portata via la sua carrozza
alle Quattro Cantoniere, dove, tra perchè il provvedimento
pareva odioso e perchè la popolazione era
ostile, nessuno volle comperarla.

I ricorsi alla Corte di Napoli non tardarono: e la
Corte fece dare alla potente Marchesa soddisfazione
del pubblico affronto; ma permise sequestri alle rendite
dei morosi. I nobili ne sorrisero; i Deputati per le strade
sogghignarono; gli uni e gli altri in apparenza soddisfatti;
in sostanza scontenti, perchè, correggendo la
forma, il provvedimento regio lasciava le cose come
stavano.

Esenti dalla nuova tassa e quindi liete rimasero
le timonelle e i *carriaggi* comuni di persone del popolo.

Così davasi opera ai lastricati (*balatati*; 21 marzo
1782), che poi dovevano costituire la gloria non solo
del Regalmici, ma anche di altri Pretori.

Quasi contemporaneamente avveniva un fatto che
ha relazione col nostro argomento.

Menava gran vanto di sè una certa Unione di locatarî
di vetture e di cavalli, la quale accampava non
so che diritti di privativa concessi dal Senato. Un
[pg!202]
D. Vincenzo Bosio, rappresentante di essa, visto che gli
affari della Società non andavano bene, pensò di richiamarsene
al Vicerè.

Evidentemente D. Vincenzo non conosceva l'uomo:
e l'uomo, appena letto il ricorso e sentito il parere della
giunta dei Presidenti e del Consultore, scrisse al Senato
una delle sue taglienti lettere annunziandogli di avere
sciolta l'Unione, cancellati i capitoli di essa e conceduto
piena libertà ai privati di prendere a loro scelta vetture
e cavalli [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl*., v. XXVII, pp. 410-14. — *Provviste
   del Senato*, a. 1784-85, pp. 381-82, 468. — :small-caps:`D'Angelo`,
   *Giornale* ined., a. 1791, p. 7.

Torniamo alla tassa. Scorsero i quattr'anni prescritti,
e si sperava non se ne sarebbe più parlato; ma
essa venne inasprita con la inclusione di altri veicoli
non tenuti di conto dianzi. Il 16 marzo del 1786 si torna
a pubblicare il bando sopra le carrozze con la seguente
gradazione di imposta: carrozze padronali, onze tre;
birocci, timonelle, ossia *tarioli*, *canestri* a due cavalli
senza cocchiere, padronali o di affitto, due; *carriaggi*
ad un cavallo, carri da buoi, carretti, da città e da fuori,
onza una e tarì quindici; sedie volanti, onza una [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1796, p. 625.

Stavolta le mormorazioni dei nobili trovarono eco
tra' civili e tra' plebei, e nessuno potè negare che l'esempio
del Caracciolo era stato fatale anche alla povera
gente, che per un tozzo di pane dovea lavorare giorno
e notte all'aria aperta, alla pioggia, al sole, al vento,
e di questo scarso pane farne parte in danaro alla Deputazione
per le strade. Quello poi che toccava il colmo
[pg!203]
era la gravezza sulle seggette, per le quali incominciava
già la crisi della concorrenza dei *tarioli*, e la fatica era,
più che da uomini, da bestie.

La tassa rimase fissa per gli anni che seguirono,
e l'ottocento, sotto questo punto di vista, ereditò dal
settecento un introito sicuro di quasi tremila onze
all'anno.

Scorrendo la lista dei tassati per quartieri nel giugno
del 1801, sorprende la differenza tra alcuni di essi.
Quello di Siralcadi (Monte di Pietà) era 559 onze; quello
della Loggia (Castellammare), 645,15; l'altro dell'Albergaria
(Palazzo Reale), 650,15; quello, infine, della Kalsa
(Tribunali) 1071,15: totale 2926,15.

Donde tanta grazia d'involontarî contribuenti nel
quartiere dei pescatori della Kalsa? È chiaro: dal
maggior numero di signori che vi abitavano.
[pg!204]

.. toc-entry:: XIII. Abituale assenza dei proprietarî dalle loro terre. Triste condizione dei campagnuoli.

:small-caps:`Capitolo XIII.`
============================

.. class:: center large

*ABITUALE ASSENZA DEI PROPRIETARII DALLE LORO TERRE; TRISTE CONDIZIONE DEI CAMPAGNUOLI.*

Una barbara parola recente, *assenteismo*, risponde
alla inveterata abitudine di certi signori, di stare lontani
dalle terre o dalle tenute di loro proprietà.

Quest'abitudine, divenuta sistema, era ordinaria e
quasi comune. Vuoi per naturale ignavia, vuoi per
carezzevole inclinazione alle beatitudini dei grandi centri,
vuoi per difetto di sicurezza e di strade, essi abbandonavano
a gabelloti i loro fondi. Li abbandonavano
anche per altra ragione, o per altra serie di ragioni.
Villani poveri, spesso impossibilitati a pagare, anticipazioni
che occorreva far loro, lamenti sull'anno cattivo,
sulle piogge abbondanti, sulle inondazioni devastatrici,
sulle prolungate siccità; malsania insidiosa e letale di
lunghi tratti di terreni, distoglievano dal tenere per
proprio conto fondi, nei quali increscevole tornava loro
lo stare. I baroni riconobbero molto commodo essere
in relazione con una sola persona che pagava puntualmente
ed anche anticipatamente [#]_; si separarono dalla
[pg!205]
terra e dai coltivatori, e si ridussero nelle città inciprignendo
così una piaga già da lungo tempo aperta.

.. [#] :small-caps:`G. Salvioli`, *Il villanaggio in Sicilia e la sua abolizione*,
   p. 25. Roma, 1902.

I viaggiatori più spassionati, giungendo da Messina
o da altri paesi dell'Isola per via di terra a Palermo,
ne rimanevano impressionati, e non potevano non prenderne
nota. «Noi trovammo, dice de Saint-Non, i nostri
baroni palermitani passare voluttuosamente la vita in
molle e dolce ozio mangiando a due palmenti il prodotto
di quella loro terra che essi non visitarono mai» [#]_. Il
naturalista Stolberg, fermandosi un giorno (4 giugno
1792) nell'ampio, abbandonato palazzo del Marchese
di S. Croce, di qua da Mongerbino, messosi a conversare
con l'ospitale castaldo, potè per sicure informazioni
scrivere che «questi palazzi non hanno mai visti i loro
proprietari: e che vi son baroni, morti senza aver mai
visitati i loro beni» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, v. IV, I. part., p. 156.

.. [#] :small-caps:`Zu Stolberg`, *Reise*, III, p. 316.

A siffatti inconvenienti alludeva Paolo Balsamo
quando nel maggio del 1808, presso il Ponte di Vicari,
si permetteva di raccomandare al Principe di Fitalia
che con le sue splendide carrozze e livree trottasse di
meno nella passeggiata della Marina e di Toledo, e
che invece cavalcasse di più per le campagne [#]_. Eppure
il Fitalia era uomo molto serio!

.. [#] :small-caps:`P. Balsamo`, *Giornale*, p. 14.

Questa lontananza si rifletteva sulla cultura delle
terre e su coloro stessi che dovevano attendervi. Un
mediocre ma pomposo economista palermitano del tempo,
dopo avere riconosciuto il principio che in un paese
agricolo come la Sicilia le campagne debbano essere
[pg!206]
popolate più che la città, lamentava la pratica siciliana
del tutto contraria, cioè che non si pensasse a popolare
la campagna, e che di tutte le popolazioni dedite all'agricoltura
non si formasse una città sola. E, con
vedute nuove tra i suoi contemporanei, aggiungeva:
«che in essa tutti i coltivatori che voltarono le spalle
alle campagne si ammettono tra il numero di domestici;
e per nostra maggiore vergogna si lasciano unire al
folto stuolo dei poveri volontarj e sovente dei vagabondi
viziosi. Con ciò si accresce il lusso, si moltiplicano
le spese, ed intanto! Ed intanto la nazione diviene
sempre più miserabile» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Dom. Giarrizzo`, *Prospetto dei saggi politici ed economici
   su la pubblica e privata felicità della Sicilia*, p. 23. Palermo,
   G. Sulli, MDCCLXXXVIII.

Anche questo fatto era evidente pei forestieri, ed
uno tra i più temperati osservava: «Le abitazioni son
troppo lontane dai fondi. Il contadino perde quattr'ore
il giorno per andare e venire. Stanco di queste gite,
ha poca energia di lavorare. Bisognerebbe trovar modo
di diminuire tanta perdita di tempo e di accrescere
le abitazioni rurali. Qua e là i lavori mi son parsi solo
per metà compiuti: nè io saprei dire se per difetto di
braccia o per mancanza di danaro; il che però non si
riterrà improbabile quando si pensi che nella raccolta
dei frutti non si attende che maturino.

«Il contadino diviene proprietario con un censo
ch'egli paga al suo padrone. A questo censo, molto
acconcio a moltiplicare i coloni ed a migliorare il suolo,
bisognerebbe aggiungere la costruzione di vie praticabili,
in guisa da rendere agevole ed a buon patto la
[pg!207]
circolazione delle derrate e soprattutto del grano, il
cui trasporto vien compiuto a schiena di mulo, e perciò
con difficoltà, lentezza e spesa» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XII, pp. 168-69.

Su quest'altro punto i lamenti dei forestieri non
hanno riserbo. Münter, andando da Palermo ad Alcamo,
rilevava, cosa notata dianzi, che la strada buona
non andava oltre Monreale. «Al di là non si trova quasi
vestigio di pubblica via carrozzabile, e quindi l'unione
ed il traffico tra le città siciliane sono straordinariamente
impediti, ed in certi punti, quando la neve cade in
abbondanza, tagliati. Invece di strade, oltre quel paese,
non sono altro che sentieri, su dei quali appena due
cavalli possono andare tra loro vicini: e perchè l'intera
contrada è molto montuosa e di nude balze ripiena,
così tali passi sono assai ripidi, formando al tempo
stesso delle tortuosità che allungano sino a trenta miglia
circa la strada da Palermo ad Alcamo, che in linea retta
non sarebbe più di diciotto» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Münter`, *op. cit.*, vers. di F. Peranni, ecc., v. I, p. 28.
   Palermo, 1823.

Chi sappia come il Münter viaggiasse tra noi nel
1785, penserà che, a buoni conti, qualcosa di meglio
possa essere stato più tardi. Ma non è così. Sul finire
del secolo, un altro economista palermitano non sapeva
acconciarsi al pensiero che una derrata prodotta in un
distretto dovesse, a cagione delle difficoltà e delle spese
di trasporto, consumarsi nel distretto medesimo; «donde
l'abbondanza disgustosa, al tempo stesso che un altro
distretto n'era privo e che avrebbe pagata ad un mediocre
prezzo». Necessarie quindi le strade agevoli al
[pg!208]
trasporto verso le città e i luoghi marittimi. Le spese
sarebbero state minori «non solo a riguardo di un minore
tempo da impiegarvi, ma a risguardo pure che ai cavalli
ed alle mule da soma si sarebbero agevolmente potuto
sostituire delle carrette ben serrate, senza esporre i
grani e le derrate all'adulterazione, bagnamento ed altre
solite frodi dei vetturali» [#]_.

.. [#] :small-caps:`V. E. Sergio`, *Lettere sulla Polizia delle Pubbliche Strade
   di Sicilia*, pp. XV-XVI e XX. Palermo, MDCCLXXVII,
   Rapetti.

Un'altra osservazione, pur essa nuova, scaturisce
dalla coltivazione della terra, resa, per difetto di animali,
insufficiente.

La zappa non basta: ci vuol l'aratro, e l'aratro
ha bisogno di bovi. Ora i bovi, quando i baroni tenevano
per conto proprio i loro feudi, producevano.
Da un certo tempo una pessima pratica era venuta
consigliandone la macellazione. L'esiziale esempio partì
da due illustri signori palermitani. Le campagne rimasero
prive o scarse di bestiame: e quando la crisi non
potè più nascondersi, fu coraggiosamente gridato doversi
rifare, anche obbligandosi i signori all'antica economia
rustica di coltivare per conto proprio i loro feudi; il bisogno
di far maggesi, di abilitare gl'inquilini, avrebbe
riprodotto il bestiame grosso, ed i baroni si sarebbero
rimessi nell'avita ricchezza. Gran danno invece l'abbandono
della cultura dei propri feudi, la perdita dei
capitali dalla campagna estratti; onde la decadenza
dell'agricoltura, la povertà dei *bracciali*, uomini addetti
alla cultura della terra! Tutto, nel modo che vedremo
nel seguente capitolo, fu speso e consumato: ed il lavoratore,
[pg!209]
che si conduceva conformemente a ciò che vedeva
praticare e che aveva appreso dai suoi padri, rimaneva
sempre nella ignoranza dei migliori metodi di coltivazione [#]_.
La terra produceva solo quello di che la forza
della natura benefica era capace; terra sfruttata sempre,
limitatamente aiutata dalla mano dell'uomo più che
l'opera di viete e dannose pratiche.

.. [#] :small-caps:`Giarrizzo`, *op. cit.*, pp. 21-22, 24-28 e 30.

Pietro Lanza di Trabia ripeteva la decadenza dell'agricoltura
in Sicilia dalla povertà dei contadini, dalla
falsa loro credenza che il lor mestiere fosse il più vile,
dalla condotta dei proprietarî che davano le loro terre
*in estaglio*, o in amministrazione, a persone che scrupolosamente
ripetevano quel che avevan visto fare ai
loro nonni, dal difetto di cognizioni agrarie, comuni
fuori Sicilia [#]_; proponeva quindi un «Teatro agrario, o
un Educandario», in cui potesse la gioventù istruirsi
nell'agricoltura [#]_.

.. [#] «Inceppato da ogni parte il commercio, oppressa l'agricoltura
   da fidecommessi e da vincoli feudali; le nostre pratiche
   agrarie irremovibili per inveterate usanze ereditarie; ignorati
   o non applicati i metodi novelli». F. P., *Elogio di Niccolò
   Palmeri*; in :small-caps:`Palmeri`, *Somma della Storia di Sicilia*, p. VII.
   Palermo, Meli, 1850.

.. [#] :small-caps:`P. Lanza, Principe di Trabia`, *Memoria sulla decadenza
   dell'Agricoltura nella Sicilia*. In Napoli, MDCCLXXXVI.

   Questo lavoro, di capitale importanza per gli studi agricoli,
   economici e sociali del tempo in cui fu scritto e per le
   larghe vedute dell'A., meriterebbe di esser degnamente conosciuto
   e pregiato.

Il concetto, non raccolto allora da nessuno, neanche
dal Re, al quale veniva manifestato, doveva più tardi
[pg!210]
con altezza d'intendimenti patriottici esser tradotto
in pratica dal Principe di Castelnuovo; concetto ragionevole,
giacchè molti dei proprietari di grandi territorî
non avevano essi stessi idea esatta, compiuta di quel
che occorresse per migliorare i campi senza perder di
vista la classe minuta che vi sudava.

Quanti han vissuto la vita della seconda metà
dell'ottocento e respirano le prime aure del novecento
credono coscienza nuova, e però affermazione suggerita
dalla evoluzione dei tempi, il diritto degli umili a vivere
per mezzo del lavoro, la considerazione per la loro triste
condizione [#]_. Scendendo a particolari, essi guardano con
singolare interesse quelli tra gli umili che intristiscono
nelle asprezze dei campi.

.. [#] Commiserava i poveri facchini del settecento Santacolomba,
   *op. cit.*, p. 377; i *bracciali*, Giarrizzo, pp. 46-47.

Eppure dovrebbero ricordare, e con soddisfazione
ricordiamo anche noi, che prima assai di essi e di noi
(che con premuroso affetto seguiamo le sorti dei diseredati
dalla fortuna), una eletta di scrittori siciliani
nel secolo XVIII, senza apparato teatrale, senza pubblicità
di giornali, ma con idee che potrebbero dirsi
moderne e sono antiche quanto il Vangelo, perorava
la causa di questi grami lavoratori e ne metteva in
evidenza l'opera proficua. Noti sono agli studiosi Antonio
Pepi e l'Ayala, il Guerra ed il Gallo-Gagliardo ed
il forte Sergio; ma costoro non son soli, nè, forse tutti,
i più energici per quanto autorevoli. Altro uomo, illustre
nella poesia, sentì la missione rigeneratrice pei
poveri campagnuoli assai più e meglio che qualsivoglia
[pg!211]
altro contemporaneo. Alle più sane fra le dottrine sociali
d'oggi egli precorse con un contributo di osservazioni
maturate nel silenzio delle pareti domestiche e nel
raccoglimento dello spirito stanco delle brutture della
società. Qualcuno saprà che Giovanni Meli, scendendo
alcune volte dalle sublimi sfere della fantasia studiasse
l'amara realtà dei bisogni del popolino; ma pochi sapranno
che argomento di sue cure speciali egli facesse le condizioni
miserrime degli uomini addetti all'agricoltura ed
alla pastorizia [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Meli`, *Riflessioni sullo stato presente del Regno di
   Sicilia (1801) intorno all'agricoltura e alla pastorizia*. Autografo
   pubblicato per cura del Prof. G. Navanteri. Ragusa, 1896.

Ora tra le verità da lui formulate è questa: che
la gente civile era così affascinata dal guasto del tempo
che non s'accorgeva di essere ingiusta verso i suoi benefattori.
Questi benefattori, diceva, sono i bifolchi,
sono i villani, che bagnano del loro sudore la terra per
trarne i più salutari alimenti, d'alcuni dei quali non è
loro concesso un boccone, perchè tutto devono vendere
alla Capitale.

Nel poema *D. Chisciotte e Sancio Panza* questa
verità egli, temendo che per la sua crudezza potesse
destare l'indignazione dei maggiorenti, la mise in
bocca allo stravagante eroe, il quale così ragionava:

   |   Vui autri picurara e viddaneddi,
   | Chi stati notti e jornu sutta un vàusu
   | O zappannu, o guardannu picureddi,
   | Cu l'anca nuda e cu lu pedi scàusu,
   | Siti la basi di cità e casteddi,
   | Siti lu tuttu, ma 'un n'aviti làusu;
   | [pg!212]
   | L'ingrata Società scorcia e maltratta
   | Ddu pettu chi la nutri e unni addatta [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Riflessioni* cit., p. 8. — *Poesie: D. Chisciotte*,
   c. II, st. 21.

Egli stesso, aprendosi intimamente ad amici che
sapevano comprenderlo, e rimpiangendo che la Sicilia
non avesse arti, nè manifatture, nè commerci, riaffermava:
tutto doversi ripetere dalla terra, che forma
la base, e dal mare che circonda l'Isola disagiata [#]_.

.. [#] Lo stesso, *Carteggio inedito*, pubblicato da G. Boglino,
   p. 55. Palermo, 1881.

E poichè un certo risveglio a favore dell'agricoltura
e quindi della povera gente di campagna venivasi
accennando e prometteva di fortificarsi per impulso
specialmente di pochi intelligenti signori che vi pigliavan
parte attiva, un amico del poeta, il Marchese Giarrizzo,
sosteneva: «La Società è in obbligo di prestare
agl'individui che la compongono i mezzi di sussistenza;
questi non può procurarglieli, perchè siano reali ed
effettivi, che con l'agricoltura; ogni altro mezzo è certamente
precario» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Giarrizzo`, *op. cit.*, p. 16.

Non meno esiziale agli interessi agricoli della Sicilia
deve ritenersi la maniera ond'erano tenute le terre
comunali. Il diritto di pascolare e di legnare, indispensabile
alla vita delle popolazioni rustiche, anteriore a
re ed a leggi, e da re e da leggi sempre riconosciuto,
impediva la coltivazione dei terreni; come la coltura
che in alcuni si faceva era sempre fittizia e poco o
punto produttiva. I fondi del comune, sentenziava il
[pg!213]
Gregorio, non son di nessuno; se non si usurpano, si
abbandonano o si trascurano, sì che divengono sterili
e brulli. Le terre poi a colture, perchè in mano a fittaioli,
che le smungono a più non posso, poco o punto ottenendone,
ritraggono dai giurati che li danno a fitto,
ed i quali, perchè amministratori temporanei, non si
travagliano a promuoverne la maggiore e più permanente
coltivazione. E del resto l'amministratore d'oggi
potrà domani esser fittaiolo! [#]_.

.. [#] :small-caps:`R. Gregorio`, *Opere scelte*, 3ª edizione, p. 773. Palermo,
   Pensante, 1853.

La impressione, pertanto, che lasciava la vista dell'interno
e delle coste dell'Isola era penosa: e non si
riesce a comprendere, esclamava maravigliato Hager,
come mai la Sicilia possa essere stata, nei tempi antichi,
il granaio d'Italia! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 199.

Qui un pauroso fantasma si leva a turbare le rosee
speranze dell'affaticato contadino e, salendo per la scala
agricola, del colono. Fissiamolo un poco questo fantasma,
e riconosceremo in esso l'idra divoratrice della
miserabile classe dei campagnuoli. Ci soccorre con una
breve nota descrittiva un apologista del Senato, il Teixejra.

«Il colono riceve il frutto della terra inaffiata
co' proprj sudori; fatta la recollezione, un'indispensabile
dovere l'obbliga ad esitarlo, e ciò per soddisfare i diritti
di terraggio, semente, cultura ed altri; e non trovando
così sollecito un compratore convien che ricorra ad un
trafficante usurajo, quale ceto di persone trovasi in
ogni luogo: e da questo riceve il prezzo, non a seconda
[pg!214]
della giustizia, ma regolato dalla sola sete del guadagno.
Ed ecco così, in pochissimo tempo, arrivare il frumento
di proprietà di un numero strabocchevole di coloni al
piccolo numero di trafficanti, o almeno de' fittajuoli,
i quali, ingrossata la massa, con questi mezzi dispongono
dell'acquisto da' padroni assoluti, e non lo mettono
in vendita se non a prezzi strabocchevoli» [#]_.

.. [#] :small-caps:`P. Teixejra`, *op. ined. cit.*, t. I, § 243.

Che fremito di vita attuale in questa pagina, scritta
più che un secolo addietro! *Sunt lacrymae rerum!*

Ben è vero che il Monte Frumentario si contrapponeva
a tanto danno di uomini e di tempi; ma dal
dì che venne istituito, esso non rispose mai adeguatamente
a' bisogni di chi vi ricorse. Gli interessi del 4%
agli appaltatori del Senato, del 5 ai proprietarî di
grani introdotti nel caricatore della città, del 6 a
tutti i padroni esteri nei principali caricatori del Regno,
consumavano il capitale. Questo, già scarso, era
messo a pericolo dalle esigenze di chi offriva le sue
derrate al Monte rifiutandole a mercatanti avidi e disonesti:
onde lo istituto venne a fallire e, presso al fallimento,
impose agli esausti cittadini sacrificî superiori
alle proprie forze, che li mettevano nell'alternativa o
di rifiutarsi ribellandosi o di sobbarcarsi impoverendosi.

E tornando là donde siamo partiti, cioè ai baroni,
che, per non averne i disagi, abbandonavano le loro
vaste tenute, vediamoli un poco nella Capitale.

La città offriva tutte le attrattive del tempo e della
moda, circoli, compagnie, feste, giuochi, passatempi,
[pg!215]
ai quali non era facile rinunziare, anche perchè a molti
gli espedienti per ben vivere stando alle sicure entrate
annuali non mancavano. Col fidecommesso i beni erano
accentrati; i secondi, i terzi geniti avean modo di limitare
i loro bisogni e certe esigenze fomentate dal fasto
di famiglia. Il chiostro poi non c'era per nulla.
[pg!216]

.. toc-entry:: XIV. Nobiltà e gara di fasto.

:small-caps:`Capitolo XIV.`
===========================

.. class:: center large

*NOBILTÀ E GARA DI FASTO.*

La conquista normanna diede origine ad una monarchia
a base di feudalità e di privilegi, forza e vitalità
di essa. Il feudo fu il substrato dell'edificio che
dovea sorgere e sorse. Crebbero i feudatarî e i privilegiati,
che costituirono una classe a sè con preminenze
e diritti non comuni. Crebbero per la natura delle primitive
concessioni, e si mantennero pel Diritto siculo,
che il passaggio del titolo feudale consente in linea
retta, senza distinzione di sesso, fino all'ultimo e più
lontano gettone della famiglia e, in linea collaterale,
sino al 6º grado; e chi n'era investito, poteva alla sua
volta, in virtù del famoso *quos volueris*, se di tanto
avea facoltà, concederlo, trasmetterlo a capriccio.

Nel giorno della sua incoronazione (2 febbr. 1286)
Re Giacomo creò ben 400 militi; 300 e più ne creò dieci
anni dopo, per la sua, Federico II l'Aragonese, innalzando
a dignità di Conti un buon numero di Baroni [#]_.

.. [#] :small-caps:`J. B. Caruso`, *Bibliotheca historica Regni Siciliae*, t. I,
   p. 144; t. II, p. 220. Panhormi, 1723. — :small-caps:`R. Gregorio`, *Considerazioni
   alla Storia di Sicilia* ecc., lib. IV, cap. VI, n. 125.

Così nata l'alta classe, a poco a poco, col progredire
[pg!217]
dei secoli, col succedersi degli avvenimenti, con
gli incessanti bisogni dei sovrani, diventava una legione
con diritti e preminenze tutte proprie.

L'indirizzo impresso da Carlo III al Governo dell'Isola
mirò anche a ritornare ad usi gli abusi dei feudatarî,
e gli usi a ricondurre nei limiti compatibili coi
tempi, assimilando alla feudalità di Napoli la feudalità
di Sicilia. E certo, se a questo non riuscì, a quello accostossi
con riforme sapienti, perchè non sempre fruttuose,
vuoi per incertezze del suo successore, vuoi per
malferma volontà de' ministri e vuoi per difficoltà di
ordinamenti interni, non del tutto coerenti.

La fine del secolo XVIII offre la seguente statistica
nobiliare: 142 Principi, 95 Duchi, 788 Marchesi,
59 Conti, e 1274 Baroni tra feudali e di franco allodio [#]_.
Costoro erano tutti in legittimo possesso dei loro titoli;
però, oltre di essi, era un numero sterminato di persone
con titoli abusivi, non suffragati neanche da parvenze
di successioni e di antichità, di regolarità di concessione
originaria o di legale passaggio; onde quel
severo dispaccio, comunicato al Senato palermitano,
col quale Ferdinando dichiarava per modo di regola
(1799) che il conceder titoli od altra distinzione d'onore
fosse unicamente e personalmente riservato alla sua
Autorità [#]_.

.. [#] *Protonotaro del Regno: Indici d'Investiture* voll. 1881-1883.
   Nel R. Archivio di Stato di Palermo.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1798-99, p. 733.

Come in Palermo, così a Messina, in Catania, in
Siracusa, questi titolati abitavano palazzi da gran signori;
ma la loro signoria era esercitata nell'interno
[pg!218]
dell'Isola. Nella Capitale, tutte le forme esteriori di
grandezza in equipaggi, livree, ricevimenti; lì gli avanzi
del baronaggio e degli usi feudali nel pieno loro vigore.

Nei dialoghi del giornale *Conversazione istruttiva*
del 1792, un filosofo, pregato da un cavaliere che gli
trovi un maestro pei suoi figli, risponde che essi non
istudieranno gran fatto. E che vorranno essi fare se,
usciti di collegio o liberi della custodia dell'aio, senza
la guida dei genitori, si troveranno slanciati nel gran
mondo, vittime della loro o inesperienza o tendenza
malsana, tra teatri e banchi da giuoco, tra sensali di
cavalli e venditori di stoffe? [#]_.

.. [#] \ N. 2, Sabbato, 14 Genn. 1792.

Dai difetti biasimati da questo troppo catoniano
filosofo defalchiamo il molto che deve attribuirsi alla
umana natura; siamo anche indulgenti ripetendo dall'ambiente
certe abitudini inveterate; questo è certo:
che rimane sempre molto di deplorevole.

La gara del lusso impelagava in ispese che non
trovavan compenso nelle entrate ordinarie e sicure. A
molti patrimonî si dava fondo senza smettersi dallo
spensierato ed improvvido sperpero, che a fatale rovina
avea condotto famiglie per censo rinomate. Il regio
Archivio di Stato in Palermo pullula di processi giudiziarî,
che accusano vecchi spenderecci e giovani dissipatori,
dal primo all'ultimo orgogliosi di un nome onorato
che non seppero illustrare, e di un casato alla cui
corona non curarono di aggiungere il verde d'una fogliolina.
Accanto a patrizî venerandi e benemeriti, che la
gloria più bella riponevano nel ben fare per la patria
[pg!219]
pel lustro edilizio, pel sollievo dei miseri, per le istituzioni
di carità, erano scioperati, che a nulla di grande,
a nulla di veramente utile volgevano l'animo. Rivaleggiando
in occupazioni lontane dalla virtù, la nobiltà
radiosa delle opere impiccinivano in manifestazioni, più
che di volontà ferma, di velleità, senza un atto energico
che rivelasse la coscienza sicura del movimento estero,
inteso a trasformar tutto, mentre la inerzia locale tutto
lasciava come cristallizzato.

Un patrizio dei più buoni d'allora, che del patriziato
scrisse con dottrina di blasonista e con sincero
entusiasmo e piena coscienza di celebrare una degna
istituzione, il Villabianca, ebbe sempre parole roventi
all'indirizzo dei malversatori delle proprie sostanze, e
fremeva perchè molti del suo ceto non fecondassero
gli esempî degli avi, e perchè nella pratica del bene
restassero dietro a quelli del ceto medio, i quali egli
dichiarava inferiori.

Sotto la data del 30 agosto 1793, prendendo nota
dell'arresto di un allegro consuntore, faceva di costui
uno dei tanti «seguaci della moda libertina lussuriosa»,
ed usciva in parole molto ma molto gravi. Inaugurandosi
poi, in sostituzione dell'altra del 1676, la fontana
della Piazza del Carmine alla Albergaria, e sostenendone
le spese il Presidente di Giustizia altrove citato, G. B.
Asmundo Paternò, non nobile di nascita ma nobile
di azioni, il Marchese Villabianca riteneva vergognoso
che non si emulasse la gloria di servire il paese in opere
pubbliche, e che i magnati del sangue si lasciassero
superare dai ministri di Legge. «Lo fa, diceva, il *paglietta*,
perchè è virtuoso, e si nega il magnate, perchè
[pg!220]
è vizioso. A lui il vizio fura le ricchezze e lo fa vivere
povero» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1793, pp. 190-91; a. 1796,
   p. 387.

Quasi contemporaneamente l'ab. de Saint-Non
trovava «gran quantità di case nobili, ricche, fastose,
belle donne e.... costumi da Sibariti» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, t. IV, part. I, p. 138.

Questo, meno il poco detto dal de Mayer, è facile
trovare nelle scritture del tempo; quello però che si
legge a stampa, desta un gran senso di meraviglia.

Autori paesani e forestieri, ricercando la causa dell'ozio
in Palermo, la trovavano là dove realmente era:
nel pregiudizio che un signore che si rispettasse non
dovesse in verun modo occuparsi di ciò che costituiva
occupazione ordinaria degli altri. Il ceto basso tribolava
nelle fatiche corporali; il medio sgobbava; ma il
nobile non davasi punto da fare: non sapendo sobbarcarsi
alla modesta vita dell'impiegato, del mercante,
dell'architetto. Qualche eccezione era pel Foro; ma
rara e da segnarsi a dito. Due sole vie perciò rimaneva
a battere: quella della milizia e l'altra della Chiesa:
e per esse si mettevano coloro che avevano la sventura
di esser nati dopo il primogenito, il quale, pel fidecommesso,
era il legittimo rappresentante della casa.

Questi cadetti pertanto entravano nei corpi distinti
della milizia, dove per lento corso potevan giungere
a qualche grado. La disciplina militare non era
ostacolo alle inclinazioni succhiate col latte, mantenute
dai costumi delle famiglie, determinate dalla vista di
[pg!221]
persone e di cose, che erano tentazioni continue [#]_. Altri
preferivano la vita ecclesiastica secolare e più frequentemente
regolare. Per quanto si cercasse, non si trovavano
conventi che loro convenissero. Nei conventi si raccoglievano
*soggetti* di assai modesta condizione; raramente
della media; rarissimamente, quasi mai, della superiore.
Una volta, quando i Gesuiti erano nel loro splendore,
sì che in Palermo contavano fino a sei *case*, non mancava
tra essi l'elemento aristocratico: eletti ingegni, che gli
accorti e severi Padri sapevano attirare alla Compagnia;
ma dal 1767 i Gesuiti ramingavano fuori del Regno
in attesa di tempi migliori. Non restavano se non le
case dei Teatini, dei preti di S. Filippo Neri, ed i monasteri
dei Benedettini. E qui eran ricevuti come a casa
loro; giacchè tra i Teatini ed i Filippini si ostentava
meno la grandezza dei natali e si curava più la educazione
della gioventù: occupazione alla quale essi attendevano
come per missione civile e religiosa; e tra i
Benedettini, nella finezza della cocolla, nella sontuosità
dell'abitazione, nella lautezza delle mense, nella copia
[pg!222]
dei mezzi di cultura, da pochi, per altro, messi a
profitto, aveasi modo di sfoggiare la superiorità d'origine.

.. [#] «I majorascati e certe.... maniere adottate nelle famiglie
   nobili lor fan credere di conoscere il proprio casato, permettendo
   a' loro secondogeniti darsi alla mercatura o ad
   altre utili professioni o mestieri che potrebbero levarli dalla
   miseria. Quando un ragazzo ha l'età di 10 a. e la femina molto
   minore, si racchiudono in un monistero, ove, privi d'idee del
   mondo e del proprio essere, ricevono una validissima impressione
   quelle che con tutta forza se gl'imprimono da coloro che,
   pentiti dello stato, al quale anch'essi furono sedotti, credono
   rivendicare la propria offesa moltiplicandone il numero».
   :small-caps:`Guerra`, *Stato presente della città di Messina*, pp. 48-49. Napoli,
   1781.

I monasteri di S. Martino delle Scale e di Monreale
avevano il loro fratello maggiore in quello di S. Nicolò
l'Arena in Catania. Le ricchezze sconfinate, provenienti
da 72 feudi pel solo monastero di Monreale,
potevano bene sopperire ai bisogni del gran numero
di monaci, che vi conducevano vita di agi campestri,
alternata con quella non meno agiata, ma più variata
e mondana, di città. Qui altro monastero, quello di
S. Spirito, nel quartiere del Capo (attuale Caserma dei
Pompieri municipali), era la *Gangia* di S. Martino,
tutta a loro disposizione quando l'aria dei monti non
facesse per loro. Quei due monasteri eran sempre aperti
a chi vi giungesse, ed ai refettorî di essi poteva, secondo
il grado di civiltà, sedere chiunque, come alla sua foresteria
quanti cercassero ospitalità temporanea, rimasta
fino a noi tradizionalmente bella.

D'altro lato, alcuni dei primogeniti (non tutti, s'intende,
giacchè c'erano anche qui eccezioni lodevolissime,
che chiamavano la generale ammirazione su loro),
schivi d'occupazioni fruttuose, sovente anneghittivano
nell'ozio, e per conseguenza nei disagi della vita [#]_. O
non inchinevoli, o non adatti al maneggio degli affari,
preferivano il dolce far nulla, come se la proposta di
Galt di una Costituzione non li riguardasse punto, o
come se sogno da menti inferme fosse la previsione
che le loro fortune si sarebbero senz'altro aumentate
[pg!223]
quando per poco avessero voluto attendere al commercio
ed alla mercatura [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *op. cit.*, t. I, p. 71.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 38.

Vedremo nei seguenti capitoli le ragioni che per
molti di essi era causa di rovina; nel presente non saranno
inopportuni pochi cenni, che particolarmente illustrano
quella vita o, come oggi si direbbe, quell'ambiente.

