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    :PG.Id: 37783
    :PG.Title: I mesi dell'anno ebraico con brevi nozioni di archeologia biblica
    :PG.Released: 2011-10-17
    :PG.Rights: Public Domain
    :PG.Producer: Enrico Segre, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
    :DC.Creator: Felice Bachi
    :DC.Title: I mesi dell'anno ebraico
    :DC.Language: it
    :DC.Created: 1880
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I mesi dell'anno ebraico
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

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      Title: I mesi dell'anno ebraico
      
      Author: Felice Bachi
      
      Release Date: October 17, 2011 [EBook #37783]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I MESI DELL'ANNO EBRAICO CON BREVI NOZIONI DI ARCHEOLOGIA BIBLICA \*\*\*

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      Produced by Enrico Segre, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   [pg I]

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       | :xx-large:`I MESI`
       |
       | :xlargebold:`DELL'ANNO EBRAICO`
       |
       | CON BREVI NOZIONI
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       |
       | :x-large:`ARCHEOLOGIA BIBLICA`

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       | :largebold:`LETTURE`
       | :x-small:`AD USO`
       | :gesperrt:`DELLA GIOVENTÙ ISRAELITICA`
       | :x-small:`PER`
       | **BACHI FELICE**
       | :small:`RABBINO`

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       | :large:`TORINO`
       | TIPOGRAFIA LOCATELLI E COMP.
       | :smallit:`nel R. Albergo di Virtù.`
       | 1880.


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       .. vfill::

       [pg V]

       |
       |
       | ALLA SANTA MEMORIA
       |
       | DI
       |
       | :large:`SANSON LAZZARO` *Rabbino* :large:`E GÙTELA`
       |
       | MIEI GENITORI.

       .. vfill::

.. clearpage::


.. mainmatter::

[pg 1]

..


LETTERA.
========

.. class:: antiqua

  dell'Ecc.\ :superscript:`o` Prof. Cav. :gesperrt:`S. Ghiron` Rabbino Maggiore

----


|

  **Egregio Signor Rabbino,**

|

*Con quella modestia, che La predistingue, La S. S.
volle presentarmi la Sua Opera* «**I mesi dell'anno Ebraico**»
*affine di avere il mio avviso prima di pubblicarla. Io la
lessi col maggior piacere, dacchè vi si comprendono nozioni
storiche ed archeologiche sulle nostre solennità che indubbiamente
si potranno leggere con grande utilità dalla
gioventù israelitica, al cui insegnamento Ella ha dedicata
la vita intiera. Se di vantaggio riescirebbe il di Lei lavoro
in ogni tempo, opportunissimo mi pare che dovrà
tornare ai giorni che corrono, in cui con minor fervore
sono pur troppo coltivati gli studii sacri dai nostri giovanetti,
mentre tanto bisogno dovrebbero sentire di premunirsi
contro tante irreligiose tendenze.*

[pg 2]
*Faccio voti cordiali pertanto, affinchè il suo scritto,
fatto di pubblica ragione, Le ottenga quel premio, che
non dovrebbe mai fallire a chi dedica il suo tempo all'incremento
della Virtù e della Fede: la ricompensa celeste e
la pubblica approvazione.* Umsà hhén vescéchel tóv beené
eloím veadám.

*Mi pregio di dichiararmi con predistinta considerazione*

*25 marzo 1880.*

.. class:: right

   | :smallit:`Suo Devotissimo`
   |
   | **S. GHIRON.**

.. clearpage::

[pg 3]




LETTERA.
========

.. class:: antiqua

  dell'Ecc.\ :superscript:`o` Dott. :largesc:`M. Levi Ehrenreich`
  Rabb. Magg.\ :superscript:`e`

----

|

  .. class:: large

     Preg.\ :superscript:`mo` Signore,

|

*Nel restituirle il lavoro sui* **Mesi dell'anno israelitico**
*non posso a meno di porgerle le più sincere congratulazioni
per essere riuscito a condurre a termine un'opera
molto pregevole, che arricchirà la nostra letteratura d'un
libro per molti rapporti assai commendevole.*

*Mi piacque anzitutto l'idea d'insegnare ai nostri giovani
la nostra storia antica, le leggi, i riti e costumi sacri,
prendendo occasione dalle feste, dalle commemorazioni e
sacre pratiche, come si susseguono nei vari mesi dell'anno.*

.. class:: italics

    Il suo libro mi piace inoltre, perchè attenendosi nell'esposizione
    delle dottrine e delle leggi alla pura ed inesausta
    fonte della Santa Scrittura, Ella non trascura di
    rendere all'antica Tradizione il riguardo e l'omaggio che
    le è dovuto; mi piace infine, perchè destinato ad erudire
    [pg 4]
    la nostra gioventù in ciò che nell'istruzione della medesima
    deve occupare il primo posto, il suo libro è adorno
    di quei pregi che a siffatti lavori non devono mancare,
    voglio dire la chiarezza, l'ordine, forma attraente ed
    estensione e profondità d'insegnamenti proporzionati allo
    scopo che veggo essere quello di far conoscere, apprezzare
    ed amare ai giovani israeliti le nostre antichità, la
    nostra Religione e le sacre pratiche che da essa traggono
    origine.

*Mi abbia, Egregio Signore, quale sono con distinta
stima*

*23 ottobre 1879.*

.. class:: right

   | :smallit:`Devot. Amico e Servo` |nbs3|
   |
   | **M. LEVI EHRENREICH.**

[pg 5]




INTRODUZIONE
============

|
|

.. class:: center

   **Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.**

|

Col mio *libro di Morale pratica*, intesi proporre alla
vostra meditazione una raccolta di atti nobili e generosi
narrati nella Bibbia e nei libri Talmudici, dandovi altresì
un saggio del sapere dei nostri antichi Dottori, mediante
svariati assiomi ed apoftemi morali applicabili alle
contingenze della vita domestica e sociale.

Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne
intraprendo, e per darvi ragione e di quello e di questo,
vi dirò che mi vi indusse la decadenza fra noi dello
studio della lingua ebraica e relativa letteratura. Un secolo
addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei, ed i
miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente
incurati; ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si
levasse dalla mediocrità, a cui non fossero famigliari i
libri talmudici, o per lo meno le raccolte aneddotiche e
morali da essi estratte e proposte a studio scolastico.

Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra
è più che trascurata....; e se voi arrivate a leggere una
lezione del Pentateuco, anche senza capirne il senso, credete,
o vi fanno credere, abbiate fatto abbastanza per
l'educazione vostra religiosa.

Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra
educazione sentiamo il bisogno, il dovere d'iniziarvi nelle
cose giudaiche: di farvi conoscere la storia del popolo
nostro, i suoi usi, i suoi costumi, i passi da lui fatti nel
cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli anni, anzichè
[pg 6]
arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del
nome d'Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e
ripetere ai nemici e disprezzatori del nome d'Israelita:
Noi apparteniamo ad un popolo il quale oltre di avere
tenuta viva in terra la fiaccola del vero religioso, di
molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti coltivatore
a nessuno fu secondo.

Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare
al romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio
inciviliti: ed anzi in molti punti, massime nella parte
criminale, li supera. In quanto ad astronomia e medicina,
nel medio evo ancora, allorchè il nome d'Israelita era
colpito d'immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la
salute di re e principi, e persino quella dei papi: e
furono Ebrei quelli che emendarono gli errori astronomici
del calendario Giuliano, e collaborarono alla compilazione
delle tavole Alfonsine e calendario Gregoriano.

Ma io m'accorgo di escire dal seminato e di essere già
ito assai oltre di quanto conveniva per la introduzione
del modesto mio lavoro che intitolo: *I mesi dell'anno
Ebraico*; essendo mio scopo segnarvi i fatti più memorabili
avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei
quali come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così
conviene la serbiamo noi. A complemento poi di questi
fatti ho creduto bene di dare alcune fra le più importanti
nozioni di Archeologia biblica, distribuendole
alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture
e valgano ad inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi
terrò appieno compensato.

|

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   :alt:

[pg 7]




NOZIONI PRELIMINARI
-------------------


DIVISIONE DEL TEMPO
-------------------

.. _`§ 1. Stagioni`:

§ 1.—**Stagioni.**
``````````````````

A differenza degli Europei che divisero l'anno in quattro
stagioni, gli Orientali usavano dividerlo in sei parti che
noi distingueremo col titolo di *epoche*, poichè pare che
tale divisione fosse stata addottata anche presso gli antichi
ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un versetto
del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio,
quando Dio strinse l'alleanza con Noè e gli promise
che non avrebbe più mandato il diluvio a distruggere la
terra, perchè la tentazione del cuore umano è cattiva
dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la durata della
terra la seminagione (:small-caps:`I`) e la mietitura (:small-caps:`II`), l'inverno (:small-caps:`III`),
e l'estate (:small-caps:`IV`), la primavera (:small-caps:`V`) e l'autunno (:small-caps:`VI`), il giorno
e la notte non cesseranno».

Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell'anno
ebraico.

L'epoca prima, quella della mietitura, comincia alla
metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e
terzo mese dell'anno ebraico). Per tutto questo tempo il
cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d'aprile
l'aria comincia a farsi calda.

L'epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla
metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto
mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli
abitanti dormono spesso sui terrazzi [#]_ a cielo scoperto.

.. [#] In Oriente, come diremo altrove, le case erano ordinariamente
   e sono tuttavia in gran parte di un sol piano oltre il piano terreno;
   e sono coperte non da tetti a tegole come da noi, ma bensì da terrazzi
   di cui spiegheremo l'uso a suo tempo.


L'epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa
[pg 8]
sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre
(6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano
e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla
metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso
cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.

L'epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla
metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese).
La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine,
nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d'ottobre cominciano
a cadere le prime pioggie d'autunno, indicate nella
Bibbia col nome di *iorè* e tanto necessarie ai campi per
la germolazione del seminato.

L'epoca quinta segna l'inverno, e comincia alla metà
di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese).
La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri
un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si
strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la
grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio,
i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi
inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.

L'epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà
di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura
che nel principio di quest'epoca si mantiene tuttavia
freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del
mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella
Bibbia col nome di *malcosc*, per le quali si facevano pubbliche
preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie
per la fecondazione dei campi.

.. _`§ 2. L'anno`:

§ 2.—L'anno.
````````````

Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato
la durata dell'anno e regolatone il corso secondo il
cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate
cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero
acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano
preso per norma la state e il maturare dei frutti della
terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei
[pg 9]
frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa,
composero l'anno di dodici mesi lunari, onde nelle età
primitive l'anno ebbe solamente 354 giorni.

Ma come dopo un certo numero d'anni così computati,
lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte,
si sentì la necessità di conciliare l'anno lunare col
solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe
diluviana si rileva come fosse già stabilito l'anno di dodici
mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei
l'anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col
solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di
Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia
del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature
(*ómer*): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza
i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa
cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici
giorni di differenza che passano annualmente tra
l'anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di
un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava *Veadar*.

Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d'anno, il
sacro d'instituzione mosaica, secondo cui regolavano le
feste, i digiuni e tutto quanto si riferiva alla religione;
ed il civile, d'instituzione rabbinica, e di cui si valevano
per gli affari e le cronache civili. L'anno sacro cominciava
in primavera alla neomenia del mese di *nissan*, l'anno civile
cominciava in autunno alla neomenia del mese di *tisrì*.

.. _`§ 3. Del giorno e del mese`:

§ 3.—Del giorno e del mese.
```````````````````````````

Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze
dei diversi popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da
un levare all'altro del sole; gli italiani all'incontro da un
cadere ad un altro; gli Ebrei invece da un tramonto ad
un altro del sole. Lo spazio d'un giorno intiero, cioè di
24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole: *sera* e
*mattina* oppure *meèrev ad èrev* (da una sera all'altra).

Un'indicazione affatto naturale divide il giorno in tre
parti, vale a dire il mattino, quando il sole nel suo mo
[pg 10]
movimento apparente, s'alza sopra l'orizzonte; il mezzodì,
quando il sole giunto alla maggiore altezza è a metà del
suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela al nostro
sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in
cui il fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la
sua adorazione a Dio. Però, come fanno ancora tuttodì
gli Arabi, gli Ebrei dividevano il giorno in sei parti ineguali,
ed erano: 1º *sciahhar* (ricercare, considerare quanto
ne circonda) l'aurora; 2º *boker* (riconoscimento degli oggetti)
mattino; 3º *hhom aiom* (riscaldamento del giorno) le ore
prossime al meriggio; 4º *ssahoraïm* (le due luci) il tempo
medio del giorno, cioè il fine della prima metà e il principio
della seconda; 5º *ruahh aiom* l'ora del vento (che
nelle contrade Orientali spira ogni giorno) sul cadere del
giorno; 6º *érev* (confusione) sera. Il tempo che comincia
col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre
coprono la terra, viene pure detto: *ben-aarbaim*, e la
notte viene designata col nome di *laila*.

Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l'intendiamo
noi, nè nei libri santi, nè negli scritti caldaici [#]_
tuttavia è probabile che gli ebrei conoscessero la divisione
del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo argomentare
dal quadrante d'Ezechia diviso in gradi *maalód*, e dalla
cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate,
dicevano essi, da Mercurio.

.. [#] Le parole *saà* e *sanhtà* interpretate nei libri rabbinici per *ora*,
   probabilmente non furono in principio adoperate se non nel senso di *momento*,
   *istante*, derivando esse dal verbo *saà* che vale: gettare uno sguardo.


Trovasi la parola *regan* per significare il minuto.

.. _settegiorni:

La settimana veniva indicata col nome *ssavuan* (giro di
sette giorni da *ssevan*, *ssivñhà*). I giorni non avevano nomi
peculiari, ma s'indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc.
Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò
si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.

Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora:
1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni
[pg 11]
che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di *Savuód*;
2º Le ebdòmade d'anni, dei quali il settimo si chiamava
anno sabbatico *senad assemità*; 3º Le ebdòmade di anni
sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall'anno
del giubileo *iovel*, che cadeva nell'anno cinquantesimo.
Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di
un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni:
ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.

Non v'ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano
fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi.
Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna
ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi
da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo,
in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici
adoperati ad indicare il mese sono: *ierahh* (da *iareahh*
luna); *hhodess* (da *hhadass* nuovo ovvero novilunio).

.. _`Sui nomi degli Angeli`:

I mesi, tranne pochissimi, venivano anch'essi indicati
numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese
gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi
degli angeli [#]_. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione
del Talmud sono i 13 seguenti: 1º *Nissan* indicato
nel Pentateuco col nome di *abib* (maturazione);
2º *Iiar* (*ziv* bellezza, decoro per l'abbondanza dei frutti
[pg 12]
e dei fiori); 3º *Ssivan*; 4º *Thamuz*; 5º *Ab*; 6º *Elul*; 7º *Tisrì*
designato nella Bibbia col nome di *ierahh aedanim* [#]_;
8º *Merhhasvan* (bul); 9º *Chisslev*; 10º *Theved*; 11º *Ssevath*;
12º *Adar*; 13º *Veadar* o *Adar* secondo.

.. [#] Prima della schiavitù babilonese non si trova nei libri santi veruna
   menzione di nomi speciali dati ad angeli, ma bensì il nome generico
   di *malach* adoperato indistintamente per significare: *angelo*,
   *messaggiere*, *inviato*. Difatti con questo vocabolo troviamo designati i
   messaggieri che Giacobbe inviò ad incontrare il fratello Esaù; l'angelo
   che impedì ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco; l'uomo apparso
   a Gedeone per consigliarlo ed incoraggiarlo a prendere le armi per
   liberare la sua patria gemente sotto l'oppressione straniera; Mosè redentore
   d'Israele; gli uomini mandati da Mosè al re di Edom ecc.
   Invece in Daniele, che scrisse all'epoca della schiavitù Babilonese, gli angeli
   assumono nomi proprii: Michæl che sta alla destra dell'Eterno,
   Gabriele che sta alla sinistra di lui, Raffaele, Uriele ecc.; e Schammaele,
   e Sàtana quali angeli cattivi.


.. [#] Questo vocabolo viene dai commentatori diversamente interpretato,
   perchè, come vedremo in seguito, ricorrono in tale mese gli anniversarii
   di parecchi fatti importantissimi: quali quello della creazione
   del mondo, quello della nascita dei patriarchi, quello della nascita di
   Samuele ecc. Però il suo significato più probabile e letterale è la sua
   derivazione dalla radice *adà* venire, essendo il mese in cui si raccoglievano
   nei granai tutte le specie dei prodotti campestri. (Lib. vocabolo
   *Edan*).





_`NISSAN` (*Marzo-Aprile*).
===========================


Come s'apre splendido e nobile l'anno ebraico! Con quanta
ragione Mosè potè rivolgere al popolo che stava per redimere
le seguenti parole: «Questo mese è a voi il capo dei
mesi: il primo sia per voi dei mesi dell'anno»; poichè fu
in esso che quello stesso popolo scosse il lungo giogo di
dura oppressione, cominciò ad avere vita politica, ad essere
nazione. Riassumiamo questo principale avvenimento della
storia del nostro popolo.

Dopo ventidue anni dacchè Giacobbe piangeva perduto
il suo amato Giuseppe, appena lo sa vivo spinto dall'ardente
desiderio di abbracciarlo ancora una volta prima di
morire, non esita neppure un istante ad aderire all'invito
di lui, e portasi in Egitto con tutta la sua famiglia composta
di settanta persone. Passato poco meno d'un secolo,
e morto Giuseppe e tutti i suoi fratelli, sorge a re d'Egitto
un uomo, che agitato dalla paura e guidato da una
politica iniqua, infrange ogni legge di lealtà; e dimentico
degli immensi benefizii fatti da Giuseppe all'Egitto, a quella
[pg 13]
famiglia venuta colà ad ospitare fiduciosa, e fattasi in quel
frattempo un popolo numeroso, impose dapprima enormi
gravami e poscia nell'intento di estinguerla totalmente decretò:
che ogni neonato maschio di essa, venisse violentemente
strappato dalle braccia materne e affogato nel Nilo.
Ma se Dio pei suoi imperscrutabili disegni permetteva che
questa famiglia scelta a ricevere e spandere la sua eterna
volontà fra tutte le nazioni della terra, fosse nei suoi primordi
oppressa da dura schiavitù, vegliava nullameno su
d'essa con particolare affetto.

.. _`Nascita di Mosè`:

Ad una madre, Iochebed figlia di Levi, non resse il cuore
di lasciarsi strappare il suo nato dagli sgherri di Faraone.
Le riuscì di nasconderlo. Ma non potendo celarlo oltre a
tre mesi, lo espose alle rive del Nilo fidente nel divino
aiuto, e quasi presaga di quanto doveva succedere. Iddio,
che con segni straordinarii, come ci afferma la tradizione,
aveva palesato la grandezza avvenire di quel bambino sino
dal suo nascere, dispose che raccolto dalla figlia di Faraone
e da quella, stupita dalla sua maravigliosa bellezza, addottato
a figlio e chiamato Mosè; venisse condotto alla
reggia e quivi educato dai sacerdoti d'Osiride in tutta la
scienza del paese.

Però nè le seduzioni della sapienza, nè quelle della Corte,
fecero dimenticare a Mosè i suoi fratelli oppressi. Dopo luminose
vittorie, che a capo degli stessi Egizii che avevano
dovuto proclamarlo loro capitano, ottenne sugli Etiopi che
avevano invaso e volevano sottomettere l'Egitto [#]_; egli ebbe
[pg 14]
a provare la più nera ingratitudine. Esigliato per essersi levato
in difesa di un suo fratello ingiustamente maltrattato
da uno di quegli aguzzini, che strumenti di tirannia,
[pg 15]
pare che si facciano una legge e trovino una dolce voluttà
nell'aspreggiare vilmente i miseri pazienti sottoposti ai loro
ordini; dovette riparare in Madian ove trovò cortese ospitalità
presso un certo Ietro sacerdote di quel paese e del
quale ne sposò poscia la figlia Zéfora.


.. [#] Nelle sue antichità giudaiche, Giuseppe Flavio racconta alcune
   curiose particolarità su Mosè, che noi crediamo utile di riportare compendiandole;
   poichè nel Pentateuco si riscontrano effettivamente nella
   vita di Mosè certe lacune o allusioni a fatti che non vennero in esso
   registrati, perchè onninamente personali al suo autore e non richiesti
   da nissun vero interesse storico.

   Dopo di avere quindi descritto le doti fisiche di cui Mosè era ornato
   e dettolo di una bellezza mirabile e divina, nota che la sua intelligenza
   era talmente sviluppata e superiore alla sua età, che la sua madre addottiva
   Thermutis, che i nostri dottori cambiarono in Bitià, presa per
   lui di un'affezione talmente viva, all'età di tre anni lo presentò al
   proprio padre onde volesse dichiararlo suo erede presuntivo qualora
   non fosse favorito di prole maschile. Espone in seguito come gli Egiziani
   atterriti da un'invasione di Etiopi furono costretti a nominare
   Mosè loro capitano, malgrado le vivissime opposizioni di molti suoi
   nemici e particolarmente di quelle che gli venivano fatte dai Sacerdoti;
   i quali invidiosi della sua straordinaria sapienza paventavano che la corona
   dei Faraoni dovesse veramente cingere la fronte di uno straniero.
   Mosè preso dunque il comando diede battaglia ai nemici del suo re,
   li ruppe completamente: anzi assediò e prese Saba (Méroé) loro capitale,
   e sposò Tharbis (forse la donna mora, *Cussid*, accennata nel Pentateuco
   e che diede motivo a mormorazioni contro Mosè per parte di
   Aronne e Marianna?) figlia del re che erasi perdutamente invaghita
   di lui.

   Racconta poscia un breve episodio il quale quantunque concordi nel
   fondo coll'esposizione fattane pure dai nostri dottori, ciò non pertanto
   diversificando nei particolari, noi crediamo bene di attenerci a questa
   seconda: e tanto maggiormente perchè essa serve a dare una ragione
   plausibile di un difetto organico di Mosè. Ecco il fatto:

   Un giorno che Faraone teneva nelle sue ginocchia il bambino Mosè,
   questi gli tolse la corona dal capo e se la cinse egli stesso. I maghi
   di Faraone, che avevano già in lui pronosticato un futuro salvatore
   d'Israele, dissero a Faraone: «Bada che costui non abbia ad essere
   il tuo nemico e rivale: mandalo a morte».

   Ietro, presente a quel barbaro consiglio, s'interpose a favore del bambino,
   dimostrando che il solo lucicare delle pietre preziose lo avevano
   allettato ad afferrare la corona; e per meglio persuadere i suoi opponenti
   propose la seguente prova: «Si presenti, disse egli, a questo
   bambino un bacile con sopravi la corona e una brace ardente; e si
   esperimenti se è la vivacità della luce o un interno presentimento di
   futura grandezza che lo abbia spinto a quell'atto.»—La prova è
   accettata: il bambino ha davanti agli occhi una brace lucidissima e
   una corona. Senza esitare egli stende la mano alla corona; ma un angelo
   scende dal cielo gli sospinge la mano a dar di piglio alla brace.

   Il bambino mette un grido, porta alla bocca la mano e il fuoco, la
   lingua ne fu scottata, rimase balbuziente, ma fu salvo.


Nella solitudine del deserto di Sinai presso cui pascolava
le pecore dello suocero, invigorendo il suo nobile e magnanimo
cuore maturò il sublime proposito di tornare in libertà
i suoi fratelli e di farne un popolo segnalato fra
le nazioni. Certo dell'appoggio divino che nel roveto ardente
vinceva le estreme sue riluttanze, inspirate dalla sua
modestia e dalla gravezza dell'incarico che stava per assumersi [#]_,
va in Egitto: e col fratello Aronne arringa il
popolo d'Israele, e lo persuade che il Dio giusto e forte
dei suoi padri conobbe i suoi dolori, vide l'angoscia del suo
animo; e lo trarrà da quella vita di avvilimento e di patimenti
e lo condurrà in una terra beata promessa ad Abramo,
Isacco e Giacobbe, e da loro già abitata. Portatosi poscia al
cospetto di Faraone gli domanda la libertà del popolo primogenito
di Dio in nome di quell'Essere che fu, è, e sarà [#]_.
Faraone con un'alterigia dissennata, non si soddisfa di rispondere
con un rifiuto dicendo di non avere cognizione
di tale Iddio; ma con una iniqua disposizione impone sul
popolo un nuovo gravame, attribuendo la domanda fatta
[pg 16]
da Mosè unica conseguenza della loro pigrizia. Ma coll'opera
di mirabili prodigi, detti le dieci piaghe d'Egitto, Mosè rende
manifesta a tutto l'Egitto la onnipotenza del vero Iddio,
e libera Israele arricchito delle spoglie dei suoi oppressori [#]_
che prima eransi arricchiti del suo lavoro di oltre due
secoli [#]_.

.. [#] Nelle riluttanze spiegate da Mosè nell'Oreb, quando a più riprese
   cercò di sottrarsi a tale missione altissima, giustificando il suo rifiuto
   colla tardità di sua favella, dice a Dio: «anche da quando tu parlasti
   al tuo servo». In tali parole i nostri Dottori trovarono una prova che
   già precedentemente a quell'avvenimento Iddio aveva parlato a Mosè su
   tale proposito.


.. [#] La rivelazione, che contiene tutta la filosofia, e più che la filosofia,
   così espresse la definizione di Dio: _`«Io sono colui che sono»`. Definizione
   stupenda, che quando fu promulgata non sarebbe potuta essere trovata
   dal discorso degli uomini, e che congiuntamente alle altre dottrine
   dei libri mosaici, non potendo aversi per un parto naturale di quei
   tempi, accusa un'origine divina.

   .. class:: right

      :small-caps:`Gioberti`, *Teorica del Sopran.*

.. [#] Nel nostro libro di Morale pratica, pag. 89, abbiamo inserito una
   quistione storico-politica ricavata dal Talmud e suscitatasi tra gli Ebrei
   e gli Egiziani all'epoca in cui Alessandro Magno vinto Dario re di Persia
   aveva esteso il suo dominio in gran parte dell'Asia e dell'Egitto, e la
   quale serve a spiegare questo fatto che da troppi scrittori venne preso
   a pretesto di ignobili accuse e basse insinuazioni contro l'onestà di carattere
   del popolo nostro.


.. [#] L'Egitto fioriva da antichissimo d'una prosperità materiale, e consideravasi
   come il paese della ricchezza e della scienza. Colà viaggiò
   Abramo spintovi dalla carestia; e i libri sacri, come vanto della sapienza
   di Salomone, dicono che vinceva quella degli Orientali e degli Egizii.

   .. class:: right

      :small-caps:`C. Cantù`, *Docum. alla sua St. Un.*

.. _`Uscita d'Egitto`:

Pare essere destino dei tiranni di non volere o potere
mai cedere alla ragione acciecati dalle loro prave passioni.
Cuocendo al Faraone di avere permesso a tanti uomini di
sottrarsi al suo giogo, e non potendo comportare che quel
popolo che per tanti anni aveva dovuto curvare il capo alla
sua verga se ne andasse libero; raccoglie in fretta il suo
esercito e si pone ed inseguirlo, onde ritornarlo di nuovo
alla sua soggezione. Ma allora appunto lo aspettava una
terribile punizione che tardi o tosto colpisce sempre l'ostinato
ed inumano oppressore. Breve strada disgiunge
l'Istmo di Suez dalla terra che Dio aveva promessa agli
Ebrei; ma siccome questi avrebbero incontrato prontamente
i Filistini, e siccome il dovere subito combatterli
avrebbe in essi risuscitato il desiderio di tornare in Egitto,
perchè una secolare schiavitù ne aveva avvilito il cuore
e domato il coraggio, Mosè fece loro prendere la via del
deserto.

È assai difficile il precisare oggi le posizioni, a cagione
dei grandi cambiamenti che una lunga serie di secoli, fece
[pg 17]
subire alle spiaggie del Mare Rosso. La prima tappa fu
fatta in un luogo detto *Sucoth* (tende) probabilmente a
causa delle tende colà rizzate; la seconda ad *Etan*. Però
affine d'ingannare il re d'Egitto, facendogli credere di
essersi smarrito in quelle inospiti e sconosciute solitudini,
Mosè fece accampare il popolo con una marcia retrograda
tra *Migdol* e il mare dirimpetto a *Baal-Sefon*.

Era il sesto giorno dall'uscita d'Egitto, e il popolo alzando
gli occhi videsi vicino la formidabile oste di Faraone.
Smarrito, grida al suo conduttore: «Ecchè! non
eranvi forse sepolcri in Egitto, che ci conducesti a perire
in questo deserto? Perchè ne traesti dall'Egitto?» Mosè,
avvisato da Dio del grande fatto che stava per succedere,
li conforta con queste parole: «Non temete! Oggi per
l'ultima volta voi vedrete gli Egizii. È l'Eterno che combatterà
in vostra difesa». Sorge l'alba del settimo giorno,
e dietro l'ordine di Dio, Mosè batte colla sua verga i procellosi
flutti del mare: ed oh prodigio! le acque si dividono,
e schiudono nel loro seno un ampio passaggio ad
Israele che lieto vi si precipita, onde frapporre il mare tra
sè e l'inimico. Acciecato dal desiderio di vendetta, Faraone
ordina al suo esercito d'inseguire i fuggenti, che
già toccavano l'altra sponda. I soldati accortisi, ma troppo
tardi, dell'estremo pericolo che loro sovrastava affannosamente
gridavano: «Fuggiamo, fuggiamo da Israele,
poichè Iddio combatte per lui contro l'Egitto». Intanto
Israele esce festosamente dal mare, e Mosè batte di nuovo
colla sua verga le acque, le quali con immenso fragore
ripigliano il loro corso ordinario, e seppelliscono nei loro
abissi quegli ostinati oppressori. Un sublime cantico, la
lirica più antica giunta insino a noi, venne composto da
Mosè; e coll'accompagnamento di strumenti musicali venne
cantato dal popolo ad onore di quel Dio, che si dimostrò
tanto buono e potente in suo favore.

.. _`Instituzione della Pasqua`:

Ecco il grande avvenimento che diede origine alla instituzione
della festa di Pasqua o delle azzime *Pessahh* o
*hhag amassod*, che noi celebriamo nel plenilunio di Nissan,
[pg 18]
cioè dai 15 ai 22 di questo mese. La doppia denominazione
con cui viene designata questa festa avviene da ciò,
che colla parola *Pessahh* (che significa *transito*, *salto*) si
vuole commemorare l'incolumità serbata ai primogeniti
ebrei quando l'angelo di Dio uscendo per l'Egitto ad uccidere
indistintamente i primogeniti degli uomini e delle
bestie, *saltava* le abitazioni degli Ebrei frammischiate a
quelle degli Egiziani; e coll'altra denominazione di *hhag
amassod* si vuole ricordare il comando dato da Mosè, e
costantemente quanto scrupolosamente osservato dal popolo
ebreo, di cibarsi d'azzime per tutto il tempo della
sua durata.

Quantunque sia forse cosa superflua, pure ricordiamo,
che lo scopo di questa ordinazione fu quello di volere
commemorare il pane *dell'afflizione* che mangiarono gli
Ebrei nella loro precipitosa uscita dall'Egitto; inquantochè
fu talmente forte lo spavento provato da Faraone e da
tutti gli Egiziani, vedendo istantaneamente cadere esanimi
i loro primogeniti, e non trovarsi casa ove non vi
fossero morti; che raccoltisi frettolosamente presso Mosè
ed Aronne li stimolarono, li obbligarono ad allontanarsi
immediatamente dal loro paese, pregandoli pure a volerli
benedire prima della partenza, onde non avessero ad incontrare
anch'essi la sorte dei loro primogeniti. Gli Ebrei
dovettero pertanto caricarsi sulle spalle la pasta che con
prudente disposizione Mosè aveva fatta loro preparare pel
viaggio, e farla cuocere con sollecitudine in focaccie non
fermentate appena fuori della città.

E qui cade acconcia una osservazione. Tanto questa
solennità come quelle di *Savuóth* e di *Sucóth*, noi le
prolunghiamo di un giorno oltre al numero fissato da
Mosè, e in opposizione a quanto anco attualmente si segue
in Gerusalemme. Ecco il motivo di tale differenza. In
Gerusalemme ove risiedeva il Sinedrio che formava il Senato
della nazione, e di cui noi parleremo in seguito,
si stabiliva il primo giorno del mese dietro le deposizioni
di testimonii irrecusabili di avere veduto la luna
[pg 19]
nuova: e di questa decisione se ne rendevano partecipi
le provincie con fuochi accesi convenzionalmente sopra
certe montagne. Ma dopo la distruzione del Tempio e il
trasporto del *Beth Din* in Iabnè, sul dubbio che l'annunzio
del vero primo giorno del mese arrivasse in tempo nei
luoghi lontani, si decise che si prolungasse di un giorno
la festa; e la Pasqua si festeggiava nei dì 15 e 16 per cui
il 7º e 8º giorno della festa venivano a cadere nei dì
21 e 22 del mese. Questo giorno fu chiamato il *iom tov
scenì scel galuiod* (secondo giorno festivo della dispersione).
E quantunque sia ora impossibile il cadere nell'errore
che si temeva dai nostri antenati, nullameno si
persiste a seguire tale uso quasi universalmente.


_`Inaugurazione del Tabernacolo`.
---------------------------------

Fu pure nel primo giorno di questo mese nel secondo
anno dall'uscita d'Egitto, che fu inaugurato il tabernacolo
fatto fabbricare _`da Mosè nel deserto.` Noi _`ommettiamo`
la descrizione di tale solennità, sia perchè essa riescirebbe
troppo lunga e sia per essere cosa di mediocre importanza
storica. Nelle nozioni di Archeologia, avremo però occasione
di parlare del pregio artistico di quei lavori. Non
dobbiamo però passare sotto silenzio, essere stato tale l'entusiasmo
del popolo nell'offrire preziosi oggetti per erigere
ed arredare quella prima casa d'orazione consacrata
al vero Iddio; che Mosè fu costretto «a fare passare una
voce nell'accampamento onde raccomandarne l'astensione,
essendone già provvisto oltre al bisogno». I direttori dei
lavori furono due artisti di genio designati da Dio stesso,
e che si chiamavano Bessalel e Oliab.


_`Sollevazione del popolo`.
---------------------------

Essendo destino dell'umanità che al bene debba trovarsi
sempre mescolato il male, in maggiore o minore
proporzione, dopo i due fatti precedenti di cui uno glorioso
e l'altro onorevole pel popolo nostro; noi siamo costretti
di presentare ai nostri lettori un fatto deplorevole
[pg 20]
sia per se stesso e sia per le sue conseguenze, avvenuto
nel deserto di Sin.—Poco tempo dopo la morte di Marianna,
sorella di Mosè, venendo a mancare l'acqua [#]_,
il popolo si sollevò contro Mosè rimproverandolo di averlo
tratto dall'Egitto per condurlo in luoghi ove difettava
persino l'acqua. Come sempre, Mosè si rivolse a Dio: e
neppure questa volta gli venne meno il suo soccorso in
favore di quel popolo protervo, che malgrado tanti miracoli,
ad ogni minimo ostacolo che incontrava, perdeva
ogni fiducia nella provvidenza. Mosè ed Aronne fecero
radunare il popolo presso una rupe indicata da Dio, e dalla
quale sgorgò un rivo d'acqua limpidissima. Ma in questo
fatto i due grandi personaggi commisero tale atto di mancanza
verso Dio, (atto che noi avremo occasione di dilucidare
in seguito), che furono anch'essi condannati a
morire nel deserto.

.. [#] Dissero i nostri Dottori che il sasso prodigioso che forniva acqua
   al popolo nel deserto era merito speciale di Marianna: per cui essa
   morta, cessò il prodigio.


_`Passaggio del Giordano`.
--------------------------

Ultimo fatto importante successo in questo mese fu il
passaggio del Giordano. Il Giordano era quel fiume che
separava i paesi di Sihhon e Og dalla terra santa. Morto
Mosè dopo d'avere combattuto e vinto i re di quei due
paesi, perchè si rifiutarono a concedergli il chiesto passaggio
attraverso ai loro stati, e concessone il territorio
in eredità alle due tribù di Gad e di Ruben e alla metà
della _`tribù di Manasse` [#]_, Iddio avvertì Giosuè, che nella
[pg 21]
stessa guisa che il mar Rosso aveva aperto un varco
asciutto al popolo d'Israele, altrettanto avrebbe fatto il
Giordano. Quel giorno memorando fu il decimo del mese
di Nissan, epoca in cui il fiume era straordinariamente
ingrossato. Giosuè ordinò ai sacerdoti portatori dell'Arca
santa di porsi alla testa del popolo per passare il Giordano,
e appena i loro piedi ne toccarono le acque, queste
arrestarono immediatamente il loro corso impetuoso, si
ammucchiarono ai due lati, ed aprirono al popolo un
libero passaggio. Ad eternare la memoria di quel fatto
che, unito ai tanti altri prodigi operati da Dio in favore
d'Israele, finì per gettare lo spavento nel cuore degli abitanti
di _`Canaan,` Giosuè fece innalzare nel Ghilgal un monumento
di dodici pietre levate appositamente dal letto
del Giordano, e rispondenti alle dodici tribù d'Israele.

.. [#] Furono gli stessi componenti le suddette tribù che trovandosi
   possessori di numerose greggie, e riconoscendo come quel paese presentava
   _`grassi pascoli,` pregarono Mosè di concederglielo loro in eredità.
   Mosè aderì alla loro domanda colla condizione che tutti gli uomini
   atti alle armi passassero il Giordano, e aiutassero i loro fratelli a conquistare
   la terra che Dio aveva loro promessa.

   Questa condizione fu scrupolosamente osservata. Fabbricate fortezze
   _`a difesa delle loro donne` e dei loro figli, tutti gli adulti si portarono
   col resto del popolo al di là del Giordano; e non ritornarono in seno
   alle loro famiglie se non quando vennero congedati e benedetti da
   Giosuè stesso, dopo le vittorie da lui riportate sui 31 re che dovette
   combattere.



ARCHEOLOGIA BIBLICA
-------------------

_`Della Palestina`.
-------------------

.. _`§ 1. Limiti, montagne e fertilità della Palestina`:

§ 1.—*Limiti, montagne e fertilità della Palestina.*
````````````````````````````````````````````````````

La Palestina è una piccola contrada della Siria in Asia.
La parola Palestina, presa nel suo senso ristretto, significa
il paese dei Filistini o Filistei, che stendesi lungo il mare
mediterraneo da Gazza al sud, fino a Lidda, al nord. In un
senso più esteso, s'applica a tutto il paese di Canaan detto
anche terra promessa o terra d'Israele, situata fra il mediterraneo,
chiamato nella Bibbia *iam agadol* (mare grande),
il mare morto *iam amelahh*, ed il Giordano.

[pg 22]
Quando Abramo entrò nel paese di Canaan, lo trovò
abitato da dieci popoli che traevano il loro nome dagli
undici figli di Chanaam figlio di Hham.

La Palestina è paese montuoso; due catene di montagne
l'una al di qua del Giordano, l'altra al di là di questo
fiume, stendonvisi per traverso dalla Siria all'Arabia, e
sono interrotte da molti piani.

Le principali montagne della Palestina sono:

1º Il *Libano*, che si compone di due catene nel cui
mezzo sta la gran valle detta dagli antichi *Celesiria*.
Egli è su questa montagna che una volta crescevano in
abbondanza i magnifici cedri tanto celebrati nella storia,
e più particolarmente nella Sacra Scrittura.

2º Il *Carmelo*, catena di monti coperti da boschi di
quercie e di abeti. Le valli che vi stanno frammezzo ombreggiate
da lauri ed olivi ed irrigate da molti ruscelli,
formano un paese deliziosissimo [#]_.

.. [#] Un viaggiatore così termina la sua breve descrizione delle valli
   del Carmelo nella *Revue britannique*: «Codesto quadro, malgrado la
   sua tristezza, non risponde all'idea che si fa della desolante sterilità
   della Palestina. Alla ricchezza della vegetazione si può giudicare che
   _`se questa terra` fosse coltivata con cura, essa sarebbe come altra volta
   il giardino del Signore».


3º Il *Thaborre*, monte rotondo e sublime nella Galilea.
Fu su questo monte che la profetessa Debora levatasi,
come Ella stessa dice nel suo stupendo canto, a madre
d'Israele, eccitò *Barak* a raccogliere un dieci mila uomini
della tribù di Naftali e di Zebulun; e messasi ella stessa
alla loro testa sfidò e vinse Sissera generale del re Iavin
che da vent'anni opprimeva Israele.

4º Le *montagne d'Israele* dette anche *monti di Efraim*,
catena aspra ed ineguale che sta in faccia alle montagne
di Giuda, il cui suolo invece è molto fertile. Nel Deuteronomio
ed in Giosuè si fa menzione dei monti *Ebal* e
*Garizim*, posti l'uno al nord, l'altro al mezzodì di Sichem.

A queste montagne bisogna riferire il famoso monte
[pg 23]
*Moria* ove Abramo erasi portato per sacrificare l'unico suo
figlio, ed ove Salomone fece erigere il più maestoso
Tempio, che l'uomo abbia innalzato ad onore dell'unico
vero Iddio; e il monte *Sion* ove era la città di Davide.

5º *Le montagne di Galaad*, poste al di là del Giordano.
A questa lunga catena appartiene il monte Nebo ove salì
Mosè per contemplare la terra promessa avendogliene Dio
impedito, colla morte, di entrarvi. Il Sinai e l'Oreb, il
primo famoso perchè fu su d'esso che Dio proclamò il Decalogo:
il secondo perchè fu su d'esso che Dio apparve a
Mosè nel roveto ardente, e lo decise alla grande impresa
della redenzione d'Israele; si trovano nell'Arabia Petrea
fuori della Palestina.

Capitale del regno sotto Davide e Salomone, del regno
di Giuda dopo il distacco delle dieci tribù dalla dinastia
davidica, e di tutto il lungo periodo che durò il secondo
Tempio, fu Gerusalemme. Più avanti si troverà la descrizione
di questa città cotanto celebrata nella storia e la
descrizione del tempio di Salomone. Non taceremo che vi
furono alcuni scrittori, i quali, giudicando lo stato antico
della Palestina da quello che presenta attualmente, dissero:
che Mosè ingannò gli Ebrei quando promise loro un
paese «colante latte e miele, e prodigiosamente fornito di
ogni cosa per trarre la vita in continua abbondanza»; per
poi dare loro un paese montuoso ed arido. Ma così non
è: poichè, oltre alla storia biblica che ad ogni passo ci fa
fede della prodigiosa fertilità di quel paese, come proveremo
innanzi, abbiamo pure la testimonianza degli storici
profani, quali Ecateo contemporaneo di Alessandro il
Grande, Tacito, Ammiano, Marcellino e Plinio.

Se ora quel paese è sterile, ne sono causa le devastazioni
successive dei Babilonesi, Egiziani, Sirii, Romani,
Saraceni, Arabi [#]_, ecc. e l'attuale mancanza di coltura.

.. [#] Gerusalemme fu presa e saccheggiata 17 volte, dice Chateaubriand:
   nessun'altra città provò simile sorte.... Quella contrada divenuta preda
   del ferro e del fuoco, i campi inculti perdettero la fertilità ecc.

   .. class:: right

      *Itineraire*, tom. 2.

[pg 24]

.. _`§ 2. Dell'agricoltura e suoi strumenti`:

§ 2.—*Dell'agricoltura e suoi Strumenti.*
`````````````````````````````````````````

La pastorizia e l'agricoltura, furono i due rami d'industria
ai quali primamente si dedicarono gli uomini, chiamativi
dalla necessità di soddisfare i materiali loro bisogni.
Iddio pose Adamo nell'Eden, non perchè vi conducesse
una vita di contemplazione oziosa, ma affinchè *lo custodisse
e lo lavorasse*. I due figli che egli procreò dopo il
suo fallo, si dedicarono appunto uno alla pastorizia, l'altro
all'agricoltura: e all'agricoltura troviamo dedicato Noè
appena uscito dall'arca. Desiderando Mosè che il suo popolo si
dedicasse particolarmente all'agricoltura, la favorì in tutti
i modi. Nel corso di questo lavoro, noi avremo occasione
di parlare di parecchie sue opportune e savissime disposizioni
prese a tale riguardo, fra le quali primeggiano
quella della partizione del territorio nazionale, e quella
dell'anno sabbatico. Riserbandoci di esaminare i diversi
motivi che dettarono queste due disposizioni, diremo intanto
che la prima tendeva a riparare diverse piaghe
dell'agricoltura che si possono riassumere nelle tre seguenti:
1º Le grandi proprietà, che in mano di uomini
potenti e sensuali sono cariche di sontuosi edifizi, di eleganti
giardini, di deliziosi boschetti. 2º Il continuo succedersi
dei coloni. La mancanza di una cognizione vera
ed esatta del terreno che si deve coltivare ha un'importanza
massima sul successo dei ricolti. 3º Le spese e i
lavori ai quali si è spesso obbligati per migliorare il terreno,
e a cui difficilmente vi si assoggetta, colui a cui
manca la sicurezza di un lungo possesso.

Gli strumenti che in principio si adoperavano per arare
i campi, dovettero essere molto semplici, consistendo probabilmente
in soli bastoni aguzzi. Nel Deuteronomio si
parla d'uno strumento, con cui gli ebrei dovevano fare
un buco nel terreno fuori del campo pei loro bisogni naturali;
e questo arnese detto *Iathed* probabilmente era
una specie di vanga o di pala che serviva anche ai lavori
di terra. Però nel primo libro di Samuele si fa menzione
[pg 25]
di vari strumenti aratorii, quali sono: *mahharesced* vomere,
*eth* zappone, *kardom* scure, *mahharesciâ* sarchiello. Il
*malmed* era lo stimolo dei buoi.

.. _`§ 3. Suoi prodotti`:

§ 3.—*Suoi Prodotti.*
`````````````````````

Sono menzionati nella Bibbia i seguenti cereali: *dagan*
grano, *hhittà* frumento, *nisman dohhan* miglio, *cussémed*
spelta, *seorà* orzo.

I legumi od erbaggi venivano detti con nome generico
*jarak* (da *ierek* verde) od *oróth*. Erano tali: il *pol* fava, gli
*adascím* lenti, i *kisciuím* cetriuoli, gli *abbatihhím* poponi,
i *bessalím* cipolle, il *hassir* porro, lo *scum* aglio.

S'incontrano pure i nomi di parecchi fiori e di molte
specie di alberi fruttiferi ed infruttiferi. Lo *sciuscian*
viene interpretato pel giglio, la *hhabasseleth* per rosa.
Il vocabolo *dudaim*, col quale si sottintende il frutto della
mandrágola, probabilmente era qualche fiore d'amore derivando
dal vocabolo *dud*. Il *karkom* indica lo zafferano,
la *laanà*, l'assenzio, e l'*ezov* trovandosi spesso contrapposto
all'*erez*, cedro, fa credere che fosse una pianta piccolissima.

Fra gli alberi fruttiferi sono nominati il *thappuahh*
melo, il *thamar* palmizio, il *rimon* melagrano, il *theenà*
fico, il *zaid* olivo, il *sciacked* o *luz* mandorlo, e l'*egoz*
noce.

La vite *ghefen* fu in ogni tempo coltivata con grandissima
cura. Molte viti avevano il loro ceppo abbastanza
alto perchè si potesse starvi sotto comodamente, onde la
frase che s'incontra spesso nella scrittura: *essere assiso
sotto la sua vite e sotto il suo fico*, per significare il godimento
di una vita fortunata e tranquilla.

=====

[pg 26]




_`IIAR` (*Aprile-Maggio*).
==========================

.. _`Diluvio`:

«Ed il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo in terra e
ne ebbe il cuore addolorato [#]_». Con queste parole,
premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece
manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come
quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s'ingolfasse
in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango
di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse
Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere
usare il massimo rigore annientandola [#]_.

.. [#] Il Celeberrimo Maimonide nel suo *Morè nebohhim* dimostra luminosamente
   come questa e tantissime altre consimili espressioni bibliche
   quali: *il braccio dell'Eterno*; *odorò Iddio*; *discese Iddio per vedere*, non
   intendano di materializzare Iddio in nissun modo; ma siano adoperate
   esclusivamente per addattarsi al nostro intendimento. La parola dell'uomo
   si trova impotente a esprimere convenientemente gli ineffabili
   attributi di Dio, e le inesplicabili vie per le quali si conduce colla umanità;
   per darne un'idea si è costretti a servirsi delle espressioni con cui
   _`si rappresentano` le cose materiali e i loro attributi.

   Non possiamo astenerci di rapportare il seguente aneddoto Talmudico
   relativo al soggetto di cui stiamo intrattenendoci:

   Un ateo s'imbattè un giorno in un Rabbino e gli disse: «Nella vostra
   legge si nega la previdenza al vostro Dio: poichè nel fatto del diluvio
   sta scritto: «e il suo cuore ne fu addolorato» Perchè creare l'uomo
   per poscia pentirsene e addolorarsene?».

   «Mio caro, rispose il dotto rabbino: Non fosti mai padre?»—«Si»—«Ebbene!
   non sapevi che tuo figlio dovrà sostenere fatiche e dolori per
   poscia morire? Perchè il procreasti e festeggiasti la sua nascita?»—«Penso
   e spero che potrà anche essere felice, darmi care soddisfazioni
   ed essere il sostegno e il conforto di mia vecchiaia»—«Così
   Iddio che creò l'uomo per la felicità, ritiene che mercè la carità e la
   giustizia, potrà raggiungere quella _`mêta` assegnatagli malgrado la veemenza
   delle sue passioni che spesso lo fanno deviare dalla virtù e dalla
   rettitudine».


.. [#] Anche nel castigo meritato dai tristi geme la divina misericordia.
   Dissero i nostri Dottori che quando gli Egiziani stavano per essere sommersi
   nel mare Rosso gli angeli intuonarono il cantico. «Come! disse
   Iddio, le mie creature affogano nel mare e voi intuonate il cantico!».

[pg 27]

Nella universale corruzione un uomo solo, Noè [#]_, seppe
mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare
la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un'arca
ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con
una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei
quadrupedi ed uccelli puri [#]_, dei quali doveva accoglierne
sette coppie.

.. [#] Si ricava dalla Bibbia che i nomi imposti in quei tempi ai bambini
   si riferivano o a qualche speciale incidente occorso alla madre prima o
   all'atto dello sgravio; o valevano a rappresentare qualcosa relativa al
   bambino stesso; o servivano a commemorare qualche luttuosa circostanza
   pubblica o privata o la speranza di vedere compiuto qualche
   desiderio. Egli è per questo che la nascita di quel bambino avvenuta
   in tempi assai tristi fu salutata dal padre, Lemehh, augurando agli uomini
   un più lieto e riposato vivere, epperció chiamò il suo nome *Noahh* (da
   *nahhà* riposare o da *nahham* consolare) con dire: Questi ci sarà di conforto,
   in mezzo al nostro lavoro, ed al travaglio delle nostre mani, proveniente
   dal terreno che il Signore ha maledetto».


.. [#] Mosè distingue gli animali in *puri* ed in *impuri*. Sono da lui dichiarati
   puri quelli della cui carne ci è permesso di cibarci, impuri tutti gli
   altri. In quanto agli uccelli Mosè non ci somministra veruna indicazione
   per distinguere gli uni dagli altri, ma specifica nominatamente egli stesso
   gli impuri quali: l'aquila, il nibbio, il corvo, lo struzzo, il falcone, ecc.;
   in quanto ai quadrupedi dichiara soltanto puri quelli forniti di unghia
   fessa e che sono ruminanti: e in quanto ai pesci dichiara puri solamente
   quelli che hanno pinne e squamme.


I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d'impiegare
120 anni nella costruzione dell'arca, nell'intento
che venendo egli interrogato dell'uso a cui essa doveva servire;
Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro
capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s'uniformò all'ordine
di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni
non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli
empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e
scherni.

L'esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni
allorchè entrato nell'arca coi membri della propria sua
[pg 28]
famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste
di viveri, le acque cominciarono a cadere.

.. _`Sulla longevità degli anti-diluviani`:

L'arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per
lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per
meglio impedire all'acqua di penetrarvi, essa misurava 300
braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non
v'ha dubbio che o l'uomo antidiluviano aveva uno sviluppo
fisico proporzionato alla sua longevità [#]_, e quindi assai
superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura
all'arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune.
Altrimenti non si saprebbe comprendere come un'arca
[pg 29]
di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l'infinita
varietà di animali che vi ebbero stanza, e l'immensa provvigione
di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere
al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori
per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno
diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si
aprirono; l'oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò
sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150
giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le
cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l'arca
di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano,
portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La
colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far
della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo,
lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile
l'insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da
questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato,
abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell'arca. La
colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con
una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una
foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare
al suo ospite che per quanto ella fosse grata
e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto
abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran
lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio
lavoro.

.. [#] Quantunque non sia nostra intenzione di entrare in disquisizioni
   filosofiche o filologiche, che in questo lavoro sarebbero affatto inopportune,
   tuttavia noi teniamo a dare nel modo più semplice e breve, che
   per noi si possa, la ragione o la dilucidazione di alcuni pochi fatti o
   precetti, che giudicati superficialmente possono parere molto oscuri. Daremo
   ora pertanto alcuni schiarimenti sul fatto della longevità, constatata
   dal Pentateuco, di parecchi uomini antidiluviani e che fu oggetto
   di tante controversie tra i dotti.

   Il celebre Maimonide nel summentovato *Morè nebohhim*, dopo d'avere
   dimostrato insussistente la teoria di quanti vollero sostenere, che
   gli anni d'allora fossero di una durata assai più breve degli attuali;
   stima che la longevità antidiluviana non fosse generale, ma individuale
   ai pochi uomini nominati nel Pentateuco: e ciò per divina parzialità
   verso di loro in premio del loro tenore di vita morigerato e virtuoso.

   Abrabanel, seguendo l'opinione del Nahhmanide, respinge questa spiegazione.
   Ritiene invece generale la longevità negli uomini antidiluviani,
   attribuendola: 1º Alla differenza degli alimenti di cui si cibavano allora
   e che appartenevano esclusivamente al regno vegetale; 2º alla vita
   morigerata e virtuosa delle prime generazioni umane; 3º alla purezza e
   soavità dell'atmosfera straordinariamente alterata e guastata dal diluvio
   e dalle morbose esalazioni di tanti residui animali corrotti; 4º alla necessità
   di popolare la terra con maggiore sollecitudine; e finalmente al
   vantaggio che tale longevità procurava alle arti e alle scienze appena
   nascenti, poichè moltiplicava gli ammaestramenti della esperienza. In
   quanto al braccio che servì di misura per l'arca, lo stesso Abrabanel
   opina che effettivamente fosse più lungo del nostro, e che in media
   equivalesse a sei braccia di un uomo pos-diluviano.


Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno
prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l'arca. Quali
sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà
provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava
indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era
intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido
deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette
ben presto il sentimento del dovere.

Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti
al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua
riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato
[pg 30]
un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse
lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l'uso di cibi animali,
loro proibiva formalmente il sangue [#]_. Sono
significanti le parole colle quali condanna il suicidio,
perchè prova non dubbia dell'immortalità dell'anima, di
cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le
seguenti:

.. [#] «Però fortemente, dice altrove il Legislatore, tu devi astenerti
   dal mangiare il sangue, perchè il sangue è elemento di vita: e tu non
   devi mangiare la vita (ciò che dà la vita) colla carne. Non devi mangiarlo,
   ma versarlo in terra come acqua. Non mangiarlo; e così, facendo
   cosa grata al Signore sarai felice, e lo (saranno) i figli tuoi dopo di te.

«Farommi poi rendere conto dell'omicidio che attenterete
sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall'anima
sua immortale [#]_».

.. [#] Vedi traduzione e commento Reggio, e Dizionario Lib. sul vocabolo
   *hhaià*.

.. _`I sette comandi Noèchidi`:

L'alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli
sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente
i più ovii principii della religione naturale.
Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare
un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome
di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere
adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare
i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un
membro strappato o tagliato ad un animale vivo.


_`Censimento del popolo`.
-------------------------

Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che
Mosè, dietro ordine di Dio, invitava i capi delle dodici
tribù d'Israele a fare il censimento degli uomini atti alle
armi; vale a dire dagli anni 20 in su. Il risultato, esclusa
la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu di 603550.
Quarant'anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle
rive del Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò
un secondo censimento che diede un totale di 601730.
Non farà meraviglia alcuna la diminuzione nella cifra, se
[pg 31]
si considerano i disagi, le privazioni d'ogni specie sofferte
dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di
tutto per le mortalità che infierirono nel popolo per la
deplorabile sedizione di Corahh, pel fatto degli esploratori,
e per l'adorazione di Baal Peór. È antico assioma
che la popolazione non aumenta che nella pace, nella
prosperità e nell'abbondanza di ogni cosa.

E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo
fuori proposito segnalare quello ordinato da Davide circa
500 anni dopo il summentovato. Dopo le tante guerre
sostenute per la conquista del paese che Dio aveva promesso
al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo
e sicuro sul suo trono; inviò il suo fedele generale
Gioab per tutto il regno, onde conoscere il numero totale
degli uomini atti alle armi che risultò di 1300000: fatto che
dimostra evidentemente come la monarchia d'Israele fosse
allora la più possente dell'Asia. Ma il precipuo intendimento
che ci fece citare questo fatto, non fu quello di
dare il numero dei soldati di cui Davide poteva disporre
o segnalarne la conseguente prosperità del popolo; ma
per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide
e Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel
quale si impiegarono 9 mesi e 20 giorni, una terribile
pestilenza infierì nel popolo d'Israele miettendo in brevissimo
tempo ottanta mila vittime. Lo storico sacro, lascia
supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato
appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè
ricorrere al sovrannaturale quando si tratta di un fatto
che si spiega naturalmente con tanta facilità? Per adempire
all'incarico avuto, Gioab e i suoi coadiutori si stabilivano
sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove dovevano
convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo
che non si trasandassero, cosa abbastanza difficile,
i precetti d'igiene, pure una tale agglomerazione d'individui
in paesi tanto caldi, non può recare meraviglia che
abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia contaggiosa;
come non può recare meraviglia che costernato
[pg 32]
alla notizia che la pestilenza si avvicinava alla Capitale,
Davide propiziasse Dio onde vi mettesse un termine accusando
se stesso il solo autore di tante sventure.

Conviene pure notare che alla narrazione del censimento,
lo stesso storico fa precedere quale spiegazione
l'avvertenza che Dio era adirato contro Israele per motivi
che però non palesa, e che fu Davide stesso che scelse
la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in
guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio
misericordioso, anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni
modo i due censimenti del popolo fatti eseguire da Mosè,
per ordine espresso di Dio, dimostrano insussistente l'opinione
che sia proibito di numerare il popolo sotto pena
di pestilenza [#]_.

.. [#] Il su citato Abrabanel con chiare e convincentissime ragioni
   sostiene e dimostra la verità della su espressa opinione contro le argomentazioni
   di parecchi altri commentatori, i quali s'appoggiano oltre
   al fatto di Davide al primo paragrafo della lezione di *Chi tissà*, e col
   quale si obbligano i futuri numerandi del popolo a versare un mezzo
   siclo d'argento al tesoro del Tempio quale offerta di espiazione.



_`Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone`.
-----------------------------------------------------

Un altro fatto della più alta importanza successe in
questo mese. Resisi tributarii i più potenti popoli vicini,
sin dagli ultimi anni del regno di Davide, Israele godeva
di tutta quella prosperità materiale e morale, che può
essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati
ad un re, che alla gloria delle armi seppe unire
una sapiente amministrazione e una prudente politica. La
Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza era salita a
tale grado, che al tempo di Salomone l'argento aveva
quasi perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo
religiosissimo univa le qualità di valentissimo musico e di
altissimo poeta, non ancora soddisfatto delle lodevolissime
disposizioni per le quali circondò di decoro e di ordine il
[pg 33]
Culto divino; manifestava un giorno al profeta Nathan il
suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del
Dio d'Israele.

Ma Dio non gli permise d'incarnare il suo pensiero nobilissimo;
inquantocchè le sue mani avessero versato molto
sangue. Ed era giusto. Il Tempio che è legame di pace,
di amore e di concordia tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e
l'uomo; il Tempio ch'è quel sacro luogo ove il nostro
cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s'inspira alla
virtù, alla carità, alla purezza; non poteva essere l'opera
di un re conquistatore, per quanto le guerre da lui intraprese
avessero un fine nobilissimo: la redenzione del
patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.

Però per la sua predilezione per quest'uomo che fece
tanto bene ad Israele, e che a fronte di alcune colpe da
lui commesse aveva un cuore pio e santo, pieno di nobili
e generose aspirazioni; Dio lo assicurava per bocca dello
stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe effettuato
il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che
quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo
giorno di questo stesso mese di Iiar, Salomone valendosi
degl'immensi tesori lasciatigli a tale uopo dal padre, pose
le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la durata di
sette anni e mezzo.

La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth
fu di una splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati
22000 buoi e 120000 pecore [#]_. Immensa fu la gioia
del popolo che in quel grandioso, ricchissimo ed imponente
edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo lungo desiderio
religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza
e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e
politica.

.. [#] Si vedrà più lungi che dopo di avere lasciato all'altare e ai sacerdoti
   la parte ad essi assegnata dalla legge sui sacrifizii; il resto, cioè
   il più, serviva ad alimentare le turbe.


La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è
[pg 34]
degnissima di nota. Cominciò a ringraziare Iddio di tanti
favori accordati al padre suo, e di quello poi insigne di
avere reso lui stesso degno di dedicargli quella Casa; enumerò
le diverse contingenze che avrebbero potuto condurre
gli individui e il popolo intiero a versare la piena del
loro dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente
col cuore confortato; e finalmente con un
sentimento di tolleranza tutt'altro che comune alle idee
generali di quei tempi, così soggiunse: «E anche lo
straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a
supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera
e compi i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni,
quanto il tuo popolo Israele, siano portati ad adorarti
dalla cognizione della tua potenza e della tua bontà».


ANTICHITÀ DOMESTICHE
--------------------

_`Abitazioni degli antichi Ebrei`.
----------------------------------

Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti
a conoscersi sono, a nostro avviso, quelle che riguardano
la composizione della famiglia, le basi su cui essa
era fondata e i reciproci rapporti che ne univano i componenti.
Però sia per l'importanza che hanno le abitazioni
sull'igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia
perchè la cognizione delle medesime serve per comprendere
parecchie descrizioni degli autori sacri; crediamo
indispensabile farvi appunto precedere un breve cenno
sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle
caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare
dei villaggi, delle città e delle case.

.. _`§ 1. Le Caverne`:

§ 1.—*Delle Caverne.*
`````````````````````

In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle
montagne dell'Armenia come nelle isole Baleari e nell'isola
di Malta, alcuni popoli non avevano altra dimora
[pg 35]
che antri scavati nel sasso onde furono detti *Trogloditi*,
parola che deriva dal greco e che significa: «quelli che
s'ascondono nelle caverne [#]_». Le montagne dell'Arabia,
della Giudea e della Fenicia, erano in gran parte piene
di tali sorta di caverne; che per essere molto ampie potevano
dar ricetto a buon numero di persone. Maundrel
nel suo *Voyage de Jerusalem* (pag. 198) ci da la descrizione
d'una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e
tanto ampia da essere divisa in circa dugento camere
ciascuna di dodici piedi in quadrato. E la Bibbia ci porge
anch'essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in una
caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare
all'eccidio di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono
i cinque re inseguiti dai soldati di Giosuè dopo la totale
disfatta dei loro eserciti; sono pure caverne le abitazioni
che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi dai Madianiti
affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti
dei loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide
riparò coi suoi quattrocento soldati per isfuggire
dalle mani di Saulle. Queste caverne dopo d'avere servito
di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati, divennero
in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.

.. [#] Il vocabolo ebraico *Hhorì* (libero) è indubitatamente adoperato per
   indicare una tribù *Troglodita* inquantocchè la radice di questa parola
   sia *hhor* che significa: *foro*, *caverna*.

.. _`§ 2. Le Capanne`:

§ 2.—*Le Capanne.*
``````````````````

Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti
per molti riguardi; il principale dei quali
era la difficoltà di ridurle accomodate ai bisogni della
vita. Per questo motivo esse dovettero ben presto venire
sostituite dalle capanne *sucoth*, le quali vennero riconosciute
tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che
non andarono affatto in disuso anche quando l'arte ebbe
inventate abitazioni più perfette e più sicure.

[pg 36]

.. _`§ 3. Le Tende`:

§ 3.—*Le Tende.*
````````````````
.. _hóel:
.. _iadéth:

Per l'inconveniente che presentavano le capanne di non
potere essere trasportate con facilità dalle popolazioni
_`nomade`, si dovette ben presto pensare a sostituirvi le
tende *hóel*, che serbando l'identica forma della capanna,
presentavano il vantaggio di essere trasportabili. Primieramente
le tende venivano fatte con pelli d'animali, ma
poscia s'impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che
stendevansi su pertiche, tenacemente conficcate al suolo
col *iadéth* (cavicchio), affinchè potessero resistere all'impeto
del vento. Quantunque la S. Scrittura ci faccia sapere
che i patriarchi vivevano in tende, ci fornisce però pochissime
nozioni su tal sorta di dimore. Dalle descrizioni
che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli
Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su
quelle dei più antichi loro padri, pare che le grandi tende
fossero divise in tre parti: La prima parte che si trova alla
stessa entrata è occupata dagli schiavi; la seconda è assegnata
agli uomini; e la terza che ne forma il fondo, è
riserbata alle donne. Quest'ultima parte è detta dagli arabi
*alcobbah*, che indubbiamente corrisponde al vocabolo *kubbà*
ebraico adoperato nel Pentateuco per designare la camera
cubicolare. L'abitudine e l'amore alla indipendenza d'una
vita errante e campestre, aveva reso tanto famigliare agli
antichi questa maniera di vivere sotto le tende, che la continuarono
ancora molti secoli dopo che l'arte aveva inventate
le case. Così fece Abramo quando entrò nella
terra di Canaan quantunque il paese fosse pieno di città;
così fece Giacobbe al suo ritorno dalla Mesopotamia presso
la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala dopo
entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi
popoli dell'Oriente.

.. _`§ 4. Villaggi e città`:

§ 4.—*Villaggi e Città.*
````````````````````````
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si
moltiplicarono sulla terra dovettero provare un prepotente
[pg 37]
bisogno di abitare a poca distanza gli uni dagli altri, per
potere più facilmente prestarsi mutuo soccorso nei loro
reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il leggendario
Onì.

La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano
soddisfatto da Caino stesso, il quale fabbricò una città *ir*
o *kirià* che chiamò *hhanoch* dal nome del figlio. Subito
dopo il diluvio, gli uomini si occuparono nuovamente a edificare
diverse città fra le quali *Ressen* la grande, che stava
in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.

Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina
e nell'Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei
paesi molte città governate da capi detti *melech* re, *aluf*
duce dominante, *nascì* principe.

Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono
il popolo d'Israele di avere trovate città assai
grandi e fortificate; prima di passare il Giordano le tribù
di Gad e di Ruben edificarono città e fortezze a difesa
delle loro famiglie che lasciarono al di qua di quel fiume.

Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti
col nome di *migrasc*, *hhavà*, *chefar*.

Le città principali venivano possibilmente edificate su
qualche altura, e spesso cinte da doppio e triplice ordine
di mura. Il muro principale detto *hhomà* era munito di
tratto in tratto da alte torri, e aveva davanti un fosso
profondo, oltre al quale era l'antimuro detto *hhel*.

Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell'interno
d'essa, esistevano piazze *rehhovód*, che servivano
tanto ai pubblici mercati, quanto a luogo di residenza
dei magistrati per l'amministrazione della giustizia. Mancando
allora le botteghe, si capirà facilmente che le
mercanzie si tenevano esposte all'aperto sotto tende o capanne.

.. _`§ 5. Le Case`:

§ 5.—*Le Case.*
```````````````

All'ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero
le case *baiith* tutte di un solo piano, sormontante da un
[pg 38]
terrazzo che serviva non solamente per passeggiare e respirare
aria più pura, ma ancora per farvi i pasti e passarvi le
notti della state. Egli è per questo motivo che il legislatore
ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo, non trascurando
neanche le cose di minor conto trattandosi di
evitare loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente
ordinazione di guernire l'orlo del tetto di un muricciuolo
o parapetto *maaké* alto abbastanza per impedire le
cadute. In processo di tempo gli Ebrei seppero fabbricarsi
case ampie e alte particolarmente nelle grandi città, e
decorarle non solamente con molto buon gusto ma con
molto sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo
delle arti coltivate dai medesimi.

In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra
che la maggior parte delle case grandi e ricche avessero
quattro ale o divisioni formanti un cortile quadrato detto
*toch abaiith* (corte interiore), e precedute da un cortile
esterno detto *hhasser*, destinato a ricevere le persone che
ordinariamente non venivano ammesse nell'interno della
casa. È molto probabile che il quartiere delle donne fosse
collocato nella parte la più remota, poichè quando Davide
volle significare come si manifesti la benedizione di Dio
su d'un uomo pio, si servì della seguente espressione
poetica:

«La tua moglie sarà quale feconda vite *beüarchethè
bethécha* (nella estremità della tua casa). I tuoi figli saranno
quali giovani piante d'olivo, intorno al tuo desco»—Dalle
profezie di Amos e di Geremia, si ricava che i ricchi
avevano appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.

Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta,
è il profeta Ezechiele.

.. _`Mezuzà, Sissith e tefilim`:

Tanto le città quanto le case avevano porte *sáar* [#]_ di una
[pg 39]
o di due imposte. La porta formata di un'imposta sola si diceva
*deleth*, e quella formata di due imposte *delathaim*. L'architrave
si chiamava *mascof* e gli stipiti *mezuzoth*. Certo
si sa per insegnamento ricevuto sino dai più teneri anni, che
questa parola fu traslativamente appropriata ad indicare
un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in una canna
o vetro, e contenente i due primi paragrafi del *Schemanh*
e che si pone nello stipite dell'uscio delle case dal lato
diritto di chi vi entra. Sul di dietro di questa pergamena
sta scritta la parola *sciaddaï* che deriva dalla radice *sad*
mammella, e viene tradotta in italiano per: prima causa
d'ogni cosa, onnipotente, provvidente [#]_.

.. [#] Questo vocabolo indica spesso il vuoto della porta e talora anche
   la città intiera o i cittadini o i magistrati suoi. Così il vocabolo *pedahh*
   che preso da taluni nel senso dell'uscio, non ne indica che l'ingresso o
   il limitare.


.. [#] Questo precetto di Mosè parimenti a quello del *Sissith* che doveva
   applicarsi ai quattro angoli degli abiti, e dei *Tefilin* che si portavano
   al capo e al braccio sinistro tutto il giorno, e attualmente nel
   tempo della preghiera mattutina, hanno uno scopo solo: quello di
   mantenerci costantemente virtuosi impedendoci di dimenticare neppure
   un istante la presenza di Dio, e il dovere che abbiamo di non posporre
   all'interesse o ai diletti del senso i suoi sacrosanti ordini di lealtà e
   di purezza. Quanti peccati e diremo anche quanti delitti di meno
   avrebbe a deplorare la società qualora tutti gli uomini si ricordassero
   sempre ed ovunque che all'occhio di Dio nulla sfugge, e che per ripetere
   l'espressione di Davide, «le più fitte tenebre sono per lui luminose
   come il giorno!». Il timore di Dio purifica il cuore e lo fa forte contro
   le tentazioni. Non ci pare fuori di posto il seguente racconto:

   Un dottore stava per morire. I suoi discepoli che muti e tristi ne
   circondavano il letto colsero un istante in cui pareva che i suoi dolori gli
   concedessero una tregua, e lo pregarono di volerli benedire. Voglia
   Dio, rispose il dottore, che il di lui timore sia nei vostri animi tanto
   efficace, quanto è efficace il timore di un uomo. A questa benedizione
   i discepoli fecero tali atti di stupore che non poterono sfuggire al moribondo,
   il quale soggiunse: O figli miei! Non vi paiano strane o prive
   di valore le mie parole. Ditemi in grazia! Qual'è il pensiero che più
   preoccupa un uomo quando sta per commettere un'azione riprovevole?
   Di non avere testimoni che possano accusarlo; pensiero che fu espresso
   da Giobbe colle parole: «e l'occhio del malfattore attende la notte dicendo
   fra se stesso: non mi potrà scorgere occhio umano». Ora, se il
   timore di Dio parlasse altrettanto forte nel suo pensiero si lascierebbe
   egli trascinare al peccato?

[pg 40]

Le porte si chiudevano con *sbarra* o *chiavistello* detto
*beriahh*. Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola
che si possa veramente tradurre per *serratura* poichè
la parola *manùl* derivando da *naál* (*calzare*, *chiudere*),
probabilmente voleva indicare non una serratura ma un
legaccio o una catena a cui si attaccava il *beriahh*; ciò
nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.

.. _`Dei Sciofetim (giudici)`:

Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè
nel racconto della morte d'Eglone ucciso da Aód [#]_ si
dice che i servi di questo principe presero un *mafteahh*
(chiave), per aprire l'uscio che s'era chiuso dietro di sè
l'uccisore.

.. [#] Morto Giosuè e tutti i suoi coetanei, che erano stati testimoni
   dei grandi fatti operati da Dio in favore di Israello; sorse una nuova
   generazione la quale lasciandosi adescare dagli ignobili e sensuali allettamenti
   dei riti del paganesimo, abbandonò prestamente la legge di
   Mosè, e contrasse matrimonii con donne straniere.

   In punizione della sua ingratitudine, Dio dava il suo popolo in
   balìa delle nazioni che Giosuè non ebbe tempo di vincere, e che ne
   facevano aspro governo. Ma quando angosciato e pentito, si rivolgeva
   a Dio supplicandolo di perdono e di soccorso; egli allora commovendosi
   alle sue miserie, inspirava qualche coraggioso cittadino a farsi
   suo difensore.

   Questi uomini vengono distinti col nome di *sciofethim* (giudici) quantunque
   fossero in fatto veri *dittatori* nominati talvolta da una sola tribù
   e talvolta da tutto il popolo intiero. Il primo di tali *sciofethim*, che vinse
   Cussan re di Aram, fu certo Othniel il figlio di Chenaz fratello minore di
   Caleb. Ma dopo quarant'anni di pace, gli Ebrei ritornarono da capo ai loro
   traviamenti; e Dio permise che fossero di nuovo angariati per diciotto anni
   da certo Eglon re di Moab. In capo a questo tempo Iddio inspirò certo *Aód*
   di salvare i suoi fratelli. Ed ecco come avvenne il fatto. Costui fu incaricato
   di portare al re un presente, che probabilmente non era altro
   che una quota di tributo. Compiuta la sua missione e congedato il suo
   seguito, disse al re di avergli a confidare qualcosa d'importanza. Il re
   fece allontanare immantinenti tutti i suoi servitori, e scese dal trono.
   Convien sapere che il re era assai pingue e Aód mancino. Quando
   questi due uomini si trovarono di fronte, con un rapido movimento
   Aód estrasse un lungo coltello che teneva celato dal lato destro, e lo
   conficcò sino al manico nel ventre del re che cadde al suolo esanime.
   Aód uscì dalla camera chiudendo l'uscio dietro di sè; e arrivato nel
   monte di Efraim raccolse alcune migliaia di soldati: affrontò i Moabiti
   che presi alla sprovvista e mancando di direzione, vennero trucidati
   in numero di dieci mila. Questa vittoria apportò ottant'anni di pace.

[pg 41]

I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo
*levenim* da *lavan*, bianco, perchè fatti di argilla
bianca comunissima in Oriente. È singolare che il procedimento
di formare e cuocere i mattoni, sia attualmente
eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.

I legni che venivano adoperati principalmente negli
edifizii erano il sicomoro, l'acacia, il palmizio, l'abete e
l'olivo. Il cedro molto più prezioso di tutti questi s'adoperava
soltanto negli edifici sontuosi. Nella descrizione
della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che dal
suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d'un legno
detto *almugghim* o *algummim*. Isaia parla pure del legno
*teascur*, tradotto per *bosso*, ma che forse non era che una
specie di cedro. Le case d'*avorio* di cui si parla nel libro
dei Re e nelle profezie di Amos, venivano così dette per
la grande copia di lavori d'avorio che le decoravano.

.. _`§ 6. Mobili`:

§ 6.—*Mobili.*
``````````````

Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia
relativamente ai mobili sono assai scarse. Nella descrizione
dei sacri arredi del Tabernacolo non troviamo menzionati
che gli specchi *maròd* (fatti con rame lucente), la
tavola *sciulhhan*, le caldaie *assirod*, i bacini *mizrecód*, le
forchette *mizlegod*, le palette *mahhtod*, la lampada a più
becchi *menorà*, il bacile *kearà*, e la conca *chior*.

E così quando all'epoca dei re una signora di *Sunem*
propone al marito di fare allestire una camera appartata
pel profeta Eliseo, non troviamo menzionata che una tavola,
una menorà, una *mità* (letto) e un *chissé* (sedia). Ciò nullameno
è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i ricchi
dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti
[pg 42]
dal bisogno e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti
progressi tali da occuparsi in oggetti di puro lusso per
ornamento muliebre quali orecchini, anelli e smaniglie.

====


_`SIVAN` (*Maggio-Giugno*)
==========================


Coll'intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi
di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange
le sue ritorte; con *mano alta* esce da quella terra che
fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il
paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che
già avevano avuto in esso lunga dimora.

Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una
educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare
la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il
cuore: onde quella stessa libertà, ch'è il più caro tesoro
dell'uomo, non degeneri in licenza alterando il morale
equilibrio della società e preparandole spensieratamente
disordine e rovina.

Egli è per questo che quasi appena data la libertà al
suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto,
i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo
del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.

Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.

.. _`Proclamazione del Decalogo`:

Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall'Egitto,
ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando
frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da
spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio
stesso proclamava sul Sinai il Decalogo [#]_: compendio
[pg 43]
religioso-morale non solo d'Israele, ma della intiera umanità;
inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi
doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente
da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti
ha un carattere tutt'affatto speciale verso al popolo d'Israele;
perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per
averlo tratto dalla schiavitù d'Egitto.

.. [#] Decalogo è voce greca, che significa *dieci parole* ed è la esatta
   traduzione dell'espressione ebraica *Ascered adevarim* o *Ascered adiberoth*.
   I nostri dottori sempre solleciti a valersi di qualunque fatto
   da cui si potesse ricavare qualche morale insegnamento, fecero rimarcare
   la predilezione che ha Dio pei deboli e modesti dal fatto, che per
   dare la legge al suo popolo, Egli scelse il Sinai ch'è una delle più basse
   montagne dell'Arabia.


Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con
corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito,
il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii
di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni
che furono, dice Mosè a Israele, dall'una all'altra
estremità della terra, dal dì che Dio pose l'uomo
sulla terra sino al giorno d'oggi, se mai abbia avuto luogo
ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un
popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia
proposto direttamente a lui le basi del suo patto! [#]_» È
Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima
ogni sorta di schiavitù [#]_ e di caste [#]_; proclama colla
sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti
l'Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse
dall'Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei),
[pg 44]
dice a questo proposito l'abate Gúenée, nissuna di quelle
ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani
ed i Romani; nè quell'oltraggiante disdegno d'un ordine
di cittadini per l'altro; nissuna di quelle barbare istituzioni
che altrove riuniscono *in una parte* della nazione i privilegi
e l'autorità.... Tutto conduceva all'eguaglianza naturale».
E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la
legge è nell'interesse della nazione intiera, e non del tale o
tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere
basate che sull'utilità comune».

.. [#] In altro luogo si troveranno schiarimenti su questa espressione,
   quantunque nel mese precedente a questo, abbiamo già riportato le parole
   di un nostro illustre filosofo su tali espressioni bibliche, che prese
   letteralmente parrebbero umanizzare Iddio, cosa questa che sarebbe
   in perfetta _`contradizione` collo spirito che informa tutta la legislazione
   mosaica.


.. [#] Nelle nozioni archeologiche che daremo sulla famiglia saremo necessariamente
   portati a parlare della schiavitù presso gli antichi ebrei;
   e dalle nostre parole risulterà con evidenza che se Mosè non l'abolì
   pienamente di fatto, ciò fu per una concessione a certe idee o bisogni
   affatto temporanei come avvenne per la poligamia e pei sacrifici: ma
   che tale concessione fu da lui subordinata a tante restrizioni da renderne
   l'applicazione assai più apparente che reale.


.. [#] Naturale conseguenza della unità della razza umana proclamata
   dal Genesi e confermata dalle scoperte dei secoli posteriori. Perchè,
   domandano i nostri dottori, fu creato un sol uomo ad essere padre di
   tutte le generazioni della terra? Per darci due ammaestramenti. Il
   primo è che chi uccide un uomo è come distruggesse un mondo, e
   chi salva un uomo è come salvasse un mondo; il secondo è per mantenere
   la pace fra l'umana società, affinchè una generazione non possa
   dire all'altra: «il padre mio fu più grande del tuo».


Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare
idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto
esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè
egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino
alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza
coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono
in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della
Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni?
Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta?
Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro
padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo
ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini,
che per le impressioni portate seco dall'Egitto e
per l'esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati
sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle;
Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova
ogni giorno [#]_. _`Daltronde` la Bibbia intiera
[pg 45]
protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni
esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce
ai giudici onde non si lascino influenzare da verun
sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione
verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione:
«Non saranno fatti morire i padri per i figli nè
i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è
inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge
le seguenti parole agli abitanti della terra d'Israele: «Che
andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono
l'agresto e i denti dei figli sono allegati? L'uomo giusto
vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio
d'un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente.
La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità
dell'empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà
dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli
perirà a cagione di quelle. E quando l'empio si ritira dalle
malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità,
egli si procura la vita».


.. [#] La infinita misericordia di Dio si è rivelata, mediante questo testo
   all'umanità nel più sublime dei suoi aspetti. Niuna mente umana avrebbe
   potuto concepire ed esprimere la distinzione tra gli effetti del
   bene e quelli del male. Appena, adesso, dopo il tesoro raccolto di
   secolari minutissime osservazioni fisiologiche, morali e metafisiche, la
   scienza umana è giunta a constatare la verità di questa _`Bibblica` dottrina,
   che, cioè, i risultati delle opere malvagie cessano prestamente
   alla terza e quarta generazione che vi perduri, perchè il male distrugge
   sè medesimo, ma il bene reca frutti perpetui che non cessano per
   volgere di secoli, e determinano il perfezionamento umano e la umana
   felicità.

   .. class:: right

      :small-caps:`Mortara.` *La Religione Israelitica*, pag. 160.



Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa
equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato
come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori
del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione:
«_`E i figli degli uccisori` non fece morire, uniformandosi
a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata
da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè
i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».

Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del
Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama
[pg 46]
alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione,
amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve
venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi
gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione
che per noi si può maggiore.

Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria
della creazione del mondo. Conviene però avvertire
che la santificazione del sabbato non consiste unicamente
nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire
se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e
la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e
l'istruzione.

Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo
il corpo necessita di un giorno di riposo, così l'anima
dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo
quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per
tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo,
onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare
la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali.
È questo appunto il doppio benefico fine dell'instituzione
del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle
parole: *hhassì l'Adonai* (metà a Dio per l'istruzione religioso-morale)
*vehhassì lachem* (e metà a voi pel riposo
del corpo e pei leciti passatempi).

Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia
e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo
padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere
adulterio; non rubare; non attestare il falso; non
desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.

Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia
tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l'avidità di
possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non
rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto
che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei
nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la
nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre
passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti
[pg 47]
dall'onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui
ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto
riconosceremo allora la profonda sapienza che
dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero
ricco colui che è contento del proprio stato».

.. _`Savuòd`:

Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione
che venne instituita la festa del *mathan torà* (proclamazione
della legge) o *savuod* (delle settimane), perchè
accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua.
S'intitola pure, *iom abicurim* (giorno delle primizie): poichè
in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie
per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa
stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato
nella festa di Pasqua.


_`Società domestica` presso gli antichi ebrei.
----------------------------------------------

.. _`§ 1. Matrimonio`:

§ 1.—*Matrimonio.*
``````````````````

«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore [#]_, non
v'ha più famiglia, non affetti domestici, non più pace e
confidenza nel commercio della vita; ma solamente mistero
e perfidia sotto il medesimo tetto paterno». Il matrimonio
quale venne stabilito da Dio all'aurora del mondo, era
naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di
licenza: pure, malgrado il diluvio, la corruzione generale
fece di bel nuovo sì rapidi progressi, che al tempo di Mosè
non solamente si commettevano laidezze brutali, ma gli atti
più osceni erano divenuti presso molti popoli parte essenziale
del loro culto religioso.

.. [#] :small-caps:`G. S. Cellèrier`, *Esprit de la legislations Mosaïque*.

Temendo Mosè che il popolo ch'egli voleva *santo* e *modello*
a tutti gli altri tanto per civile e religiosa sapienza
quanto per la purezza dei costumi, si lasciasse sedurre dallo
esempio dei popoli vicini, non lasciò intentato nissun mezzo
onde premunirlo contro la _`corruttella` e la licenza dei costumi.
Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse
[pg 48]
severissime pene per l'oltraggio al pudore, per l'infedeltà
delle mogli e l'adulterio dei mariti. In più luoghi poi non
cessa di ricordare che la distruzione totale dei Cananei,
comandata da Dio, era appunto la punizione delle loro stomachevoli
e laide azioni per le quali la terra stessa contaminata
e polluta, ne li rigettava dal suo seno.

La monogamia, ovverosia l'unione di un solo uomo con
una sola donna, è l'instituzione primitiva del matrimonio.
Lamech fu il primo che contravvenne a questa disposizione
sposandosi a due donne Adà e Sillà.

Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia,
sia perchè vi trovò un ostacolo nel clima per cui
quell'uso si era generalizzato (e dura tuttavia oggigiorno
in quelle contrade), e sia per non dare accesso ad altri mali
maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose conseguenze
con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie
disposizioni.

Egli ricordò: 1º che la monogamia era d'instituzione divina
e che Noè e i suoi tre figli, i patriarchi [#]_, Giuseppe,
lui stesso [#]_ ed Aronne suo fratello, erano monogami;
2º espose i disordini, le contese, le dissenzioni che
spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi
futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a
corrompere i loro cuori».

.. [#] Se Abramo tolse Agar, ciò fu per consiglio _`della stessa sua moglie`
   _`Sara` oltremodo addolorata di non avere prole; e se Giacobbe ebbe quattro
   mogli ciò è da attribuirsi intieramente alle circostanze speciali che ne
   lo obbligarono.


.. [#] Un passo del Pentateuco piuttosto oscuro lascierebbe supporre
   che precedentemente a Zeffora Mosè avesse sposato una donna mora
   *Cussid*. Più avanti nella vita di Mosè si troverà qualche schiarimento su
   questo fatto.


Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta
in matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine.
È Abramo che manda Eliezer a chiedere Rebecca in
moglie ad Isacco suo figlio. Sansone avendo vista in Timnà
[pg 49]
una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese consapevoli
i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e richiederla
per lui in moglie.

Tra gli sponsali *eresc*, e la ceremonia delle nozze vi correvano
per lo più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei
mesi od un anno. Quest'opinione si fonda sulle parole che
Labano rispose ad Eliezer dopo la conclusione degli sponsali
tra la sua sorella Rebecca ed Isacco. Insistendo quegli
per l'immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia
la ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se
ne andrà». Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso
dal dì degli sponsali. Egli è perciò che qualora
il fidanzato, dopo gli sponsali, si fosse rifiutato di contrarre
matrimonio definitivo, era obbligato di dare lettera
di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la fidanzata
fosse caduta in fallo con altr'uomo, veniva trattata
siccome adultera. La ragazza, raggiunta la sua età
maggiorenne, 12 anni [#]_, non poteva in niun modo venire
obbligata ad accettare uno sposo suo malgrado, e a
sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno
preso da suo padre anticipatamente. L'unico caso in cui
la fanciulla non godeva piena libertà di sposarsi a chi
meglio le talentava, era quando mancando di fratelli essa
veniva dichiarata l'ereditiera del patrimonio paterno; perchè
in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine
della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.

.. [#] È quasi superfluo che noi facciamo riflettere che in quel clima
   caldissimo lo sviluppo fisico dell'uomo era, ed è, assai più precoce che
   nei nostri paesi.


Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata
che quale contratto puramente civile, epperciò
spoglio di qualunque ceremonia religiosa. Il padre o il
più autorevole dei parenti impalmava i giovani sposi, impartiva
loro la benedizione nuziale, ed invocava su loro i
favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che ordinariamente
benedice la giovine coppia, e legge l'atto del
[pg 50]
contratto redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica) [#]_
scritto sopra un foglio di pergamena e da consegnarsi poscia
al padre della sposa.

.. [#] La formula di cotest'atto detto *chedubà* (scrittura) è certamente
   dei tempi dei Talmudisti. Pensiamo non essere fuori di posto il darne
   _`qui la traduzione`.

   Il giorno..... della settimana, alli..... del mese... dell'anno... dalla
   creazione del mondo, in questa città..... posta presso al fiume.....
   Isacco figlio di..... disse a Rebecca figlia di..... sii mia sposa secondo
   la legge di Mosè e di Israele. E io prometto di provvedere ai tuoi
   materiali bisogni secondo l'uso dei mariti ebrei, che condegnamente
   provvedono i necessari alimenti ed indumenti alle loro mogli. Oltre
   a ciò ti prometto l'amicizia coniugale cosa comune a tutti i popoli
   della terra. Rebecca consente a divenire moglie d'Isacco e gli porta in
   dote la somma..... alla quale lo sposo aggiunge la somma... onde essa
   abbia in totale..... Questa dote e donazione lo sposo garantisce e assicura
   sui suoi beni presenti e futuri. E noi testimoni accertiamo ecc.


Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi
come pare che risulti dalle parole di Labano a Giacobbe,
dalla storia di Sansone, e dall'uso costantemente mantenutosi
sino ai giorni nostri. E non erano i soli parenti ed
amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato
medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli
sposi; poichè Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo
non fosse soggetto alla leva nè venisse sottoposto a verun
carico pubblico per un anno intiero; onde se ne stesse a
casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».

Il vocabolo *pileghesc*, che si trova tanto spesso nella
scrittura, viene tradotto in italiano impropriamente per
*concubina* poichè il suo valore è tutt'altro. La *pileghesc*
era moglie legittima ma inferiore alla padrona di casa.
Ciò che la distingueva dall'*Hissà* (moglie), era la non
celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.

.. _`§ 2. Levirato`:

§ 2.—*Levirato.*
````````````````

Il levirato, *Jibum*, è una legge in forza della quale il
fratello doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale
[pg 51]
senza prole; attribuire legalmente al defunto il primogenito
dei figli che avrebbe procreato da quella donna, e
trasmettergli la eredità dello stesso [#]_. Questa legge era
antichissima poichè noi la troviamo già praticata da
Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola
non ingiunse che venisse applicata inesorabilmente in tutti
i casi.

.. [#] «Onde non venga cancellato il nome suo in Israele» dice il testo:
   ciò che prova che esistevano fra gli ebrei tavole genealogiche nelle quali
   s'inscrivevano tutti i padri di famiglia. Un regolamento particolare
   esentava il re dal dovere del levirato onde non esporlo alle umilianti
   _`conseguenze del rifiuto.` Il sommo pontefice ne era escluso di diritto
   essendogli per legge proibito di sposare una vedova.


E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa
aveva per oggetto di procurare uno stato alla vedova,
di trasmettere ai posteri il nome di un caro parente, di
moltiplicare le famiglie e favorire l'accrescimento della
popolazione; non v'ha dubbio che dall'altro lato essa _`poteva`
cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo
alla libertà dei maritaggi, sia danneggiando gli interessi
delle famiglie. Fu per quest'ultimo motivo appunto che
Ruth venne rifiutata in moglie dal più prossimo di lei
parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato di
rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla
seguente cerimonia.

La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva
loro il rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole:
«Il mio cognato ricusa di far risorgere in Israele
il nome di suo fratello, egli non vuole compiere verso
di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire
quell'uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad
adempiere al suo dovere, ma se egli persisteva nel suo
rifiuto e ripeteva: «Non voglio pigliarla»; allora la sua
cognata gli si appressava e in presenza degli anziani e
di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede,
gli sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all'uomo
[pg 52]
che non vuole edificare la casa del proprio fratello [#]_».
Ed egli veniva chiamato in Israele: «La famiglia dello
scalzato [#]_».

.. [#] Per farsi un'idea giusta di quest'atto che a molti parrà strano e
   spregevole, bisogna considerare che esso veniva compiuto da una donna
   che oltre all'affronto personale che riceveva con tale rifiuto, vedevasi
   tolta per esso la protezione e l'appoggio del fratello del proprio marito,
   vale a dire di colui che la natura e la legge avevano designato per
   primo suo amico e difensore.


.. [#] Opinano taluni commentatori, che l'uomo che si rifiutava a sposare
   la cognata e quindi a perpetuare il nome del fratello, perdeva
   il diritto di perpetuare il suo, che più non compariva nei registri: e
   la sua discendenza portava il nome non di famiglia del tale, ma sì di
   famiglia d'un anonimo, nota soltanto sotto l'ignominioso nome di:
   «scalzato».


Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna
era dichiarata libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud
ci trasmise copia di tale atto che noi non accenniamo
per la sua lieve importanza.

.. _`§ 3. Moglie sospetta`:

§ 3.—*Moglie sospetta.*
```````````````````````

Dissero i nostri dottori: «L'adulterio genera la maledizione
ai padri. La donna infedele allo sposo mentisce a
lui e mentisce a Dio; perchè è il Signore che ha accolto
il suo giuramento e le fa legge di osservarlo».

Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione
per raccomandare la illibatezza dei costumi; per quanto
egli ne abbia promossa la realizzazione con prescrizioni
eccellenti; cionullameno ben prevedendo che non sarebbero
bastate le persuasioni per impedire il mal fare per
quelle perverse nature che non difettano mai, neanche
nelle società le meglio ordinate, fece pure appello al rigore
statuendo la morte _`per pena dell'adulterio.` Ma come
pur troppo può succedere che certe nature sospettose si
lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove
esso non esiste veramente; per questo Mosè nell'intendimento
di sottrarre la moglie sospetta dall'ira del marito,
[pg 53]
la sottopose ad un rito che può appellarsi *giudizio di
Dio*, poichè a lui solo *scrutatore delle reni e dei cuori*,
se ne lasciava appunto la decisione.

Ed ecco in che consisteva questo rito.

La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito
al cospetto del sacerdote con un'offerta detta di *Gelosia*,
e nella quale non mettevasi nè olio nè incenso come usavasi
per le altre offerte. Il sacerdote poneva tale offerta
tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso in
una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell'acqua
consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa
e le presagiva i mali orribili che le avrebbe causata quell'acqua,
qualora essa si fosse trovata colpevole. Scriveva
in un *Sefer* (libro) tali sue dichiarazioni, le cancellava
nell'acqua [#]_, e poscia porgeva quell'acqua alla donna
affinchè la bevesse.

.. [#] Vedete, dissero i dottori, quanto torni cara a Dio la concordia
   domestica, che per ricondurla in una famiglia permise che il santissimo
   suo nome fosse cancellato nell'acqua.


Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente
e pura della colpa che si sospetta in te, sarai esente della
malefica virtù di quest'acqua amara e maledetta; ma se
invece sei colpevole, e tradisti la fede giurata a tuo marito,
Iddio farà sì ch'essa ti apporti una morte pronta e
crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo
al tuo popolo». La donna era obbligata a rispondere:
«Amen, amen».

I talmudisti riferiscono che quest'uso venne abolito alcuni
anni prima della distruzione del Tempio: poichè posta
in dimenticanza la legge di Dio, corrotti i costumi e fattosi
comune l'adulterio fra gli stessi mariti, Iddio aveva
privato d'efficacia una simile prova.

.. _`§ 4. Divorzio`:

§ 4.—*Divorzio.*
````````````````

«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde
e puro la divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte
[pg 54]
lasciandovi lo spirito del male ad esercitare la sua triste
influenza» [#]_. Come nell'ordine fisico gli uomini diversificano
l'uno dall'altro per la Conformazione delle membra
e per la regolarità e venustà della loro disposizione, altrettanto
avviene nell'ordine morale: differenziando essi
l'uno dall'altro per istinti, per indole, per passioni, per
coltura dell'ingegno e per la sensibilità dell'animo. Supponendo
ora l'unione di due persone di sesso diverso e
dotate di un carattere morale totalmente opposto, è cosa
naturale la persuasione che si andrebbe incontro a tristi
conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità
di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti
con un nodo indissolubile.

.. [#] Sotà, cap. 2.

E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale
eventualità che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio [#]_.
Secondo la legge era il marito solo che aveva
il diritto di dare il divorzio alla moglie qualora avesse
trovato in essa qualche *ervath davar* (qualcosa di sconcio) [#]_.
Era però permesso alla moglie di citare innanzi
[pg 55]
ai tribunali il marito qualora esso avesse mancato a qualche
clausola del contratto matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze
persistendo esso nella sua sleale condotta verso la
moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di fatto e libera
di sposarsi ad altr'uomo.

.. [#] Il divorzio non viene ammesso dalle nazioni cattoliche perchè
   contrario ai loro principii religiosi. Vi fu solo introdotta *la separazione
   dei coniugi*. Non è nostra intenzione l'enumerare gli inconvenienti di
   tutt'altra specie, ma a parer nostro senza dubbio maggiori, che presenta
   questa legge su quella mosaica. Ci limiteremo solo a constatare che non
   solamente vi furono altravolta autorevoli giureconsulti e scrittori di vaglia
   che propugnarono la instituzione del Divorzio; ma che progetti di
   legge furono presentati in questi ultimi tempi alle assemblee nazionali
   di Francia e di Italia a tale scopo: e che in ambidue i paesi si tengono
   pubbliche conferenze per dimostrare che colla sua adozione non solamente
   sarebbero resi alla felicità molti sventurati, ma che sarebbe ridotto
   d'assai il contingente delle prigioni e dei bagni.


.. [#] È probabilissimo che nella mente di Mosè l'espressione *ervath
   davar* stesse per qualificare l'adulterio. Certo nei tempi posteriori quando
   la religione, e con essa, la virtù perdettero d'efficacia e la licenza ebbe
   il sopravvento nel popolo, il divorzio prese maggior estensione. Si fu
   allora che le due scuole di Hillel e di Sciammaï disputavano sui
   motivi che potevano legittimare tale atto, patteggiando la prima anche
   per motivi meno gravi. Dobbiamo però affrettarci a soggiungere, che
   erano tanto complicate e minuziose le formalità che si richiedevano
   per quest'atto: erano tali i consigli che il magistrato era in dovere di
   porgere all'offeso marito, da disporlo sicuramente a più miti pensieri
   ove non fosse stato indotto a tal passo da motivi seriissimi, o da invincibile
   incompatibilità fisica o morale.


Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il
diritto _`di ripudiare la moglie:` 1º In caso di seduzione della
sua propria moglie prima delle nozze; 2º Se dopo sposata
l'avesse calunniosamente accusata d'impudicizia innanzi
ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque amare.
Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla
moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata
ad altre nozze. Riguardo all'atto stesso del ripudio Mosè
si limita a dire: «e scriverà a lei una carta di ripudio
e gliela consegnerà in propria mano, e la manderà via di
casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula
di tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:

«_`Il giorno...` della settimana... del mese... dell'anno... dalla
creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io...
così chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza
esservi costretto in nissun modo, ho voluto rimandare e
_`rimando te...` figlia di... già mia moglie, e ti permetto di
andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio con qualunque
altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede
del che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza
di rimando, certificato di divorzio secondo la legge di Mosè
e d'Israele».

====

[pg 56]


_`THAMUZ` (*giugno-luglio*)
===========================

.. ..trucco per saltare un livello di titoli. Brutto.

|nbs|
-----

.. _`Digiuno`:

Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti
ad Israele. Sei sono i digiuni stabiliti nel corso dell'anno.
Quello della espiazione *chipur* l'unico comandato
da Mosè; quello di Ester il giorno precedente a Purim,
istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da
quella Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio
la sua protezione prima di esporsi al pericolo di morte,
presentandosi non chiamata ad Assuero; e quattro ordinati
dai Profeti.

Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo
è quello che accade il giorno 17º di questo mese. In origine
esso si faceva ai 9 di questo stesso mese, per commemorare
il triste avvenimento della breccia aperta nelle
mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re
dell'Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia
per commemorare l'altra breccia che in tale giorno fu
aperta nelle medesime mura dai Romani, i quali in tale
congiuntura si impadronirono della parte bassa della santa
città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi avvenimenti
che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento
fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme,
e dello sfacelo della politica esistenza della nazione di
Israele che non tardò a verificarsi, e di cui tratteremo
diffusamente nel mese venturo: e il principio per la
nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali
non ancora chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo
oltre 18 secoli.

.. _`§ 5. Fanciulli`:

§ 5.—*Fanciulli*.
`````````````````

L'onore attribuito alla fecondità e l'obbrobrio di cui
erano coperti nell'opinione nazionale il celibato e la sterilità,
influivano assai sull'accrescimento della popolazione
degli Ebrei. La tradizione poi colle sue speranze e le sue
[pg 57]
promesse tendeva come le loro instituzioni a produrre questo
effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa
come le stelle del cielo e come l'arena del mare; e nella
benedizione del padre non mancava mai l'augurio di numerosa
prole. «Non sarà in te nè uomo nè donna sterile,
dice Mosè al popolo d'Israele, fra le promesse di premii,
che fa loro per l'osservanza delle leggi di Dio». Era
pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta
quale benefizio e benedizione di Dio ed un titolo di gloria
in Israele, come la privazione di prole un castigo celeste
ed una vergogna. «Oh dammi dei figli, esclama con amarezza
la dolente Rachele a suo marito, altrimenti io mi
muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni
e le concesse il figlio tanto ardentemente desiderato,
ella lo chiamò Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che
gliene volesse concedere un secondo. «Oh questa volta io
debbo ringraziare e lodare Iddio che mi concesse un quarto
figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E la povera
Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi
la troviamo ai piedi dell'altare di Dio supplicandolo a
toglierla all'onta della sterilità, e promettendo di consacrare
al suo servizio il figlio che sarebbe per concederle.
E tanto profonda era l'amarezza del suo cuore, e così
assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a
quanto la circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la
rampognava qualificandola ebbra.

«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda
nell'interno di tua casa, i figli tuoi quali rampolli d'olivo
intorno alla tua mensa. Così è benedetto l'uomo temente
Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace su Israele».

.. _`§ 6. Circoncisione`:

§ 6—*Circoncisione.*
````````````````````

In origine pare che fosse la madre quella che designava
il nome del figlio e che glielo si imponesse al momento
della nascita. Così si rileva da diversi passi della Genesi.
Però in seguito il nome si imponeva ai figli maschi all'atto
della circoncisione, e si solennizzava tal giorno con
[pg 58]
un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si
segue ancora oggigiorno ovunque.

Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo
maschio nel giorno ottavo dopo la sua nascita. Pertanto,
la circoncisione, specie di suggello impresso sulla stessa
nostra carne, era ed è destinata a distinguere il popolo
d'Israele da ogni altra nazione e a ricordargli continuamente
il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo
principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza,
quali sarebbero la preservazione di alcune malattie
spesso mortali nei paesi caldi.

Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento
della circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo
in pericolo la vita del marito nel loro viaggio verso l'Egitto
per la trascuranza [#]_ di tale precetto, ella stessa circoncide
suo figlio con una pietra affilata. Ed è pure con
un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè
fece circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che
Israele errò nel deserto e che non vennero circoncisi. Secondo
il Talmud è il padre stesso che dovrebbe circoncidere il
figlio: ma richiedendosi per tale operazione speciali cognizioni
e perizia, per schivare quei pericoli che potrebbero
risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da chirurghi
o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli
studi necessari.

.. [#] Questa trascuranza non provenne sicuramente che dalla fretta
   di Mosè di adempire al mandato che ebbe da Dio di portarsi da Faraone
   o dal timore che il bambino avesse a correre qualche pericolo nel
   viaggio.


Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i
diritti di primogenitura, che erano immensi, su qualunque
dei suoi figli. Mosè tolse ai padri questo diritto che era
indubitabilmente fonte di ingiustizie, di discordie, e di
delitti; e limitò il diritto del primogenito a una doppia
parte nella eredità paterna sui fratelli. Il primogenito era
pure l'erede presuntivo del trono paterno, quantunque la
[pg 59]
legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque
altro figlio a suo successore.

.. _`§ 7. Educazione`:

§ 7.—*Educazione.*
``````````````````

Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la
cognizione della legge di Dio: che secondo il Legislatore
era per Israele un titolo di sapienza e di prudenza al cospetto
delle nazioni, e la unica e immancabile sorgente
della sua materiale e morale grandezza e felicità. I principi
ed i grandi pare che avessero in casa maestri che
educavano ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii
occhi. In origine oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti
del cittadino, l'educazione tendeva probabilmente all'agricoltura
e alla guardia del gregge: ma coll'estendersi e
prosperare del regno, i fanciulli venivano generalmente
pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze. Nella
Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero
Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica
degli Ebrei ai Romani (esclusa quella dei profeti che era
diggià fiorente all'epoca di Samuele); poichè il primo
che ne abbia instituito fu il figlio di Gamlà, la cui memoria
ci fu perciò tramandata dai nostri dottori fregiata dal
titolo di benemerito dell'istruzione.

Prima d'allora era il padre stesso che impartiva l'istruzione
religiosa ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico
che nel Semanh (che è un sublime compendio delle
verità della nostra Religione) costituisce il padre maestro
dei suoi figli: «Sulle cose ch'io ti comando oggi, dice
egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare
per la via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il
loro scopo era unicamente quello di trattare materie religiose
e morali pel bene dello stato in generale.

L'educazione delle ragazze variava naturalmente secondo
la condizione e la qualità delle persone. Erano però anche
esse istrutte nella legge e nella letteratura, come ci attestano
le ammirabili cantiche di Debora e di Anna. Però
[pg 60]
venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la
educazione inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei
loro costumi possiamo argomentarlo dalle parole che Thamàr
figlia di Davide rivolge al fratello Amnon che tentava di
indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel mio non farmi
ingiuria che tali cose non s'usano in Israele. Deh! non
volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere
la mia vergogna? E tu potrai soffrire di venir
considerato tanto vile in Israele?» Nè avrebbe potuto succedere
diversamente quando la legge ordinava che una
donna maritata convinta d'impudicizia prima delle sue
nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna
per la colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in
Israele.» Quale terribile minaccia si fa con tale disposizione
alle ragazze, ma alle madri specialmente onde agli
ammaestramenti e agli esempi accoppiassero un'indefessa
ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie agiate
non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri;
poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia
e le figlie di Ietro conducenti le greggie al pascolo colle
loro secchie sulle spalle.

.. _`§ 8. Schiavi`:

§ 8.—*Schiavi.*
```````````````

«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi
furono trattati così umanamente come presso gli ebrei».
In principio la virtù dei patriarchi rese loro sempre sopportabile
e dolce il dispotismo che avevano sopra di essi;
e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine della sorte
loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire assolutamente
anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio
potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso
gli schiavi, risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla
all'inumanità colla quale venivano trattati quegli
infelici, non diremo in quei tempi di universale ignoranza
e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi più prossimi
[pg 61]
a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire
i Greci ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati
meno dei bruti, e col consenso della legge venivano massacrati
per semplice passatempo, dati pascolo alle fiere dei
loro circhi, e gettati pascolo a certi pesci carnivori, quali
le murenne, che si allevavano in appositi serbatoi, onde
riescissero più graditi ai palati di quegli inumani Sardanapali.
È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia.
Dame romane dimentiche di ogni elementare principio di
quella delicata bontà che forma il più bel pregio del loro
sesso, e divenute insensibili agli strazii delle loro vittime;
percuotevano a sangue le loro schiave per la menoma
negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i
seni di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi
e degli spilli dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma
lasciamo queste tetre descrizioni che rattristano il cuore;
e ritornando al nostro proposito, esaminiamo alcune di
quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che
in seguito a percosse causava la morte a un suo schiavo:
e bastava il mutilarlo anche di un dente o di un occhio
solo perchè venisse dichiarato libero. Come il padrone, lo
schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era proibito
di molestare o consegnare al padrone quello schiavo
che per i maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi
presso di loro in cerca di un asilo, ma si doveva permettergli
di prendere stanza in quella città che sarebbe
stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli
schiavi non ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome
di schiavi è affatto improprio, poichè la loro condizione
era tanto mite, tanti doveri di umanità e di delicati riguardi
erano imposti al padrone verso di loro, da inspirare
ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende
un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia
ebraica, ci piace aggiungere alcune considerazioni generali
sullo spirito delle ordinazioni che la reggevano.