Fu detto che essendo la principale Nobiltà della
isola raccolta in Palermo, il lusso degli equipaggi fosse
eccessivo: e che essendo scarso il numero dei forestieri,
e tutte conoscendosi tra loro le persone del paese, questo
lusso non fosse giustificato neanche da occasioni frequenti
di mostrarsi in gala, di abbandonarsi a spese
di whisky, di carrozze, di cavalli e di altri rovinosi
passatempi [#]_.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XV, p. 143.

L'osservazione non poteva essere più giusta, ma
peggio seguita. Il lusso c'era; e sempre e quando occasioni
nuove od eccezionali sorgevano, diventava più che
pericoloso, specialmente se pei ricevimenti di persone
straniere d'alta levatura si destasse una gara tra i riceventi.
Questa gara giungeva anche al parossismo, e
più si avviava alla sua fine e più accaloravasi in manifestazioni
di opulenza che talora degeneravano in fittizie
manifestazioni, ahi quanto laboriose! di ricchezza.

Il lettore ci segua un momento.

Pel primo parto di Maria Carolina (1772), il Vicerè
Fogliani, nella villa Zati a Mezzo Monreale, invitava
la Nobiltà ad un ballo, il popolo ad una cuccagna, tutti
[pg!224]
ad una fantastica illuminazione. I diaristi del tempo
si diffondono nei particolari di quella festa, e ci fanno
sapere che in limonate granite, sorbetti, pasticci, vini,
rosolî e non so che altro, furono spese ben 700 onze.
Poco dopo, il Pretore non volle esser da meno del Vicerè;
ma la cassa del Comune era esausta, e non c'era dove
metter le mani. Che importa! La festa dovea tenersi,
e si tenne: ed il Palazzo Pretorio venne invaso da duemila
persone in maschera, servite di rinfreschi, ghiacci, torte
grasse, vini d'ogni sorta, ed alle ore otto della notte
seguì una ben lauta cena, in ventitrè mense, protratta
fino a giorno pieno. Quel giorno medesimo lo inasprimento
della meta di alcuni commestibili [#]_ offriva ai
malcontenti ragione di biasimo per la inconsulta spesa.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, p. 76.

Ma v'era un'altra Autorità, che non poteva starsene
inoperosa. Il Capitan Giustiziere, Principe di Partanna,
invitava al suo palazzo del Piano della Marina
quanto di eletto offrisse la città. Da lì assistevasi al
giuoco dei tori sulla sottostante piazza: e tra gli ori
e gli argenti, tra i luccicanti cristalli ed i ricchi doppieri,
tra le superbe tappezzerie e le sfavillanti lumiere,
altre duemila persone danzavano, giocavano, mangiavano,
servite da ventisei paggi, diretti da non so quanti
maestri di casa, con soldati svizzeri e alabardieri del
Principe. A conti fatti, il Principe Girolamo Grifeo
metteva fuori presso a 650 onze!

La morbosa emulazione non si arrestava a spese
per nessun verso giustificabili. Il 15 dicembre del 1777
giungeva al Molo di Palermo il primogenito del Vicerè
[pg!225]
Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, con la novella
sposa, Cecilia Ruffo, secondogenita del Duca della
Bagnara; ed il padre bandiva, in onore degli sposi,
tre ricevimenti della Nobiltà Palermitana nei prossimi
giorni 20, 21 e 22; e tre feste da ballo nei dì 27
e 30, e 1º gennaio del nuovo anno. Alla vanità del parere
ed alla spensieratezza dello spendere non poteva
offrirsi stimolo migliore. Ed allora, che restava a fare
all'Autorità cittadina, se non indire una festa nel pubblico
Palazzo ed invitarvi gli sposi? E questo fece il
Pretore, il quale, conoscendo le strettezze dell'erario,
da quel patrizio disinteressato che era volle stavolta
spender di suo.

Qui avrebbe dovuto finir tutto e lasciarsi in pace
gli sposi; ma nossignore! Una seconda serata bandisce
il Principe G. L. Moncada di Paternò. E vada anche
questa! Tanto il Principe era Capitan Giustiziere, e
non poteva sottrarsi ai doveri della carica; altronde
non per nulla si è altolocati; e non per nulla si hanno
palazzi e quattrini. E comincia una gara tra' signori
per solennizzare il fausto evento di giovani che nessuno
di essi conosce e che ne hanno avuto già troppo con i
tre ricevimenti, le tre feste da ballo al Palazzo vicereale,
e le due altre del Pretore e del Capitan Giustiziere.
Il Principe di Partanna, che nel far onore ad
ospiti vuol essere sempre primo, dà il segnale con una
festa alla sua casa. Segue il Principe di Giarratana,
Troiano Settimo; indi Antonio Statella, Marchese di
Spaccaforno. Essendo stati pochi i convitati, se ne
mormora come di mancanza di riguardo. Tommaso
Celestre, non come Principe, ma come Marchese di
[pg!226]
S. Croce, vuol farsi apprezzare, e dirama larghi inviti;
e perchè è uno degli ordinatori del prossimo costoso
Carnevale, compie prodigi di magnificenza; imitato, non
superato, dal Duca di Cefalà Niccolò Diana, vecchia
conoscenza dei nostri lettori, e dal Principe e Duca
d'Angiò Giovanni Gioeni.

La storia non è finita: a brevi intervalli, altre
feste vengono date da Placido Notarbartolo Duca di
Villarosa, da Giovanni Oneto Duca di Sperlinga nella
sua villa suburbana di Malaspina, e da Antonio Lucchesi
Palli Principe di Campofranco, Capitano della
real Guardia degli alabardieri, dentro il Palazzo del
Vicerè.

E la gara continua, continua ancora nel palazzo
del Conte d'Isnello Domenico Termine, nel Cassaro
con altra festa, cominciata col passeggio delle carrozze
di maschere e finita con balli mascherati; e si chiude
nel piano dei Bologni, dentro il palazzo Villafranca
ove dell'unico principato del Sacro Romano Impero in
Sicilia meritamente si onora la famiglia Alliata.

Cuccagna come questa non s'era mai vista da
mezzo secolo in Palermo: e chi se la godette, ne rimase
entusiasta; «imperocchè furon feste veramente superbe
e degne di esser date anche alla persona del re medesimo.»
Alcune, quelle, p. e., di Angiò e Spaccaforno,
costarono le solite seicento onze, col magro compenso
d'una visita di ringraziamento del Vicerè [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 115-16
   138-44.

Ci si consenta, mentre ci siamo, un ricordo o
[pg!227]
qualcosa di simile, di data posteriore nei primi del
sec. XIX.

Un bravo siciliano, che aveva molto viaggiato e
molto veduto, parlando d'una festa organata in Palermo
dal Principe della Cattolica, non trovava termini
per dare un'idea anche lontana del gusto, della
grazia e della fantasia ond'essa era stata ordinata ed
eseguita.

«Immensi saloni, dalle pareti coperte di specchi
dall'alto in basso, erano mascherati da alberi, testè
divelti dalla terra, e tutti pieni di frutte. Gli spazî tra
il fogliame e gli specchi facevano credere ad un altro
mondo che passasse dall'altro lato della strada: la illusione
era completa. Si facevano balli inglesi sotto viali
di pergolati, dai quali pendevano grappoli d'uva matura
e squisita; contraddanze francesi in quadrati d'alberi,
e tutt'intorno ad una ricca vasca, donde zampillava
un bel getto d'acqua che faceva dei giuochi. In fondo,
nell'ultimo salone, vedevasi una graziosissima collina,
anch'essa imboschita, e nel mezzo un sentiero, conducente
alla sommità, a' cui due lati erano in gran copia
*bombons* e *gâteaux* d'ogni genere. Nessun domestico
si vedeva dai convitati; ma, a piè del colle, trenta o
quaranta chiavette, con indicazioni delle singole bibite
e d'ogni rinfresco desiderabile, come poncio caldo, poncio
freddo, crema, caffè, thè, bordò; e, sotto, i bicchieri,
che, presi, si sostituivano con un turacciolo. La musica
era sentita bene; ma come non si vedevano domestici,
così non si scoprivano musicanti, celati dentro grotte
coperte di fogliame. Solo all'ora della cena si potè sapere
che v'eran servitori.
[pg!228]

«E se non è questa una *féerie*, esclamava il Palmieri,
io non so che cosa meriti questo nome!» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Micciché`, *Pensées et Souvenirs*, t. I, c. XI,
   Paris.

Ecco le condizioni della società che ci occupa!
L'alta posizione sociale consigliava sacrificî, che le condizioni
personali forse non consentivano. Per una malintesa
dignità, l'esempio diveniva contagioso: se non
s'avea, erasi costretti a mostrar d'avere; se non si era,
dovevasi fare ogni studio per comparir doviziosi.

Quest'esempio induceva un certo Gentile a tenere,
sotto il Vicerè Fogliani, una clamorosa festa, molto
lodata e molto biasimata. «Se le fanno i nobili le feste,
avrà egli pensato, perchè non possono farle i civili?»
Il figlio di lui, avv. Matteo, altra ne tenne superiore
alla prima; e Diego Orlando, uno dei più famosi avvocati,
ne traeva stimolo a bandirne alla sua volta una
(26 gennaio 1798), che quella e questa superasse: e
larghi inviti a stampa alle principali dame della città
mandava la Principessa di Belvedere Caterina Del Bosco,
e più larghi ancora a signori e civili l'Orlando medesimo,
che, a titolo di lode per lui, non pur profondeva
dolciumi e rinfreschi, ma anche deliziava gl'intervenuti
col canto delle virtuose del teatro S. Cecilia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1798, pp. 71-73.

Più tardi, quando S. A. Leopoldo di Borbone soscriveva
per 100 copie alla nuova edizione delle *Poesie*
del Meli, a due onze e tarì l'una, e ne pagava anticipatamente
il prezzo, un Presidente Marchese faceva altrettanto,
perchè nessuno potesse pensare che un dignitario
come lui facesse da meno di un Principe reale. Se poi
[pg!229]
il soscrittore neo-Marchese, amico ed emulo di Ferdinando
III nella caccia, non fece onore alla sua firma,
ed al momento della consegna dei libri negò al Poeta
le dugentottanta onze, il pubblico seppe almeno che
egli stette alla pari del Principe Leopoldo. E se un'arguta
affabulazione sull'incidente venne in testa al Meli [#]_,
tanto meglio pel Presidente che ne fu l'oggetto! È
sempre qualche cosa *ex magnis inimicitiis excellere*.

.. [#] :small-caps:`G. Pipitone`, *Giovanni Meli: I tempi, la vita, le opere*,
   p. 105. Palermo, Sandron, 1898.

La distinzione fra i ceti aveva linee così nette,
che una confusione non poteva assolutamente nascere
e, nata, prolungarsi. Poteva bensì dolersi Em. Perollo
che le cariche principali del comune venissero impartite
solo ai nobili. L'Autorità, alla quale egli rivolgevasi
chiedendo la partecipazione dei semplici cittadini a
quelle cariche, nol degnava neanche di risposta! [#]_.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1779-80, p. 462.

Aveva un bel dire il Santacolomba che gli uomini
son tutti uguali, «e manderebbe lo stesso odore d'arrosto
messa sul fuoco la carne d'un alto o di un basso
personaggio». Egli stesso, nelle cui vene circolava sangue
non volgare, doveva poi convenire che «la civil
polizia ha i suoi scalini gerarchici: non tutti sovra tutti
posano i piedi: chi si trova più in alto, chi sta più basso.
Il magnate, il nobile, il graduato esige certe marche
di rispetto dal semplice e dal civile; è dovere che gli
si paghino: volergli camminare a fianco è un'ingiuria» [#]_.

.. [#] :small-caps:`C. Santacolomba`, *op. cit.*, p. 377.

Un giorno il Villabianca, andando in carrozza pel
Cassaro in compagnia del Principe di Paternò, era salutato
[pg!230]
forse con maggiore riguardo del solito, ed egli
ne traeva ragione di letizia, perchè ci vedeva gli effetti
dell'onore altissimo [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1796, p. 472.

Ma il colmo di questo innato principio, fecondato
e mantenuto dalla educazione, avversa a tutto ciò
che potesse fin lontanamente intorbidire la purezza del
ceto, è un aneddoto, che brevemente narreremo.

Festeggiavasi con un gran ballo il già detto parto
della Regina Carolina: ed «uno de' figli del fu Razionale
del Patrimonio, Scicli, perchè ebbe lo spirito di frammischiarsi
in questa serata co' nobili, avendo giuocato
a tavolino di dame, ne fu messo fuori sul tardi dal commissariato
della celebrazione della festa, come persona
affatto ignobile ed incapace di unirsi colla Nobiltà.
E questo fu fatto ad istanza di quelle stesse dame che
un'ora prima seco lui avean giuocato. *Non licet omnibus
adire Corinthum*. Pover'uomo! Egli spacciò tosto
per sua giustificazione essere originata la sua famiglia
da avi nobili; ma questa affatto non gli fu fatta buona» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, p. 346. Pel
   seguente aneddoto vedi anche v. XX, pp. 62-63.

Questo aneddoto e questa osservazione può destare
impressione oggi; ma non poteva destarne allora,
che i distacchi tra le classi erano nella coscienza di tutti.
Diremo, in proposito, cosa che darà ancora meglio la
prova dell'abisso che separava non solo i ceti tra loro,
ma anche i gradi d'un medesimo ceto.

Il 17 ottobre del 1779 il primogenito del Barone
Ignazio Capozzo, un bravo giovane a 22 anni, sposava
la figlia del già morto Principe di Torrebruna, Girolamo
[pg!231]
Landolina. I parenti tutti della fanciulla, scandalizzati,
si misero a gridare contro lo sposo, che avea osato
levar gli occhi verso la figliuola di sì gran signore; il
contrasto tra lui e lei essere stridente. Le grida si tradussero
in ricorso legale al Governo, non solo di Sicilia,
ma anche di Napoli, e si chiese l'annullamento del
matrimonio. L'annullamento, a dir vero, parve troppo
al Governo; ma una punizione allo sposo, indispensabile;
onde il Capozzo con dispaccio sovrano venne carcerato,
proprio carcerato! a Castellammare, e poi relegato in
non so quale riposta prigione del Regno. E quando
rientrò libero a casa sua, dovette benedire alla toga
del Tribunale del Concistoro vestita dal padre suo,
ed alle parentele nobili, state contratte dai suoi antenati.

Un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse,
il regio Convitto Carolino pei nobili giovanetti fu soppresso.
Che è che non è? si volle romperla con la intrusione
di qualche ragazzo «di recente nobiltà». Bisognava
rimediare allo sconcio: e vi si rimediò con la
istituzione di un nuovo Convitto, il *S. Ferdinando*,
nel quale furono ammessi alunni con cent'anni di nobiltà,
almeno.

Seguiamo ora un po' davvicino la vita giornaliera,
particolarmente da salotto, dell'alta classe.

Eccoli, costoro:

   | Quant'aprinu la vucca,

ed hanno

   | Carrozzi e vulantini,
   | Gran tavuli e fistini,
   | Tutti (*ogni*) commodità [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 89.

[pg!232]

Paggi, lacchè e servitori popolano le loro anticamere.
Per poco che una della famiglia, il signore soprattutto,
la dama, il primogenito, si muova da una stanza all'altra,
si agitano in inchini profondi e in attitudini rispettosissime.
Fuori, cursori a piedi e *volanti* accompagnano
correndo le carrozze e disimpegnano altri urgenti servizî.
Ad essi vogliono, nella rapidità del fare, contrapporsi
i servitori; ne nascon gare a chi faccia più presto;
e, questi in livrea, quelli nel leggiero vestito ordinario,
si rincorrono fuori le mura per vincere un premio
di agilità: prove pericolose, che il Governo è costretto
a vietare per impedire danni alla parte offesa e perdite
a chi su di esse scommetta [#]_.

.. [#] Il dì 28 Giugno 1788 il Vicerè Principe di Caramanico,
   «informato delle perniziose gare che si eccitano tra' servidori
   di livrea e volanti, i quali si sfidano a correre furiosamente
   per lunghi tratti di vie fuori la città, colla lusinghiera speranza
   di riportare chi primo giunga alla meta designata un qualche
   guiderdone e una vera acclamazione del volgo; ed informato
   pure delle scommesse che si fanno vicendevolmente in favore
   di ciascheduno dei sfidanti, le proibisce e le vuol proibite».
   Stampa del tempo.

Stringevasi al Bartels l'animo per l'affanno di codesti
infelici nel trottare al trotto dei cavalli mentre
il padrone distrattamente godeva in cocchi, livree, cavalli,
specie quando egli fosse un villan rifatto, che
sfarzava con uomini da lui condotti dalla terra, della
quale erano utili braccia, come della famiglia indispensabile
aiuto [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 602.

E volanti, lacchè, staffieri precedono, fiancheggiano
e seguono i signori che vanno a piedi o in vettura, di
[pg!233]
giorno o di notte, con torce a vento se in vettura o
in portantina, con ceri accesi se a piedi.

Codesto corteggio non era solo per comodità nelle
vie buie o scarsamente illuminate, ma anche per distinzione.
L'arguto Brydone, che in Palermo ebbe cortesie
infinite di nobili amici, ricordava sorridendo l'inalterabile
loro costume di andare in carrozza; solo una
volta potè persuaderli a fare diversamente. Per condiscendenza
essi scesero con lui a piedi pel Cassaro, ma
non prima che innanzi a loro andassero i servitori con
grosse torce di cera accese. Eppure il Cassaro era, per
le feste di S. Rosalia, illuminato a giorno! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXXIV.

Di siffatto uso rimane viva la memoria nel motto
popolare dialogato: — *Appressu!... — Lu stafferi cu
la torcia.*

Talora uno di codesti servitori o staffieri teneva
dietro al padrone portandogli il nicchio [#]_.

.. [#] :small-caps:`D. Pippo Romeo`, *Cicalate*, p. 350.

A qualche vecchio signore abbiamo più volte chiesto
dei servitori di casa sua o d'altrui: e le risposte ci son
parse sempre esagerate. Lasciamole dunque queste notizie
orali, ed atteniamoci alle scritte. Un figlio di famiglia,
un cadetto di casa Palmieri di Miccichè, ce ne fa
sapere qualcuna; la nostra opinione, peraltro, è formata
sulle carte tuttora esistenti, di spese. Il Palmieri scrive
così:

«Dei domestici straordinario era il numero nelle
case signorili, anche più modeste. E bisogna vedere
con che etichetta si regolassero. Il cocchiere si sarebbe
[pg!234]
guardato bene dal salir sopra per servire a colezione
o in una serata; il domestico da livrea non si sarebbe
mai acconciato a cingere un fardello: questo avrebbe
fatto soltanto il mezza-livrea; e non è esagerazione
se si porti il numero di tutta codesta gente a ventidue,
ventiquattro persone tra maestro di casa, camerieri,
domestici propriamente detti, cuochi, cocchieri, e via
discorrendo» [#]_. V'eran case che tenevano fino a sei
lacchè con livree, alcune delle quali, per voler apparire
ricche, riuscivano stravaganti. Certe dame non avrebbero
saputo uscire per le strade senza un duplice appoggio
ad entrambi i lati, quasi si svenissero ad ogni
passo.

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. I, c. XXXVI.

«Superbi gli equipaggi; cavalli di razza spagnuola,
vigorosi corridori, per le gite ordinarie; cavalli danesi,
romani, napoletani, per le grandi occasioni, che non
mancavano mai. Eguale il lusso delle abitazioni. Si
sarebbe creduto di non averne una bastevole, se questa
fosse stata meno di cinque, sei stanze; dieci, dodici,
quindici di fila componevano l'appartamento del signore:
cosa, a dir vero, perdonabile in Sicilia, dove
le adunate sono numerosissime, ed un quartiere piccolo
non potrebbe accogliere tutti coloro che la convenienza
vuole invitati. E frattanto, non v'è nulla di più strano
che per un piccolo desinare di società e in famiglia si
debba attraversare un filare di stanze e di gallerie per
trovar poi in un gabinetto il signore o la signora con
quattro o cinque commensali. Si resta sorpresi vedendo
queste stanze mobigliate in damasco, tappezzerie ecc.,
[pg!235]
sedie di cuoio o di paglia.... Il tono di magnificenza
sul quale tutto è montato, impedisce alla Nobiltà di
abbandonarsi al suo naturale gusto ospitale e socievole
invitando i forestieri. Si sentirebbe vergogna di offrire
una zuppa come vien viene, perchè non si vuol comparire
altrimenti che in tutto il proprio splendore. Difatti,
quando un desinare od una festa si dà, non si risparmia
nulla. Pare che tutto si voglia buttar giù dalle finestre;
ed io metto pegno se si trovi un paese dove le cose si
facciano con magnificenza, gusto, e vorrei anche dire
con raffinatezza voluttuosa più che a Palermo» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *op. cit.*, t. II, pp. 78-80.

Pittura così viva potrebbe parere esagerata in chi
l'ha fatta, il conte de Borch; ma la esagerazione, caso
mai, sarebbe stata in altri visitatori della città. Tutti,
infatti, descrivevano la magnificenza dei palazzi; tutti
guardavano attoniti camere spaziose ed alte, in lunga
fila, con arazzi di gran costo: ostentazione di splendore
principesco; tutti, il nugolo di creati: etichette ambulanti
di agiatezza; e le superbe livree cariche d'oro:
affermazione perenne di grandezza nobiliare, e le carrozze
pesanti dell'antica forma, e l'esercito di battistrada,
avviso di signoria magnatizia. E non è sfuggito
neanche questo: che, dopo morto, lì alle catacombe
dei Cappuccini, qualche signore, avvolto nel comun
sacco nero, con le mani irrigidite dalla inesorabile Morte,
ti presentava un cartellino per dirti: *Io sono il Principe
A.* — *Io sono il Marchese B.* — *Io sono il Conte C.* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, pp. 602-631.

Ma in mezzo a tanto fastigio di mobili, abiti, pranzi,
[pg!236]
feste, l'animo, insoddisfatto, non s'acquetava ad un
capriccio stato appagato, ad una bizzarria compiuta,
ad una delicatura non a tutti, e solo a chi avesse mezzi,
possibile. Un non so che d'indefinito, che è infelicità
di non gustar mai nulla, sopravanzava a tutto. I
mobili erano una decorazione mutabile, gli abiti una
servitù giornaliera, i pranzi una parata, le feste una
distrazione effimera; ed il fastidio della ricchezza arieggiava
il soffrire della povertà: ricco e povero in qualche
cosa si somigliavano.

In una delle sue ingegnose concezioni, il Meli vide
alcuni genî divertirsi ad osservare le umane sciocchezze;
ed un gran quadro rappresentar figure e costumi della
vita,

   | ... chi espriminu lussu e spisi orrenni [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie Lu Cafeaus*, p. 137.

Lusso vide dappertutto e grossi debiti il Villabianca;
il quale, a proposito del nobile Senato di Caltagirone,
esclamava in versi:

   | Ah che il Senato non è più quel di pria!
   | Schiavo è fatto de' scribi e de' *sensali*;

correggendo l'ultima parola *farisei* [#]_.

.. [#] *Opuscoli*, Ms. Qq., E, 94, della Bibl. Com., opusc. n. 3,
   p. 103.

Perchè questo? potrà chiederci il lettore.

Chi guardi con criteri morali alle esteriorità, penserà
che anche i piaceri lasciano un gran vuoto, e che
*possessa vilescunt*. Pure una conoscenza più esatta delle
persone e delle cose del tempo e delle conseguenze alle
[pg!237]
quali dovea condurre questa dissipazione induce a giudicare
ben altrimenti.

«La maggior parte dei signori son coperti di debiti:
e le entrate dei pochi, inadeguate ai loro bisogni;
molti vivono in uno stato di miseria completa» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 36.

Ecco il giudizio di un inglese, venuto nei primordî
del sec. XIX a studiare la Sicilia: giudizio assoluto,
e, perchè assoluto, inesatto; nel quale una gran parte
di vero è bensì a presumere, senza potersi provare.

E come provare che un uomo, apparentemente
dovizioso, facesse sfoggio di denaro non suo, che forse
non avrebbe avuto possibilità di restituire?

A non radi intervalli una sentenza di tribunale
metteva in vendita un feudo: espropriazione forzata
per debiti insoluti. Ed ora un Principe veniva privato
della baronia di Garbanoara col relativo feudo, acquistato
da Girolamo Fatta Oddo pel prezzo di diecimila
quattrocencinquant'onze [#]_; ora un altro Principe vedevasi
dismembrato lo *stato* e la Contea di Cammarata del feudo
e della baronia di Molinazzo, passato alla creditrice D. Lucia
Sances [#]_; ed ora volontariamente, per contratto ordinario,
quando uno e quando un altro dei signori era
costretto ad alienare qualcosa del suo patrimonio per
rispondere ad impegni gravi ed a bisogni pressanti.

.. [#] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte in data
   del 10 Settembre 1773. Atto del Not. Camillo M.\ :superscript:`a` Pipitone
   in Palermo.

.. [#] Sentenza del Tribunale della R. Gran Corte, sede civile,
   in data del 18 Febbraio 1779.

Uno studio sugli atti degli antichi notai di Palermo
[pg!238]
porta a constatazioni dolorose. Valga per tutte questa:
nel 1787 la sostanza mobiliare del Principe Tommaso
Palermo ascendeva alla somma di onze 44765,07
(Lire 570756,65); poco men che quattordici anni dopo,
nell'Aprile del 1801, quella sostanza era ridotta ad onze
3462,06 (L. 44041,26), della quale 207,04 in argenteria
giacente al Monte di Pietà. Non ardite speculazioni,
non speciali bonifiche di terre, non atti insigni di carità
aveano consumato il patrimonio di Tommaso (41303,01);
ma il lusso, al quale erasi sfrenatamente abbandonato
il figliuolo Giuseppe, la cui eredità nel 1810 era quasi
scomparsa [#]_. Si parla ancora di un feudo del valore di
80000 onze stato venduto per sole 7000! E la causa
di rivendica dei defraudati eredi si trascina ancora
dopo un secolo!

.. [#] Vedi Atti del notato Nicolò Barone di Palermo: inventario
   della eredità di Tommaso Palermo, in data del
   9 nov. 1787; Atti del not. Rosario Averna: inventario dell'eredità
   di Giuseppe Giovanni, in data del 10 aprile 1801;
   Atti del not. Marco Antonio Averna: inventario del 18 agosto
   1810. (Indicazione dell'avv. Giuseppe Riservato).

Nondimeno, la qualificazione di ricche seguiva sempre
molte famiglie.

Non poteva pronunziarsi il nome di questa o di
quella, senza il sottinteso delle sue cospicue ricchezze.
Lo *stato* tale, il feudo tale, la tale o tal'altra tenuta
fornivano ad essa danari a palate, che, per quanto
volesse spendersi, eran sempre molti. «La casa è forte»,
ripetevan tutti: ed il fatto stesso che il capo di quella
casa si mantenesse con tanta proprietà, non dava luogo
a dubitare.
[pg!239]

Eppure non era sempre così!

Mancano pubblici documenti o libri di cassa accessibili
allo studioso, dai quali possa di certa scienza
rilevarsi quali gravami pesassero sulla casa, notoriamente
per grosse annuali entrate, più che ricca, opulenta.
Rara e debole quindi la diffidenza nei capitalisti e nei
banchieri, alle casse dei quali ad ogni urgenza ricorrevasi
attingendo oro che spensieratamente si profondeva, e
«usando della loro fortuna come i fanciulli dei giocherelli» [#]_.

.. [#] :small-caps:`G. Quattromani`, *Lettere su Messina e Palermo*, p. 48.
   Palermo, 1836.

Questo spendere alla scioperata però aveva un lato
buono: quello di dar da mangiare ad una poveraglia
che sarebbe altrimenti rimasta priva di pane in un
paese senza fabbriche e senza considerevoli opificî, dove
il clima mette in corpo una certa pigrizia, sorella dell'accidia
al lavoro. Così la moltitudine, che vedeva
circolare il capitale, rimaneva soddisfatta.

Nuove leggi venivano a far conoscere a molti quel
che solo pochi s'andavan sussurrando all'orecchio: ed
i fallimenti, rimasti all'ombra, cadevano sotto i raggi
del sole meridiano. La legge sulle soggiogazioni parve
un'ingiustizia verso i debitori, ma fu guarentigia dei
creditori.

Le tristi condizioni descritte nel presente capitolo
(che fa seguito al precedente e si compie con quello
sul *Giuoco*) furono energicamente pennelleggiate dal più
schietto pittore dei costumi del tempo, Giovanni Meli.
La invettiva che egli pone in bocca al popolano Sarudda
[pg!240]
nel brindisi al Genio di *Palermo* nella Fieravecchia è
oramai documento storico.

   |   Ieu vivu a nnomu tò, vecchiu Palermu,
   | Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;
   | Ti mantinivi cu tutta la magna,
   | Cu spata e pala, cu curazza ed ermu!
   |   Ora fai lu galanti e pariginu:
   | Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;
   | Ma 'ntra la fitinzia dasti lu mussu,
   | Ca si' fallutu ahimè! senza un quatrinu.
   |   Oziu, jocu, superbia mmaliditta
   | T'hannu purtatu a tagghiu di lavanca;
   | Tardu ora ti nn'avvidi e batti l'anca;
   | Scutta lu dannu, písciati la sditta!

[pg!241]

.. toc-entry:: XV. Passione pel giuoco.

:small-caps:`Capitolo XV.`
==========================

.. class:: center large

*PASSIONE PEL GIUOCO.*

Nello elenco delle Maestranze del settecento comparisce
per la prima volta quella dei *cartari*; questo
significa che il numero dei fabbricanti di carte era tale
da costituire una vera e propria corporazione, come le
altre del tempo: e non poteva non esserne ragione il
considerevole spaccio della tanto ricercata e tanto pericolosa
merce. Un bando poi del 18 settembre 1785
imponeva la gabella per le carte da giuoco.

Comune era nelle conversazioni pubbliche e private
il giuoco; senza del quale la distrazione più dilettevole,
e quindi l'attrattiva migliore, sarebbe mancata.

Nelle grandi feste con solenni ricevimenti, Vicerè,
Pretori e signori di alta levatura avrebbero creduto
di venir meno alle regole elementari di cortesia non
ordinando sale con tavole per giuoco: e «fare il tavolino»
era, ed è tuttavia, la espressione propria di questa
maniera di passare il tempo e di mettere in moto la
borsa.

Alcuni vi si appassionavano a tal segno che ogni
altra cura passava per loro in seconda linea. Il giuoco
era fascino morboso, ossessione. Lunghe ore del giorno,
[pg!242]
intere notti, essi rimanevano attaccati a quelle sedie,
a quelle tavole: gli occhi avidamente fissi sui gruzzoli
di monete che facevano monticelli nel centro; lo spirito
tremebondo al muovere di una carta, dalla quale dipendeva
la sorte loro, della loro famiglia. Il ricco d'oggi
poteva non esserlo più domani; senza testamento, l'ultimo
giocatore diventare il facile erede d'un feudo.
L'eguaglianza di ceto regnava sovrana tra disuguali
per censo; ogni cuore chiudevasi alla pietà, ed il dolore
d'uno era la gioia d'un altro.

Nè solo dei nobili era rovina il giuoco, ma, in generale,
di qualunque persona vi si appassionasse; e però
della sua condizione economica, della sua salute, della
sua felicità di borghese [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 586.

La calabresella, il tressetti, la primiera: ecco i
passatempi preferiti, ma la bassetta specialmente, la
quale si faceva anche con donne [#]_. Come giuochi pericolosi
d'*azzardo*, il Governo li bandiva sempre, e più
severamente che mai il 14 dicembre 1776. Il secondo
Marcantonio Colonna vietava non solo che si giocasse,
ma anche che si vedesse giocare a «bassetta, biribisso,
primiera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito,
trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza,
o sia tuppa, faraone, paris e pinta, passa-dieci, sette
a otto, scassa quindici» ecc.; ed al contrario permetteva
«quei giuochi leciti che si usano per onesto sollievo
del corpo e dello spirito, quali sono i giuochi tresette,
riversino, picchetto, gannellini, scarcinate, calapresella,
[pg!243]
gabella ed altri simili non espressati, nè proibiti,
purchè non importino in qualunque modo e maniera
invito e parata».

.. [#] :small-caps:`Melchiore`, *Poesie*, pp. 33-34.

Non è già, ripetiamo, che il giuoco fosse passatempo
esclusivo dell'alto ceto; tanto vero che il bando viceregio
accordava che i giuochi permessi ed altri d'altro
genere, pur essi tollerati, si potessero usare «nelle case
de' particolari, nelle botteghe de' mercadanti, caffè,
barbieri ed altri artigiani, ed avanti le medesime»;
ma ci vuol poco a vedere che chi non possiede, non ha
nulla da perdere: e le grandi fortune non potevano
restar compromesse da queste piccole concessioni. Le
gravi perdite avvenivano nelle grandi case, dove i pingui
patrimonî erano fomite alla malsana inclinazione.

Il Caracciolo rinnovò gli sforzi dei suoi predecessori
col vecchio bando, rimasto però lettera morta.
Le condizioni dell'abuso eran sempre le medesime dei
secoli precedenti, a nulla essendo valsi capitoli di Re,
prammatiche e costituzioni di Vicerè. Il male si era
invece acutizzato per modo che egli dovette in forma
solenne confessare essere in Palermo il giuoco «funesta
origine delle maggiori enormità...; tutti sieguono perdutamente
nella istessa ostinazione, non curando neppure
la propria rovina, nè lo scompiglio e desolazione delle
proprie famiglie».

D. Ippolito de Franchis impiegò mezza giornata
per leggere sulle pubbliche piazze l'ordine viceregio [#]_;
ma fu fiato buttato anche il suo, perchè la passione
[pg!244]
non riconosce impero di legge, ed i giuochi proibiti
continuarono nelle sale dorate e nei *rendez-vous* d'ogni
sorta. Meli, che più volte alluse all'ingrato tema, vi
lasciò cadere in arguti terzetti la sua urbana satira,
descrivendo i giocatori in gara nell'assalire il più potente
tra loro:

.. [#] Bando, e Comandamento d'ordine dell'Ecc.mo Sig.
   D. Domenico Caracciolo ecc. Vicerè, 10 gennaio 1785.
..

   |   E ddà si vidi càdiri da l'altu
   | Un suldatu senz'arma, e l'autru resta
   | Cu l'occhi bianchi e lustri comu smaltu;
   |   N'autru di stizza e colira si 'mpesta,
   | E n'autru cu la sorti 'ntra lu pugnu
   | Va a tuccari lu celu cu la testa.
   |   La maggior parti rusica un cutugnu,
   | Pirchì si senti supra l'anca dritta
   | Di lu cuntrariu sò lu rastu e l'ugnu [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: La Moda*.

Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace
trasgressione, e non pensavano a nascondersi,
neanche quando persone estranee al paese, tra lo stupore
e la paura per l'insensato sperpero, stavano a
guardarli. In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti
più che altro passatempo; la attrattiva di poter
prendere sessantaquattro volte più della somma puntata
sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi
leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo,
eran tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere
che cosa ci fosse sotto, se gli scacchi, stati introdotti
dal Fogliani, destavano tanto entusiasmo nelle conversazioni
nobili e civili, come non sarebbe inutile ricercare
[pg!245]
perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti
conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.

Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi,
perchè (il perchè non ce lo dice lui, ma il Villabianca),
trattandosi di lunghe partite, i tavolini *ad hoc* ed i lumi
portavano sempre una spesa. Non nei caffè come in
Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava
pure i suoi cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile,
non tabacco da fumo.

Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati
giorni della estate del 1800 in mezzo all'alta Società
palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p. m. in poi,
noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni
della città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame
eran sempre occupate in balli, musica e passatempi
ordinarî in questo dolcissimo paese: mentre i mariti,
gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano a
giuochi d'*azzardo*, dei quali son fanatici. Così non passava
sera senza probabilità di perdite enormi, tanto
in ducati d'oro rotolanti sul tavolo, quanto in debiti
che si contraevano, di somme alle volte spaventevoli» [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Espinchal`, *op. cit.*, p. 49.

Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox,
era uscito il famoso detto: essere il primo piacere della
vita quello di guadagnare al giuoco; il secondo, quello
di perdere!

Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina
riferiva la notizia della morte d'una delle più illustri
dame di Palermo, una Principessa puro sangue, la quale
al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche
[pg!246]
l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben
altra sorte.

L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di
giuoco. Il patrizio palermitano Giuseppe Chacon, non
trovando conforto alle immense perdite nel giuoco in
Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva
la vita (1799), corsa fino allora gioconda per
larghi guadagni nella rivendita di quadri ch'egli ritirava
dall'Isola in quella capitale [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1798, p. 323; a. 1799,
   p. 387. Altro suicidio fu quello del controllo Fiorello, il 1º ottobre
   del 1818. Per tutta la città se ne fece un gran dire, di che
   fu eco un forte sonetto del periodico *Mercurio Siculo* (Palermo
   1818, p. 76). Più tardi, nel 1832, lo statista F. Cacioppo potè
   scrivere: «Il numero dei suicidj in Palermo non ascende comunemente
   che a due o tre per anno. È questa un'utile osservazione,
   giacchè da essa ricavasi, che il suicidio, sia per timor
   di religione, sia per avversione pubblica a tali eccessi di disperatezza,
   non è radicato fra noi, come lo è presso altre nazioni.
   Non bisogna che fare un paragone con alcune delle principali
   città d'Europa per conoscere la differenza, e lodare a questo
   riguardo la condotta del nostro popolo». Il paragone era
   questo: a Copenaghen, 51 suicidî per anno su 84,000 abitanti;
   a Parigi, 300 su 700,000; a Londra, 200 su 1,000,000; a Berlino,
   57 su 166,584. (*Cenni statistici sulla popolazione palermitana*,
   52. Pal., Barcellona 1832).

   Coi tempi nuovi, i suicidî in Palermo variano tra i 250
   ai 300 all'anno, quali mancati, quali consumati!

Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate
ora dopo un secolo. Le somme perdute andavan
pagate a qualunque costo, perciocchè non esistendo
un articolo di legge che costringesse a quel pagamento,
e dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi,
[pg!247]
naturalmente, voleva fare onore al suo nome ed alla
sua parola, detta o scritta.

Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco,
vantava un vecchio credito, pensò una volta, con uno
stratagemma, di trar profitto da questa rigida e fiera
consuetudine per riavere il suo, che in cento guise aveva
sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa
giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore,
il quale dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza,
gli dice con aria di mistero e di disperazione, stanotte,
tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e perduto
dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E.,
non a riscuotere il mio credito, ma ad implorare un
aiuto...».

Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir
parola, si alza da letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre,
ne trae fuori un sacchetto e conta all'ingegnoso inventore
della storiella cinquecento scudi l'uno più lucente
dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che
si perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco
le dugent'onze; ma guardatevi bene d'ora innanzi dal
giocare più».

L'autore della trovata con due lacrime spremute
dagli occhi si profuse in ringraziamenti e benedizioni,
e, tra riverenze e scappellate, scese a precipizio le scale,
non credendo a se stesso di aver potuto, per tale sotterfugio
e per una teoria di quella fatta, ricuperare il
suo danaro.

Un'altra.

Nelle sale da giuoco non si doveva andare mai
per curiosità: questa regola, incomprensibile per chi
[pg!248]
non senta la brutta passione, era pur tanto comunemente
intesa da essersi fatto strada sin nelle basse
sfere. Uno dei facchini, che nei giorni di piogge impetuose
allaganti certe strade della città, facevano da
marangoni ai Quattro Canti o in altri posti del Cassaro,
una notte trasportava a spalla un dopo l'altro parecchi
uomini, che venivano da aver giocato; ma quando
l'ultimo di essi, gli disse che egli tornava, non da giocare,
ma da aver visto giocare, lo lasciò, senz'altro,
cadere nel torrente.

Costui non meritava nessun riguardo [#]_.

.. [#] Anche oggi tra i giocatori di carte usa dire per ischerzo:
   *jiccàmulu nn'â ciumara*, a proposito di chi guardi e non giochi.

[pg!249]

.. toc-entry:: XVI. Circoli di conversazione. Romanzi più in uso.

:small-caps:`Capitolo XVI.`
===========================

.. class:: center large

*CIRCOLI DI CONVERSAZIONE, ROMANZI PIÙ IN USO.*

Non fu nel settecento viaggiatore che non restasse
impressionato di quei «casini di conversazione», che
per noi passavano inosservati. Di questi casini, o circoli,
o *clubs*, o *rendez-vous*, ce n'eran parecchi in Palermo,
e tutti per la Nobiltà. La quale se nel quattrocento
e più tardi, nelle ore antemeridiane, usava al largo della
Cattedrale, onde la denominazione di «Piano dei Cavalieri»,
rimasta per lungo tempo a quella piazza [#]_;
verso la metà del settecento si adunava là dove ora
son le botteghe a pianterreno del monastero di S. Caterina,
quasi rimpetto la Chiesa di S. Matteo; il 1º settembre
del 1769, nella casa del D.\ :superscript:`r` Domenico Caccamisi,
presso la Cattedrale, e tre anni dopo anche nel palazzo
Cesarò [#]_, di fronte alla Chiesa del Salvatore. Quivi in
[pg!250]
tutte le ore della sera gran numero di signori dell'aristocrazia
convenivano; e le dame più note della città
allietavano della loro presenza il geniale ritrovo, come
di mattina la passavano in compagnia dei cavalieri
presso a S. Matteo.

.. [#] :small-caps:`Mongitore`, *Istoria del monastero dei Sett'Angeli*, cap. VII,
   p. 91. Palermo, 1726.

.. [#] :small-caps:`Meli`, in una sua lirica (ediz. cit., p. 89), ha questi versi:

   |   Pri li signuri nobili
   | Ridutti ad opri boni
   | La Cunvirsazioni
   | Fissa unni Cisarò.

I due circoli non bastavan sempre. In estate se
ne avea un altro, che temperava i calori della stagione;
ed era (1782) una delle *casine* della Piazza Borbonica
(Marina), dove «la nobiltà del corpo della Gran Conversazione,
cioè della maggiore, di cavalieri e dame,
se la godono nelle sere al fresco, facendovi dei tavolini
a giuoco nel piano, e allo spesso tenendovi feste da
ballo. Il popolo intanto, che vi fa circolo e n'è spettatore,
e specialmente con esso la marineria vicina della
Kalsa, va a partecipare di tal godimento» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. I, p. 61.

Ottimo *club* della buona compagnia, tenuto con
magnificenza e poca spesa da tutta la Nobiltà, la quale
vi si raccoglieva e vi riceveva i viaggiatori che le venivan
_`presentati`, il Cesarò restava aperto tutta la giornata;
ma le adunanze di esso cominciavano ad un'ora di notte
(alle nove di sera, cioè, in luglio), e finivano, alla maniera
italiana di computar le ore, a quattro o cinque ore,
cioè, all'una dopo mezzanotte, nella quale andavasi
alla Marina [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, t. IV, I. part., p. 141.

Quali fossero i giuochi, abbiam veduto nel capitolo
precedente.

Qui accade confermare la buona decorazione de
circolo, le vaste sale, l'amabilità di chi vi si adunava
[pg!251]
e la incantevole libertà tra i due sessi»: e la conferma
viene appunto da un signore viennese che vi fu ammesso [#]_.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XV, p. 148.

Il tema della conversazione è facile a indovinarsi.
Gli uomini, secondo i tempi e le occasioni, si occupavano
di fatti interni del giorno, giunti ultimamente a loro
conoscenza per via di *volanti*, di cocchieri, di servitori,
di lacchè, gazzette ambulanti tutti; de' fatti esterni,
per mezzo di corrieri, fittaioli, procuratori, vassalli,
amici, o per sentita dire dai fogli stampati, o dalle persone
giunte sia con l'ultimo pacchetto da Napoli, sia
con legni mercantili da Genova e Livorno, sia con la
vettura corriera da Messina, sia con forestieri provenienti
da Siracusa, Catania e Trapani [#]_. Difformi per
le cose nostre, uniformi fin con le medesime parole
per le straniere, i giudizî eran pronunciati a traverso
tanti «si dice» che era bazza se di dieci notizie riferite
nei circoli ve ne fosse una esatta.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, p. 77.

La politica estera vi entrava sempre; ma negli
ultimi anni, poco o punto. Se la Francia vi facea capolino,
e non potea non farvelo, ciò era pei suoi Giacobini.

Le donne, si comprende bene, non conversavano
se non di cose loro, dei loro abiti, dell'ultima moda.
Un nuovo costume le interessava quanto può interessare
al sesso femminile il comparir belle, graziose, ben
portanti. L'uso voleva ricevimenti e feste: e ricevimenti
e feste erano argomenti dei loro discorsi. I piccoli e
grandi intrighi d'amore si prestavano a confidenze attraenti,
che tutte le donne si sussurravano all'orecchio
[pg!252]
e tutte si confidavano rinfronzolandole con particolarità
di luoghi, persone, parole, date, sulle quali si poteva
giurare. Era il solito crescendo di circostanze nella
vecchia storiella del marito che, volendo mettere a
prova la segretezza della moglie, le confidò d'essersi
sgravato d'un uovo, il quale dalla mattina alla sera si
era moltiplicato fino a cinquanta.

Se talora una di esse usciva dalle frivolezze, per
entrare in un campo d'idee generose, poteva avere,
avea magari, uditrici affettuosamente, coscenziosamente
benevoli, ma chi sa! forse non tali che si determinassero
all'iniziativa d'una opera nobile e santa. Le nobili
e sante opere della collettività dell'età moderna, non
sono se non l'attuazione di idee largamente pensate,
vivamente illuminate dalla fede nel bene e dall'abitudine
all'esercizio della carità, di una o poche persone.

«La maldicenza, diceva Hager, è di casa a Palermo
come a Parigi. Gli scherzi spiritosi e gli aneddoti faceti
vengono raccontati nel gergo siciliano, come in gergo
si raccontano nella Senna» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, nella versione citata a p. 267, nota.

Questa facile critica di persone e di cose veniva
ordinariamente interrotta dal giuoco, al quale anch'esse
le dame, si davano un cotal poco, o dalla conversazione
coi cavalieri. Allora questa mutava aspetto: la galanteria
saliva dai teneri sguardi alle espressioni della
cortesia nell'antico significato della parola, ma scendeva
alle dichiarazioni più audaci, senza peraltro smettere
i misurati inchini, i saluti compassati, gli studiati complimenti,
stereotipati sulla mimica dell'affettazione e
[pg!253]
sulle formole d'un ghiacciato galateo [#]_. Ed è senz'altro
comico che la etichetta imponesse, non solo da cavalieri
a dame, ma anche da cavalieri a cavalieri, un certo
gergo ed una inflessione di voce che oggi desterebbe
la più grande ilarità. Di rito era il *Voscilenza*, contrazione
di *Vostra Eccellenza*, che essi si davano a tutto
pasto.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, V. III, p. 600.

La conversazione però non si faceva solo nei circoli,
ma anche, e forse più, nei palazzi privati, per ricorrenze
ed occasioni alle volte eccezionali. Occasione non
infrequente e pur sempre lieta il parto di giovani donne.
«Ogni notte si hanno molte conversazioni particolari
(nota P. Brydone), e vi recherà non poca sorpresa questo:
che si tengono sempre nelle camere delle puerpere».
Questa circostanza era ignota al Brydone, il quale
una bella mattina vedevasi comparire il Duca di Verdura
(l'amico che a lui e ad un suo concittadino faceva
gli onori del paese), che in tutta fretta veniva a dirgli
esser conveniente, anzi indispensabile, una visita. «La
Principessa di Paternò, ci disse, è stata presa stanotte
dai dolori del parto, ed a voi corre il dovere di presentarle
stasera i vostri omaggi. A bella prima credetti
ad uno scherzo; ma l'amico mi assicurò che parlava
sul serio, e che sarebbe stata grave mancanza la nostra
di non farle quella visita. Così sull'imbrunire ci recammo
dalla Principessa e la trovammo seduta in letto, in
elegante *déshabillé*, circondata da varî amici. Parlava
al solito e pareva stèsse benissimo.

«Questa conversazione si ripete ogni notte, per
[pg!254]
tutta la convalescenza, la quale dura da undici a dodici
giorni: costumanza generale, poichè le signore son molto
prolifiche [sfido io, se sposavano dai 12 ai 15 anni!];
le conversazioni nella città son tre o quattro contemporaneamente» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXII.

Codesta piccante notizia venne confermata pienamente
dal Cav. de Mayer. Nel 1791 egli trovò che «a
Palermo non s'invita, non si riceve ordinariamente;
ma le persone si vedono due, tre volte il giorno ed anche
più se hanno relazioni. Le adunanze si tengono presso
le donne in puerperio; e poichè esse sono feconde, frequentissime
son le adunanze» [#]_: nè più nè meno che
vent'anni prima avea veduto e detto Brydone: salvo,
s'intende, la parte di altri ricevimenti ordinarî e straordinarî
da aggiungere, come vedremo, a questa, esclusivamente
puerperale.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XV.

Brydone rimase lietamente sorpreso della facilità
onde le dame conversavano seco lui in inglese; facilità
che crebbe a vera disinvoltura al tempo degl'Inglesi
in Sicilia. Più familiare ancora il francese, che quasi
ogni nobile possedeva, avendolo appreso, gli uomini
al R. Convitto S. Ferdinando, le donne al R. Educandario
Carolino o, in generale, sotto la guida d'una *bonne*
o d'un aio, che raramente mancava nelle case signorili.
Bisognava anche tener presente che non poche signore
erano state all'Estero, e ne avean preso lingua e
fogge.

Di siffatta familiarità col francese, specialmente
[pg!255]
dame, usavano a tempo e a luogo. Alla presenza di
forestieri, che non comprendevano l'italiano e meno
ancora il siciliano, da persone finamente educate, con
una gentilezza, dice un tedesco, che confondeva, parlavano
il francese, ovvero, occorrendo, l'inglese [#]_; e nel
francese aveano, secondo la mondana espressione d'un
nobile ecclesiastico [#]_, «una chiave facile ad aprire i
gabinetti del cuore».

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 596.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *op. cit.*, p. 95.

Parlare poi di cultura femminile nel significato
moderno della parola, non si può, senza creare equivoci.
Quella che vi era (e certo rappresentava qualche
cosa, allora) si raccoglie dal programma di studî del
Carolino per le nobili donzelle, dalla Regola dei Collegi
di Maria per le civili. Ordinariamente, poco leggevan
le donne, e questo poco era la minima parte di quel
che si leggesse in Continente: in Venezia, p. e., in Firenze,
in Napoli, centri di pubblicazioni romanzesche; là, in
Venezia, sovente originali; qua, in Napoli, quasi sempre
tradotte.

Di romanzi originali siciliani neppur uno ce n'è
giunto: e forse non ve n'ebbero; o, se mai, furono manifestazioni
sporadiche, non riuscite a farsi strada oltre
lo scorcio del secolo, come l'invisibile *Romanzino utile
e piacevole* di quel Francesco Carelli, che fu anima venduta
del Governo. Quando lo stampatore veneziano
Rapetti, sotto gli auspicî della Duchessa Anna-Maria
Gioeni, volle iniziare in Palermo una *Biblioteca galante*,
dovette fermarsi al solo primo volume, mentre la medesima
[pg!256]
*Biblioteca*, per il gran numero di compratori, veniva
su prospera a Firenze ed a Venezia.

I libri ameni, meglio favoriti dal sesso gentile,
venivano per la via di Genova e di Livorno, e più comunemente
di Napoli. Le novelle e i romanzi inglesi
e francesi, pessimamente tradotti, tenevano il campo
conquistato dagli italiani.

Entrando nel *boudoir* d'una dama, o d'una signora
del ceto civile, l'occhio si posava subito su qualche
volume elegantemente rilegato della *Nuova Biblioteca
da campagna*, o della *Biblioteca piacevole*, o della *Biblioteca
di villeggiatura*: tre collezioni napoletane levate
alle stelle dalle leggitrici delle due Capitali del Regno.
L'ab. Galanti, autore d'uno studio sopra la morale e
i diversi generi di sentimenti, avea curato una di queste
*Biblioteche*, ricca di ventinove tomi; ma anche qui
tutto era forestiero, dall'*Orfanella inglese* alle *Memorie
di Fanny Spingler*, dalle *Novelle morali* di Diderot agli
*Amori di milord Bomston* di Rousseau, dalle *Novelle* e
dalle *Favole* di St. Lambert alla *Lucia*, alla *Giulia*,
al *Varbeck*, agli *Aneddoti* del ricercato d'Arnaud. E
vi si appassionavano le nostre damine, e vi facevan
cadere sopra le loro discussioncelle. Conversando con
esse in francese, Hager credette di accorgersi che difettassero
di letture francesi; e si maravigliò che ragazze
e signore non sapessero di Marmontel, di Crebillon,
di Mercier [#]_; ma ebbe il torto di appoggiarsi a vaghe
notizie negative; e dimenticava, o ignorava forse, che
ve n'erano appassionate per Rousseau e per Voltaire,
[pg!257]
le pagine dei quali si facevano spiegare in luoghi nei
quali nessuno potesse sentirle [#]_. Vero è che in pubblico
mostravano molta simpatia per l'Alfieri, il Metastasio,
il Parini; vero che amavano molto il Meli [#]_; ma la loro
predilezione era per la letteratura galante, da gabinetto,
come vogliamo chiamarla: e questa era tutta
francese. Che se gli scrittori nostri se ne scandalizzavano,
è bene ricordare che essi non aveano nulla di
proprio da contrapporvi, e non pensavano a soppiantarla.
La *Scelta raccolta italiana di Romanzi* di Milano
(1787, tredici volumi), rimase ignorata; ignorata pure
la larga produzione di quell'Antonio Piazza, che fu
conosciutissimo nell'alta Italia. Solo qualche racconto
dell'inesauribile ab. Chiari penetrò in Sicilia, non giungendo
peraltro a scalzare nè il *Telemaco* di Fénelon
nè il *Belisario* di Marmontel, nè il *Diavolo zoppo* e molto
meno il *Gil Blas di Santillana* di Le Sage, che con i *Viaggi
del Cap. Gulliver* dello Swift ed i *Viaggi di Enrico Wanton*
del veneziano Sceriman tenevano il posto d'onore. Siffatti
libri piacevano a donne e ad uomini, a vecchi ed a fanciulli;
ma non riuscirono mai a inumidire tante ciglia
quante ne bagnarono gli *Amori di Adelaide e Comingio*,
il fortunatissimo tra i fortunati racconti divulgati per
l'Isola.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, loc. cit.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: La Villeggiatura*.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *op.* e *loc. cit.*

Tornando ai circoli dei nobili, dobbiamo aggiungere
che il principale tra essi (poichè, come s'è visto,
ve n'eran parecchi), era quello della *Grande conversazione*,
lì nel Palazzo Cesarò.
[pg!258]

Di minute particolarità ce ne diede il Conte de
Borch, da cui le riportiamo.

Questo circolo è «una specie di club inglese, o di
Caffè pubblico per la Nobiltà, al quale vanno tutte
le Dame e quanto di più eletto abbia la città. In esso
i forestieri ed i regnicoli, colmati d'ogni maniera di
garbatezze, sono come a casa loro, lieti di poter parlare
di affari, di contrarre conoscenze gradite senza soggezione
e senza disuguaglianza. A qualunque ora vi si
ha caffè e rinfreschi a proprie spese. I socî debbono
esser tutti nobili, e vi sono ammessi a bussolo secreto
e strettissimo; sono dugento e pagano un'onza all'anno,
e con questa somma e con quella che si ricava dal giuoco
si fa fronte alle spese di pigione della bellissima casa,
di servizio (servi e massari) e di illuminazione.... Io
ho veduto, conclude il nobile visitatore del 1777, molte
istituzioni simili, ma sento il dovere di dichiarare che
quella di Palermo supera le migliori che io abbia viste
nel genere in Italia» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *op. cit.*, t. II, lett. XV. Vedi anche :small-caps:`Torremuzza`,
   *Giornale Istorico* ined., carta 176.

La Conversazione sul finire del secolo non era più
da Cesarò. Ai socî parve un po' fuori centro: e centro
per ogni buon palermitano è la Piazza Vigliena. «Martedì
9 dicembre del 1800 il Re assiste alla processione
della Immacolata dalla casa del Barone Gugino (Bordonaro),
destinata alla Conversazione dei Cavalieri e Dame
della città». Così dice il n. 97 della *Raccolta di Notizie*,
di quell'anno.

Ott'anni dopo, nel 1808, presso la casa di D. Giuseppe
[pg!259]
Valguarnera e Gentile Peveri, Marchese di S. Lucia,
allato della piazza di S. Caterina, veniva demolito l'antico
teatro dei *Travaglini* e ricostruito nella forma
dell'attuale *Bellini*, allora, dal nome della regina, *Carolino*.
Una parte della casa del Marchese aggregavasi
al nuovo teatro, con diritto al proprietario di entrata
e di libero accesso dallo interno della propria abitazione;
diritto passato più tardi a D. Teresa Fasone, detta *di
S. Isidoro*, rimasta celebre fino ad oggi, anche per una
certa avventura galante avuta con Ferdinando III [#]_.

.. [#] Da una nota testè trovata dall'onorevole Principe Pietro
   Lanza di Trabia in un *Diario* del suo bisnonno, D. Giuseppe
   Lanza e Branciforti, sappiamo che proprio in quell'anno
   l'antico Circolo di Cesarò passava accanto al teatro *Carolino*,
   cioè nella casa di S. Lucia, e che l'anno seguente vi teneva
   una splendida festa. Vi prendeva, o forse continuava a tenervi,
   il titolo di *Sego*: titolo, dicono i vecchi, preso dalle candele
   di sego che vi si accendevano, ma pure interpretato in altro
   senso.

   Nel 1816 il diligentissimo cav. Gaspare Palermo scriveva:
   «In questa stessa casa del Marchese di S. Lucia al presente
   si tiene la Conversazione della Nobiltà, la quale vi passa dallo
   stesso teatro senza uscire in istrada». (*Guida*, 2ª ediz.,
   pp. 283-84).

   Nell'anno di grazia 1904 nulla si è mutato. Il Circolo
   Bellini è il ritrovo della Nobiltà autentica siciliana in Palermo;
   la quale pur si divide tra quello già di Piazza Bologni,
   detto della *Paglialora*, andato ora in via Ruggiero Settimo,
   presso la Badia del Monte, ed il Circolo Geraci, composto in
   buona parte di elementi civili o borghesi.

In quella casa trapiantavasi da ultimo, e prospera
ancora, l'antica *Grande Conversazione*.
[pg!260]

.. toc-entry:: XVII. Ospitalità e gentilezza. Balli e duelli.

:small-caps:`Capitolo XVII.`
============================

.. class:: center large

*OSPITALITÀ E GENTILEZZA. BALLI E DUELLI.*

Una frase del Conte De Borch dianzi riferita suona
lode della ospitalità palermitana, virtù per la quale
potè il Barone di Riedesel affermare che gli uomini
«amano ricevere gli stranieri, e questi passan con quelli
piacevolmente il tempo» [#]_. Quella frase dobbiamo raccoglierla
per avvalorarla con testimonianze autorevoli.
Facciamo parlare gli stranieri, i quali ne fecero esperimento.

.. [#] :small-caps:`Riedesel`, *op. cit.*, p. 122.

Il dovere di ospitalità era (e con lieto animo possiamo
dire è) profondamente sentito da ogni siciliano,
fosse anche il meno colto. Questo i viaggiatori decantavano
a coro, e c'impongono di confessarlo anche noi.
Dei tanti che visitarono l'Isola, pochi furono quelli
che non ebbero occasione di accorgersi e di provare
questa qualità, che agli stranieri riusciva provvidenziale.
In Palermo si spingeva fino alla delicatezza. Il
vecchio Genio della Città, cui la recente creazione dello
scultore Marabitti faceva nella Villa Giulia pompeggiare
con un'aquila ed un cane dappiè, simboleggia la
[pg!261]
naturale tendenza del palermitano a nudrire lo straniero
pur divorando sè stesso. Questo Genio è ormai
noto al lettore. I Palermitani, non benevoli verso i
loro concittadini, apron le braccia al primo che venga
da fuori. Nel commercio stesso, la bottega d'un *nazionale*
(come si diceva il siciliano) era meno simpatica di
quella d'un forestiere; e le botteghe dei Lombardi aveano
un concorso che altre non sognavano.

Nel 1787 l'Ab. Delaporte diceva: «La Sicilia offre
ai viaggiatori vantaggi veramente preziosi e quasi sconosciuti
nei paesi nei quali si crede supplire col danaro
a molte virtù: è l'ospitalità generosa di tutti gli abitanti,
avanzo venerando di costumanze antiche, che
formava un legame invidiabile e sacro tra uomini di
nazioni diverse. Io ne feci più volte lieta esperienza.
Provvisto di semplici lettere di raccomandazione ricevute
a Messina, io trovai amici dappertutto, accolto,
festeggiato con ogni maniera di servigi e sempre con
una gentilezza, con una cordialità che mi ha colmato
di riconoscenza, e addolcito le fatiche del viaggio» [#]_.

.. [#] *Le Voyageur françois*. Nouvelle édition, t. XXVIII,
   pp. 50-51. À Paris, chez Moutard. MDCCLXXXVII.

Così pure un altro Abate, R. de Saint-Non: «Poche
sono in Europa le città nelle quali il tono generale sia
più amabile, più onesto, e la Nobiltà abbia tanta *politesse*,
tanta naturale affabilità, quanta in Palermo; al
che concorre specialmente il *club*» dianzi citato [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, t. IV, I par., p. 141.

Così il Dr. Hager: «L'indole del siciliano non è
meno orgogliosa che superba o sostenuta; ma i forestieri,
come in una campagna che sia poco frequentata,
[pg!262]
vi son ricevuti con ispecial dimestichezza ed ospitalità.
Si è lieti quando si vede arrivare qualcuno da lontane
contrade: ogni forestiere è veramente il benvenuto» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 187.

«Un forestiere che si regoli bene, non ha bisogno
di commendatizie: è subito accolto nelle migliori società.
Nelle passeggiate pubbliche le signore più aristocratiche
gli rivolgono la parola, come pur fanno a teatro se esse
si accorgono che egli cerchi far la loro conoscenza; gli
domandano del suo paese, non dell'esser suo. *Eccellenza*
è il titolo che gli danno. Soventi volte, tanto nelle passeggiate,
quanto a teatro, io non ebbi a durar fatica
per conoscere le primarie famiglie. Invitato ai loro
circoli, ho avuto le prove d'una ospitalità amichevole,
che si cercherebbe invano in altre grandi città anche
per via di lettere di raccomandazione». Proseguendo,
Bartels aggiunge: «Anche oggi, standomene a contemplare
in un palco la leggiadra bellezza della Principessa X,
ho avuto il piacere di veder cominciare da lei la conversazione,
finita con un suo invito al ricevimento di
domani. In quali luoghi si va tanto incontro al forestiere?
Ma in quali altri luoghi si acquista tanta celebrità
ricevendo dei forestieri nella propria casa quanto a
Palermo?» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 601.

Più tardi, nel secondo decennio dell'ottocento, Gino
Capponi, percorsa la Sicilia e giunto a Palermo, serbava
nel suo Diario finora inedito questo ricordo: «Non vi è
forse altro paese dove questi (i forestieri) siano così
accetti, nè in altro luogo può il viaggiatore adempiere
[pg!263]
meglio che qua l'oggetto che dovrebbe esser principalissimo,
di vivere, cioè, coi connazionali» [#]_.

.. [#] :small-caps:`M. Tabarrini`, *Gino Capponi, i suoi tempi, i suoi studi,
   i suoi amici*, p. 36. Firenze, Barbèra, 1879.

Egli poteva ben ripetere quello che un altro toscano,
Filippo Pananti, reduce da Algeri, e ammaliato della
franca affabilità e della gentilezza affettuosa dei Principi
di Villafranca e di Valguarnera, avea detto con Catullo
a proposito di certi uomini: «Coloro che li conosceranno
un giorno, li ameranno; e coloro che li avranno amati
una volta, li ameranno sempre» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pananti`, *Relazione d'un soggiorno in Algeri*, cap. XX.

Quali i padroni, tali i loro dipendenti; quali i nobili
ed i civili, tali i popolani. Questo principio di ospitalità
era ed è innato in tutti. La liberalità nel ricevere e
trattare il forestiere senza un fine, che non fosse quello
di compiere un atto di convenienza e di buona educazione,
era pratica ordinaria.

Particolareggiando sulla squisita cortesia, il prof.
Bartels ragguagliava della ospitalità delle dame. Pareva
a lui di trovarsi non in un'isola, ma in un paese in
contatto immediato e continuo col mondo.

Nessuno capitava mai in una casetta, in un abituro
che non vi venisse cordialmente festeggiato. Quando
Stolberg, prima di giungere a Bagheria, si fermò innanzi
il palazzo del Marchese Celestre di S. Croce, il castaldo
(che per la sua gentilezza già conosciamo) offrì subito
a lui ed al suo compagno di viaggio, vino, letto e commodi
d'ogni genere, che lo confortarono dell'insopportabile
scirocco della giornata [#]_.

.. [#] Vedi nel presente vol. p. [pg 205]_, e :small-caps:`Zu Stolberg`, *Reise*,
   v. III, p. 316.

[pg!264]

Ma noi abbiamo parlato di ospitalità e gentilezze
senza parlare delle forme con le quali l'una e le altre
si svolgevano.

Accompagniamo un forestiere in una visita che
egli, giungendo tra noi, vada a fare. Ad immaginarla
ci vorrebbe poco; pure non occorre giocare di fantasia
quando ci son testimonî di vista.

Il Bartels descrive una di codeste visite fatte da
lui, e ricorda i sonori annunzî dei servitori: *Signori
forestieri!* al suo inoltrarsi nel salotto; ed il dignitoso
ricevimento dell'ospite e la presentazione di esso Bartels
alla signora ed alla compagnia: tutto condotto in guisa
da mostrare la importanza del luogo e la solennità del
momento [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 603.

L'inglese Vaughan scende a particolari, che hanno
dello spiritoso e sono verissimi. Riassumiamoli.

Facendo una visita a persone ragguardevoli, voi
siete, secondo l'etichetta, condotti per una lunga fila
di stanze, probabilmente fino ad un'ultima, in fondo,
piccola ma bella, che è forse quella da letto, ove, se
indisposta, la dama riceve. In inverno vi viene offerto
caffè; in estate, acqua diaccia.

Finita la visita, il padrone di casa attraversa con
voi le stanze e vi accompagna, pronto a farvi un inchino.
Importa che voi conosciate tutto il cerimoniale del
momento per non venir meno a' doveri che v'incombono.
Voi, p. e., cominciate ad inchinarvi pregando il Signore
che non si dia pena (*by no means*); ed egli vi risponde
che non fa se non lo stretto suo dovere. Voi vi provate
[pg!265]
di nuovo ad impedire tanto disagio, ma egli vi prega
di non privare il più umile dei vostri servitori di tanto
onore e piacere.... Se vi capita di lodare le sue belle
sale, vi dichiara che esse sono a vostra disposizione,
e che tutto è merito delle vostre lodi. Vi mostrate disposto
ad esprimere la vostra obbligazione agli amici
che vi presentarono a Sua Eccellenza? Ebbene: Sua
Eccellenza vi assicura che la obbligazione è proprio
sua, e che gli amici lo giudicavano discretamente prevedendo
il piacer suo nel ricevere un forestiere di meriti
così singolari, che — voi rispondete — «sono bontà
sua».

Il resto si passa come si può, con ripetute insistenze
per impedire altro disturbo, e con le migliori espressioni
di rincrescimento da parte di lui per la occasione che
gli si toglie di mostrare altrimenti la propria stima:
frase, questa, che, pronunziata a capo della scala, v'impone
le maniere più cortesi e gentili e le parole più
rispondenti alla vostra riconoscenza. Così inchinandovi e
indietreggiando sempre, potete andar soddisfatto di avere
alla meglio compiuta la visita. Un'ora dopo, riceverete
una carta o una visita nell'albergo o nell'abitazione da
voi scelta.

Grande è lo stupore che un inglese prova nel sentirsi
rispondere, quando loda alcun che, case, cavalli,
carrozze, che tutto è a disposizione di lui. Un inglese
vede in questo un complimento che basta esso solo a
dimostrare la differenza tra Siciliani ed Inglesi [#]_; ma
un italiano, il Rezzonico, prima di lui, vi avea riconosciuto
[pg!266]
ben altro, e ne avea preso argomento delle seguenti
parole, lusinghiere per ogni isolano, ma più
ancora per la Nobiltà:

.. [#] :small-caps:`Vaughan`, *op. cit.*, lett. V.

«L'urbanità, lo spirito, la bellezza delle dame di
Palermo, l'affabilissimo carattere de' cavalieri, ed i loro
gentilissimi modi co' viaggiatori sono invisibili catene
che gli ritengono dolcemente in una città tranquilla
e piena d'ozio beato, che dopo il tumulto di Napoli
riesce aggradevole e deliziosa, per quell'equabile tenor
di vita e quella soave dimenticanza d'ogni cura e d'ogni
fastidio che gli uomini talvolta cercano indarno nelle
torbide ed inquiete capitali del continente» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *op. cit.*, v. I, p. 152.

Poichè nei ritrovi c'incontriamo sempre con donne,
qualche altra notizia di esse non dovrebbe tornare
superflua. Ma dove cercarla se i nostri scrittori, meno
il Villabianca, non ne hanno alcuna? Peraltro, o essi
la danno buona, e allora son sospetti di piacenteria;
o la danno cattiva, e allora fanno nascere il dubbio di
malanimo personale: e poi, v'è sempre quell'ingrata
figura del Palermo con quel brutto serpente!...

Facciam capo dunque ai forestieri. Hager, che si
trattenne a lungo e volentieri nei salotti eleganti e nei
circoli di compagnia, ce ne dice più di tutti.

«Il pianoforte, mobile di quasi tutta l'Europa, è
anche qui abituale dappertutto. Per mezzo di questo
magnifico strumento ho imparato in Palermo, accanto
a dive siciliane, arie appassionate di Cimarosa e di Fioravanti,
e duetti di Andreozzi e di Tritto. L'amore si
unisce inosservato col canto; l'armonia del suono porta
[pg!267]
quella dei sentimenti, e non si può immaginar nulla di
divino più che un momento così celestiale.

«Col pianoforte, pel quale si hanno in Palermo
eccellenti sonatori e compositori, va anche la chitarra,
come nelle case della Spagna. Di questa le ragazze si
servono per accompagnare, con la delicatezza che è
propria di siffatto strumento, brevi canzonette popolari
siciliane, il cui contenuto scherzevolmente amoroso non
cede in acutezza ed in arguzia al tedesco. Pure la melodia
è diversa, non solo dalla nostra, ma anche da
quella italiana, perchè suona proprio secondo il gusto
asiatico, nel modo che l'arte chiama *moll* minore, nè
più nè meno che io la udii sulle rive del Bosforo.
Essa fu importata dagli Arabi o dagli Aragonesi, che
ancora più lungamente tennero il dominio della Sicilia» [#]_.

.. [#] È superfluo il dire che quest'affermazione, così recisa,
   è per lo meno discutibile.

E parlando delle donne palermitane:

«La loro andatura, i loro balli, ogni loro movimento
tramandano un non so che di dolce e di delicato; di
esse tutto somiglia alle mimiche attitudini che Rehberg
a Napoli ha ritratto in assai gentile maniera in Lady
Hamilton. La loro conversazione è vivace, il loro sguardo
espressivo, ora con fisonomia languida, ora con sorrisi
maliziosi, ora con parole scherzevoli; il suono della
loro voce è dolce, e la loro presenza spira in tutti gli
astanti serenità» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde* e :small-caps:`Maria Pitrè`, *Donne, passeggiate
   e società in Palermo nello scorcio del sec. XVIII descritte da*
   :small-caps:`J. Hager`, pp. 5 e 6. Palermo, 1901. Cfr. pure :small-caps:`Goethe`, *op.
   cit.*, lett. 16 marzo 1787.