[pg 62]
Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata
quale oggetto di sensuali diletti, e sempre schiava del
padre o del marito. La sua condizione era tutt'altro ohe
invidiabile persino presso i Romani e i Greci, tanto celebrati
nella storia per civile sapienza e per politica grandezza.
La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre
era padrone assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli,
venderli od ucciderli qualunque fosse la loro età e il loro
grado. Pensiamo ora noi quale moralità, quale confidenza
e dolcezza in tale consorzio di schiavi sottomessi all'autorità
e al capriccio d'un padrone che la certezza dell'impunità,
l'altrui esempio, e l'abitudine del comando potevano
rendere ciecamente feroce.

.. _`La famiglia ebrea—Considerazioni`:

Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In
esse non esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la
religione sancivano la perfetta eguaglianza dei due sessi,
poichè dalle stesse prime pagine del loro libro venerato
risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva instituito il
matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la donna
inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un
nome a tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile
a lui; quando gli fu presentata la donna da Dio stesso, egli
esclamò: «Questa è finalmente, osso delle mie ossa, e carne
della mia carne; questa deve chiamarsi Hiscà (donna) poichè
dall'Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile insegnamento!
La donna non è la schiava dell'uomo, ma la sua compagna,
un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente
e per conseguenza precedute spesso dall'amore, o
almeno da una reciproca stima e simpatia che facevano
sperare armonia e concordia. I soavi pensieri, le dolci cure
di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei
legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali
furono sicuramente finchè il popolo si mantenne fedele
alla parola di Dio.

Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il
fatto, che nello stato e nella famiglia, i diritti della donna
per quanto potevano conciliarsi coi riguardi dovuti alla
[pg 63]
sua maggiore sensibilità, alle sue domestiche occupazioni,
agli altri doveri speciali al suo sesso, erano pareggiati
a quelli dell'uomo.

Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna
a capo delle donne intuona l'inno della vittoria
sulle sponde del mar Rosso; e alla caduta di Golia son le
donne che colle loro patriottiche laudi al guerriero vincitore,
feriscono al vivo l'invido cuore di Saulle.

Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele
allo sposo coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse
di offendere la suscettibilità della donna indigena,
descrivendone i liberi costumi e i colpevoli inganni verso
l'inesperta gioventù; dice valere meglio di qualunque cosa
una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa,
distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura
che egli fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare
di stupendo nel suo genere. È un modello della
donna libera, laboriosa e sapiente; l'affermazione della fiducia
sconfinata che colle sue nobili doti seppe acquistare
dal marito e dell'immenso e meritato ascendente che ha
sulla famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa
tristissima che voi fate e per la quale Iddio non si rivolge
ai vostri presenti perchè il suo altare è coperto di sospiri
e di lagrime. Ma perchè dite voi?—Perchè voi tradite iniquamente
la donna alla quale vi lega un patto solenne».

Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le
donne assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne
dovevano trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva
di tenere in capo ad ogni settimo anno nella festa dei
Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la legge all'udienza
del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù babilonica
prestarono il loro giuramento d'adesione al nuovo
ordine di cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti
alla riverenza dei figli. «Onora tuo padre e tua madre
se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel Decalogo.
Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di
voi abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice
[pg 64]
suo padre o sua madre sarà fatto morire». «L'occhio
che si fissa irriverentemente torvo sul padre o sulla madre,
dice l'Ecclesiaste, merita di essere acciecato dai corvi».
Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono così
definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi
ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i
loro discorsi con irriverenza o impazienza; averne ogni
cura nella loro vecchiaia, e fare quanto può loro tornare
utile o gradevole.

L'unico dovere imposto al padre [#]_ era quello d'addottrinare
il figlio nella religione e nella morale: parlandogliene,
come dicemmo, nel suo stare in casa, nel suo andare
per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo alzarsi.

.. [#] In una famiglia nella quale tutto era stato savissimamente disposto
   perchè rafforzando i sentimenti naturali l'amore vi regnasse sovrano,
   qual bisogno di tracciare doveri tra padri e figli oltre quelli del rispetto
   e timore dei secondi verso i primi? Su questo tema Salomon Fiorentino,
   valente poeta nostro correligionario, dettava un magnifico sonetto
   col quale, ricordando il fatto di Davide che piange amaramente
   il tristo figlio che tento di rapirgli e regno e vita, termina colla seguente
   terzina che ci piace di rapportare:

   |  «Oh del figlio inuman se un padre ha cura
   |  La legge parli minacciosa al figlio
   |  Che dolce al genitor parlò natura».


Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni
sulla famiglia Israelitica, colla ferma convinzione, che per
quanto poco noi abbiamo detto su tal soggetto, pure debbano
risultarne le due seguenti verità: 1º Essere stata la
legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna la
somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e
regolate per modo che non avendo esse altro limite oltre
quello segnato dal pudore e dalla sua speciale costituzione,
non servissero ad arma di licenza e venissero a menomare
quelle soavi prerogative che fanno di lei l'angelo
tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione Mosaica
la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le
sue naturali e vere basi: moralità, stima ed affetto.
[pg 65]




_`AB` (Luglio-Agosto).
======================


Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese
infausto del popolo d'Israele; inquantochè in esso abbiano
avuto compimento i terribili castighi già minacciati da
Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo invano, dai
profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti
i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo
e del secondo Tempio di Gerusalemme.

Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne,
avvenuta sopra il monte Hor nell'anno quarantesimo dell'uscita
d'Israele dall'Egitto, e 123° della sua età.

.. _`Ritorno degli esploratori`:

La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il
ritorno degli esploratori spediti da Mosè nel paese di
Canaan.

Ci fermeremo a narrare diffusamente quest'avvenimento
anch'esso luttuoso per parecchi motivi, per indi parlare
della distruzione dei due Tempii di Gerusalemme, ma in
particolare modo del secondo, maggiormente importante
_`per noi.` Infatti dal dì della sua caduta data non solo la
cessazione della indipendenza politica d'Israele, ma il principio
di quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni
inenarrabili, che se la mercè di Dio cessarono ora in quasi
tutta l'Europa civile, e delle quali noi dobbiamo conservarne
la memoria per solo rammarico di vedere distrutto quel
centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge
divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta
costanza verificarono alla lettera l'espressione di Davide:
«Tutto questo soffrimmo ma non dimenticammo Te,
_`(Dio)` e non mentimmo al tuo patto», dobbiamo però constatare
che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni durano tuttavia
in parecchie contrade, dove il sole della libertà e della
universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi
penetrare _`i suoi raggi benefici.`

Correva il secondo anno dall'uscita d'Egitto, e il popolo
d'Israele, che toccava oramai i confini dell'Emoreo,
si raccolse presso Mosè e lo richiese di mandare «innanzi
[pg 66]
a sè alcuni uomini ad esplorare il paese che doveva conquistare:
onde sapessero indicargli «la via per cui doveva
andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione
di questo desiderio poteva interpretarsi come un atto
di diffidenza verso lo stesso suo condottiero, che ripetutamente
gli aveva assicurato il possesso immancabile di un
«paese di frumento e d'orzo, di viti, fichi e melagrani;
paese d'olivi (abbondanti) d'olio e di miele. Paese, ove
senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe
di cosa alcuna; paese di cui le pietre erano (dure come
il) ferro, e dai cui monti ricaverebbe rame». Pure, anzichè
adontarsene Mosè dichiara che «la cosa gli piacque»;
e scelti a quest'uffizio dodici uomini, il capo di ciascuna
tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere
tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono
quaranta giorni nel loro viaggio d'esplorazione,
ed arrivarono all'accampamento ebreo il giorno 8 del
mese di Ab.

Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè,
che desiderava dimostrare al suo popolo con prova evidentissima
la verità delle sue dichiarazioni; gli esploratori
portarono di colà alcuni frutti, che presentarono al
popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro osservazioni.
Per una colpevole leggerezza o per un criminoso
accordo, come pretendono alcuni commentatori, dieci di
loro, dopo d'aver magnificato la, prodigiosa fertilità del
paese visitato, ne esagerarono assai i difetti. Dissero, che
la statura degli abitanti era gigantesca, e superiore all'ordinario
la loro forza; che le mura che cingevano le città
erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili;
che il clima era tanto inclemente e micidiale, che quella
terra poteva dirsi con tutta ragione, una madre divoratrice
dei proprii figli. Queste false notizie spaventarono
in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali dimenticarono
tutto d'un tratto i grandi miracoli operati da Dio
in loro favore, e di cui furono testimoni essi stessi:
rammaricarono amaramente di avere prestato fede alle
[pg 67]
lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè; dubitarono stoltamente
della potenza di Dio, e manifestarono il timore
di vedersi destinati a morire di stenti in quell'inospitale
deserto, o di divenire essi e i loro figliuoli facile
preda di quei formidabili nemici. Nè le assicurazioni
degli altri due esploratori Giosuè e Caleb, valsero a
fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio
con questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro
cuori: che anzi arrivarono a tale punto di demenza, da
concepire e manifestare altamente la iniqua e vilissima
intenzione di lapidare quei due coraggiosi e intemerati
uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare
la via dell'Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie
altre volte, non poteva lasciare impunito questo
nuovo gravissimo atto d'ingratitudine per parte di quella
nazione, che per ripetere l'espressione di Mosè, Dio «era
andato a togliere da mezzo ad altre nazioni con prove,
con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente mano,
con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento
di farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla
a fruire i beni di quel paese promesso ai suoi patriarchi
Abramo, Isacco e Giacobbe. La divina giustizia
per quanto longanime e clementissima, non poteva permettere
che quella generazione che in ogni occasione si
dimostrò riluttante alla voce dell'Eterno e che la schiavitù
aveva resa paurosa, vile ed ostinata, andasse a godere
di «quei campi ch'essa non aveva dissodati e di
quelle case piene d'ogni bene ch'essa non aveva fabbricate».

I dieci esploratori causa dell'enorme peccato morirono di
morte improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva
oltrepassato i vent'anni di età il giorno dell'uscita dall'Egitto,
e che pertanto non avrebbe dovuto mai dubitare
della onnipotenza di quel Dio che aveva fatto a suo pro'
tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata
a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata
allo ingresso della nuova generazione nella terra
[pg 68]
promessa. Due uomini soli furono esclusi da questo castigo,
Giosuè e Caleb, perchè dice il testo «adempirono
(ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne
avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell'anno
quarantesimo, fu occasionata dal peccato da loro commesso
nel fatto delle così dette *me merivà* (acque della
contesa). [#]_

.. _`Il peccato di Mosè`:

.. [#] Ecco come viene esposto questo fatto nel libro dei Numeri, che
   per la sua imponenza merita di essere da noi raccontato:

   Era già estinta tutta la vecchia generazione condannata a morire
   nel deserto, ed era pertanto giunto il tempo prefisso all'ingresso
   del popolo ebreo nella terra promessa, quando arrivato esso in un
   certo posto detto deserto di Sin, venne a mancare affatto d'acqua.
   Come al solito, esso mosse i più alti lamenti verso Mosè ed Aronne,
   accusandoli di averlo tratto d'Egitto per condurlo a morire in un  «luogo
   cattivo, non atto a seminagione, sprovvisto di fichi, di viti, di melagrani
   e persino d'acqua». La maestà del Signore si rivelò a Mosè e gli
   ordinò di munirsi della verga che stava nel Tabernacolo, e accompagnato
   da Aronne «\ *parlare* al sasso in presenza di tutto il popolo,
   poichè da quel sasso sarebbero scaturite acque in tale abbondanza da dissetare
   il popolo e il suo bestiame». Mosè fece adunare immediatamente
   il popolo attorno al sasso indicato, e apostrofando il primo con poche
   ma dure parole, che lasciano chiaramente indovinare non essere esse
   che il principio di una vivace rimostranza che voleva dirigergli pel
   modo indegno con cui si comportava verso Dio quando versava in
   qualche momentaneo bisogno, *battè* due volte il sasso colla sua verga
   e le acque sgorgarono in gran copia. Ma l'Eterno disse a Mosè ed Aronne:
   «Giacchè *non avete avuta fede* in me *per santificarmi* alla presenza
   dei figli d'Israele, perciò non condurrete questo popolo nella
   terra che ho loro donato.

   Interpretando letteralmente questo fatto, si dovrebbe conchiudere,
   come si crede ordinariamente, che il peccato commesso da Mosè e da
   Aronne abbia dovuto consistere nella mancanza di fede in Dio per
   avere *battuto* il sasso invece di *parlargli*. Ma oltrecchè non si può
   ragionevolmente ammettere che Mosè chiamato da Dio stesso «servo
   fedele in tutta la sua casa» abbia dubitato di Lui, quale differenza può
   farsi tra il *parlare* o il *battere* trattandosi di un corpo inanimato?
   Forsechè il miracolo avrebbe scemato della sua importanza nel servirsi
   d'un mezzo piuttostochè dell'altro? E poi a quale scopo Dio avrebbe
   ordinato a Mosè di munirsi della verga se non avesse dovuto adoperarla?

   Fra le diverse opinioni emesse dai commentatori su questo fatto, noi
   riteniamo per la più accettabile quella del Rabb\ :superscript:`o`
   Mosè a-Coen Tedesco
   e sviluppata da l'Illustre I. S. Reggio. Dice egli in sostanza: «che
   Mosè afflitto e sdegnato della riprovevole condotta e delle incessanti
   mormorazioni contro Dio per parte di un popolo tanto visibilmente da
   Lui protetto, e temendo che Dio ne lo punisse aspramente come fece
   altre volte pel fatto degli esploratori, per la sollevazione di Cora, per
   l'adorazione prestata a Baal-Peor ecc.; quando si trovò presso al sasso
   si lasciò vincere dalla collera e cominciò ad _`apostrofare il popolo` con
   tale veemenza che la commozione interna gli troncò la parola in gola;
   per modo che dalle poche parole dette, il popolo fu quasi portato a dover
   credere che questo *miracolo* dovesse attribuirsi precisamente a lui stesso
   e al fratello, anzichè a Dio. Questa interpretazione si accorda benissimo
   colle parole che denotano il motivo del castigo quello cioè «di
   non avere essi *santificato* Iddio».

[pg 69]

E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga
del castigo inflitto a quella generazione, i nostri dottori
vogliono ch'essa sia uscita in queste lugubri parole: «Voi
piangeste questa notte senza verun motivo. Ebbene! sin
d'ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei vostri figliuoli».
Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione
di queste parole di colore oscuro.


_`Caduta del regno d'Israele`.
------------------------------

Se pressochè in ogni caso la parola *divisione* è sinonimo
di *indebolimento*, i suoi tristi effetti sono poi più funesti
ed immediati, quando la divisione avviene tra individui o
nazioni fra le quali esistono o possono svilupparsi germi
di rivalità, per motivo d'interesse o di dominio.

Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso,
ed avesse portato la grandezza e la prosperità d'Israele ad
un punto non mai raggiunto allora da nessun popolo dell'Asia,
ciò malgrado uno scontento grandissimo serpeggiava
nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese causate
dalle città che egli fece costruire in diversi punti
[pg 70]
del regno, e per la costruzione del tempio e dei sontuosi
suoi palazzi; Salomone dovette imporre sul popolo pesi
enormi. Sia quindi per questo motivo, e sia perchè offese
gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo templi
dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città,
lo scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva
che una favorevole occasione per prorompere in
fatti. E questa occasione, pur troppo, non si fece attendere
lungamente.

Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la
incoronazione del di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di
questa occasione per fare sentire al suo futuro re, come
avrebbe desiderato un alleviamento ai troppo pesanti carichi
che aveva dovuto sostenere lungo il regno del padre.
Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto
si rivolse agli antichi consiglieri di suo padre.
Questi nella loro prudenza ed esperienza, gli suggerirono
una risposta mite e conciliante colle seguenti parole: «Se
oggi ti mostri compiacente verso questo popolo soddisfacendo
al suo desiderio, e parlando ad essi con buone parole,
esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che
questo savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia
che gli facesse temere che scendendo a patti col popolo
e annuendo alla sua richiesta, venisse a dare un cattivo
precedente di debolezza e a menomare il suo prestigio e
le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l'infausta inspirazione
di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E
questi nutriti cogli stessi sentimenti d'alterigia, risposero
colle seguenti insensate e crudeli parole: «Così devi dire
a questo popolo, il quale ti parlò dicendo: Tuo padre ci
ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo allevia, così devi
dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi di
mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave
giogo, ma io ci aggiungerò ancora: mio padre vi castigò
colle sferze ed io vi castigherò con flagelli a punture».

Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in
un modo tanto brutale la sua domanda, che riteneva e
[pg 71]
fors'anche era, opportuna e ragionevole, ne fu punto sul
vivo, e fece una sedizione che ebbe per conseguenza la
divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia Davidica
le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre
dieci tribù si elessero a re un certo Geroboamo figlio di
Nebath. Costui fu già servo di Salomone, e ritornato da
poco dall'Egitto ove erasi rifuggiato per sottrarsi all'ira
del suo Signore, apparentemente informato del colloquio
di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva
promesso sino d'allora, il dominio sopra dieci tribù di
Israele.

Quantunque per opera d'un profeta, siasi per allora
scongiurata la guerra fraterna che stava per iscoppiare tra
queste due frazioni d'Israele, pure da questa divisione data
il vero principio della rovina d'Israele, essendo stata causa
di fare iniziare l'idolatria a religione dello Stato. Ed ecco
in qual modo. Nell'intento d'impedire ai suoi sudditi di portarsi
a Gerusalemme nelle tre solennità dell'anno, temendo
che l'uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso
scettro di Davide quelle tribù che se n'erano distaccate;
Geroboamo fece innalzare due vitelli d'oro alle due
città estreme del regno, Dan e Betel, e fece bandire al
popolo: «Voi non dovete più salire in Gerusalemme: questi
sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla terra d'Egitto».
La grande maggioranza del popolo si lasciò
trascinare facilmente all'idolatria poichè, per isventura, vi
aveva molta propensione; e d'allora in poi popolo e re
si allontanarono sempreppiù dal retto cammino tracciato
dalla loro legislazione religiosa, finchè la divina giustizia
stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro governo
nel terribile modo ch'ora noi andremo a dire.

Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia
col nome di regno d'Israele, furono ben presto imitati
dai loro fratelli delle due altre tribù componenti il
così detto regno di Giuda; e Roboamo anch'esso fece
innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza
dei costumi sottentrò una sconcia e ributtante licenza;
[pg 72]
si allentarono i legami domestici e sociali; e la decadenza
politica vi tenne dietro sollecita; per cui sino dal
quinto anno del regno di quest'ultimo troviamo già che
un certo Sissac re d'Egitto prese Gerusalemme e la spogliò
di tutte le cose preziose che contenevano il Tempio
e la reggia. Si aggiunga poi che tra Roboamo e Geroboamo
e la maggior parte dei loro successori, durò una
quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due
parti d'un popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello
allontanarsi dal cammino della virtù s'indebolirono a vicenda,
e necessariamente divennero facile preda ai loro
comuni nemici, che s'ingrandivano a loro spese.

Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d'Israele,
e i cui peccati più lievi furono paragonati dallo storico
sacro ai più gravi commessi da Geroboamo, Iddio suscitò
contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere da tale
genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli
l'esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli,
la madre, i parenti, gli amici della famiglia regnante e
tutti i più noti adoratori del Baal. Ma neppure lui potè
o volle sradicare intieramente l'idolatria, poichè lasciò
sussistere i vitelli d'oro innalzati da Geroboamo e ne tollerò
l'adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che Hhazàel
potente re della Siria mettesse a contributo il regno d'Israele,
e durante il regno di Ocozia figlio e successore di
Iehù, progredisse talmente colle sue vittorie, da non lasciare
in Israele che poche migliaia d'armati e pochissimi
carri da guerra. È bensì vero che Dio impietositosi dell'angustia
in cui versava il suo popolo, gli fece poscia
ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas
figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui;
pure sia per la licenza dei costumi ingenerata dall'idolatria
che non venne mai abbandonata neanche dai rè
migliori, e sia dalle continue scosse politiche; le piaghi
erano tali e talmente profonde da fare prevedere prossima
la totale rovina della nazione.

E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea
[pg 73]
figlio di Elà. Samaria fu presa dal giro Salman-Assar
dopo un assedio che durò tre anni. Tranne i più poveri
fra i cittadini che il vincitore lasciò nel paese per coltivare
la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli
furono obbligati ad emigrare di là dell'Eufrate; e vennero
dispersi in varie provincie dell'Assiria e della Media,
nei lunghi più lontani dalla loro patria. Il paese rimase
deserto per più di quarant'anni, finchè Assaphar Assar-Hhadon
nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo
una colonia di Cutei.

Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi
durò 255 anni. Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a
conservare la successione al trono sino al quarto dei suoi
discendenti, il quale però non tenne il regno che per soli
sei mesi.


_`Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio`.
------------------------------------------------------------

Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme
cadeva essa pure in potere di Nabucodonosor re
di Babilonia, dopo un assedio di circa due anni. La città
fu abbandonata al furore delle soldatesche, che tutta l'empierono
di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato
e distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi
occhi furono scannati i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato
e condotto prigione a Babilonia. Furono pure uccisi
il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra i principali cittadini.
Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i
suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada
furono messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall'Eufrate,
e dispersi nelle provincie dell'impero babilonese.
Tutte le altre città del regno furono vuotate egualmente,
e non si lasciarono in esse che pochi miserabili contadini
e vignaiuoli, tanto perchè la terra non rimanesse affatto
deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi ordini
del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel
povero resto di un popolo già numeroso e potente. Ma
[pg 74]
come vedremo in altro mese (Tisrì), di lì a non molto
esso fu assassinato da un traditore, che si fece strumento
vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando
di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli
del profeta Geremia; soprafatti dal terrore di una
nuova invasione di babilonesi, disertarono la terra natale
e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si fece attendere
molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi trovarono
la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono
furono menati schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo
quando Nabo II conquistò anco l'Egitto.


_`Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio`.
-------------------------------------------------------

Cinquant'anni dopo l'eccidio di Gerusalemme, la monarchia
babilonese fu soggiogata da Ciro re dei Persiani,
il quale nel primo anno del suo regno pubblicò un
editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella loro
patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una
parte dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed
onde sopperire alle spese assegnò una somma sulle rendite
della Samaria. Ma erano 66 anni, da che varii Ebrei
erano stati trasferiti di là dall'Eufrate nella prima invasione
di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu
trasmigrata nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse
due generazioni dacchè si trovava in terra straniera.
Quasi più niuno dei vecchi esisteva, i più vecchi avevano
abbandonato Gerusalemme nella loro giovinezza, o appena
se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella Caldea,
ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi
avevano impieghi e beni, ed estranei _`allo entusiasmo` patriottico
che avrebbero provato i loro maggiori, si sentivano
poco inclinati ad abbandonare una felicità presente
per incontrare incerte sorti in una terra povera, derelitta,
e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la
casa, quale il podere dei loro avi.

Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze
[pg 75]
promesse da Ciro, pochi ne vollero approfittare. Tutta la
colonia emigrante sommò appena a cinquanta mila individui
d'ogni età, sesso e condizione. La terra che ricuperavano
da ogni lato che si guardasse, non presentava se
non squallore e rovine. Le città erano distrutte, l'ellera
e il muschio ne coprivano le macerie, sotto vi stanziavano
i rettili, i campi erano inselvatichiti: quindi bisognava
ricostruire nuove abitazioni, sboscare il suolo e ridurlo a
forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi pozzi e
nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate;
bisognava sopportare tutte le angustie che mena
seco la povertà e l'odio di nemici accaniti. Ma la religione
e l'amore di patria infusero coraggio agli emigranti. Dopo
sei mesi di lavoro ebbero finalmente costrutto un altare
e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì cominciarono
ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la
solennità dei Tabernacoli.

Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad
esso posero mano. Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e
le molestie che incontrarono nella malevolenza e gelosia
dei popoli vicini che in tutti i modi cercavano di attraversarne
l'esecuzione. Parecchie volte si dovette sospendere il
lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti dalle
maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai
dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti
a respingere i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità
e costanza di un proposito che era il sospiro dei loro cuori
doveva trionfare di tutti gli ostacoli, e novant'anni dopochè
i primi Ebrei erano partiti da Babilonia, l'opera fu
compiuta, specialmente per merito del profeta Nehhemia
che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero
suggeriti da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo
che godeva alla Corte d'Artaserse, da una intelligenza
non comune, e da un carattere imperterrito che prevede
i pericoli e, o vi provvede con assennate disposizioni o
sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una
grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a
[pg 76]
calde lagrime confrontando la meschinità di quel Tempio,
colla vantata imponenza e maestà del primo.


_`Distruzione del secondo Tempio`.
----------------------------------

Non essendo nostro pensiero _`di tessere qui` la intiera
storia del lungo, e certo non inglorioso, periodo che abbraccia
oltre a cinque secoli, e che corse appunto dalla
fabbricazione del secondo Tempio alla sua distruzione:
ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua distruzione
che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e
col canto di meste e lugubri elegie ai nove di questo
mese, non faremo quindi che appena accennare quei soli
fatti che si collegano intimamente a quell'infausto avvenimento.

Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che
i Romani compariscono sulla scena della Storia Giudaica
si fu ai tempi di Giuda Maccabeo, il quale prevedendo
che a lungo andare non avrebbe potuto tenere testa al re
della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare l'amicizia
del Senato e la sua mediazione col re anzidetto,
allora tributario dei Romani. L'ambasceria fu accolta con
favore, e ottenne l'intento desiderato.

Accenneremo pure che Simone fratello e successore di
Giuda fu il primo principe ebreo che coniasse moneta col
proprio nome; e che Giovanni suo figlio, dichiarato indipendente
dai Romani, trovandosi abbastanza potente da farsi
rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse quasi
tutto l'antico regno d'Israele e di Giuda, assunse il titolo
di re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa
indipendenza conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche,
con prudenza finissima e con tali e tanti sacrifizii che
riempiono i cuori di meraviglia ebbe la corta durata di
_`ottant'anni.` Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo
tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità,
pareva destinato ad essere bersaglio della cupidigia
e dell'ambizione dei potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme
ne fece demolire le mura, cambiò ad Ircano il
[pg 77]
titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che tali misure
bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo
straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie
provincie. Quanto mai sono fallaci le previsioni umane!
Giuda Maccabeo non avrebbe giammai supposto, che l'alleanza
coi Romani da lui tanto desiderata e ricercata
per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà
della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di
tempo relativamente breve e per l'opera inconsulta dei
suoi nipoti, schiavitù e dispersione.

Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei
116 anni dopocchè Gionata fu riconosciuto dai re di Siria
Nassì e Pontefice degli Ebrei, titolo che equivaleva a
quello di Principe indipendente; Erode ottenne anch'esso
dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci
tramandò col titolo di grande *rabbà* [#]_ seppe bensì con
manovre astute, con incontestabile abilità militare e con
una fortuna poco comune afferrare il potere, ricuperare
le antiche frontiere del regno, e renderlo più prospero e
ricco di quanto fosse mai stato prima d'allora; fece bensì
rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza
che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle
meraviglie del mondo»; ma ciò non ostante non gli fu
possibile conseguire l'amor del popolo, sia pel suo procedere
sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli ultimi superstiti
della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli
di origine straniera.

.. [#] C'è chi crede che tale epiteto usato anticamente per significare
   il maggiore, fosse semplicemente aggiunto al nome di Erode per distinguerlo
   dall'altro Erode venuto dopo di lui e detto *zeerà* (il minore).


E una solenne prova di questa invincibile antipatia l'abbiamo
nel fatto che appena lui morto, quel popolo, che in ogni
epoca della sua storia si dimostrò sempre svisceratamente
amante della libertà; chiese ed ottenne da Varo di poter
mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo
della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta
[pg 78]
questa a provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere
più quieti, e di potere essere meglio governati da un
Preside Romano, che non da deboli e cattivi principi figli
di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre in dissensione
tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non
credette di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma
nove anni dopo depose Archelao, e aggiunse la Giudea
alla Siria. Mandò a governarla un procuratore che pose
sua sede in Cesarea, e che fu investito della potestà civile
e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a Gerusalemme
come città santa, si conservarono gli antichi suoi
privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata
dagli Ebrei medesimi colla speranza di un viver più
riposato, sia stata la causa prima degli estremi mali toccati
alla nazione.

Pare però che sino d'allora si trovassero cittadini giudiziosi
e previdenti che pronosticarono l'esito esiziale di
quell'imprudente passo, inquantocchè noi troviamo nel
commento di Ionathan Ben Uziel la seguente invettiva, che
sventuratamente fu profetica: «L'aiuto che speravamo
dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono
un popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde
noi ben veggiamo che sono compiuti i nostri giorni, e
che si avvicina l'estrema nostra catastrofe».

Non tardarono infatti a scoppiare torbidi [#]_. Le iniquità
che commetteva Albino per estorcere danaro dai poveri
[pg 79]
suoi amministrati, e quelle ancora maggiori del tristissimo
Floro, infiammarono gli animi di giustissimo sdegno e
stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che non era
difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo
a scoppiare. Nè l'occasione si fece attendere lungamente.

.. [#] Ecco quale piccola causa, assegnano i nostri Dottori, alle prime
   ostilità insorte tra gli Ebrei e i Romani.

   Un cittadino di Gerusalemme aveva fra i suoi amici un tale che
   portava il nome di *Camzà*, e un acerbo nemico che portava il nome
   di *Barcamzà* (figlio di Camzà). Il cittadino di Gerusalemme, diede un
   giorno un grande e sontuoso banchetto, a cui invitò i personaggi più
   ragguardevoli della città. Nell'accennare al famiglio i nomi di quelli
   che voleva fossero invitati, ricordò fra i primi il suo amico Camzà.
   Per mala ventura il famiglio sbadato andò ad invitare Barcamzà.

   Il padrone di casa vedendo costui a prender posto alla mensa con
   voce minacciosa gli intima di uscire. Invano Barcamzà lo prega di riflettere
   quanto sia grande la viltà di recargli così grave e pubblico
   insulto, invano ei si offre di pagare del suo la parte del pranzo che farebbe
   in casa sua: l'inesorabile rivale, non ascoltando che il suo odio, gli
   intima di nuovo di uscire. Allora costui a cui cuoceva un tale atto,
   si dispose di pagare la spesa della metà del banchetto, e finalmente
   di tutto il banchetto: ma non ottenne che ripulse.

   L'insultato Barcamzà sortì da quella casa colla rabbia nel cuore, e
   giurò di vendicarsi aspramente del suo rivale, e di quei tanti ragguardevoli
   personaggi, che rimasero spettatori indifferenti di quella triste
   scena. Un infernale pensiero gli attraversò la mente, e vile quanto
   scellerato, non esitò a coinvolgere la patria nella sua privata vendetta.

   Si portò dall'Imperatore romano, e simulando uno zelo immenso per
   lui, lo avvertì che gli Ebrei si preparavano nascostamente alla ribellione
   e che già avevano fermo di non più obbedirgli. E per fare esperimento
   delle sue asserzioni gli suggerì di mandare una vittima ad offrire nel
   loro tempio.

   L'Imperatore accetta quel consiglio, consegna a Barcamzà un giovine
   vitello, e manda i suoi ordini agli Ebrei per mezzo di alcuni suoi famigli.
   Cammin facendo il maligno calunniatore, ben sapendo che gli
   Ebrei si sarebbero rifiutati di sacrificare una bestia difettosa, ferì leggermente
   in un occhio il povero vitello.

   I sacerdoti indovinando fosse la maligna intenzione del traditore,
   pensarono di offrirlo sia per atto di riverenza verso l'Imperatore e sia
   per la salute del popolo. Ma contro questo savio e prudente consiglio,
   sorse impetuosamente un certo Zaccaria figlio di Anchilas. Qualcuno
   propose allora di ammazzare Barcamzà e l'animale, ma anche contro
   questa proposta sorse con impeto Zaccaria.

   I savi disapprovarono i soverchi scrupoli religiosi che fecero rifiutare
   il sacrifizio, e che portarono conseguenze tanto luttuose pel popolo
   d'Israele.


Correva l'anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i
[pg 80]
Greci di Cesarea s'impegnò una zuffa, perchè uno di questi
ultimi trovandosi possessore di un terreno situato presso
la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far loro onta, dispose
tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un
sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire
assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra
giudaica: guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della
patria da un pugno d'uomini contro quella sterminata
potenza che aveva esteso il suo dominio su tutto il mondo
allora conosciuto: guerra di cui la storia non ha la seconda,
e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso,
se pel compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli,
Dio non avesse permesso la guerra civile [#]_. L'indole
del nostro lavoro non ci permette di seguire passo
a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni, sostenuta
per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari;
ci limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.

.. [#] Non crediamo di privare i nostri lettori del seguente aneddoto, che
   serve a dimostrare la profonda convinzione che avevano i nostri Dottori
   sulla inutilità di qualunque umano intendimento, per iscongiurare
   la tremenda catastrofe seguita; inquantochè Dio avesse decretata irrevocabilmente
   la caduta del Tempio.

   «Il generale che fu preposto all'esercito invadente la Giudea, nel secreta
   della sua anima, sentiva una certa inclinazione per la sacra fede di quel popolo
   contro cui si portava a combattere. Prima pertanto di intraprendere
   qualunque atto ostile ricorse a una delle solite superstizioni pagane per
   prendere augurio dell'avvenire e pronosticare l'esito della sua spedizione.

   Scoccò nell'alto una freccia e questa cadendo si volse contro Gerusalemme.
   Il generale si volge dall'altro lato, e scocca un'altra freccia:
   ed anche questa va a cadere in faccia alla santa città. Ripetè tale esperimento
   da tutte le parti del mondo, e sempre una forza misteriosa torceva
   la freccia verso Gerusalemme. Il generale rimase attonito di questo
   fatto e conchiuse tra sè che Dio stesso aveva decretato la rovina di Gerusalemme».

   L'aneddoto termina dicendo che questo stesso generale si fece ebreo,
   e che da quel nuovo stipite trasse origine il celebre Dottore Meir.

[pg 81]

Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è
la rotta che gli Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che
fu tanto grande da mettere in pericolo l'impero dei Romani
nell'intiero Oriente.

Viene dopo l'assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto
dagli Ebrei con un eroismo più che umano, e i cui
difensori vista perduta ogni speranza di scampo, per
isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle mani del
feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono
la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra
loro che dovessero essere i carnefici degli altri; i quali
sdraiati ciascuno presso i corpi dei suoi cari, attesero con
tranquilla indifferenza la spada che doveva accompagnarli
agli estinti. Compiuto questo orrendo uffizio anco i dieci
si uccisero.

Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo
ai superbi invasori con un accanimento fierissimo, il nemico
avanzava sempre; poichè è innegabile che oltre ai
grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò in questa
guerra, che per lui valeva il dominio o l'abbandono dell'Oriente,
una costanza, un'abnegazione ed un eroismo a
tutta prova. La guerra si ridusse pertanto alle porte della
Capitale. E fu qui, assai più che nei precedenti combattimenti,
dove il Romano si trovò di fronte non uomini, ma
leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e ferocia
della disperazione, unita alla calma di una risoluzione
bene pesata e ponderata. L'entusiasmo che inspira una
causa santissima; l'odio legittimo verso chi non offeso
traversa l'oceano per rapirvi o contaminarvi ogni più puro
e santo affetto dell'anima per libidine d'impero e per sete
d'oro, era temperato e guidato dalla calma più fredda e
dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei
Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili
e giudiziose da parte degli Ebrei.

Ma a lottare contro il destino l'uomo non vale, per
quanto s'impieghi la più ferrea ed imperturbata costanza,
l'eroismo il più sublime, i sacrifizii i più penosi.

[pg 82]
Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi [#]_
che, se per un lato la storia severa ne segnò i nomi con
nota d'infamia, dall'altro giusta ed imparziale dovette concedere,
che alla libidine di comando era pari in essi, l'amore
di patria e l'indomito valore. La prima funesta conseguenza
della guerra civile fu lo sperpero e l'incendio
di molti granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire
in tutta la sua orridezza [#]_. Ma nè la fame, nè il ferro,
nè il fuoco, nè le epidemie che mietevano le vittime a
migliaia, valsero a scuotere la costanza degli strenui difensori
dell'ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli
ad accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per
mezzo di Giuseppe Flavio già governatore di Iossafat [#]_,
[pg 83]
e poscia storico illustre delle guerre giudaiche e delle sue
antichità. Nè gli uomini soli prendevano parte a quei micidialissimi
combattimenti, ma bensì ancora le donne e i
fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia
da meritarsi l'ammirazione degli stessi nemici.

.. [#] Simone Ben Iorà che occupava la città inferiore; Giovanni di Gìscala
   che occupava tre fortezze della città alta; Eleazaro di Simone il
   quale occupava il tempio e i luoghi più forti della città superiore.


.. [#] Per dare un'idea della miseria estrema a cui giunse quella città,
   che Geremia qualificò per «la grande fra le nazioni, la regina fra le
   provincie»; diremo che una donna già ricca e di sangue illustre,
   certa Maria figliuola di Eleazaro, e vedova di Doeg Ben Iosef di Betezob
   nella Perea, condotta alla estrema miseria sbranò il bambino lattante, lo
   fece arrostire e ne divorò le carni. Una parte la serbava onde pascersi
   il giorno seguente, ma altri affamati sopravvennero allettati dal leppo di
   quell'iniquo arrosto, e minacciando scannarla se non dava fuori quanta
   cibaria ella si aveva annicchiato;—la donna delirante tra l'amore della
   vita e il terrore del proprio misfatto, pose quel pasto esecrando sotto
   gli occhi di coloro ai quali rimaneva ancora tanto senso umano che
   inorridirono e frementi e tremanti si ritirarono.


.. [#] Per l'esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di
   pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi unicamente
   all'uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire a Flavio
   stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo ritenevano traditore
   della patria, perchè certamente non difettavano nè gli amici della pace
   per sentimento naturale di un vivere quieto, nè gli uomini assennati, i
   quali prevedendo la sorte infelice che sovrastava alla patria sarebbero
   scesi volentieri a trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi
   che con tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la
   catena d'una completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando
   che almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati
   però dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo
   cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali accettarono la causa
   abbracciata dai loro fratelli per quanto la estimassero disperata, e la
   difesero con tutto l'ardore di cui erano capaci i loro cuori nobilissimi.


Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la
caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.

Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab:
ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti,
al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni,
alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti
dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli»,
e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei
loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio
fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni
avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan
generale di Nabucco. La città fu saccheggiata,
e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi,
per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza
ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine
del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano
stanchi e nauseati dal troppo uccidere.

«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario
(Munch), di questa guerra spaventevole, che pose
fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica
resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente,
umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica
forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una
delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato
il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta,
di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri
[pg 84]
romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli
ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro
temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare
dal suolo paterno».

Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme
fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione
e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri [#]_.
Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro
perdette in Siria la metà del suo valore.

.. [#] Per persuaderci della possibilità di quest'asserzione, dobbiamo
   fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali, Gerusalemme
   era circondata da sobborghi, che potevano contenere un numero
   di popolazione stragrande; 2º Che coll'avanzarsi del nemico una
   folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne la difesa,
   e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del nemico che
   non la perdonava nè a età, nè a sesso.


Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta
di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili
efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue
soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi
feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano,
condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da
essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito
in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della
Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in
un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano
esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad
essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano
le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra
palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo
trastullo a popoli che passavano allora, e che da
certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi
quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia
il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà
riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati
da un principe il cui nome fu tramandato ai
[pg 85]
posteri fregiato col sublime epiteto di: «\ *delizia e bellezza
del genere umano* [#]_».

.. _`Il castigo di Tito—Leggenda`:

.. [#] Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare
   la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere
   l'orgoglio satanico di quell'uomo che colla più abbietta ipocrisia,
   o per la sua morte *a tempo* (immaturamente) come vogliono
   dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt'altro che meritato.
   Forse si saprà che esso morì all'età di 42 anni dopo due soli di
   regno.

   «Consumato l'eccidio della sacra città, che più non presentava all'occhio
   attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine,
   Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle
   preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell'Oriente, volge la prua
   verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le
   onde dell'Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde
   si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In
   mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così
   dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare
   che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque.
   Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l'oste nel mare Rosso;
   volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l'esercito nel torrente Chisson;
   ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire
   dall'Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste
   parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo
   di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.)
   Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette
   la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove
   s'estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per
   incanto».

   Con un monumento che sussiste ancora (l'arco di Tito); con medaglie
   su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una
   palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii,
   (i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono
   i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore
   della Giudea.

   Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma
   appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto
   moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al
   cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando
   la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di
   Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere
   un martello su di un'incudine mandava tutti i giorni per un fabbro
   onde ripetesse quell'esercizio. Se l'operaio era pagano riceveva una
   mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene,
   a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».

[pg 86]

«Tito, scrive un autore cristiano [#]_, la *delizia del genere
umano*, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni
dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza
nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere
ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di
cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la
fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione,
si limitò a *far tagliare le mani* alle povere genti rimandate
nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava
il *flagello dell'universo*, eran pure di genio esecrabile, se il
loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia
simili a quelli accumulati in questo racconto».

.. [#] Poujoulat, *Histoire de Jerusalem*.

Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione
del senso morale talmente pervertito che popoli
e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi;
quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini
che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi
ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato,
non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso
di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne
vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici
che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con
lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta
sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con
colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità
sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo
*Titóss Arassanh* (l'empio Tito), poichè non si troverà
sicuramente anima bennata che non mandi una parola
di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili
[pg 87]
macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato
nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone
di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle
con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma
anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli,
e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che
questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in
principio della guerra, rispose forse con un tradimento,
alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini
nominandolo governatore della importantissima fortezza
di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero
qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni
cosa la religione e la patria!

A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti
aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti
che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora
una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero
potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto
amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una
volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo
per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva
soggiogata.

Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme
cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie
ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi
di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle
ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato
che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate
nella guerra devastatrice.

I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile
degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una
guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per
impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a
giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di
riunione.

L'imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò
tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch'egli
[pg 88]
desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia
di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere
agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per
essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora
più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate
dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere
alle armi in parecchi punti dell'Impero. Ma se tali
insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all'infuori
di quello di causare la morte di parecchie migliaia di
ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati
dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare
come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere
colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi
nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli
martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse
nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo
progetto.

Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione
onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle
stolte e crudeli prescrizioni dell'imperatore Adriano. Quantunque
si creda che in principio del suo regno costui non
fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure
è un fatto ch'egli richiamò in vigore un decreto di Traiano
col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione;
d'osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque
studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni
risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città
pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli
ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.

Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero
bastate per esacerbare gli animi i meno infiammabili:
pensiamo poi quale effetto dovessero produrre in uomini
agitati da un amore ardente per la loro patria e da un odio
profondo verso i loro dominatori che la profanavano in
tutti i modi. Tra l'apostasia e la morte, non poteva nascere
dubbio che gli ebrei non scegliessero la morte. L'insurrezione
fu generale in Giudea.

[pg 89]

.. _`Nuova insurrezione in Giudea`:

Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà
(figlio della menzogna) [#]_ si pose a capo degli insorgenti,
si dichiarò l'aspettato Messia, prese il nome di Bar-Cochebà
(figlio della stella), e profittando dell'assenza delle
legioni romane radunò numerose truppe; si impadronì di
cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte;
debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da
Tinnio Ruffo: si condusse da re e fece coniare moneta.

.. [#] Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più
   tardi per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa;
   però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove quest'uomo
   viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo partigiano
   entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a fargli trovare
   credito e favore presso il popolo, dichiarando essere esso precisamente
   *la stella* vista da Balaamo, che doveva fare trionfare la causa
   d'Israele.

Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza
a tale movimento, dovette ben presto ricredersi
e spedire in Giudea Giulio Severo, il migliore dei suoi
capitani, con buon numero di truppe. Costui non osando
dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere
i rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le
comunicazioni e i viveri. Questo astuto maneggio gli
riuscì a meraviglia: ad una ad una prese tutte le città
fortificate.

Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani
vi resistette tre anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche
questa città cadde in potere del nemico ai 9 del mese d'Ab
l'anno 136 dell'E. V.; e si videro rinnovate in essa le scellerate
ed orride scene di barbarie commesse nella presa di
Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella
mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto
in potere dei nemici in principio della guerra, fu
da quelle iene in sembianza umana scorticato vivo; e
senza emettere un lamento spirò calmo e sereno ripetendo
il verso: «Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro, l'Eterno è
unico!».

[pg 90]

Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una
città novella, che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi
il santuario degli ebrei fece alzare un tempio a Giove
Capitolino.

Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella
città o solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli
di un popolo tanto grande e potente, quegli infelici
martiri di una causa nobile e santa, si rassegnarono
a comprare dal dominatore a peso d'oro il permesso di
entrare una volta l'anno, il giorno anniversario della sua
caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne
la perdita e baciarne la sacra polvere.


_`Descrizione di Gerusalemme`.
------------------------------

A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi
raccontati in questo mese, crediamo cosa opportuna il fare
seguire una breve descrizione della Gerusalemme antica
ed un'altra del Tempio di Salomone, in sostituzione alle
nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel mese
venturo.

Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto
un simbolo visibile la legge divina, così ell'era eziandio
la metropoli di tutti gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo
ad adiacenze povere di erba e di alberi, a guisa di
un edificio aereo s'innalzava 3,000 piedi sul livello delle
pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti
o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre
parti: la città alta, la città bassa e la città nuova. La
prima, detta anche città di Davide, era situata sul monte
Sion il più eminente degli altri. A scirocco (sud-est) del
monte Sion era il Moria, o monte del Tempio, congiunto
alla città superiore col mezzo di ponti.

La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l'Acra
a tramontana del Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto
più basso di loro; e più lunge, sempre verso a
tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli Ebrei Bèzeta
e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una
[pg 91]
profonda fossa artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente
dirimpetto.

A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone,
verso mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei
figliuoli di Hinnom ov'erano case, giardini, boschetti ed
anco sepolcri, e girando verso ponente si entrava nella
valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi
sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano
da nemici assalti: inoltre la cima era crestata
di muri e di torri per cui il nemico, che voleva assalirla,
prima di penetrare fino alla città alta era pur sempre
obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più
forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere
la città nuova; avevano merli e 60 torri; la città
inferiore aveva una linea di mura con 14 torri, indi altre
mura ed altre torri più interne garantivano la città superiore.
Altra fortezza era il Tempio, accessibile soltanto
dal lato della città alta, perchè da levante presentava i
dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle
fortificazioni interiori della città.

Ecateo, due secoli prima dell'Era volgare, dava a Gerusalemme
50 stadii di circuito e 120000 anime. Tacito conta
che durante l'assedio vi fossero chiuse di dentro 600000 persone;
ed il suo commentatore Brotier crede che parli della
popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di fuori, che
in quell'occasione si affollarono a Gerusalemme.

Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città
non della Giudea soltanto, ma di tutto l'Oriente; ma questa
magnificenza era dovuta in gran parte agli Erodi. La reggia
degli Asmonei sopra la città alta era stata rifatta a
nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo
reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare
da un gran principe, ma anche un castello; altre
case reali e fortezze erano le torri d'Ippico, Fasaele e
Marianna fatte fabbricare egualmente da Erode.

Gerusalemme era considerata come una città comune
a tutti gli Israeliti e nella sua qualità di santa, non
[pg 92]
doveva contenere niente d'impuro. Era pertanto vietato
l'introdurvi animali che la legge dichiarava immondi;
erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità,
ed erano persino espulse le galline a cagione del
puzzo che lasciavano nelle case o nei pollai. I cadaveri
dovevano essere trasportati fuori prima di notte; non
doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non
campi perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi,
fruttiferi dovevano essere piantati lontani almeno 25 cubiti,
e gli sterili a 50; era però lecito di coltivarvi qualunque
specie di fiori.

Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa,
città ricevesse il nome di *Gerusalemme* (abitazione o eredità
della pace), che si trova per la prima volta nel libro
di Giosuè. Forse era l'antica *Salem* (la pacifica), ove ai
tempi di Abramo regnava un certo *Melchisedecco* il sacerdote
di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide
che ne fece la capitale del regno.

.. _`Descrizione del Tempio di Salomone`:

Descrizione del Tempio.
-----------------------

Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo
avvertire anzitutto essere cosa quasi impossibile
il darne una descrizione esatta: inquantochè siano assai
incomplete le nozioni che ci vengono somministrate dal
primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e non
si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di
Geremia e di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una
bellissima descrizione in Giuseppe Flavio, ma essa è più
probabilmente la descrizione dei Tempio di Erode che non
quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci studieremo
di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno
incerti.

Tutto l'edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo
fatto erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle
dimensioni che erano in proporzioni assai maggiori, si
componeva del Tempio propriamente detto e di due cortili.

Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto
[pg 93]
di legno di cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti
di larghezza e 30 cubiti di altezza. Innanzi all'entrata
del Tempio, all'Est, si trovava un portico detto *ulam*,
la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza dell'edificio.
Innanzi a questo portico, si posero due colonne
di rame vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva
l'altezza di 18 cubiti con 12 cubiti di circonferenza. Lo
spessore del metallo era di 4 dita. La colonna che guardava
al mezzodì ebbe il nome di *Iachin*, e quella che
guardava il Nord portava il nome di *Booz*. Queste due
colonne unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono
lavorati sotto la direzione di un artista fenicio nomato
Hhiram, chiamato espressamente da Tiro, e che era
figlio d'un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di Neftali.
Il portico e le due colonne formavano la facciata
del Tempio. Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio,
cioè a nord, mezzodì e ovest si addossarono tre piani composti
di camere che comunicavano tra loro per mezzo di
porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle provviste
del Tempio.

Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette
il nome di *Hechal* (palazzo) e la parte posteriore
ricevette il nome di *Debir* (Tempio) o *Kodesc akodascim*
(santo dei santi). Quest'ultima parte di forma cubica situata
all'occidente, misurava la terza parte dello spazio
compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono
i lavori, 7 anni, non si sentì a battere nè martello nè
chiodo _`entro il Tempio` (nel § delle Arti se ne troverà
la spiegazione). Tutto il materiale necessario all'edificio
veniva preparato altrove nella giusta misura. L'intonaco
di legno di cedro che copriva i muri era scolpito di
cherubini, di rami di palmizio, di coloquintida e di fiori
sbuccianti. Il soffitto era pure fatto intieramente in legno
di cedro e il pavimento in legno di cipresso. Tanto
l'intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano
coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete
d'occidente, la quale separava il luogo santo dal santo
[pg 94]
dei santi, vi era un ornamento d'oro _`fatto a catena.` L'intonaco,
gli ornamenti e le indorature del Debir non
differenziavano in nulla da quelli dell'Hechal tranne nel
pavimento che era in legno di cedro.

L'entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti
e fatta di legno d'olivo selvaggio, scolpita ed indorata
come l'intonaco dei muri. Una porta uguale chiudeva
l'entrata dell'Hechal però in questa i soli battenti
erano di legno d'olivo: le tavole erano di legno di cipresso
e ciascuna banda era formata di due pezzi che si
ripiegavano e si volgevano sopra arpioni d'oro massiccio.

Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione
del portico. Abbiamo detto che il Tempio era circondato
da due cortili o atrii. Quello interno, il solo menzionato
nel primo libro dei Re, era circondato d'un muro
di tre piani di pietre d'intaglio sormontate da una balustra
di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono
note: probabilmente era una specie di rettangolo che circondava
tutto il Tempio; ma che era assai più inclinato
verso l'Ovest che all'Est.

La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima,
per poter contenere gli oggetti che in esso si trovavano
deposti. Nel secondo libro delle Cronache viene
chiamato l'*atrio dei sacerdoti*, appunto perchè i sacerdoti
vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si
menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno
che circondava l'atrio interno. L'entrata dei due atrii
era chiusa da porte coperte di rame. In questo stesso
atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in diverse
direzioni, e un gran numero d'appartamenti destinati al
tesoro, ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di
queste porte e di questi appartamenti rimontavano indubbiamente
alla costruzione primitiva di Salomone; specialmente
poi un portico verso l'Oriente chiamato più tardi:
*il portico di Salomone*.

In mezzo all'atrio interno vi era il grande altare di rame.
Il bacino che si trovava al S. O. dell'altare in grazia della
[pg 95]
sua immensa grandezza, fu chiamato il *mare di rame*,
e riposava sopra dodici buoi egualmente di rame. I fianchi
del bacino erano lavorati a forma di calice di fiori di
giglio e ai suoi orli correvano due ordini di coloquintida.

Oltre a questo bacino immenso, ve n'erano dieci altri
di dimensioni minori che dovevano servire a lavare le differenti
parti dei sacrifici, ed erano posati sopra piedistalli
di rame ornati di figure di leoni, di buoi e di cherubini.

Nell'Hechal innanzi all'entrata del santo dei santi si
trovava l'altare degli incensi, in legno di cedro coperto
di lamine d'oro. Il *candelabro a sette bracci*, e la tavola
dei *pani di proposizione* occupavano il posto identico a
quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla differenza
che qui si avevano per ciascun lato cinque altri
candelabri e cinque altre tavole parimenti d'oro, con sopravi
gran numero di tazze, di molle, di pallette, di vasi
e di varie altre suppellettili tutti d'oro massiccio.

Entro al Debir non v'era altra cosa all'infuori dell'*Arca
santa*, che probabilmente poggiava sovra un piedistallo,
e nella quale stavano racchiuse le tavole della Legge. Due
cherubini di legno d'olivo selvaggio coperti d'oro, venivano
a congiungersi nel mezzo dell'Arca partendo dalle due
sue estremità. Ciascuno d'essi aveva dieci cubiti di altezza,
e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir
e coprivano l'Arca santa. Questa veniva così nascosta a
tutti gli sguardi, ed anche quando veniva aperta la porta
del Debir non potevasi discernere veruna delle sue parti
tranne le estremità delle sbarre che servivano a trasportare
l'Arca, e la cui lunghezza superava l'ampiezza della
tenda.

====



_`ELLUL` (*Agosto-Settembre*).
==============================

.. _`Compimento delle mura di Gerusalemme`:

Nulla di veramente importante registra la nostra storia
in questo mese, se si esclude il fatto del compimento delle
mura che dovevano cingere Gerusalemme attuato dai reduci
della cattività babilonese. Com'ebbimo a dire nel
[pg 96]
mese scorso per l'erezione del Tempio, il cui lavoro fu
più volte interrotto per l'opposizione dei popoli circostanti
che lo avversavano accanitamente, considerandolo, come
lo era infatti, un primo passo verso il riacquisto della
primitiva indipendenza; lo stesso dobbiamo ripetere ora
relativamente all'erezione della muraglia di cinta. Ma
grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza
degli stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione
del principe Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo
mese. Non passeremo sotto silenzio che anche in questa
occasione tornò indispensabile la validissima cooperazione
prestata dal profeta Nehhemia, il quale per l'instancabile
operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d'ogni genere
di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria
benemerenza.

-----

.. _`Sullo suono dello Sciofar`:

Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata
ai nostri giovani lettori, alla continuazione degli studii
di Archeologia biblica, noi facciamo precedere alcuni schiarimenti
sull'uso che tuttavia si segue in questo mese di
suonare lo *sciofar*, e poichè ci troviamo sull'argomento
aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono
a Mosè le due notevolissime instituzioni dell'*anno
sabbatico* e dell'*anno del Giubileo*; per la cui solenne
e pubblica annunciazione si faceva appunto uso di quello
strumento musicale.

Lo *sciofar* si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i
giorni di questo mese tranne i sabbati, dopo l'orazione
mattutina, *tefilà*, e in certe località anche dopo l'orazione
antivespertina, *minhhà*. Tale suono viene limitato a quattro
sole voci (*tekiód*) distinte colla parola *tasrad* [#]_.

.. [#] Tale vocabolo è composto delle lettere iniziali delle quattro parole:
   *tekià*, *scevarim*, *teruà*, *tekià*, e che significano quattro diverse
   modulazioni di voci.


Per insegnamento tradizionale noi sappiamo che questo
uso deve la sua esistenza al pensiero di commemorare la
[pg 97]
seconda ascensione sul Sinai fatta da Mosè per prendere
le seconde tavole della legge: importantissimo avvenimento
che si vuole successo appunto il primo giorno del
mese di *Ellul*. Forse non si ignora che le prime tavole
della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere
immediatamente dopo la proclamazione dei 10 comandamenti,
furono da lui stesso spezzate in un istante di giustissima
ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso dal monte
vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d'oro
fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di
assentarsi di nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla
esperienza della leggerezza ed incostanza del popolo abbia
voluto rendernelo avvisato facendo suonare lo *sciofar*, e
ridisceso il dieci di *Tisrì*, abbia consacrato quel giorno
alla penitenza e al perdono, chiamandolo *ìom achipurim*
(giorno dell'espiazione o del perdono). Secondo questa
credenza la *tekià*, o le *tekiód*, secondo l'usanza delle Comunioni,
che chiudono quel santo giorno, sarebbero state
stabilite in memoria appunto del suono dello *sciofar*, che
Mosè fece ripassare nell'accampamento quello stesso giorno
per annunziare al popolo il suo ritorno.

Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei
il canto e la musica: diremo qui che lo *sciofar* tradotto
dalla Vulgata in *buccina*, nella Bibbia viene pure appellato
*keren aiovèl* espressione che a detta dei Rabbini significa
*corno di montone*, locchè ci può fare convinti che
questo istrumento era fatto effettivamente con un corno
di montone, o ne aveva almeno la forma.

Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento
musicale, che si adoperava specialmente nelle guerre e
per annunziare pubblicamente l'anno dell'*iovel* (Giubileo).
È cosa probabilissima che la denominazione data a quell'anno
abbia avuto origine dall'istrumento che era adoperato
per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza
dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino
invece che la parola *iovel* derivi dalla radice *iaval* che
significa *apportare*; perchè tale anno apportava ad ogni
[pg 98]
cittadino la gioia di rientrare in possesso dei beni forzatamente
alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa.
Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare
tale anno alla nazione e sulle importanti specialità che
lo distinguevano: «Numererai poi sette ebdòmade di anni
(cioè) sette anni sette volte; e quando il corso delle sette
ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel
mese settimo ai dieci del mese suonerai *buccina* clamorosa;
nel giorno dell'espiazione suonerete la *buccina* in tutta
la vostra terra. Consacrerete l'anno cinquantesimo e proclamerete
franchigia nel paese a tutti i suoi abitanti.
Quello sarà per voi *giubileo* (*iovél*), e ciascheduno di voi
farà ritorno alla sua possessione, e ciascuno tornerà alla
propria famiglia».

.. _`Dell'anno Sabbatico`:

I principali motivi che inspirarono le due istituzioni
dell'anno sabbatico e dell'anno del giubileo furono i seguenti:
1º Il progresso dell'agricoltura; 2º _`l'inalienabilità`
dei possedimenti prediali; 3º la libertà degli schiavi. Quantunque
le disposizioni di cui noi parliamo non si accordino
guari colle idee _`perdominanti` ai giorni nostri sia sul
commercio, quanto sulla proprietà e sulla agricoltura;
pure non furono solo possibili allora, ma altamente commendevoli.
E la prova si è che non fu solo Mosè che concepì
l'idea della parità di averi per ogni cittadino, e per
conseguenza della inalienabilità delle terre. Però è per
noi gradito dovere quello di potere asserire colla testimonianza
della storia, che fra quanti antichi Legislatori tentarono
d'incarnare tale concetto, nessuno seppe concepire
un piano tanto semplice, e di così facile attuazione quanto
quello ideato dal Legislatore ebreo.

Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità
delle nazioni dipende dalla bontà delle istituzioni che la
reggono, dall'abbondanza d'annona e dal forte vincolo
che lega il cittadino al patrio suolo, più che da estese
relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione
col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e
dalle micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di
[pg 99]
luce viva ed abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e
d'una utilità piuttosto apparente che reale; dopo di avere
dati al suo popolo un codice di leggi «giuste e rette»,
cercò d'inspirare nei loro animi il massimo amore per le
due innocenti ed utilissime professioni dell'agricoltura e
della pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli
esempi dei patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo
che esso non era il vero proprietario della terra, ma
niente più di un semplice vassallo e coltivatore a cui Dio
assegnò una parte del suo terreno affinchè la custodisse
e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore,
e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi
non siete con me se non forestieri ed abitanti».

Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che
i componenti la sua repubblica erano tutti eguali al cospetto
del Signore, perchè tutti «suoi figli e suoi servi che
trasse dalla schiavitù d'Egitto», doveva naturalmente conseguire
un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di partecipare
nella stessa misura al suolo da conquistarsi [#]_.
Ma oltre alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti
i cittadini in faccia alla legge, è fuor di dubbio che tale
disposizione, serviva mirabilmente ad inspirare in ciascuno
d'essi un fortissimo amore di coltivare bene, e di difendere
strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati
da tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come
formarono il patrimonio dei loro padri, così dovevano venire
tramandati ai loro figli; com'è fuor di dubbio che la
parte toccata in eredità a ciascun cittadino, doveva bastare
ad assicurare un vitto abbondante alla propria famiglia.
«Quando voi sarete in possesso della terra che
Dio promise ai padri vostri, dice il Legislatore, voi la
[pg 100]
dividerete col mezzo della sorte, per famiglia e per tribù,
per modo che ciascuno abbia la sua parte conveniente;
dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù o
famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione
più piccola a quelle che saranno in numero minore».

.. [#] Di questo diritto fu esclusa la tribù di Levi, onde le occupazioni
   materiali non la distogliessero dal servizio divino e dallo ammaestramento
   del popolo a cui fu consacrata.

   Più tardi vedremo che la legge ne la compensava esuberantemente
   col prodotto delle decime e dei sacrifizii, e coi non rari doni dei privati.


Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide
vittorie, Giosuè invitò l'assemblea del popolo raccolta
in Silo, a scegliere tre uomini abili per ciascuna tribù,
di dare loro l'incarico di percorrere il paese in tutti i sensi,
tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.

E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare
rimarcare il seguente fatto degno di nota. Ammettendo
anche inesatta l'opera di quegli uomini, non ci deve recare
meno stupore la considerazione che 3500 anni fa, al loro
ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano già potuto
avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non
molti anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano
cioè del loro paese, il cadasto della proprietà pubblica.

.. _`Fertilità della Palestina`:

Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare
l'agricoltura [#]_, non valevano tuttavia ad
[pg 101]
assicurarne una fertilità duratura; inquantochè la terra possa
isterilirsi tanto per l'indolenza e l'incuria del proprietario,
quanto per la sua insaziabile ingordigia. Prevenuto il primo
di questi due pericoli conveniva pensare a scongiurare il
secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni:
ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva
bene di praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per
motivi che qui non occorre cercare, Mosè proibì la simultanea
mescolanza dei vegetabili nello stesso campo. Occorreva
dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente
[pg 102]
trovato coll'istituzione dell'anno *sabbatico*, che era un anno
intiero di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge
a questo riguardo: «Sei anni coltiverai il tuo campo, e
sei anni poterai la tua vigna, e ne ritirerai il prodotto.
Ma nell'anno settimo la terra avrà sabbato di riposo, sabbato
ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai,
e la tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà
spontanea (dai grani caduti), non mieterai; e l'uva delle
tue viti incolte non vendemmierai: egli sarà per la terra
un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato della terra
sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e
della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio,
dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed
alle fiere esistenti nel tuo paese, sarà lasciato mangiare
ogni suo prodotto».

.. [#] E che gli Ebrei abbiano profittato delle raccomandazioni di Mosè,
   noi non possiamo neanche dubitarne. A conferma della prodigiosa fertilità
   della terra promessa, che come dicemmo viene messa in dubbio
   da quanti si fermano alle desolanti descrizioni che di quel paese ci
   danno gli scrittori moderni senza por mente agli sconvolgimenti cui
   andò soggetto, noi non rapporteremo quanto vi si trova nella Scrittura e
   in Giuseppe Flavio onde non si creda che in noi parla la passione, ma
   bensì la testimonianza di scrittori pagani.

   Dopo che Plinio chiamò Gerusalemme «la città la più celebre, non
   solamente della Giudea, ma dell'intiero Oriente»; dopo ch'ebbe dato descrizioni
   favorevolissime della Giudea e delle sue produzioni in generale;
   dopo ch'ebbe vantato la flessibilità del legno del terebinto, la sua lunga
   durata e il suo colore di un _`nero splendissimo`; dopo ch'ebbe fatto notare
   l'importanza della resina e del miele d'olivo (specie questo di una manna
   che si raccoglieva sulle foglie di quegli alberi); si ferma pia particolarmente
   sulle palme e sulla pianta del balsamo. Ecco le sue parole dalle quali
   possiamo desumere quale caso si facesse allora di quella produzione: «Il
   balsamo sdegna di crescere altrove (così credeva anche Flavio: Ora
   però cresce in Arabia) e il liquido che se ne estrae, e che viene preferito
   a qualunque altro profumo, la Giudea è il solo paese del mondo
   al quale la natura lo abbia accordato. Gli Imperatori Vespasiano e Tito
   furono i primi che mostrarono in Roma ed abbiano portato nel loro
   trionfo questo prezioso arboscello, divenuto tributario del nostro impero,
   come la nazione che il coltivava».

   Tacito ne parla in questi termini: «Questo paese confinante all'Oriente
   coll'Arabia, al mezzodì coll'Egitto, a ponente colla Fenicia
   e col mare; dal Nord si estende _`in lontanza` verso la Siria. Gli uomini
   sono sani e robusti, le pioggie rare, il suolo fertile; esso dà le stesse
   produzioni del nostro paese, colla stessa abbondanza, e in dippiù il
   balsamo e le palme: le palme, alberi alti e belli; il balsamo, arboscello
   il di cui succo s'impiega utilmente nella medicina».

   Un romano orgoglioso e poco favorevole agli ebrei, poteva forse lodare
   meglio la Giudea che paragonarla alla gentile e fertile nostra patria,
   dando la preferenza alla prima?

   Alle testimonianze di questi due scrittori tutt'altro che parziali pel
   popolo nostro, possiamo aggiungere quella di un gran numero di medaglie
   fatte incidere dai Greci e dai Romani nelle occasioni delle loro
   vittorie sugli ebrei, e che certo non era nella loro intenzione di fare
   cosa gradita ai vinti lusingandone l'amore patrio. Queste medaglie rappresentano
   tutte la fertilità del paese, poichè in certune d'esse la Giudea
   viene rappresentata gemente all'ombra di una palma; in altre offre i
   suoi olivi e il suo balsamo; una rappresenta covoni di grano, in altra
   vedonsi tre spicche di grano uscenti da un sol gambo; in questa smisurati
   pampini d'uva, e in quella corni colmi di parecchie specie di frutti.

E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore
ebreo non siasi lasciato sfuggire neanche questa
occasione onde disporre il cuore del suo popolo alla bontà
e alla misericordia. L'avvicinarsi dell'anno settimo poteva
impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del
necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene
in loro soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo
che i prodotti spontanei di quell'anno fossero lasciati
a loro favore. Solenne prova di un cuore nobilissimo
e di un sentimento squisitamente gentile!

La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno
riparava alle sue forze stremate pei sei ricolti consecutivi:
e le numerose mandre che ricondotte dal deserto vi pascolavano
in libertà, ne aumentavano d'assai la fertilità.

E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche
difficoltà nell'animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere
ragione che uno stato possa seriamente rinunciare
all'intiero raccolto di un'annata, e particolarmente poi in
quei tempi che presentavano tanti ostacoli a provvedersene
altrove per la difficoltà di comunicazione; noi rapporteremo
le parole colle quali Mosè rassicurava il suo
popolo a questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa
[pg 103]
mangeremo noi nell'anno settimo, se non faremo seminagioni,
e non potremo perciò raccogliere verun prodotto?»—«Io
comanderò su voi la mia benedizione
nell'anno sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole
per tre anni». Ma senza pregiudicare minimamente
questa divina promessa, subordinata alla osservanza delle
sue leggi; non v'ha dubbio che questa instituzione serviva
altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento
della previdenza e dell'economia. Le terribili carestie
dei tempi d'Abramo e di Isacco ci fanno fede che i mezzi
di conservare i generi alimentarii erano affatto sconosciuti
o assai negletti. Invece per questa legge gli Ebrei
erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare
diversi mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e
l'olio; e ad abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con
queste lodevolissime precauzioni essi venivano a premunirsi
contro il flagello delle carestie che in quei tempi
erano tutt'altro che rare, e che ancora più che dalla inclemenza
delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime
allora e di carattere selvaggio.


Ma i benefici effetti dell'anno sabbatico si estendevano
pure alla derelitta classe degli schiavi. Parlando della
costituzione della famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione
di constatare le sollecitudini di Mosè per quelle infelici
creature, che la sventura o il bisogno assoggettava ai loro
simili.

Nessun'anima gentile potrà non convenire con noi che
al dissopra della triste condizione in cui lo schiavo gemeva
giornalmente, era senza dubbio straziante il pensiero
che gli fosse tolto definitivamente ogni speranza
che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà,
che valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di
cittadino. La schiavitù non gli presentava che un immenso
ed indefinito orizzonte di sofferenze e di dolori
che faceva capo alla tomba. Togliere questo strazio inesprimibile
dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle
prerogative dell'anno sabbatico. «Quando tu acquisterai
[pg 104]
uno schiavo ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo
se ne sortirà liberamente [#]_. Questa legge ammetteva
però un'eccezione concessa per un lodevole sentimento
di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio padrone,
verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come
si esprime la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo
dirà: Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli e
non voglio andarmene libero»; allora il padrone lo farà
presentare ai giudici, e questi lo faranno avvicinare ad un
battente, o allo stipite della porta della città (luogo, come
vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i tribunali
composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove
per conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente
la giustizia) e colà, lo stesso padrone, gli buccherà
il lobo dell'orecchio..... e lo schiavo lo servirà *leolàm*,
[pg 105]
vale a dire sino all'anno del *Giubileo*, come intendono,
tutti i commentatori.

.. [#] Per dare una prova dell'alta importanza che attaccavano i Profeti a
   questa disposizione, comecchè interessasse una delle più importanti prerogative
   di ogni cittadino «la libertà individuale», perchè la legge sanciva
   allo schiavo liberato la immediata restituzione dei diritti civili e politici;
   noi trascriveremo qui alcuni versetti che coll'animo traboccante di indegnazione,
   Geremia ne apostrofava i trasgressori: _`«Dice così il Signore,`
   Dio d'Israele: Io imposi l'obbligo ai vostri padri allorchè li trassi dalla
   terra d'Egitto, dov'erano schiavi con dire: «In capo a sette anni rilascerete
   ciascheduno il vostro fratello ebreo, che vi si fosse venduto,
   ed avessevi servito sei anni; e lo rimanderete da voi in libertà. E i
   vostri padri non m'ascoltarono.....».—«E voi in oggi vi emendaste,
   e faceste ciò che piace ai miei occhi, proclamando l'uno all'altro libertà;
   e ne faceste solenne promessa innanzi a me........».—«Ma poi,
   pentiti, profanaste il mio nome, e faceste tornare ciascheduno il
   proprio servo, e ciascuno la propria serva, che avevate rimandati
   in balia di sè, e li sforzaste ad essere a voi schiavi o schiave.
   Perciò dice così il Signore: «Voi non mi avete obbedito di proclamare
   l'uno all'altro libertà; ecco ch'io sono per proclamare contro di voi
   libertà, dice il Signore, alla spada, alla peste e alla fame; e renderovvi
   oggetto d'orrore a tutti i regni della terra. E darò quegli uomini che
   contravvennero alla fattami promessa....... in mano dei loro nemici e
   di quelli che cercano d'impossessarsi delle loro persone».


I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra
strano: _`«Per quale motivo` la legge ordina di offendere l'orecchio
a preferenza di qualunque altro membro?—Disse
Dio: «Quell'orecchio che intese la mia voce sul Sinai, quando
proclamai: che tutti i componenti l'Assemblea di Giacobbe
sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d'Egitto,
e ciò non pertanto si sottomise volontariamente al
giogo d'altro schiavo, porti esso il marchio dell'ignominia
e del disonore».

.. _`Dell'anno del Giubileo`:

L'anno del *giubileo* differenziava dall'anno sabbatico
per la prescrizione d'una libertà intiera, assoluta ed inesorabile
per la terra e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè,
nella guisa istessa che nell'anno sabbatico s'era fatta
un'eccezione alla legge relativa agli schiavi, così se ne
ammise una riguardo alla legge sulla proprietà permettendone
l'alienazione in dati casi. Ma questa concessione
non era che temporanea anch'essa: inquantochè oltre al
permettere al possessore stesso di ricuperare in qualunque
momento la possessione alienata; oltre al raccomandare
questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti,
facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già
sua possessione; statuì che in qualunque caso all'anno
del giubileo, egli ritornasse di pien diritto al possesso dei
suoi beni. I debiti di qualunque specie essi fossero venivano
pure rimessi [#]_.

.. [#] Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione
   che Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un nobilissimo
   pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un malvagio
   pensiero, cioè: «S'avvicina l'anno settimo, l'anno della remissione—e
   tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e non gli
   dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al Signore, e tu incorreresti
   in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il cuore nel dare a lui;
   poichè in premio di questa cosa il Signore, Iddio tuo, ti benedirà in
   ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui porrai mano».

[pg 106]

Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell'ordine
primitivo: lo stato ricuperava i membri per lui perduti
nella schiavitù; e questi miserabili resi alla patria e ristabiliti
nei loro fondi, riprendendo il titolo di cittadino
si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e di
sopportarne i carichi.

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|

.. image:: images/decor_p_106.png
   :align: center
   :width: 30%
   :alt:

.. vfill::

[pg 107]


NOZIONI DI ARCHEOLOGIA
----------------------

Antichità civili.
-----------------

Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti sulla società
domestica degli antichi Ebrei, comincieremo in questo la
descrizione dei loro usi sociali, facendovi precedere alcune
considerazioni sul loro carattere in generale.

.. _`Carattere degli antichi Ebrei`:

È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi
teneva alcun che di singolare, e distinguevasi da quello
degli altri popoli per virtù e vizi proprii. Se è vero che
essi non erano affatto scevri dei vizi propri degli Asiatici
quali: l'arroganza, l'indocilità, la caparbietà, la mollezza,
l'amore del lusso e delle pompe; se è vero ch'essi ebbero
una tendenza invincibile verso l'idolatria fino all'epoca
del primo esiglio; non è men vero che in parecchi periodi
della loro storia noi li riscontriamo sobrii e semplici
nei costumi, modesti nelle glorie, attribuendone maggior
merito alla protezione di Dio che al loro proprio valore;
li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato
amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle
promesse, chiari per umanità, giustizia ed affabilità.

Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte
passione per l'agricoltura e per la pastorizia non furono
vani, perchè essi vi si mostrarono cotanto propensi e vi
si dedicavano con tanto amore, che la massima prosperità
della nazione veniva figurativamente espressa dai profeti
colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto
la sua vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia
minimamente impedito che ogni qualvolta la loro patria
reclamava l'aiuto dei suoi figli, questo popolo non abbia
saputo cangiare con prestezza ammirabile e con uno slancio
insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.

[pg 108]
Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in
pratica nelle diverse congiunture della vita.

Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco,
per sapere quanto già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè
il suo autore si studiò di ingentilire l'animo del suo popolo,
e di insinuare nei loro cuori urbanità e delicatezza [#]_.
[pg 109]
E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere asserire senza,
tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si uniformarono
sì bene all'intenzione del loro Legislatore, che
lasciarono una prova indubbia della più alta civiltà.

.. [#] Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in rassegna
   tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre quello
   di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di amore e di
   gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi nostri studi ci
   dimostrerà in modo indubitabile che il terreno, cioè il popolo, era veramente
   adattato a ricevere e a fare crescere rigogliosi quei nobili semi.
   Ci contentiamo pertanto a segnalarne alcuni: La raccomandazione di
   alzarsi al cospetto d'un vecchio; di non cibarsi del sangue degli animali;
   di non fare cuocere il capretto nel latte della madre; di non
   uccidere il bue o l'agnello nello stesso giorno in cui si uccide il loro
   figlio; di non mettere la musoliera al bue quando batte il frumento;
   di non serbare rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue
   offese; di non restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo;
   di non maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc.

   Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani
   lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori vollero
   appunto dipingere l'indole gentile e pietosa del nostro Legislatore.

   «Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che
   trovavasi _`verso l'Oreb,` luogo arido e deserto, volgendo l'occhio attorno
   vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s'allontana dalle compagne.
   Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta il corso, e scorre per
   vaste pianure finchè si arresta presso ad uno zampillo d'acqua.

   Mosè la raggiunge, s'arresta anch'esso, la guarda mestamente e dice:
   «Mia buon'amica! era dunque la sete che ti spingeva a lasciarmi e
   sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come devi essere
   stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue compagne?»

   Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle spalle,
   e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta della greggia.

   Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal cielo
   suonò in queste parole:

   «Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini,
   meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»


L'atto più comune di urbanità essendo il saluto che
viene scambiato tra amici e conoscenti; è perciò naturale
che si presenti primo al nostro esame.

.. _Atti di Urbanità—Del Saluto:

Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto,
conteneva una benedizione. Il saluto più ordinario era
infatti: *Dio* (sia) *con te*: al quale veniva risposto: *benedica
te Iddio*. Si usavano però altre formule quali sarebbero:
*Dio ti sia benigno*: *la benedizione di Dio* (sia) *sopra
di te*; *io ti benedico nel nome di Dio*. Volendo informarsi
del benessere dell'amico, gli si indirizzava la seguente
interrogazione: *aschalom lach?* a cui ordinariamente veniva
risposto: *schalom*. Gli amici, i parenti e quelli che
erano di un rango eguale per lo più facevano seguire un
abbraccio al saluto e specialmente poi quando non si erano
visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi da
persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza,
che la Bibbia esprime colle parole: *si prosternò
colla faccia a terra*.

Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco
e da quello di Abigaille verso Davide, si può conghietturare,
che l'inferiore si affrettava a scendere dalla sua
montura, quando vedeva arrivare l'uomo di distinzione al
quale voleva presentare i proprii omaggi.

Nel corso della conversazione, l'inferiore dava al superiore
il titolo di *signore*, e a se stesso si attribuiva quello
di *servitore*, senza però lasciare di parlargli direttamente
in persona seconda, formula che si usava quasi esclusivamente.
Anche le donne parlando a uomini a loro superiori
davano a se stesse l'epiteto di *serventi*. Pare che gli uomini
non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all'incontro
queste si mostrassero molto sollecite ad usare
verso gli uomini quest'atto d'urbanità. Tale uso si conserva
ancora oggi giorno tra gli Arabi.

[pg 110]
Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore [#]_ sugli
Orientali, i quali, dice esso, «conservano talmente le
usanze antiche menzionate nella Storia Sacra e profana,
che salvo la religione, si può dire che è ancora lo stesso
popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a conghietturare
che quando si andava a fare visita a un grande
personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo
invece entrare in una casa ordinaria si bussava alla porta,
e si attendeva che sortisse il padrone per esservi introdotto.
Partendo dalia stessa supposizione si ha fondamento a ritenere
che, come si usa attualmente dagli Orientali, si
usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore
degli ospiti e di complimentarli con rinfreschi che consistevano
allora in vino mescolato d'aromi, in sciroppo di
melagranate, ecc.

.. [#] Shaw t. 1 p. 390.

Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il
padrone di casa gli diceva: *lech leschalom* (va in pace)
augurio questo che si adoperava anche pel viaggiatore.

.. _`Dei Regali`:

Fra gli scambievoli atti d'urbanità a cui ci obbliga la
vita socievole, dopo il saluto e la visita vengono i regali,
e di essi la Bibbia ci offre pure molti esempi. È quasi superfluo
dire che i regali, i quali sono forse ancora più che
il saluto e la visita una manifestazione d'una reciprocanza
non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano
necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela
e di amicizia che legavano tra loro chi li offriva e
colui a cui venivano offerti, e a seconda della differenza
della loro condizione sociale [#]_. Essi consistevano in armi,
[pg 111]
in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali devesi
particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele.
Naturalmente non v'era epoca fissa per tale scambio di
regali, poichè gli amici se ne scambiavano nei giorni di
allegria per qualsivoglia festività domestica; e in tali giorni,
come pure nelle ricorrenze delle solennità religiose, se ne
distribuivano generosamente al levita, al forestiero, all'orfano
e alla vedova: onde anch'essi, secondo il detto Mosaico
«potessero partecipare alla comune letizia».

.. [#] Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali,
   inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i chiaroveggenti
   e pervertiscono le parole dei pii». Questa raccomandazione
   non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri Dottori rivestiti della
   qualità di giudici, ma troviamo anzi che parecchi d'essi ne spinsero la
   pratica esecuzione ad una scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo
   dimostrano ben chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo
   ai nostri lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto:
   Rabì Samuele tragittava un'acqua sur una barchetta. Giunto alla
   riva un uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso
   uomo gli presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo
   avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo giudice
   perchè ho ricevuto da te un servigio».

   Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi
   ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta questi
   gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per qual cagione
   hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone. «Signore! rispose
   il gastaldo, ho una causa qui in città, e dovendomivi recare, ho pensato
   profittare del viaggio per portarvi dei vostri frutti. Di grazia! ecco
   il tenore della mia causa: spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde
   il Dottore, tu mi hai fatto una cortesia, io non posso più essere
   tuo giudice»: e delegò due savii a fare le sue veci.

   Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando
   gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine smarrite
   dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo, parrebbe che
   i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con regali di danaro o di
   qualche genere alimentario; però dalle prove di disinteresse date da
   questi due profeti, e particolarmente dal primo d'essi, del quale parleremo
   in seguito, e che furono gli unici dei quali si faccia menzione
   sotto questo rapporto, noi abbiamo fondati motivi a credere che quei
   regali quando venivano da essi accettati, lo erano a solo titolo di atti
   di beneficenza verso i loro alunni poveri.


Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi
acquistare la protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano
ai loro inferiori, locchè veniva stimato un segno
di favore e di protezione. Anche ai re si offrivano regali,
ma probabilmente altro non erano se non un'imposta
[pg 112]
mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che
anche i re dal canto loro si dimostravano liberali verso
quei loro sudditi che ritenevano degni di particolare distinzione,
e che nei tempi di pubblica esultanza facevano
distribuire viveri al popolo radunato.

.. _`Dei Festini`:

Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era
pure in uso allora. Si davano pranzi per festeggiare l'arrivo
di qualche parente od amico che non s'era visto da
gran tempo; alla tosatura delle pecore; alle vendemmie;
allo spopparsi dei bambini e _`in occasioni di matrimoni;`
presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie
e nei giorni loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati
colla parola *misthè*, che letteralmente significa *tempo
di bere*, probabilmente per la larga parte che si lasciava
al vino in quei tempi in compenso alla scarsità delle pietanze,
che erano certamente ben lungi di raggiungere o
anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che
s'imbandiscono attualmente nelle mense dei grandi. Portavano
pure il nome di *lehhem* che vale *pane*, quasi ad
atto di ossequio al primo e più importante alimento. Da
quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse preceduto
dalla benedizione del capo dei convitati.

Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai
cenno sull'intervento delle donne, per cui siamo portati
a conchiudere che anche fra gli ebrei, le donne tenessero
festini nei loro appartamenti separati come si usava in
tutto l'Oriente; quantunque dall'importanza che aveva la
donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio
che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto
lascia credere che tali festini fossero rallegrati da concenti
musicali e da canti di gioia.

Nel conversare il loro contegno era misurato e grave,
come lo è quello degli orientali in generale, e specialmente
quello degli arabi. Si parlava poco, e con parole
convenienti. Le espressioni lubriche, disoneste od anche
solo equivoche non solo erano bandite dal loro parlare, ma
venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni
[pg 113]
erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila
ai malfattori e ai reprobi.

Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento
alcune osservazioni giudiziose e spassionate dell'abate
Fleury, nel suo pregiato lavoro *Mœurs des Israélites*: «Essi,
gli ebrei, usavano volontieri nei loro discorsi allegorie ed
enigmi ingegnosi. Il loro linguaggio era modesto e conforme
al pudore. Essi dicevano per esempio: «L'acqua dei
piedi» per sott'intendere l'orina: «Coprire i piedi» per
soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione
si coprivano dei loro mantelli dopo d'avere scavato
la terra..... D'altra parte se essi hanno certe espressioni
che a noi sembrano piuttosto dure quando parlano del
concepimento e della nascita dei bambini; se nominano
senza riguardo certe infermità segrete dell'uno e dell'altro
sesso, ciò avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»

Sull'argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si
esprime: «La loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza
del paese li rendeva inclinati al piacere: ma i loro
piaceri erano semplici e facili non avendone guari oltre il
buon vitto e la musica. I loro festini erano imbanditi di
vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva
cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque
in verità noi riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri
oltre ai due summentovati; è però vero che il vecchio
Barzilai non enumerò che questi due, che certo erano per
loro i principali, quando invitato da Davide a volere dimorare
nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare
perchè la sua grave età non gli permetteva oramai
di gustarne il diletto. L'ecclesiastico poi paragona questi
due piaceri nella vita dell'uomo, all'effetto che produce
alla vista uno smeraldo incastrato nell'oro. Per godere il
fresco e l'aria libera, essi mangiavano volentieri sotto gli
alberi e sotto capanne.

.. _`Del giuoco e della caccia`:

Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia,
sono ai tempi nostri annoverati tra i principali. Riguardo
al giuoco possiamo affermare che nella Bibbia non se ne
[pg 114]
ha traccia veruna. Solo nella legge tradizionale si parla
di giuochi d'azzardo e non solo vengono dichiarati proibiti,
ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano
deporre come testimoni innanzi ai tribunali.

Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare
una delle occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto
dei pastori della Palestina, pel bisogno che avevano di difendere
le loro greggie dalle bestie feroci; pare che fosse
esercitata anche dagli ebrei, sia per lo stesso motivo e sia
perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande. Nessuno
ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era
chiamato «cacciatore forte al cospetto dell'Eterno»; e che
la selvaggina tornava tanto gradita al palato del Patriarca
Isacco, da ispirargli maggior tenerezza pel figlio Esaù che
spesso gliene provvedeva.

Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina
era ricca in selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia
che una sola restrizione, che a noi pare bene trascrivere
nella sua interezza: «Se per la via s'affaccia innanzi a te,
in qualche albero, o per terra un nido d'uccelli (ove siano),
pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle
uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via
la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del
bene, e vivrai lungamente [#]_».

.. [#] Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto
   una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il
   senso che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha
   lo stesso valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel
   latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque azione
   che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro cuore un'influenza
   meno che pietosa; e per altra parte include un delicato pensiero
   di misericordia, che è il carattere speciale della Legislazione mosaica,
   verso quella povera madre che dovrebbe assistere alla morte dei
   suoi figli e allo sperdimento delle sue uova: inquantochè anche gli animali
   irragionevoli soffrano immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non
   dipendendo l'amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla immaginazione
   e dall'istinto pari nell'uomo, come in tutte le altre creature.

[pg 115]

I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente
dell'arco, delle freccie, del *romahh* (picca o
lancia), dell'*hhanid* (asta o lancia) e dell'*hherev* (spada).
Le bestie feroci e specialmente i leoni si prendevano nella
*sciuhhà* (fosso), col *mochesc* (trappola) e col *pahh* (laccio).
Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi. Finita
l'escavazione, se ne copriva l'orifizio di canne o ramoscelli
d'alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto
rilevato al quale si attaccava un agnello vivo. I belati
dell'agnello attiravano la bestia feroce, la quale si slanciava
con furia sulle canne per impadronirsi della preda;
ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella fossa.
Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare
l'immagine d'imboscate e di pericoli.

.. _`Sul trattamento verso i poveri e gli stranieri`:

Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica
e sociale degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati
a consacrare alcune parole sul trattamento che trovavano
presso di loro i poveri ed i forestieri.

Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse
eccellenti le disposizioni da lui prese, e da noi in parte
esaminate, onde tutti i componenti della repubblica da lui
fondata potessero vivere in condizione agiata ed indipendente;
tuttavia non poteva illudersi, come veramente non
si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i vizii
degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in
un tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio
sociale da lui stabilito. Ecco con quali parole dimostra
questa possibilità ed ordina di venire in soccorso
ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un paese
qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri
la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo
paese».

La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa
classe di diseredati: 1º *Evion*, derivante dal verbo *avà*,
che significa desiderare, volere; 2º *anì*, da *óni*, afflizione,
miseria; 3º *dal*, che deriva dal verbo *dalal*, e che vale impoverire,
mancare, scarseggiare. Questo vocabolo viene
[pg 116]
usato indistintamente tanto rapporto alla salute fisica e
allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai beni di fortuna
e alla condizione sociale.

Se portati dall'argomento noi dovemmo occuparci di
questa classe sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati
di allungarci a dimostrare con quanta premura
ed amorevolezza venisse essa raccomandata alla pietà dei
ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri Dottori
poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni
delicate e previdenti da quasi rasentare l'esagerazione. A
degno complemento dei loro ammaestramenti definirono
il popolo d'Israele per *rahhamaním benè rahhamaním*,
misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè, conchiusero
essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha
misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente
di Abramo [#]_.

.. [#] Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non
   possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed un
   esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità Israelitica. Non
   isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri lettori l'alta importanza della
   prima Sentenza per la tolleranza religiosa di cui ci dà bella prova.

   «È legge di pace l'obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi nazione
   in un coi poveri d'Israello, di assisterne gli infermi, di seppellirne
   i morti».

   «L'infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi dolori
   a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso: «Non
   sono anch'io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da me a quel
   ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che è sua, ed io
   giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice letto ed io sul nudo
   terreno. L'uomo benefico, colla sua carità, calma il fremito del povero
   e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio dice a quest'uomo benefico: «Colla
   tua carità tu riconcilii quel poveretto con me; tu ci metti in pace».

   «Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio principesco,
   ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di cadere dalla sua
   grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che s'addiceva al
   suo nome ed alla sua famiglia.

   L'infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli si
   raccomandava.
   Fra le solite pompe di costui era questa la più costante, di percorrere
   le vie della città montato sur un superbo cavallo, e preceduto da
   uno schiavo che gli correva davanti.

   Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello schiavo.

   Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare
   tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse davanti al
   cavallo per ben tre miglia».

[pg 117]

Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi
raccomandazioni verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri
che noi notiamo, che presso tutti i popoli antichi i
forestieri venivano tenuti quali altrettanti nemici. Ma quale
diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di
autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri
le spighe cadute al mietitore, i grappoli d'uva, le
olive che il proprietario doveva lasciare non raccolte, e
quasi dimenticate, in un angolo del campo e della vigna;
la produzione spontanea degli anni sabbatici; in faccia
alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini.
Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce
questo loro diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato)
il forestiero che verrà a stanziare tra voi; voi lo
amerete come voi stessi, inquantochè voi conoscete *l'anima*
(le sofferenze morali) del forestiero, che forestieri voi
foste nella terra d'Egitto». Ed altrove fissando le norme per
cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità,
equità e fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero:
«Una sola giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia
pel cittadino quanto pel forestiero».

E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli
animi, e che è a cento doppi maggiore di quella dei freddi
precetti; dimostrò tradotti in pratica questi generosi e nobili
sentimenti cogli esempi di ospitalità dati da Abramo
e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma
d'uomini; dall'esempio di Batuele verso Eliezer; da quello
di Labano verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna;
dell'ospitalità da lui stesso ricevuta in Madian da Ietro,
[pg 118]
e che a sua volta gli restituì nel deserto, nell'occasione
che gli accompagnò colà la moglie e i figli.

====

.. _`Tisrí`:

TISRI (*Settembre-Ottobre*).
============================

.. _`Capo d'anno—I 10 giorni penitenziali`:

Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di *ierahh
aedanim* (mese dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare
il mese sacro del popolo ebreo; sia perchè in esso
ricorrono le sue feste principali, e sia perchè i dieci primi
giorni d'esso sono intieramente consacrati alla penitenza;
Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una
festa che chiamò *iom teruà* (giorno di strepitazione).
Ora tale festa, appellata *ross'assanà* (capo d'anno), si celebra
per due giorni consecutivi in tutto il mondo Israelitico;
e per insegnamento tradizionale i nostri Dottori la
dichiararono festa anniversaria della creazione del mondo
motivo per cui l'appellarono: *iom azícarón* (giorno di
commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei
così detti *asséred iemè tessuvà* (i dieci giorni penitenziali),
oltre allo suonare lo *sciofar*, gli uffizi religiosi sono
assai più prolissi che in qualunque altro giorno festivo:
e sbandito dal rituale ogni canto giulivo, le preghiere
s'informano tutte a una certa malinconia che commuove
il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale
che in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni
degli uomini, e segna il destino di ciascuno d'essi
per l'anno che incomincia. In questi, meglio che in qualunque
altro giorno dell'anno, sottoponendo a scrupoloso
esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il
dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo
le nostre anime immortali; e grati a Dio, che nella
sua misericordia per la nostra debolezza ci suggerì un
mezzo onde purificarle, siamo in dovere di adoperarci a
riparare quei mali che volontariamente od involontariamente
causammo al nostro prossimo [#]_.

.. [#] I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono
   il perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di persone:
   La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a fidanza coll'indulgenza
   di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo pure senza ritegno nè
   timore: Verrà il giorno di Chipur e noi otterremo egualmente il perdono».

   La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti pei
   peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di ottenere
   il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di risarcirne, possibilmente,
   il danno arrecato.

   Su quest'argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che
   lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi Rabbini:
   «Ove l'offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere il perdono al
   suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali, se ve ne sono, agli eredi,
   il colpevole è obbligato di farne pubblica ammenda sul suo sepolcro,
   pronunziando le parole seguenti alla presenza di dieci testimonii, la vigilia
   del giorno di Chipur: Io fui colpevole verso il Dio d'Israele,
   e verso costui».

[pg 119]

È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro
cuore sia agitato da un indefinibile timore del giudizio
che sta sospeso sul nostro capo, e da una dolce speranza
di ottenere col perdono un anno di vita e di soddisfazioni.
Ed è per questo che con un raccoglimento maggiore che
in qualunque altra epoca dell'anno, noi facciamo serio proponimento
di opporre per l'avvenire una valida resistenza
alle tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito
fervore pel bene nostro proprio, pel ristabilimento e per
la gloria del popolo d'Israele, e pel bene della umanità
intiera [#]_; lo supplichiamo a non permettere che la carestia,
la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando
la desolazione e la morte; facciamo voti ardenti
onde regni fra gli uomini un patto inalterato d'amicizia
fraterna; e che spunti presto quel giorno in cui tutti gli
uomini unanimi anche nel sentimento religioso, piegheranno
il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu
[pg 120]
annunciato dal profeta colla seguente espressione: «la legge
uscirà da Sionne e la parola di Dio da Gerusalemme».

.. [#] Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte in
   numero *plurale*. Idea sublime! che ci rappresenta incessantemente il
   nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini, e per conseguenza il dovere
   di amare e di cercare con sincerità ed efficacia il bene di tutti,
   implorando per tutti, come per noi, la protezione divina.


Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni
mattina del mese di Ellul, si suonano quattro sole *techiód*
di *sciofar*; in ognuno di questi due giorni se ne suonano
*cento*: cioè trenta tra le due orazioni di *tefilà e mussaf*
(preghiera questa addizionale dei sabbati, capi mesi e feste
solenni); trenta nel corso della recita di quest'ultima preghiera,
e quaranta alla fine d'essa. Le prime trenta vengono
dette *techiód miiossév* (da *iassav* stare, sedere); le seconde
trenta vengono dette *techiód meoméd* (da *amad* alzarsi,
sorgere) perchè si suonano mentre si dice la *amidà*.
Un chiarissimo Dottore esaminando quali cause avevano
potuto motivare l'obbligo imposto di suonare lo *sciofar*
in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo
soltanto quelle che a parere nostro sono le principali:
1ª In commemorazione della proclamazione della
legge sul Sinai, nella cui narrazione è detto: «la voce
dello *sciofar* era fortissima»; 2ª In commemorazione
della distruzione del primo tempio, perchè Geremia annunziando
agli Ebrei l'avvicinarsi del nemico, predisse le
funeste conseguenze che sarebbero derivate da quella
guerra nefasta, colla seguente dolorosa esclamazione: «Nelle
mie viscere, nelle mie viscere io tremo; nelle interne pareti
è agitato il mio cuore: tacere non posso: imperocchè
il suono dello *sciofar* udì l'anima mia, il clangor di battaglia»;
3ª In commemorazione del sacrifizio d'Isacco,
fatto che segnò la più maravigliosa prova di amore e di
fede che un uomo abbia potuto dare alla divinità; fatto
che noi ricordiamo spesso nelle nostre preghiere; ma tanto
maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a titolo di
merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne
nostro ammaestramento della potenza che deve avere la
fede e l'amore di Dio sulle nostre affezioni terrene; 4ª La
manifestazione della speranza di un politico ristabilimento
indipendente d'Israele, avvenimento che verrà anunziato,
dice un profeta, «collo suono di *grande sciofar*».

[pg 121]

.. _`Nascita di Samuele`:

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva
particolarmente a questa solennità, nel primo giorno si
legge un paragrafo del Genesi in cui si racconta la nascita
del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la lezione
seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti
che secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza.
Anche l'*aftarà* [#]_, che si recita nel primo giorno, ci
espone l'avvenimento della nascita di Samuele: di quel
grande profeta e giudice che Davide pose a pari di Mosè
e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi
sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome
suo, invocano Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi
grandi ed incontestabili titoli di benemerenza verso il popolo
d'Israele.

.. [#] L'instituzione dell'*aftarà* (che consiste in un capitolo dei Neviim
   Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia colla *parassà*),
   si crede tragga origine da una fiera persecuzione sofferta dagli Ebrei sotto
   l'Imperatore Adriano. Come vedemmo nel mese precedente, costui aveva
   proibito agli Ebrei sotto pena di morte, l'esercizio di qualsivoglia atto del
   loro culto, e lo studio religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare
   i doveri che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo
   dottore Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l'altro
   lato di esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente
   dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni precauzione.
   Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica del Pentateuco,
   vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei Profeti e che
   avesse con essa la maggiore possibile analogia. Cessata la persecuzione
   si credette opportuno di continuarne la lettura dopo la lezione del Pentateuco,
   sia in memoria dei pericoli che dovettero sfidare i nostri padri
   per mantenersi fedeli alla loro religione, e sia in omaggio a Dio che
   pensando la loro costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.


Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile.
Israele trovavasi accasciato per una forte rotta subita
dai Filistei e che fu causa della morte improvvisa e
tragica del suo venerando giudice e pontefice Eli; della
perdita dell'Arca santa e di parecchie belle provincie dello
stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano deserti
e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti
bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l'amore e la fiducia
d'Israele, ne risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò
alla purezza del Culto mosaico, e non solo gli
fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i confini del
regno; ed ebbe l'insigne merito di riunire in un corpo di
[pg 122]
nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle
dodici tribù d'Israele.

Racconteremo l'ultimo incidente della sua vita politica,
poichè da esso risplende di luce vivissima il suo disinteresse
nobile e delicato, il suo carattere integro e leale, e
la sua giustizia indipendente ed incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su
Nahhass l'Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che
per far onta al popolo d'Israele ebbe la bizzarra e crudele
idea di cavare l'occhio destro a tutti gli abitanti di Iabess
Galaad; Samuele fece radunare tutto il popolo al Ghilgal per
fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per dare a lui e
al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo
dell'invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole:
«Ed ora ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa);
ed io son vecchio e canuto, e i miei figli sono con voi;
ed io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza insino
ad ora. Eccomi: testificate contro di me davanti al Signore
e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi
ho preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni
e da chi ho accettato riscatto per chiudere gli occhi
intorno a lui (cioè per lasciargli impunemente commettere
ree azioni); ed io vi indennizzerò». Quelli risposero: «Non ci
hai frodati, e non ci hai vessati e non hai tolto ad alcuno che
che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi, contro
voi, il Signore, ed è testimonio l'unto suo, che non avete
trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse:
«testimonio».

.. _`Il giorno di Chipur`:

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è
giorno di rigoroso digiuno. Vien detto *iom achipurím*,
[pg 123]
giorno delle espiazioni, e lo si passa intieramente negli
Oratorii in continue preghiere.

Era quello l'unico giorno dell'anno in cui il sommo sacerdote
era obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi
religiosi che avevano principio coi primi albori del
giorno, allorchè esisteva il Tempio, erano circondati di
una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra le
altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all'altare
il vitello che doveva essere immolato pei suoi peccati e
pei peccati della sua famiglia: poscia gettava la sorte su
due capri che erano portati pei peccati del popolo, onde
sapere quali dei due bisognava uccidere, e quale mandare
libero al deserto. Dopo d'avere purificato il santuario, il
tabernacolo e l'altare, imponeva le sue mani sulla testa
del capro da mandarsi all'*azazél* al deserto, lo caricava
(simbolicamente) di tutti i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni
del popolo, e finalmente lo consegnava alla
persona precedentemente incaricata di condurlo al suo destino
per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro
stati immolati, l'uno pei misfatti del pontefice, l'altro pei
misfatti del popolo, simboleggiavano colla loro morte il
castigo dovuto ai medesimi: tali vittime si bruciavano
fuori della città. La libertà data all'altro capro significava
che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai loro
traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell'anno, che il Sommo
sacerdote entrava nel *Debìr* o santo dei santi a bruciare
l'incenso innanzi all'Arca santa. La tradizione ci ha conservato
la breve preghiera che egli faceva prima di sortire,
e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio,
dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno;
fa che non cessi di sedere sul trono d'Israele un rampollo
della Tribù di Giuda; fa che ogni individuo componente
il tuo popolo non abbia a dipendere (per annona) l'uno
dall'altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare
le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente
perchè non piova).

[pg 124]
Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni
sette ebdómade d'anni si annunziava l'anno del giubileo,
facendo passare lo suono dello *sciofar* _`in tutto il paese.`

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice
si trovava circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano
a congratularsi seco di avere passato felicemente
una giornata per lui tanto solenne e pericolosa [#]_; ed a
sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione dando
una festa.

.. [#] La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato trovato
   al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da essere divenuto
   immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed importante,
   moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne estraeva il cadavere con
   una catena di argento che in precedenza si legava al piede di ogni Pontefice.
   A prova di tale credenza si constata dai nostri dottori, che di tutti
   i pontefici che ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità
   era divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa
   al migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati e
   per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati uno
   dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant'anni, tutti gli altri non
   compirono l'anno nell'altissimo ufficio.

.. _Sucoth:

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di *sucoth*
o dei tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto
dai nostri padri nell'Arabia: ed ove camminando in quella
sabbia infuocata, «il loro vestimento non gli si è logorato
addosso, nè il loro piede si è gonfiato», quantunque non
avessero che tende o tabernacoli ove riparare dall'ardore
del sole.

Questa festa viene pure chiamata *hhag aassif* (festa del
raccolto) perchè segna il termine dei lavori campestri.
Si rizzavano anticamente, come si usa ancora tuttodì in
molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi delle case o
nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per
sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove
per tutto quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli
dovevano provvedersi pel primo giorno di questa solennità
del frutto d'una pianta che la legge denomina *ess-adar*,
[pg 125]
e che la tradizione definisce pel *cedro*; dei rami di palme
*lulav*; e dei salici di riviera *aravà*; e portarli processionalmente
nel Tempio per sette giorni [#]_.

.. [#] Alla sera nell'atrio delle donne si faceva una gran luminaria che
   tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi gran
   gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le persone le più
   serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed intrecciavano una danza
   religiosamente simbolica durante la quale oltre agli inni che venivano
   cantati, sembra che si gettassero faci in aria per riceverle di nuovo in
   mano; e come una prova di singolar destrezza si narra che Simone figliuol
   di Gamaliele e Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse
   con otto faci in mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a
   terra neppure una.


Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati
e superbi coll'umile salice di riviera, fu stupendamente
incarnato dai nostri Dottori. Secondo essi, indica l'unione
fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto
giorni, col primo e l'ultimo soltanto festa solenne. Questo
portava e porta tuttavia il nome particolare di *sceminì
asséred* (ottavo giorno di festa), e il giorno aggiunto per
la causa già detta porta il nome di *simhhad torà* (letizia
della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni
sabbatiche del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente
questa festa, e nel quale si ricominciano tali letture
si festeggia, diremo quasi, con maggiore allegria e solennità
di tutti gli altri. Non dobbiamo passare sotto silenzio
come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome
speciale di *ossaanà rabbà*, probabilmente perchè si recita la
*ossaanà* più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno
non diversifichi dagli altri giorni di *hhol amoéd* (mezze
feste), pure l'orazione mattutina viene prolungata di qualche
parte addizionale destinata ad implorare da Dio, più particolarmente,
il beneficio delle pioggie [#]_; ed oltre al *lulav*
[pg 126]
ogni fedele si provvede di una così detta *aravà* (alcuni
gambi di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale
*mussaf*. Quest'uso prese fondamento da una pia
credenza tradizionale, secondo la quale, la misericordia di
Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel giorno a
segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore
che ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle
espiazioni.

.. [#] Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel
   Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella Palestina
   cominciavano d'ordinario col susseguente mese di Merhhasvan.


Questa festa è l'ultima delle tre così dette *saloss regalím*
in cui tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme,
ove offrivasi in regalo la decima delle greggie
e le primizie delle frutta [#]_. Là si facevano sacrifici, si
davano banchetti a cui partecipavano i forestieri e i poveri,
e là ciascuno rendeva grazie a Dio dei favori compartiti
a sè e alla nazione intiera.

.. [#] Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano
   da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri riconosciuta
   ed ammirata la sapienza politica che l'ha inspirata. Per essa
   tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a conoscersi, ad
   affratellarsi nella comune capitale; per essa si stringevano quei vincoli
   di amore e di fedeltà che necessariamente debbono legare ogni singolo
   cittadino al suo governo, alla sua religione e alla sua patria; per essa
   ogni cittadino veniva tre volte l'anno a fare atto di ossequio al suo Dio
   e al suo re, e nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della
   concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere di
   concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e all'indipendenza
   della patria.


Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di
questa solennità che Salomone inaugurò il suo Tempio
suntuoso, con una pompa straordinaria e coi segni della
maggiore letizia, l'anno 480, dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto:
e fu al primo di questo mese che si incominciarono
ad offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio,
e che come già accennammo, non furono più interrotti sino
all'entrata dei Romani in Gerusalemme.

Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese
col racconto di un fatto luttuoso successo il giorno terzo
[pg 127]
che fu giudicata, e fu realmente, di tanta grande importanza,
che i Dottori nostri lo vollero commemorato con
pubblico digiuno.

.. _`Morte di Godolia—Digiuno`:

Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero
presa e spogliata Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i
migliori suoi cittadini; uccisi i figli del re Sedecia alla
presenza del loro misero genitore, e poscia acciecato lui
stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto deserta
e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi
lasciò alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando
a loro capo un certo Godolia. Il primo atto che
fece costui della sua autorità, fu di radunare quel misero
avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei che al
tempo dell'assedio e della presa della città, avevano riparato
in Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo
ammonì di essere ossequente ai Caldei e a darsi alle sue
occupazioni con tutta sicurezza. In mezzo ai congregati
trovavasi pure il profeta Geremia, l'inarrivabile cantore
dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato
consigliatore di un'alleanza coi Caldei, e che poscia
rifiutò le generose proferte avanzategli dal conquistatore
per rimanere nella terra dei suoi padri con quel piccolo
e misero rimasuglio; giudicando nel suo ardente ed oculato
patriottismo che se esso non era che una pallida larva
della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno
un principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno
all'indipendenza primitiva. Ma fu appunto il timore di
questo possibile avvenimento, che molestando il cuore di
certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli Ebrei,
gli fece concepire l'infame progetto di fare morire Godolia
col triste scopo di renderli maggiormente invisi ai
Caldei e farli totalmente disperdere dalla loro patria. Certo
Ahhicam figliuolo di Careahh avvertito che un vilissimo
sicario, certo Ismaele figlio di Nedanià, prezzolato dal re
degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia, rese quest'ultimo
informato della rea trama che era stata ordita
contro la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di
[pg 128]
uccidere quell'uomo infame che per servire lo straniero non
si peritava a commettere un vile assassinio, e a farsi traditore
della patria. Ma quel retto cuore di Godolia, non
potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di calunnioso
tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di
nulla intraprendere contro quell'uomo, il quale sventuratamente
ebbe pertanto agio ad attuare il suo tristo progetto.
Godolia assalito all'improvviso, venne barbaramente
trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto di
Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell'eccidio temendo
più che mai la vendetta dei Caldei, diedero piena
ragione agli infami calcoli di Banhaliss e ripararono in
Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del profeta Geremia
che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse
totalmente disertato il sacro suolo nazionale.


_`Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione`.
---------------------------------------------------

Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali
degli antichi Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare
alcune considerazioni sulla tribù di Levi, prescelta da Dio
a officiare e a servire nella sua casa; e ad ammaestrare
il popolo nei suoi doveri religioso-morali.

Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello
Simone per prendere, ad insaputa del padre e degli altri
fratelli, aspra vendetta degli abitanti di Sichem, perchè
il principe di quel paese violando ogni dovere di ospitalità
e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia nella
loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò
quel fatto e maledicendo «all'ira dura ed aspra di quei
suoi due figli», per la pace di tutto il popolo augurò che
i loro discendenti «venissero sparsi in Giacobbe e divisi
in Israello».

Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente
disseminata in Israello, venne staccato un grande
ramo, la progenie di Aronne, che diede origine alla casta
sacerdotale.

[pg 129]
Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso
ma sublime incarico di redimere dalla schiavitù un
popolo intiero, a nessuno di questo popolo era mai venuto
in animo di contrastare il principato a lui e il sacerdozio
al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso dell'altissimo
posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi parenti,
colse l'istante in cui il popolo trovavasi indispettito
contro di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa
di pochi sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio.
Ma male incolse a lui e ai suoi congiurati. Volendolo Dio,
si aprì una voragine sotto i piedi di quegli stolti ambiziosi,
e vi furono inghiottiti colle loro tende, colle loro
famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi
un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse
consegnare una verga da ogni capo di ciascuna tribù di
Israele, e alla sera le disponesse tutte innanzi all'Arca santa,
poichè Egli, Dio, avrebbe manifestato la sua predilezione
verso una delle tribù col fare fiorire la sua propria verga.
È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione toccò ad
Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di mandorle [#]_.
Per ordine di Dio, questa verga ed un'ampolla
[pg 130]
di manna si conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare
ai posteri i grandi fatti che rappresentavano.

.. [#] Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande
   importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè *fu il più
   umile* di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente *disinteressato*.
   Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva redento e nol volle, poteva
   lasciare il principato ai suoi figliuoli ed invece scelse a suo successore
   un estraneo alla sua casa e alla sua tribù. Non toccò la terra
   promessa; e dopo che Dio miracolosamente gliela fece vedere dal vertice
   del Nebo, fu contento di spirare alla vista di quel fertile paese,
   ove quel popolo che amò d'un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi
   grande delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù;
   avrebbe dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la
   giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita tranquilla
   e felice mantenendo il suo patto.

   «L'esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua
   Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s'egli non fosse
   inspirato».


Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per
la fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di
fare un invito a tutti i «\ *sapienti di cuore*», perchè confezionassero
gli abiti di Aronne e quelli dei suoi figli.

Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell'offrire le oblazioni
e le vittime; bruciare l'incenso; mantenere perpetuamente
acceso il lume santo innanzi all'altare; compire
la purificazione delle persone e delle cose; rinnovare il
pane di proposizione e benedire il popolo. Quando dovevano
presentarsi all'altare era loro severamente proibito
l'uso del vino e dei liquori.

Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di
lino, in una cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni
sotto la tunica, e in una specie di mitra rotonda fatta
di un tessuto di lino piuttosto spesso.

Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più
ampia alla quale si trovava attaccato l'*Efod*, specie di veste
di un ricco tessuto, in ciascuna delle cui spalle era incastrata
una grossa pietra preziosa coi nomi di sei tribù.
Il lembo estremo di questa seconda tunica era alternativamente
guernito di una granata fatta di lino ritorto di
diversi colori, e di un campanellino d'oro il cui suono
annunziava la entrata di lui nel santo dei santi. La sua
tiara assai più elevata che la mitra degli altri sacerdoti,
aveva innanzi una piastra d'oro, attaccata con un cordone
di porpora sulla quale si leggevano le parole: *kodesc
l'adonai* (Santo all'Eterno).

Un tessuto doppio di lana variata, detto *hhoscen*, di
lino e di fili d'oro, si trovava fissato sul suo petto con
delle catenelle, di cui le une si affibbiavano alle spallette
dell'*Efod*, le altre al cinturino. Dodici pietre preziose
incastrate su quattro ordini, portavano inciso ciascuna il
nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea rappresentante
la confederazione delle dodici tribù in un
[pg 131]
popolo unito, e la loro perfetta uguaglianza al cospetto
di Dio padre e Signore di tutti!

Tranne dunque il maggior numero degli abiti e l'unzione
sul capo, la consacrazione di Aronne a pontefice fu uguale
a quella dei suoi figliuoli. Ecco come tale funzione fu
compiuta da Mosè. Lavati e vestiti degli abiti sacri, si
collocarono davanti l'altare dove eravi un toro giovine,
due montoni, pani azzimi, ed una paniera contenente due
specie di schiacciate. Eglino imposero le mani sul capo
del toro, che venne immolato pei loro peccati. Poscia
Mosè segnò di sangue i quattro angoli dell'altare, ne
sparse il resto sulla predella, e dispose sull'altare le partì
pel sacrifizio. Tutto il rimanente delle carni venne tolto
e bruciato fuori del campo. Aronne e i suoi figli misero
pure le mani sulla testa d'un montone che Mosè immolò
in olocausto, e di cui versò il sangue in terra e bruciò
le carni sull'altare dopo averle spezzate. Avendo i sacerdoti
messo le mani sul secondo montone, Mosè scannollo
ancora, quale sacrifizio di consacrazione. Col sangue della
vittima tinse l'orecchia destra, il pollice del piede e della
mano destra di Aronne e dei di lui figli, e ne sparse
il rimanente attorno l'Ara. Raccolse quindi un po' di
sangue allora versato, lo mescolò con olio santo e ne
unse gli abiti dei sacerdoti, inoltre versò l'olio santo sulla
testa del pontefice, per cui fu chiamato: *acoén amasciahh*
(l'unto). In seguito diede in mano ai sacerdoti le parti
del sacrifizio, cioè il grasso che cuopre gli intestini, la
coda, le reni ed il grasso che le circonda, il piccolo lobo
del fegato, la spalla sinistra, un pane azzimo ed una
schiacciata perchè offrissero il tutto a Dio.

Questa ceremonia è espressa colle parole: *empiere le
mani*, che hanno lo stesso significato di esercitare, consacrare.
Dopochè i sacerdoti ebbero fatto offerta di tutte le
cose sopradette, esse vennero arse sull'Ara. Mosè offrì a
Dio in proprio nome il petto della vittima. I sacerdoti
mangiarono nel tabernacolo il residuo delle carni che si
erano cucinate, come pure i pani azzimi e le schiacciate,
[pg 132]
e alla dimane si arsero i rilievi. Queste cerimonie continuate
per otto giorni consecutivi, segregarono perpetuamente
i sacerdoti dal resto del popolo e dai leviti medesimi.

Al tempo di Davide i Sacerdoti erano divenuti tanto
numerosi, che furono ordinati in ventiquattro classi, le
quali succedevansi ogni settimana nelle funzioni sacre.

.. _`Morte di Aristobolo`:

Sin dopo la schiavitù Babilonese il titolo di pontefice
fu ereditario nella famiglia di Eleazzaro. Antioco Epifane
cominciò a vendere tale dignità al migliore offerente. In
seguito alle splendide vittorie dei Macabei, uno di quei fratelli,
Simeone, fu investito dagli ebrei della doppia dignità
di principe e di pontefice: dignità che si perpetuarono
nei suoi discendenti sino ad Erode. D'origine straniera,
costui dopo di aver usurpato l'autorità sovrana, e lordatosi
le mani del sangue dell'ultimo rampollo maschio [#]_
di quella illustre famiglia, riserbò per sè la nomina del
pontefice. Quest'abuso, che serviva a fare versare l'oro
a piene mani nel tesoro dello Stato e nelle borse dei suoi
proconsoli, fu seguito dai Romani; per cui quella dignità
[pg 133]
non fu più circondata dalla venerazione popolare come
per lo innanzi.

.. [#] Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti,
   grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo il
   pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era esecrato
   Erode. E fu appunto l'ammirazione e l'entusiasmo ch'egli destò
   nel popolo nella prima grande solennità nella quale pontificò, che fu
   causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal favore popolare che
   si ridestava veemente pel discendente di tanti eroi, Erode ricorse al
   delitto, e lo fece affogare in un lago che abbelliva il parco del reale
   palazzo di Gerico.

   L'indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita agitatissima
   di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi disegni di
   potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e che se fece molto
   male compì opere grandiose e fu per natura o per calcolo, munificentissimo;
   aggiungeremo qui solamente ch'egli fece perire, a 22 anni,
   l'infelice Marianna sua moglie sorella del suddetto Aristobolo, donna
   celebrata per venustà di forme, per religione e pudicizia e da lui
   idolatrata. Questi due fatti ci spiegano l'odio invincibile che trovò
   sempremai nel popolo malgrado le sue larghezze, le città rifabbricate
   o abbellite, e la sontuosa riedificazione del Tempio.


La consacrazione dei Leviti seguì in questo modo:
1º Dopo che s'era loro lavato il corpo e raso in tutte le
sue parti, essi dovevano prendere farina, olio e due tori.
Uno di questi tori doveva essere offerto in olocausto, e
l'altro in sacrifizio espiatorio; 2º Mosè doveva aspergerli di
acqua lustrale; 3º I capi di famiglia imponevano loro le
mani sulla testa, come si faceva per le vittime, e li consacravano
al Signore in proprio luogo ed invece dei loro
primogeniti; 4º I leviti assistiti dai sacerdoti si prosternavano
davanti al Signore od al tabernacolo per consecrargli
le loro proprie persone; 5º Finalmente imponevano
le mani sui tori offerti e li immolavano.

Questa cerimonia li consacrava al ministero santo e li
dichiarava appartenenti a Dio e ai sacerdoti. Pare che la
legge non assegnasse loro alcun particolare vestimento;
solamente ai tempi di Davide e di Salomone i cantori, i
musici e quei che portavano l'arca dell'alleanza, erano
distinti dagli altri, da una specie di rocchetto o cotta di
fino lino, che indossavano solamente nell'esercizio delle
loro funzioni.

Gli uffizi dei leviti erano i seguenti: servire i sacerdoti;
fare da guardiani al Tabernacolo e poscia al Tempio; portare
le varie parti del Tabernacolo cogli accessori nella
marcia del deserto; mantenere la pulizia del Tempio; amministrarne
le entrate e i tesori, e finalmente sotto Davide
e dopo questo principe addestrarsi nella musica e nel canto.
Dovevano inoltre studiare le sacre scritture e coadiuvare
i sacerdoti nello istruire il popolo nei suoi doveri religiosi
e morali.

I leviti erano divisi in tre grandi famiglie secondo il
nome dei tre figliuoli di Levi Kead, Gheresson, e Meravi.
Davide divise in quattro classi i trent'otto mila leviti
che allora si trovavano adulti, ventiquattro mila furano
addetti al servizio dei sacerdoti; quattro mila vennero
fatti guardiani o portinai, altrettanti nominati musici, e
[pg 134]
sei mila giudici e genealogisti nelle città inferiori. I musici
furono alla loro volta divisi in ventiquattro classi, il cui
servizio era alternativo e durava una settimana. I guardiani
si mutavano pure ogni settimana nel giorno di sabbato
e facevano sentinella a sei, a quattro, a due. Tutti
gli ordini e tutte le classi avevano capi particolari.


Archeologia.
------------

Riprenderemo ora gli studii incominciati nel mese antecedente
sulla Società civile degli antichi ebrei, e parleremo
delle diverse specie di malattie cui andavano soggetti; della
immortalità dell'anima; degli usi che hanno rapporto alla
morte e alla sepoltura dei cadaveri; ed infine degli ufficii
dei medici e della loro importanza.

.. _`§ 1. Malattie`:

§ 1—*Malattie.*
```````````````

Gli uomini delle prime età, alieni dalle grandi passioni,
e conducenti una vita semplice ed uniforme, non dovettero
essere soggetti che a piccolo numero d'infermità; motivo
per cui nella Scrittura si parla molto raramente di malattie
propriamente dette. Oltre a questa ragione generale a tutti
i popoli antichi, due altre cause dovevano, a parere nostro,
contribuire principalmente a rendere rare le infermità
presso gli ebrei, cioè l'aria salubre del clima da loro abitato,
e le savie leggi igieniche di Mosè.

Generalmente parlando pare che gli ebrei avessero la
persuasione che le malattie e la morte altro non fossero
che castighi mandati da Dio a colpire il peccatore. Adamo ed
Eva peccano e tosto Dio li condanna alla morte; Faraone
rapisce Sara e Abimelecco rapisce Rebecca, e Dio affligge
di terribile malore l'uno e l'altro colle loro famiglie; Marianna
sorella di Mosè non sì tosto mormora del fratello,
viene colpita dalla lebbra; i figli d'Aronne sono colpiti da
morte per avere brucciato intempestivamente l'incenso
dinanzi a Dio; e i Filistei, i Betsaniti, Ozia re di Giuda,
Oza, il re Gioram si fanno colpevoli verso Dio, e la mano
di lui pesa immediatamente sul loro capo. Davide seduce
[pg 135]
Betsabea, e Dio colpisce di malattia letale il frutto dell'adulterio;
lo stesso re commette un atto di superbia e Dio
che già era adirato contro Israele (per peccati che non
specifica), manda una epidemia terribile che in meno d'un
giorno, spegne ottantamila persone. Ghehhazì si rende
colpevole d'indelicatezza verso Eliseo e tosto è colpito
dalla lebbra; Saulle trasgredisce gli ordini di Samuele ed è
invaso da uno spirito maligno che lo tormenta; Giobbe è
oppresso da grandi sciagure e gli amici che erano accorsi a
confortarlo, lo suppongono reo di qualche misfatto perchè
Dio non colpisce se non i peccatori. I nostri Dottori ci
lasciarono il seguente adagio: «Non si dà morte senza
peccato, nè si danno dolori senza colpe».

Le principali e più terribili malattie di cui ci parli la
Scrittura, sono la pestilenza e la lebbra tutte e due endemiche
dell'Egitto.

La pestilenza è malattia abbastanza conosciuta da esimerci
di parlarne. La lebbra non è solo una malattia cutanea,
ma attacca eziandio il tessuto cellulare, le ossa, la
midolla, tutte le articolazioni; corrode le estremità delle
membra, a poco a poco stendesi per tutto il corpo e finalmente
lo mutila riducendolo allo stato più schifoso.

Fra gli ebrei i sintomi di questa malattia erano benigni:
i primi non erano altro che piccoli punti quasi impercettibili,
che presto diventavano croste o scaglie dapprincipio
bianche poi nericcie e circondate da aureola rossigna: ma
questi punti prima radunati attorno gli occhi od alle narici,
stendevansi gradatamente su tutto il corpo fino a che
non vi restava più brandello di cute; gli stessi capegli o
peli tutti infetti da questo orribile morbo, cadevano affatto.
Il peggio si era, che questa malattia si perpetuava fino
alla terza e quarta generazione; e che il semplice contatto,
l'alito, la vicinanza, bastavano sovente a comunicare il
veleno. Ciò ci rende, ragione della severità delle disposizioni
Mosaiche per separare i lebbrosi dalla società comune, e dell'obbligo
imposto al lebbroso, di portarsi fuori dell'abitato
gridando *thamè, thamè* (immondo, immondo), per allontanare
[pg 136]
da lui tutti i passanti. I sacerdoti erano incaricati
della visita dei lebbrosi, e dovevano vigilare sull'esecuzione
delle leggi a loro relative.

Giudicando da quanto fece Davide nella malattia del figlio
ch'eragli nato da Betsabea, dobbiamo conghietturare che
quando la malattia si aggravava i parenti più prossimi gettavano
lugubre grida, si rotolavano per terra, si stracciavano
gli abiti, si mettevano polvere o cenere sul capo e
digiunavano.

.. _`§ 2. Immortalità dell'anima`:

§ 2.—*Immortalità dell'anima.*
``````````````````````````````

Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti
di volerci astenere da qualsivoglia disquisizione filosofica
o filologica, perchè le riteniamo inopportune pei giovani ai
quali sono particolarmente dedicati questi nostri studi,
pure, trattandosi di un soggetto d'alta importanza, ci teniamo
obbligati di farvi un'eccezione. La ragione che ci
induce a derogare dalla nostra linea di condotta, è quella
di provare che la teoria dell'immortalità dell'anima non
era sconosciuta a Mosè, contrariamente all'opinione di
molti scrittori che con troppa leggerezza sostennero non
trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.

Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano
che gli Ebrei credevano nell'immortalità dell'anima,
è cosa certa che questa credenza formava un dogma pubblico
della religione degli Egiziani. Ora si potrebbe supporre
con fondamento che gli ebrei, se anche l'avessero ignorata
prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza
che se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro
sofferenze presenti colla speranza di una vita migliore, ove
il Dio della giustizia li avrebbe compensati con gioie immortali,
e avrebbe fatto aspra vendetta dei loro oppressori?
Anzi l'essersi Mosè astenuto di parlarne chiaramente
non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che
il popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D'altronde
contentandoci di appena accennare la risurrezione
di Ezechiello; lo spirito di Samuele fatto evocare da Saulle
[pg 137]
e che dimostra ad evidenza una fede nella immortalità
dell'anima, poichè non si evoca cosa che non si creda
esistere fermamente; il versetto che troviamo nell'Ecclesiaste
così concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo)
alla terra come fu; e lo spirito (l'anima) ritornerà al Dio
che la diede», e tenendoci ai soli libri mosaici diciamo
essere indubitabile che in essi vi si allude in più luoghi con
tanta chiarezza, da renderne impossibile la contestazione.

Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda
vivamente agli ebrei di mai mettere in dubbio l'assoluta
spiritualità di Dio, e di non obliare mai che nel
grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma non videro
immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che
l'uomo è fatto ad *immagine* e *somiglianza* di Dio, in che
poteva fare consistere questa *immagine* e *somiglianza* se
non nello *spirito* ovverossia nell'*anima*?

Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come
accertò nella estrema sua cantica, che Dio ha la potenza
di ferire e di risanare, di fare *morire* e di fare *rivivere*?
E le espressioni di cui esso si serve per indicare la morte,
non sono una conferma a questa nostra opinione? Le parole
di *andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto dai suoi
padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare
in pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie
genti* suscitano forse nell'animo nostro la sconsolante e
desolata immagine del nulla? Mosè voleva indicare il ritrovo
delle fredde ceneri degli avi e delle proprie genti
che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere
riuniti a quei nostri diletti che ci precedettero nella vita
eterna del cielo? E l'espressione di *gherim* (pellegrini) con
cui si qualificano i patriarchi, non serve forse a dimostrare
chiaramente che questa vita non era considerata che un
passaggio verso la vera patria che è il cielo? [#]_.

.. [#] Gli ebrei dividevano l'universo in tre parti: 1º *samáim* (cielo)
   abitazione di Dio; 2º *érez* (terra) abitazione dei viventi; 3º *sceól* dimora
   dei morti.

[pg 138]

.. _`§ 3. Sepoltura`:

§ 3.—*Sepoltura.*
`````````````````

Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli
chiudevano gli occhi; ed era per loro un pietoso dovere
il darsi ai preparativi pei funerali. La maniera di seppellire
i morti variava secondo le diverse condizioni del defunto.
Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne
il cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo:
ma trattandosi di una persona ragguardevole, pare
cosa assai probabile, che a imitazione degli Egiziani
anch'essi lo avviluppassero in molte fasce o lenzuoli, lo
esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso
di fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra
e d'aloe, e che vi praticassero l'imbalsamazione.

Quest'operazione, che gli ebrei impararono in Egitto,
consisteva nello estrarre i visceri per un'incisione fatta al
fianco sinistro, ed il cervello per le narici con uno strumento
ricurvo e poscia ne riempivano le cavità di bitume,
di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla fasciatura,
e tutti i membri erano avviluppati l'un dopo l'altro in
lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per
quest'operazione s'impiegavano quaranta giorni. Il corpo
imbalsamato era posto in una bara di sicomoro, rappresentante
al di fuori la forma umana.

Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare
i corpi insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci.
Il corteggio funebre era composto dei congiunti e degli
amici dei defunti; ma volendolo rendere più pomposo, si
prezzolavano piagnone e musici che eseguivano arie lugubri
e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud
troviamo infatti essere obbligo d'ogni israelita di onorare
la propria moglie, provvedendo pei suoi funerali due *hhalilín*
(tamburri) ed una piagnona.

Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno
cinquanta cubiti dalle città o dai borghi, e l'essere sotterrato
di nascosto senza corteggio e lutto era il massimo
dei disonori; e si diceva *kevurád hhamór* (sepoltura
[pg 139]
dell'asino). Le fosse erano talvolta scavate nel sasso vivo o
costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che
ora sono dette *mearà*, ora *scihhà* o *sciuhhà*, ora *bor* ed
ora *kéver*. Quest'ultima denominazione era però adoperata
ad indicare qualunque sorta di sepolcri.

Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una
semplice fossa in cimiteri comuni: ma le famiglie agiate
avevano tombe particolari, ed il sito a preferenza d'ogni
altro, era scelto nei giardini e nei luoghi ombrosi.

In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal
patriarca Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima
Rachele, che perde immaturamente nel suo ritorno in patria;
vediamo fatto menzione di *massevoth* o tumuli, che erano
fatte d'un sol sasso grande e scolpito, come se ne incontrano
tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta
antichità.

Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni
di dolore a cui si abbandonano in Oriente i
parenti dei defunti. Noi abbiamo già accennato che quelle
che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze non erano
meno intense. _`Aggiungeremo qui`, che fra i molti segni
di lutto consacrati presso di loro, è principalmente da
notarsi quello di squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di
camminare a piedi e capo nudo, e di tenere barba e cappelli
arruffati. Era pure proibito l'uso dei profumi e degli
olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni astenevansi
pure dal vino e digiunavano.

La legge però proibiva severamente di strapparsi le
sopracciglia, di graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.

.. _`§ 4. Medici`:

§ 4.—*Medici.*
``````````````

S'ignora affatto in che consistesse la medicina presso
gli uomini primitivi; ma si può bene affermare che non
era tale certamente da meritarsi il nome di scienza. Strabone
ed Erodoto ci dicono che presso i Babilonesi e gli
Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico affinchè i
già colpiti e sanati dalle stesse infermità,
[pg 140]
aiutassero di consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema
che aveva il vantaggio di fare profittare a ciascuno delle
scoperte particolari fu probabilmente accettato da altri
popoli.

La prima volta che nella scrittura si parla di medici
*rofeím*, è in un versetto del Genesi ove è detto che
essendo morto Giacobbe, «Giuseppe ordinò ai suoi servitori
i *rofeim* d'imbalsamare suo padre». Ma convien notare
due cose: La prima che non è detto che Giuseppe
abbia mandato medici a visitarlo malato; la seconda che
in tutta la Genesi, non v'ha altra parola riguardante i
medici e le medicine; quantunque si parli bene spesso di
malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco,
Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi.
A proposito anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa
assai indisposta in una certa epoca di sua vita, e non sapendo
come spiegarsi i patimenti che soffriva andò a consultare
*Adonai* (Iddio), dizione che i commentatori intendono
per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o
Abramo.

In due luoghi però Mosè _`accenna` a medici e medicine.
Primieramente quando parlando di due abbarruffatori, l'uno
dei quali fosse stato così malconcio da dovere mettersi a
letto, ma non per ferita mortale statuisce che: «il feritore
sia assolto; ma indennizzi il ferito dell'interruzione del
lavoro, e della spesa voluta per la compiuta guarigione».
L'altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne distingue
le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi,
e descrive persino gli indizii d'una lebbra incominciata,
inveterata, guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di
ulceri, di fratture, di contusioni e dei rimedii che venivano
impiegati per la loro guarigione, e che consistevano principalmente
nel balsamo, nella resina, nelle fasciature e
nell'olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte
dei malori nominati si riferiscono alle parti esterne del
corpo, noi siamo portati ad inferirne che presso gli Ebrei
come presso gli altri popoli antichi, le discipline mediche
[pg 141]
consistessero per la massima parte nelle nozioni chirurgiche [#]_;
e che presso d'essi come presso gli Egiziani, la
medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti.
Sono essi infatti che dichiarano la comparsa della
lebbra negli uomini, nelle stoffe e nei muri delle case [#]_;
sono essi che ne curano gli affetti e ne attestano la guarigione.

.. [#] Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse
   alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici, dissero: che
   sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di avvicinarsi alla morte
   per indebolimento delle sue forze naturali; che sino al patriarca Giacobbe
   nissun uomo si ammalò prima di morire; e che sino al profeta Eliseo,
   nissun uomo guarì di una malattia precedente a quella a cui dovette
   soccombere.


.. [#] Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère)
   racconta i seguenti fatti: «l'anno 791 e i seguenti, i vermi che attaccano
   le stoffe di lana si moltiplicarono d'una maniera prodigiosa a
   qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi assicurò che
   quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa. Meravigliato di
   un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la mia abitudine, tutte
   le precauzioni possibili per assicurarmi della verità; e riconobbi coi
   miei proprii occhi che i danni causati da quei vermi non erano stati
   esagerati».... «Nell'anno 821 essi attaccarono i muri delle case e rosero
   talmente i travicelli che formavano i pavimenti, che essi rimasero
   assolutamente vuoti. I proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii
   che i vermi avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu
   quasi distrutto intieramente».

   Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè, relativamente alla
   comparsa delle così dette da lui piaghe di lebbra nei muri delle case.

====

.. _`Marhhasvan`:

MERHHASVAN (*Ottobre-Novembre*).
================================

.. _`Festa instituita da Roboamo`:

Due soli avvenimenti degni di nota successero in questo
mese. Il primo è quello che segna il termine dei lavori
del Tempio eretto da Salomone; il secondo è quello che
segna la data della festa ideata ed instituita da Roboamo
in onore del Baal, onde sostituire nell'opinione del
[pg 142]
popolo la festa che si era solennizzata in Gerusalemme il
quindici del mese precedente (Sucoth). Questo malaugurato
pensiero gli fu suggerito dalla stessa causa che già
gli aveva consigliato l'erezione dei due vitelli d'oro, alle
due estremità del regno. Ci pare degno d'essere raccontato
per intiero l'incidente successo allo stesso re, nel momento
preciso in cui stava per bruciare l'incenso sull'altare.
Conviene sapere che nello stesso modo che egli aveva
consacrato a sacerdoti individui che non appartenevano
neanche alla tribù di Levi, così si creò da se stesso
Pontefice del nuovo culto introdotto in Israello. Un profeta [#]_
arrivato allora dal paese di Giuda, con accento
sdegnoso e profondamente convinto, rivolgendosi all'altare
così prese ad apostrofarlo: «Oh altare, oh altare
ascolta la parola di Dio. Verrà tempo in cui nascerà un
figlio nella famiglia di Davide che si chiamerà Giosia; il
quale farà dissotterrare le ossa dei sacerdoti del Baal, e li
farà abbrucciare su te. Ed in prova che questa mia predizione
non sarà per fallire, tu, o altare, ti spaccherai immantinenti
atterrando tutto quanto ti sta sopra». Il segnale
dato stava per verificarsi, quando il re sdegnato di
tanta audacia, allungò il braccio, e segnando il profeta
gridò agli astanti: «prendetelo, prendetelo».

.. [#] G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma probabilmente
   egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel secondo libro
   delle Cronache.


Ma un prodigio si operò allora in favore dell'uomo di
Dio. Il braccio del re perdette la propria flessibilità per
cui non gli fu più possibile il piegarlo, se non in seguito
alle intercessioni fatte a Dio per lui dallo stesso profeta.
Impressionato da questo avvenimento, il re sollecitava il
profeta ad accettare ospitalità in casa sua. Ma questi vi
si rifiutò affermando: «che Dio gli aveva formalmente
imposto di non fermarsi in tale luogo, di non mangiarvi
pane nè bevervi acqua; e appena compiuta la sua missione
se ne tornasse indietro per un via diversa da
[pg 143]
quella tenuta nel venirvi». E difatti senza frapporvi verun
indugio egli se ne partì per una direzione opposta a quella
presa primamente.

.. _`Il profetismo`:

Ora conviene sapere che viveva allora in Betel un vecchio
profeta [#]_, che informato dai figli di quanto era successo
si affrettò a farsi preparare la sua moritura, e corse dietro
al profeta. Raggiuntolo, mentre riposava all'ombra di una
quercia, gli si presentò quale collega in profetismo; e fingendosi
inviato a lui espressamente da Dio, lo persuase
a ritornarsene indietro per rifocillarsi in casa sua. Erano
tuttavia seduti a tavola, quando una voce divina predisse
all'orecchio del vecchio profeta che in punizione di avere
trasgredito l'ordine ricevuto da Dio, il suo commensale
[pg 144]
non avrebbe avuto il supremo conforto di essere sepolto
presso i suoi padri. Finito il pasto, il profeta forestiero si
accomiatò dal suo ospite e si diresse verso il suo paese
natale.

.. [#] Il vocabolo *navì* in ebraico non corrisponde sempre all'idea che
   esprime la parola *profeta* (ossia colui che predice l'avvenire) con cui
   viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla radice *niv* che
   vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo per cui il titolo di *navì*
   veniva applicato indifferentemente tanto ai *profeti* decisamente tali nello
   stretto senso della parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina
   preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai pubblici
   parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato indifferentemente
   tanto a quegli animi eletti per dottrina e per pietà, e che o inspirati
   direttamente da Dio, o da un ardente patriottismo non aspiravano
   che al bene della patria; quanto a quei tristi che adoperavano la
   loro facilità di eloquio e le loro doti intellettuali ad adulare i principi,
   e a corrompere sempre più il popolo, trascinando e questi e quelli nell'idolatria
   e nella schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva.

   Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di iniziati,
   di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di patriotti
   intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza diretta di un profeta
   di grido venivano ammaestrati nella scienza religiosa, nella letteratura
   e nella eloquenza; onde col fascino della facilità di eloquio,
   colle doti della mente e più cogli esempi di una vita virtuosa, s'incaricassero
   di fare trionfare in Israele la giustizia, la carità e l'amore.
   Per poco che si sia studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso
   apologo di Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria;
   la predizione di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco
   assassinio commesso con ipocrito zelo religioso sull'infelice Naboth;
   le apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli rimprovera
   i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più dal letto
   in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi esempi basteranno
   a convincerci che nessuna considerazione personale, nessun timore era
   accessibile al cuore adamantino di quegli uomini egregi, che accettavano
   il grave, uggioso e pericoloso compito di proclamare la verità, di
   patrocinare la causa del debole, di difendere l'oppresso.

   Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e Radak,
   si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta nello storico episodio
   sopraddetto, e costantemente designato col nome di *anavi azaken*
   (il vecchio profeta), fosse un profeta falso malgrado la divina inspirazione
   ch'egli ebbe sedendo a mensa.


Ma erasi di poco dilungato dalla città, allorchè un leone
scagliatoglisi addosso lo uccise. E per provare chiaramente
come tale fatto non fosse un azzardo, ma punizione che
gli attirò la disobbedienza sua; non solo il leone si astenne
di guastare minimamente il suo cadavere, e di uccidere
l'asino, ma stette lì fermo in loro custodia fino a che avvisato
dell'accaduto il vecchio profeta, causa unica di tanta
iattura, fu sollecito di andare a togliere il cadavere
dalla pubblica strada e a dargli onorata sepoltura. Probabilmente
la morte di quell'uomo virtuoso fu, se non calcolata,
almeno sperata da quel vecchio profeta, il quale
negli ultimi suoi momenti raccomandò ai suoi figliuoli
di seppellirlo nella fossa di quell'uomo divino, onde le sue
ossa fossero risparmiate il giorno in cui Giosia, il zelante
re profetizzato, farebbe abbrucciare le ossa dei profeti
falsi.


Archeologia.
------------

.. _`Delle Arti presso gli antichi Ebrei`:

Continuando i nostri studi d'archeologia biblica, noi
esamineremo in questo mese quali arti venissero maggiormente
coltivate dagli antichi ebrei, e colla solita brevità
[pg 145]
che ci siamo imposti, ne seguiremo il loro sviluppo e il
loro progresso.

Giustamente osserva Goguet, lodato autore dell'origine
delle leggi, delle arti e delle scienze, che, come il bisogno
fu il maestro e il precettore dell'uomo insegnandogli a
valersi delle mani ricevute dalla Provvidenza e del dono
della favella di cui lo volle fregiato a preferenza d'ogni
altra creatura; così le prime scoperte, frutto per la maggior
parte del caso, non sarebbersi recate a certo perfezionamento
senza la riunione delle famiglie, e lo stabilimento
delle leggi che consolidarono le società.

E che questo giudizio sia pienamente conforme alla
storia dell'umanità, la quale nelle sue invenzioni cominciò
dalle cose più necessarie alla vita, per arrivare a poco
a poco a quelle che dovevano procurare l'agiatezza, la
comodità e il lusso; noi ne saremo pienamente persuasi
risalendo ai primordi della creazione colla scorta della
Bibbia, unico documento che esista di quelle epoche vetuste.
La nudità di Adamo ed Eva vengono coperte da
Dio stesso con tuniche di pelli, e scacciatolo dal paradiso
terrestre Dio impose all'uomo di guadagnarsi il pane col
lavoro. Una rozza capanna ove riparare dalle intemperie,
alcune rozze armi per difendersi dalle belve feroci furono
certo le prime invenzioni. Ma un bisogno naturale
dimostrò presto agli uomini il vantaggio di riunirsi in
società, poichè Caino stesso si occupò a edificare una città,
che dal nome del figlio intitolò *Anóch*. Questa città non
consisteva probabilmente che in un gruppo più o meno
grande di capanne o di tende; ma a questo primo passo
tenne dietro un periodo di sviluppo artistico pronunciatissimo,
poichè certo Tubal-Caino già conosce l'arte di lavorare
i metalli e segnatamente di ferro, e certo Iuval inventa
o perfeziona la cetera e l'organo. Ai tempi di Noè le arti
dovevano già avere raggiunto uno sviluppo non indifferente,
poichè la costruzione dell'arca coi suoi tre piani
e scompartimenti, ci attesta la cognizione d'un grandissimo
numero d'arti. Il diluvio ha certamente portato un
[pg 146]
colpo terribile all'umana industria, facendola indietreggiare
di parecchi secoli; ciò non pertanto, noi possiamo convincerci
che non tutte le cognizioni acquistate dai primi
uomini, andarono perdute: poichè appena i figli di Noè
si furono moltiplicati, concepirono e in parte incarnarono
il colpevole divisamento, di costruire una città con un
forte castello la cui cima giungesse sino al cielo [#]_.

.. [#] G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo
   profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col fuoco o
   coll'acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto parecchie scienze,
   fra cui l'astrologia, alzarono due altissime colonne, una di mattoni e l'altra
   di pietra e scrissero in amendue le nozioni delle scienze imparate e le
   scoperte da essi fatte: coll'intendimento che, ove la colonna di mattoni
   fosse atterrata dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra
   per indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e nelle
   scienze.


Al tempo dei patriarchi le arti erano pervenute già a
un certo grado di perfezionamento presso i Cananei e i
Fenicii, posciachè troviamo fatta menzione di pietanze
degne della tavola d'un re; di veli per donne; di vestimenti
di distinzione; di braccialetti e pendenti d'oro per ornamento
donnesco; della fabbricazione d'idoli; della incisione
e della tintura di stoffe in colore cremisi. Si parla di carovane
che venendo dall'est del Giordano percorrevano
il paese per andare a fare il commercio in Egitto; si parla
di pezzi d'argento che avevano corso tra mercanti e che
se non erano coniati, erano sicuramente segnati con qualche
incisione particolare; e finalmente nelle benedizioni che
Giacobbe diede ai suoi figliuoli vediamo pure menzionati
i porti di mare e le navi [#]_.

.. [#] Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di
   vele, di gomene e di remi.


È cosa indubitabile che all'epoca di Mosè si conosceva
pure la scrittura alfabetica. Appoggiano quest'opinione:
i nomi delle 12 tribù incise nelle due gemme dell'*Efod*;
il *santo di Dio* sulla tiara del Pontefice; le tavole del
Decalogo; le numerazioni delle tribù; lo scritto della
[pg 147]
donna sospetta che doveva poi essere cancellato nelle
acque amare; il libello di disdetta da consegnarsi alla
donna ripudiata ecc. Nel libro di Giosuè si fa menzione
di una città chiamata allora *Debir*, ma che innanzi portava
il nome di *Kiriad-sefer*, ossia la città dei libri, e forse
rinomata pei suoi scrittori o per essere in essa conservati
gli archivii.

In Egitto poi le arti fiorirono sin dalla più remota
antichità, e gli ebrei che vi soggiornarono lungo tempo,
e che senza dubbio ebbero gran parte nella erezione
di quelle maravigliose piramidi, che se per un lato attestano
il grado di schiavitù a cui un popolo può essere
assoggettato dai suoi despoti, per l'altro lato attestano
una sorprendente abilità artistica; ebbero campo ad esercitarvisi
e a perfezionarvisi.

A questo punto, ci sentiamo in dovere di dedicare alcune
parole, a dissipare un errore ingenerato da una inesatta interpretazione
di una prescrizione Mosaica.

Nel corso di questo lavoro noi abbiamo potuto convincerci
più volte, quanto fosse vivo e sviscerato l'amore di Mosè
per quel popolo che liberò dalle ritorte egiziane; a cui fece
attraversare «un deserto grande e terribile, covo di serpenti
e di scorpioni avvelenati e di siccità dove non era
acqua»; che condusse «sul suo seno come un aio conduce un
adorato pargoletto» ai confini di quella «terra colante
latte e miele promessa ai suoi padri». Ora non potendo
dissimularsi la tendenza di questo popolo verso l'idolatria,
e temendone a ragione le fatali conseguenze che ne sarebbero
immancabilmente risultate, perchè avrebbe rotto il
patto conchiuso con Dio e atterrato quel maraviglioso
edificio che doveva dimostrare alle universe genti «la
sua alta sapienza ed intelligenza»; e che sfidando i secoli
doveva durare «come i giorni del cielo sulla terra»; non
lasciò occasione veruna di fare le raccomandazioni le più
calde ed amorevoli e di minacciare i castighi più terribili
e spaventevoli per tenerli lontani. «Perocchè, diceva
esso negli ultimi istanti del viver suo, conosco la tua
[pg 148]
contumacia e la dura tua cervice. Se essend'io ancor vivo
presso di voi foste ribelli al Signore, quanto più (lo sarete)
dopo la mia morte! Perciocchè so che dopo la mia morte
commetterete gravi colpe, e vi scosterete dalla via che vi
prescrissi e vi avverranno i mali nei tempi lontani facendo
voi ciò che spiace al Signore irritandolo coll' (adorar l')
opera delle vostre mani».

Ora quale maraviglia può destare la proibizione fatta
al suo popolo, di fare scoltura o figura di cosa che (sia) nel
cielo disopra, nella terra disotto, e nelle acque disotto la
terra; di non inchinarsi ad esse nè adorarle; perchè l'Eterno
è Dio geloso che non lascierebbe impunita _`una tale colpa?`

Concediamo che questa inibizione, non era un incoraggiamento
alle arti, poichè è indubitabile che la rappresentazione
della divinità sotto forme sensibili, sia un potente
incentivo agli slanci entusiastici del genio che produce
nobilissime creazioni quali sono quelle tramandateci dalla
Grecia antica. Ma oltrecchè, in ogni peggior caso, vale
meglio per una nazione essere priva di capi lavori artistici,
piuttosto che esporsi a irreparabile rovina; non v'ha dubbio
che tra il non incoraggiare un'arte qualunque e il proibire
assolutamente di esercitarla, come erroneamente si
pretende da molti scrittori, corra un divario grandissimo.

E che l'intenzione di Mosè fosse precisamente quella di
allontanare il suo popolo dalle seduzioni dell'idolatria e
non la semplice rappresentazione degli oggetti, noi possiamo
argomentarlo dai seguenti versetti del Deuteronomio
ove il concetto di questa proibizione viene ampiamente sviluppata:
«Guardatevi dunque bene, quanto v'è cara la vita—posciachè
non avete veduta alcuna figura nel giorno che
il Signore vi parlò in Oreb di mezzo al fuoco—di non
commettere una grave colpa, e farvi alcun simulacro, della
figura di qualsiasi idolo di forma maschile o femminile; della
forma d'alcun animale ch'è in terra; della forma d'alcun
uccello alato che vola nel cielo; della forma d'alcun (essere)
strisciante sul suolo, o della forma d'alcun pesce ch'è nelle
acque al disotto della terra. Bada bene che non avvenga
[pg 149]
che alzando gli occhi al cielo, e vedendo (ed ammirando) il
sole e la luna e le stelle, tutta (insomma) la schiera celeste,
*tu travii*, e ti *prostri* loro, e *presti* loro culto......».

E a convincere meglio i nostri lettori aggiungeremo
che l'interpretazione data a questo precetto dai nostri Dottori
più ortodossi concorda perfettamente colla nostra opinione.
Il sapientissimo Maimonide nel trattato *avodà zarà*
dice: essere affatto permesse le figure di animali e di piante
anche in rilievo; e Raban Gamaliel teneva raffigurata la
luna in tutte le sue fasi nel suo studio, e alle osservazioni
che una fiata gli vennero mosse, rispose: «essere
puramente proibita la rappresentazione dei corpi celesti
fatta nell'intento di adorarli».

E se così non fosse, lo stesso operato di Mosè sarebbe
in aperta contraddizione colla sua prescrizione, poichè in
una invasione di serpenti avvelenati mandati da Dio per
punire la maldicenza e la ribellione del popolo, e che
portarono nell'accampamento ebreo desolazione e lutto;
Mosè fece costrurre un serpente di rame, e fissatolo sopra
un alto palo lo espose alla vista del popolo. Questo serpente
durò sino al tempo del re Ezechia che lo fece sminuzzare
perchè gli Ebrei se ne erano fatto un idolo.

.. _`Leggenda di Salomone`:

Ma v'ha dippiù. Nel Tabernacolo stesso egli fece porre
due Cherubini che, come dicemmo altrove, coprivano
l'Arca Santa colle loro ali: e noi sappiamo che nel Tempio
di Salomone, oltre ai Cherubini, vi era il grande bacino
che poggiava sopra dodici buoi; e nei piedestalli degli altri
bacini si trovavano figure di buoi, di leoni, di fiori ecc. Nè
si supponga che ciò possa essere stata un'infrazione alla
legge, posciachè Salomone si attenne con tanto scrupolo
alle prescrizioni mosaiche da non permettere che si adoperasse
nè chiodo, nè martello, nè altro istrumento di
ferro nell'interno dell'edificio stesso [#]_, perchè Mosè avea
[pg 150]
raccomandato di non frammischiare ferro nella fabbricazione
dell'altare.

.. [#] Siamo persuasi di fare cosa sommamente grata ai nostri lettori
   inserendo qui la bizzarra «leggenda di Salomone» che si rapporta a
   questo fatto. Crediamo che non sarà difficile capirne l'allusione delli
   «versi strani»:

   Il sapientissimo re al quale era stato affidato il glorioso incarico di
   fabbricare la Casa Sacra, turbato dall'ordine divino che il Sacro tempio
   non fosse tocco da ferro, non sapeva trovare modo di compire la grande
   impresa. Come infrangere enormi massi di marmo e fare a pezzi durissimi
   legni senza aiuto di ferro?

   Chiamati a sè i suoi ministri ed esposta loro la cagione del suo turbamento,
   uno dei più sapienti così rispose: «Gran re! L'ultimo giorno
   della creazione in sull'imbrunire il Creatore, diede la vita ad un vermicello
   chiamato *shamir*, il quale possiede la singolare virtù di tagliare
   i marmi più duri col solo suo tocco. Dove questo vermicello annidi non
   seppe mai mente umana».

   Ma il re sapientissimo, a cui era stata data piena signoria su tutti
   gli spiriti, chiamò a sè due *scedim* (spiriti, che avevano molta affinità
   cogli uomini, perchè la credenza popolare riteneva che come questi si
   nutrissero, vestissero abiti e si propagassero ecc.) ed impose loro di
   indicargli il luogo ove il *shamir* si nascondeva. Questi tremanti dichiararono
   che quel segreto era solamente noto al loro re Asmedai. Interrogati
   ove quel principe avesse sua dimora risposero: Egli abita sulla
   vetta di un monte di qui assai lontano, e dentro al monte egli ha scavato
   una profonda pozza che ha riempito d'acqua, e che chiuse con
   un gran masso attaccato al terreno colle impronte del suo suggello, e
   ogni mattina prima di salire al cielo ed ogni sera nello scendervi, esamina
   attentamente i noti segni, beve e riposa. Salomone licenziò gli
   spiriti e chiamò a sè il suo prode capitano Benajà; gli porse una catena
   con sopravi impresso il santo nome di Dio, e un gran numero di
   fiaschi di vino e lo incaricò di condurgli Asmedai.

   Benajà si avviò alla grande opera e dopo molti giorni di viaggio arrivò
   al monte designato. Cominciò collo scavare un largo fosso ove fece
   scorrere tutta l'acqua della pozza, e poscia ne scavò un altro più sopra
   e pel quale versò nella pozza tutto il suo vino. Nel cadere della notte
   Asmedai, sceso dal cielo, si avvicinò alla pozza, ne esaminò il suggello
   e lo trovò intatto, sollevò il masso e vi sprofondò dentro. S'accorse
   del cambiamento e temendo di qualche insidia si propose di non bere,
   ma straziato da ardente sete tracannò ingordamente una quantità di
   vino e venne colto da profondo sonno.

   Benajà che stava alle vedette si slanciò frettolosamente sul dormiente
   e gli girò intorno al collo la sacra catena. Asmedai si svegliò e accortosi
   della catena che lo serrava si dibattè disperatamente e mandò urli
   spaventevoli; ma poscia accorgendosi dell'inutilità d'ogni suo tentativo
   si acquetò e seguì Benajà.

   Giunti alla presenza di Salomone questi gli fece manifesto il suo desiderio
   ed Asmedai così gli rispose: Il *shamir* fu confidato al re del
   mare; e questi l'ha confidato al gallo selvatico, e col più terribile dei
   giuramenti l'ha stretto a conservarlo inviolato e sempre. E il gallo
   selvatico ha posto il suo nido in un alto monte nudo e deserto e mai
   se ne diparte che non porti seco il suo deposito.

   Salomone chiamò di nuovo il suo fedele Benajà e lo mandò alla scoperta
   del gallo selvatico. Il prode guerriero s'avviò al disimpegno del
   suo incarico e dopo lungo cammino gli riescì di scoprire il nido del
   gallo selvatico. Attese che il gallo vi uscisse, chiuse il nido con una
   campana di vetro e poscia si nascose e aspettò.

   Ritornò il gallo selvatico e corse al suo nido a portare l'imbeccata
   ai suoi pulcini; trovò il vetro e vi si arrestò sopra; girò intorno, sparnazzò
   colle ali, spinse e picchiò, ma invano. I pulcini intanto chiamavano
   e piangevano. Finalmente ricorse al prezioso deposito per infrangere il
   vetro; trasse di sotto le ali il *shamir* e l'accostò.... Ma in quel punto
   Benajà uscì dal suo nascondiglio e mandò un grido terribile: il *shamir*
   cadde a terra, e Benajà ebbro di gioia lo raccolse avidamente e fuggì.

   Il povero gallo selvatico, disperato del violato giuramento si diede
   la morte.


Non paia strana questa raccomandazione. Chi studia con
amore e con riflessione le istituzioni mosaiche deve restare
convinto che, tranne pochissime il cui senso ci è ora
impenetrabile per la grande distanza dei tempi ed enorme
[pg 151]
differenza dei costumi, tutte le altre sono inspirate da
due fini ch'egli si prefisse di ottenere: 1º La salute del
corpo, mercè assennatissime disposizioni sui cibi e sulla pulitezza,
e mercè la moderazione nei piaceri; 2º il miglioramento
dell'anima, mercè la pratica d'ogni virtù domestica
e sociale. «Santi siate, raccomanda egli al suo popolo,
che santo sono io, l'Eterno Dio vostro». Ecco ora l'interpretazione
che danno i nostri Dottori di questo precetto:
«L'altare, dicono essi, è ministro di pace tra l'uomo e
Dio e tra l'uomo e l'uomo; e viceversa il ferro è ministro
di morte. Ora l'istrumento di morte non può nè deve confondersi
coll'istrumento di pace, di concordia e di amore».

[pg 152]
Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d'archeologia
che abbiamo interrotto.

I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri
posteriori, dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai
tempi, l'industria e le arti presso gli Ebrei non erano in
uno stato inferiore a quello degli altri popoli. Si sapevano
filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone e di bisso
(stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie particolare
di lino più fino e di una bianchezza più splendente
del lino ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone);
si sapeva tingere in diversi colori quali il turchino,
il cremisi, la porpora e il giallo.

Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare
offerte pel tabernacolo che intendeva erigere onde
«Dio abitasse in mezzo a loro»; le donne industriose furono
assai sollecite di filare lino finissimo e lana di capre,
che nelle mani d'uomini abili furono trasformati in tappeti.
Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire
di una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia
perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al limite che
ci siamo prefissi, sia perchè chi ne avesse vaghezza ne troverebbe
la descrizione nell'Esodo capitolo 19 e seguenti.
Diremo però che fu un'opera felicemente ideata ed eseguita
con legno di *scithim* (specie di acaccia); con pelli
di montone e di tasso; con tappeti coperti o guerniti d'oro.
I direttori di quei lavori, che erano certi *Bessalél* figlio
di Urì della tribù di Giuda, e *Aholiáb* figlio di Ahhissamach
della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè
«uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno
e in sapere; abili nel fare disegni da lavorare in oro, in
argento e in rame, e nell'arte di pietre da legare ed in
quella di lavorare in legno». Compiuto il lavoro e presentato
a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni singola
parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò
eseguito secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione
a tutti quanti vi ebbero parte. Si noti che Mosè,
il quale passò tutta la sua gioventù in mezzo alle
[pg 153]
grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe certo
potuto dichiararsi soddisfatto d'un lavoro dozzinale e grossolano.

Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la
maggiore grandezza e prosperità del regno d'Israele, che
era allora il più esteso, il più ricco e il più potente dell'Asia;
si trovarono operai tanto abili ed intelligenti da
costrurre quelle maraviglie dell'arte che furono il Tempio;
il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio;
alcune città e fortezze fra cui la celebre *Tadmór* (Palmira);
il trono di Salomone tutto d'avorio incrostato d'oro, che
la storia afferma «non essersene fabbricato l'eguale in
nissun regno»; e che vi si arrivava per sei gradini ognuno
dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.

È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che
prima d'intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò
un messaggio al Re di Tiro, col quale ricordandogli
l'antica amicizia che lo legava a Davide ed annunziandogli
la sua intenzione di fabbricare un Tempio al Signore;
lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal Libano,
perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei
Sidonii tagliare e fare viaggiare legnami da costruzione;
ma conviene considerare che questo fatto non menoma
per nissun modo l'importanza degli operai ebrei, perchè
non riguardava che un ramo particolare d'industria dei
Sidonii.

La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram
chiamato, come avemmo a dire altrove, a Gerusalemme
a dirigere i lavori in rame.

A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò
mercè le relazioni commerciali contratte colle nazioni
straniere, sparì bensì con essa la primitiva semplicità dei
costumi, ma le arti e i mestieri ebbero largo campo ad
esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della caduta
del regno fra dieci mila capi di famiglia *mille* erano
capi di officine.

I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d'oro
[pg 154]
e d'avorio, con sale particolari per festini e con appartamenti
distinti per l'estate e per l'inverno.

È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi,
infiammò il petto dei veggenti d'Israele che lo biasimavano
con veementi ed irose invettive ritenendolo, e non
a torto, lo strumento che doveva portare la intiera rovina
della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere specialmente
gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe
riscontrare nel capitolo terzo d'Isaia, e dovrebbe
conchiudere che nè pel numero (che è ventidue), nè per
la qualità, nè per galanteria stavano al disotto di quanti
ne offra la teletta di una ricca ed elegante signora dei
nostri tempi.

A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo
a presentarsi è il *nézem* (orecchino o pendente dell'orecchio)
il quale si componeva di diverse parti quali: *aghil*
(rotondo) *netifód* (goccie o perle). Viene in seguito una
seconda specie di *nézem*, che era un pendente del naso.
Anche oggi giorno le donne orientali portano quest'ornamento
sospeso ad una della pinne del naso, che a quest'effetto
si bucava come si bucano ora le orecchie [#]_;
il *revid* collana o catena sospesa attorno al collo e cadente
sul seno, e alla quale venivano attaccati altri ornamenti
detti *saaronim*, o *lehhascim* (amuleti), o la *boat anéfesc*
(vasetti di odore); il *zamid* o *esadà* (braccialetto), il *tabàad*
(anello); il *realà* (velo); la *hhagorà* (cintura) e i *hharittim*
(borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi
campanelli che porsero occasione allo stesso profeta di
rimproverare le figlie di Sionne «di essersi fatte altere,
di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare cigolare i
fermagli coi piedi».

.. [#] Salomone volendo rappresentare quel senso di disgusto e di ripugnanza
   che si prova nel vedere un oggetto prezioso e pregiato ornare
   una persona deforme, paragonò una donna bella e gentile ma priva
   di senno, a un *nézem* d'oro pendente dal naso di un maiale.


La composizione degli olii odoriferi, degli unguenti e
[pg 155]
dei profumi sia per uso profano come pel servizio religioso;
esigeva un'arte particolare che noi troviamo già ben
conosciuta e coltivata ai tempi di Mosè. L'artista portava
il nome di *rokeahh*.

L'olio santo che Mosè insegnò a preparare e col quale si
consacrarono Aronne e i suoi figli, tutti gli oggetti del
Tabernacolo, e che doveva servire di sacra unzione per
tutti i secoli; si componeva di quattro specie d'aromi,
aggiunti all'olio d'oliva fino, che doveva venire preparato
appositamente dal sacerdote. Questi aromi erano i seguenti:
1º *morderór* mirra semplice, ovverosia quella che colava
spontaneamente senza bisogno d'incisione; 2º *kinamón* cinamomo
o canella odorosa; 3º *canè boscem* canna odorosa;
4º *kidá* cassia aromatica.

Il profumo per le fumigazioni del santuario si componeva
altresì di quattro sostanze aromatiche. La prima era il
*natáf* gomma; la seconda lo *scehhéled* storace liquida; la
terza la *hhelbonà* galbanum; la quarta la *levonà zacà*
incenso puro.

In questo articolo dovrebbero trovare posto, alcune
nozioni sulle scienze coltivate dagli antichi ebrei, sulla
lor lingua e poesia; ma sia che l'indole del nostro lavoro
non ci permette di diffonderci in questo studio quanto
sarebbe necessario e sia perchè esso potrebbe riescire poco
dilettevole per quei lettori ai quali è specialmente destinato
il nostro lavoro, preferiamo a non parlarne.