[pg!268]

Non ti pare egli, amabile lettore, che il prof. Hager,
dimenticando per poco il suo brutto arabo, per cui
fu chiamato dal Re a giudicare della *impostura saracena*
del Vella, abbia perduto la testa per qualche bella ragazza,
o bella dama?

I balli! Oh i balli eran pure un gran divertimento!
Peccato che nessuno d'allora abbia pensato a descriverli!
Neanche questo stesso Hager, che ci si trovò
così di frequente; neanche d'Espinchal, che vi prese
parte godendo i beati ozii palermitani del 1800.

E che balli! Uno dei più graditi e forse dei tenuti
più in conto, era il minuetto, espressione della società
d'allora, ma pur sempre grazioso. Quando oggidì si
vuole alludere a cosa che ci si somministri a spilluzzico,
sì che si rimanga un cotal poco in pena, usa dire in
Sicilia: *Mi fa lu manuettu cu lu suspiru*, frase che ricorda
una particolare figura della cerimoniosa danza,
con pose mimiche di prestabiliti sospiri. Avverso per
indole a qualsiasi caricatura di vita, il popolino non
poteva guardare con piacere tutte quelle finzioni, e vi
creava sopra il non benevolo motto.

Ma il ballo non era un semplice esercizio fisico e
di educazione, come quello che s'insegnava alle nobili
donzelle del R. Educandato Carolino ed ai nobili giovinetti
del R. Convitto S. Ferdinando; nè poteva, in
vero, dirsi uno svago da cenobiti. Francesco Sampolo,
che ballò la parte sua, perchè anche lui fu giovane,
e della società del suo tempo studiò i difetti, scrisse
qualche verso in proposito; donde si vede a che ufficio
la danza servisse, e come le mani, i piedi, che si palpano,
si toccano, s'intrecciano, si stringono, s'avvinghiano,
[pg!269]
siano, ed eternamente saranno, lacci potenti d'amore.
Egli stesso, numerava un per uno questi lacci, raffigurati
da altrettanti balli. La seguente lista è la più copiosa
che da noi si conosca:

   |     Lu quàcquaru, la starna, la scuzzisi,
   | Lu savojardu, lu 'ngaggiu d'amuri,
   | Lu valson, lu pulaccu, l'olannisi,
   | Lu manuettu di lu stissu Amuri.
   | L'ussaru, lu 'ngongò, lu tirolisi,
   | Lu sursì, l'alemanna, su' d'amuri
   | Ministri, chi cci 'mbrogghianu li carti
   | E fannu cchiù ruini chi 'un fa Marti.

Pedanteggiando, potrebbe discutersi sulla triplice
comparsa della parola *amuri*; però ci vuol poco a capire
che essa non è fortuita, ma fatta con arte. Se poi il
lettore ha nel genere una certa erudizione che a noi
difetta, non troverà difficoltà a riportare ai nomi originali
parte dei quattordici nomi sicilianizzati di danze.
Quei nomi, altronde, nei ritrovi correvano quali erano
giunti dall'estero, e bisognava sentire con quale correttezza
di pronunzia li dicesse, con quale franchezza
di tatto li insegnasse il più scrupoloso ministro d'Euterpe
d'allora, Domenico Dalmazzi.

Oh tre volte e quattro volte benedetto Maestro,
che, lasciando per Palermo la natia Genova, tante
generazioni educasti all'arte che fu tua! Morendo (1797),
tu lasciasti largo compianto di fanciulle e di giovani
desiosi di danze; e chi sa che, trasportato per le vaghe
regioni della fantasia, non ti sarai, anche tu, abbandonato
alle ineffabili dolcezze sognate dal poeta, che cantava:
[pg!270]

   |   Mentri ca godi grata sinfunia
   | Di trummi, contrabassi e vijulini,
   | E senti lu cuncertu e l'armunia
   | Di citarri francisi e minnulini,
   | E ammira lu 'ntricciu e la mastria
   | Di li balletti e di li ballerini,
   | Ed è 'ntra li piaciri tutt'astrattu
   | Ogni armuzza si cogghi a lu strasattu [#]_.

.. [#] Ogni cuore vien preso all'improvviso.

   :small-caps:`F. Sampolo`, *Parte quarta. Lu Cavaler serventi, Cicalata*,
   ottave 46 e 49. Ms. inedito, messo a nostra disposizione dal
   venerando prof. Luigi Sampolo, figlio del valoroso poeta.

Con questi ardori è facile immaginare quel che
dovesse avvenire tra le teste calde dei giovani. Ad
ogni menoma occasione sorgevano contrasti; per lievi
malintesi di inavvertite preferenze nei balli, per impercettibili
violazioni di etichette, passavasi a vie estreme;
e cartelli di sfida venivano issofatto lanciati, specie nei
giorni di ridotti carnevaleschi o al giungere di qualche
bella, compromettente artista del S. Cecilia o del S. Caterina
(oggi teatro Bellini).

Ai duelli, altronde, si era per antica consuetudine
adusati. Al S. Ferdinando, tra le varie discipline che
s'impartivano, non mancavano le cavalleresche. La scherma,
una delle cinque piaghe, non già d'Egitto, ma della
Sicilia, lamentate dal poeta benedettino P. Paolo Catania [#]_,
possedeva un abilissimo insegnante in un tal
Torchiarotto. A lui faceva codazzo uno stuolo interminabile
di ammiratori; a lui si rivolgevano per esser
[pg!271]
preparati coloro che cercavano nelle vertenze di cavalleria
farsi ragione.

.. [#] :small-caps:`P. Catania`, *Theatro ove si rappresentano le miserie
   umane* ecc. Palermo, 1665.

Una poesia, andata in giro tra gli schermidori di
Palermo (1784), dà la misura dell'ammirazione che gli
professavano i suoi devoti. È una stampa del tempo,
che fedelmente ripubblichiamo:

«In lode del celebre maestro di spada D. Antonino
Torchiarotto, inventore e direttore del battimento
nella contradanza allusiva alla presa della fortezza di
Algeri:

   |     SONETTO
   |
   |   Marte, cui deve il primo onor la spada,
   | Rese nel campo mille eroi guerrieri.
   | Ma fra l'orride stragi agli alti imperi
   | Schiude di gloria sanguinosa strada.
   |   Nuovo Marte tu sei, e fai che cada,
   | L'audace Moro ai colpi tuoi non veri
   | Formi col brando i nostri, i tuoi piaceri;
   | Porti illustre vittoria u' più ti aggrada.
   |   I tuoi seguaci in eleganti pruove
   | Con grati giri e con maestri passi
   | Spingi fra loro a belle pugne e nuove.
   |   Così tu vinci il natural dell'arte,
   | Mentre i limiti suoi dolce sorpassi.
   | Or ceda a te l'onor lo stesso Marte» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, p. 210.

E poichè Marte ha ceduto le armi a Torchiarotto,
giova avvertire che anche nei più grossi scontri le cose
non si facevano troppo sul serio, perchè poche tracce
cruente si scoprono di partite cavalleresche.
[pg!272]

.. toc-entry:: XVIII. Dame belle, dame buone, dame virtuose.

:small-caps:`Capitolo XVIII.`
=============================

.. class:: center large

*DAME BELLE, DAME BUONE, DAME VIRTUOSE.*

Le donne che abbiamo qua e là, nel corso di queste
pagine, incontrate, non son le sole della società del
tempo. Astri maggiori, splendenti di luce propria nel
firmamento muliebre della Nobiltà siciliana, esse gareggiavano
in attrattive di grazia dominatrice, in distinzione
di eleganza.

La vaghissima Marianna Mantegna, col suo delizioso
neo sul seno d'alabastro, ispirava al Meli la canzonetta
*Lu Neu*, che contiene non innocenti arditezze:

   |   Tu filici, tu beatu
   | 'Nzoccu si', purrettu o neu!
   | 'Ntra ssu pettu delicatu
   | Oh putissi staricc'eu!
   |   'Ntra ssi nivi ancora intatti
   | Comu sedi, comu spicchi!
   | Ali! lu cori già mi sbatti,
   | Fa la gula nnicchi nnicchi! [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lirica*, ode XI, p. 38.

Gli occhi non sai se più penetranti o voluttuosi
della Duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, facevano
[pg!273]
battere cento cuori e penetravano fino alle midolle
del buon Poeta [#]_, che nella dolcissima tra le sue dolci
odi *L'Occhi* cantava:

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. I, c. XI.
..

   |   Ucchiuzzi niuri,
   | Si taliati [#]_
   | Faciti càdiri
   | Munti e citati.
   |   Ha tanta grazia
   | Ssa vavaredda [#]_
   | Quannu si situa
   | Menza a vanedda,
   |   Chi, veru martiri
   | Di lu disiu,
   | Cadi in deliquiu
   | Lu cori miu.... [#]_.

.. [#] *Taliati*, guardate.

.. [#] *Vavaredda*, pupilla.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lirica*, ode V, p. 35.

   Varie famiglie attribuiscono per tradizione a una loro
   propria antenata la ispirazione di questa canzonetta. La verità
   è questa: che il Meli la scrisse proprio per la Duchessa di
   Floridia, la quale, rimasta vedova, alla morte di Maria Carolina,
   regina di Napoli e Sicilia, divenne moglie morganatica,
   non felice nè ricca, di Re Ferdinando III.

Riandando con la memoria e celebrando nel suo
*Gemälde* le principali fattezze femminili da lui viste,
il prof. Hager metteva in prima linea la Principessa
di Leonforte (poi di Butera), una vera Aspasia per le
sue forme e pel suo ingegno. Beltà come la sua, nessuno
tra quanti la conobbero ricordava: e tutti dicevano
dei suoi occhi di gazzella, della sua testa scultoria,
[pg!274]
resa maravigliosa dai ricchissimi gioielli [#]_. Chi stenta
a riconoscerla, la identifichi con la seconda Caterina
Branciforti, e saprà subito chi ella fosse, anche senza
il ritratto che ne fece il siculo poeta delle venustà del
tempo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op.* e *loc. cit.*

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 103.

Leggiadre le signore di Calascibetta, di Villarosata,
di Castelforte e molte altre minori. Rimettendo il piede
in Terraferma, sul Ponte della Maddalena, Hager incontrava
(dicembre 1796), un'ultima volta ammirando,
la simpatica Principessa di Petrulla e la Marchesa d'Altavilla,
di casa, crediamo, Bologna, accompagnate dal
Marchese di Roccaforte e dal Principino della Cattolica [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, pp. 57 e segg. e 235.

E lì, a Napoli, gemme l'una più dell'altra preziosa,
queste dame componevano la corona della altera Maria
Carolina, confermando con la loro presenza l'antica
reputazione del tipo estetico dell'Isola: forme giunoniche
e taglie mezzane, volti rosei ed ardenti e visi sentimentalmente
pallidi, chiome dai riflessi dell'ebano alternantisi
con le bionde oro, grandi occhi neri lampeggianti
allato a languidi cerulei, quali più, quali meno, imperiosi
e carrezzevoli, dalle interrogazioni rapide e dalle meste
vaghezze d'un sogno.

Esse si eran chiamate Aurora Filingeri, Maria Gravina,
Caterina Bonanno: Principesse di Cutò, di Palagonia,
di Roccafiorita (1775) e Marianna Requesen
Contessa di Buscemi (1777). Scomparse dalla vita e
ritratte dalla società, ricomparivano nelle grazie delle
[pg!275]
loro incantevoli figliuole, o congiunte, o amiche, od
anche emule: Marianna e Ferdinanda Branciforti, Principessa
di Butera l'una, Contessa di Mazarino l'altra,
Stefania Bologna Marchesa della Sambuca ed Anna-Maria
Ventimiglia Contessa Ventimiglia-Belmonte (1780).
Belle, superbamente belle tutte, come la Principessa di
Carini Caterina La Grua, nome che richiama ad una
forte leggenda [#]_: la Duchessa di Belmurgo Rosalia Platamone,
la Principessa di Villafranca Giuseppina Moncada,
la Principessa di Scordia Stefania Valguarnera
e Felice di Napoli Marchesa di Giarratana (1797), la
quale non vuolsi confondere con la Lionora.

.. [#] Vedi nel presente vol., p. [pg 42]_.

Dame d'alto lignaggio, costoro brillavano con l'ideale
di loro gentilezza nei circoli, con la prestanza di loro
signorilità nel ceto, col fasto di loro casato nelle due
Capitali e fuori.

Pieni d'ammirazione per tante dive dell'Olimpo
siciliano, alcuni scrittori del tempo non sapevano far
differenza tra bellezza e bellezza. I tipi più eletti eran lì,
sorriso gaio di natura, fascino potente di uomini, invidia
mal celata di donne. Profili spiritualmente greci, dagli
occhi e dalla capigliatura corvina, dai lineamenti correttissimi,
quelle dive passavano ammirate tra la folla,
corteggiate tra le conversazioni. Bartels, astraendosi
talvolta dalle sue severe lucubrazioni economiche e storiche,
vide «a Palermo ed a Venezia le più splendide
donne, in faccia alle quali anche Paride sarebbe restato
incerto a chi assegnare il pomo d'oro» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 605.

[pg!276]

Le figure più snelle offrivano anche allora agli
osservatori stranieri «un'idea di quelle bellezze che
una volta servirono di modello a Prassitele ed a Policleto
in quest'Isola greca, e che infiammarono Aci
per Galatea». E lanciandoli fantasticamente in mezzo
alle favole ed alla storia, li richiamavano a quella siciliana
che fece girare il capo ad Eufemio, quando nel
secolo IX l'Isola cadeva sotto la dominazione degli
Arabi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, nella cit. vers. di M. Pitrè, p. 4.

Tra le rare onorificenze e, perchè rare, pregiate,
qualcuna concedevasene a donne, per meriti e virtù
preclare.

Dopo il quarto ventennio del secolo la Marchesa
Regiovanni, Sigismonda Maria Ventimiglia, veniva insignita
del sacro militare ordine gerosolimitano con la
medesima croce ed i medesimi privilegi che avean goduto
e godevano la Principessa di Valguarnera e la Marchesa
Fogliani-Malelupi. Lionora Di Napoli, Principessa e Marchesa
di Spaccaforno, indossava l'abito di Malta e la
gran croce di devozione [#]_: e quando ogni anno il Gran
Maestro dell'Ordine mandava il solito tributo solenne
del falcone a Re Ferdinando, ella, in mezzo ai pochi
cavalieri che della distinzione si onoravano, attirava
gli appassionati sguardi della folla.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XIX, p. 223; v. XX,
   p. 12.

Con queste, altre dame con altre insegne.

Poco prima dell'abolizione del S. Uffizio un Grande
Inquisitore viaggiava per le campagne di Sciacca. A
un tratto, nel feudo Verdura, una masnada di ladri
[pg!277]
sbuca da una macchia, lo assale ed è quasi per finirlo.
Non discosto da lui è la Duchessa Leofanti coi suoi
uomini; alle grida dell'assalito ed alle voci degli assalitori,
ella, con ardimento più che virile, accorre, investe
e mette in fuga i ribaldi salvando il malcapitato uomo.
Per quest'atto la Duchessa veniva decorata in perpetuo,
per sè e per le sue discendenti, dell'Ordine cavalleresco
della SS. Inquisizione [#]_. Quella crocetta verdescuro e
bianca, pur dopo la soppressione dell'aborrito Tribunale,
fregiò più d'un petto femminile, coprì molti palpiti,
oggetto di fiero, inestinguibile odio e di viva ammirazione.

.. [#] :small-caps:`V. Mortillaro`, *Leggende storiche siciliane dal XIII
   al XIX secolo*. 2ª edizione, p. 177. Pal., Pensante, 1866.

E con le valenti erano anche le dame colte e virtuose,
nelle quali l'ardore del vero era così intenso
come fecondo il culto del bello.

La spiritosa giovane Baronessa Martines metteva
in musica con dolcezza degna dell'originale qualche
canzonetta che l'amabile Cantore delle «Quattro Stagioni»
scriveva per lei. Anna Maria Bonanno, ingegno
pronto e luminoso, con profondo intelletto studiava
gli scelti volumi del suo ricco studio; sì che a
lei faceva omaggio della sua *Biblioteca galante* il tipografo
Rapetti [#]_. Educando la prole alla pietà, non fu
lieta dei frutti della sua buona educazione; chè il figlio
Agesilao si rendeva un giorno colpevole di contumelie
ad un Giudice del Concistoro [#]_.

.. [#] Firenze e Palermo, MDCCLXXVIII, p. III.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1797, p. 50.

Una figliuola del Principe di Campofranco, monaca
[pg!278]
in uno dei principali monasteri, scriveva sapientemente
di morale [#]_: e fresca era la memoria della povera Anna
Maria Alliata, primogenita di Pietro, Duca di Salaparuta,
la quale, morendo a trentanove anni, lasciava
nome di cultrice di filosofia [#]_.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *op. cit.*, v. I, p. 67. Vedi pure nel vol. II di
   questa nostra opera il cap. *Monache*.

.. [#] Gioverebbe accertarsi se fosse stata veramente indirizzata
   a lei la odicina testè pubblicata nelle *Opere poetiche* del
   :small-caps:`Meli`, ediz. Alfano, p. 296:

   | Vulennu farisi
   | Virtù 'na cedda ecc.

Parlandosi della Principessa di Villafranca, a titolo
di lode fu scritto (1794) esser ella tutta dedita a conversazioni
istruttive e ad occupazioni ben diverse da quelle
di altre donne. Il lettore prenda nota di questa lode [#]_,
e si procuri le *Lezioni sulla educazione* della culta dama.

.. [#] :small-caps:`Cannella`, *Lettre sur la littérature de Palerme* ecc.
   pp. 42-43. A Naples. 1794. Cfr. in questo nostro vol. il cap.
   *Libertà di costume*.

Triste esperienza della vita ammaestra che gli uomini
s'inchinano al sole che nasce e voltano le spalle a quello
che tramonta. Chi è in auge od anche in ordinaria prosperità
di fortuna è carezzato, corteggiato, adulato; la
sua stella declina, ed egli cade in dimenticanza. Il *Dum
eris felix* di Ovidio si ripete assai più frequente di quel
che si possa immaginare.

Nei momenti più tristi del Marchese Fogliani, quando
una turba incosciente urlava: *Viva il Re! Fuori il
Vicerè!* pochi serbarono al Principe contro cui s'imprecava
i riguardi prodigati al Principe fino allora regnante.
[pg!279]
Tra questi e sopra questi pochi fu una donna,
la Contessa di Caltanissetta, vedova Ruffo Moncada.
Costei, degna di sue copiose ricchezze, affrettavasi a
far sapere all'afflitto Marchese che teneva a disposizione
di lui i suoi beni, e pronte a qualunque di lui bisogno
le migliaia di scudi della sua cassa [#]_: offerta di
anima nobilissima, la quale aveva anche il coraggio
di affrontare non pur la impopolarità del momento,
ma anche le ire della plebaglia d'allora.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, p. 279.

Tra tante dame che non negavano un sorriso ai
lodatori e forse s'inebbriavano ai profumi del loro
eccelso casato e del sangue generoso dei loro avi, erano
donne casalinghe ed economiche, tutte cura di famiglia:
tipo non unico ma perfetto, Rosalia dei Principi di
Resuttana, che meritò un bel ricordo in un libro di viaggi
del tempo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXIX.

Ad atti di religione attendeva la Consororita di
S. Maria delle Raccomandate, presso Porta di Vicari
(S. Antonino). Per lungo volger d'anni ne tennero le
sorti ora Caterina Tommasi Principessa di Lampedusa
(1794), ora la Principessa di Furnari Maria Teresa Marziano
(1800), coadiuvate dalle *congiunte*. Alla Principessa
Maddalena Gravina vedova Rammacca e a Bernardina
Oneto di S. Lorenzo (1794) seguivano la vedova
Duchessa di Castellana Antonia Bonanno (1795), la
Baronessa Teresa Schittini e la Principessa d'Aragona
Marianna Naselli-Agliata (1798-99); ed a queste Stefania
Branciforti Principessa di Scordia (1800), sempre
[pg!280]
piene di fiducia nella perpetua tesoriera vedova Principessa
di S. Giuseppe, Maria Barlotta.

Il numero delle vedove nella pia congrega fa pensare
ai disinganni della vita dopo le grandi sventure,
per le quali il bisogno di conforto religioso si fa più
che mai imperioso, e le pratiche divote si levano dal
semplice misticismo al più profondo sentimento di Dio.
Non abbiamo le fedi di battesimo e di stato civile delle
altre nobili consuore, ma ci sentiamo quasi autorizzati
a credere che tra esse non erano, poche eccezioni fatte,
nè giovani, nè ragazze, nè donne, alle quali più sorridessero
gioie di idealità avvenire.

Presso che ignoto l'uso moderno dei comitati. Il
bene, chi sentiva di doverlo fare, sapeva dove e come
farlo. Tuttavia, eccezionalmente, un Comitato misto
di signori e di signore s'incontra verso la fine del secolo.
Nel luglio del 1796 l'Arcivescovo e Presidente del Regno
Lopez y Royo, affine d'ingraziarsi la Corte, nominava
una commissione di dame, di cavalieri e di mercanti
che raccogliesse danaro tra i nobili ed i civili a favore
del Re. Col Pretore Principe del Cassaro era la
Pretoressa Felice Naselli, col Capitan Giustiziere Conte
di San Marco la Capitanessa Vittoria Filingeri nata
Agliata, e Rosalia Di Napoli Marchesa di Montescaglioso
e la Principessa della Trabia Marianna Branciforti
Lanza, alla quale la carità non era impedimento
negli uffici di Dama della Regina, come non pareva
distrazione alla passione, che in lei si disse potente,
pel giuoco.

La somma che questo Comitato potè mettere insieme
fu cospicua, ma chi si fosse trovato a sentire
[pg!281]
coloro ai quali chiedevasi una contribuzione, si sarebbe
senz'altro turate le orecchie.

Non un libro d'oro ci ha tramandato coi nomi
le opere di codeste donne; anzi i nomi stessi ci mancano,
perchè molte di esse si restavano nell'ombra.
Giornali che le mettessero in evidenza non c'erano:
e la cronaca mondana correva orale piuttosto che stampata
e divulgata come ora tra i curiosi e gli sfaccendati.
Eppure a noi è consentito affermare che se non furono
tutte Veneri le belle, la beltà di molte fu fine e soave; se
non eroine le buone, la loro benemerenza, chi se l'acquistò,
non fu fittizia nè bugiarda. Molte le creature deboli
e leggiere, ma molte anche le forti: e di fronte ad amori
avventurosi, quali comportava con la suggestione la
triste morbosità dei tempi, vi ebbero affetti elevati,
che alle ebbrezze chimeriche contrapposero serenità ragionevoli
ed alle seduzioni materiali del corpo le sublimi
idealità dello spirito.

Veniamo ora alle dolenti note dell'ambiente nel
quale donne belle ed avvenenti poterono non partecipare
all'esercizio delle virtù ed esserne distratte dalla
influenza d'allora.
[pg!282]

.. toc-entry:: XIX. Libertà di costume. Cicisbeismo.

:small-caps:`Capitolo XIX.`
===========================

.. class:: center large

*LIBERTÀ DI COSTUME, CICISBEISMO.*

La storia non mai scritta della vita siciliana offre,
per la seconda metà del settecento, lo strano e quasi
incredibile fenomeno d'una certa rilassatezza di costume.
Si tratta d'un lungo episodio — chiamiamolo
così — del poema morale dell'Isola, e bisogna rassegnarsi
a percorrerlo anche quando l'amor proprio di
chi scrive e di chi legge ne resti mortificato per la tradizionale
aureola di rigidezza onde ogni buon isolano
si abbella. Per fortuna, gli attori dell'episodio sono,
relativamente alla popolazione intera, di numero sparutissimo,
e di quasi una sola classe.

Siamo dunque nello scorcio del secolo XVIII. La
moda straniera, come diremo, valicando monti e mari,
veniva ad assidersi sovrana tra l'eterno femminino della
Capitale. La galanteria francese con orpelli ed insidie
tutto informava il costume dell'alta classe e, per imitazione,
o per esempio, o per contagio, della media.

La libertà di fogge e di maniere, come sprigionata
dalle secolari pastoie, veniva arditamente fuori in non
corrette manifestazioni. La Francia era la gran tentatrice,
e le sue lusinghe giungevano apertamente o sottomano.
[pg!283]
Dalla Francia un galateo non prima sognato,
dalla Francia libri ed oggetti licenziosi. Le autorità
civili e le ecclesiastiche vigilavano zelantissime, confondendo
sovente il male reale col male immaginario, il
bene assoluto col bene relativo; ma i loro occhi d'Argo
e le loro braccia di Briareo non riuscivan sempre ad
impedire relazioni occulte di commercio malsano, o
creduto tale [#]_. E che cosa, d'altronde, non poteva penetrare
in città, quando in una sola volta, non meno di
venti forestieri residenti in Palermo, usciti col pretesto
di andare a bere un thè sopra un legno straniero ancorato
nel porto, ritornavano di pieno giorno, carichi
di preziose merci di contrabbando? [#]_. Nel 1782 si riusciva
a metter le mani sopra non so quanti ventagli
giunti intatti da Parigi. Due anni dopo, per ordine
dell'Arcivescovo Sanseverino, non so quanti altri, con
figure che facevano arrossire anche i libertini, ne ardeva
il boja; e nel 1790 si diffondevano davanti alla polizia
figure che erano il colmo della sconcezza. Pure il malcostume
al quale si chiudeva la porta entrava per la
finestra; e le frequenti arsioni di merci proibite non
impedivano che si facessero strada costumanze licenziose;
anzi esse diventavano patrimonio comune appunto
quando le autorità si moltiplicavano nello sbarrar loro
la strada.

.. [#] Vedi il cap. VIII, {p. [pg 133]_}.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III.

Le prime conseguenze della inconsulta condotta
del Governo le risentiva la educazione, non più madre,
ma madrigna; la quale preparava un avvenire poco
[pg!284]
edificante per le donne anche delle buone famiglie.
Mentre, secondo Brydone, prima della celebrazione delle
nozze non era permessa domestichezza di sorta tra i
giovani dei due sessi in Italia, le signorine palermitane,
disinvolte, affabili senza affettazione, cominciavano a
rallentare la severa consuetudine di stare ai fianchi
delle mamme. Mentre queste in Continente conducevano
le figliuole in società guardando non al diporto,
ma al secondo fine di disporle al matrimonio, pur sempre
paurose che esse non venissero loro ad ogni istante
rapite, o che prendessero la fuga; in Sicilia mostravano
una certa confidenza nelle loro figliuole, e permettevano
che il loro carattere si svolgesse e maturasse [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXIX.

Bartels volle indagare lo spirito di questa nuova
educazione, e ne trovò le ragioni, alle quali facciamo
larghe riserve. Ecco in proposito una sua pagina, che
gioverà come informazione, ma non già come apprezzamento;
perchè, alla maniera di altri del medesimo
genere, questo apprezzamento non corrisponde tutto
alle condizioni del paese di allora.

«Il tenore di vita di società è libero e piacevole,
e più leggiadro per le nubili, le quali in tutto il resto
d'Italia non compariscono mai. Qui non si guarda più
che tanto alla età acconcia a prender parte ai piaceri
del mondo. Una filosofia ben intesa, non più offuscata
da principî religiosi, ha preso piede fermo nella Capitale
dell'Isola: e già si riconosce quanto sia pericoloso per
una ragazza ignara della vita il passaggio improvviso
dalla oscurità del chiostro alla luce abbagliante del
[pg!285]
mondo, tanto più pericoloso in quanto il temperamento,
per ragione del clima, è ardente. Qui per le ragazze
si stima necessaria la entrata prematura in società,
acciò non manchi in esse la conoscenza dei pericoli
stando ancora sotto la direzione dei genitori. Nè accade
fermarsi sulle particolarità di quest'argomento, perchè
basta solo il fatto che qui, come altrove in Italia, usa
il cavalier servente, e che per passione irrefrenata il
palermitano cerca di spendere quanto più può, e, in
ogni occasione, di primeggiare. Così la madre non si
occupa assolutamente della educazione dei figli, i quali,
com'è ovvio supporre, non avranno alla loro volta
imparato nulla. Però incontra in Palermo ciò che non
incontra fuori, in Italia: una ragazza che possa facilmente
dare un passo falso: e questa è conseguenza
naturale della conoscenza precoce dei piaceri mondani;
conoscenza che, trovando la ragazza un cotal poco emancipata
dalla sorveglianza paterna e materna e completamente
abbandonata a se stessa, dà ad essa agio di
profittare dei molti godimenti.

«Non è pertanto a dubitare della influenza che
questa pratica debba esercitare sulla salute di lei, e
del come essa sia ragione degli infelici matrimonî che
si contraggono, della rovina dei mariti e della nervosità
delle mogli» [#]_. Al che concorrevano anche e in alto
grado gli sposalizî anticipati dei quali abbiam fatto
cenno [#]_, e pei quali, mogli a dodici, quattordici anni
di età, erano nonne a trenta [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, pp. 597-99.

.. [#] Vedi a p. [pg 275]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXII. — :small-caps:`Hager`, *Gemälde*. — :small-caps:`Meli`,
   *Poesie*, p. 87.

[pg!286]

Durante ventun anno (1767-1787) tre tedeschi ed
un francese scrissero in termini niente lusinghieri delle
donne palermitane; ed è notevole che i loro giudizî
indipendenti l'uno dall'altro, non presentano carattere
d'imitazione. Cominciò primo Riedesel dicendo che esse
erano in preda ad una grande libertà, e che i mariti
s'avviavano a spogliarsi della vecchia gelosia [#]_. Goethe,
non già perchè portava al petto come un breviario
il viaggio di Riedesel, ma perchè pensava con la sua
testa e vedeva coi suoi occhi, notava che le persone
all'occorrenza si corteggiavano a vicenda [#]_. Terzo, un
anonimo francese, facendo un passo avanti, affermava
essere soprattutto le donne che fornivano aneddoti alla
cronaca scandalosa [#]_; e quarto, e malauguratamente non
ultimo, Bartels, passando il segno, imprimeva delle vere
stimmate all'alto femmineo sesso [#]_.

.. [#] :small-caps:`Riedesel`, *op. cit.*, p. 121.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. del 3 aprile 1787.

.. [#] *Lettres*, p. 346. A La Haye, MDCCLXXVII.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 581.

Queste ed altre accuse generali ci preparano a qualche
notizia, meno vaga per i luoghi e le date.

Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli
articoli onde si componeva il nuovo o recente galateo
sorgeva fuori la città chiusa. La Marina era l'attrattiva
più potente di chi amasse divertirsi senza troppi scrupoli
di.... morale.

Brydone, impressionato della sfrenata passione degli
abitanti per le pubbliche passeggiate, scriveva:

«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati
a mutare la notte in giorno, il concerto musicale non
[pg!287]
principia prima della mezzanotte. Il tocco è il segnale
perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per la
sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni
e dì carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti
gl'intrighi amorosi, è vietato, qualunque sia il grado
della persona, di portare lumi. Questi vengono spenti
a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de'
loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o
due nelle tenebre, a meno che le caste corna della luna,
insinuandosi ad intervalli, non vengano a dissiparle.
Il concerto finisce verso le due del mattino, e tutti i
mariti rincasano a trovare le loro mogli.

«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che
cosa vuol dire viaggiatore giovane, come era il nostro
inglese!] e non cagiona scandali. Un marito non rifiuta
mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina;
e le signore per conto loro son tanto circospette che
spessissimo coprono il viso con maschere» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXII.

Questo passo, per la crudezza delle affermazioni,
è d'una estrema gravità. Giammai nulla di simile era
stato detto in proposito. Vietati i lumi, che perciò si
spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al buio
completo, come quello che meglio favorisse gli amori.
Le signore potevano andarvi senza i mariti, ed alcune
anche mascherate.

Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi
vero codesto? Il Conte de Borch, che scrisse per controllare
il viaggio di Brydone, spiega così l'affare dei
lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si
[pg!288]
reca alla Marina in veste da camera e le donne in semplice
mussola bianca, si ha tutta cura di non far entrare
fiaccole accese; altronde, non se ne ha bisogno, perchè
la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto d'intorno.

«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria
delle donne, qui come altrove civette; ma
sostenere che vi sia una legge positiva, un uso pubblico
stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi
mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto
di più assurdo si possa immaginare» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *op. cit.*, t. II, pp. 132-33.

Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa
il paesaggio che il viaggiatore inglese avea disegnato
col carbone; ma la matita di rosa non illumina la scena;
e resta di fatto: che se non c'era una proibizione ufficiale
di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze,
sedie volanti ed altri veicoli uscivano a lumi
spenti nell'allegra piazza. Mutate le parole, le cose
suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a farlo
apposta, non siamo riusciti a trovare documento di
un solo fanale in quella piazza. Altri forse lo troverà.
La pubblica illuminazione, principiata in Palermo nel
1746, quando ancora molte metropoli d'Europa (lo dicono
quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo
noi) erano allo scuro, non si estese oltre alle due vie
principali, e quando vi si estese non ebbe premure
per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII, restava
a discrezione della luna e degli *habitués*.

I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono
[pg!289]
la notizia del Brydone, non per sentita dire, ma per
vista personale. Tutti furono a Palermo, tutti assistettero
alla scena; qualcuno solo ne trasse particolarità
che si prestano a sfavorevoli discussioni.

Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi
la galante rassegna.

Per un italiano del 1776, che non volle farsi conoscere,
«la Marina è la passeggiata universale ed il convegno
della sera. La Polizia ne vieta l'accesso alle fiaccole
[non sarà stata la Polizia, sarà stato l'uso]. Al
coperto d'una oscurità fitta passeggiano i mariti gelosi
ed i timidi amanti, nascondendo gli uni i loro possessi,
attutendo gli altri le loro fiamme. Ho visitato più volte
queste tenebre misteriose, e non son rimasto mai senza
una certa penosa emozione alla vista del turbamento
che suole sempre accompagnare la felicità dell'uomo» [#]_.

.. [#] Un Voyageur italien, *Lettres*, lett. 16 ottobre 1776.

Che cosa debba intendersi per «possessi dei mariti
gelosi» cerchi di indovinare chi ci sa ben leggere! Noi
procediamo oltre.

Per un altro scrittore del medesimo tempo la faccenda
non è diversa. L'abate de Saint-Non, persona
colta e senza scrupoli, rilevava (1778):

«\ *La promenade charmante* è un convegno dove nessun
palermitano rinuncia a fare un giro prima di andare
a letto. Pare un sito privilegiato con indulgenza plenaria
per tutto quel che vi avviene, e pare altresì che
i Siciliani abbiano per esso dimenticato a tal segno la
loro naturale gelosia da proibire le fiaccole e tutto ciò
che possa recare incomodo alle piccole libertà clandestine.
[pg!290]
Molto difficile sarebbe darsi ragione di siffatta
singolarità, se non si sapesse già che essa, facendo partecipare
tutti ai medesimi vantaggi, soffoca e fa cessare
le mormorazioni di quei gelosi che per essa soffrono
tormenti. Qui regna la oscurità più misteriosa e la meglio
rispettata: tutti vi si confondono e smarriscono,
tutti vi si cercano e vi si trovano» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, t. IV, p. I, p. 142.

A brevi intervalli noi possiamo con altri viaggiatori
visitare il piacevole ritrovo. Possiamo farlo col
tedesco Bartels (1787), e troveremo inalterata l'usanza
della spengitura delle fiaccole, che «senza etichetta,
senza gelosia e con gentili scherzi» concorre a rendere
più brevi le notti [#]_. Possiamo farlo col Cav. de Mayer
(1791): e se ci recherà fastidio la polvere sollevata dalle
vetture, confessiamolo candidamente: non è per la polvere
in se stessa, ma perchè la polvere «nuoce ai piaceri
della sera»; e piaceri sono «il fresco, il *laissez
aller*, la libertà, gl'incontri» [#]_. Possiamo farlo con altri
ancora; ma che più, a fronte di testimonianze così concordi?