Abbiamo già accennato che gli ebrei erano assai appassionati
per la musica colla quale rallegravano i loro festini
e accompagnavano i sacri canti. Aggiungeremo ora che i
Rabbini vogliono che tali strumenti allora conosciuti
fossero in numero di trentaquattro. D. Calmet nella sua
dissertazione sugli strumenti di musica, ammette bensì
che gli strumenti musicali erano presso gli ebrei in
numero assai maggiore che presso qualunque altro popolo
antico, ma non ne accetta oltre a venti; intanto che il
Ben Zeeb, nella sua prefazione al libro dei Salmi commentato
dal Nahhmanide, ne enumera ventuno quali tipi
[pg 156]
primitivi dai quali ne fa originare altri nove. Da qualunque
parte stia la ragione a noi poco importa. Ci basta notare
che i padri nostri avevano avanzato anche in questa
nobilissima fra le arti belle, tutti i popoli antichi. Gli
strumenti musicali da loro usati erano di tre specie:

1ª Gli strumenti *a corda* compresi sotto il nome generico
di *neghinód* i cui principali erano: il *nébel* nabbo; il
*assór* decacordo e il *chinór* chitarra.

2ª Gli strumenti *a fiato* quali: il *ugáv* organo; lo *sciofar*
del quale abbiamo parlato lungamente nei mesi precedenti;
*aghil* flauto; la *hhazozerà* tromba.

3ª Gli strumenti *a percossione* quali il *tof*; il *menanhém*;
il *scialissím* e il *selselim* cembalo. Di questo strumento
ne esistevano sicuramente due specie: una detta *silselè
sámah*, e l'altra *silselè teruà*.

Come la musica e la poesia, anche la danza è un
divertimento naturale all'uomo. Tutti gli scrittori ne
attestano la sua antichità e universalità fin fra i popoli
più barbari, presso i quali era anzi una ceremonia importantissima
dello strano e sconcio loro culto.

Ammettendo che il vocabolo *mahhól* abbia il significato
che gli si attribuisce generalmente, si deve credere che
la danza fosse praticata presso gli ebrei specialmente in
occasione di pubblica esultanza: stante però le rare volte
a cui vi si accenna, la poca sua consonanza colla gravità
dei loro costumi e alla serietà del loro carattere, e alla
massima facilità colla quale potevasi prestare alla leggerezza
e all'incontinenza, ci è lecito supporre che fosse assai
poco in uso.




_`CHISLEV` (*Novembre-Dicembre*).
=================================

.. _`Importante decisione di Esdra`:

Due fatti della più alta importanza registra la nostra
storia in questo mese. Il primo d'essi si rapporta ad una
decisione presa da Esdra, e che per quanto la si debba
[pg 157]
giudicare crudele e dolorosa verso gli interessati, che erano
in numero grandissimo, tuttavia era imperiosamente richiesta
tanto dalla religione quanto dalla politica; poichè
si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava
senza via di scampo sino dalle radici l'esistenza religiosa
e politica della nazione intiera. Questa misura
consisteva nell'ottenere la separazione degli Ebrei da tutte
le donne idolatre sposate nell'intervallo che passò tra la
partenza della prima e della seconda colonia giudaica da
Babilonia, per la loro antica patria.

Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da
un uomo che si acquistò tanti titoli alla benemerenza di
Israele, che i Talmudisti lo paragonarono a Mosè. La
prima colonia dei reduci da Babilonia era contornata da
Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e
da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o
dialetti affini, quindi era impossibile ad evitarsi il contatto
colle medesime. Si contrassero matrimonii scambievoli;
gli Ebrei diedero le loro figlie agli stranieri, e presero
mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che formarono una
razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per
una conseguenza tutt'affatto naturale, partecipava più
della madre, dalla quale riceveva col latte le prime nozioni
religiose. Quella parte della nazione che era tuttavia attaccata
sinceramente alla religione avita, vedeva con dolore
questa contravvenzione al più necessario e reciso ordine
di Mosè: ben a ragione temeva l'avveramento delle
funeste conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè
tale rilassatezza aveva preso proporzioni estese intaccando
a guisa di contagio tutte le classi dei cittadini.

Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero
da Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina
e gravità di costumi. Egli discendeva da Zadoc, e
perciò apparteneva alla casta dei Pontefici: era stimato il
più profondo nella cognizione delle patrie leggi, e gli
veniva dato il sopranome di *sofér maír* (scriba perito),
con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello
[pg 158]
scrivere, ma eziandio la singolare sua perizia nel leggere
e spiegare le sacre Scritture [#]_.

.. [#] A quest'uomo che risuscitò la legge quando stava per estinguersi,
   si attribuisce la fondazione della *Chenesced Aghedolà* (la grande Accademia
   o Sinagoga), cioè di una assemblea di Dottori della quale egli fu
   il primo Presidente e Simone il Giusto l'ultimo, i quali dovevano conservare
   e spiegare la legge e tramandarsi di uno in altro le tradizioni
   orali che la completavano. (Come diremo più estesamente altrove, queste
   tradizioni e spiegazioni furono poi raccolte dal Rabbino Giuda sopranominato
   *akadoss* (il santo) nella *Misnà*, e dai due Dottori Ravà e
   Rav-Assè nel *Talmud* o *Ghemarà*).

   A lui si attribuisce l'invenzione dei punti vocali, degli accenti e della
   *màsora* o critica filologica del testo biblico; a lui si attribuisce la compilazione
   delle orazioni quotidiane, e oltre al libro che porta il suo nome
   e che si crede scritto da lui, gli sono attribuiti anco i due libri de'
   Paralipòmeni. Vuolsi pure che il libro di Malachia (l'ultimo dei profeti
   canonici) appartenga altresì a lui, e che abbia occultato il suo vero
   nome sotto questo, che vale *angelo* o *messo*.

.. _`Dei Natinei`:

Esdra dunque venne a Gerusalemme l'anno primo di
Artaserse Longimano, munito di un favorevole rescritto
di questo principe che gli attribuiva tutti i poteri di un
governatore: gli regalò eziandio cento talenti di argento
e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale
pei bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse
dalla pietà degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta
talenti d'argento, cento d'oro, e molto vasellame
di argento e d'oro; parte avuto in dono e parte di quello
che trasportato da Gerusalemme non era ancora stato restituito
e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si aggiunsero
più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo,
fra i quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei [#]_. La
carovana partì verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme
nel mese d'Ab. Esdra dopochè fu bene informato
[pg 159]
dello stato delle cose se nè mostrò scontentissimo, si stracciò
le vesti, ed assunse tutti gli altri contrassegni del dolore
e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua autorità,
promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto
fare. Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli
della campagna _`si trovassero` fra tre giorni, che veniva
appunto ad essere il venti del mese di Chislev, a Gerusalemme.
L'assemblea ebbe luogo infatti al giorno stabilito,
[pg 160]
e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema
importanza delle decisioni che si dovevano prendere,
sulla piazza che trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il
motivo era seriissimo, poichè, come già dicemmo, si trattava
di giudicare tutti quelli che avevano menato mogli
straniere, e fors'anco costringerli a separarsi da esse e dai
figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano
pochi; vi erano sacerdoti, leviti e persone di alto e di
basso stato; e si poteva presumere che non tutti sarebbero
stati disposti ad accondiscendere al volere altrui in un
negozio in cui erano interessate le affezioni più delicate
del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che
l'interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio
cotanto grave e penoso.

.. [#] *Natinei* vale *dati*, *votati*, e probabilmente erano prigionieri di
   guerra che avevano adottato la religione di Mosè, e che secondo il libro
   d'Esdra furono consacrati da Davide e dai suoi Capitani al servizio dei
   leviti, ad imitazione di ciò che fece Giosuè dei Gabaoniti. Non crediamo
   fuori di luogo di raccontare questo brano di storia sulla conquista della
   Palestina, che servirà pure a ristabilire un fatto, che a torto viene interpretato
   in modo sfavorevole al popolo nostro.

   Finito il lutto per la morte di Mosè, il popolo ebreo mosse verso il
   Giordano, che, come dicemmo altrove, passò a piedi asciutti. Pervenuta
   la notizia di questo fatto, della presa di Gerico città importantissima
   munita di alte mura e forti torri, della espugnazione di Ai alle orecchie
   dei Gabaoniti; questi nella speranza di stornare dal loro capo la sorte
   esiziale da cui erano minacciati ricorsero ad uno strattagemma. Scelti
   tra loro parecchi individui li ammaestrarono sul da farsi, li provvidero
   di indumenti vecchi e logori, di pane ammuffato, d'otri di vino secchi
   è screpolati dal tempo. Godesti uomini si portarono al campo degli
   Ebrei, si presentarono a Giosuè e agli anziani, si finsero venuti da
   paesi lontanissimi inviati dai loro anziani e concittadini a domandare
   la loro alleanza e ad implorarne l'amicizia, in causa dell'onnipotenza
   dimostrata dal loro Dio coi grandi miracoli operati in loro favore in
   Egitto e nel deserto. A conferma delle loro asserzioni presentarono il
   pane muffato e che assicurarono essersi preso dietro appena tolto dal
   forno; mostrarono gli abiti indossati, a loro dire, nuovi e logoratisi pel
   lungo cammino. Giosuè e i principi si lasciarono ingannare da tale racconto
   menzognero e senza consultare Iddio conchiusero seco loro l'invocata
   alleanza; ma dopo tre giorni si venne a conoscere la verità. Il
   popolo alzò gravi querimonie contro la precipitazione dei principi. Ma
   il fatto non potevasi oramai revocare, l'alleanza era stata giurata nel
   nome dell'Eterno e non si poteva violare; quindi Giosuè volendo dare
   soddisfazione al popolo e nello stesso tempo mantenere la fede giurata,
   destinò i cittadini di Gabaon ai grossi servizii del Tempio.

   Oltre alle precise istruzioni date da Mosè nel condurre l'assedio di
   città lontane o non appartenenti alle nazioni votate a morte pei loro
   peccati; oltre alle storiche assicurazioni che constatano come Davide e
   Salomone abbiano vinti e resi tributarii parecchi popoli senza distruggerli;
   l'esistenza stessa dei Natinei è una prova convincente che Mosè
   non aveva imposto agli Ebrei di sterminare senza pietà tutti i popoli
   della Palestina, come erroneamente o maliziosamente pretesero parecchi
   scrittori. La totale distruzione era stata decretata solamente per sette
   popoli o tribù le cui opere erano talmente nefande «che la terra, dice
   Mosè con una figura espressiva, stomacata e polluta li vomitava dal
   suo seno». Anzi i nostri Dottori dicono che prima di accingersi alla
   conquista della Terra Santa, Giosuè mandò nella Palestina tre proclami
   così concepiti: «1º Chi vuole sancire con noi un punto di pace sarà
   accettato; 2º Chi vuoi sottrarsi all'eccidio esca volontariamente dalla
   Palestina; 3º Chi vuole guerra avrà guerra».

   .. _`I tre Proclami di Giosuè`:

   I Gabaoniti accettarono il primo; la popolazione Gersunita si uniformò
   al secondo; 31 principi mossero guerra e soggiacquero.


Sembra quindi che l'assemblea sia stata tumultuosa, e
che l'unione di tutta quella gente lungi dal contribuire
al buon effetto della combinazione desiderata, lo contrariasse.
Colta dunque l'opportunità che pioveva a dirotto,
e che il popolo si trovava assai a disagio, l'assemblea fu
congedata; e si credette più acconcia l'instituzione di un
tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei
loro casati designati per nome, onde giudicare i refrattarii
citandoli ad uno ad uno. Questo spediente riescì: la
commissione lavorò tre mesi ad indurre colle buone o
colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii dichiarati
[pg 161]
illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le
mogli e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi
alle rispettive nazioni a cui appartenevano; e questo
affronto accrebbe contro gli ebrei il numero e l'odio dei
nemici.

.. _`Chi erano i Farisei`:

Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata
generale: molti eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone
più potenti, ricusarono di sottomettersi alla decisione di
Esdra, e diedero origine ad una fazione contraria ai
rigoristi (farisei) [#]_, ed unita d'interesse cogli stranieri e
specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani,
che risiedevano a Samaria.

.. [#] L'epiteto *fariseo* passò quale sinonimo di falso religioso, di vilissimo
   ipocrita, quantunque tale designazione non sia sempre assolutamente
   esatta. Egli è per questo che noi crediamo bene di trascrivere le
   seguenti linee del celebre S. D. Luzzato, nelle quali ci viene spiegata
   l'origine del fariseismo e il significato di tale denominazione.

   «A Esdra tenne dietro gran numero di *soferim*. Dei più antichi non si
   conoscono i nomi, e questi innominati sono i veri fondatori del Rabbinismo,
   gli autori di tutte quelle instituzioni che diconsi *divrè soferim*, o parole
   degli scribi (il nome *sofer* significò poscia anche maestro di scuola ed anche
   scrivano, copista). Col lasso del tempo vi furono dei falsi scribi, degli
   scribi ipocriti, come vi furono nel primo tempio i falsi sacerdoti o i
   falsi profeti. Questi falsi devoti furono detti per ischerno *farisei*, *astinenti*,
   *austeri*; e quando la tendenza liberale e grecizzante formò un
   partito sotto il nome di *Sadducei*, l'epiteto di farisei fu da questi dato
   indistintamente a tutti i rigoristi, attaccati alle istituzioni degli antichi
   scribi, sia che fossero veramente ipocriti, sia che fossero uomini d'una
   sincera pietà».

.. _`Guerre dei Macabei contro Antioco`:

Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese
fu di tale importanza e segna una pagina cotanto gloriosa
nella nostra storia, che noi crediamo necessario fare una
eccezione alla linea di condotta che ci siamo imposti, e
svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima
fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra
d'insurrezione contro i Greci, sino alla totale liberazione
dello suolo nazionale per opera di Giuda Macabeo.

I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati
[pg 162]
da capi ebrei nominati ordinariamente dai re di Persia;
ma tale dipendenza si faceva sentire così poco da potere
quasi dire che la Giudea formasse una specie di repubblica
sotto l'alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi fu
Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo
figliuolo e poscia Esdra e Neemia. Dopo quest'ultimo,
pare che il governo inferiore sia passato nelle mani dei
sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa quanto per
la civile e politica; e ch'essi siano divenuti i soli intermediarii
tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii.
Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli
propensioni del popolo per la casa di Davide, si introdusse
l'uso di nominare un Nassì (principe) tra i membri di
quella casa; quantunque peraltro non gli si lasciasse esercitare
veruna autorità di fatto.

Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re
di Persia perchè non fu portata per essi veruna sensibile
alterazione nei loro rapporti con gli ebrei, se si escludono
i mali che questi ultimi patirono per le guerre che ebbero
luogo tra la Persia e l'Egitto: e verremo a parlare degli
avvenimenti successi all'epoca in cui Alessandro il Macedone
colle sue vittorie minacciava di prossima rovina l'impero
di Dario. Trovandosi all'assedio di Tiro, Alessandro inviò
una lettera a Iaddo sommo pontefice degli ebrei, che i nostri
Dottori per uno strano equivoco confondono con Simeone
il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi avvenimenti;
invitandolo a spedirgli soccorso d'uomini e di provvigioni,
e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato
pagato a Dario. Iaddo per non mancare al giuramento
fatto al suo alleato si rifiutò di aderire a queste richieste,
osando sfidare la collera del Macedone il quale giurò di
trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro
mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un'eroica resistenza,
ma in capo a cinque mesi essa cadde in potere
degli assedianti, e subì un trattamento feroce. Diecimila
uomini vennero trucidati; e il resto della popolazione,
uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una
[pg 163]
sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo
poteva solo salvare la città santa: e questo miracolo ben
meritato dai suoi abitanti in premio del coraggio e della
devozione di cui diedero prova nel serbare la fede giurata,
fu operato da Dio.

Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a
Iaddo, di portarsi ad incontrare Alessandro seguito dai suoi
sacerdoti. Iaddo ossequente a questa voce indossò gli abiti
sacerdotali, e fatteli indossare agli altri sacerdoti e dando
le opportune disposizioni onde la città venisse parata a
festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore.
Alessandro colpito da questo imponente spettacolo
si avanzò verso il pontefice e inchinandoglisi innanzi lo
salutò rispettosamente. Il suo amico Parmenione avendogli
dimostrato lo stupore da cui era compreso per tali atti di
rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che
trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d'uomo vestito
come quel pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva
incoraggiato a persistere nei suoi progetti di conquista,
assicurandogli la vittoria sui Persiani. Strinse poscia la
mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio
e vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice,
accordò agli ebrei l'esenzione dei tributi nell'anno
sabbatico e la libertà di vivere ovunque secondo le loro
leggi e i loro usi. Questa libertà estesa a quei giovani
che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue
bandiere, fece sì che molti ebrei s'iscrissero nelle file del
suo esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno
dall'Egitto volendo compensare gli ebrei della inalterata
fedeltà che gli serbarono regalò loro una parte del territorio
Samaritano [#]_.

.. [#] A titolo di curiosità storica e per gli eccellenti ammaestramenti
   morali che racchiudono, non vogliamo privare i nostri lettori delle
   principali fra le dieci domande, che al dire dei nostri Dottori, Alessandro
   Magno indirizzò ai sapienti d'Oriente e le risposte date dai medesimi:
   e di un apologo sui viaggi e sulla straordinaria avidità di conquista
   che teneva agitato lo spirito di quel monarca, e per la quale non si
   peritava a gettare intiere nazioni in braccio agli orrori di guerre
   funestissime.

   Ecco le domande: «Misura forse maggiore distanza l'Oriente dall'occidente
   o il cielo dalla terra?» I pareri furono discordi: chi opinava la
   distanza essere pari e chi la voleva maggiore dall'Oriente all'Occidente.
   «Nella creazione del mondo quale delle due cose ebbe la precedenza
   tra il cielo e la terra?».—«Il cielo».—«Fu creata prima la luce
   o l'oscurità?». Questa interrogazione non ebbe una risposta sicura. Ma
   perchè obiettarono altri sapienti non gli si rispose «l'oscurità», poichè
   effettivamente risulta dal sacro libro che essa dominava l'abisso? A
   questa giusta osservazione venne risposto, che temendosi per parte di
   quel monarca altre interrogazioni insolubili sull'eternità di Dio e sulla
   fine del mondo, si preferì di interromperne il corso prendendo a pretesto
   l'insufficiente capacità di poter soddisfarne il desiderio». Qual uomo,
   ridomandò egli, puossi chiamare veramente sapiente?—«Il preveggente»—Quale
   veramente forte?—«Quello che sa vincere le proprie
   passioni»—Quale veramente ricco?—«Quello che è contento del
   proprio stato».

   .. _`Alessandro Magno in Asia—Apologo`:

   Ed ecco ora l'apologo:

   Alessandro seguendo la sua insaziabile bramosia di grandezze e di regni,
   manifestò agli stessi sapienti il disegno di attraversare i monti delle
   tenebre, e chiese loro consiglio sui mezzi da impiegarsi per riuscirvi.
   Ottenutili e attraversati quegli orridi monti, giunse fino agli estremi
   confini _`dell'Asia`, e si trovò presso il paese delle Amazzoni, ove le
   donne erano preposte al Governo, compievano gli uffizi guerreschi e
   combattevano invece degli uomini. Queste gli mandarono un'ambasciata
   di parecchie loro compagne, che gli tennero il seguente libero discorso:
   «Sire! Se mediti di moverci guerra, tu tenti una folle impresa. Se
   vinci, quale gloria d'avere vinto delle donne? Se sei vinto, quale
   disonore d'essere vinto da donne?»

   Alessandro persuaso da tale giudizioso discorso abbandonò l'impresa,
   e dopo d'avere fatto incidere sovra un sasso queste parole: «Io Alessandro,
   fin qui stolto e vano, appresi senno dalle donne»; volse la sua marcia
   verso un paese dell'Africa. Il re di quello stato conscio della propria
   debolezza e della potenza di Alessandro, gli aperse la città e la reggia
   e lo invitò a pranzo. Tutto nella mensa era oro: pane, pietanze, frutti
   tutto era d'oro. Alessandro altamente stupito rivolgendosi al suo ospite
   gli chiese: «Che mangiate oro nel vostro paese?»—«Posso io credere,
   rispose esso, che tu mova così lontano per nutrirti, come gli altri
   uomini, dei prodotti del campo? Forsechè fanno essi difetto nel tuo
   paese? Io m'immaginai che tu volessi oro, e ti presentai dell'oro».

   Ritornato in Asia, Alessandro camminava un giorno per lo mezzo
   di sterili deserti e d'inculti terreni, e capitò alfine presso un ruscelletto
   le cui acque scorrevano con un mormorio così dolce e tranquillo, che
   parevano invitare il passeggiero a sedersi sulle rive onde godervi riposo
   e pace. Alessandro aderì a questo tacito invito, si sedette, bevve di
   quell'acqua che trovò di un sapore delizioso, fece tuffare in essa
   alcuni pesci salati di cui era provvisto, e sentì che mandavano una
   fragranza soave. Fortemente maravigliato, gli balenò in mente il
   desiderio di cercare il paese fortunato da cui quel ruscello traeva la
   sorgente. A quell'uomo singolare bastava gli si suscitasse un desiderio
   nell'animo, per volerlo immediatamente compiuto.

   Risalendo a ritroso dell'acqua giunse alla porta del Paradiso. Picchiò,
   ma gli venne negato l'accesso. Alessandro ripigliò colla sovrana
   alterigia del suo focoso carattere: «Apritemi, ch'io sono Alessandro il
   Grande conquistatore dell'Asia»—«No, gli fu risposto, questa è la
   porta del Signore; e qui non possono entrare che i soli giusti che seppero
   dominare le loro proprie passioni». Alessandro impiegò preghiere e
   minacce per esservi ammesso; ma accorgendosi che tutto era invano,
   così parlò al guardiano del Paradiso: «Dammi alcuna cosa che mostri
   al mondo com'io son venuto colà, ove nessun mortale giunse prima
   di me».

   Una mano invisibile gettò allora disopra l'alta muraglia un piccolo
   involto, che venne a cadere ai piedi di Alessandro. Questi lo raccolse
   con avidità, e tornò frettolosamente alla sua tenda. Ma quale non fu
   il suo stupore, allorchè aperto l'involto, vi trovò racchiuso un occhio
   di morto. Furibondo lo gettò a terra. Ma un suo savio consigliere così
   gli favellò: «Gran re! Non disprezzare questo dono, perchè se tu lo libri
   coll'oro e coll'argento vi troverai in esso qualità straordinarie». Alessandro
   ordinò di provare immantinenti. Si recò una bilancia; la reliquia
   fu posta in un guscio, l'oro nell'altro; e con grande meraviglia di tutti
   per quanto oro vi si mettesse, l'occhio traboccava sempre. «Non v'è
   dunque contrappeso che valga a rimettere l'equilibrio, esclamò Alessandro?»
   Altro che! rispose il savio, voi vedrete che basta assai poca
   cosa»: e raccolto un tantino di terra ne coperse l'occhio, che subito si
   sollevò nel suo bacino. «Se il puoi, spiegami immantinenti questo
   fenomeno, gridò Alessandro»—«Eccomi a soddisfarti, rispose il savio
   vecchio. Quest'occhio rappresenta la cupidigia insaziabile del cuore
   umano. Finchè quell'occhio sta aperto non v'è nè oro, nè argento, nè
   ricchezza che basti a soddisfarlo. Ma chiuso e coperto di terra, allora
   si fa palese la vanità dei suoi ambiziosi progetti e dei suoi sconfinati
   desiderii; e dei grandi della terra non avanza che la memoria del bene
   o del male che fecero ai popoli confidati al loro governo.

[pg 164]

Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe
il tempo di assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli,
e dopo la sua morte il suo impero fu diviso fra i suoi
più illustri generali. Tolomeo figliuolo di Lago s'impadronì
dell'Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei,
[pg 165]
mentre che Seleuco Nicàtore ne fondò un'altra nella Siria.
Queste due potenze furono quasi sempre in guerra fra di
loro; e la Palestina posta nel mezzo e palleggiata più volte
dall'uno all'altro dominio ebbe molto a soffrire, poichè il
continuo succedersi di padroni, il cangiamento di
[pg 166]
governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d'oro, dovevano
fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti.
L'esacerbazione degli ebrei trovò un'occasione a
sfogarsi. Antioco Epifane aveva portato la guerra in Egitto
contro Tolomeo Filomètore, che vinse e condusse prigione;
ma prima che arrivassero queste notizie si era invece diffusa
la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto
ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi
feste congratulandosi di essere finalmente liberati di un
infesto tiranno.

Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente
coll'esercito vittorioso in Giudea, assediò e prese
di assalto Gerusalemme, e l'abbandonò al sacco e al furore
dei soldati. In tre giorni furono massacrate ottantamila
persone d'ogni età e sesso ed altrettante ne furono vendute.
Quell'iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare
dei porci; ne portò via il candeliere, l'altare, la mensa, lo
spogliò di ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia
carico di un immenso bottino lasciò per governatore della
Giudea certo Filippo uomo crudo e severo.

Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l'illustre
e che il popolo per ischerzo chiamava Epímane o
[pg 167]
il pazzo, era veramente più degno di questo che del primo
titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito e la potenza
della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani
diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo
principe. Di volgari sentimenti, praticava colla plebe
e si mischiava con essa; era stravagante, dissipatore, vizioso,
prepotente, feroce e più tiranno che re. Abbenchè
padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo
di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni
per lui, anco i più impopolari e i più sacrileghi. Quindi
gli Ebrei incorsi nello sdegno ornai inespiabile di un tale
uomo, non potevano più aspettarsi che sciagure. Il loro
spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi, la loro
vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro
prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di
essi l'odio e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che
dopo le conquiste di Alessandro si erano stanziate nella
Palestina e nelle regioni confinanti; e queste erano altrettanti
mantici che soffiavano nelle orecchie di un re
già malamente disposto.

Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che
abbiamo raccontato di sopra, quando Antioco obbligato
dai Romani a sgomberare l'Egitto già fatto sua preda, si
rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme. Forse
egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito
di darsi anch'essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo
Filomètore; e per impedire questa sospettata diserzione,
che lo avrebbe posto a gran pericolo, mandò quietamente
a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di sterminare
quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato
un giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano
raccolti nelle sinagoghe, li fece assalire all'improvviso.
Tutti gli uomini che non poterono fuggire furono massacrati,
le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e dopo il
saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di
una turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava
di umano, forse neppure il volto, deturpato da
[pg 168]
selvaggie passioni. Una terribile cittadella detta l'Acra fu
allora innalzata allo scopo di dominare il Tempio e munita
di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti
vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase
affatto deserta.

E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro
non si tenesse ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea
un delegato, certo Ateneo Antiocheno, per fare eseguire
una nuova sua legge per la quale si obbligavano tutti gli
ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con lui furono
inviati missionari per predicare la nuova fede, e per convertire
i non credenti: e un prete greco fu pure mandato
a Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a
introdurvi il culto di Giove Olimpico. In conseguenza di
che furono proibiti sotto pena di estremo supplizio pei
contravventori la circoncisione, l'astinenza dei cibi vietati,
l'osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il delegato
regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre
scritture, e la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata
ove era l'altare degli olocausti. Cessarono i sacrifizi,
i sacerdoti furono sterminati o dispersi, e se qualche pio
ebbe tuttavia l'occulto coraggio di obbedire più alla sua
coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge
non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario,
i cui residui di vita si poteano appena numerare
per giorni o per ore, fu trascinato a crudele supplizio;
due bambini nati da pochi giorni e circoncisi furono strangolati,
i poveri cadaveri vennero appesi al collo delle loro
infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte
passeggiare per la città, indi precipitate dall'alto; e furono
altresì uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano
a quel religioso rito [#]_.

.. [#] Fu pure nel corso della persecuzione di questo tiranno, tanto tristo
   quanto dissennato, che successe quel pietosissimo caso di sette fratelli
   che subirono il martirio, piuttosto che cedere alla intimazione di cibarsi
   di carne porcina o di fare atto di ossequio alle divinità greche.
   Ecco come viene esposto nel Talmud questo fatto, che per una strana
   confusione di data, venne registrato tra i luttuosi avvenimenti successi
   all'epoca della distruzione del secondo Tempio.

   .. _`Martirio di sette fratelli`:

   Condotti questi sette fratelli al cospetto dell'Imperatore questi invitò
   il primo a fare atto di adorazione al simulacro del suo idolo. Il fanciullo
   rispose: Signore! Mi è impossibile ubbidirti, inquantochè sta
   scritto nel sacro libro della nostra religione: «lo sono l'Eterno Iddio
   tuo». Fu consegnato al carnefice e morì fra i tormenti. Venne introdotto
   il secondo e all'identico invito fatto al primo rispose: Sta scritto
   nella legge, «non sarà a te altro Dio al mio cospetto» e anche questo
   incontrò la sorte del fratello. Il terzo rifiutò di obbedire appoggiandosi
   al divino comando di «non inchinarsi a Dio straniero»; il quarto riferendosi
   alla minaccia «di scomunica» comminata «a colui che sacrifica
   a Dêi stranieri»; il quinto col proclamare l'unità di Dio espressa
   nel primo versetto del *Schemah*; il sesto col ripetere un versetto del
   Pentateuco concepito in questi termini: «E conoscerai oggi e serberai
   in cuore che l'Eterno è (l'unico) Iddio nel cielo disopra e nella terra
   dissotto e non ve n'ha altri» e come i due primi anche questi spirarono
   fra atroci tormenti. Venne la volta del settimo, la cui gioventù
   e bellezza disponendo in suo favore lo stesso tiranno, questi gli propose
   di gettare in terra il proprio anello ch'egli dovrebbe inchinarsi a
   raccogliere, lasciando supporre agli astanti un attestato di omaggio
   verso l'idolo la cui immagine stava scolpita sull'anello. Ma l'eroico fanciullo
   rifiutò con disdegno, e dichiarò attenersi strettamente vincolato
   dal patto conchiuso tra Israele e Dio e pel quale il primo prometteva
   di mantenersi fedele alla legge ricevuta, e il secondo di considerare
   perpetuamente Israele per suo popolo peculiare. Intanto che anch'esso
   era condotto a morte così pregò la povera madre; «Lasciate ch'io abbracci
   ancora una volta il mio povero figliuolo». Il figliuolo le si getta
   nelle braccia, e questa lo stringe teneramente al seno e lo bacia, e gli
   dice: «figliuoli miei! andate in pace, e dite al Signore che il patriarca
   Abramo erasi disposto a sacrificargli un solo figlio, ed io ne sacrificai
   sette per la gloria del suo nome». E in così dire scoppiandolesi il
   cuore per la insopportabile ambascia esalò l'eroica e desolata sua anima.

[pg 169]

Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei
non ne offriva esempio, l'insensato Antioco credeva di pervenire
a distruggere la nazionalità Giudaica e a fare prevalere
le ceremonie e le superstizioni pagane sul Culto
antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai
l'ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla
[pg 170]
sapienza, le tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità,
il vizio e la corruzione sulla virtù e la purezza?

La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità
volle forse dimostrare loro le funeste conseguenze
della loro religiosa rilassatezza; e umiliandoli in un modo
così basso fare rivivere in loro il sentimento nazionale
che nella maggior parte del popolo s'era, se non intieramente
estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro
secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del
Culto nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi
contro la forza imponente del tiranno; ma le eccessive
crudeltà di Antioco e l'eroica devozione di una famiglia
di sacerdoti li fecero sortire dal loro ritiro, e li incoraggiarono
a prendere le armi per vendicare la loro religione
e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della
morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere
alla ferrea costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini
eroici capitanati dai figli di certo Matatia che abitava in
un borgo chiamato Modin, che trovavasi sulla strada che
da Ioppe mette a Gerusalemme.

Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto
da un ufficiale del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno
e zelante per la legge, come _`Finees`, si gettò sopra
di lui lo uccise e con esso uccise anche l'ufficiale del Re.
Questa fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. Dopo
questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in
pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti
vollero seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò
nelle montagne. Matatia era sacerdote della classe dì
Ieoiarib e dal nome di Asmoneo, proavo di lui, anco i
suoi discendenti presero il nome di Asmonei. Matatia aveva
cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e Ionatan,
i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi
dall'entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui
intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso
sacerdote, diventato capo dell'opposizione si vide ben presto
circondato da altri zelanti. In quello stesso tempo, avvenne
[pg 171]
che un migliaio di altri Ebrei fra uomini e donne e fanciulli,
traendo seco il loro bestiame si erano ritirati nei deserti
e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma inseguiti dai
soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi, per
soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in
quel sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare.
Matatia avendo udita questa cosa, fece sentire ai
suoi seguaci che se avessero voluto comportarsi egualmente
sarebbero tutti periti come senza difesa così senza utilità;
onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la
guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero
i primi ad attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che
in sabbato fosse lecita anche la guerra offensiva, massime
nella espugnazione di una città quando fosse stata assediato
almeno tre giorni prima. Tuttavia questa savissima
decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte
gli Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che
di difendersi in sabbato.

Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati
intorno a sè quanti sentivano zelo per la legge e che
erano risoluti di vincere o di morire per lei; Matatia cominciò
ad assalire i villaggi e i luoghi meno muniti, massacrando
quanti si opponevano, atterrando le are profane, e circoncidendo
i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera
militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai
dispiaceri, sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo
per suo successore nel comando Giuda, suo terzogenito,
che di non molto oltrepassava i vent'anni, ma che stimava
ed era più degli altri valoroso e forte; e raccomandò che
per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei consigli
ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine
esortò caldamente i suoi seguaci a resistere contro l'empietà
dei figliuoli della superbia, e a combattere per la
causa di Dio e del suo Tempio. Questo suo testamento dettato
da un senno maturo e da una profonda cognizione
del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con
rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un
[pg 172]
regno ed una fama immortale. Così morì Matatia e fu sepolto
in Modin nella tomba dei suoi padri.

Giuda, armato come un gigante e terribile come un
leone, all'entusiasmo religioso che lo animava, univa l'attività
e il vigore di una gioventù bollente e robusta, e
un coraggio sterminato, ma non cieco nè imprudente. Le
rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede
consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei
il sopranome di Macabeo *macabì* (martello). All'ardimento
di Giuda era troppo poca cosa il limitarsi a
scorribandare le campagne o sui monti, o ad attaccare luoghi
remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa sua
ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a
correre tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità
straordinaria assalì città e castella, le prese, le fortificò
e le fece altrettanti punti di appoggio alle sue operazioni.
Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi compatrioti, ingrossò
il numero dei suoi guerrieri. Affrontò coraggiosamente
l'un dopo l'altro due generali di Antioco: li battè, li ruppe,
e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e
sparse ovunque il terrore del suo nome.

Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento
da disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul
nascere, ma la mancanza di danaro, un'insurrezione nell'Armenia
e la fede vacillante dei Persiani lo obbligarono
a ritardare ed a dividere il suo esercito. Vennero quindi
spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con
quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume
di quei tempi un gran numero di mercanti di schiavi
accodavano l'esercito onde comperare i prigionieri. I generali
erano così certi della vittoria, che ne chiamarono
da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender seco
molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare
affatto gli Ebrei, e di vendere all'incanto quanti fossero
risparmiati dalla spada. Giuda non aveva che poche
migliaia di soldati senza loriche, senza elmi, senza spade
ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma erano
[pg 173]
uomini d'animo deliberato di vincere o di morire per Dio
e per la patria, e guidati da un capitano tanto valente
quanto accorto. Questi convocò le sue schiere in Masfa di
rimpetto a Gerusalemme: ivi le purificò, le santificò coi
riti della religione, le esortò con vivi ed efficaci discorsi
onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto Mosaico,
rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero
di recente piantato una vigna o fabbricato una casa;
e coi pochi prodi che gli rimanevano marciò contro il nemico.
I due eserciti si scontrarono in Emmaus nei dintorni
di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le mosse
del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il
corpo più debole, lo sbaragliò; e l'altro corpo di Siriaci
che aveva fatto un giro per cogliere gli Ebrei alle spalle
e serrarli in mezzo, mirando dalle colline la sconfitta dei
compagni, il disordine del campo, la fuga di tutti e non
sapendo a quale causa attribuire un così improvviso avvenimento;
si smarrirono anch'essi d'animo, volsero le spalle
e si dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che
fecero gli Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche
ad altri correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo
corpo di Siriaci comandato da Timoteo e da Bacchide
subì la stessa sorte; nè più fortunato fu Lisia che
con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a Betsura fortezza
che era l'antimurale di _`Gerusalemme` ai suoi confini
coll'Idumea.

A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte
d'Antioco Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò
il corpo e morì per atroci dolori, rammaricando, secondo
Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei e pei quali Dio
ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un
altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato
poscia Eupatore.

Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città
si erano date a Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava
che la cittadella di Gerusalemme. Allora Giuda entrò in
questa città e trovò il Tempio ingombro da cento
[pg 174]
profanazioni, l'altare diroccato, le porte distrutte col fuoco,
le erbe e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa,
vista gli Ebrei si lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio.
Giuda purificò il Tempio, rifece a nuovo l'altare
dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo ed altri sacri
arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e fece la
dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese
tre anni e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio.
Una festa nazionale e religiosa, venne instituita
nella data sopradetta per immortalare ai posteri la memoria
di questo avvenimento.

.. _hhanuchà:

Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa
festa, detta *hhanuchà* (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata
coll'accensione di lumi nelle case per otto sere
consecutive e con canti di allegria.

Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza
intiera degli Ebrei da qualunque soggezione
straniera, venne conseguita da Simone il secondogenito di
Matatia 400 anni dopo il ritorno da Babilonia, e che fu
da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare i
loro atti pubblici e a coniare monete.


Archeologia.
------------

.. _`Pesi e misure`:

*Pesi e Misure.*
````````````````

Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto
appropriato nel mese scorso, quando tenemmo parola delle
arti e dei mestieri, perchè in realtà trovavasi attinente a
tale articolo: ma lo ritenemmo pensatamente per questo
mese, per la proporzionata distribuzione delle diverse nozioni
di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare
nel corso di questo nostro lavoro.

La più antica maniera di commerciare dovette certamente
consistere in un semplice scambio d'oggetti. Uno dava
altrui quell'oggetto che per sè era inutile o superfluo, per
riceverne in cambio quello che eragli necessario o tornavagli
gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che
[pg 175]
presso l'uno non si trovasse quello di cui l'altro difettava,
ed in mille occasioni poi non si potesse dare un valore
precisamente eguale a quella tal merce di cui si voleva
fare procaccio; per facilitare le permute si dovettero ben
presto introdurre nel commercio materie, le quali per via
d'un valore arbitrario, ma convenuto, potessero rappresentare
tutte le specie di mercanzie, e così valessero di
prezzo comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora
fra queste materie i metalli dovettero essere preferiti, sia
perchè se ne trovano in ogni clima, e sia perchè la loro
durezza e solidità li preservano da molte alterazioni. Da
quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a
conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si
*pesavano* [#]_ e che non fu che più tardi che essi s'improntarono
di una figura pubblica per indicarne il valore
e assicurarne il peso e la lega.

.. [#] Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa opinione:
   ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di accettare la
   cortese offerta fattagli da Ebron l'Iteo di concedergli gratuitamente
   la grotta di Macpelà per seppellire la propria moglie, glie ne *pesò* il
   prezzo convenuto in quattrocento sicli d'argento correnti a mercanti.
   I fratelli di Giuseppe riportando in Egitto il danaro ritrovato nell'imboccatura
   dei loro sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato
   *dello stesso peso* di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo
   da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci monete
   d'argento in *peso*, e finalmente troviamo nel profeta Amos che
   volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in loro
   bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e *pesiamo* con
   false bilancie l'argento che ci viene dato».

   Per l'esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare riflettere
   che nella Bibbia troviamo altresì la parola *pesare* adoperata all'epoca dei
   Persiani, epoca in cui senza dubbio tale parola doveva avere il senso
   di *pagare* poichè si aveva sicuramente l'argento coniato. Bœkh nelle sue
   ricerche metrologiche dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI,  127,
   che cioè Fidone tiranno d'Argo abbia pel primo fatto battere moneta in
   Grecia l'anno 750, avanti l'êra volgare, dietro un sistema di pesi e di misure
   imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno risalire
   l'invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne attribuisca
   il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così frequenti relazioni coi
   Fenicii non avranno forse creduto ancor più che utile, indispensabile l'avere
   anch'essi moneta coniata?

   Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua
   Archeologia d'accordo con parecchi altri autori.

Non essendo state rinvenute _`monete` ebree coniate, antecedenti
al tempo dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere
che il primo a coniare moneta fra loro sia stato
[pg 176]
Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete. Di
queste monete ne esistono ancora parecchie [#]_. In certune
d'esse si trovano impresse figure di palme, di pigne, di
spighe, di covoni di grano; in certe altre si trova una
foglia di vite, un grappolo d'uva, un fiore o un vaso di
quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle figure
di parecchie d'esse si leggono le leggende di *Séchel Israél*
(Siclo d'Israele), *Ierusalaim akedossà* (Gerusalemme la
santa).

.. [#] Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali monete,
   tre d'argento e tre di rame. Le prime tre d'argento sono le seguenti:
   1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra un'*Alef* (prima lettera
   dell'alfabeto) adoperata certo come cifra significante 1º anno della liberazione—2º
   Un mezzo siclo che porta un vaso eguale a quello del siclo
   con sopra le iniziali Anno 2º—3º Una medaglia colla leggenda «\ *lehherud
   ierusaláim*\ _`» (per la libertà di Gerusalemme)` dall'uno lato, e dall'altro lato la
   parola «\ *Simeone*»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone
   principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in una
   delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione d'Israele»—5º
   Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º Finalmente una
   terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto... metà»—«della
   liberazione di Sionne».


Per avere un'idea se non esatta almeno approssimativa
del valore dei pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe
confrontarli con quegli dei Greci e dei Romani
che successivamente dominarono nell'Oriente; poscia ridurli
ai pesi e alle misure nostrane, tenendo calcolo delle
differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo
lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei
nostri lettori, perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo
[pg 177]
nome con a fianco il valore approssimativo in misure
metriche, valendoci dei quadri combinati dal celebre Munch
già da noi citato.

Le misure di lunghezza dette *midóth* sono le seguenti
quattro:

\1. *Esbán* (dito o pollice) che misurava la lunghezza
del dito mignolo e vale m. 0,023.

\2. *Tófahh* o *téfahh* valutato a m. 0,092.

.. _Zéretk:

\3. *Zéretk* che è lo spazio compreso tra il pollice e
l'annulare stendendo le dita il più che si può e vale
\m. 0,277.

\4. *Ammà* o *cubito* che venne definito per l'intervallo
tra il vertice del gomito e l'estremità del dito medio e
vale m. 0,555.

.. _chivrád-érez:

Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che
dinotano le distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie.
Due sole misure di questa specie troviamo menzionate
nella Bibbia. La prima è quella detta *chivrád-érez*
(spazio del paese) che forse misurava tre miglia piemontesi;
la seconda è quella detta *dérech-ióm* ovvero sia il
cammino d'un giorno che può fare un uomo a piedi.

Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto
pei solidi quanto per le materie liquide, solamente che nel
primo caso venivano designate col nome particolare di
*miskál*, e nel secondo caso con quello di *messuród*.

Le misure che servivano per le materie liquide erano
le seguenti:

\1. Il *bath* che secondo i Rabbini era della capacità di
432 uova di gallina e calcolasi a l. 38,843.

\2. Il *log* che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.

\3. Il *nébel* misura grande che valeva tre *bath*.

\4. L'*hin* sesta parte del *bath* l. 6,707.

\5. Il *mezzohin*.

\6. Il *bessà* dei Rabbini la capacità d'un uovo o il sesto
del *log*.

Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:

[pg 178]
\1. L'*efà* che aveva la stessa capacità del *bath*.

\2. Il *ómer* o *issarón* che era la decima parte dell'*efà*.

\3. Lo *seà* che valeva il terzo dell'*efà*.

\4. Il *cab* piccola misura che era la sesta parte del *seà*.

\5. *hhómer* o *cor* che conteneva dieci *efà*.

\6. Il *léthec* che conteneva la metà del precedente.

Il peso detto *miskál*, si determinava come ora da noi
col mezzo di bilancie a coppe dette *mozenáim*, oppure
d'una bilancia a braccio detta *péless*. Pare che i contrappesi
non fossero altro che pietre, che i mercanti portavano
entro un taschetto attaccato alla cintura, come si usa tuttavia
in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni
sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi
colle parole: «Non sarà a te nella tua *tasca* pietra e pietra
*éven vaáven*» (cioè) grande (per comperare) e piccola (per
vendere).

Le misure *monetarie* erano le seguenti, alle quali noi
mettiamo a fianco il peso in grani (di grano), che erano la
loro unità. Relativamente al valore di ciascuna di esse si
avrà facilmente prendendo per base il *sékel* che valeva
\L. 3,10.

\1. *Chicár* (talento) pesava 822000 grani.

\2. *Manè* che pesava 16440 grani.

.. _`3. Lo sékel`:

\3. Lo *sékel* il cui peso era di 274 grani.

\4. Il *bèca* e  pesava 137 grani.

\5. La *gherà* che pesava g. 13,7.

Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo
ritorno dalla Mesopotamia, comprò dallo stesso principe
una pezza di campo per cento *kessità*. I commentatori non
si accordano nell'interpretazione di questa parola, poichè
taluni vogliono che si trattasse di monete su cui fosse
improntata una pecora, ed altri credono invece che si
trattasse veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe
in cambio del terreno.

====

[pg 179]




_`TEVED` (*Dicembre-Gennaio*).
==============================

.. _`Assedio di Gerusalemme`:

L'unico avvenimento che si presenta al nostro esame
in questo mese è l'infausta ricorrenza che diede origine
al _`digiuno del giorno decimo`. La caduta del regno d'Israele
e l'esilio della grande maggioranza del popolo ebreo nelle
lontane provincie dell'Assiria, non fece rinsavire il regno
di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono
nei loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re
può annoverarsi fra i più virtuosi, perchè lo storico sacro,
a massimo suo elogio, lo paragonò a Davide. Mosso dal desiderio
di indipendenza e affidato alla protezione divina, si
ribellò al Re d'Assiria di cui era tributario; e questi raccolto
un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani
Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest'ultimo d'origine ebrea
secondo certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme.
L'oste formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme,
ove Rav-Sakè sperando di farsi aprire le porte dal
popolo tormentato dalla fame e di entrare nella città senza
colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere quanto
sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d'Assiria,
contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia
atterrito dall'imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale
per mezzo del profeta Isaia lo assicurò che i soldati del
Re Assiro non avrebbero calpestato la polvere della santa
Città; inquantocchè «quell'orgoglioso monarca briaco di
sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte abitatore
del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato
ingiuriose parole contro il forte d'Israele». In quella stessa
notte Iddio mandò il suo angelo distruttore (un'epidemia)
che spense nell'accampamento Assiro cento ottantacinque
mila uomini, per cui i rimasti s'affrettarono a togliere l'assedio
e a ritornarsene alla loro patria.

Or bene! figlio e successore di quest'ottimo monarca fu
Manasse il più tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò
tutti i suoi predecessori nelle abbominevoli pratiche
[pg 180]
dell'idolatria, e sia perchè dimostrò una crudeltà d'animo,
una sete di sangue affatto insolita nei regnanti ebrei. E
lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio
indelebile d'infamia notando «che riempì Gerusalemme
di sangue da una estremità all'altra».

A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio
degenere di un tale genitore. Questi due ribaldi scettrati
aprirono tali piaghe nel regno di Giuda, che non fu possibile
il rimarginarle neanche al virtuoso e religiosissimo
Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro attesta:
«che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto
fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono
che pochi anni dopo la morte di quest'uomo tanto più
meritevole di lodi, quanto più seppe staccarsi dagli esempi
paterni e lottare indubbiamente contro una corrente di
corruzione per ricondurre il popolo, fors'anco suo malgrado,
alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva
esteso il suo dominio dal torrente d'Egitto fino al fiume
Perath venne ad assediare Gerusalemme in questo stesso
decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa due anni di assedio
nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde in
potere dei Caldei e il popolo d'Israele fu totalmente allontanato
dal suo patrio suolo.

Terminando con questo l'annua rassegna dei digiuni,
ci sia concesso di esprimere la speranza che Dio voglia
in un avvenire non lontano, adempire la promessa ch'egli
fece al popolo d'Israele per bocca del profeta Zaccaria
colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il digiuno
del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab),
quello del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo
(del quale parlammo ora) saranno per la famiglia di Giuda
giorni di giubilo, di allegria e di festa: amate però la verità
e la pace» [#]_.

.. [#] Poichè ci si presenta l'opportunità rapportiamo la «teoria del
   digiuno» data dai nostri Dottori.

   .. _`Teoria del Digiuno`:

   «Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La sacra
   legge impone un'espiazione al Nazareno perchè ha mancato contro sè
   stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore chi tribola sè
   stesso con questa sola astinenza, è doppiamente peccatore chi si astiene
   dai doni celesti».

   Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio».

   «Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè la
   forza di lavorare per la gloria del nome divino».

   «Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo pasto».

   _`«Nei pubblici digiuni`, il più venerabile della comunità s'alza e dice:
   «Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio, valgono ad
   impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere buone. Nel
   perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non fece caso dei
   loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro pentimento».

[pg 181]

E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che
secondo noi certe verità non sono mai abbastanza ripetute,
sentiamo a quali cause egli attribuisse la caduta di Gerusalemme
ovverosia il compendio dei doveri principali che
Dio impose all'uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio
faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando
essa sedeva regina potente e gloriosa: amministrate una
giustizia equa; abbiate l'un per l'altro trattamento di
pietà e di misericordia; non maltrattate, non usate concussioni
colla vedova, verso l'orfano, verso il forestiero
e il mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di
desiderare l'altrui male».


ARCHEOLOGIA
-----------

.. _`Archeologia Teved`:

_`Antichità Politiche`.
-----------------------

.. _`Forma di Governo`:

*Forma di Governo.*
```````````````````

Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti della società
civile degli antichi Ebrei, tratteremo in questo mese e nei
seguenti delle loro antichità politiche ovverosia della forma
del loro governo, dei magistrati, dei re, e finalmente delle
leggi penali e della loro applicazione.

La sola ragione basta ad insegnare che il governo
paterno fu primo d'ogni altro, posciachè la famiglia fu
la primiera delle società. L'aumento delle famiglie non
[pg 182]
isciolse dapprincipio l'autorità di quegli che ne era il capo
naturale; e alla morte del padre o in sua assenza il
maggior dei figli potè mantenere una certa autorità sui
minori, ma poco a poco questa dominazione dell'età e della
esperienza dovette andare menomando di forza, ed alcune
famiglie cominciarono a dichiararsi indipendenti. Tale
stato di cose ingenerando anarchia e disordine fece presto
palese la necessità di un capo comune senza pregiudizio
all'autorità dei loro capi particolari. Ecco pertanto le
autorità che dovettero costituire il primitivo governo dei
popoli; e che quantunque fossero tutte indipendenti nei
loro rispettivi uffizi, pure erano insieme collegate da un
interesse generale.

E questo sistema naturale di governo è quello appunto
che noi scorgiamo funzionante presso gli Ebrei, sin da
quando essi trovavansi in Egitto: poichè tutto ci lascia
credere che quantunque essi fossero sotto la dipendenza
di quei re, nullameno erano pure governati dai loro proprii
_`capi.` Le tribù, ch'erano in numero di dodici, secondo i
nomi dei dodici figli di Giacobbe, pare che fossero divise
in famiglie le quali avevano ciascuna il proprio *Zakén*
(anziano). A capo di ogni tribù vi era il *Nassi* (principe)
che avevano ai loro ordini i *Soterim*. Quando Dio incarica
Mosè di presentarsi al re d'Egitto onde intimargli di
lasciare partire Israele dal suo paese gli impone di «fare
radunare gli *anziani* di Israele e di manifestare loro
ch'era giunto il tempo in cui Dio stava per adempire
la promessa fatta ai loro patriarchi Abramo, Isacco e
Giacobbe, cioè di trarlo da quella dura schiavitù e condurlo
in un paese colante latte e miele». Mosè arrivato in Egitto
comunica al fratello Aronne l'alta missione di cui fu
incaricato, e uniformandosi agli ordini di Dio si affretta
a fare radunare gli anziani, e accompagnato da questi e
dal fratello si presenta a Faraone. E allorquando costui
respinse sdegnosamente tale richiesta e furioso inveì contro
gli Ebrei appellandoli pigri, e con una dissennatezza pari
alla crudeltà ordinò ai suoi servi di aumentare la somma
[pg 183]
dei lavori di quei miseri schiavi e di esigerne l'esecuzione
col massimo rigore; noi troviamo menzionati certi officiali
ebrei sotto il titolo di *Soterim* [#]_ la cui autorità era
sicuramente sanzionata dal Governo Egiziano, verso il
quale erano personalmente responsabili dei carichi imposti
alla colonia; perchè si fecero interpreti delle lagnanze del
popolo presso il re stesso per tale rigore: e uscendo
inesauditi dal suo cospetto e incontratisi con Mosè ed
Aronne, rivolsero loro acerbe parole perchè la loro missione
aveva sortito un effetto contrario a quello che avevano
fatto sperare al popolo.

.. [#] Il vocabolo *soter* deriva da una radice araba che indica *tracciare*,
   *scrivere* e Michaelis presume che i *soterim* fossero incaricati di tenere
   le tavole genealogiche e i registri degli officii e dei tributi a cui era
   chiamata a concorrere ciascuna famiglia.


Quantunque noi non conosciamo precisamente le attribuzioni
nè l'autorità degli anziani e dei *soterim*, dobbiamo
credere che tali primitive instituzioni, che noi chiameremo
patriarcali, presentassero molti inconvenienti trattandosi di
applicarli ad una nazione numerosa e che si voleva unita
e forte. Vediamo infatti che appena arriva Ietro suocero
di Mosè all'accampamento ebraico, si inizia immediatamente
una riforma. Da quanto si rileva Mosè solo giudicava allora
il popolo, e Ietro trovando un tale sistema faticoso per
Mosè e incomodo pel popolo che doveva attendere lungamente
prima di essere giudicato, gli suggerisce di dividere
il popolo in migliaia, poscia suddividere queste in centinaia
e le centinaia in cinquantine e in decine. Uomini segnalati
per dottrina e per probità, dovevano essere posti a capo
di ciascuna di queste divisioni, incaricati di rendere
giustizia al popolo e di consigliarlo nelle cose meno gravi;
riserbando a sè e dopo lui al capo della repubblica, la
decisione dei casi più difficili. E Mosè riconoscendo la
sapienza di tale consiglio lo attuò immediatamente lasciando
alla nazione stessa la nomina dei suoi capi.

Noi non ci fermeremo ad esaminare quale titolo convenga
[pg 184]
meglio al governo instituito da Mosè: se cioè esso si debba
definire per aristocratico, democratico o teocratico, perchè
ci impegnerebbe in una quistione lunga, difficile e niente
adattata all'indole del nostro lavoro. Infatti quale importanza
può avere il nome? Badiamo piuttosto agli elementi
di cui si componeva, e del modo pratico con cui funzionava
e se questo esame ci persuaderà che esso fosse, come era
veramente, una garanzia d'ordine e d'equità, una sicurezza
per la persona, e la sostanza d'ogni cittadino, che importa
che gli si debba applicare un nome piuttosto che un altro?

È probabilmente all'assemblea dei deputati della nazione
che vanno attribuiti i vocaboli *kaál* o *edà* (assemblea o
adunanza) che con tanta frequenza si riscontrano nel
Pentateuco e i cui membri appellati *keriè aedà* o *keriè moéd*
venivano sì spesso convocati da Mosè per trasmettere i
suoi ordini al popolo, non potendosi ragionevolmente
ammettere ch'egli s'indirizzasse a poco meno d'un milione
d'uomini alla volta.

Il Dio vero ed unico, creatore e conservatore di tutte
le cose, è il Capo Supremo della repubblica ebraica, alla
quale in segno di compiacenza e di predilezione egli affida
la sua religione e il suo culto. Mosè e i suoi successori
non erano che organi, luogotenenti e mediatori tra questo
Dio-re ed il suo popolo. Nè l'instituzione della monarchia
alterò questa disposizione, imperocchè l'elezione del primo
re si fece per via della sorte, onde Dio stesso indicasse
il nome di colui ch'egli voleva designare a suo luogotenente.

Si è per questa ragione che l'idolatria non era considerata
empietà, ma atto di ribellione contro il legittimo
sovrano e punita di estremo supplizio; che il tabernacolo
non era considerato soltanto come un luogo comune di
preghiera, ma quale abitazione del re. Il suolo era di
assoluta proprietà del re; la tavola coi pani di proposizione
era la tavola reale: pertanto i sacerdoti ed i leviti
ministri e servi del re si cibavano di questo pane, riscuotevano
le decime e le primizie delle produzioni del suolo,
[pg 185]
il riscatto dei primogeniti degli uomini, e il riscatto o i
primi nati degli animali che erano devolute al proprietario.

Soddisfatto per tal modo al primo bisogno che sente un
popolo di avere un Capo supremo a cui dirigersi in
qualunque difficile emergenza, vediamo ora l'esplicazione
del sistema di governo e pel quale i funzionanti che
emanavano da questo centro quali raggi dal globo solare
erano chiamati a provvedere alla conservazione e al
benessere della nazione, alla esecuzione delle leggi e alla
amministrazione della giustizia. Non possiamo però esimerci
dal notare precedentemente colle parole dell'abate Guéné
che «i pubblici impieghi non costituivano, fra gli ebrei,
titoli di esazioni nè posti di stipendi e propine, poichè
tutto si esercitava gratuitamente». A questa verità aggiungeremo
noi che fu col suo proprio esempio che
Mosè dimostrò agli ebrei come il potere debbasi usarsi al
benessere del popolo e non rivolgersi a strumento di
tirannia, nè a fonte di lucro: poichè egli resse per
quarantanni il suo popolo colla stessa pazienza, collo
stesso amore che non conosce sacrifizi con cui «un aio
porta in seno il bambino affidato alle sue cure».

.. _`§ 1. Gli Anziani`:

§ 1.—*Gli Anziani.*
```````````````````

Presso gli Ebrei come presso tutti i popoli antichi gli
Anziani *zechenim* [#]_, esercitavano una grande autorità
ed erano oggetto della massima venerazione: «Alzati innanzi
ad un capo canuto, disse il Legislatore, e dimostra
il più alto rispetto al volto d'un vecchio». Più tardi il
vocabolo anziano non fu più che un semplice titolo di
riverenza dato a coloro che per la loro nascita, per la fortuna,
[pg 186]
o per le doti intellettuali seppero porsi alla testa
della loro città o della loro tribù.

.. [#] Non abbiamo dati sicuri per indicare l'età voluta per costituire
   l'*Anziano*. Abbiamo però un fatto da cui possiamo argomentarla. Roboamo
   figlio e successore del re sapientissimo, aveva circa quaranta
   anni allorchè per rispondere alla domanda del popolo di voler diminuite
   le esorbitanti imposizioni che doveva sopportare, si consigliò coi suoi
   coetanei, che la storia appella *giovani*, dando poi il titolo di *anziani*,
   ai consiglieri del defunto suo genitore.


Noi abbiamo già notato l'importanza degli anziani presso
gli Ebrei in Egitto: noi li ritroviamo nel deserto al festino
dato da Mosè a Ietro suo suocero quando gli ricondusse
la moglie e i figli: noi li troviamo in tutte le epoche
della storia nostra sempre circondati del più alto rispetto
e di una autorità incontestabile.

Pare che gli anziani delle città formassero una specie
di Consiglio municipale e talvolta anche un giurì per gli
affari criminali; e gli anziani della nazione, che forse erano
scelti tra i principali fra gli anziani delle diverse città
del regno, formassero una specie di Consiglio di Stato,
un tribunale supremo della nazione, un moderatore delle
usurpazioni a cui poteva trascendere il potere supremo.
Noi troviamo spesso questo Corpo in diretti rapporti col
Capo dello Stato, al quale talvolta consiglia e tal'altra
impone misure governative. Tanta era la loro autorità che
Mosè al momento di una ribellione vi fece appello per
sostenere la sua vacillante. Giosuè angosciato ed atterrito
da una disfatta che se era d'un'importanza si può dire
di nessun conto per se stessa, ne assumeva però un'altissima
e suprema morale perchè scoraggiava Israele, nel
mentre che lo spogliava al cospetto delle nazioni Cananee
del prestigio della sua invincibilità per la protezione divina,
si prostra innanzi all'Arca in mezzo agli anziani
del popolo [#]_. Sono gli anziani che domandano a Samuele
[pg 187]
di rassegnare il suo potere ed eleggere per loro un re, e
sono anziani quelli che più tardi danno la sovranità a Davide,
e che lo ristabiliscono sul trono dopo la sua fuga
da Gerusalemme in seguito alla ribellione del figlio Assalonne.

.. [#] La sollevazione contro Mosè a cui si vuole alludere è quella di
   Cora già da noi accennata. La disfatta subita da Giosuè sotto le mura
   della piccola città di Ai, fu causata dal peccato di certo Ahhán, il quale
   violando il giuramento fatto da Giosuè in nome del popolo, di considerare
   quale scomunica (*hherem*) la città di Gerico e tutto quanto vi
   si conteneva in essa, epperciò di sola spettanza dei sacerdoti; avido e
   stolto si appropriò alcuni oggetti di valore. Merita pure di essere ricordata
   la proibizione fatta da Giosuè di rifabbricare la città medesima,
   sotto pena di vedersi morire dal contravventore il figlio maggiore
   alla sua fondazione, e il figlio minore all'istante che la si munisse
   delle porte. Per tale motivo Gerico rimase rovinata sino ai tempi del
   re Acabbo, in cui per l'affievolimento del sentimento religioso prodotto
   dall'idolatria, venne in animo a certo Hhiél di rifabbricarla tenendo in non
   cale la minaccia di Giosuè. Ma male gliene incolse, perchè la minaccia
   ebbe il suo compimento: i due suoi figli, il primogenito Abiram e l'ultimogenito
   Segov vi perdettero miseramente la vita.

Questi esempi basteranno a farci capaci dell'alta influenza
che gli anziani dovevano avere sul popolo, e quale potente
ausiliario o avversario temuto potevano essere in
gravi momenti, pel potere esecutivo.

.. _`§ 2. I Capi delle tribù e delle famiglie`:

§ 2.—*I Capi delle tribù e delle famiglie.*
```````````````````````````````````````````

Dopo gli anziani noi troviamo i dodici *nessiím* (principi)
o Capi delle dodici tribù, che certo erano gli uomini più
distinti delle loro rispettive tribù. La loro nomina era
elettiva come quella dei capi delle famiglie detti *ross-bethav*,
i quali erano sotto gli ordini dei primi, e tanto gli
uni quanto gli altri erano incaricati della tutela degli
interessi particolari delle famiglie e delle tribù da essi
rappresentate.

Dobbiamo avvertire che tanto le cause giudiziarie quanto
le contrattazioni civili, si dibattevano sulla pubblica piazza
alle porte della città, nei luoghi cioè più frequentati onde
il popolo vi potesse assistere. Quest'uso non era particolare
agli Ebrei, ma generale fra i popoli antichi, e non v'ha
dubbio che oltre ad essere una delle più valide barriere
contro la corruzione dei giudici, sostituiva la redazione
degli atti. Infatti è bensì vero che in Geremia si parla
della redazione d'un atto sottoscritto da testimonii, quando
cioè quel profeta comperò dallo zio *Hhanamél* figlio di
Salum un campo situato in *Anadód*, ma ciò fu per dimostrare
al popolo la propria fiducia nelle divine promesse
[pg 188]
di ricostituire Israele a nazione indipendente; perchè il
profeta raccomanda a Baruch, suo segretario, di chiudere
quel documento in un vaso di creta onde potesse conservarsi
a lungo: ma veramente Mosè non parla della redazione
di nessun atto giuridico tranne quello relativo al
divorzio, e in tutta l'epoca biblica non ne troviamo altro
cenno. Abramo compera la grotta di Macpelà per seppellire
la moglie, ne pattuisce e ne sborsa il prezzo alla presenza
dei cittadini d'Ebron; Sichem signore di Salem,
desiderando di sposare Dina figlia di Giacobbe, fa radunare
i suoi cittadini alla porta della città e quivi li arringa
e li persuade della convenienza che essi avevano
di farsi circoncidere per potersi imparentare con quella
potente e ricchissima famiglia; Booz con dieci anziani
della sua città sale nel fabbricato che trovavasi presso la
porta per fare valere i suoi diritti di parentela con Noemi e
colla vedova di Maclon.

.. _`§ 3. I Giudici`:

§ 3—*I giudici.*
````````````````

Mosè ordinò al suo popolo di eleggersi giudici e soterim
in tutte le città. Nella scelta del giudice dovevasi badare
anzitutto alla onestà del carattere e alla sua posizione
sociale che lo dovesse rendere indipendente, imparziale
ed incorruttibile.

Accadendo che un magistrato fosse dubbioso sul senso
della legge o sulla sua pratica applicazione, o che qualcuna
delle parti contendenti non si tenesse soddisfatta
della sentenza da essi emanata, i primi erano obbligati di
ricorrere, e i secondi erano in facoltà di appellarsi al Capo
dello Stato, ai leviti e ai sacerdoti, o al tribunale supremo
sedente in Gerusalemme.

I giudici formavano una classe di cittadini che era tenuta
in altissima considerazione poichè il Pentateuco
li designa col titolo di *Eloím* (dii o uomini divini).

.. _`§ 4. I soterim`:

§ 4—*I Soterim.*
````````````````

Attaccati ai *nesíim* stavano i *Soterím*, ovvero gli ufficiali
del potere esecutivo. Costoro sopraintendevano alla
[pg 189]
levata delle truppe; nel fare le proclamazioni prescritte
dalla legge prima dell'entrata in campagna affine di fare
uscire dalle file coloro che venivano da essa esentati dal
servigio [#]_ e nel fare conoscere all'armata gli ordini del
capitano nel corso della campagna.

.. [#] La legge esentava dal servizio militare:

   1.º I fidanzati e i coniugi di un anno di matrimonio non ancora compiuto.

   2.º Coloro che avevano fabbricato una casa nuova e non ancora
   abitata.

   3.º Quelli che avevano piantato una vigna od un campo d'olivi e non
   per anco raccoltine i frutti.

   4.º I timidi ed i trepidanti all'appressarsi della pugna.

L'arte dello scrivere non essendo allora molto estesa
fra gli ebrei, le funzioni di Soter facendo supporre un
alto grado d'istruzione, essi venivano tenuti in un concetto
assai onorevole, ed erano ammessi nelle assemblee
dei rappresentanti della nazione.

.. _`§ 5. Capo dello Stato`:

§ 5.—*Capo dello Stato.*
````````````````````````

Alla testa dei poteri summenzionati si trovava il Capo
della repubblica il quale era rivestito del potere esecutivo
per tutto ciò che concerneva l'interesse comune di tutte
le tribù riunite in corpo di nazione, e considerato quale
luogotenente di Dio, il re invisibile. Questo capo doveva
essere nominato direttamente da Dio, per via di sorteggio
come avvenne per Saulle, o per mezzo di un suo profeta
come per Davide e parecchi altri, o eletto dalla volontà
del popolo per organo dei suoi legittimi rappresentanti.
Era consacrato dal sommo pontefice colla imposizione delle
mani, o colla unzione dell'olio santo; e nelle gravi circostanze
doveva rivolgersi allo stesso pontefice per la sua
qualità di primo ministro del re supremo, Dio, per interrogarlo
mercè _`gli Orim e Tumim` [#]_. Mosè non fissa
[pg 190]
veruna disposizione riguardo all'elezione di un capo temporaneo
che appella *Sofet* nè riguardo all'ipotetica elezione e
successione dei re. Conviene però dire che non avendo appunto
ammesso che quale ipotesi la nomina di un re, si
può pertanto ragionevolmente conghietturare che il suo
desiderio fosse che il popolo continuasse a reggersi a repubblica;
e che seguendo il suo esempio, ogni *Sofet* nominasse
egli stesso il proprio successore. I fatti ci provano
che in realtà l'organizzazione delle tribù era tanto semplice
che, tranne in casi eccezionali, lo stato poteva funzionare
benissimo senza un capo permanente. Così vediamo
da una parte che senza alterare l'armonia dello stato una
tribù sola o associandosi ad altra faceva la guerra per
l'interesse suo proprio locale senza consultare la nazione;
e d'altra parte vediamo la nazione intiera commoversi
[pg 191]
all'annunzio dell'orrendo misfatto commesso sul territorio
della tribù di Beniamino, e senza esservi obbligata dall'ordine
espresso di un capo supremo sorgere «come un
solo uomo» per ottenerne la riparazione.

.. [#] In parecchi luoghi Mosè parlò di questa specie di Oracolo. La
   prima volta quando ordinò la confezione dei diversi indumenti sacerdotali
   colle seguenti parole: «E porrai dentro al pettorale della decisione
   gli *Orim* e i *Tumim*, e staranno sul petto di Aronne quando entrerà
   innanzi al Signore, ed Aronne porterà sul petto sempre, presentandosi
   innanzi al Signore, la decisione (l'Oracolo) dei figli d'Israele»;
   la seconda volta quando passò in rassegna i lavori ordinati; la terza
   volta quando Iddio incaricando lo stesso Legislatore di imporre le sue
   mani nella testa di Giosuè per costituirlo suo successore così si espresse:
   «Egli (Giosuè e il Capo futuro) poi starà davanti di Eleazaro il sacerdote,
   il quale consulterà per lui la decisione degli Orim, davanti al Signore
   e secondo al suo detto (responso) uscirà ecc.»; la 4ª volta allorquando
   benedicendo la tribù di Levi la proclamò meritevole di portare
   gli Orim e Tumim divini.

   Che cosa erano dunque questi Orim e Tumim? Mosè non ci dà sopra
   verun altro schiarimento epperciò sono assai disparate le opinioni dei
   diversi commentatori. Nella nostra impossibilità di farne oggetto di
   discussione conchiuderemo col celebre Reggio il quale amplificando l'opinione
   emessa dai nostri dottori dice: «che gli Orim e Tumim erano
   una scrittura santa il cui secreto stava unicamente tra Dio e Mosè, e
   che venivano appellati Orim dalla radice Or (luce) perchè illuminavano
   di una luce divina il Sacerdote che li indossava, e Tumim la cui radice
   vale perfezione perchè davano un responso perfetto e sicuro».

   La storia ci apprende come si sia ricorso a quest'oracolo in parecchi
   casi straordinarii, e com'esso abbia sempre dato il relativo responso
   tranne a Saulle dopochè ei venne riprovato da Dio.


Fu dopo vent'anni dalla morte di Eli che il popolo minacciato
da una invasione dei Filistei, tutto tremante si rivolse
a Samuele; il quale presa la direzione del Governo, certo
nell'interesse della nazione, intendeva farne una dignità
ereditaria nella sua propria famiglia. Ma i suoi figli
amarono i regali, commisero parzialità ed ingiustizie e
suscitarono nel popolo il desiderio di un re. Abbiamo
accennato or ora che questo caso fu preveduto dal Legislatore,
il quale lo permise sotto alcune condizioni che
erano le seguenti: Il re eleggendo doveva essere di
origine ebrea, doveva serbare la semplicità dei costumi,
non insuperbire della sua autorità; non doveva accumulare
ricchezze, non doveva avere molte donne onde il suo
cuore non fosse ammollito; non doveva avere molti
cavalli nè provvedersene dall'Egitto; doveva considerare i
suoi sudditi come altrettanti fratelli, e finalmente doveva
scriversi una copia della legge di Dio, tenerla costantemente
innanzi ai suoi occhi e leggerla di continuo, onde il suo
cuore non avesse ad isviare dal retto cammino in essa
tracciato, e potessero così prolungarsi i giorni del regno
suo e di quello dei suoi figli nel mezzo d'Israele.

Diremo di passaggio che disgraziatamente questi savissimi
consigli, furono in parte lettera morta anche pei re
migliori, e che un lusso immoderato sottentrò alla primitiva
semplicità sino dai tempi di Davide, perchè lo storico
racconta che Adonia figlio dello stesso aveva «carri
e cavalieri e cinquanta uomini che correvano innanzi a
lui (al suo carro)».

Ma se anche nei re Ebrei, l'amore del lusso e l'ambizione
ebbero attrative invincibili, dobbiamo però convenire
che essi si diportavano verso i loro sudditi, in modo
ben diverso degli altri re Orientali. Questi non intesi che
ai sensuali piaceri si tenevano celati ai loro sudditi,
[pg 192]
mentrecchè quelli giudicavano personalmente il loro popolo [#]_,
e si frammischiavano ad esso particolarmente in epoche
di pubblica letizia. Il re aveva il diritto di dichiarare la
guerra, di conchiudere trattati anche senza consultare il
gran consiglio degli Anziani. La successione al trono toccava
di diritto al suo figlio primogenito: se Davide non
si uniformò a questa regola ciò fu per espresso ordine di
Dio che gli impose di dichiarare erede Salomone. Trattandosi
di un minorenne, la madre o l'avola del principe
presuntivo governava quale reggente sotto il titolo di *ghevirá*.
Si può però ritenere come cosa certa che la consacrazione
sacerdotale non si praticava che pel capo della
dinastia o per motivi affatto speciali, poichè la troviamo
adoperata per soli quattro re (che furono) Saulle, Davide,
Salomone perchè i suoi diritti potevano venire contestati
da Adonia che era il primogenito e capo di un certo partito
che lo preconizzava re d'Israele, e finalmente Gioas
(unico fra i reali di Giuda) perchè abbisognava di questo
prestigio onde potere con maggiori probabilità ricuperare
il trono usurpatogli sette anni prima da Atalia sua avola.

.. [#] L'assioma citato nella Misnà «il re non giudica nè viene giudicato»
   si rapporta a una decisione presa negli ultimi tempi del secondo
   Tempio, in seguito ad una contestazione nata tra il Presidente di un
   tribunale che voleva mantenute inviolate le prerogative che la legge
   sanciva a riguardo dei giudici, ed un re (citato a testimonio) che abusando
   della sua alta posizione, si credette in diritto di manometterle a suo
   vantaggio.


La persona del re era oggetto di profondo rispetto ed
inviolabile; poichè Davide si credette in diritto di mandare
a morte il soldato che avea messo fine all'agonia di
Saulle, da lui stesso pregato, per la sola ragione ch'egli
aveva osato di porre la mano sull'unto di Dio.

I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono:
*adón* (signore) *mélech* (re) *mescíahh adonai* (l'unto dell'Eterno).
Dovendogli dirigere il discorso lo si appellava
semplicemente: *o re, il re*, oppure *mio signore, il re*.
Nulla si trova nella Bibbia relativamente al trattamento
[pg 193]
o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale, tranne
due passi: il primo dei quali in Samuele che appella *Coaním*
(capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei
Paralipòmeni nel quale si legge: «che i figli di Davide
erano i primi a fianco del re». Nella Bibbia non troviamo
nulla di preciso sull'appanaggio del re, ma combinando
tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro
rendite fossero assai considerevoli, e che derivassero dai
cespiti seguenti: 1º I doni volontarii dei sudditi; 2º Le
greggie e le produzioni dei campi, dei giardini, ecc. di
loro esclusiva proprietà e che aumentavansi continuamente
per le conquiste e per le confische nei delitti di
stato; 3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose
dei popoli vinti e i tributi loro imposti; 5º I diritti
esatti sui negozianti indigeni e stranieri.

I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano
da tutte le altre persone. Sulla mitra adattavano il
loro diadema detto *nézer* che vale segno di distinzione,
e la *atarà* (ornamento cingente o corona) che portavano
in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti.
Il trono *chissé* aveva precisamente la forma di un seggiolone,
ma alto in modo che i piedi bisognavano di un
appoggio che chiamavasi *adóm* (sgabello); lo scettro *scéveth*
(verga o bastone), viene spesso adoperato dagli autori
sacri per simbolo della dignità reale o dell'esercizio del
potere supremo.

.. _`§ 6. Del Senato o Sinedrio`:

§ 6—*Del Senato o Sinedrio.*
````````````````````````````

«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi
d'Israele, i quali tu conosci che potranno essere gli anziani
del popolo ed i suoi soterim, disse Dio a Mosè, ed io
separerò una porzione dello spirito ch'è sopra di te; e lo
compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare il
carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al
tempo dei Maccabei questo supremo tribunale della nazione
sedente in Gerusalemme fu appellato *Sanedrím* (sinedrio)
dal Greco *Synedrion* che significa un'assemblea di gente
assisa.

[pg 194]
Secondo i dottori l'assemblea eleggeva il suo membro
più autorevole per innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava
Mosè. Alla sua destra eravi l'ab-beth-din, e
alla sua sinistra siedeva una specie di vice-presidente detto
*Ehhahham* (il sapiente). Gli altri senatori si siedevano in
semicircolo secondo l'ordine della loro nomina. Gli scribi
o segretarii avevano i loro posti particolari.

I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta
dal membro più giovane, nell'intento che nessun senatore
avesse ad influenzare sui voti che dovevano essere motivati.

Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l'unanimità
dei voti, ma per le quistioni secondarie bastava
la maggioranza d'un voto solo.

====


_`SCEVATH` (*Gennaio-Febbraio*).
================================


Questo mese non presenta alla nostra meditazione oltre
a due episodii e di una semplice importanza morale. Il
primo si rapporta a una visione del profeta Zaccaria avuta
verso la fine dei settant'anni della cattività babilonese.
Egli racconta di avere udito un angelo che indirizzava
a Dio una pietosa interrogazione sul quando egli si
moverebbe a misericordia degli infelici ebrei, già da circa
settant'anni gementi in terra estrania; e sin quando la loro
antica patria resterebbe covo di animali selvaggi. Iddio
risponde all'angelo «parole buone, parole di conforto».
Egli si dice pieno di tenerezza verso il suo popolo
sconsolato, e fortemente adirato contro quelle nazioni che
fatte ministre di sue vendette oltrepassarono la misura
del male. Che però era appunto arrivato il tempo della
redenzione d'Israele, e l'epoca da lui stabilita per la
riedificazione della sua casa in Gerusalemme, città di sua
_`eterna predilezione.`

Il secondo episodio è quello della _`ripetizione della legge`
fatta da Mosè stesso. Era il primo giorno dell'undicesimo
mese dell'anno quarantesimo, dall'uscita d'Egitto: il popolo
[pg 195]
d'Israele trova vasi nel paese conquistato a Moab vicino
al Giordano allorchè Mosè «si compiacque di spiegare
(ripetere) tutti i principali avvenimenti loro successi dalla
proclamazione del Decalogo, sino a quel giorno, e pressochè
tutte le prescrizioni e i riti i meglio importanti
contenuti nei quattro libri precedenti». Tale riassunto
forma l'ultimo dei cinque libri di Mosè e viene chiamato
*séfer adevarím* (Deuteronomio).

.. _`La Bibbia—Sue divisioni`:

E posciachè l'argomento ce ne porge l'opportunità noi
ci fermeremo talpoco ad esaminare le varie parti di cui si
compone la Bibbia e daremo un brevissimo cenno sulla
compilazione della Misnà e della Ghemarà di cui ebbimo
occasione di parlare tante volte in questo nostro lavoro.

La Bibbia si divide in tre grandi parti che sono: 1º La
legge di Dio (Thorà); 2º I profeti primi e secondi (Neviim);
3º Gli *Agiografi* (Cheduvim).

La *Thorà* è divisa in cinque libri. Il primo è chiamato
Genesi (*Berescid*) principio. In esso si racconta la storia
della creazione del mondo, quella dei primi uomini, delle
prime invenzioni, dei primi abitatori della Cananea, sino
alla morte del patriarca Giacobbe avvenuta in Egitto ove
erasi recato colla famiglia [#]_.

.. [#] «Una delle maggiori meraviglie a chi legge la Genesi, dice
   C. Cantù, è la sua concordanza coi più recenti acquisti della scienza».

   «Tutte le scoperte umane, disse Herschel, paiono fatte solo allo scopo
   di meglio confermare le verità chiuse nei libri di Mosè».

   Il sommo Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale così ragiona
   delle tre classi in cui distingue i geologi odierni: «Gli uni si studiano
   di conciliare la scienza della terra colle tradizioni mosaiche, mediante una
   vasta e profonda cognizione dell'una e delle altre; e questi sono degni di
   grandissima lode. Gli altri si restringono fra i soli termini della geologia
   ecc. Ma vi sono alcuni terzi (pochi per buona ventura), che senza forse
   sapere di geologia più che tanto, spacciano Mosè per un favolatore solenne,
   e un parabolano; dei quali non si può dir altro, se non che scambiano il
   millesimo corrente col passato, quando essi intendano di far ridere alle
   spese della religione ecc.».

   «Nella Genesi Mosè è lo storico della creazione, il sopranaturale
   rivelatore di tutte le origini. La creazione della luce, la formazione del
   mattino, della sera, della notte, l'ampiezza delle acque incarcerate in
   profondi abissi, la terra che vestesi d'erbe e di piante, il sole posto
   nel centro dell'azzurro firmamento, la luna e le stelle obbedienti alla
   voce che segna loro il cammino attraverso lo spazio; gli animali che
   in loro infinita varietà, piglian possesso dei mari, dei monti e delle
   pianure; infine l'uomo, l'ultima e più bella opera di Dio, il quale nel:
   bel mezzo del giovine universo, ne vien per così dire fatto Sovrano...
   Mosè ci spiega in tre pagine l'universo e l'uomo. Sulle grandi cose da
   Mosè dette in tre pagine vi furono migliaia e migliaia di libri in ogni
   secolo e presso tutte le nazioni antiche e moderne; ma non fu vero
   se non ciò che trovossi conforme alla testimonianza di Mosè. Gli sforzi
   del genio in quaranta secoli, le profonde investigazioni nelle viscere
   della terra, nelle più disparate regioni, e le indagini fatte nelle più
   tenebrose memorie del genere umano, non fecero che dare solenne
   ragione alla mosaica cosmogonia....».

   «Se nella Genesi non vi fosse il soffio di Dio, se non la fosse che
   pura opera umana, non vi sarebbero lingue bastevolmente eloquenti
   ad ammirare l'Ebreo legislatore. Il Decalogo in paragone del quale le
   antiche leggi di Persia, d'India, d'Egitto, di Grecia e di Roma non sono
   che immagini grossolane e rozze invenzioni, e che divenuto suprema
   guida del genere umano; la morale politica e religiosa organizzazione
   di una nuova nazione che tutto abbraccia a forza di profonda saviezza,
   giustizia e provvidenza; quelle regole, quelle prescrizioni, quelle massime
   espresse con mirabile semplicità, hanno per noi l'aspetto della verità
   che discende dal cielo in terra a visitare l'uomo».

   .. class:: right

      :small-caps:`Poujoulat`—*Histoire de Jerusalem.*

[pg 196]

Il secondo libro viene detto *scemod* (Esodo o uscita). I
principali fatti che si narrano in questo libro sono: la
schiavitù d'Egitto, la liberazione d'Israele e la proclamazione
del Sinai.

Il terzo *vaikrà* o Levitico viene così chiamato perchè
contiene più particolarmente le attribuzioni dei sacerdoti
e dei leviti, e le norme relative ai sacrifizii.

Il quarto *Bamidbár* (numeri) viene così chiamato perchè
comincia coll'ordine dato da Dio a Mosè nell'anno secondo
dopo l'uscita d'Egitto di numerare il popolo che risultò
composto di 603,550 uomini capaci alle armi, ossia dalla
età di 20 anni in su. In questo calcolo non venne
[pg 197]
compresa la tribù di Levi esente dal servigio militare perchè,
come dicemmo, particolarmente dedicata al servizio del
Tempio e all'istruzione del popolo. Numerata pertanto separatamente
essa diede la cifra di 22 mila maschi da un
mese in su. Questo libro finisce colla esposizione delle vittorie
riportate da Mosè sui Moabiti e Madianiti i cui paesi
confinavano col Giordano, e che oltre al negargli il chiesto
passaggio attraverso il loro territorio, colla seduzione delle
loro donne avevano indotto molti Ebrei ad abbracciare lo
strano e sconcio culto di *Baal peór* che causò la morte a
22 mila persone.

Il quinto ed ultimo libro è appunto il Deuteronomio che
finisce colla benedizione di Mosè.

I *neviím* comprendono tutta l'epoca storica del popolo
nostro, dalla morte di Mosè all'esilio babilonese; e constano
del libro di Giosuè, di quello dei giudici, dei due
libri di Samuele, dei due Re, degli immortali scritti dei
tre profeti maggiori Isaia, Geremia ed Ezechiele vissuti
alla fine del primo Tempio e al principio della cattività
babilonese, e dei frammenti rimastici di dodici profeti minori
(così chiamati per distinguerli dai primi).

I *Cheduvím* (agiografi o scritti santi) comprendono: 1º I
salmi di Davide che oltre alla sublimità poetica che raggiungono
molti d'essi, inspirano tutti tanto viva ed efficace
pietà religiosa, contengono in sì grande copia precetti morali
che giustamente vennero adottati a far parte di alcune
nostre preghiere, sia nelle liete come nelle luttuose circostanze;
2º I proverbi di Salomone che sono una raccolta
di ammaestramenti esposti ai giovani con singolare semplicità
e maestria, e che dipingono con una ammirabile
fedeltà e vivezza i danni della ignoranza e di una sregolata
condotta: e viceversa i pregi della sapienza e i beni
ch'essa procura a coloro che l'amano. Questo libro finisce
colla descrizione della donna forte (*ésced hhail*) che per una
pia usanza si canta tuttora nelle famiglie al venerdì
sera al ritorno dal Tempio; 3º Il libro di Giobbe stupendo
lavoro che in seguito a intelligentissimi studii
[pg 198]
venne attribuito a Mosè; 4º Il Cantico dei Cantici *scir
ascirím* di Salomone, nel quale molti commentatori credettero
di trovarvi simboleggiato Dio (lo sposo) e la
nazione d'Israele (la sposa), che si esprimono la loro
ardente e reciproca tenerezza; 5º Un frammento storico
del Tempo dei Giudici (*Ruth*) che ci descrive i pietosi
avvenimenti della virtuosa e pia bisavola di Davide e
dichiarato da Goeth il più bell'idilio che esista scritto;
6º L'Ecclesiaste attribuito a Salomone, esame a tinte
oscure, e fors'anco esagerate in parte, dei diletti materiali
e delle improbe fatiche che sostiene l'uomo per
procurarseli, per quanto in realtà siano tutte vanità delle
vanità; 7º La storia d'Ester di cui parleremo nel mese
venturo; 8º I treni innarrivabile lavoro del profeta Geremia
che piange sulle fumanti rovine della sua patria; 9º I preziosi
frammenti storici di Daniele, di Esdra e di Neemia
contemporanei della schiavitù babilonese, e come dicemmo
altrove i due ultimi d'essi strenui propugnatori della riedificazione
del secondo Tempio; 10º I due libri delle cronache
(*divrè aiamím*) rapido riassunto di tutti i libri
santi.

Non v'ha dubbio che molti nostri scritti dovettero andare
smarriti sia per l'incendio ordinato dal dissennato
Califfo, della famosa biblioteca di Alessandria, e sia per
le tante peripezie sofferte dal popolo nostro, posciachè
nella Bibbia noi troviamo menzionate parecchie opere che
non possediamo. Si parla a mò d'esempio d'un libro intitolato
«delle guerre di Dio»; d'un altro delle «cronache
dei re di Giuda e d'Israele»; di un terzo intitolato «della
rettitudine» che non è certo il libro che nella letteratura
nostra si conosce sotto tale titolo, e finalmente di tre importantissimi
lavori del re Salomone, il primo dei quali era
una diffusa storia sui regni animale e vegetale, il secondo
una cantica di mille e cinque (soggetti o capitoli), e il
terzo una raccolta di tre mila proverbi o favole.

_`La legge orale` (*torà scebèal-pè*) non è che una spiegazione,
un commento, un'amplificazione alla legge scritta;
[pg 199]
e in molti casi incontestabilmente necessaria per la retta
intelligenza di molti riti involti in una certa oscurità o
appena in quella accennati [#]_.

.. [#] _`I Karaiti`, setta ebraica naturalmente posteriore alla pubblicazione
   della Misnà, e ridotta ora a pochi gregarii sparsi nella Russia, che respinsero
   appunto ogni rabbinico insegnamento per mantenere alla lettera
   tutti i riti mosaici; ci sono testimoni viventi della stranezza di
   certi usi.

   Così a cagione d'esempio essi usano, di non sortire affatto di casa
   al sabbato e di non farvi accendere fuoco nelle loro abitazioni; di portare
   il zizid nell'abito; di legare i Tefilim sulla mano; di non praticare
   la visita nei visceri degli animali, nè ucciderli col nostro sistema ecc.


Secondo la tradizione, questa spiegazione della legge scritta
fu da Mosè stesso insegnata oralmente a Giosuè, il quale,
a sua volta, la trasmise agli anziani. Questi poi la insegnarono
ai profeti, e da questi venne trasmessa ai membri della
grande Assemblea. Il provvido e coraggioso Rabbì Jeudà,
chiamato per antonomasia «Rabenu akadoss» (il nostro
Maestro santo), nell'anno 180 dell'êra volgare la raccolse in
un volume detto Misnà (ripetizione o studio), poichè per la
perdita della politica indipendenza, per la dispersione d'Israele
nei quattro angoli della terra, e pel conseguente
decadimento della letteratura nazionale, entrò nell'animo
degli uomini religiosi e pii la tema che col volgere degli
anni potesse andare alterata o dimenticata.

Il Talmud o Ghemarà diviso come la Misnà in sei trattati,
oltre alle sentenze, ai racconti, alle leggende religioso-morali
che contiene in gran copia; oltre alle preziose nozioni
di storia contemporanea e scene della vita domestica e
sociale tanto del popolo nostro quanto delle altre nazioni
con cui avevano relazioni; è poi un diffuso e minutissimo
commentario della Misnà. In esso vengono scrupolosamente
registrate tutte le discussioni, che si può dire sopra ogni
articolo della Misnà, fecero le più famose accademie di Terra
Santa e di Babilonia fino al secolo V. Questa raccolta immensa
fu compilata dai Rabbini Ravena e Rav-assè.

[pg 200]

.. _`Archeologia Scevath`:

**Archeologia.**
----------------

Termineremo ora la nostra breve rassegna delle leggi
giudiziarie mosaiche col ragionare _`delle leggi penali` e
della loro pratica applicazione.

Le leggi penali di Mosè hanno per carattere generale
l'*espiazione* e il *compenso*. Un dotto rabbino diceva, che
il mondo poggia su tre basi: la verità, la giustizia e la pace.
È per questa ragione che un delitto di qualunque specie
esso sia intacca l'equilibrio *morale* del civile consorzio, il
quale non può essere ristabilito che in seguito a una condegna
riparazione data alla società offesa mercè la *giustizia*,
il cui còmpito è appunto quello di ricondurre la pace ove
fu turbata. Ma posciachè non tutti i delitti portano un
uguale sconcerto nell'armonia del sociale consorzio, ne
deve conseguire che la riparazione va graduata al male
fatto. La suprema riparazione reclamata dalla società terribilmente
offesa da un suo membro, è quella di respingerlo
assolutamente dal suo seno condannandolo alla *morte*. Nella
legislazione mosaica la morte veniva applicata in tre modi
diversi: 1º Colla *lapidazione* (*sekilà*), che secondo la tradizione
consisteva nel gettare il paziente dall'altezza di un
palco che distava da terra l'altezza di due uomini, e poscia
soffocarlo sotto un mucchio di pietre che gli venivano gettate
addosso; 2º Coll'*abbruciamento* (*serefá*) sull'applicazione
del quale son diverse le opinioni. Taluni vogliono che
tale abbruciamento si consumasse sul cadavere dopo la
lapidazione, e altri credono che si strangolasse il paziente
con un drappo, e poi gli si colasse in gola del piombo
fuso che gli bruciava gli intestini. Secondo Giuseppe
parrebbe che il paziente si abbruciasse vivo, perchè egli
sostiene che una figlia di Sacerdote che avesse mancato ai
suoi doveri d'innocenza, veniva abbruciata viva; 3º Colla
*spada* (*éreg*) la cui applicazione ci è affatto ignota. I nostri
Dottori ne aggiungono una quarta, la *strangolazione*
(*hhenek*) della quale non ne troviamo traccia nella Bibbia.

Dopo la pena di morte viene il così detto *Careth* (distruzione
[pg 201]
o stralciamento). La massima parte dei commentatori,
ritengono che questa pena non consistesse che in una divina
minaccia, di colpire con una morte immatura il trasgressore
di qualcuna fra le leggi cerimoniali. Altri ritengono invece
che si sott'intendesse una specie di morte civile, vale a dire
la privazione dei diritti di cittadino per un tempo determinato.

Vengono in terza linea le *pene corporali*, consistenti in
colpi di bastone che il paziente riceveva disteso boccone in
terra. Tali pene, che nelle nostre contrade vennero abolite
ovunque (tranne in Inghilterra per l'indisciplina militare),
perchè ripugnanti alla nostra indole; non avevano invece
nulla d'umiliante presso gli antichi Ebrei, poichè secondo i
Rabbini lo stesso pontefice dopo d'avere ricevuta una di tali
pene per la sua trasgressione di qualche legge cerimoniale,
rientrava nelle sue altissime funzioni senza che la
sua dignità ne soffrisse minimamente.

Un'altra specie di pena viene da taluni classificata,
impropriamente, in questa categoria. Tale pena sarebbe
quella risultante dal così detto: *diritto del talione*,
che preso alla lettera, consisterebbe effettivamente nel
fare subire al colpevole la mutilazione di quel membro
che deliberatamente troncò o rese inservibile al suo
simile. Ma tale interpretazione è insussistente affatto,
perchè i nostri Dottori affermano concordemente, che
il legislatore non volle indicare per nissun modo una
vera amputazione nel corpo del delinquente, cosa questa
che non avrebbe avuto altro effetto oltre quella di dare
una barbara soddisfazione, ove fosse stato capace di
provarla, al povero mutilato; ma vi sott'intese invece
un risarcimento materiale del danno presuntivamente
risultato, ciò che doveva recare al danneggiato una
soddisfazione di ben diversa natura!

Vengono poscia *l'ammenda*, che serviva all'espiazione
di certi delitti involontarii; e che variava secondo la
loro gravita: e i *sacrifizii d'espiazione*, che non erano
altro che pene disciplinari ecclesiastiche, a cui veniva
[pg 202]
sottomesso colui i cui peccati non erano di competenza
giuridica [#]_.

.. [#] _`I sacrifizii` di cui le vittime non potevano essere scelte che nelle
   seguenti specie di animali domestici, vale a dire: buoi, montoni, agnelli,
   colombe e tortore, erano di diversa specie: 1º La *Olà* (_`olocausto`) parola
   derivante dal Greco *olos* (tutto) e *kaio* (bruccio) che veniva offerta
   quale sacrifizio quotidiano del mattino e della sera, quale sacrifizio
   addizionale della festa, e talvolta anche quale sacrifizio di privato. La
   vittima si abbruciava totalmente tranne la pelle che apparteneva ai
   sacerdoti.

   2º Il *Hhatath* (sacrifizio per lo peccato), e l'*Assam* (sacrifizio per la
   colpa) che si portavano per diversi peccati volontarii od involontarii
   specificati dalla legge, nei quali potevano incorrere tutti i fedeli, compresi
   il Principe e il Pontefice.—L'infallibilità non è dote dell'uomo.
   Tutti possono errare perchè tutti sottoposti alle stesse passioni e agitati
   da consimili desiderii. Dio solo è perfetto, epperciò lui solo infallibile.—Di
   questa specie di sacrifizii si abbruciavano le sole parti grasse
   destinate all'altare, e il resto apparteneva esclusivamente ai sacerdoti.

   3º Il *Zìbahh asselamém* (sacrifizio pacifico o di riconoscenza). Il titolo
   stesso ne indica lo scopo. Erano sacrifizii che si portavano per ricorrenze
   festive e in rendimento di grazie al Signore per benefizii
   da lui ricevuti. Abbruciate le parti grasse in onore di Dio, il resto
   veniva diviso tra i sacerdoti e gli offerenti. I poveri e i forestieri
   erano quasi sempre invitati a parteciparne.

   Oltre a tali sacrifizii ve n'erano alcuni altri che chiameremo circostanziali,
   quali sarebbero quelli pei peccati d'ignoranza del popolo nelle
   varie feste dell'anno; quelli dei Nazireni inavvertitamente resi impuri;
   quelli che portavano le persone guarite dalla lebbra, ecc. Di questa
   specie di sacrifizii i due seguenti meritano particolare menzione. Il
   primo è quello che veniva immolato nel caso in cui si trovasse una
   persona assassinata in mezzo ai campi senza che si fosse potuto scoprirne
   l'uccisore.

   La legge ordinava che dato questo caso gli anziani e i giudici sedenti
   in Gerusalemme, si portassero nel luogo ove era stato consumato
   il reato e misurassero quale città fra quelle che circondavano il cadavere,
   ne fosse la più vicina. Gli anziani della città indicata, dovevano
   prendere una giovenca che non fosse stata adoperata al lavoro, e che
   non avesse mai tirato al giogo. Dovevano quindi condurla in una valle
   sassosa, non coltivata, nè seminata, ed ivi ucciderla. Ciò fatto tutti gli
   anziani di quella città dovevano lavarsi le mani nel sangue di quella
   giovenca e dire: «Le mani nostre non versarono questo sangue e gli occhi
   nostri non videro (chi lo versò)». E i sacerdoti e i leviti dicevano:
   «Deh o Signore! perdona al popolo tuo Israele che liberasti (dalla
   schiavitù egizia) e non porre in mezzo al tuo popolo Israele (la colpa,
   la responsabilità del versato) sangue innocente».

   Questa prescrizione fu probabilmente inspirata da due motivi: Il  primo
   valeva a raffermare la pena di morte di cui si era reso meritevole
   l'assassino, il secondo serviva a mantenere negli animi il dovuto orrore
   pel sangue versalo.

   Il 2º era quello della così detta *vacca rossa*, perchè la scelta della
   vacca la cui cenere doveva servire per la purificazione di certe impurità,
   come quella di aver toccato un cadavere ecc. doveva cadere
   su d'una che fosse totalmente rossa, senza difetti e che non avesse mai
   portato giogo. Vogliono i commentatori che questa disposizione, di cui
   non ci si dà il più piccolo schiarimento, fosse consigliata a Mosè dal
   pensiero di espellere onninamente dal cuore del popolo la tendenza
   all'adorazione della vacca, che come si sa, era il principale oggetto del
   Culto degli Egiziani.

   V'era pure la *minhhà* (offerta) che per lo più si componeva di fior di
   farina di frumento e d'olio d'oliva. Tale offerta era per lo più accessoria
   delle vittime dei sacrifizii, ma pel povero sostituiva le vittime
   stesse. Talvolta si offriva la farina pura, versandovi entro dell'olio e
   mettendovi incenso, e talvolta se ne facevano schiacciate azzime unte
   d'olio e cotte al forno o in su una tegghia. Era obbligatorio mettervi
   sale quale segno di un'alleanza durevole con Dio, detta *berith mélahh*,
   e proibito di mescolarvi lievito o miele.


Quantunque dalla storia di Giuseppe risulti chiaramente
che in Egitto erano in uso le prigioni quale pena afflittiva,
[pg 203]
ciò non pertanto in tutta la legislazione penale mosaica
non ne troviamo fatto cenno, forse perchè esse presentavano
due gravi ostacoli per una nazione eminentemente agricola
quale era l'ebraica. Il primo era l'area occupata da quei
luoghi di pena, che veniva sottratta al lavoro e per conseguenza
al comune interesse; il secondo era la spesa ingente
richiesta per la custodia e pel vitto dei detenuti. Si
riscontrano però nel Pentateuco due esempii di detenzione
preventiva: il primo in odio di un individuo della tribù di
Dan, nato da un'ebrea ammogliatasi ad un egiziano, che
[pg 204]
litigando con altro ebreo aveva bestemmiato e maledetto il
santissimo nome di Dio; e il secondo verso di un altro che
profanò il sabbato portandosi a raccogliere legna; ma si
capisce facilmente che ciò avvenne nel solo intendimento
di sapere da Dio, quale doveva essere il castigo proporzionato
alla loro diversa prevaricazione.

In processo di tempo essendosi fatta strada la corruzione
e con essa i delitti, che ne sono la conseguenza diretta,
anche le prigioni trovarono il loro posto come si può
riconoscere dal fatto di Acabbo, il quale stando per intraprendere
una guerra, ordinò di incarcerare il profeta
che gli predisse la sua morte sulle alture di Galaad, luogo
ove aveva fatto assassinare l'innocente Naboth; e dalla
storia di Geremia tenuto in prigione perchè consigliava
al popolo l'alleanza col re d'Assiria, contro la volontà dei
grandi dignitarii dello stato.

Non è nostro intendimento di passare in rassegna tutto
il sistema penale mosaico, perchè ci obbligherebbe ad
allungarci oltre al nostro proposito. Daremo soltanto alcune
considerazioni generali che secondo noi basteranno a dimostrare
con esuberanza, che se tale sistema era giustamente
severo era però ben lontano di essere inumano come si
pretese da taluni, che lieti di poter affilare le loro armi
contro Mosè, si fermarono all'apparenza e trovando spesso
ripetute le parole di *morte*, di *sarà tagliato* da mezzo il
suo popolo, gridarono alla barbarie.

Faremo notare anzitutto, che il parricidio non fu previsto
da Mosè sia perchè un delitto cotanto snaturato gli pareva
forse impossibile, e sia perchè aveva già stabilito la pena
di morte per colui che avesse soltanto battuto uno dei
genitori.

La pena di morte era stabilita, come dicemmo, per l'idolatria;
per chi si dava alla negromanzia; pei violatori del
sabbato; per l'omicida; per chi commetteva certi atti contro
natura; per chi rubava un uomo e lo vendeva per ischiavo
e per quel giovane che manifestava istinti cotanto malvagi,
da costringere i suoi stessi genitori di deferirlo ai tribunali.

[pg 205]


Quando un uomo veniva condannato a morte per omicidio
nissun asilo serviva a sottrarlo al rigore delle leggi. Ecco
come si esprime la legge stessa a questo proposito: «Quando
un uomo avrà ucciso con premeditazione un suo simile,
da sopra il mio stesso altare lo prenderai per farlo morire,
perchè la terra contaminata dal sangue (innocente) versato
su d'essa, non può essere perdonata (purificarsi) se non col
sangue di chi lo versò».

Ma la lodevole severità della legge verso quei feroci che
per malvagio istinto si bruttavano le mani nel sangue dei
loro simili, non escludeva tutte quelle garanzie che
reclama da un lato l'umanità, e dall'altro la facilità di
essere tratto in errore da una prima dolorosa impressione
di una sventura irreparabile, o dall'orrore istintivo che si
prova all'annunzio di una morte violenta. Un malaugurato
accidente non può forse cangiare in omicida l'uomo dotato
di un cuore il più sensibile e il più nobile? Ecco un esempio
con cui Mosè dimostra la possibilità di tale evento deplorevole:
«Può succedere, dice egli, che un uomo si porti
alla selva per tagliare legna. Alza con forza la scure contro
l'albero, ma il ferro gli sfugge sventuratamente dalla
mano e va a colpire un suo compagno e lo uccide. Costui
non può ritenersi reo di omicidio perchè Dio stesso permise
che tale morte avvenisse per sua mano». Ed ecco il
provvedimento col quale egli viene in soccorso dell'omicida
involontario.

Conviene sapere che ai tempi di cui parliamo esisteva, ed
esiste tuttavia presso gli Arabi, e presso parecchi altri popoli
Orientali, un uso che obbligava il parente d'un assassinato
a vendicarne il sangue uccidendo a sua volta l'assassino.
Il parente su cui incombeva tale dovere, nella Bibbia viene
designato col nome di *goel adam* (redentore o vendicatore
del sangue): e qualora vi avesse derogato veniva ritenuto
come un uomo senza onore.

Non potendo forse abolire quest'uso inveterato e universalmente
praticato, Mosè ne prevenne saggiamente i
molti abusi a cui poteva dare luogo. Egli stabilì sei città
[pg 206]
(tre per caduna estremità dello stato) che chiamò *aré amiclath*
(città di rifugio), onde accogliere l'omicida supposto involontario
e proteggerlo contro il *goel adam*. Tutte le città
del regno dovevano avere una strada che tendesse ad una
d'esse. L'omicida veniva poscia deferito ai tribunali: se
risultava colpevole veniva consegnato nelle mani del *goel
adam* onde gli desse la morte; ma se risultava innocente
doveva restarsene nell'asilo che la legge gli assegnava,
sino alla morte del sommo sacerdote allora in uffizio; trascorso
il qual tempo egli poteva ritornare alla sua città
in tutta sicurezza, perchè il *goel* aveva perduto ogni suo
diritto.


_`Amministrazione della giustizia`.
-----------------------------------

Dal sin qui detto noi abbiamo potuto convincerci tanto
della semplicità quanto della eccellenza del sistema giudizionario
organizzato da Mosè. Esso era infatti fondato sulle
seguenti basi: 1ª sulla pubblicità dei dibattimenti che è
la più sicura garanzia della equità ed imparzialità dei giudizii;
2ª sulla maggiore possibile libertà concessa al prevenuto
onde avesse mezzo di produrre qualunque prova a
sua discolpa. Si noti che presso gli Ebrei, come fors'anco
presso gli altri popoli antichi, non esisteva come nelle
legislazioni Europee attuali un magistrato colla missione
(strana davvero) d'insinuare nei giudici la persuasione della
colpevolezza del pregiudicato; nè l'altro individuo quasi
sempre sconosciuto al colpevole colla missione (ancora più
strana) di servirsi d'ogni argomento oratorio onde pervenire
ad ottenere lo scopo diametralmente opposto, ovverossia
persuadere i giudici dell'innocenza di colui che si
macchiò di delitti orrendi o almeno di attenuarne gli effetti;
3ª sulla sincerità delle deposizioni dei testimonii sia
mediante l'applicazione al testimone falso della stessa pena
di cui sarebbe stato meritevole l'incriminato, e sia col costringerli
ad essere i primi a gettare le pietre contro il condannato.
Questa disposizione fu senza dubbio il motivo per cui
le donne non potevano deporre in tribunale; ed è un omaggio
[pg 207]
che la legge fa alla sensibilità e gentilezza femminile, esonerandole
da un dovere che avrebbe ripugnato al loro carattere
mite e dolce.

Esaminiamo ora come si procedeva in un giudizio di
pena capitale.

Al giorno del giudizio si faceva comparire l'accusato, gli
si leggeva l'atto d'accusa, e i testimonii accusatori venivano
successivamente chiamati a deporre.

Ecco la stupenda ammonizione che il Presidente rivolgeva
a ciascuno di questi ultimi: «Bada! che noi non ti
domandiamo che tu deponga nè su conghietture, nè sulle
pubbliche voci corse sull'accusato. Pensa che pesa su te
una responsabilità tremenda. L'affare di cui si tratta non
è affare di danaro pel quale si potrebbe sempre in qualche
modo trovare un risarcimento. Se tu fai condannare un
uomo innocente il suo sangue e il sangue della posterità
ch'egli potrebbe dare alla patria, peserebbe su te; e Dio
te ne domanderebbe conto, come domandò conto a Caino
del sangue di Abele e del sangue dei figli che avrebbe
generato».

Oltre alle donne non potevano attestare i fanciulli, gli
schiavi, gli uomini di cattiva riputazione, coloro che non
erano in piena facoltà mentale, nè coloro che erano stati
condannati a pene corporali prima che avessero subita
la loro pena.

I testimonii dovevano certificare l'identità della persona,
deporre sul giorno, sull'ora e sulle circostanze del delitto.
La menoma discordanza tra i testimonii ne annullava pienamente
il valore.

Dopo i testimonii a carico si sentivano i testimonii in
favore. Finiti gli interrogatorii si facevano allontanare
tutti gli assistenti. Due segretarii raccoglievano i voti:
l'uno i favorevoli, l'altro i contrarii. Se la maggioranza
dei voti risultava favorevole l'accusato veniva dichiarato innocente
e rimesso immediatamente in libertà; se invece la
maggioranza gli era contraria, la seduta si dichiarava
sospesa, e differita al posdomani la lettura della sentenza.

[pg 208]
I giudici dovevano occupare il giorno intermedio nel
discutere tra loro quella causa, e astenersi dai liquori e da
cibo abbondante onde il loro spirito si mantenesse libero
e sereno. Al mattino del terzo giorno i giudici dovevano
raccogliersi nel tribunale e addivenire a nuova votazione
con questa clausola pietosa. Il giudice che aveva votato
per l'assoluzione non poteva darlo per la condanna; ma
quello che viceversa l'aveva dato per la condanna poteva
ritirarlo e darlo per l'assoluzione.

Letta la sentenza di condanna due magistrati accompagnavano
il condannato al supplizio e i giudici se ne stavano
in seduta permanente.

Un uffiziale con un drappo in mano stava all'entrata
del tribunale, mentrechè un altro uffiziale con un consimile
drappo in mano, seguiva a cavallo il condannato; e
di tratto in tratto si rivolgeva verso il primo. Se in questo
frattempo qualcuno si fosse portato in tribunale a deporre
in favore del condannato, il primo agitava il suo drappo
e il condannato veniva ricondotto indietro fino alla quinta
volta. Un araldo precedeva pure il convoglio e di tratto in
tratto gridava al popolo: «Quest'uomo (tale figlio del tale)
viene condotto al supplizio pel tale delitto. I testimonii che
deposero contro di lui sono i tali. Se qualcuno ha qualche
schiarimento a dare in di lui favore si affretti». I magistrati
che accompagnavano il paziente lo consigliavano a confessare
il suo delitto, e a poca distanza dal luogo del supplizio,
gli somministravano un beveraggio stupefattivo
onde rendergli meno spaventevole l'avvicinarsi della morte.