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 554.

.. [#] :small-caps:`De M[ayer]`, *op. cit.*, lett. XV.

E le donne mascherate? Queste si, lasciamole alla
responsabilità di Brydone, che nessuno ne parlò mai
e prima e dopo di lui. Solo la tradizione ne fa timido
cenno, accusando certe illustri dame (e dice tre nomi),
le quali a nascondere infedeltà colpevoli avrebbero ricorso
al mal sicuro espediente.

E del resto, perchè questo sotterfugio quando gli
stessi italiani in Palermo giudicavano preoccupazione
[pg!291]
non necessaria quella delle donne borghesi di coprirsi
del manto nero? [#]_

.. [#] Un Voyageur italien, *op. cit.*, p. 19, nota. — *Lettres
   sur la Sicile par un Voyageur italien à un de ses amis.* Amsterdam,
   MDCCLXXVIII.

Ed ora, lasciamo il costume estivo della Marina,
tanto esso non è se non una delle molteplici esteriorità
della vita palermitana, e veniamo ad altro.

Siamo nel 1800. La Famiglia reale di Napoli è
in Palermo. Il Duca du Berry, con un seguito di brillanti
ufficiali, arriva nel nostro porto e viene a chiedere
la mano d'una figliuola di Ferdinando III. Maria Carolina
è a Vienna e la si attende da una settimana all'altra.
Il signor d'Espinchal, uno degli ufficiali, senza perdere
un solo dei divertimenti della giornata, prende nota
di quel che fa e di quel che vede. Ecco una delle sue
note:

«Maria Amelia ha diciott'anni: figura molto gradevole,
ma nulla di particolare in un paese dove di beltà
non è difetto. Le sue maniere dolci, gentili, timide anzichè
no, ritraggono dalla etichetta troppo affettata della
Corte, in contrasto delle costumanze molto rilassate
della Sicilia».

Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese
passava la notte tra le numerose conversazioni della
città, nelle quali splendevano donne eleganti e graziose,
«dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi abituali
in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo
delle più belle donne della città, *des intrigues amoureuses*».
Le dame, appassionate pel fasto e per gli ornamenti,
amavano «le feste, i piaceri, e soprattutto
[pg!292]
*les intrigues de coeur, leur passetemps habituel*, così che gli
stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado di
Europa».

Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno:
non per il Duca che, a buoni conti, passava buona
parte del giorno presso l'Amelia, non per la sua compagnia,
che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente,
il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle
alle conversazioni; si fu costretti a partire.

D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni
avventurosi, evocava «le deliziosissime ore passate in
questa città incantatrice, dove i capricci della graziosa
e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini da
render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove
era la Marchesa Aceto, più costante in amicizia che in
amore, e la bella, altera e superba Principessa di Hesse,
ai cui desideri tutti servivano specialmente in amore,
del quale ella era una delle più ardenti sacerdotesse» [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Espinchal`, *op. cit.*, pp. 48-50, 64.

Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia
poteva dar corpo alle ombre, ed attribuire a molti
il facile godimento di pochi, tra i quali era pur lui. Tuttora
giovane, benchè persona molto seria ed artista
di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la
casa del Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso
di trovarvi più libertà che in Francia [#]_. Giovane e maldicente
quell'altro ufficiale francese Creuzé de Lesser
che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono
specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni
[pg!293]
genere» [#]_: tutti e tre da noi chiamati a testimonî stranieri
nella non bella causa di moralità.

.. [#] :small-caps:`Houel`, *op. cit.*, t. I, p. 67.

.. [#] :small-caps:`Creuzé de Lesser`, *op. cit.*, p. 109.

Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco,
Mohammed Ben Osman, assistendo nel gennaio
del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo Vicereale,
si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole
comandar dappertutto gli uomini», dai quali
esse «erano poco men che adorate» [#]_. Volgiamoci pertanto
ai non giovani ed a Siciliani, anzi a Palermitani,
che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano
aver tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva
loro onore.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVII, p. 394.

E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli.
Nessuno più civilmente di lui studiò la società del tempo,
nessuno la ritrasse con maggior fedeltà; l'opera sua
quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo sdegno
del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei;
e l'apparente sua festività era collera, tanto
più grave quanto viva era la interna lotta ch'egli dovea
sostenere per non offendere il ceto nel quale egli, medico
retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta,
col Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria:
dalla misteriosa trasparenza dei veli che volevan
coprire il collo delle ragazze alla procace evidenza
dei seno delle maritate, dalla furtiva occhiata della
monachella al fremito inverecondo della donna mondana.

Ecco qua la *Moda*. Tra le malattie in voga _`predomina`
[pg!294]
quella dei deliquî, pretesto all'amore, e certe
smorfie per accreditarli; si finge di

   |   Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri,
   | Sfùjri li corna di li babbaluci,
   | Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.

Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore;
nubili, mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente,
in quanto

   |   A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu,
   | Secunnu lu capricciu, e all'autru latu
   | La sfera, lu quatranti e mappamunnu [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lu Cafeaus*, p. 137.

Ecco *Non cchiu Porta Filici*. L'estate è finita, cessata
è la Marina, i nobili tornano assidui alla conversazione
del palazzo Cesarò, dove tra i due sessi

   |   Si tratta a la francisa,
   | Nun su' nenti gilusi,
   | Su' tutti afittuusi,
   | Nun c'è nè meu nè tò.
   |   Per iddi è impulizia
   | Qualura la sua dama
   | 'Un joca, 'un balla, 'un ama.
   | Ma fa lu fattu sò.
   |   Anzi taluni stilanu
   | Chi lu maritu va,
   | Pri stari in libertà,
   | Unni la mogghi 'un c'è.
   |   Hannu morali a parti;
   | La liggi sua briusa
   | 'N'è nenti scrupulusa,
   | Ognunu fa per sè.

[pg!295]

E come la libera moda ha riconosciuto naturale l'uso
di prendere a braccio la prima ballerina che s'incontri
a passeggio, così per questa si spende e si spande [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Ma chi pittura*, p. 372; *Nun cchiù Porta
   Filici*, p. 89.

Ecco *Ma chi pittura!* Il buon Meli, disgustato delle
scene alle quali gli tocca assistere, pennelleggia le condizioni
dei tre ceti. A lavoro finito, egli non ha il coraggio
di dare alle stampe la sua poesia, e la lascia manoscritta.
È carità di patriota, o incontentabilità d'artista?
Nol sappiamo; però è certo che in essa vuolsi vedere
un documento di quella vita che non ha avuto ancora
un illustratore con le vedute moderne.

In Palermo tutto vede bizzarria e sfacciataggine
il poeta; la vanità regna immoderata:

   |   Nun c'è vergogna,
   | Nun c'è russuri,
   | Pocu è l'onuri
   | E l'onestà.

La desiderata Marina è sempre il luogo favorito
di certa gente. L'amore vi assume carattere di liberalità;
la gelosia ne fugge; e se vi fa capolino, vi è, come
avanzo di barbarie, derisa. Ogni donna — continua
piacevoleggiando, il poeta — ha il suo amante e chi
non ne ha, potrà occhieggiando procurarselo; e allora
complimenti a tutt'andare, e subito confidenza.

   |   Chi tocchi amabili,
   | Chi duci vezzi,
   | Chi pezzi pezzi
   | Lu cori sfa!

[pg!296]

Le vesti di queste donne sono scollacciate quali si addicono
al tratto, che la moda impone libero dai vieti
pregiudizî di dignitoso riserbo nelle donne, di sommo
rispetto alle mogli altrui. Tutto questo al buio,

   |   A la francisa,
   | Senza cannili:
   | Chistu è lu stili
   | Di la cità.
   |

E sempre nella fortunata piazza,

   |   E specialmenti
   | La siritina
   | 'Ntra la Marina
   | C'è libertà.

E così, sempre alla Marina, ove Palermo, la Sicilia,
accentra quanto del suo peggio moderno abbia mandato
Parigi:

   | Chista è la Francia
   | Di sta Marina [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: In lodi di la Flora*, p. 77; *Ma chi pittura!*
   pp. 372-74.

Se così è al palazzo Cesarò, nelle case private,
ai pubblici passeggi, che c'è mai da aspettarsi altrove?
L'ambiente è sempre uno: tutti lo respirano, e vi prosperano.

Queste le scene reali che tuttodì cadono sotto gli
occhi del Meli. Cent'anni dopo, un dilettante di lettere,
dovea venire a battezzare «arcade di buona fede» il
poeta che così aveva scritto!
[pg!297]

Un prete contemporaneamente cantava:

   |   Oggi viju introdutta certa usanza,
   | Chi pari chi cci sia qualchi indecenza;
   | In ogni casa, cui canta, cui danza,
   | Va pri li pedi pedi l'Eccellenza.
   | Nun si vidi cchiù un quatru 'ntra 'na stanza,
   | Cu cornacopi speddi (*finisce*) ed accumenza.
   | Li credituri e la povira panza
   | Sunnu custritti a fari pinitenza [#]_.

.. [#] :small-caps:`Melchiore`, *Poesie*, p. 104.

E non isfuggirà a nessuno il *calembour* della cornucopia.

Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del
tempo in cui il Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre
prima avea pensato ad un camposanto o carnaio (*carnala*),
osservava che:

   |   La carnala fu in flora a commutari.
   | Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri
   | Putissiru li vivi agumintari;

dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea
alle labbra la casta invocazione:

   | Musa, deh copri di benigno velo
   | L'incauta scena....

Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi,
il medesimo Villabianca, acceso di sdegno contro
coloro che ne erano gli attori, usciva in una invettiva
che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia lanciata
contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie
che ne inalberavano la bandiera, contro la società che
[pg!298]
tollerava siffatte vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla [#]_.
Nè l'Arcivescovo Serafino Filangeri, Presidente
del Regno, era stato meno severo [#]_.

.. [#] *Diario* ined., a. 1798, p. 412.

.. [#] Vedi bando del 13 ottobre 1774.

Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero
sorgere da particolari indagini da farsi sull'argomento
in archivi speciali. Nei diversi reclusorî d'allora molte
nobili e civili signore venivano ospitate. Quante le une?
quante le altre? quali di spontanea loro volontà?
quali per volere di parenti o per ordine superiore?
Giacchè, per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed
il 1804 meglio che quattordici grandi titolate entrarono
nel solo Conservatorio della Divina Provvidenza (Suor
Vincenza) a Porta S. Giorgio [#]_, bisognerebbe cercare
quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione,
quali *obtorto collo*. In quel ritiro, come negli altri simili
d'allora, nessuna dama andava a chiudersi senza gravi
ragioni, e queste non potevano non essere d'indole
estremamente delicata: o che i doveri coniugali avessero,
per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo, o
che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie,
la quale, appunto perchè donna, rimaneva esposta alla
solita maldicenza, che talora risparmia l'uomo notoriamente
infedele ed accusa la donna forse lievemente
indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.

.. [#] Un minuto spoglio di registri delle commoranti in questo
   Reclusorio mi ha favorito, per graziosa raccomandazione
   del Presidente di esso, sig. Ing. Giovanni Biondolillo, l'archivista
   avv. S. Minutilla.

[pg!299]

E se le quattordici dame, che pur tenevano ai
loro servizi ciascuna le sue cameriere, rappresentavano
l'undecima parte delle ricoverate in quel Reclusorio,
quante saranno state le civili, maritate o vedove, che
per le medesime ragioni vi convivevano?

Con questa vita e con queste abitudini è facile
comprendere come potesse nella Capitale farsi strada
il cicisbeismo, che tra le cattive fu la peggiore delle
mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza
della sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata
da viaggiatori e da romanzieri, era ed è sempre
intensa, mal ne avrebbe comportato le libere pratiche [#]_.
Il *cicisbeo*, o meglio, il *cavalier servente* (giacchè solo
con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo)
non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome;
il vero servente nacque, potè prosperare nelle alte sfere
sociali. Brydone, quelle sfere le conobbe in Palermo,
e trovò «generale anzi che no» la istituzione. Bartels,
senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come
in altre parti d'Italia, l'usanza [#]_; e tanto era comune
che il non trovarne in qualche famiglia parve lodevole
eccezione. L'ab. Cannella ascrisse a vanto della Principessa
di Villafranca l'avere ella scelto un dotto sacerdote
per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che
[pg!300]
le facesse la corte [#]_; mentre, al contrario, un'altra giovane
Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto
d'un vagheggino (un principone d'alto lignaggio)
alla notizia che il marito fosse stato catturato dai corsari
barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo
d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si
tenne schiavo di pirateria in Algeri il non più giovane
marito di lei [#]_.

.. [#] Un nobile ed ardito siciliano lasciava scritto: «L'amore
   è tutto in Sicilia. Feroce nel popolo, esso perde sempre del
   suo colore scuro salendo i diversi gradini della società, fino
   alla nobiltà, dove prende nome di galanteria, od anche altro
   nome che suona men bene. Cagione d'assassinî in quello...»
   :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. I, ch. XL.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 598.

.. [#] :small-caps:`Cannella`, *Lettere*, pp. 42-43.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1797, p. 191. Questo
   nobilissimo cicisbeo era il Principe di Roccaromana _`Capua`.

Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze,
verremo alla dolorosa conclusione che vi son
simpatie non approvate dalla legge civile, vietate dalla
ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non intaccano
certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo
sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita
perchè potesse arrestarsi a proibizioni, riconosciute
grette da quella società.

Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice
la perdita del tesoro che era suo; e seguiva istintivamente,
forse senza conoscerla la dantesca Semiramide,

   | Che libito fe' licito in sua legge.

Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita
traeva ragione e forza a conquiste, tanto facili quanto
meno consentite o permesse. Una fortezza che si perdeva,
ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la
fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente
premuroso di essa, era alienato dagli stratagemmi di
guerra necessarî ad espugnarne altra. Ed a questa,
[pg!301]
espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura,
dal primo istante in cui questo giovin signore, compagno
del «giovin signore» lombardo del Parini, riapriva
gli occhi al sole già alto, al far del nuovo giorno,
in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad essa
e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche,
le sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli
la custodiva, la teneva di conto, ne visitava ad ore
determinate gli angoli più recessi, e l'addobbava e
adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui,
era dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere,
padrone e servo, signore e vassallo, cavaliere e valletto,
capitano e soldato, là dove codici oramai fuori moda
non consentiron mai di levare gli occhi, non che di mettere
i piedi o di alzare le mani.

Usciamo di metafora.

Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte
case signorili, in quelle specialmente dove la cascaggine
dei zerbinotti e le smancerie dei ganimedi si credevano
così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e,
tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano
ne faceva le maraviglie, c'erano i non puritani, persone
di mondo, che trovavano opportuno lasciar fare.

Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere
della galanteria, che volontariamente si rassegna
ai capricci d'una bella o d'una brutta dama? Come
ellera all'albero, così egli si attacca a lei; nè l'abbandona
mai quando ella esce per la messa, per le prediche,
per le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti,
agli spettacoli. Ella non va senza di lui, e quando la
s'incontra è impossibile che egli, vagheggino fedele,
[pg!302]
in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e soddisfatta
di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario,
legge alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau [#]_.
C'è da stupire, che sappia far questo; ma è così.

.. [#] Vedi in questo volume, p. [pg 278]_.

In città, la condotta non è diversa. La femmina

   |   L'amicu sò sirventi
   | Chi a latu fissu teni
   | Càncaru! si manteni
   | Cu tutta proprietà.

Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente;
perchè

   |   Teni ogni donna
   | A lu sò latu
   | Lu 'nnamuratu
   | Cu gravità [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, pp. 138-39, 373.

L'innamorato non era il cavalier servente. Quello
era un infelice che trascinava la catena d'una passione
ardente; questo, felice, perchè alieno da gelosie, sospetti,
guai: distinzione fondamentale, fatta da un testimonio
del cicisbeismo. Una cicalata di Fr. Sampolo è la più
sottile psicologia del *Cavaler serventi*. Non conosciamo
in proposito studio intimo più fine, come della voce
cicisbeo non conosciamo etimologia più sicura di quella
data da un vocabolarista siciliano d'allora [#]_. Solo il
cavalier servente, secondo il Sampolo, gustava i più
[pg!303]
deliziosi piaceri, veri o fittizî che fossero. Preferibile
l'amore senza amaro, com'era il suo. La dama ed il
cavaliere godevano d'una felicità senza limiti:

.. [#] :small-caps:`M. Pasqualino` *da Palermo, Vocabolario siciliano etimologico,
   italiano e latino*, t. I, p. 316 (Palermo, MDCCLXXXV):
   «\ *Cicisbeu*, cicisbeo, dal franc. *ciche*, parvulus, e *beau*,
   pulcher».
..

   |   Accussì stannu sempri in jochi e sciali
   | Senz'essiri nè amanti nè mariti;
   | Guadagnanu cu pocu capitali
   | Tirannu frutti, ma frutti squisiti....
   | Lu gran nimicu chi ognunu avirria
   | Fora la maliditta gilusia.

Ma egli questa gelosia non la conosce, e molto meno
lei. La gelosia, osserva il poeta, è morta, o presso a
morire; talchè di giorno o di notte, in pubblico o in
privato, camminando o sedendo, in campagna o in
città, per tutti e due è cuccagna continua:

   |    Cuccagna d'ogni gustu in generali:
   | La vista vidi così (*cose*) di allucchiri;
   | Lu gustu tasta così curdiali;
   | La 'ntisa senti cosi di 'nfuddiri;
   | Lu nasu ciàura (*odora*) così essenziali;
   | Lu tattu tocca cosi d' 'un si diri;
   | E l'armuzza 'mparissi assintumata
   | Cci fa lu lardu, ed è tutta scassata [#]_.

.. [#] Potenti questi due ultimi versi! i quali voglion dire:
   il cuore fingendo (in mezzo a tanti piaceri) di svenirsi, ci ingrassa,
   ed è al colmo della soddisfazione e della contentezza.

Quello che fa difetto non son mica i piaceri; ma il tempo;
chè dei piaceri se ne ha tanti che non si riesce tutti
a goderseli; bisognerebbe allungare i giorni con le sere,
le sere con le notti,

   | E succedi a li voti (*volte*) e forsi spissu
   | Chi pàrinu cchiù jorna un jornu stissu.

[pg!304]

Potrebbe osservarsi che non varrebbe la pena di
perdere il sonno per passatempi di siffatto genere;
ma chi la pensa così, aggiunge Sampolo, non capisce
che l'uomo e la donna sono come la secchia e la fune,
e che fuoco novello spegne vecchio fuoco. Un sorriso
asciuga una lacrima, una giovane ringiovanisce un vecchio,
e l'amore, a chi chiude, a chi apre un paradiso; i balli
son fatti per legare le anime; e amore tesse i fili d'argento
della tela della felicità.

Con un'analisi così delicata del cuore del cicisbeo,
noi possiamo lasciare lo spinoso tema; tanto il cicisbeismo
in Sicilia fu assai più temperato che in altre regioni
d'Italia [#]_, e se si protrasse anche fino ai primi del sec. XIX
esso non fu se non l'ombra di se stesso. Heinrich Westphal,
che si volle nascondere sotto il pseudonimo di Tommasini,
parlando del nostro Cassaro, potè nel 1822 vedere
soltanto questo: che «nelle botteghe di galanteria entrano
donne elegantemente vestite, coi loro cicisbei o
*cavalier serventi*, occupate a passare a rassegna le novità
parigine, e comperare questo o quell'altro, ovvero anche
a dare una specie di *Avis au lecteur* al povero accompagnatore,
notando come veramente bello e di buon
gusto il tale o tal altro oggetto» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXIII.

.. [#] :small-caps:`Justus Tommasini`, *Briefe aus Sizilien*, p. 32. Berlin,
   Nicolai. 1825.

Fortunatamente per noi lo stato morboso che in
mezzo alla derisione del popolo ed all'aperto disprezzo
delle persone sane, compiè il suo periodo, cessò del
tutto. I cicisbei del settecento sono anche per la Sicilia
semplici ricordi storici, anzi reminiscenze archeologiche.
[pg!305]

.. toc-entry:: XX. La moda delle donne. Il parrucchiere.

:small-caps:`Capitolo XX.`
==========================

.. class:: center large

*LA MODA DELLE DONNE, IL PARRUCCHIERE.*

La moda, che per lungo volger di tempo fu spiccatamente
spagnuola, nella seconda metà del settecento
era senz'altro francese, o infranciosata.

Però, mentre le donne della campagna conservavano
qualche cosa del vestire antico, le civili di Palermo,
Messina, Catania ecc. indossavano lunghi manti neri,
che scendendo dal capo coprivano interamente il volto.
Del medesimo costume si servivano anche le grandi
dame quando di mattina si recavano in chiesa: ma
preferivano il bianco od il variopinto, che era di seta
e formava un *negligé* ricco e piacevole.

Questo ci dicono i viaggiatori d'allora [#]_; ma nessuno
ci dice che l'acconciatura del capo era il massimo
dell'eleganza, il centro a cui convergevano i raggi della
grande ruota femminile: del qual silenzio dev'essere
stata la ragione la generalità dell'uso e la notorietà
della *toilette* in Francia, in Germania, in Inghilterra.
Quando uno dei viaggiatori disse che le donne siciliane
[pg!306]
avevano chiome bellissime, e sapevano in particolar
guisa giovarsene per accrescere grazia alla loro bellezza,
disse molto e non disse nulla, perchè l'acconciatura
del capo meritava ben altra notizia.

.. [#] :small-caps:`Riedesel`, *op. cit.*, p. 121. — :small-caps:`Bartels`, v. II, p 605,
   v. III, pp. 596-97. — Un Voyageur italien, *Lettres*, lett. 16
   ottobre 1876.

Riguardato con sottilissima cura, questo requisito
di venustà muliebre occupava il parrucchiere, la cameriera
ed altre persone di casa.

Fedele ministro della vanità femminile, il parrucchiere
non poteva ogni giorno prestar l'opera sua; ma
bastava che lo facesse una volta la settimana o più,
per lasciar paga la sua eletta cliente. Giacchè, l'acconciatura
del capo, così come per un certo tempo la ridusse
il figurino francese che veniva da Napoli, era un
edificio mirabile di mezza giornata di paziente, industre
lavoro.

La vigilia di questo lavoro Madama andava a letto
in ciocche accartocciate: e fin dalle prime ore del domani
stava ad attendere il desiderato carnefice. Una
intera batteria di ferri, ferretti, pettini, bambagia, fettucce,
nastri era a disposizione di lui, capitano e stratego.
Polveri e cosmetici popolavano la stanza. Il sapone
di spiga andava con le polveri dentifricie; l'acqua nanfa
gareggiava con l'acqua di rosa, la fior di mirto con la
*sans-pareille*, e tutte con la costosissima *acqua del paradiso*.
Le pastiglie profumatorie si associavano sovente
con il ricercato liquore per togliere le macchie del
volto.

Atteso con febbrile impazienza, ecco giungere il
parrucchiere. Seguiamone le mosse con D. Pippo Romeo:

   |   Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti,
   | Divide le incombenze a tutti i servi astanti.
   | [pg!307]
   |   Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli,
   | Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli;
   |   E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra,
   | Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra.
   |   Principia con il pettine a dar la prima carica,
   | Indi pomata e polvere senza contegno scarica;
   |   Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto,
   | Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto,
   |   Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce,
   | Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce;
   |   Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio,
   | Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio;
   |   E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto,
   | «Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto» [#]_.

.. [#] *Cicalate*, pp. 39-40.

È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti
di piume, che si prestano ad equivoci di begli umori
e di poeti [#]_. La cipria è il cavallo di battaglia del parrucchiere:
e di cipria facevasi tanto consumo che il
Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter
le mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo:
gravezza che era costretto subito a sopprimere (1790) [#]_.
[pg!308]
Altra cipria gialla, detta *pruvigghia atturrata*, usavasi
per far bianche e rilucenti le chiome [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lirica*, nn. IX e XI e altrove scherza
   su queste penne, moda contro la quale penetrò in Palermo
   una stampa volante col titolo: *Alle Dame romane per l'uso
   del pennacchio. Canzonetta* (s. a.), che principiava così:

   |   Quelle penne bianche e nere,
   | Che sul capo voi portate,
   | Care donne innamorate,
   | Vi fan crescere beltà.

.. [#] *Provviste del Senato*, a. 1792-93, p. 298, a. 1793-94,
   primi fogli. — :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1788, p. 447; a.
   1789, 12 marzo; a. 1790, p. 424.

.. [#] :small-caps:`G. Alessi`, *Aneddoti della Sicilia*, n. 317. Ms. Qq. H,
   43 della Biblioteca Comunale.

Questa *frisatura*, una delle dieci diverse di moda,
era chiamato *gabbia*: e vera gabbia era, sulla quale
potè lepidamente dirsi che:

   |   Di lu concavu ancora di la luna
   | Vinniru pri mudellu a li capiddi
   | Nuvuli fatti a turri e bastiuna.
   |   Poi di l'autri mudelli picciriddi
   | Cui fa trizzuddi mali assuttilati
   | Cui d'intilaci fa gaggi di griddi,
   |   Vali a diri ddi scufii sbacantati
   | Chi contennu li càmmari e li alcovi
   | Cu medianti di ferrifilati [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: La Moda* (4 aprile 1778). — :small-caps:`Pippo Romeo`,
   *Cicalate*, p. 38, nel 1772 aveva detto in Messina:

   |   Non stranizzarti, amico, è questa oggi la moda:
   | Un promontorio in testa e palmi sei di coda.
   |   Costumasi un tuppè degno di andare in fiera
   | Non so se sia castello, piramide o *montera*.

Ma con questo arnese sul capo come prender sonno
la notte?

Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio
di tela inamidata, specie di fodera, di cuffia, della capacità
di due teste, dentro la quale la studiata ricciaia
veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una
parte del viso. Il *mimì*, nome dello strano supplizio,
era anche altra maniera d'acconciatura, con la quale
la volontaria martire della vanità usciva di casa [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pippo Romeo`, *Cicalate*, p. 38. — :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lirica*,
   n. IX.

[pg!309]

Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la
importanza nelle case signorili. Quando un uomo si
presenta per cameriere in una di queste, la cosa che
gli si domandava era se sapesse pettinare da donna
e da uomo: ed è curioso che la *réclame* rudimentale
nei primi giornali di Palermo s'iniziasse proprio con
questi lisciatori di dame. Nel *Giornale di Sicilia*, che
conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:

7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età
di 22 a. vorrebbe impiegarsi per cameriere, sapendo
pettinare da uomo e da donna.

«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi
da cameriere. Sa leggere, scrivere, far di conti, parlar
francese, pettinare da donna...».

28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare
da donna, vorrebbe impiegarsi da cameriere in
qualche nobile casa».

7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che
abita nel palazzo del Principe di S. Lorenzo, si cerca
impiego di cameriere, sapendo pettinare da donna» [#]_.

.. [#] Una notizia inedita d'Archivio: Quando nel 1754 si
   ricompose in forma di *Unione* il sodalizio dei parrucchieri
   palermitani, il numero dei soli maestri intervenuti fu di 98!
   Nel 1780 la maestranza dei barbieri contava non meno di
   250 soci. Vedi le *Carte delle Maestranze di Palermo* nell'Archivio
   Comunale.

In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'*enfant
gâté* della Nobiltà. Una sera che egli, reduce da Napoli,
ove andava a prendere le ultime novità della moda,
si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco della
Munizione, tutto il teatro si mise a rumore [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pippo Romeo`, *Cicalate*, p. 210.

[pg!310]

Per il fatto che egli penetrava fino nei *boudoirs*
delle signore, il parrucchiere era a parte di tutte le
cronache d'alcova, e adibito in incombenze delicatissime.
Il lettore potrà averne un'idea quando saprà di una
certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese
e Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva,
eccessivamente attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima
il Pretore Principe Giuseppe Valguarnera e
del dietroscena delle dame cospiratrici ed occulte attrici
per mezzo dei loro parrucchieri [#]_.

.. [#] Vedi nel vol. II, il cap. *Teatri*.

Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire
toupets certi accreditati parrucchieri riuscissero a mettere
insieme larghi guadagni, è naturale. Giuseppe Fraccomio
potè per tal modo convertirsi in mercante, e
come tale divenire principale impresario della grande
Beneficiata di S. Cristina [#]_. Carlo Biscottino, che nei
giorni di maggiore splendore per lei servì la Duchessa
di Floridia in Palermo, e la seguì poi alla Corte di Napoli,
moglie di Ferdinando, potè con frequenti prestiti sopperire
ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi dai nuovi
doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria
del vecchio Re: donde non guadagni [#]_ gli vennero, ma
influenza che pochi poterono vantare eguale, ed il conforto
di due eccellenti partiti per le sue vaghe figliuole,
una delle quali divenne Marchesa.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1790, p. 336.

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. I, ch. X.

Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda
di tutta la persona.

Con le *munteri* e gli *scignò*, con i *chiuvetti* ed i *tuppi*
[pg!311]
altissimi, andavano i *cantusci* o *andriè*, ed i *tonti*, detti
pure guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento
in scarpine di drappo ornate di rose e di altri
fiori artificiali. Il *cantusciu* (forse da *qu'on touche* franc.)
era una veste di lusso, composta di drappi a colori,
lunga e ristretta alle maniche. Il *tonto* un forte, inflessibile
crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto
D. Pippo sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini
messinesi:

   |   Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura
   | Un largu ossequiusu facïanu a la Signura,
   |   E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana
   | Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana:
   |   Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza
   | Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu;
   |   Ed era chiddu tontu un baluardu forti,
   | 'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti.
   |   (Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu
   | Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!)
   |   Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu
   | Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu;
   |   L'invernu li guardava di friddu e di punturi,
   | L'està li depurava a forza di suduri,
   |   Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu
   | Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu,
   |   Insumma era curazza, furtizza, bastiuni
   | Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni [#]_,
   |   'Na vera citatedda ferma, sicura e soda.
   | Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda! [#]_.

.. [#] Due fortezze di Messina.

.. [#] *Cicalate*, pp. 392-93.

Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle
cose che forse meno lo meritano. Per esso la gara del
[pg!312]
vestire acuivasi nel medio ceto. Invano si rievocavano
le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad armonia
dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo
come, i quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco
voleva per la propria moglie, per le figliuole gli abiti
più eletti e l'indispensabile parrucchiere coi relativi
arnesi [#]_. Cipria a profusione copriva *toupets* e *chignons*,
patrimonio festivo delle donne civili; *andriennes* e scarpettine
seriche ne completavano il costume.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, pp. 89-90.

Quando nell'ottobre del 1772 una vera alluvione
venne a guastare la festa data dal Vicerè Fogliani a
tutte le classi della cittadinanza a Mezzo Monreale, i
cantastorie fecero argomento delle loro colascionate la
rovina delle vesti e delle superbe pettinature delle donne
non nobili; ed un poetucolo ne traeva ragione di avvertimenti
alla città, una volta rigida di morale; e si scandalizzava

   | Di li fimmini attillati,
   | Schittuliddi e maritati,
   | Cu scufini e frisaturi [#]_
   | Pri cumpàriri signuri.
   |   Li fadeddi [#]_ a mezza gamma,
   | La scarpetta cu la ciamma,
   | E lu pettu tuttu nudu
   | Chi a pinsàricci nni sudu.

.. [#] *Scufini*, cuffie; *frisaturi*, acconciature.

.. [#] *Fadedda* o *fodedda*, gonnella, gonna.

E rimproverava mariti e padri che permettevano siffatte
sconcezze, incentivi frequenti di liti, zuffe, sangue [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XX, p. 103.

[pg!313]

Anche il Meli rimava sul medesimo tono, e con
fine ironia ammoniva una ragazza troppo modesta:

   |   Nun ti vèstiri a l'antica,
   | Cà di tutti si' guardata;
   | Cumparisci pittinata
   | Cu la scuffia e lu tuppè.
   |   Cu cianchetti [#]_, veli e pinni,
   | Cu fadedda bianca e fina,
   | Cu la scarpa 'ncarnatina
   | Fai vutari a cu' c'è c'è [#]_.

.. [#] *Cianchettu*, arnese imbottito per sotto le vesti delle
   donne, buono ad aggiustare i fianchi (*cianchi*) ed il contorno
   della vita.

.. [#] Farai voltare indietro a guardarti chichessia. :small-caps:`Meli`,
   *Poesie: Lirica*, n. XI, p. 81.

Non avendo ove riporre ciò che il bisogno od il
capriccio imponeva o consigliava, le donne servivansi
d'un elegante astuccio d'argento, specie di *nécessaire*
da passeggio. Quest'arnese con altri gingilli pendeva
dal fianco delle signore, flagellato ad ogni istante e
per ogni loro movimento. Uno che ne abbiamo veduto,
quante rivelazioni ci ha fatte! Fremiti e svenevolezze,
palpiti e speranze, mal simulate gelosie ed ostentate
freddezze, visioni fantastiche e delusioni amare, e gioie
evanescenti come guizzi di baleno che rompa la notte
e la renda più cupa....

Mentre non si conosceva ancora il sigaro, il tabacco
da fiuto era lo *chic* per le donne, la delizia degli uomini.
I medici non eran tutti d'accordo sulla vera azione
di esso; e, come a Napoli ed a Parigi, chi lo vantava
salutare, chi lo sprezzava come dannoso alla testa.
[pg!314]
Federico di Prussia, artistica fusione di genialità e di
stranezza, di poesia e di prosa, il quale alla vigilia d'una
battaglia scriveva barzellettando a Monsieur de Voltaire,
ne portava ripiene le tasche; Ferdinando di Napoli
regalava tabacchiere, ma non pigliava tabacco.

Un giorno uno dei più illustri professori dell'Accademia
degli studî (Università) leggeva una palinodia
contro gli effetti perniciosi di esso. Durante la firitera,
in mezzo a continua ilarità del pubblico, non faceva
altro che stabaccare; e quando, a lettura finita, uno
degli uditori gli chiese a bruciapelo a chi dovesse credersi,
se all'oratore che avea tanto gridato contro il
tabacco, o al maestro che ne avea preso a manate,
il dotto uomo, confuso, mendicando una risposta, tornava
istintivamente a fiutare.

Pertanto si spiega come, stanco dei continui reclami
dei consumatori, il Governo s'indusse ad abolire
(1781) il dazio proibitivo del tabacco, gravando invece
la mano sulla farina, sull'orzo, sul vino!

La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro.
I damerini che se ne stavano a tessere e ritessere la
Marina, al primo incontrarsi con una dama, facevano
a gara nell'offrirgliela [#]_: e non v'era dama che non
avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione
non sempre riusciva a moderare la vanità degli
ornamenti, la volevano. L'aristocratico educandato Carolino
[pg!315]
proibiva alle alunne l'uso di «orologi, ricordini,
odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e permetteva
le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che
non ammettesse altro medicamento che il tabacco».

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 373:

   |   Cu' ci offerisci
   | La tabacchera,
   | Cui la stuccera
   | Ci prujrà.

Come devono essere state carine quelle amabili
convittrici a gingillarsi coi loro ciondoli e mandar su
l'odorosa polvere di Nicot!...

In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la
moda femminile serbava sempre la massima cura delle
chiome. Questa cura subì una certa decadenza dopo
la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al crescente
progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia.
Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la
parrucca coi proprî capelli tra gli uomini amanti di
novità, cominciavasi invece a studiare tra le donne
ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più
belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano
alla classe più alta.

Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato
e, non sapendo fare di meglio, proibì le parrucche femminili.
Il divieto ritardò, non impedì la graduale introduzione
del costume, deformatore delle muliebri fattezze.
Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!)
da una dama della Regina, che era pure una
delle tre più belle ma più discusse dame d'allora. Il
marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno
dei dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro,
con esercizio, ne rimase scosso; ma nulla fece per temperare
il rigore del suo Re, il quale, contro la predilezione
della capricciosa donna pel monastero della Concezione,
la mandò all'Assunta, monastero di penitenza.
[pg!316]

Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi
dì appresso (18 giugno) partiva dal R. Palazzo una
severissima lettera ai signori Capitani, Giudici e Fiscali
di Sicilia del seguente tenore:

«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata
dalle dame e da altre donne l'uso delle parrucche, e
che talune per uniformarsi vieppiù ai sistemi repubblicani
son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi
intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente.
S. M. ha risoluto perciò che si proibisca affatto
l'uso delle parrucche alle donne sotto la pena della
carcerazione, e per le dame in un monastero o reclusorio
che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano
o le vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della
carcerazione parimenti per quel tempo a S. M. ben visto
ed alla perdita dei mobili. Con tale espediente si renderà
alla pubblica intelligenza la facilità di talune di
adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro:
«Il Principe di Cassaro» [#]_.

.. [#] *Diario* del Duchino di Camastra, nella Biblioteca Trabia,
   a. 1799.

A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta
politico, si faceva strada anche tra coloro che
non ne capivano il valore; e D. Pippo Romeo col suo
fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel Carnevale
del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro
il teatro la Munizione, declamava:

   |   Finiu la purcaria, è la pilucca in moda,
   | E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda,
   |   Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu
   | La trovu providuta d'un beddu pilucchinu,
   |   O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi;
   | [pg!317]
   | E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi;
   |   Li compranu salati. Tutti li frisaturi [#]_
   | Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri!
   |   Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù
   | D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù? [#]_.

.. [#] *Frisaturi*, voce qui usata nel significato di persone
   che trafficassero di capelli posticci, di ricciaie e di parrucche.

.. [#] *Cicalate*, p. 354.

Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto
al pudore, si abbandonavano all'andazzo dei tempi;
con l'antiestetica acconciatura del capo procedevano veli
leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime e sottilissimi
lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e
rivelavano appunto ciò che morali velleità miravano
ad occultare. Anche qui il Meli va chiamato come testimonio
autorevole, il Meli che non sapeva chiudere gli
occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che
colmavano i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per
le quali a tutte ed a ciascuna delle partigiane di tante
risibili novità e *francisarii*,

   |   Li gammi si cci vidinu,
   | Lu cintu cumparisci,
   | Ed accussì cchiù accrisci
   | La curiusità [#]_.

.. [#] *Poesie: Lirica*, nn. IX e XI. Costante è nel Meli la preoccupazione
   delle novità della moda e della libertà francese.

Altronde, non sappiamo dirne di più quando per
le particolarità di questa toletta abbiamo la franca
dichiarazione dello stesso D. Pippo, il quale, sfogandosi
contro la indecenza *fin de siècle*, si domandava:
[pg!318]

   |   Stu vèstiri mudernu senza cchù capu e cuda,
   | Chi parti su' cuverti, e parti su' a la nuda,
   |   Senza cchiù spaddi e scianchi, senza principiu e fini,
   | Lu centru nun cchiù centru, la vita 'ntra li rini,
   |   Fadetti di sei parmi, ch'appuntanu a li sciddi,
   | Scarpi cu li ligneddi, testi senza capiddi,
   |   Pilucchi a battagghiuni, circhetti, castagnoli,
   | Senza disparitati di vecchi e di figghioli, [#]_
   |   Sta caristia di pila pri tantu gran cunsumu,
   | Stu beddu chi consisti in apparenza e fumu,
   |   Sta razza di vintagghi, di menzu spangu a stentu,
   | Chi Suli non riparanu e mancu fannu ventu,
   |   Sti scialli chi si portanu 'mparissi pri lu friddu
   | E pisa cchiù 'na pagghia, o un filu di capiddu,
   |   Sti veli trasparenti, sta fina cammiciola,
   | Sti musulini oscuri, stu sciusciami chi vola,
   |   Chi mettinu in prospettu chiddu chi duvirria
   | Ristari a lu cuvertu, su' rami di pazzia? [#]_.

.. [#] *Figghiolu*, nella parlata messinese, fanciullo, piccolo.

.. [#] *Cicalate*, p. 392.

Il ricordo dei ventagli è una brutta tentazione
ad una rassegna delle varie fogge che ne corsero. Quelli
richiamati da D. Pippo erano di forme nanerottole,
ai quali, degradando sempre, si eran ridotti i mastodontici
ventagli dei tempi anteriori. Ma noi non possiamo
fermarvi la nostra attenzione; specialmente riflettendo
che essi suscitaron la collera dell'Arcivescovo
Sanseverino e, che è tutto dire, del Vicerè Caracciolo.
Sotto la data del 7 luglio 1784 costui scriveva all'Avvocato
Fiscale della Gran Corte, avere inteso di ventagli
donneschi in vendita presso alcune botteghe di galanteria:
ventagli con bizzarre figure, con la Confessione
[pg!319]
e la Comunione; e di esser rimasto scandalizzato del
fatto che a maggior danno del veleno dell'empietà
istillato negli spiriti deboli, si aggiungesse la stampa
di certe canzonette francesi, per le quali mettevansi
«pure in derisione i più sagrosanti misteri della nostra
Religione». E però incaricava esso Avvocato Fiscale
«di proibire immediatamente lo spaccio di tali ventagli,
e formare al tempo stesso il legale processo contro coloro
che li hanno introdotti, come rei di pubblicazione di
stampa senza legali permessi» [#]_.

.. [#] *Reali Dispacci*, a. 1784, n. 1514, ff. 202-203. R. Archivio
   di Stato di Palermo.

Il Vicerè che scriveva in questo modo era un enciclopedista
convinto; coloro che comperavano ed usavano
i ventagli, erano delle donne che si picchiavano
il petto.
[pg!320]

.. toc-entry:: XXI. La moda degli uomini.

:small-caps:`Capitolo XXI.`
===========================

.. class:: center large

*LA MODA DEGLI UOMINI.*

Le fogge per gli uomini, tolte piccole modificazioni,
rimanevano sempre le stesse, e per oltre mezzo
secolo inalterate. Si guardino un poco i ritratti del
tempo in un salone magnatizio d'oggi, e si troverà la
eterna parrucca incipriata, il magnifico giambergone
(divenuto traslato non sempre serio nella *giammèrica*)
dalle candide e pieghevoli manichette con *dentelles*, mutabili
ad ogni tre o quattro giorni, con il profuso panciotto
che slarga in basso, e con calzoni di raso attaccati
a mezza gamba, là dove li raggiungono eleganti calze
di seta [#]_ uscenti da scarpine ornate di lucentissime
fibbie d'oro o d'argento.

.. [#] Nel 1775 prosperava ancora in Palermo una numerosa
   maestranza di *conza-calzette* di seta.

   Diversa la etichetta pel lutto rigorosissimo: nel primo
   mese, rattina, senza manichette e senza cipria, e con fibbie
   di lutto; nel secondo e terzo, panno e poche assole come nel
   lutto rigoroso; nel quinto e sesto, lutto più leggiero.

Chi poi avesse veduto questi signori per le strade,
a passeggio specialmente, avrebbe rilevato sopra la parrucca
un cappello a tre pizzi trinato e indorato, che la
[pg!321]
jattanza affidava talora ad un creato, ad uno dei creati
usi a tener dietro al padrone [#]_.

.. [#] Vedi nel cap. XIV, p. [pg 233]_.

Nobili e civili andavano armati di spadino.

Quest'arme fino al 1782 era comune anche alla
bassa gente. Dopo l'omicidio commesso nella processione
della Madonna Assunta, del quale abbiam fatto cenno [#]_,
essa venne severamente proibita, e si volle che per
lo avvenire «niuno degli artisti e degl'individui delle
maestranze che esercitano arti meccaniche, servitori di
livrea, eziandio qualora non vestono livrea, e qualunque
altra persona del volgo inferiore, possa da oggi (26 dic.)
innanti portare al fianco o in altra guisa spada di qualunque
misura e forma, sciabole, sciabolette, guardafreni,
squarcine o altro genere di arme, ancora quando
fossero vestiti di giamberga, sotto le pene contenute
nel bando proibitivo delle arme» [#]_.

.. [#] Vedi cap. VI, p. [pg 116]_.

.. [#] Bando del Vicerè Caracciolo in data del 26 dicembre
   1783.

Contro questa disposizione si levò un vero putiferio.
Le stampe attaccate nei soliti luoghi per la affissione,
vennero stracciate dai maestri, e riattaccate sotto
i sospettosi occhi della Polizia; la quale, sorpreso nel
momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo,
lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E
perchè il Console degli spadai si presentò al Vicerè
per dirgli in un memoriale i danni della nuova disposizione
per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così
mala maniera che il console ne rimase sconcertato [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVIII, pp. 3-5.

[pg!322]

Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure,
a compimento della moda, un bastone, il cui manico con
fiocchi di seta e d'oro, avea sovente un valore cospicuo.

Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto
pendevano, percotendo a destra ed a sinistra del ventre,
due meravigliose catene [#]_ con ciondoli preziosi e con
orologi. L'uso nobiliare chiamava *mostra* (franc. *montre*)
l'orologio: e di orologi si faceva sfoggio singolare. Basta
leggere il seguente avviso pubblicato nell'unico giornale
palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è
perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro
quadranti, dei quali quello che denota li giorni del
mese, ha li numeri scritti in oro sopra striscia blò, come
lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra le ore
ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene
annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro
è dipinto un bastimento in ovale che comparisce da
ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa pure la
chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a
riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà,
anche per via di confessione, allo orologiaio sotto
la casa del sig. Marchese di Geraci, saranno date once
quattro di mancia». Probabilmente il proprietario sarà
morto col desiderio di pagare quella mancia.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *op. cit.*, p. 385.

Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una
nuova ma breve, per aberrazione della gioventù, ne
sorgeva infra l'ultimo ventennio del secolo: effetto di
una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica
invase quanti dispettavano il vecchio costume.
[pg!323]

Costoro, professandosi devoti al *bon ton*, presero
a seguire rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano
abito scuro; calzavano pantaloni di pelle e
stivali, e sui capelli rialzati piantavano un cappello
tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto bastone,
ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era
delitto per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni
della loro società. Un d'essi, che, dimentico un giorno
della parte che rappresentava, si abbandonò alla natural
sua vivacità in una conversazione con un forestiere,
ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto
in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio,
il suo interlocutore.

Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria
doveva esser molto semplice. Uno che fu sorpreso
con merletti in quella, ne fu subito severamente
punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo,
gli si avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono
tranquillamente come se nulla fosse stato.

Di sì strano episodio nella storia del viver nostro
nessuno, altro che Bartels, ne diede mai notizia; il
quale riflettendovi sopra maravigliato aggiungeva: Io
spero che questa mania, così contraria all'indole del popolo,
non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe
un essere pesante ed incivile. Disgraziatamente,
questo esempio ha prodotto i suoi effetti nel popolo:
e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere: «\ *Così
fanno pure gl'Inglesi*» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, pp. 539-40.

I seguaci della pazza usanza si chiamavano *intonati*:
[pg!324]
e *'ntunatu* nel dialetto siciliano resta anche oggi
a denotare persona che stia sul grave, o che affetti
di non conoscere e di non sapere.

Ripigliamo il discorso del costume generale. Una
reazione nacque anche tra gli uomini, come l'abbiam
veduta tra le donne; e causa ne furono i rivolgimenti
di Francia, echeggianti nelle principali città del Continente
e per esse in Napoli.

Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva
al Principe di Castelcicala, Ministro in Napoli, un
secreto rapporto sulle nuove maniere di vestire in Palermo,
e chiedeva un apposito rescritto sovrano per
essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è
stato trovato, dice così:

«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi
da S. M. risoluta, ed ordinata in codesta Dominante
la riforma del vestire, e di certi tratti esteriori, inconvenienti
alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di
fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente
caro che la M. S. si degnasse di far qua arrivare,
e pubblicare la stessa Legge; perchè lo stesso disordine
si è qui da qualche tempo introdotto, ed è allignata,
e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire
e dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi,
che non può tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo,
(e quantunque si procuri coonestare come semplicità
di animi, pure fanno sospettare fellonia di cuori fazionarj
e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti
esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre,
che dichiarandosi e infami e irregolari, si permette
talora un'ostentazione sì smodesta e lasciva, che non
[pg!325]
può rimirarsi senza orrore). Io diverse volte me ne
sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di
riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono
giovati nè i miei risentimenti, nè le mie ammonizioni.
Sarà perciò proprio delle paterne cure di S. M. di trovarsi
riparo a questo disordine, e di prefiggervi pronto
ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa
apparenza di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno
la idea del giacobinismo e dell'infame detestabile libertà.

«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza,
analoga a quella, che si dice essersi costà promulgata» [#]_.

.. [#] *Real Segreteria, Incartamenti*, filza 5499, Archivio di
   Stato in Palermo.

   Dalle parole *e quantunque* fino *senza orrore* (qui segnate
   con parentesi) è tracciata al margine della minuta una linea,
   che fa supporre il tratto chiuso non essere stato partecipato
   nella lettera ufficiale al Principe di Castelcicala. — Dobbiamo
   questa indicazione all'egr. avv. Francesco La Mantia, Archivista
   nel R. Archivio di Stato in Palermo.

Questa allarmante relazione non dice in che consistessero
le nuove compromettenti fogge; ma da documenti
posteriori si capisce subito.

Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo,
non dei ricci a foglie di lattuga delle camicie,
non dei ninnoli pendenti sulla sottoveste; ma di certi
peli che i giovani si lasciavano crescere sul viso, abitualmente
raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte,
e di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi
dalle ginocchia ai piedi: minacce, codeste, che
facevano pensare ai pericoli che poteva correre il Regno.
[pg!326]

La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta,
e l'Arcivescovo D. Filippo Lopez y Royo si
vide autorizzato a pubblicare: come qualmente il Re
avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto
e assai attualmente aumentato che la Gioventù si *trasformasse*
con strane e singolarissime pettinature, con
abiti strani e bizzarri e talvolta indecenti con iscandalo
de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E lo
proibiva severamente [#]_.

.. [#] Bando del Presidente del Regno, Arcivescovo D. Filippo
   Lopez y Royo, in data del 16 Giugno 1798.

Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi
ai nobili che vestissero decentemente «per esser d'esempio
agli altri», e moderatamente si pettinassero. «La
moderazione — dicevasi — è nelle parrucche e nella
cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal Presidente
del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati
«alla udienza in barbette» (*varbitti*) [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 204.

Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando
volle romperla con le velleità novatrici, e per
mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva sapere
al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo
1799):

«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi
tuttora in questa Capitale l'abuso del modo di vestire
e di certi tratti esteriori inconvenienti alla vita ed
al buon costume; quando le precedenti sue sovrane
risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar
in sè stessi coloro che lo hanno finora costumato con
poca decenza e scandalo e sommo disgusto delle persone
[pg!327]
serie d'ogni rispettivo ceto che ama la decenza.
La continuazione quindi di questo disordine nel vestire
e nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza
di S. M. a darvi l'opportuno rimedio; non potendolo
tollerare senza raccapriccio e ribrezzo; ed alla S. M.
maggiormente rincresce il vedere nei luoghi pubblici e
circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e
di calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona....
nella città ove è precisa la decenza e la priorità. [E
rincresce pure a S. M.] il vedere le barbette difformare
le fisonomie e certe strane singolarissime maniere di
coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro;
li quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che
in siffatto modo disdicevole, precisamente alla Nobiltà,
si ardisce di andare fin anche nelle chiese». In coerenza
a questo, «ha risoluto che si abolisca addirittura siffatto
abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi a
riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di
quella decenza e circospezione, i doveri di buon cattolico
e gli obblighi di fedele suddito». Finiva raccomandando
la cieca rassegnazione ai sovrani voleri e minacciando
ai contravventori le pene della Giustizia.

Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la
promulgazione di questo bando l'ab. Cannella, da poco
tornato da Napoli, dove si era ridotto dopo la sua romanzesca
fuga in Francia, se la spassava col suo inappuntabile
vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando
meno se lo attendeva, fermato, catturato e subito relegato
nel Convento dei Cappuccini [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., 10 marzo 1799, pp. 328-29.

[pg!328]

I rigori crescevano man mano che la piena minacciava
d'irrompere e rovinare l'edificio dell'ordine così
gravemente compromesso nelle fantastiche visioni dei
governanti. Il Vicario Generale della Diocesi faceva predicare
da tutti i pulpiti, in tutte le chiese, contro il
pericolo del nuovo costume, favorito da giovinastri refrattarî
alla osservanza della legge.

Non è tutto. Il Capitan Giustiziere, Principe di
Fitalia, una brutta mattina fa venire al suo Palazzo
presso S. Anna tutti i parrucchieri e tutti i sarti della
città; e in termini severissimi ordina loro che non s'arrischino
più a tagliar capelli in modo da coprir la fronte,
e di cucire calzoni lunghi: pena il carcere e la frusta;
e che denunziino senza indugio all'Autorità gli sconsigliati
che cercassero l'opera loro per l'una e l'altra foggia
condannata dai sovrani voleri [#]_.

.. [#] Lo stesso, *op. cit.*, p. 568.

Rinunziamo alle malinconiche riflessioni che s'affacciano
in chicchessia per provvedimenti così insensati;
e passiamo ad un fatto col quale si chiudeva il secolo
dell'Ottantanove.

È la sera del 18 gennaio 1800. Ferdinando con la
reale consorte è al teatro S. Cecilia, pieno zeppo di
spettatori. Il fiore della Nobiltà occupa tutti i palchi;
i civili, le gradette, la platea. Delle dame della Regina
neppur una manca. Parrucche candidissime (solo di
uomini!) si muovono in mezzo a *toupets* tempestati di
gioie, fulgide sotto la grande lumiera che pende dalla
volta e per mille candele di cera di Venezia piantate
intorno alla impalcatura. Ed ecco farsi innanzi pettoruto
[pg!329]
verso la platea un giovane sui trent'anni. Un improvviso
scatto del Re rivela qualcosa che deve averlo inattesamente
colpito. Egli ordina che si faccia venire alla sua
presenza questo giovane.

— «Chi sei?» gli chiede concitato e con la sua
solita voce altisonante, appena se lo vede innanzi.

— «Francesco Perollo da Cefalù, suddito fedele di
V. M.».

— «E tuo padre»?

— «Emanuele Perollo, Cavaliere Costantiniano ed
ex-Senatore di Palermo».

— «Ed hai l'ardire, villanaccio impertinente, di
comparire in pubblico con quei capelli sulla fronte e
con quei pantaloni fino ai piedi»?

Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere;
e tosto, ad un brusco cenno del Re, vien preso
da due birri e portato via in lettiga al carcere.

Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere,
ripetuti squilli di tromba chiamavano la folla dei curiosi.
Il boia lega al cavalletto Francesco Perollo, reo
di moda sediziosa, gli recide con forbici il posticcio
codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente
per terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già
dei nobili e dei civili, come avrebbe dovuto essere,
ma, per onta maggiore, dei plebei, alla Vicaria [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 745. — :small-caps:`Villabianca`,
   *Diario* ined., a. 1800, p. 57-59.

La patria era salva!

Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando
nutriva la più fiera avversione ai pantaloni
[pg!330]
ed alle fedine, ed un vero culto al codino naturale ed
alla cipria.

Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo
che se ne allontanò per sempre, egli vide un terrorista,
un repubblicano esaltato in qualsiasi partigiano della
nuova moda francese; e sovente ordinò la berlina dopo
la violenta, completa rasura del viso e del capo.

Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello
del Principe di Scilla. Incitato a ballo dal Principe
di Trabia a Mezzo Monreale, costui, bello com'era
della persona, si presentava con grandi barbette e coi
neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore
fedele del suo Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando
patria, beni, famiglia, dovevano esser ragioni
più che forti per metterlo al di sopra di qualsivoglia
sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re,
presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro
imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le
fedine e, tira, tira con quanta avea di forza come per
istrappargliele, gli grida, con voce stentorea: *Porco,
briccone*! E se non fosse stato per la Regina, la quale
corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto! [#]_

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. I, ch. XXXIV.

[pg!331]

.. toc-entry:: XXII. Pranzi di ricchi e mangiare di poveri.

:small-caps:`Capitolo XXII.`
============================

.. class:: center large

*PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI.*

Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi,
facile cosa è lo immaginare la vita alla quale esso dovesse
corrispondere. Conversazioni, feste da ballo, teatri,
villeggiature si alternavano con feste e spettacoli sacri
e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la giornata
era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo
e dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era
tutta divisa tra le molteplici cure volute dalla posizione
sociale e dagli affari di famiglia. La siesta era l'ora
che seguiva al desinare: e se per taluni il desinare era
delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio penoso.

Incredibile il lusso delle mense aristocratiche, quali
lo videro alcune volte i forestieri invitati, e pieni di
stupore. Mense imbandite di tutto punto, con servizî
di singolar pregio; ricchi vasi d'oro e d'argento, spesso
cesellati dai migliori artisti, miniature di squisita fattura,
componevano e ornavano quelle mense: ricchezza
sterile, non fecondata nè confortata da quella fruttuosa
del capitale che circola e produce. Le posate splendevano
al pari de' piatti d'argento, e in una festa datasi il 13 maggio
1799 alla nobiltà ed alla officialità militare nel palazzo
[pg!332]
Butera (Principe, allora, D. Ercole Michele Branciforti
e Pignatelli) posate e piatti del prezioso metallo
bastarono a più che 300 persone [#]_.

.. [#] La festa, principiata di sera, finì il dimani a 12 ore,
   con una colazione profusissima, degna della profusissima
   cena della notte e delle continue portate di sorbetti, liquori
   e vini forestieri. La immensa terrazza dal lato del mare era
   convertita in galleria coperta. Le due musiche di strumenti
   a fiato che allietaronla costarono 100 onze; e la neve consumata
   pei gelati fu 40 carichi, come a dire cinque migliaia
   di chilogrammi d'oggi. Vedi :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1799,
   pp. 354-56.

Ad un inglese nel 1770 la cucina siciliana parve
un misto di francese e di spagnuolo: e che l'*olla podrida*
serbasse «sempre il proprio posto e la propria dignità
in mezzo alla tavola, circondata da un trono di fricassè,
di fricandò, di ragù ecc., come un grave *Don* spagnuolo
in mezzo ad uno stuolo di piccoli marchesini attillati» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXIII.

Dopo quell'anno la cucina, al pari della moda, della
quale faceva parte, era presso la Nobiltà o tutta francese
o molto infranciosata. Per qualche lieve modificazione
bisogna attendere il tempo degli Inglesi (1806-1815).

Con ordine inappuntabile i servitori attendevano
alle singole loro incombenze; nelle grandi occasioni le
pietanze seguivano alle pietanze, con crescente soddisfazione
dei trimalcioni e con pericolo degli stomachi
più agguerriti. Il numero di queste pietanze era l'indice
della grandezza della casa e del rispetto che essa imponeva
a sè ed agli altri. Anche qui i forestieri guardavano
stranizzati, non riuscendo a persuadersi che l'essere
ricchi, o semplicemente agiati, imponesse, per onorare
[pg!333]
un ospite, di far passare sotto il naso di lui dieci, quindici
piatti l'uno più costoso dell'altro.

Le principali specialità dell'Isola eran messe a
contribuzione, e nelle portate di secondo e terzo ordine
si vedevano i cefali della Cala di Palermo e le anguille
del Biviere di Lentini, i caci di Calatafimi e le *provole*
di Modica, il miele di Mascali ed il torrone di Piazza,
il moscato di Siracusa e la malvasia di Lipari. I monasteri
della città compievano l'opera culinaria, L'ab. Giovanni
D'Angelo ci ragguaglia d'un pranzo tenuto nel
Convento di S. Domenico (15 maggio 1796), nel quale,
con l'intervento del Presidente del Regno, l'Arcivescovo
Lopez y Royo, di trenta altri illustri commensali e
di cinque frati dell'Ordine dei Predicatori, a compimento
del Capitolo da questi tenuto e ad omaggio del
nuovo Provinciale eletto P. Pannuzzo, furon serviti
24 piatti e 64 intramessi e tornagusti oltre il pospasto
ed sorbetti [#]_.

.. [#] :small-caps:`D'Angelo`, *Giornale* ined., p. 105.

Prima ancora, Brydone aveva fornito curiose particolarità
di un pranzo offerto nel giugno del 1770 dalla
Nobiltà di Girgenti al suo Vescovo; pranzo al quale
egli prese parte.

«Eravamo, egli dice, trenta commensali; ma, parola
d'onore, non credo che i piatti fossero stati meno di
cento. Si servì in vasellame d'argento, e, cosa singolare,
una gran parte delle frutta portate al secondo servizio,
ed il primo piatto portato in giro fu di fragole». Brydone
le mangiò con latte e zucchero, ed i convitati
gustarono il nuovo condimento. Il *dessert* si compose
[pg!334]
di frutta svariate e di sorbetti anche più svariati, in
forma così perfetta di pesche, fichi, arance, nocciole,
che uno dei commensali, inglese come Brydone, ne
rimase ingannato. Perchè, finita la seconda portata,
e presentatiglisi a guisa di retroguardia, altra maniera
di gelati, un servitore gli pose davanti una bella e grossa
pesca, che egli prese per frutta naturale: e tagliatala
in mezzo, e portatane la metà alla bocca, a bella prima
ne rimase scosso, e come per allargare lo spazio gonfiò
le gote. Ma la intensità del freddo vincendola sul ripiego
e sulla sofferenza, egli la palleggiò con la lingua,
poi non potendo più oltre resistere, con gli occhi rossi
di lacrime la rigettò disperato sul piatto, bestemmiando
come un turco ed imprecando al servitore, dal quale si
credette burlato quasi gli avesse profferto per quel
frutto una palla di neve dipinta.

Tanto abuso di sorbetti richiama a quello della
acqua gelata nella stagione calda. Come senza di essa
non si sarebbe saputo dare un passo in città, così con
essa si alternava ogni pietanza ed ogni intingolo. Il
nostro bravo forestiere, lodandosene altamente in Palermo,
riconosceva strano che questo lusso (a parer
suo, il più grande e forse il più salutare tra tutti i lussi)
fosse ancora tanto trascurato in Inghilterra: e rilevava
con piacere la pratica dei medici siciliani di dare al
malato di malattie infiammatorie acqua gelata in quantità;
pratica spinta tant'oltre che un celebre medico
d'allora copriva con esito fortunato il petto e lo stomaco
del paziente, di neve e ghiaccio [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XX, e XXXIII.

[pg!335]

Se non l'abbiamo fatto prima, vogliamo ora che
ci cade in acconcio, notare che l'etichetta del tempo
non guardava al vestire da tavola; pare anzi che in
questo non si andasse tanto pel sottile [#]_. Alla eleganza
delle vesti non si sacrificava punto la libertà del comodo:
di che qualche viaggiatore si maravigliava come di
costumanza incoerente alla vita di grandezza e di sussiego.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, pp. 40-41.

Alle mense nobilesche raramente mancava qualche
parassita, vecchia piaga di chi ha. Quest'essere avea
bene una casa, ma solo per dormire; il resto della giornata
divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali
giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di
essi fu detto:

   | Lu viditi affacciari a menzujornu,
   | 'Ntra l'ura giusta chi firria lu spitu [#]_.

.. [#] :small-caps:`Melchiore`, *Poesie*, p. 62.

Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se
il sarto del suo giamberghino fosse stato pagato. Il
suo appetito era pari alla sua sfrontatezza. Degl'intingoli,
dei manicaretti che si passavano in giro, tutto assaggiava,
tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e
come per isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava
il sacco di tutte le notizie che avea potuto udire o leggere
gironzolando di qua e di là. E l'ospite non poteva
non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di
ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della
compagnia di persone che alla fin fine erano le più innocue
creature del mondo.
[pg!336]

Un signore savoiardo ha una pagina aspra per
codesti parassiti, i quali egli incontrava in ogni casa
magnatizia, e che il padrone di casa, pur disprezzandoli,
tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad
accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva
lui, che obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo
di miserabili che gli ronzano attorno, guidati dallo
interesse di strisciare ai piedi del fortunato» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *op. cit.*, t. II, p. 82.

Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato
a questa gente a scapito di altra che lavora e non
riceve nulla. Certi baroni

   |   .... paganu beni e profumati
   | Li tanti parassiti muscagghiuni,
   | Chi si fannu vidiri affacinnati
   | E usurpanu lu lucru tuttu interu
   | Di chiddi chi fatiganu davveru [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Lu boi e la muschitta*.

In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria,
Palermitani e Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più
alto al più basso, le solite eccezioni fatte, erano frugalissimi
nel mangiare, moderatissimi nel bere. Nelle grandi
mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle
dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute:
usanza, a quanto pare, non mai udita nè seguita prima
dell'esempio datone in Palermo da due signori inglesi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Brydone`, *op. cit.*, lett. XXIII.

Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio
della medaglia: il mangiare, cioè, dell'infima classe,
dalla quale in parte, e in parte dalla superiore, ritraeva
il ceto civile.
[pg!337]

Non occorre uno studio per conoscere come si
nutrisse la povera gente che viveva col lavoro delle
braccia. I cibi meno costosi, presi dal regno vegetale,
erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera
di legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi
quando il frutto del lavoro glielo concedesse,
o solo in qualche giorno della settimana. Il suo alimento
però era sempre a base di pane, quando *fino*,
di buona qualità, quando *murino*, di qualità inferiore;
pane scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni,
con pomidoro non maturo, con fave verdi, o con frutta
fresche o secche, o con olive, o con formaggio della
peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o con
un gotto di vino quando l'aveva [#]_. Il caffè, la cioccolata
le eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire,
o che ne vedeva passando, o per qualche prova che
poteva averne fatta in giorni di poesia. Questi conforti
mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a gente
civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione
della società. Non caffè con latte quindi bevea,
perchè il latte andava preso in giorni eccezionali, ed
i medici preferivano per gli ammalati quello d'asina.

.. [#] Una notizia in proposito ha :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 40.

Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi,
andavano altri cibi: fave lesse non isbucciate, minestre
ed erbaggi, che costavano solo la cottura e non sempre
esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo sale
di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe
selvatico della città [#]_. Secondo le stagioni e le circostanze,
[pg!338]
usava anche baccalà e tonno, che, copiosissima
essendone la pesca e del tutto mancanti i mezzi di esportazione,
andava svilito al prezzo d'un baiocco il rotolo
(4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò *carni
di puvireddu*; e *sciala, poviru!* gridavasi dai venditori
per le piazze.

.. [#] Usava, difatti, ed usa ancora, lo *speziu sarvaggiu*, falso
   pepe, ed il sale di *menza macina*, cioè non tutto raffinato.

Dall'agosto al dicembre i fichi d'India erano la provvidenza
di quanti non avessero da sfamarsi; e ciò non
solo nella Capitale, ma anche in tutta l'Isola. Galt
sul principiare del secolo ne trovò quasi incredibile il
consumo. «In ogni parte voi v'incontrate in piantagioni
di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono
le stalle. Ad ogni angolo di strada di Palermo sono
articolazioni (*pali*) di fichi d'India. Se vi capita uno
che mangi, il suo cibo non sarà che di fichi d'India.
Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno
che di fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii
alla città, è carico di fichi d'India. Un contadino che
in sul far della sera stia sopra una pietra a contar monete
di rame, non fa se non il conto di quel che gli han
prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo
si dice che non vale un fico d'India, mentre non v'è
cosa più squisita al mondo che un fico d'India. Ecco
il solo lusso che gode il povero» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 27.

Quale distacco tra chi avea e chi non avea!
[pg!339]

.. toc-entry:: XXIII. Lutti di Corte, di nobili, di civili, di plebei. Scene macabre.

:small-caps:`Capitolo XXIII.`
=============================

.. class:: center large

*LUTTI DI CORTE, DI NOBILI, DI CIVILI, DI PLEBEI; SCENE MACABRE.*

Le feste ed i lutti della Corte eran feste e lutti
della Nobiltà; e siccome di occasioni liete e tristi non
era penuria nella Corte di Napoli, feste e lutti si alternavano
con frequenza di forme stridenti. Carolina regalava
ogni anno o due un figlio all'augusto marito, un
padrone ai sudditi fedeli; e bisogna riflettere che questi
regali andavano celebrati anche negli anniversarî, e che
il Principe ereditario, in età da prender moglie, presala,
avea anche lui i suoi figliolini, i quali non potevano
passare inosservati. Or se si consideri che la Casa Borbone,
emanazione di quella paterna di Spagna, era
imparentata con la Casa d'Austria-Ungheria, con quelle
di Toscana, di Portogallo e con altre regnanti in mezza
Europa, può immaginarsi quante volte all'anno dovesse
il Castello issare la bandiera, il Duomo sciogliere le
sue campane, la Curia intonare i suoi *Te Deum*, le fortezze
della città sparare i loro cannoni; e con tutto
questo le truppe fare le loro mostre, i nobili accorrere
al baciamano di giorno ed ai ricevimenti di sera. E
non mettiamo in conto gli arrivi e le partenze dei Vicerè,
[pg!340]
gli onomastici ed i compleanni loro e delle Viceregine:
salvo che non si fosse scapoli, come il placido Marchese
Fogliani, l'arcigno Marchese Caracciolo, il dabben Principe
di Caramanico.

Diremo altrove delle feste d'altro genere; qui accenneremo
soltanto ai lutti.

Feste e lutti venivano, le une avvisate, gli altri
intimati con ispeciali inviti che, come abbiam detto
e diremo, si sdoppiavano: uno, p. e., del Capitan Giustiziere
ai cavalieri, uno della Capitanessa alle dame.
Basta leggere codesti inviti o partecipazioni per formarsi
un'idea del lutto che si dovesse prendere:

.. class:: center

   | :small-caps:`La Marchesa di S. Croce Capitanessa`
   | :small-caps:`nell'atto di riverirla, le fa sapere`
   | :small-caps:`di essere arrivata a S. E. con Dispaccio Reale`
   | :small-caps:`in data de' 24 dello scaduto Febrajo [1781]`
   | :small-caps:`la morte` [#]_ :small-caps:`seguita della Reggina vedova di Portogallo`
   | :small-caps:`ed avere la Reggina Nostra Signora`
   | :small-caps:`preso il lutto per mesi quattro due stretti,`
   | :small-caps:`e due più larghi,`
   | :small-caps:`che corsero dalli 18 dello stesso Febbrajo;`
   | :small-caps:`perciò S. E. Signor Presidente del Regno`
   | :small-caps:`ha determinato`
   | :small-caps:`che lo stesso si prattichi in questa Capitale`
   | :small-caps:`da tutte le Signore Dame,`
   | :small-caps:`e con pieno ossequio le si rassegna.`

.. [#] *Arrivata la morte*, invece della *notizia della morte*!

Se la morte era di persona della Famiglia reale,
il bruno doveva essere intero, completo, fino alla mancanza
della inevitabile cipria alle parrucche e delle
*dentelles* alle maniche delle giamberghe. Così fu per
[pg!341]
la morte della Imperatrice Maria Teresa, madre della
Regina, notizia per la quale fu mandata in giro (6 febbr.
1783) un'elegante circolare in questi termini:

.. class:: center

   | :small-caps:`Il Marchese di S. Croce Capitano Giustiziere`
   | :small-caps:`nell'atto di riverirla distintamente le fa sapere,`
   | :small-caps:`che dovendosi celebrare nel Duomo`
   | :small-caps:`per nove giorni continui l'Essequie, e Funerale`
   | :small-caps:`per la morte dell'Imperatrice Regina`
   | :small-caps:`Madre della Regina N. S.`
   | :small-caps:`cominciando dal giorno 16 del corrente`
   | :small-caps:`per tutti li 24 dello stesso;`
   | :small-caps:`perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,`
   | :small-caps:`ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno`
   | :small-caps:`abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:`
   | :small-caps:`ed in detti nove giorni`
   | :small-caps:`vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti` [#]_
   | :small-caps:`e con pieno ossequio si resta.`

.. [#] I *manichetti* erano le *dentelles* che si cucivano all'orlo
   delle maniche.

Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma
la Nobiltà c'era abituata, e, se si toglie l'incomodo
della levata mattutina, che po' poi non era grave, non
essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad esequie
finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto
un dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.

Alle dame, per la medesima ragione, era stata
spedita per via di lacchè altra partecipazione consimile
a nome della Capitanessa Marchesa di S. Croce.

Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente
alla Famiglia regnante; ma per decessi di personaggi
che in Sicilia nessuno conosceva, e che solo l'aristocrazia
[pg!342]
avea sentiti nominare nell'annuo *Notiziario
di Corte* del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva;
e quando una volta un signore credette di potervi
derogare, e tenne una festa da ballo, il Vicerè lo mandò
subito in prigione, scandalizzato che durante un lutto
ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino
in casa sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che
era stato sempre una buona persona, dovette prendere
un mesetto di Castello.

Questa commedia del lutto veniva a stancare;
perchè, o bisognava privarsi di qualunque divertimento
pubblico e privato, o smettere il bruno: due cose che
non istavano bene e che conveniva guardarsi dall'affrontare.
Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli,
che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto,
e così abbrunate recavansi a teatro, che, a buoni conti,
avea vita per esse. Alla medesima maniera andavano
alle deliziose adunate della Marina ed alle funzioni
di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la
trovata dava troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto
vedeva, e non poteva permetterlo, per mezzo della
moglie del Capitan Giustiziere faceva un giorno sapere
come qualmente queste contraddizioni non potevano
passare inosservate, e che se si voleva prender parte
ad una festa e si era in lutto, non bisognava profanare
il dolore. La Capitanessa, col suo superbo stemma
inquartato a capo d'un biglietto e con la corona marchionale,
notificava l'ordine caraccioliano:
[pg!343]

.. class:: center

   | :small-caps:`La Marchesa di S. Croce divotamente riverendola,`
   | :small-caps:`le partecipa che intesa S. E. Sig. Vicerè,`
   | :small-caps:`che alcune Dame nella occorrenza delle Feste Reali,`
   | :small-caps:`come di parto della Regina, ed altre`
   | :small-caps:`non lasciano di comparire vestite a lutto`
   | :small-caps:`ne' luoghi pubblici,`
   | :small-caps:`e nei Teatri s'è servita con biglietto delli 7 corrente`
   | :small-caps:`incaricarla di far avvertire le Signore Dame,`
   | :small-caps:`che sotto pena della Reale Indignazione,`
   | :small-caps:`non si facciano vedere`
   | :small-caps:`vestite a lutto ne' pubblici Luoghi, e Teatri`
   | :small-caps:`in simili occasioni,`
   | :small-caps:`e volendo in essi comparire, lasciar dovessero il Lutto;`
   | :small-caps:`e perciò in adempimento di tal comando,`
   | :small-caps:`glie ne passa il presente Avviso`
   | :small-caps:`pella dovuta esecuzione e regolamento`
   | :small-caps:`e con dovuto ossequio se le rassegna.`

Le dame non se la presero calda, come, per dovere
d'ufficio, dovea dare a vedere di prenderla la moglie
del Giustiziere, e come, per eccessiva servilità alla Corte,
fingeva d'averla presa il Vicerè. E, discorrendone tra
loro, tutte vi fecero sopra le loro argute osservazioni.

Tolti codesti incidenti, il lutto signorile procedeva,
non diremo sulla falsariga, ma in ragione della vecchia
etichetta, e molto davvicino alle prammatiche del Regno.
Da anni ed anni il Governo non avea fatto altro che
dibattere il chiodo del 1737, cioè che bisognava vestire
così e così, senza arbitrarie innovazioni; ed ultimamente
(1775), infastidito della rilassatezza nella quale si era
caduti, volle ribatterlo più fortemente ancora, ricordando
come dovesse vestirsi non solo dai nobili, ma
anche dagli altri ceti, in occasione di morti. In quel
bando del Vicerè Colonna gli eruditi riconosceranno
una delle solite leggi sontuarie: noi invece vediamo una
delle tante manifestazioni della vita d'allora, così diversa
[pg!344]
dall'attuale. Molti faranno le grandi meraviglie che il
Governo s'immischiasse anche nel vestire di lutto o
penetrasse nelle case per dire alle famiglie: «Queste
si può fare; quest'altro non si deve fare!». Ma dovranno
pure persuadersi che la ragione di ciò è nei
tempi, che consigliavano disposizioni di quel genere,
estese anche alle fogge per nascite, per nozze, per morte
e per altre circostanze e condizioni della vita ordinaria.

Spigoliamo, adunque, nel largo campo aperto dal
bando del 1775; ma nel far ciò, asteniamoci dal manifestare
qualunque osservazione possa affacciarsi alla nostra
mente. Le osservazioni sarebbero molte, e ci distrarrebbero
dall'argomento.

Il Vicerè ordinava:

«Per le morti delle persone reali gli uomini possano
portare le giamberghe nere di panno o bajetta, ed in
tempo d'està di stamina (*stamigna*), e le donne vestir
di laniglia o cattivello (*filaticcio*), dovendo durare il
lutto per mesi sei. Con che però, alle famiglie de' vassalli,
di qualsivoglia stato e condizione che siano i lor padroni,
non si permetta portare lutti per morte di persone
reali, poichè bastantemente si manifesta il dolore di
tanta universal perdita colli lutti de' loro padroni».

Il medesimo ordinava per la morte dei nobili, dei
Consiglieri di Stato, dei Cavalieri di S. Gennaro e del
Toson d'oro, dei Grandi di Spagna. Ai visitatori, anche
non parenti, consentiva pel solo primo giorno della
morte, non ancora sepolto il cadavere, il lutto, «permettendo
anche alle vedove il portar per uso proprio
le fittuccie (*nastri*) a loro arbitrio».

Inoltre «che nelle case di lutto i parenti di qualunque
[pg!345]
grado, ed anche del marito e moglie, non possano
tenere le finestre delle stanze chiuse, ma totalmente
aperte. Che la sera non si possano tenere lampadi,
ma candele, non meno di due, nella stanza ove
si ricevono visite; e le donne per la morte dei mariti
possano stare in casa soli tre mesi; e per padre e madre,
figlio o figlia, nonno o nonna, suocero o suocera, genero
o nuora, giorni nove; e per zii, zie e cugini carnali non
possano aprir lutto in casa, ma solamente vestirlo per
giorni nove.

«Che nelle case di lutto, ancorchè il cadavere sia
sopra terra, solamente si possa coprire il suolo della
camera, ove le vedove o vedovi ricevono le visite di
condoglianza, con mettere li portali (*tendine*) neri alle
porte o finestre, e questo per giorni nove, proibendosi,
in qualunque altro lutto, che non sia come sopra, di
marito o moglie, li panni neri o morati, senza poterne
giammai parare di nero le mura».

E poichè chi più poteva spendere, più largheggiava
nella erezione di altari e nella pompa dei ceri innanzi
il morto, il bando consentiva un altare e solo dodici
lumi; e circa i mortorî: che essi non dovessero sonarsi
fuori la parrocchia del defunto o la chiesa della sepoltura,
fosse essa d'una confraternita, fosse d'un convento;
e che l'associazione ecclesiastica non uscisse dalla
cerchia della medesima parrocchia e dei medesimi frati
e consocî della confraternita.

«Che le parti ed eredi del cadavere non possano
dare a' sudetti regolari e confratelli, che interverranno
all'associamento in forza del loro invito, nè costoro
ricevere e portare alle mani se non se una candela,
[pg!346]
che al più non ecceda il peso di once tre: e per qualunque
difonto o difonta di qualsivoglia stato, grado
e condizione, che fusse, non possa eccedere il numero
di cinquanta candele».

C'è egli dubbio che, a ragion di lusso o di pompa,
ai processionanti si dèsse più d'un cero, sì che il numero
giungesse all'infinito?

«Che li baulli o tabuti, (*bauli o casse*) ne' quali
si portano ad interrare li difonti, non siano coverti
di drappo d'oro, argento o seta, ma di bajetta o panno,
o di altra sorte di lana, con color nero o morato, per
essere sommamente improprii tutti gli altri colori, e
solo si permette il terzanello di colore; senza oro ed
argento, e non altro, per li baulli *seu* tabuti di figlioli
(*bambini*), che muoiono prima di uscire dall'infanzia,
sentendosi del pari ne' sudetti interri, in vigor del presente
bando, generalmente vietato checchessia altro mondano
somiglievole fasto.

«Che per qualsivoglia lutto, ancorchè sia della primaria
nobiltà, non si possano portare carrozze nere o
sedie di mano (*portantine*) di drappo nero o morato,
o di qualunque altro colore, che dinotasse lutto, nè
tampoco usarsi qualsivoglia altro lusso» [#]_.

.. [#] Bando e Comandamento d'ordine dell'Ecc. D. Marcantonio
   Colonna Principe d'Aliano in data del 6 marzo 1775.

A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori:
e le pene erano minacciate con tanta severità
che nessuno dubiterà della ferma intenzione del Vicerè
di farla finita coi contravventori. Si trattava nientemeno
di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno
[pg!347]
di carcere e di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia
altra persona. Per le donne maritate, la pena
sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove, si sarebbe
esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli
di famiglia, dai genitori.

A ben comprendere le inibizioni di questo bando
bisognerebbe riportarsi ai vecchi eccessi che turbavano
la società, e soprattutto alle teatrali ostentazioni di
dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli, mariti
e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano
in nero; di nero si coprivan le pareti; si capovolgevano
seggiole e deschi; sparecchiate si lasciavan le mense;
buio pesto regnava nelle stamberghe, nelle camere, nelle
sale, rischiarate appena dal debole chiarore di qualche
lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni
se per poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale,
di capi di famiglia. Aggiungi altre esteriorità create
e mantenute dalla vanità e dalla jattanza, come il
tramutamento in nero di qualunque colore di fornimenti
di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze,
e sedie portatili e perfino lettighe padronali se si fosse
stati nella imprescindibile necessità di andare a udir
messa (dovere che i Sinodi diocesani richiamavano sempre,
condannandone l'inadempimento), o di recarsi da
un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di
essa, o nel vallo, o più oltre ancora [#]_.

.. [#] Sul lutto specialmente nel popolo, può vedersi il cap.
   che ne parla nei nostri *Usi e Costumi*, v. II, pp. 230-40.

Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto
ancora il morto per cui il bruno andava preso.
[pg!348]

Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi
alla possibilità d'una morte apparente. Questa
possibilità turbava qualche persona d'allora; ed il prof.
Hager, che un giorno vide dentro il coro dei Cappuccini,
chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi
strappata al desolato sposo, e che provò un grande
raccapriccio scorgendo innanzi le fosse della chiesa dei
giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i compagni
di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente
del Regno, il quale non se ne commosse nè molto
nè poco [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, p. 125-27.

Le più strane costumanze s'incontravano nei due
ceti estremi, la Nobiltà e la bassa gente.

Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità
che voleva attestare quanto grave fosse stata la perdita.
Quale la vita, tale la morte. Lo splendore del
palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove
i funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si
facevano partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime
ore, ai suffragi, con centinaia di messe e con
migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa del cadavere,
immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei
curiosi. Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito
sfarzoso come per una festa mondana, la fredda salma
non istava, come d'ordinario, a giacere, ma seduta
quasi per mostrare l'esser suo [#]_.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, p. 629. Cfr. il cap. XIV, p. 256:
   *Nobiltà*.

Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese
chi non abbia familiarità con le tante sopravvivenze
[pg!349]
etniche dei popoli, descritte dai moderni critici della
civiltà.

Nel popolino la più comune era quella delle *reputatrici*,
donne prezzolate, che esercitavano il triste mestiere
di piangere sui morti, urlando nenie, strappandosi
i capelli. Un parroco della città ne fu testimonio
pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava
in mezzo alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene,
dice il Santacolomba, mi è accaduto sentire qualora
m'è toccato d'assistere a ben morire ai pescatori
della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole
terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Santacolomba`, *op. cit.*, p. 454.

Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune
che più non si sarebbe potuto trovare in inculti casali
e in centri civili dell'Isola.

Sotto la data del maggio 1775, nel solito *Diario*
del Villabianca si legge: «Sul cominciare di questo
mese cessar vedesi la costumanza di esporsi i cadaveri
dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade della
città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime
e per la spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati
dell'Opera della Misericordia. Ciò venne ordinato dal
Senato, non solo per dar favore alli confrati della chiesa
di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non funestare
i cittadini con quella luttuosa mostra [#]_».

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXI, pp. 337-38.

   Varie confraternite aveano per pio istituto il seppellire
   coloro che per estrema povertà sarebbero rimasti insepolti;
   erano quelle di S. Giuseppe ab Arimathea, delle Sette Opere
   della Misericordia, de' Pellegrini, di S. Ivone, di S. Giuliano,
   di S. Francesco, ecc. Esse potevano limosinare in tutti quei
   giorni che dovesse seppellirsi qualche povero, «il che in una
   città così popolosa avviene quasi ogni giorno». *Fundatio
   publici Caemeterii*, p. 88. Anno 1785.

[pg!350]

La breve notizia è un guizzo di luce nel campo
non del tutto esplorato del costume. Come dev'essere
stato orribile, andando per la città, vedere nei posti
più frequentati, fermi e circondati di curiosi, cataletti,
con sopravi figure contraffatte di uomini e di donne
in attesa di chi offerisse l'obolo per le spese del seppellimento!...

La provvida abolizione, peraltro, non tolse l'uso
dei trasporti funebri di poveri, di civili, di nobili. Il
noto Segretario del Senato Teixejra nel 1793 parlava
ancora di questue dell'opera Santa di S. Giuseppe ab
Arimathea a beneficio dei defunti poveri [#]_.

.. [#] :small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, cap. XII.

Nè mutò l'abolizione de' diritti parrocchiali per
siffatte occasioni luttuose. Quantunque non si pagasse
più l'associo, la benedizione del cadavere ed il trasporto
di esso, pure questo, dove l'agiatezza lo consentisse,
o la vanità del fastigio lo esigesse, avea l'onore d'un
corteo di frati e di preti dalla casa alla chiesa o, quando
qui non fosse la sepoltura, al camposanto. Non lo mutò
neppure il divieto di quella tale associazione che per
un *grano* (cent. 2) la settimana forniva ai contribuenti
gratuito, se tale poteva dirsi, ed associo e sepoltura e
mortorio e messe ed altri postumi suffragi [#]_.

.. [#] \ R. Decreto del 15 Gennaio 1783.

Il morto volgare veniva acconciato in portantina,
scoverta o no. La distinzione s'avea anche in questa,
[pg!351]
perchè esisteva una gradazione esteriore, dal cuoio nero
semplice al legno lucido, ed ornato con un pennacchio
in alto, un cranio su due stinchi incrociati davanti,
ed il motto: *Memento mori* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 50. Vedi nel presente vol., p. [pg 219]_.

Non era raro che una portantina comune con un
cadavere dal viso mostruoso e ributtante si scambiasse
per altra, rallegrata da un bel viso sorridente, e viceversa.
Hager si disse vittima di questo equivoco, e
lo ricordava con terrore [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, pp. 118-19.

Eppure, la vista di cotali spettacoli non dovea
essere così brutta come ne è adesso per noi il semplice
ricordo. Ci si era nati, cresciuti, e perciò abituati: ed
a forza di giornaliere ripetizioni doveva tenersi come
una delle cose ordinarie della vita.

Fin nelle feste dei bimbi e dei fanciulli, e nelle
strenne, che loro si facevano e si fanno credere regalate
dai congiunti trapassati, le triste immagini potevano
ricomparire, frammischiarsi, senza turbare i miti sogni
delle anime tenerelle. L'Arcivescovo Filangeri, fungendo
da Presidente del Regno (1773 e 1774), volle per due
volte consecutive, all'avvicinarsi della fiera per la commemorazione
dei defunti, disporre «che non si lavorassero
le antiche immagini o figure di qualunque si sia
sorte di morti, di scheletri, di ossa, di teschi» [#]_ (anche
di teschi manipolati dai dolcieri per le strenne fanciullesche!);
ma non si hanno prove che con la venuta
del novello Vicerè si fosse ottemperato al bando presidenziale.

.. [#] :small-caps:`Galt`, *op. cit.*, p. 50. Vedi nel presente vol., p. [pg 219]_.

[pg!352]

Il provvedimento governativo per le seppellizioni
nel nuovo cimitero di S. Orsola non abolì l'uso delle
inumazioni nelle chiese, ma ne diminuì il numero. Le
cosiddette sepolture *gentilizie* continuarono a ricevere
i cadaveri di quelle famiglie che ne avessero la proprietà.
Conventi e monasteri erano per questo preferiti; ma
preferiti erano, esclusivamente per le donne, i sotterranei
delle Cappuccinelle e, indistintamente per gli uomini
e per le donne, le catacombe dei Cappuccini. Lì s'accoglievano
le dame e le gentildonne dei migliori casati,
e, vestite da cappuccine, venivano allogate in nicchie;
qui, invece, nobili, civili, ecclesiastici, maestri, i cui
congiunti potevano fare la spesa del colatoio e del posto
avvenire. In che forma, dopo essiccati, venissero ridotti
e come acconciati, si vede ancora nella triste necropoli,
che tutti i viaggiatori hanno con senso di ribrezzo visitata,
e dove solo un poeta di alta forma trovò non invidiabile
ragione d'ispirarsi.

La descrizione che ne lasciò Ippolito Pindemonte
è artistica:

   |         .... spaziose, oscure
   |   Stanze sotterra, ove in lor nicchie, come
   | Simulacri diritti, intorno vanno
   | Corpi d'anima vôti, e con que' panni
   | Tuttora, in cui l'aura spirar fur visti
   | Sovra i muscoli morti e su la pelle
   | Così l'arte sudò, così caccionne
   | Fuori ogni rumor, che le sembianze antiche,
   | Non che le carni lor serbano i volti
   | Dopo cent'anni e più: morte li guarda
   | E in tema par d'aver fallito i colpi [#]_.

.. [#] :small-caps:`Pindemonte`, *I Sepolcri*.

[pg!353]

Bei versi, invero, che non fanno onore ai gusti del malinconico
Cantore veronese, ma che bastarono a far
dare il nome di *Via Pindemonte* alla strada dei Cappuccini.

Ora anche nel seppellimento una distinzione non
poteva mancare. Tra le gallerie ve n'era una anche
pei nobili, e dove, mummificati e vestiti d'un sacco nero
i corpi di persone dozzinali venivano ordinariamente
appesi alle pareti, quelli di distinto casato, dissecati a
quel modo ed avvolti nei propri panni e veli, «con
sacchetti d'erbe aromatiche sul petto» venivan chiusi
in casse, o bacheche, le quali il vecchio custode del
luogo apriva ai curiosi visitatori [#]_.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *op. cit.*, v. I, pp. 52-53. Non c'è forse viaggiatore
   che giungendo a Palermo non abbia cercato di visitare
   e poi descrivere queste catacombe, ora non più aperte
   alle seppellizioni. Se non andiamo errati, il primo straniero
   che ne abbia fatto menzione fu nel 1726 D'Orville (in *Sicula*,
   pars I, caput V, p. 45; Amstelodami, MDCCLXVI). Seguirono
   nel 1770 Brydone (lett. XXV); nel 1785 Münter (v. I,
   pp. 4-5); dopo il 1787 Bartels (v. III, lett. XXXIV); nel 1793
   il citato Rezzonico e poco dopo Hager (pp. 168-85).

[pg!354]

.. toc-entry:: XXIV. Partecipazioni.

:small-caps:`Capitolo XXIV.`
============================

.. class:: center large

*PARTECIPAZIONI.*

Il lettore non tema di essere attristato con altre
notizie funeree. Chi muore giace, e chi vive si dà pace,
dicono per proverbio i Toscani; ma più efficacemente
i Siciliani: *Tintu cu' mori, ca cu' arresta si marita*. E
proprio pei maritaggi, come per i ricevimenti, le gale,
i balli, i monacati, partivano gl'inviti da un palazzo
e andavano ad un altro, espressione della *grandeur*
delle titolate famiglie. Non un invito che deviasse dal
suo natural cammino, non una partecipazione che uscisse
dalla cerchia entro la quale se ne stava la classe elevata.
Se inviti per alcuno di essa dalla media classe partivano,
raro è che, giunti, si tenessero, per quanto graziosamente
accolti; e se si tenevano, circostanze e ragioni
speciali dovevano averne determinata l'accettazione: o
che tra l'uno e l'altro dei due ceti fosse un'amicizia
tale da imporre a questo di spedire, a quello di accogliere
l'invito gentile, o che nel gentile patrizio fosse
una singolare degnazione. Senza di questo ciascuno
rimaneva al posto che gli competeva.

Per quanto piccola, questa faccenda delle partecipazioni
è una curiosità anch'essa. Se ai dì nostri sono
elementi di cronaca mondana la cravatta di uno scombiccheratore
[pg!355]
di versi, la sottoveste d'un accozzatore di
note musicali, il tacco degli stivalini d'una *Nanà* qualsiasi,
e le più futili cose della vita giornaliera assurgono
ad importanza che rivela soltanto la nostra miseria,
perchè non devono queste dimenticate delicatezze dei
nostri vecchi entrare nella storia della eleganza siciliana?

In una delle splendide sale del Palazzo Butera in
Palermo [#]_ è la ricca biblioteca della Casa. Tra i manoscritti
del Duchino di Camastra, che, dopo il 1805,
dovea essere D. Giuseppe Lanza e Branciforti, Principe
di Trabia e di Batera, ed uno dei più colti ed affabili
letterati del sec. XIX, v'è un volume che fa per
noi [#]_. Giovinetto ancora, l'intelligente patrizio piacevasi
di prendere appunti nel *Diario palermitano* che il
venerando Villabianca metteva in propria casa a disposizione
di lui [#]_: e certo a siffatta amicizia è da attribuire
la spiccata tendenza del futuro scrittore alla
erudizione patria. I dotti lo chiamavano alle loro adunanze:
ed una stampa del tempo, che fa parte di quel
volume, dice così:

.. [#] Vedi nel cap. II, p. [pg 15]_.

.. [#] *Opuscoli*, t. 5, a. 1795. Ms. di proprietà dell'On. Pietro
   Lanza Principe di Trabia, a cui siamo grati di aver egli messo
   a nostra disposizione questo ed altri pregiati mss.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario* ined., a. 1796, pp. 583-85.
..

    L'ACCADEMIA PALERMITANA DEL BUON
    GUSTO. DOMENICA LI 2 8BRE 1796 ALLE
    ORE 22 NEL PALAZZO DELL'ECC.MO SENATO
    IL SAC. D. GIOVANNI D'ANGELO RECITERÀ
    UN DISCORSO CHE HA P. TITOLO LA GALLERIA
    DI VERRE. SI PRIEGA IL SIG.RE DUCHINO
    CAMASTRA AD INTERVENIRE.

[pg!356]

È, come si vede, una formola ordinaria, la quale
verrà subito compresa quando nel corso di quest'opera
si leggerà che cosa fosse quell'Accademia, e perchè si
adunasse nel Palazzo del Senato, ed alle ore 22.

Sotto l'anno 1795, il volume Butera offre le più
distinte forme tipografiche e letterarie di partecipazioni.
Scorriamone qualcuna.

Sono pezzetti di carta di filo, non più larghi di
dieci, non più lunghi di sette centimetri. Lo stampato
vi è incorniciato in fregi incisi e litografati con disegni
di artisti d'allora: ben povera cosa, invero, che però
non andava senza il nome latino degli autori: *Franciscus
Gramignani*, ovvero *Michael Ognibene sculpsit*. Si capisce
che le cornicette servivano ad inquadrare qualunque
comunicazione. Ma in tanta modestia di dimensioni e
di forma quale profumo di gentilezza!

Eccone uno, il primo, che s'infiora del sorriso
d'una nobil donna a tutti nota:

.. class:: center

   | LA MARCHESA DELLA CERDA
   | MENTRE DIVOTAMENTE LA RIVERISCE
   | SI DÀ L'ONORE DI SIGNIFICARLE IL GIÀ CONCHIUSO
   | MATRIMONIO
   | DI D. GIUSEPPE DI SANTO STEFANO
   | MARCHESE DELLA CERDA
   | SUO FIGLIO
   | CON D. GERTRUDE RUFFO
   | ZIA DEL PRINCIPE DI SCILLA
   | E CON PIENO OSSEQUIO SE LE RASSEGNA.

Non abbiam modo di vedere se la egregia Marchesa
fosse, come pare, vedova e, come supponiamo, madre
di quel giovane che in Roma incontrò la famosa avventura
[pg!357]
di strappare dalle unghie della gendarmeria pontificia
l'amico suo Cannella; ma se era la madre, essa
deve aver presa molta cura dell'ardito e sventurato
abate, quando egli potè impunemente ritornare a Palermo.

Eccone un altro, al quale mancano le forme tipografiche
di epigrafia:

    ESSENDOSI DI GIÀ STABILITE LE NOZZE FRA
    D. FRANCESCO PAOLO DI MARIA AGLIATA
    PRIMOGENITO DEL BARONE DI ALLERI, E
    D. CASIMIRA DRAGO, E MIRA FIGLIA
    DELLA MARCHESA D. FLAVIA DRAGO, E
    MIRA, IN DISCARICO DI SUA ATTENZIONE
    IL BARONE DI ALLERI PADRE NE PARTECIPA
    L'ADEMPIMENTO.

Non è bello, ma in una collezione non guasta.

Ecco uno sposo che, forse per esser privo dei genitori,
*nomine proprio* annunzia a parenti ed amici i
suoi sponsali:

.. class:: center

   | IL PRINCIPE DELLA CATENA
   | NELL'ATTO CHE DIVOTAMENTE
   | RIVERISCE L'E. V.
   | LE PARTECIPA LA CONCLUSIONE
   | DEL SUO MATRIMONIO, COLLA SIG. D. CATERINA
   | REQUESENZ, E BONANNO,
   | FIGLIA DEL PRINCIPE DELLA PANTELLERIA
   | E SPERANDO I GRAZIOSI EFFETTI
   | DI GRADIMENTO
   | SU DI QUESTI DOVEROSI UFFICI SE LE RASSEGNA.

Il padre della sposa avea una paginetta aneddotica
nel zibaldone ms. d'un aromatario d'allora; ma noi
non saremo così indiscreti da richiamarla a proposito
[pg!358]
d'una festa gentile di gentilissima fanciulla. E seguitiamo
a sfogliare il volume del Duchino di Camastra.

La seguente è una partecipazione di due signoroni,
l'uno forse congiunto, o tutore della sposa, l'altro sposo:

.. class:: center

   | IL PRINCIPE DI MONTELEONE
   | ED IL PRINCIPE MARCHESE DI GIARRATANA
   | NELL'ATTO DI RIVERIRLA DIVOTAMENTE
   | LE PARTECIPANO IL CONCHIUSO MATRIMONIO
   | TRA D.\ :superscript:`A` FELICE DI NAPOLI, E NASELLI,
   | FIGLIA DEL SIG. PRINCIPE DI RESUTTANO
   | ED IL SUDETTO PRINCIPE MARCHESE
   | DI GIARRATANA,
   | E SI RESTANO ALLA DI LEI UBBIDIENZA.

Questo pei residenti nella Capitale; ma quando
gli amici eran lontani, forma e formola cangiavano:
lo stampino minuscolo diventava un foglio grande di
carta, e la dicitura epigrafica passava in epistolare. In
proposito incontriamo una lettera stampata della Principessa
di Cutò in Napoli alle sue nobili amiche in Palermo:

    *Eccellenza.*

    *Piacente novella recherà a V. E. questo mio divotissimo
    foglio della conclusione del Matrimonio tra la
    mia nipote D. Nicoletta Filingeri figlia del fu Duca di
    Misidindino mio primogenito, ed il Principe della Motta
    unigenito del Duca di Baranello. Ascriverà l'E. V. questo
    mio ufficio come testimonianza di mio rispettoso ossequio
    alla sua degnissima persona, e famiglia, mentre io contrasegnandole
    l'onore de pregiatissimi suoi comandi costantemente
    mi ripeto*

    [pg!359]

    .. class:: center

    *Di V. E.*

    .. class:: right

    | *Napoli, 18 Agosto 1798.*
    | Div.ma Obl.ma serva e par[tecipan]te
    | :small-caps:`La Principessa di Cutò`.

    \ A. S. E.

    (*Ms.*) La Sig. Principessa della Trabia.

    .. class:: center

    Palermo.

Lasciamo la Biblioteca Trabia-Butera e rechiamoci
alla Biblioteca Comunale, ove il Mentore del futuro
letterato ci conservava tesori di erudizione contemporanea.
Il *Diario palermitano* edito ed inedito tante
tante volte sopra ricordato del Villabianca ha delle vere
ghiottornie del genere.

La forma dei piccoli avvisi cominciava a comparire
verso il 1777; prima del quale anno essi correvano
su carta grande ad una sola colonna, e con molta,
fin troppa semplicità. Nella nuova forma tipografica,
se nuova può dirsi, venne diramato l'invito ad una
serata da ballo della Viceregina Principessa di Stigliano;
uno della Duchessa di Sperlinga per il figlio di essa
Viceregina; uno del Principe di Paternò, Capitano, per
un lutto di due mesi, in seguito alla morte dell'Elettore
di Baviera, ed, esempio unico e solo, uno in caratteri
d'oro, della Principessa di Villafranca [#]_.

.. [#] \ M. Qq. D. 105, pp. 101, 138, 144, retro.

Nello stile vecchio il Villabianca ci dà a leggere
le participazioni del Principe di Trabia e del Duca
[pg!360]
di Sperlinga per le nozze dei loro figli [#]_. Certo, Aloisia
Lanza voleva un gran bene al suo Saverio, e perchè
gli voleva un gran bene era lontana dal prevedere il
grave attentato che un giorno, proprio nella casa nuziale,
avrebbe egli commesso alla vita di lei. Di quel torno
(1780) sono, tra cento altri, gl'inviti del Marchese di
Regalmici, Pretore prima, Capitan Giustiziere poi, per
occasioni di gale [#]_; e del Marchese di Villabianca a sacerdoti
celebranti. Questo qui, per la sua singolarità, vuol
esser conosciuto di preferenza:

.. [#] *Diario* dell'art. 1779, p. 86.

.. [#] *Diario* del 1780, pp. 255 e 261.
..

    IN OCCASIONE DI DOVER FARE LA LORO SOLENNE
    PROFESSIONE NEL VEN. MONASTERO DI S. MARIA
    DELLE VERGINI LUNEDÌ CHE SONO LI 26 DELLO SPIRANTE
    NOVEMBRE LA SIGNORA D. CONCETTA ELEONORA,
    E D. MARIA BEATRICE EMMANUELE DE'
    MARCHESI DI VILLABIANCA SORELLE, VIENE PREGATA
    LA DI LEI BONTÀ PER ACCRESCERE VIEPPIÙ LA
    POMPA COLLA PRESENZA DI SUA MESSA, E SICURO
    DELLA SUA GENTILEZZA SI OFFERISCE ALL'INCONTRO [#]_.

.. [#] 26 nov. 1781. *Diario* a. 1781-82, p. 183.

Le due monachelle non ci resteranno sconosciute.
Noi le vedremo il giorno della visita della Viceregina
Colonna a quel monastero, e le sentiremo squisitamente
sonare strumenti.... non monacali.

Poco prima che la Corte di Napoli venisse a Palermo,
la Capitanessa Principessa di Torremuzza invitava
le dame ad illuminare le loro case pel felice parto
della Granduchessa di Toscana Luisa Amalia, e, venuta
[pg!361]
la Corte, il Principe marito Capitan Giustiziere avvisava
che S. M. «tiene appartamento in Corte, e permette
alla persona alla quale è indirizzato l'invito d'intervenire» [#]_.
Si noti la concessione *permette*, non *invita*
ad intervenire.

.. [#] *Diario* ined., 19 sett 1798, p. 490; 3 febbr. 1799,
   p. 142.

La Capitanessa aveva rappresentanza ufficiale e andava
ufficialmente riguardata. Come il marito ai Signori,
così lei alle dame partecipava i reali o vicereali comandi;
e come lei, così anche la Pretoressa per le partecipazioni
che il Pretore pel Senato faceva ai nobili in occasione
di ricevimenti al Palazzo Pretorio. Una volta che la
Pretoressa nol potè, la nuora ne tenne le veci, perchè
la moglie del Pretore aveva il dovere ed il privilegio
di far gli onori di casa.

Un'altra citazione e non più. I nobili solevano
recarsi ai periodici convegni del Palazzo Viceregio; con
loro o senza di loro, le dame non mancavano mai. Un
giorno però un ordine superiore, forse del neo-Presidente
del Regno, o dispensava le dame dallo intervento,
o rimandava a lutto finito le geniali adunanze; e allora
la moglie del Capitan Giustiziere si affrettava a far
giungere di casa in casa questa circolare:

.. class:: center

   | LA PRINCIPESSA DI GALATI
   | CAPITANESSA
   | RIVERENDOLA DIVOTAMENTE LE AVVISA
   | CHE PER L'ACCADUTA MORTE,
   | DEL FU PRINCIPE DI CARAMANICO VICERÈ
   | SI È STABILITO DI NON INTERVENIRE DAME
   | NELLA GALLERIA DEL GIORNO 12 CORRENTE.

[pg!362]

L'avviso era ampio, il doppio degli ordinarî: e non
poteva non esser tale, data la grande sventura della improvvisa
scomparsa del buon Principe, tanto festeggiato
l'anno innanzi appena recuperata la effimera guarigione.
[pg!363]

.. toc-entry:: XXV. Passeggiate della Marina e della Villa Giulia.

:small-caps:`Capitolo XXV.`
===========================

.. class:: center large

*PASSEGGIATE DELLA MARINA E DELLA VILLA GIULIA.*

Fino al 1782 la piazza, già Colonna, poi Borbonica,
comunemente Marina, era compresa tra la Garita, a
sinistra di chi esce da Porta Felice, e a destra Porta
dei Greci, trofeo glorioso dei giovani siciliani a Mahadia,
nella spedizione africana del Vicerè de Vega (1556).
Dopo quell'anno, raso il baluardo di questo nome e
conservata la porta più religiosamente che non abbian
fatto posteri incoscienti delle patrie glorie [#]_, la piazza,
o passeggiata, si protrasse fino alla Flora o Villa Giulia.

.. [#] La insipiente accidia o acquiescenza dei pubblici Amministratori
   dopo il 1860 tolse e fece portar via come ferro
   vecchio questa porta, nè si sa dove sia andata a finire.

In questa Marina l'occhio spazia libero pel pittoresco
golfo, circoscritto dal classico ferro di cavallo
che ha un capo nel Zafferano ed un altro in quel Pellegrino
che a W. Goethe parve «uno dei più bei promontorî
del mondo», e della cui bellezza di forma egli si
credette inabile a dar con le parole un'idea adeguata [#]_.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. del 6 aprile 1787. — G., *Wanderungen*,
   conferma (p. 22) che «in Italia non v'è monte più
   bello».

[pg!364]

Il sole vi dardeggia di giorno il fulgore dei suoi
raggi; la luna, di notte, ne inargenta le onde tremolanti;
«solo il Bojardo e l'Ariosto, dice un tedesco,
ricordano luoghi più incantevoli» [#]_.

.. [#] G., *Wanderungen*, p. 21.

Là dove ora frondeggiano perenni le eritrinee, sorgevano,
non sappiamo se tutte ammirate, le statue
di Carlo II, Carlo III, Ferdinando III [#]_, dal furore del
popolo abbattute più tardi insieme con altre, forse
per confuso dispetto di re fedifraghi e di regi patti non
mantenuti; al qual furore potè solo sottrarsi nella piazza
Bologni quella di Carlo V, che incarna pel popolo una
dolorosa affermazione sul caro dei viveri in Palermo [#]_.
Quelle statue erano intramezzate da due fontane, decoro
dell'artistico padiglione per la musica: e la cortina o bastione
concorreva alla bellezza della scena con ornamenti
di archi e di figure.

.. [#] Anni 1780, 1787, 1790.

.. [#] :small-caps:`Pitrè`, *Fiabe, Novelle e Racconti pop. sic.*, v. IV,
   n. CCLXVIII. Cfr. nel presente volume il cap. II, p. [pg 27]_.

Forte, incessante il desiderio dei cittadini di recarsi
ogni giorno a questo luogo di svago, forte così da diventare
una specie di bisogno. La stagione inclemente
e le giornate rigide non valevano a moderarlo. De Saint-Non
osservava che nella estate nessun palermitano avrebbe
saputo andare a letto senza aver prima fatto un
giro in questo sito [#]_. Ma anche d'inverno e col freddo
di tramontana Bartels vide signore, nobili e borghesi,
[pg!365]
delicatissime di complessione affrontarvi una tempesta
che in continente avrebbe fatto paura [#]_. Il recente prolungamento
esercitava un fascino su tutti.

.. [#] :small-caps:`De Saint-Non`, *op. cit.*, t. IV, I. p., p. 141.

.. [#] :small-caps:`Bartels`, *op. cit.*, v. III, p. 353.

Noi dobbiamo visitarla nella stagione in cui l'abitudine
vi chiamava una volta il giorno la popolazione
tutta; due volte il giorno, i ceti superiori [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Borch`, *op. cit.*, t. II, p. 132.

Il 24 giugno la passeggiata estiva inauguravasi in
forma chiassosa. Delle vetture padronali, altre eran
nuove, altre rifatte a nuovo. All'ultimo sole che andava
a nascondersi dietro Monte Cuccio luccicavano, svariati
e ricchi, gli stemmi d'argento. Cocchieri, lacchè, *volantini*
pavoneggiavansi in abiti che l'uso voleva o supponeva
usciti dalle mani dei sarti.

Uno sempre, ma variato fino a settembre, lo spettacolo.
Godiamcelo sulle Mura delle Cattive. Qui (se
la tradizione è plausibile) le vedove (*cattivi*) che non
vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in
evidenza, vengono a prendere un po' d'aria, e la frequente
loro presenza dà il nome all'alto viale, ed il
nome è etichetta della merce.

Brulica nell'ampio corso la folla di cavalieri e di
dame, di borghesi e di signore, di maestri e di donnicciuole.
Preti e frati, impiegati e professionisti, soldati
e studenti, monachelle e pinzochere animano la scena
componendo e scomponendo, come in un caleidoscopio,
gruppi multicolori e distinti [#]_.

.. [#] Vedi il cap. XX, {p. [pg 305]_}: *La moda delle donne*.

Verso la Garita siede maestoso in alto un uomo
che narra e gesticola e con un bastoncello in mano in
[pg!366]
forma di furberta trincia in aria dei segni, o combatte
corpo a corpo nemici che non ha. Egli è un contastorie,
che sa tutte le leggende di Rinaldo, di Carlo Magno,
d'Orlando, di Calloandro, di Guerino. Gli appassionati,
chi in piedi, chi su pancacce, con la spesa d'un *grano*,
pendono religiosamente dalle sue labbra.

A due passi da lui, in un teatrino di legno per farse
e commedie in dialetto, popolani ed anche civili entrano
premurosi a sentire i creatori della nuova arte nazionale [#]_.
Trombe e tamburi chiamano uomini attempati
e giovani ad uno steccato vicino, ove i lazzi di pulcinella
provocano ilarità e risa sgangherate; e dietro a
tutti, con uno sforzo assolutamente fantastico d'isolamento,
il luogo della contumacia (1788), non è guari
scelto e costruito da chi trovò incomodo e pericoloso
nelle procelle quello di fronte alla Garita, presso la
chiesa di Piedigrotta (1787).

.. [#] Vedi nel v. II di quest'opera il cap. *Casotti*.

In mezzo a tanta confusione giungon distinte le
voci dei venditori di seme di zucca tostata e di acqua
del pozzo di Santa Ninfa che a piè del nostro bastione
vengono ad attingere gli acquaiuoli della passeggiata.

Circolano, frattanto, nel centro «*phaetons*» secondo
l'ultima moda e fornimenti inglesi ornati d'argento e
carrozze indorate, con le più eleganti livree e con arditi
cavalli allietanti non meno per le loro magnifiche
forme che pel loro bel colore, e che attirano con la loro
finezza e col loro fuoco gli sguardi di tutti. Qui un amico
che guida da sè i cavalli spumanti, o una coppia di
attraenti bellezze, che dalla vettura aperta mandano
[pg!367]
ardenti saluti, o che passeggiando, amichevolmente conversano....
Qui, si fanno nuove conoscenze, si sentono
notizie interessanti, si combinano accordi di divertimenti
e di piaceri» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Hager`, *Gemälde*, nell'opuscolo cit. *Donne e Passeggiate*,
   p. 7.

Dall'altro lato, sotto della banchina, a cavalcioni,
accoccolati, carponi, in piedi, stanno lunghesso la spiaggia
raisi della Kalsa, chi a risarcire reti smagliate, chi
a fornir d'esca e ad adugliare per la prossima notte
palangani, e chi sui gozzi tirati o da tirarsi a terra, a
frettare, ad aggottare con la vecchia sàssola l'acqua
penetrata per le falle: e quando or l'uno or l'altro di
essi alza gli occhi verso tanti sfaccendati, senza neppure
fissarli, non sanno comprendere come possano dirsi
palermitani essi pure, i Kalsitani, se palermitani son
tutti costoro, che ogni giorno vengono qui a divertirsi.

E come possono essi, i poveri pescatori, veder
di buon occhio, tutte fronzoli, trine e belletti, vecchie
impiastricciate di cerussa nelle profonde rughe del
viso e le quali vogliono gareggiare con le più fresche
ragazze? E come non sentirsi rimescolare al passaggio
di una che, tutta polvere e manteca, sfacciatamente
invita un giovinotto a farle compagnia nel passeggio,
mentre altri zerbinotti la colmano dei complimenti più
leziosi? [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*: odi IX, XXIV, e pp. 372-74.

In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul
Pellegrino la pietra dell'Imperatore [#]_: e noi, che dal
[pg!368]
baluardo non sappiamo più discernere quel che la mancante
luce non ci consente, rientriamo in città. Stasera,
chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo
bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno
nel loro velo misterioso, che solo la luna potrà
per un istante diradare. Il curioso cercatore di aneddoti
potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i baluardi. Presso
Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della Nobiltà:
un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le
dame del circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della
giornata, sulla mancanza assoluta di notizie, sulle ultime
disposizioni del Senato. Più in là, fuori le *casine* incavate
nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di servitori
carichi di sorbetti pei seduti lungo la *cortina*, pei nuovi
arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere.
Più in là ancora, non lungi da Porta di Greci, potrà
prender posto in una delle trattorie che lottano contro
la recente concorrenza di quella dell'*Astracheddi* alla
Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno
a sbraciare in compagnia delle artiste da teatro
che avran potuto conquistare, *cortigiane* dei secoli passati,
*demi-mondaines* dei secoli avvenire.

.. [#] Cfr. :small-caps:`Pitrè`, *Usi e Costumi*, v. III, p. 110.

La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore
Regalmici, era l'ideale dei giardini non meno pei
Siciliani che pei forestieri.

Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non
era ancora finita; eppure parve a lui «maravigliosa»,
riflettente «un aspetto magico che vi trasporta nei
tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio» [#]_. Un
[pg!369]
suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora,
«un vero paradiso» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Goethe`, *op. cit.*, lett. del 7 aprile 1787.

.. [#] G., *Wanderungen*, p. 21. — :small-caps:`Justus Tommasini`, pp. 54-55.

Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di
giorno o di sera, nei dolci tepori primaverili o nello
splendore delle centomila fiammelle a gas delle fresche
notti di estate, non immagina, forse neanche sa che
quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata;
anzi, che fosse il tempio della spensieratezza.
Quando si è varcata una mezza dozzina di decennî
si è contati tra i *laudatores temporis acti*, tra i disgustati
del presente, tanto diverso dal buon tempo antico;
ma non dobbiamo disconoscere che il nostro umore
oggidì è troppo nero perchè possa ravvicinarsi, per
via di paragone, a quello di un tempo. La società moderna,
risultato complessivo di condizioni psichiche, di
problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite,
con spostamenti d'interessi, persone, cose, manifesta
un turbamento abituale, permanente, quale forse non
si ebbe mai per lungo volger di secoli.

Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel
secolo fa!

Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si
direbbero preoccupati di perdere un istante dello svago
che li attende; si direbbe che in mezzo a tanto rigoglio
di alberi non sorga neppure il ricordo delle cataste di
legna che quivi si alzarono in orrendi *auto-da-fè*; ed al
profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non
più pregna dei sinistri vapori delle carni bruciate.

In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare
[pg!370]
a pieni polmoni quest'aria che la città chiusa non dava.
Noi possiamo venirvi nelle prime ore del mattino, nelle
ultime del giorno, nel principio della sera. Un gentile
cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in
questo giardino incantato le donne, in questa Flora
che non ha la eguale. Esse passeggiano; la bellezza del
loro corpo, la grazia del loro atteggiamento fanno di sè
pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse! Una
semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro
del sole, il bianco delle vesti scherzano con la luce e
l'ombra. L'auretta mattutina pare avvivi coi suoi carezzamenti
la freschezza della bella tinta. No, non
manca nulla all'armonia del quadro!» [#]_.

.. [#] :small-caps:`De Mayer`, *op. cit.*, lett. XV.

Torniamo più tardi.

Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano
in quadro la Villa circolano signori in carrozza. Civili
e popolani, palermitani e regnicoli, attraversando i frondosi
oleandri che tutta la chiudono in giro, entrano
a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica, liberalmente
legata dal Principe Moncada, altri a numerare
i cinquanta busti donati dal Presidente Paternò, o a
contemplare la fontana del centro con l'orologio a sole
e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri infine ad ammirare
la solenne posa del *Palermo* dello scultore Marabitti.
Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte
a *Palermo*, convulsamente si contorcono, tutti ignorano
la ragione. Si chiamavano *Scisma*, *Eresia*, *Maomettanismo*
quand'erano a piè del brutto monumento di
Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne comprende
[pg!371]
il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve
ne ha aggiunta un'altra, la *Maldicenza*.

Due ore son passate rapidamente: e se non fosse
il suono dell'Avemmaria, che impone la cessazione della
musica ufficiale, non se ne accorgerebbe neanche un
annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi
si può restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia
la vigilano d'intorno, e respingono pezzenti, mendici
e gente in livrea [#]_. Quattro lioncini voglion farla da
vigili anch'essi, ma.... sono di marmo e i due versi latini
che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca:

.. [#] Appena la Villa Giulia fu aperta al pubblico, il Principe
   di Paternò G. L. Moncada, Capitan Giustiziere, legava
   al Senato (1778) l'annua rendita di onze 50 per la musica
   da farvisi ogni giorno, dal 1º luglio al 30 settembre, dalle
   ore 22 a mezz'ora di sera (:small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*,
   v. XXVI, p. 204). Gareggiando di patriottismo il Presidente
   G. B. Paternò legava altra somma per «la notturna illuminazione
   nel tempo estivo quando mancava la luna». Monsignor
   Gioeni fece di suo le porte, i chioschi, la fontana centrale,
   ecc. (:small-caps:`Teixejra`, *op. cit.*, cap. XIV, §§ 211-212).
..

   | Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena
   | Omnia, quae lustrato Tu temerarie, cave [#]_;

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Diario*, in *Bibl.*, v. XXVI, pp. 372-73;
   v. XXVIII, pp. 176, 357-58; *Palermo d'oggigiorno*, v. II,
   p. 126.

non son altro che belle parole.

La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità,
fitta nella recente Porta Carolina (Reale), o nella Porta
di Greci. La Villa nelle sere buie ha pochi fanali liberalmente
apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi
[pg!372]
serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna
riesce talvolta molesta.

L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote
ancora, e già d'altre note risuonano luoghi più
recessi: tambussio di cembali, mesto pizzicar di chitarre,
malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar
di mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto.
Son le serenate delle comitive dei canterini; è il fruscio
delle coppie che ballano; sono gli applausi della folla
che ascolta e non sempre vede. Se la luna ci favorisce,
noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la
cui canzone:

   |   'Ntra lu pettu nun ci ha cori
   | Cui nun godi la Marina,
   | Cu sta bedda siritina
   | 'Ntra sta Villa chi si fa?

che prima salutò la trasformazione della deserta funerea
campagna [#]_, è uscita or ora dalla bocca d'un
giovane innamorato alternandosi con le canzonette *Lu
Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi* da una donna del vicino
viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando
a sua volta le lodi della Flora, esclamerà commosso:

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Canzuna scritta in tempu e nell'occasioni
   chi incominciava a costruirsi la Villa Pubblica*, ecc.
..

   |   La luna manna
   | Li soi amurusi
   | Rai luminusi
   | Pri cui va ddà;

e si rallegrerà di aver veduto

   | Cui balla e sona,
   | Cui canta e ridi,

[pg!373]

mentre altri sgrana cialde e biscotti ed altri sorbisce
gelati [#]_.

.. [#] Lo stesso, *Poesie*, pp. 35, 75, 77.

Povero Meli! condannato un secolo dopo alla berlina
quando la berlina è rimasta solo di nome, lì nella
medesima Villa Giulia, in una amara caricatura di
statua, che il Municipio avea avuto la infelice idea di
far sorgere nella Piazza di S. Teresa, ed il Municipio
stesso ha avuto il buon senso di togliere per regalarla
o relegarla in un angolo del pubblico giardino. Oh no!
il primo poeta della Sicilia non meritava il ludibrio
di quel monumento!

Se il chiaror della luna ci favorisce, noi potremo
anche discernere lo Scimonelli, che però, men fortunato
dell'amico suo, s'avviene in una «comitiva di cattivi
dilettanti di canti, che più di una sera fu fischiata»,
e forte si maraviglia che essa non comprenda, gli applausi
del pubblico essere una solenne canzonatura;
onde è necessario smettere dallo straziare minerali, vegetali,
animali: statue, cioè, piante ed uomini del luogo,
dove pure

   | Li sònura e li canti
   | Piacinu a tutti.... [#]_.

.. [#] :small-caps:`Scimonelli`, *Poesie: Contro una comitiva*, ecc.

Questo svago non fu smesso mai per lungo volger
di estati: ed i Palermitani attendevano ansiosi la stagione
buona per goderselo sempre. E quale svago più
delizioso che concerti e canti notturni dei cittadini
più abili nell'arte della musica e del canto! Anche
fuori di patria essi vi tornavano col pensiero e lo celebravano
[pg!374]
con le parole. Il barone Forno in Napoli diceva:
«Due donne che abbiano sonora voce, cantando l'una
e l'altra in terza, ed un uomo che l'accompagni, in voce
di basso, cantando, dico, tutti e tre sull'unisono canzonette
di gusto, non recan eglino il maggior piacere
del mondo, anche oggigiorno (1792), che siamo per
così dire sazj di sentire composizioni eccellenti della
più scelta ed armoniosa musica? Simili ariette, così
cantate, si sentono con gran diletto, tutte le sere estive,
nella pubblica Villa di Palermo, e moltissime persone
di ogni ceto corrono ad esserne ascoltatrici» [#]_.

.. [#] :small-caps:`A. Forno`, *Opuscoli*, p. CCXXX. In Napoli, 1792.

Kephalides vi assistette nei primordî del sec. XIX,
e «da ogni lato intese chitarre e tamburelli e gran folla
di spensierati ballando come pazzi al suono d'un violino
e con le mani facendo scoppiettar le castagnette, mentre
un vecchio batteva il sistro con le dita coperte d'un
grosso ditale di ferro».

Il vecchio è morto e seppellito: il sistro (*azzarinu*)
si batte con un ferro; ma la Flora non riecheggia più
di cembali, nè di canti, nè di balli, nè di grida di venditori.
Il chiasso di chi mangiava e bevea all'*Astracheddi* [#]_ è
appena un ricordo del Meli. Fino i giocatori alle bocce,
incomodi e pericolosi ai passanti, sono per sempre scomparsi.
Nel 1822 un forestiere trovava già chiusa all'Avemmaria
questa Villa Giulia: ed ora, quando il popolo vi
accorre numeroso, vuoi di giorno, vuoi di sera, la musoneria
ne è sempre la nota dominante.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*, p. 374 ed anche a p. 92.

[pg!375]

.. toc-entry:: XXVI. Divertimenti a Porta Nuova e a Zè Sciaveria. Villeggiatura ai Colli e a Bagheria.

:small-caps:`Capitolo XXVI.`
============================

.. class:: center large

*DIVERTIMENTI A PORTA NUOVA E A ZE SCIAVERIA; VILLEGGIATURA AI COLLI E A BAGHERIA.*

Ma non la sola Marina, non la sola Villa Giulia,
eran teatri di passatempi e di svaghi.

Un giorno non si sa come e perchè, i Palermitani
mettono gli occhi sopra la via fuori Porta Nuova e
cominciano ad andarvi, dapprima in pochi, poi in molti.
Quanti amano il piacere, nuovo come passeggiata giornaliera
estiva, son tutti lì.

E la Marina? La Marina resta quasi deserta, solo
frequentata dai signori. Andate a leggere nel capriccio
del Palermitano!

La passeggiata fuori Porta Nuova finiva a mezzanotte.
Beato chi poteva trovare un posticino nei sedili
presso la fontana di S. Teresa! (Piazza Indipendenza).
Qualche solitario sognatore di vecchie storie guardando
la bella, anzi bellissima sirena della fontana versante
dal seno copiosi zampilli d'acqua, avrà riflettuto sulla
labilità delle umane cose, e sarà corso col pensiero al
primo Marcantonio Colonna, alla più che dolce amica
di lui Baronessa di Miserandino, ed alle turbinose vicende
di quel marmo, di continuo, secondo i tempi e le esigenze
estetiche, spostato da un luogo all'altro, e finalmente
[pg!376]
allogato qui, donde poi, al domani d'una rivoluzione
(1860), doveva passare in un privato giardino [#]_.

.. [#] Chi vuol sapere altro di questa simbolica statua, legga
   il *Diario* del Villabianca, in *Bibl.*, v. XXVIII, pp. 358-62.
   Aggiungiamo per la dolorosa cronaca, che dopo il 1860 per
   la eterna inconscienza di amministratori incuranti d'ogni memoria
   storica, la sirena fu venduta, o ceduta, o regalata ad
   un privato, che la tiene, dicono, in un suo giardino di via
   Pietro Pisani.

Ma il gran pubblico, il pubblico grosso, pensava
ad altro, e forse neanche sapeva della passione gagliarda
del Vicerè, forte così nella giustizia pei delinquenti
come nell'amore della sventurata dama di Palermo.
Per esso c'era più gusto a guardare le nuove baracche
di frutta, dolci, ed i nuovi caffè, che a contemplare
la muta sirena.

Anche qui fu visto aggirarsi il Meli; anzi proprio da
lui si è saputo della diversione dalla Marina alla nuova
passeggiata (nuova, s'intende, per la forma che pigliava
e per la passione dei frequentatori). Fu lui che,
cresciuto l'entusiasmo per *Porta Nuova*, volle andarvi,
riandarvi, e cantarla nella vita novella e nel movimento
incessante, allegro di coloro che vi si recavano. Fu lui
che raccolse l'eco d'un

   | Coru di strumenti
   | Sunari a tinghitè,

e delle chitarre in mano ai più esperti figari della città;
fu lui che assistette alla ressa dei buontemponi, ed allo
spensierato gironzolare delle donne nel loro bianco costume
di estate; e solo da lui sappiamo:

   |   Ca cui cci va la sira
   | Ddà fora a Porta Nova,
   | [pg!377]
   | Siddu ni fa la prova,
   | Mai si la scurdirà [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie: Porta Nuova*, pp. 90-91.

D'altro lato, non dobbiamo giudicare priva d'un
certo gusto la nuova simpatia per la vecchia strada
fuori Porta Nuova. Se oggi il Corso Calatafimi è comodo
e buono, allora che si chiamava, come ancora volgarmente
si chiama, strada di Mezzo Monreale, era anche
bello, uno dei più belli dei dintorni di Palermo. Da
quella Porta fin sopra i Cappuccini, platani, alvani e
pioppi giganteggiavano in doppia fila difendendo dal
sole d'estate, dalle piogge d'inverno i passanti. Di
tratto in tratto, gaie d'aspetto vi sorgevano ville eleganti,
e a distanze regolari fontane di limpide e salutari
acque, le quali cent'anni dopo — non un giorno più,
non un giorno meno — doveano come impure e non
potabili essere sostituite con altre, «dedotte dalle eccelse
vette dei Nebrodi» (come dice una sciocca iscrizione
testè murata nel prospetto del Palazzo municipale). Ed
il popolo, eterno poeta, non impassibile a tanta bellezza
di natura e d'arte, cantava lietamente:

   |   Quant'è bedda la via di Murriali!
   | Cci su' li chiuppi (*pioppi*) fileri fileri,
   | E 'ntra lu menzu, li quattru funtani
   | Su' l'arricriu di li passaggeri [#]_.

.. [#] Di queste quattro fontane la 1ª era nella Piazza S. Teresa
   o Indipendenza, ove ora sorge l'obelisco, la 2ª, sola che
   rimanga, al fianco occidentale del R. Educatorio Maria Adelaide;
   la 3ª, nel mezzo d'un piccolo anfiteatro, scomparsa
   dietro un muricciuolo rimpetto l'antica Chiesa, oggi quartiere
   della Vittoria; la 4ª, di fronte alla via dei Cappuccini,
   adesso Pindemonte.

[pg!378]

Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte
di S. Erasmo, a Romagnolo era *Zè Sciaveria*, altra
delizia palermitana. Zè Sciaveria (zia Saveria) era il
nome della intraprendente donna, ch'ebbe il coraggio
di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante
ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città;
e della città esso raccoglieva il meglio delle trattorie
e dei caffè, senza essere nè trattoria nè caffè, o dell'una
e dell'altro partecipando. La novità della impresa, l'amenità
del sito, fronteggiato a sinistra dalla *silhouette* del
Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del golfo,
guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla
torre dei Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida
l'occhio verso la montagna di Solunto, e dietro ed intorno
coronato dai monti Grifone, Gerbino e Gibilrossa,
ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona
che avesse voglia di passare qualche ora divertita.

Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte
vi andavano d'ogni classe persone; giacchè Zè Sciaveria
era un posto buono per tutti. Poeti superiori come il
Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le
maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per
provare che il sito avesse avuto origine divina, giacchè
Encelado, sopravvissuto ai giganti subissati da Giove,
venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la Saveria,
che durante tremila anni rimase incinta e diede poi
[pg!379]
in luce un nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo
che avea mente e pensieri da re.

Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari,
fa supporre aver avuto la Saveria un figliolo forse
gobbetto: e così sarebbe spiegata la fortuna insolita
del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della elegante
taverna od osteria, come si diceva allora,

   |   E chi ha nobilitatu sta cuntrata:
   | 'Nfatti Dami, prelati e Vicerrè
   | Vennu ogni jornu a fari passiata;
   |   E tanti e tanti senza li stestè [#]_
   | Vennu ccà apposta, lassannu la Flora,
   | Sidennu a sti puliti canapè.
   |   L'occhiu guarda lu mari e si ristora,
   | Godi vidennu culonni e perterra,
   | Orti, muntagni e la citati ancora [#]_.

.. [#] Senza i cavalli, cioè senza carrozze.

.. [#] :small-caps:`Melchiore`, *Poesie*, pp. 247-49.

Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto
nei tanti

   |   Gran cornacopj,
   | Specchi e lumeri,
   | Ed autri mobili
   | Di cavaleri;

donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche
d'ogni altro ceto. L'accorta padrona avea fatto le cose
bene: larga *réclame* per la città; tende pel riparo dei
signori e civili che si recassero da lei; tavoli illuminati
da due candele, ciascuno per le singole famiglie che
volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai
[pg!380]
quali non era proibito di accedere «coi reciproci galanti»,
e per chi volesse andarvi da Villabate, S. Cataldo,
Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna
che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante
di Palermo, e basta dire che, esempio unico nel genere
di industria, faceva ordinarî trattenimenti di musica,
al suono dei quali

   | Si balla e canta,
   | Si canta e vivi,

o meglio vi si passa tra

   |   Balli e tripudj,
   | Sàuti a muntuni,
   | Favuli e brinnisi
   | Soni e canzuni [#]_.

.. [#] :small-caps:`Meli`, *Poesie*: ode n. XXIX: *Zè Sciaveria*.

Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della
divertente contrada, ed un documento di soggiogazione
nell'Archivio del Comune [#]_. Ma sul vicino scoglio echeggia
la dolcissima canzonetta del Meli:

.. [#] L'egr. avv. Guglielmo Savagnone, Direttore dell'Archivio
   Comunale di Palermo, il quale con ogni maniera di
   gentilezze ha aiutato le nostre ricerche per lo studio delle
   condizioni amministrative ed economiche della città, ci fa
   conoscere che nel 1781 in favore del Banco Comunale di Palermo
   veniva assegnata una «soggiogazione di ducati 45 annui
   sopra la *casina* (villa) e le case alla zia Sciaveria, così
   detto *Romagnolo*». La contrada è denominata: *Zi Sciaveria*;
   *Romagnolo* figura come soprannome; e non vuolsi dimenticare
   che quest'ultimo nome, ora tanto comune, nacque dalla
   villa del Senatore Corrado Romagnolo.
..

   |   Supra lu scogghiu
   | Di Mustazzola
   | L'àipa vola,
   | L'alba si fa!

[pg!381]

La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi
agiatezze e svaghi; ci voleva qualcos'altro fuori,
nelle campagne dei dintorni. La povera gente ci andava
(come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze festive
di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata
consumava il guadagno d'una intera settimana, quando
il guadagno l'aveva, o quando i pochi tarì ottenuti
al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto qualsiasi
di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica
non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi
in un ceto meno modesto, quello di certi impiegati e
di piccoli trafficanti, ai quali non sembrava vero di
poter fare uno strappo all'abituale parsimonia della
vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali
quarant'ore del 14 settembre a Monte Pellegrino, il
festino del 3 di maggio e le quinquennali dimostranze
di settembre in Monreale o in altri siti, come una volta
le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale
Calata ha anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.

Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò
senza un pressante bisogno di rinfrancarsi, rompendo
la monotonia della vita cittadina forse perduta, i nobili
cercavano nella campagna semestrali ricreazioni. Con
le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non
era se non la continuazione della città. A Mezzo Monreale,
ai Colli, a Bagheria essi andavano con la famiglia;
[pg!382]
e lungo stuolo di amici, di aderenti, di familiari li seguivano.
Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano
ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi
di Calvello, di S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di
Tommaso Natale, di Pantelleria ai Colli, e quelli innanzi
ricordati [#]_, si rimane stupiti della sontuosità di essi.
L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi capricci
di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza
vi tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle
quali signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto
la vita moderna possa immaginare di confortevole era
apparecchiato con particolarità che rispondevano alle
ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano
solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero
morir mai e mangiavano come se dovessero
morire il domani!

.. [#] Vedi cap. II: *Su e giù per Palermo*, pp. [pg 35]_-36.

Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le
cose buone, una, conducente ai Colli, non mancava
(1768); alla quale poteva accedersi anche per quella del
Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta Maqueda
dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).

Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello
che per l'alta aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi
signori della Capitale siciliana vi aveano ville magnifiche,
anche superiori ai palazzi loro in città. Giganteggiava
su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente sobborgo.
Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera;
delirava sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose
[pg!383]
tutte, quelle dei Principi della Cattolica, di Cutò,
di Rammacca, di Campofranco, del Duca di Villarosa,
del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di
altri signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie,
verso gli sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente
ritiravasi nel suo nuovo palazzo nella seconda
metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti, Principe
di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito:
*O Corte, addio*, e dentro, i versi spagnuoli:

   |   Ya la speranza es perdida
   | Y un sol bien me consuela,
   | Que el tiempo, qui pasa y buela,
   | Lleverà presto la my vida [#]_.

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. II, p. 144.

Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole
Branciforti Pignatelli, sull'ingresso della Villa alzava
«per novità di sua grandezza» un monastero di trappisti,
nelle cui cellette, monaci in cera rappresentavano
varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore
raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento
reciproco? Sono un giovane e una ragazza, i quali,
ignari l'uno dell'altro, dopo una vita tempestosa, perdute
le speranze di congiungersi, nel mondo han vestito
il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora *Adelaide* e
*Comingio*, e ne raccontano le avventure secondo il
commovente romanzetto onde tanto si deliziavano giovani
e vecchi. In altra cella son le figure di Don Ercole
e di Ferdinando III, entrambi camuffati da monaci
[pg!384]
che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi
non offre nessun monumento della Sicilia. Nelle
frequenti visite fattevi col Principe di Butera dal 1799
in poi, S. M. riconosceva siffatta somiglianza, e non
poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in
trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso
nel parlare, sghignazzante nel ridere.

Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera
era la reggia tra le case principesche della
verde vallata. I padroni vi tenevano corte bandita
di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di servitori
e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie
stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti,
un teatro artisticamente decorato ed orti e frutteti e
boschetti e giardini pensili e logge e cortili e fonti e
statue e quella Montagnola che è la più deliziosa delle
colline, il più giocondo asilo della pace e della poesia.
Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella
vetta, l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella
vista del mare turchino, nelle lontananze cerulee, nelle
varietà di colori distribuiti su ruvidi macigni, e di fughe
e degradazioni di luce per valloncelli e falde e costiere;
e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra
silenzio; un genietto ti sorride lietamente, una Diana
ti invita alla caccia, una baccante ti danza e un Polifemo
fistoleggia quasi per farti cantare l'arietta del
Metastasio scolpita ai suoi piedi:

   | Se scordato il primo amore.... [#]_

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *op. cit.*, v. I, pp. 47-48.

[pg!385]

A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura
il gusto dei patrizî spese tesori. Gli artisti più illustri
vi tornarono sempre, chiamati a gareggiare di affreschi,
di tele, di sculture, di ornati, che attestavano non solo
il merito loro, ma anche il senso squisito dei signori
che li chiamavano e largamente li retribuivano.

«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera
è la farnetica villa di Palagonia!» esclamava
Rezzonico della Torre un giorno che recavasi a Bagheria
insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro,
col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca
Calvello (19 agosto 1793).

La triste fama di essa gli era giunta a traverso
le pagine quasi incredibili dei viaggiatori che l'avean
preceduto. Egli conosceva Brydone e Riedesel, Houel,
de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma il Cannizzaro
ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito
raccontare del gentile Vicerè Caramanico, — che avealo
tenuto a pranzo, — d'un valente poeta e naturalista
tedesco, il quale pochi anni innanzi vi si era fermato
pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi
di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe,
recatovisi nella primavera del 1787 [#]_.

.. [#] Le impressioni d'allora del Goethe si trovano conservate
   nella *Italienische Reise* (lettera del 9 Aprile 1787),
   la quale, come è risaputo, non venne pubblicata prima
   del 1816-17.

Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri
della villa. Rezzonico trovava il viale spogliato di moltissimi
gruppi e busti e vasi che preludevano a quelli
fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne trovava
[pg!386]
appena metà, che riddavano all'occhio e alla
fantasia di chi li guardasse.

«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata,
che di lemuri, di larve, di farfarelli popolando loggie
e tetti ed archi e viali godesse atterrire, deludere, affascinare
i pellegrini con istrani ludibrj infernali, ed apparenze
grottesche di uomini, di animali e di mostri insieme
accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate
più teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma
sestocoli, orecchie d'asino, di capra, di cinghiale e tempie
d'uomini affisse, demoni che abbracciano streghe o suonano
violoni, e vanno imbacuccate di larghe parrucche
e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni
e pagodi indiani...» [#]_. E se hai forza di resistere, vedi
un uomo che cammina su due teste e sopra un piede,
con occhi sul collo; e una testa collocata a mezzo lo
stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo appoggiantesi
sulla coda d'un pesce [#]_.

.. [#] :small-caps:`Rezzonico`, *op. cit.*, v. I, p. 45.

.. [#] :small-caps:`Palmieri de Miccichè`, *op. cit.*, t. II, p. 216.

Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore
Gravina e del suo discendente Ferdinando juniore
la palazzina, nella quale di sopra, di sotto, di fronte,
ai lati, di dietro sei immensurabili specchi milliplicavano
capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti
indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di
cento artigiani erano state esaurite nelle multiformi
decorazioni interne arrampicantisi su per gli angoli delle
pareti, per gli stipiti delle aperture, fino alle volte,
tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie
[pg!387]
sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più
piccolo spazio che rimanesse libero. V'eran sedie di
inestimabile valore, di dorature eleganti e di marmi
torno torno al soffice piumaccio: chi spensieratamente
vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.

Centomila scudi furon buttati in tanta follia: e
quando l'opera parve compiuta, il Principe Ferdinando
non cessava di ripetere soddisfatto «di avere avuto al
mondo l'abilità di dar supplemento alla creazione degli
animali lasciata imperfetta da Domeneddio» [#]_; ciò
che dava piena ragione al Meli di comporre l'arguto
epigramma:

.. [#] :small-caps:`Villabianca`, *Palermo d'oggigiorno*, v. II, pp. 165-66.
..

   |   Giovi guardau da la sua reggia immensa
   | La bella villa di Palagunia,
   | Unni l'arti impietrisci, eterna e addensa
   | L'aborti di bizzarra fantasia.
   | «Viju, dissi, la mia insufficienza;
   | Mostri n'escogitai quantu putia;
   | Ma duvi tirminau la mia putenza,
   | Ddà stissu incuminciau Palagunia» [#]_.

.. [#] Meli, *Poesie: Epigrammi*, I, p. 101.

Eppure quelle statue, parto di menti inferme, chi
sa non debbano, nel concetto creatore, raffigurare dei
nobili contemporanei, tra' quali la misantropia o la
stravaganza dei Palagonia non trovava comunione!

Durante la villeggiatura, gli annoiati della vita
cittadina ricevevano in queste loro reggie; e l'abituale
splendore della città sfoggiavano pure nei lauti pranzi,
nelle brillanti conversazioni, nei giuochi arrischiati, nei
[pg!388]
passatempi cavallereschi. Pei giardini, per le tenute
pare ancor di sentire l'eco tarda ma sempre lieta del
nitrir dei cavalli, del sonare dei corni, dell'abbaiar delle
mute, del richiamo dei bracchieri e dei fischi e bussi
delle battute di caccia, come delle sonagliere dei cocchi
principeschi, al chiudersi del secolo, superbi della presenza
di Re Ferdinando.

|
|

.. class:: center

| FINE DEL VOLUME PRIMO

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (diari/diarî, giudizi/giudizî, seguito/seguìto
   e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
   Per comodità di lettura sono stati inseriti nelle note, dove non presenti,
   i numeri di pagina relativi al testo richiamato nelle note stesse, nella
   forma {p. nn}.
   Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

      | 9 — la via `Albuquerque`_ [Alburquerque] son testimoni
      | 56 — che nessuno getti fuori di casa `immondezze`_ [immodezze]
      | 112 — giunti alle più insopportabili [isopportabili] prescrizioni
      | 125 — La `segaligna`_ [segalinga] statua di Carlo V
      | 175 — da piogge `violente`_ [violenti]
      | 250 — che le venivan `presentati`_ [presentanti]
      | 293 — Tra le malattie in voga `predomina`_ [perdomina]
      | 300 — nota 411 — era il Principe di Roccaromana `Capua`_ [Capoa]

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA IN PALERMO, VOLUME 1 \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
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written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

**1.F.4.** Except for the limited right of replacement or refund set
forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
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Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