Dopo l'esecuzione, il cadavere veniva tolto alla vista del
pubblico e reso ai suoi parenti, onde provvedessero alla
sua sepoltura. Questi ne potevano deplorare la perdita,
ma senza quei segni pubblici di dolore, da noi già notati,
che si facevano per gli altri defunti. Anzi a pubblica
dimostrazione di omaggio al pronunciato del tribunale,
alla inconcussa fede nella onestà e sapienza dei giudici;
la prima volta che i parenti del giustiziato s'imbattevano
nei giudici e nei testimoni dovevano precedere a salutarli
[pg 209]
e dirigere loro le seguenti parole: «Noi non conserviamo
verso di voi verun risentimento; sappiamo che voi avete
agito lealmente secondo il diritto».

====


_`ADAR` (*Febbraio-Marzo*).
===========================


Due avvenimenti importantissimi registra la storia nostra
in questo ultimo mese dell'anno: uno decisamente nefasto,
e l'altro, quantunque minacciasse di irreparabile rovina
il popolo nostro, la Provvidenza che in ogni tempo vegliò
e veglia con particolare sollecitudine ed amore alla sua
esistenza; sventò i consigli dei suoi nemici, e facendo
trionfare la verità e la giustizia lo cangiò in una lieta e
festiva commemorazione. Consiste il primo nella ricorrenza
della _`morte di Mosè`, avvenuta (secondo quanto ci insegna
la tradizione) il sette Adar, il giorno anniversario della sua
nascita, quarantanni dopo l'uscita d'Egitto e centoventesimo
della sua età.

Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto
fosse vivo il suo desiderio di condurre egli stesso il popolo
che tanto amava alla conquista della Palestina; e quante
preghiere indirizzasse a Dio a tale uopo. Ma pei suoi
imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e: «Ti basti,
gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa;
perocchè non passerai questo Giordano». Volendo però
soddisfare, in parte, il nobilissimo desiderio del suo servo
fedele lo invitò a portarsi alla cima della collina, da dove
per una virtù prodigiosa concessa alla sua vista, gli sarebbe
stato possibile di vedere «la terra buona che estendevasi
al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando
Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò
ai divini voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè
costituendolo suo successore, salì sulla vetta del Nebo da
dove potè effettivamente ammirare la terra in cui sperava
il suo popolo lungamente felice, e che non v'ha dubbio
lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua legge.
[pg 210]
Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo
consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla
sua perpetua meditazione una cantica sublime (*aasínu*)
che secondo il suo detto «non avrebbe dovuto venire
mai dimenticata dalla bocca della sua posterità», perchè
era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute
da Dio di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del
dovere che imprescindibile incombeva su lui di restare
fedele al patto conchiuso su tale base tra lui e Dio, benedisse
particolarmente ogni tribù; e «senza che il suo occhio
si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi umori
vitali» rese l'anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di
trenta giorni. L'elogio funebre che per bocca di Dio si
scrisse Mosè di suo vivente, secondo il Nacmanide, o che
come credono altri aggiunse il suo successore negli ultimi
versetti del Pentateuco, è un brevissimo compendio delle
sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità ammirabile:
«E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale
il Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l'eguagliò), in
quanto a tutti i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a
operare nella terra d'Egitto a Faraone ed a tutti i suoi
servi, a tutto il suo paese. E in quanto a tutti gli atti
di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili,
che Mosè fece alla vista di tutto Israele».

Iddio stesso raccolse quell'anima santa e fece sparire
i purissimi resti mortali di quell'uomo maraviglioso [#]_.

.. [#] I nostri Dottori, che nei loro studi sulla Bibbia non si lasciarono
   sfuggire nessun precetto e nessun avvenimento senza farne risaltare il
   concetto morale che ne poteva provenire, si fermarono appunto su questo
   fatto; e constatarono come la legge divina abbia principio da un'opera di
   misericordia, praticata da Dio stesso verso Adamo ed Eva col coprirne la
   nudità con tuniche di pelle allorchè li scacciò dal Paradiso terrestre; e
   termini con un'altra opera di misericordia compiuta parimenti da Dio
   verso Mosè col seppellirne il cadavere.


Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani
lettori, privandoli del racconto leggendario che sulla
[pg 211]
morte di Mosè trovasi in un antico libro di parafrasi al
Pentateuco, chiamato *medrass rabà* (grande commento),
e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato nel
Talmud. Ecco il primo:

Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra
legge, Mosè erasi arrestato alla scrittura del nome infallibile
di Dio, e in quel punto del tempo era giunto il momento
designato alla sua morte.

Il Signore chiama a sè l'angelo Gabriele, e così gli
dice: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».

E l'angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come
oserò io dare la morte all'uomo di cui tutte le umane
generazioni non vantano pari?»

E il Signore chiama a sè l'angelo Michele: «Va e porta
in cielo l'anima di Mosè».

E l'angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli
fui maestro: ei mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta
il cuore di vederne la morte».

E il Signore chiama a sè Samaele, l'angelo della distruzione
e della morte, e gli dice: «Va e porta in cielo l'anima
di Mosè».

L'angelo della morte esultante di una gioia che non
sa nascondere si veste d'ira, e tutto chiuso nelle sue armi
sanguigne piomba ratto qual folgore innanzi all'uomo santo
e trovandolo coll'ineffabile nome divino sotto la penna
trema in tutta la persona. Lo guarda, e il raggio di divina
luce che sfavilla sul volto di Mosè lo abbarbaglia, e gli
fa torcere il guardo truce. Ei pensa tra sè: «È un angelo
costui, e niuno degli angeli potrà dargli la morte».

Intanto Mosè si accorse di aversi un testimonio innanzi
e a lui rivolgendosi gli grida: «Che vuoi tu, che cosa
_`cerchi qui?»`

«Io son mandato per darti la morte, risponde l'angelo
ancora tutto tremante. Tutti i mortali sono soggetti al
mio impero».

«Tutti gli altri mortali sì, risponde Mosè sicuro di se
stesso, ma non io. Consacrato prima di nascere, ministro
[pg 212]
dei portenti celesti, banditore a tutta la terra della legge
della verità, io non affiderò mai a te l'anima mia».

Samaele tutto confuso rivolò in cielo.

Ma una voce misteriosa allora suono dall'alto, e diceva:
«Mosè, Mosè; la tua ora è giunta, tu devi morire».

«Signore! Signore! gridava Mosè piangendo, io fui accolto
nelle celesti sfere da te, io fui altre volte ammesso
al tuo bacio divino, perchè vorrai affidare l'anima mia
all'angelo della morte?»

E la voce, gli rispose: «Datti pace, io stesso adempierò
all'ufficio della tua morte e della tua sepoltura».

E allora Mosè si prepara a morire puro come un Serafino,
e il Signore scende dagli altissimi cieli, e tre angeli,
Michele, Gabriele, Zagaele, gli fanno corona.

L'angelo Michele scava la tomba, Gabriele stende un
bianchissimo lino al capo, e Zagaele ai piedi, e l'angelo
Michele sta immoto da un lato a Mosè, e l'angelo Gabriele
immoto dall'altro lato.

E il Signore dice a Mosè: «chiudi le pupille,» e Mosè
le chiudeva, «stringi le mani al cuore,» e Mosè stringeva
al cuore la mano, «accosta i piedi» e Mosè accostava
i piedi.

«Anima santa! fanciulla mia! diceva il Signore: da
cento vent'anni tu animi questa creta intemerata. Ma è
giunta l'ora, esci e vola in cielo».

E l'anima tutta dolorosa rispondeva: «Su questo corpo
intemerato e puro io ho posto tutto il mio amore, e non
ho il coraggio d'abbandonarlo».

«Fanciulla mia! esci. Io ti accoglierò negli altissimi
cieli, sotto al mio trono immortale, coi Serafini e Cherubini».

E l'anima esitava.

Il Signore allora impresse un bacio sulla fronte a Mosè
e con quel bacio l'anima volò in cielo.

E una nube di mestizia velava il cielo dove suonavano,
queste parole: «Chi resta ora a combattere l'empietà e
l'errore?»

[pg 213]
E una voce rispondeva; «Egual profeta non sorse mai».

E la terra piangeva: «Ho perduto il santo». E Israele
piangeva: «Abbiamo perduto il pastore». E gli angeli
in coro cantavano: «Venga il santo, venga in pace all'amplesso
divino».


_`Il sepolcro di Mosè`.
-----------------------

Fu consiglio di divina provvidenza il nascondere ad
ogni occhio mortale il sepolcro dell'uomo di Dio.

La rovina del sacro tempio, il lungo esilio d'Israello
stavano già innanzi d'allora, al previdente consiglio di Dio.

Quando Israele prostrato sul sepolcro di Mosè, e bagnando
di pianto quelle sacre zolle, avesse supplice invocata la
potente intercessione del santo uomo presso la Divina Giustizia,
affinchè il tremendo destino fosse mutato, come avrebbe
potuto la stessa Divina Giustizia respingere quel
santo intercessore?

Quando sul popolo errante nel deserto, la vendetta Divina
aveva decretato l'abbandono e la morte, solo Mosè
bastò a disarmarne la collera.

E i giusti, cari a Dio in vita, gli sono doppiamente cari
in morte.

L'empio impero persiano volle un giorno scoprire il sepolcro
del grande Legislatore.

Una numerosa schiera dei suoi satelliti si reca al monte
cerca, fruga, sale, discende, e lo percorre da tutti i lati.

Fuvvi un momento in cui, giunti al culmine del monte
e gettando in giù lo sguardo, s'immaginarono d'avere
laggiù in fondo scoperto il cercato sepolcro.

Si slanciano precipitosi alle falde del monte, girano lo
sguardo intorno, sollevano lo sguardo in alto. O stupore!
il sepolcro di Mosè si presenta ai loro occhi in sull'alta
vetta.

Confusi, sbalorditi, si dividono in due schiere, di cui
l'una si ferma ai piedi, l'altra alla cima del colle.

«Eccolo, gridano dall'alto, eccolo, l'avete a voi vicino».
[pg 214]
Perocchè il sepolcro di Mosè si presentava agli occhi loro
presso la schiera disotto.

«È trovato, è trovato, gridava questa invece alla compagna;
voi ci siete presso». Perocchè il sepolcro di Mosè si
presentava ai loro occhi presso la schiera che era in alto.

E il sepolcro non fu trovato mai.

.. _`Purim`:

Il secondo avvenimento di cui dobbiamo parlare è quello
che diede origine alla festa di *Purim* (delle sorti), festa
dedicata intieramente all'allegria e al piacere. Ecco in
breve il riassunto storico di tale avvenimento.

Noi abbiamo già avuto occasione di parlare del profeta
Neemia e della parte importantissima da lui avuta nella
rifabbricazione del secondo tempio, come ebbimo pure
a parlare di Alessandro Magno, delle sue vittorie in Asia,
della sua entrata in Gerusalemme e delle sue larghezze
usate verso gli Ebrei sia per esser stato colpito di rispettosa
venerazione al cospetto del loro Pontefice che si portò ad
incontrarlo, e sia per compensarli della loro fedeltà. Or bene
tra la morte del primo alle conquiste del secondo passò un
periodo di circa un secolo; nel corso del quale probabilmente
non avvenne nulla di notevole agli ebrei; perchè
tanto in Flavio quanto nei libri santi esiste un'ampia
lacuna, se si esclude la così detta *meghilà* (storia) di Ester.

Chi fosse l'Assuero (*Ahhassveross* nome indubbiamente
persiano) di cui si parla in questo libro è disputa fra gli
eruditi. Nella Scrittura troviamo dato questo nome ad un
re che è sicuramente Cambise, ad un altro che debb'essere
Astiage ed all'Assuero di Ester che non può essere nè
l'uno nè l'altro di quei due re. Giuseppe crede che fosse
Artaserse Longimano, altri, e sono i più, credono riscontrare
molte somiglianze fra il carattere di Assuero e quello
di Xerse celebre per l'infelice esito della sua spedizione
nella Grecia, altri ritengono che fosse un re dei Medii,
ed altri ancora, fra cui il celebre I. S. Reggio, ritengono
che fosse Dario Istaspe.

Chiunque fosse questo Assuero sappiamo che aveva il
dominio su uno esteso impero di centoventisette provincie,
[pg 215]
cioè da *Oddu* (l'India) sino a *Cuss* (l'Etiopia). Nel terzo
anno del suo regno diede ai grandi della sua corte una
serie di festini per cento ottanta giorni consecutivi, chiusa
da sette altri giorni di festini continui dati a tutti gli abitanti
della Capitale (Susa).

Or avvenne che nel giorno settimo in cui il re aveva
bevuto oltre il convenevole, volendo presentare all'ammirazione
dei suoi cortigiani la regina Vasti, dotata, secondo
lui, di maravigliosa bellezza, mandò ad invitarla al festino.

Non si sa per qual motivo, ma probabilmente per un
naturale e lodevole sentimento di pudore, la regina rifiutò
d'intervenirvi. Il re oltremodo adirato, chiese ai sette suoi
principali ministri che lo circondavano quale pena era
dovuta alla regina per la sua disobbedienza, e dietro la
proposta di un certo Memuhhan, Vasti *fu tolta da regina*
(uccisa o relegata nell'Arem).

Per surrogarla vennero incaricati dei commissarii di
fare la scelta delle più belle ragazze dello stato per essere
inviate all'Arem reale di Susa. Fra le donzelle raccolte si
trovava un'ebrea chiamata *Adassà* (mirto) o *Ester* (astro
in lingua persiana). Rimasta orfana di padre e di madre
era stata adottata a figlia da un suo cugino, certo Mardocheo
della tribù di Beniamino, abitante in Susa. Ester
presentata al re seppe conquistarne il cuore e fu assunta
a regina nell'anno settimo del regno di Assuero: senza che
questi pensasse neanche d'informarsi di quale famiglia
essa si fosse, e a quale popolo appartenesse. Mardocheo,
che sicuramente aveva un uffizio nel servizio del palazzo
reale, potè scoprire una congiura che erasi ordita da due
eunuchi contro la vita di Assuero: col mezzo di Ester il
complotto fu sventato e puniti i colpevoli.

Più tardi avendo il re elevato un certo Amano alla più
importante carica di Corte ordinò che i sudditi avessero
ad inginocchiarsi al suo cospetto. Fosse per scrupoli religiosi
o fosse per altri motivi, su cui tace il testo, Mardocheo
non volle mai piegare il ginocchio quando gli avveniva
d'incontrarlo. Il superbo Amano altamente indispettito
[pg 216]
risolse di perdere con lui tutta la nazione alla quale apparteneva.
Presentatosi pertanto al re disse che come il popolo
ebreo, era distinto da tutti gli altri per proprii costumi
e leggi, così era insubbordinato verso i magistrati e trasgressore
delle leggi del regno; e dando cattivo esempio
agli altri popoli parevagli necessario di farlo totalmente
distruggere. Il re senza informarsi di nulla diede il suo
assenso, ed Amano giubilante estrasse colla sorte il giorno
da stabilirsi per la distruzione degli Ebrei. Il numero
estratto segnò il giorno tredicesimo del mese duodecimo.

Si capirà facilmente che la pubblicazione di tale decreto
portò la costernazione fra gli Ebrei. Mardocheo ne
trasmise copia alla regina Ester sollecitandola ad intercedere
pel suo popolo presso il monarca. Ester esitò dapprima
ad accettare tale incarico, temendo di esporsi a
certa morte presentandosi non chiamata nell'appartamento
particolare del re, ma poi vi accondiscese facendo ordinare
agli Ebrei di Susa un digiuno di tre giorni. Al terzo
giorno ella si presentò al re il quale l'accolse con tutti i
segni del maggiore affetto, e con tutti i riguardi dovuti
al suo grado. Ester lo pregò di accettare in compagnia
di Amano un pranzo nel di lei appartamento in quello
stesso giorno. Il re vi aderì; e a metà del banchetto domandò
alla regina quale causa l'avesse decisa a quell'insolito
invito. La regina rimandando al giorno seguente la
manifestazione del suo desiderio, invitò _`nuovamente lui`
ed Amano a pranzo presso di lei. Amano fiero del grande
onore ricevuto dalla regina, fu maggiormente ferito dal
disdegno dimostratogli da Mardocheo che ebbe ad incontrare
sui suoi passi; ed essendosene lagnato colla propria
moglie, questa, gli suggerì di domandare al re l'autorizzazione
di fare appiccare Mardocheo l'indomani, al quale
uopo fu nella notte alzato un patibolo nel suo cortile istesso.

Ma arrivò che in quella stessa notte Assuero _`non potendo`
dormire, si fece leggere gli annali del suo regno;
e ripresentatasi così l'occasione di richiamarsi alla memoria
il benefizio ricevuto da Mardocheo, domandò se già
[pg 217]
gli fosse stato corrisposto il premio meritato. Alla risposta
negativa Assuero si rivolse ad Amano che gli compariva in
quel punto, e gli domanda: quale cosa dovessesi fare ad
un uomo ch'egli desiderava onorare pubblicamente. Nel suo
sterminato orgoglio Amano suppose che il re avesse l'intenzione
di onorare lui stesso; epperciò lo consigliò di fare
vestire quell'uomo del manto reale, di farlo montare sul
cavallo che montò il re stesso il giorno della sua incoronazione,
e farlo quindi girare per le vie della città col cavallo
condotto a mano da un principe obbligato a gridare
di tratto in tratto «così si fa all'uomo che il re desidera
di onorare». Il consiglio piacque al re, il quale incaricò
Amano stesso di eseguirlo alla lettera.

Questo fu il preludio della punizione dell'alterigia vincolata
alla tristizia e il trionfo dell'innocenza. Eseguito
quello per lui ben penoso incarico e intervenuto al festino
della regina questa, lui presente, chiese grazie al re
per sè e pel suo popolo. Si aggiunga poi che un eunuco
certo *Hharvonà*, raccontò al re come Amano avesse fatto
alzare nel suo cortile un patibolo per farvi appiccare Mardocheo.
A quest'annunzio l'ira del re scoppiò terribile
e ordinò che Amano venisse immediatamente appeso a quello
stesso patibolo.

Conviene sapere che i decreti dei re Persiani non potevano
venire revocati per niun motivo; epperciò Mardocheo
chiamato dalla fiducia del re, a succedere nella carica d'Amano,
con altro decreto reale dovette autorizzare gli Ebrei
a prendere le armi per difendersi dai loro nemici nel
giorno che era stato fissato pel loro eccidio. Con tale autorizzazione
egli sperava probabilmente di intimorire i
mali intenzionati e di risparmiare l'effusione del sangue;
ma pochi nemici acerrimi degli Ebrei non avendo voluto
desistere dai loro sanguinarii progetti a cui li autorizzava
tuttavia il decreto d'Amano assalirono gli Ebrei. Ma questi
aiutati dalle autorità, che dovevano prestare loro mano
forte, li vinsero facilmente. Noi pensiamo che la cifra
dei nemici uccisi dagli Ebrei nel giorno 13 e 14, registrata
[pg 218]
nel libro d'Ester sia stata esagerata: quantunque non si
debba obbliare l'ampiezza del regno che constava, come
dicemmo, di 127 provincie.

Questi due giorni miracolosamente cangiati, come si
esprime il testo: «dall'afflizione al gaudio, dal lutto all'allegria»
furono consacrati alla gioia da Mardocheo e da
Ester per tutti gli Ebrei; raccomandando ai contemporanei
e alla loro posterità di volerli solennizzare in ogni anno
facendosi: «reciproci regali e largheggiando verso i poveri».

.. _`Archeologia Adar`:

Archeologia.
------------

.. _`Rapporti esteriori—Guerra`:

*Rapporti esteriori—Guerra.*
````````````````````````````

Completeremo il nostro studio sulle antichità politiche
degli ebrei, trattando ora dei rapporti che essi ebbero colle
nazioni straniere.

Abbiamo già parlato altrove del trattamento degli ebrei
verso lo straniero.

La guerra, terribile necessità dei popoli, originata da
contese tra gli individui, da lotte tra le tribù per la
malaugurata avidità negli uni di usurpare quanto era di
spettanza degli altri; flagello che disgraziatamente la
civiltà non ha ancora potuto rendere impossibile per quanto
ne abbia attenuati i disastrosi effetti, e che forse non
isparirà completamente dalla terra se non nei tempi
messianici vaticinati dai nostri profeti per un'êra di pace
inalterata tra gli individui e fra le nazioni, perchè allora
«tutta la terra sarà piena della conoscenza di Dio come
il mare è pieno d'acque»; non poteva non richiamarsi
alle umanissime sollecitudini del Legislatore ebreo.

Abbiamo già detto altrove, e ripetiamo ora, che Mosè
non voleva che il suo popolo diventasse un popolo conquistatore:
i limiti del territorio che doveva occupare erano
stati segnati precedentemente dal Signore stesso. Dominato
da tale lodevolissimo pensiero egli doveva mostrarsi, come
si mostrò effettivamente, avverso alla guerra offensiva.
Abbiamo già parlato sulla sorte riservata alle popolazioni
[pg 219]
della Palestina e dei proclami di Giosuè al suo ingresso
in essa. Relativamente alle nazioni stabilite fuori di quel
territorio egli le divise in diverse categorie. Agli Amaleciti
guerra eterna perchè tanto codardi quanto scellerati,
sorprendevano le donne e i fanciulli che nell'uscire
dall'Egitto restavano alla coda del popolo, e li trucidavano
senza misericordia. Ai Madianiti guerra d'esterminio, perchè
colle loro infami astuzie spinsero gli Ebrei ad abbracciare
il loro sozzo culto e causarono così la morte a ventiquattro
mila persone. Agli Ammoniti e ai Moabiti nessuna guerra
aggressiva, ma neppure nessuna alleanza, nessun rapporto
d'amicizia perchè oltre al rifiutarsi di concedere agli ebrei
il libero passaggio nel loro territorio per portarsi alle
rive del Giordano, passaggio invocato da Mosè a titolo
della parentela che esisteva tra le due nazioni, diedero prova
di una straordinaria malvagità verso gli stessi ebrei perchè
sibbene non minacciati da quelli, chiamarono presso di
sè con larghe promesse di onori e di premii _`il mago Balaamo`
per farli maledire persuasi di poterli poscia
combattere e vincere [#]_. Agli Idumei discendenti di Esaù,
[pg 220]
obblio intiero del rifiuto dato al richiesto passaggio sul
loro territorio verso il Giordano. Lo stesso generoso obblio
verso gli Egiziani; pel merito di aver ospitato la famiglia del
[pg 221]
patriarca Giacobbe. Riguardo poi altri popoli lasciò intera
facoltà di fare guerra o conchiudere alleanze. Egli raccomanda
però che qualora avessero dovuto attaccare una
città fuori della Palestina si dovesse cominciare per offrire
agli abitanti una capitolazione. Se la città si fosse resa
volontariamente, gli ebrei dovevano contentarsi di renderla
tributaria, ma costretti ad ottenerla colla forza, _`allora la`
legge li autorizzava ad uccidere gli uomini supposti di
[pg 222]
avere militato contro di loro, e di menare in ischiavitù le
donne e i fanciulli [#]_.

.. [#] Fedeli al compito che ci siamo prefissi, di dare cioè quelle maggiori
   nozioni storiche che hanno una qualche relazione coi diversi argomenti
   che andiamo trattando, e tanto maggiormente poi quando tali
   fatti abbisognano di essere dilucidati; crediamo utile raccontare brevemente
   questo avvenimento, facendolo seguire dagli opportuni schiarimenti
   che ci vengono somministrati da commentatori tanto ortodossi
   quanto eruditi. Ecco il fatto. Dopochè Mosè ebbe vinto Sihhon re dell'Emoreo,
   e Og re del Bassan, il campo degli ebrei venne trasportato
   nelle pianure di Moab. Non era affatto nella intenzione di Mosè
   di aggredire Moab sia perchè gli era stato ciò espressamente proibito
   da Dio per la parentela del loro patriarca Loth con Abramo, e sia
   perchè il suo territorio non s'estendeva in tale direzione da impedirgli
   la sua marcia verso il Giordano. Ma per un sentimento d'invidia e di
   odio tanto più biasimevole perchè niun motivo serviva a giustificarlo,
   Moab desiderava l'eccidio del popolo ebreo. A questo intento e d'accordo
   colla tribù Madianita spedì un'ambasceria a Balaamo, ritenendo
   di una sicura validità tanto le sue maledizioni quanto le sue benedizioni,
   affine ch'egli si portasse presso di lui a maledire quel popolo
   numeroso e potente, onde poscia potesse combatterlo e vincere. Balaamo
   esultante in cuor suo per l'insigne onoranza che gli veniva impartita
   da un potente monarca, e perchè codesto invito gli porgeva la
   desiderata occasione di cooperare alla distruzione del popolo ebreo che
   egli odiava quanto altri mai, rispose agli ambasciatori: «che attendessero
   il mattino onde interrogare Dio nella notte sulla decisione da prendersi».
   Effettivamente Dio essendoglisi rivelato gli ingiunse di non
   *andarvi*. Al mattino gli ambasciatori vennero congedati, ma in modo da
   lasciare loro indovinare che il rifiuto era dato suo malgrado, e che
   forse vi avrebbe aderito sotto altre condizioni. Questo fu il motivo per
   cui gli venne spedita una seconda ambasceria composta di un maggior
   numero di individui, rivestiti delle più alte dignità e promettitori di
   ricompense ben più laute. Come la prima, anche questa ambasciata
   fu invitata da Balaamo a pernottare in casa sua in attesa del
   permesso divino. Nella notte Dio apparì di nuovo a Balaamo e gli permise
   di portarsi da Balak colla condizione di poi dire soltanto ciò che
   Egli, Dio, *gli avrebbe imposto*. Appena spuntata l'alba, Balaamo lietissimo
   monta sulla sua asina e in compagnia degli ambasciatori si dirige
   verso il paese di Moab. Un angelo inviato da Dio con una spada
   sfoderata in mano si presenta all'asina: la spaventa, e per tre volte la
   fa deviare dal retto sentiero. Balaamo sommamente indispettito batte
   tutte e tre le volte la sua montura, ma alla terza volta l'asina apre la
   bocca, e con parole esprime al suo cavalcatore le proprie lagnanze per le
   immeritate battiture che le vennero date, e lo interpella se mai fu
   abituata a comportarsi come in quel giorno.

   Nel frattempo Dio permette che Balaamo vegga l'angelo, e riconoscendo
   il suo torto, e come sarebbe stato condotto a benedire Israele
   suo malgrado, propone di ritornarsene addietro. L'angelo vi si oppone
   e Balaamo giunto presso Balak, invece di maledire benedisse per tre
   volte Israele, motivo per cui fu costretto di ritornarsene frettolosamente
   al suo paese.

   Due riflessioni si presentano spontanee alla nostra meditazione in
   questo fatto. Perchè Dio si rivelò ad un idolatra nemico del suo popolo?—Balaamo
   non era che un sedicente *profeta*, un *mago* (*kossem*) pieno di vanagloria
   e di petulanza. Dio gli apparve in sogno, coll'ultimo grado della
   profezia e in quella sola occasione, per l'onore d'Israele e per umiliarlo
   agli occhi dei suoi stessi ammiratori: obbligandolo a proclamare eletto
   e protetto da Dio quel popolo che per odio e per interesse avrebbe
   volentieri annientato. S'egli fosse stato profeta, anzi se la sua indole
   orgogliosa e malvagia non l'avesse acciecato, egli avrebbe dovuto sapere
   che «Dio non è uomo da mentire, nè mortale suscettibile di pentimento»;
   e che avendo stretto un patto d'alleanza con Israele non
   l'avrebbe rotto giammai. Nè basta; che pel suo ardente desiderio di
   onori e di averi e per odio verso Israele, egli profanò Dio pubblicamente
   facendosi credere talmente nelle sue grazie da fargli cangiare di
   proposito, avendo taciuto la condizione sotto cui eragli stato concesso
   lo andarvi, poichè ove l'avesse manifestata non gli sarebbe sicuramente
   stata inviata la seconda ambasceria.

   La seconda riflessione è la doppia concessione fatta all'asina, cioè la
   vista dell'angelo e la parola. Premettendo che Dio non dotò l'asina neanche
   _`momentaneamente` della ragione, ma le permise di esprimere soltanto
   le fisiche dolorose sensazioni provate per le sofferte percosse, diremo
   che anche ciò avvenne appunto per castigare l'orgoglioso *mago*.
   Quale umiliazione maggiore per un uomo che osa qualificarsi «profeta
   ascoltante le parole di Dio, intendente la scienza dell'Altissimo, e
   veggente la visione dell'onnipotente» nel sentirsi rimproverare dalla
   sua stessa montura di ignorare che in quel momento succedeva qualcosa
   di straordinario che la faceva agire in modo cotanto per lei inusitato?
   Quale maggiore umiliazione di quella di sentire un'asinella a rimproverarlo
   della sua ingiustizia verso di lei, nel medesimo istante in cui
   egli si disponeva contro la volontà divina, a lanciare la maledizione
   sopra un popolo «santo regno di sacerdoti» di nulla colpevole verso
   di lui? Quale umiliazione maggiore di quella di sentire una sozza asinella,
   priva per natura del dono della parola, esporre giusti lagni al
   profeta che va a prostituire la parola, quel dono concesso da Dio all'uomo
   per istrumento di perfezione? Da quanto viene esposto in Giosuè
   risulta che codesto tristo *mago* fu poi ucciso dagli ebrei colla spada.


.. [#] Forse potrà parere strano a qualche nostro lettore che noi stimiamo
   umana questa misura, ma trasportandoci col pensiero ai tempi
   di cui noi stiamo parlando, dovremo ammettere indubbiamente che in
   paragone delle barbarie che si usavano allora coi miseri vinti, tali prescrizioni
   segnavano già un immenso progresso. Si rammenti poi che in
   tempi assai posteriori a quelli, i Romani usavano ancora di massacrare
   freddamente uomini, donne e fanciulli e stimandosi tuttavia umani si
   lagnavano degli strazii che i Cartaginesi facevano soffrire ai loro
   prigionieri.



_`Organizzazione militare`.
---------------------------

Dai tempi di Mosè sino a Saulle l'organizzazione militare
dovette essere molto imperfetta; e sono assai poche
le nozioni che a tale riguardo ci vengono somministrate dai
libri santi. Sappiamo soltanto che erano sottoposti alla
milizia tutti i maschi dall'età dei 20 anni in su; che la
milizia non si componeva che di fanti; che tutti i militi
di una stessa tribù marciavano uniti sotto lo stesso vessillo;
che l'apertura della guerra si faceva allo suono di
trombe; che i *sotérim* facevano le proclamazioni da noi
già sopra dette, prima dell'attacco, per fare sortire dalle
file gli esentati dalla legge. Alcune disposizioni riguardanti
la pulizia delle truppe dimostrano evidentemente
che nel campo degli ebrei doveva regnare la proprietà
e i buoni costumi.

Saulle fu il primo a dare l'esempio di truppe stanziali.
Dopo la sua proclamazione a re d'Israele sul Ghilgál scelse
tremila uomini: duemila li tenne sotto i suoi ordini immediati,
e pose gli altri mille sotto gli ordini di Gionata
suo primo figlio. I Filistei già prostrati da Samuele erano
ridivenuti tanto insolenti, e facevano pesare sugli ebrei tale
servaggio, da proibire loro la fabbricazione di qualunque
specie di utensili di ferro: motivo per cui questi erano costretti
a provvedersi presso i loro dominatori, persino gli
[pg 223]
strumenti agricoli. Ciò nullameno per un atto eroico
di Gionata e del suo scudiero, Saulle ottenne su quelli una
vittoria segnalatissima, che servì a consolidare il suo trono
e ad umiliare la baldanza dei Filistei. Ma dovendosi aspettare
improvvisi loro attacchi, quantunque la storia non ne
faccia nissun cenno, dovette certo mettersi in misura di
respingerli tenendo sotto le armi un buon numero di truppe
sperimentate, sotto la direzione del valoroso Abner; poichè
la storia c'informa ch'egli «combattè intorno contro tutti
i suoi nemici in Moab, nei figli di Amon, in Edom, e nei
re di Sovà, e nei Filistei, negli Amaleciti ed ogni dove
si dirigeva egli dava sconfitte».

Davide, guerriero in tutto il senso della parola, chiamato
a succedere a quel valoroso quanto infelice monarca,
inebbriato dai suoi successi dimenticò che un re ebreo
doveva limitarsi a conquistare e a difendere il territorio
che Dio aveva assegnato al suo popolo, si lasciò dominare
dall'ambizione e compose una vera armata regolare.

Cominciò col circondarsi di una numerosa guardia reale
probabilmente composta di soldati stranieri; poscia compose
un corpo di milizia di 285 mila soldati diviso in dodici
corpi ciascuno di ventiquattromila uomini, che dovevano
restare in servigio un mese dell'anno nei dintorni della
Capitale. Queste truppe venivano esercitate per turno sotto
gli occhi stessi del re da abili capitani, da lui nominati e
scelti fra i suoi trenta eroi.

Salomone completò l'opera del padre colla formazione
di un corpo di cavalleria, e colla provvista di carri da
guerra, ch'egli distribuì in diverse piazze forti: non pare
però ch'egli abbia dovuto servirsene, perchè il suo regno
fu pacifico per eccellenza. Più tardi noi troviamo in ambidue
i regni armate perfettamente organizzate, particolarmente
sotto Assà, Giosafatte, Amasia, Ozia e Gioacaz. Nell'esercito
si distinguevano tre divisioni principali: l'infanteria,
la cavalleria e i carri. Questi portavano, oltre al conduttore,
parecchi combattenti. L'armatura sola faceva certo
distinguere il soldato dal semplice borghese, perchè noi
[pg 224]
non troviamo traccia di uniforme fra le truppe ebree.
Ogni corpo d'armata si componeva, di parecchie legioni
di mille uomini, suddivise in bande di cento e di cinquanta.
Il generale in capo detto *sar ahháil* o *sar assavà*,
oppure il re quando prendeva il comando in persona,
aveva sotto i suoi ordini i generali comandanti le divisioni,
ed era seguito da uno scudiero o portatore d'armi detto
*noscè chelim*. A quanto pare i carri formavano due
divisioni, di cui ciascuna aveva il proprio capitano. Gli
ufficiali superiori formavano un consiglio, che in tempo
di guerra si erigeva a tribunale per giudicare gli accusati
di delitto politico. Probabilmente fu un consimile tribunale
che fece gettare Geremia in un pozzo contro il volere del
re stesso, perchè predicava al popolo l'alleanza coi Caldei.
Il mantenimento dei soldati era a carico delle loro proprie
famiglie; e dal fatto di Barzilai bisogna convenire che i
ricchi proprietarii erano larghi di provvisioni alle truppe
che militavano presso i loro possedimenti.

Le armi che adoperavano gli ebrei erano come quelle
degli altri popoli di due specie *difensive* ed *offensive*.
Quali armi difensive noi troviamo menzionate le seguenti:
1º Il *Sinnáh* o il grande scudo, il quale probabilmente aveva
la forma ovale e copriva tutto il corpo; 2º Il *maghén*, il
piccolo scudo di forma tonda e che copriva il ventre.
Quest'arma è molto più antica del *Sinnah* perchè mentre
questa la troviamo menzionata ai tempi di Abramo, non
troviamo traccia dell'altra sino dopo l'epoca di Davide. Da
un passaggio d'Ezechiele risulta, che queste armi erano in
legno, coperte di una pelle che talvolta veniva unta d'olio.
Ciò non toglieva però che se ne fabbricassero anche in
rame, e che Salomone ne avesse parecchie d'oro sospese alle
pareti del suo palazzo quali ornamenti. 3º Il *Kóvanh* (elmo)
ordinariamente di rame. 4º Il *Sirion* corazza di rame fatta
a scaglie. 5º Il *Mishhà* gambale di rame menzionato una
sola volta nella descrizione della armatura di Golia,
epperciò forse non in uso fra gli ebrei.

Di armi offensive ne troviamo pure diverse: 1º Il *hhérev*
[pg 225]
(coltello o spada) chiuso in una fodera *thàar* e attaccato
a una cintura particolare; 2º differenti specie di lancie, e
di dardi designati colle parole: *rómahh*, *hhanid*, *hhídon*,
*hhess*; di cui è difficile precisare le forme; 3º *Késced* (arco)
ordinariamente di rame, colle freccie che si portavano in
un turcasso sulle spalle; 4º *Kélan* (fionda), che era a dir
vero un'arma pastorale, ma convien credere che se ne
servissero anche nelle guerre perchè la Bibbia registra
che la tribù di Beniamino contava «settecento giovani
scelti mancini, i quali tutti miravano colla fionda ad un
capello e non fallivano».

Per completare queste nostre nozioni, dovremmo discorrere
delle macchine da guerra che erano di un'immensa
importanza nello assedio delle città, e nella loro
difesa. Ma sono pochissime le nozioni che ci sono somministrate
dalla Scrittura a questo riguardo. Nel secondo
libro dei Paralipòmeni leggiamo che Ocozia re di Giuda,
fece fabbricare in Gerusalemme mai più vedute *hhissevonóth*,
per metterle sulle torri e sugli angoli delle
mura a lanciar dardi e grosse pietre. Ora tali macchine
non potevano essere che catapulte e baliste e fors'anche
arieti il cui nome proprio *carim*, e l'appellativo *mehhí
kobél* (percottente di faccia) sono adoperati in Ezechiele.
Di fatti la catapulta era un grande arco che si stendeva
e lanciava molto lontano freccie, giavellotti pesantissimi
ed anche travi; e la balista teneva luogo di grande fionda
gittando sassi a grandi distanze.

Ma le più micidiali fra tutte le macchine da guerra
erano i così detti *carri falcati*, che la Scrittura distingue
in due specie: gli uni servivano solamente per condurre
i principi o generali; gli altri armati di ferro si spingevano
contro la fanteria e menavano grande strage. I primi carri
bellici di cui ci si parli, sono quelli condotti da Faraone
contro gli ebrei dopo la loro uscita dell'Egitto, e che
vennero sommersi nell'Eritreo in numero di sei cento: ma
Mosè non dice se erano armati o semplici carri da corso.
I Cananei, i Filistei e i Sirii ne facevano grande uso, perchè
[pg 226]
Sìssera si portò a combattere contro Debora con settecento
carri di ferro, ma non scorgesi che i re ebrei siansene
mai serviti.

Tre vocaboli sono adoperati in ebraico per designare le
insegne militari, cioè *déghel*, *oth* e *ness*. È impossibile
determinare con certezza la differenza degli oggetti indicati
con tali nomi. Molti interpreti però credono che il vocabolo
*ness* si adoperasse per designare un piuolo o pertica alla
cui sommità attaccavasi una striscia di stoffa od altro che
sventolasse, e che si ergeva sulle colline quale segnale
o punto di convegno; che il vocabolo *oth* significasse
l'insegna particolare di ciascuna tribù; e che il *déghel*,
distinto dagli altri due pel colore della stoffa, fosse l'insegna
comune di ogni corpo d'armata composto di tre
tribù.

Secondo i Rabbini le dodici tribù d'Israele formavano
quattro corpi colle seguenti insegne. Giuda, Issacar e
Zebulun portavano sulla loro bandiera un lioncello con
queste parole: *Kumà adonaî véiafússu oievéhha* ecc.
(Sorgi o Signore! e saranno dispersi i tuoi nemici e
fuggiranno i tuoi avversarii dal tuo cospetto); Ruben,
Simeone e Gad portavano sulla loro bandiera un cervo
colla leggenda *Scemáh Israel* ecc. (Ascolta Israele l'Eterno
Dio nostro è Dio unico); Efraim, Manasse e Beniamino
avevano un fanciullo ricamato col motto *Vaanán adonaï
aleém iomám* (e la nube di Dio era sopra di loro nel giorno,
nel loro partire dall'accampamento) e finalmente Dan,
Asser e Naftali avevano un'aquila collo scritto *Suvvà
adonai rivevóth alfè Israél* (Ritorna o Dio fra le migliaia
d'Israele!),

Giunti oramai al compimento del nostro lavoro, e rincrescendoci
di separarci dai lettori che ebbero la gentilezza
di _`seguirci sin qui`, coll'argomento che la disposizione della
materia ci obbligò a trattare per ultimo; ci sia permesso
che ci accomiatiamo da loro coll'esprimere un voto che
parte spontaneo dal nostro cuore: _`ripetendo qui` le parole
colle quali il profeta Isaia e Michea, vaticinarono l'epoca
[pg 227]
beata che immancabilmente dovrà sorgere per l'umanità.
_`«Popoli numerosi` si porranno in cammino, e diranno:
«Venite, andiamo al monte del Signore, al tempio del
Dio di Giacobbe; perchè c'insegni alcuni dei suoi dettami,
in guisa che possiamo seguire le sue vie». Imperocchè
da Sionne uscirà ammaestramento, e la parola del Signore
_`da Gerusalemme`. Egli giudicherà tra le nazioni, e pronunzierà
sentenza a popoli numerosi, i quali quindi
spezzeranno le proprie spade per farne delle marre, e le
proprie lancie per farne falci; una nazione non alzerà più
contro l'altra la spada, nè altri più si eserciterà nell'arte
della guerra.... Gli stranieri poi aggregatisi al Signore
per prestargli Culto, e per amare il nome del Signore, ed
essergli servi.... Io li condurrò al mio sacro monte, e li
rallegrerò nella mia Casa d'orazione; i loro olocausti ed
altri sacrifizii saranno graditi sul mio altare: perciocchè
il mio Tempio si chiamerà Casa d'orazione di tutti i
popoli».

|

.. image:: images/decor_p_227.png
   :align: center
   :width: 20%
   :alt:

.. vfill::

.. clearpage::

.. footnotes:: Note

[pg 229]




INDICE
======

.. ..iperlinchi stilosi

.. |Introduzione| replace:: :small-caps:`Introduzione`
.. |Divisione del tempo| replace:: *Divisione del tempo*
.. |Sui nomi degli Angeli| replace:: *Sui nomi degli Angeli*
.. |Della Palestina| replace:: *Della Palestina*
.. |Abitazioni degli antichi Ebrei| replace:: *Abitazioni degli antichi Ebrei*
.. |Mezuzà, Sissith e tefilim| replace:: *Mezuzà, Sissith e tefilim*
.. |Dei Sciofetim (giudici)| replace:: Dei *Sciofetim* (giudici)
.. |Savuòd| replace:: *Savuòd*
.. |Società Domestica| replace:: *Società Domestica*
.. |Nuova insurrezione in Giudea| replace:: Nuova insurrezione in Giudea
   —*Bar-Cochebà*—Caduta di Biter
.. |Sullo suono dello Sciofar| replace:: Sullo suono dello *Sciofar*
.. |Nascita di Samuele| replace:: Nascita di Samuele—Instituzione
   dell'*Aftará*
.. |Il giorno di Chipur| replace:: Il giorno di *Chipur*
.. |Importante decisione di Esdra| replace:: Importante decisione di *Esdra*
.. |Dei Natinei| replace:: Dei *Natinei*
.. |Hhanuchà| replace:: *Hhanuchà*
.. |digiuno del giorno decimo| replace:: Digiuno
.. |Archeologia Teved| replace:: :small-caps:`Archeologia`
.. |Antichità politiche| replace:: *Antichità politiche*
.. |I soterim| replace:: I *soterim*
.. |Gli Orim e Tumim| replace:: Gli *Orím* e *Tumim*

.. ..nota Orim,Orím

.. |I Karaiti| replace:: I *Karaiti*
.. |Archeologia Scevath| replace:: :small-caps:`Archeologia`
.. |Purim| replace:: *Purim*
.. |Archeologia Adar| replace:: :small-caps:`Archeologia`

.. |Sucoth| replace:: *Sucoth*

.. |Nissan| replace:: **Nissan**
.. |Iiar| replace:: **Iiar**
.. |Sivan| replace:: **Sivan**
.. |Thamuz| replace:: **Thamuz**
.. |Ab| replace:: **Ab**
.. |Ellul| replace:: **Ellul**
.. |Tisrí| replace:: **Tisrí**
.. |Marhhasvan| replace:: **Marhhasvan**
.. |Chislev| replace:: **Chislev**
.. |Teved| replace:: **Teved**
.. |Scevath| replace:: **Scevath**
.. |Adar| replace:: **Adar**

.. .spazi prima delle pagine danno un allineamento quasi buono
   in modo testo; l'incolonnament tra mese e mese in html e
   pdf (livelli di rientro) non riesce

| |Introduzione|_                                             pag. 5
|   `Nozioni preliminari`_                                       »   7
|   |Divisione del tempo|_
|     `§ 1. Stagioni`_                                           » ivi
|     `§ 2. L'anno`_                                             »   8
|     `§ 3. Del giorno e del mese`_                              »   9
|   |Sui nomi degli Angeli|_                                   »  11

.. class:: center large

   | |Nissan|_

|   `Nascita di Mosè`_                                           »  13
|   `Uscita d'Egitto`_                                           »  16
|   `Instituzione della Pasqua`_                                 »  17
|   `Inaugurazione del Tabernacolo`_                             »  19
|   `Sollevazione del popolo`_                                   » ivi
|   `Passaggio del Giordano`_                                    »  20
| :small-caps:`Archeologia Biblica`
|   |Della Palestina|_
|     `§ 1. Limiti, montagne e fertilità della Palestina`_       »  21
|     `§ 2. Dell'agricoltura e suoi strumenti`_                  »  24
|     `§ 3. Suoi prodotti`_                                      »  25

.. class:: center large

   | |Iiar|_

|   `Diluvio`_                                                   »  26
|   `Sulla longevità degli anti-diluviani`_                      »  28
|   `I sette comandi Noèchidi`_                                  »  30
|   `Censimento del popolo`_                                     » ivi
|   `Fondazione e inaugurazione del Tempio di Salomone`_         »  32
| :small-caps:`Antichità Domestiche`
|   |Abitazioni degli antichi Ebrei|_                          »  34
|     `§ 1. Le Caverne`_                                         » ivi
|     `§ 2. Le Capanne`_                                         »  35
|     `§ 3. Le Tende`_                                           »  36
|     `§ 4. Villaggi e città`_                                   » ivi
|     `§ 5. Le Case`_                                            »  37
|          |Mezuzà, Sissith e tefilim|_                           »  38
|          |Dei Sciofetim (giudici)|_                             »  40
|     `§ 6. Mobili`_                                             »  41

.. class:: center large

  | |Sivan|_

|   `Proclamazione del Decalogo`_                                »  42
|     |Savuòd|_                                                »  47
|   [pg 230]
|   |Società Domestica|_                                     pag. 47
|     `§ 1. Matrimonio`_                                         » ivi
|     `§ 2. Levirato`_                                           »  50
|     `§ 3. Moglie sospetta`_                                    »  52
|     `§ 4. Divorzio`_                                           »  53

.. class:: center large

   | |Thamuz|_

|   `Digiuno`_                                                   »  56
|     `§ 5. Fanciulli`_                                          » ivi
|     `§ 6. Circoncisione`_                                      »  57
|     `§ 7. Educazione`_                                         »  59
|     `§ 8. Schiavi`_                                            »  60
|   `La famiglia ebrea—Considerazioni`_                          »  61

.. class:: center large

   | |Ab|_

|   `Ritorno degli esploratori`_                                 »  65
|   `Il peccato di Mosè`_                                        »  68
|   `Caduta del regno d'Israele`_                                »  69
|   `Caduta del regno di Giuda e distruzione del primo Tempio`_  »  73
|   `Rifabbricazione di Gerusalemme e del secondo Tempio`_       »  74
|   `Distruzione del secondo Tempio`_                            »  76
|   `Il castigo di Tito—Leggenda`_                               »  85
|   |Nuova insurrezione in Giudea|_ » 89
|   `Descrizione di Gerusalemme`_                                »  90
|   `Descrizione del Tempio di Salomone`_                        »  92

.. class:: center large

   | |Ellul|_

|   `Compimento delle mura di Gerusalemme`_                     »  95
|   |Sullo suono dello Sciofar|_                              »  96
|   `Dell'anno Sabbatico`_                                      »  98
|   `Fertilità della Palestina`_                                » 100
|   `Dell'anno del Giubileo`_                                   » 105
| :small-caps:`Antichità Civili`
|   `Carattere degli antichi Ebrei`_                            » 107
|   `Atti di Urbanità—Del Saluto`_                              » 109
|                     `Dei Regali`_                                     » 111
|                     `Dei Festini`_                                    » 112
|                     `Del giuoco e della caccia`_                      » 113
|                     `Sul trattamento verso i poveri e gli stranieri`_ » 115

.. class:: center large

   | |Tisrí|_

|   `Capo d'anno—I 10 giorni penitenziali`_                      » 118
|   |Nascita di Samuele|_             » 121
|   |Il giorno di Chipur|_                                     » 122
|   |Sucoth|_                                                  » 124
|   `Morte di Godolia—Digiuno`_                                  » 127
|   `Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione`_           » 128
|   `Morte di Aristobolo`_                                       » 132
| :small-caps:`Antichità Civili`
|     `§ 1. Malattie`_                                           » 134
|     `§ 2. Immortalità dell'anima`_                             » 136
|     `§ 3. Sepoltura`_                                          » 138
|     `§ 4. Medici`_                                             » 139
| [pg 231]

.. class:: center large

   | |Marhhasvan|_

|   `Festa instituita da Roboamo`_                              pag. 141
|   `Il profetismo`_                                               » 143
|   `Delle Arti presso gli antichi Ebrei`_                         » 144
|   `Leggenda di Salomone`_                                        » 149

.. class:: center large

  | |Chislev|_

|   |Importante decisione di Esdra|_                             » 156
|   |Dei Natinei|_                                               » 158
|   `I tre Proclami di Giosuè`_                                    » 160
|   `Guerre dei Macabei contro Antioco`_                           » 161
|   `Chi erano i Farisei`_                                         » ivi
|   `Alessandro Magno in Asia—Apologo`_                            » 163
|   `Martirio di sette fratelli`_                                  » 168
|   |Hhanuchà|_                                                  » 174
|   `Pesi e misure`_                                               » ivi
|   `Monete`_                                                      » 175

.. class:: center large

   | |Teved|_

|   |Digiuno del giorno decimo|_                                                 » 179
|   `Assedio di Gerusalemme`_                                  » ivi
|   `Teoria del Digiuno`_                                      » 180
| |Archeologia Teved|_                                             » 181
|   |Antichità politiche|_                                   » ivi
|   `Forma di Governo`_                                        » ivi
|     `§ 1. Gli Anziani`_                                      » 185
|     `§ 2. I Capi delle tribù e delle famiglie`_              » 187
|     `§ 3. I Giudici`_                                        » 188
|     `§ 4. I soterim`_                                        » ivi
|     `§ 5. Capo dello Stato`_                                 » 189
|          |Gli Orim e Tumim|_                                » 190
|     `§ 6. Del Senato o Sinedrio`_                            » 193

.. class:: center large

   | |Scevath|_

|   `Ripetizione della Legge`_                                 » 194
|   `La Bibbia—Sue divisioni`_                                 » 195
|   `La Legge Orale`_                                          » 199
|   |I Karaiti|_                                             » ivi
| |Archeologia Scevath|_                                             » 200
|   `Delle Leggi penali`_                                      » ivi
|   `I Sacrifizii`_                                            » 201
|   `Amministrazione della giustizia`_                         » 206

.. class:: center large

   | |Adar|_

|   `Morte di Mosè`_                                           » 209
|   `Il sepolcro di Mosè`_                                     » 213
|   |Purim|_                                                 » 214
| |Archeologia Adar|_                                             » 218
|   `Rapporti esteriori—Guerra`_                               » ivi
|   `Il mago Balaamo`_                                         » 219
|   `Organizzazione militare`_                                 » 222

.. clearpage::

[pg 232]

.. vfill::

====

.. class:: center

   | *Proprietà Letteraria*

-----

.. vfill::

.. cleardoublepage::


[pg 234]




DELLO STESSO
============

.. class:: large

   |
   | Nozioni primordiali di Grammatica Ebraica      L. **0,40**
   | Libro di Morale pratica                        »  **1,20**

----

.. class:: center

   |
   | *Vendibili presso l'Autore*
   | **Via Carlo Alberto, Num. 22.**

----

.. vfill::

.. clearpage::

.. topic:: Nota di trascrizione

  La traslitterazione delle parole ebraiche adottata nel testo
  originale non è standard, e non sempre coerente;
  segue la pronuncia ebraica italiana, specialmente quella piemontese:
  per esempio ת senza daghesh = *th*, ma anche *t*, in fine di parola
  *d* (p.es.
  a p.\ [pg 195]_
  *Thorà*,
  *Berescid*); la ע è stata perlopiù trascritta *n* (*regan*, *ssavuan*) o
  *nh*, oppure omessa (*aravà*, *saà*) o trascritta con *h* (*Schemah*);
  addirittura
  a p.\ [pg 10]_, sestultima riga del testo,
  la lettera ע è resa in *ssivñhà*, unica volta nel libro,
  con una *n* barrata, qui trascritta con *ñ*, seguita da una *h*.
  שׁ = *sc* (*scum*) o *sci* (*sciuscian*) ma anche *sch* (*schalom*)
  o *ss* (p.es.
  a p.\ [pg 118]_
  *ross'assanà*, *sciofar*); צ = *s*, *ss* tanto quanto *z* (p.es.
  a p.\ [pg 156]_:
  *hhazozerà*, *silselè*);
  ח = *hh*, salvo le poche volte in cui è omessa come in *Oreb*;
  la ה, muta per gli italiani, è di regola
  omessa; muta per muta, la א raramente è resa con *h* (*Hisc*, *Hiscà*).
  Le consonanti sono raddoppiate quando la pronuncia ebraica italiana
  le rinforza. Tutto questo lo si è riprodotto fedelmente.
  Sembra inoltre che l'autore abbia fatto una certa attenzione all'uso
  di accenti gravi, acuti, circonflessi come di dieresi sulle parole
  traslitterate, sia nel loro mezzo che sulla sillaba finale; tuttavia,
  il sistema usato sembra molto incostante (per esempio
  a p.\ [pg 226]_ si trova tanto `Israel`
  che `Israél`; e altresì `adonai`, `adonaï` e `adonaî`). Tutti questi accenti
  sono stati mantenuti nella presente trascrizione.

  Le note a piè pagina, numerate per pagina nell'originale, sono state
  rinumerate con numerazione progressiva globale.

  Sono stati corretti i seguenti refusi:

     - **p.21, nota, l.1:** a difesa della loro donne |-->|
       `a difesa delle loro donne`_
     - **p.26, nota (1), l.9:** si rapppresentano |-->| `si rappresentano`_
     - **p.22, nota, l.-1:** su questa terra |-->| `se questa terra`_
     - **p.48, nota (1), l.2:** Sarà |-->| `Sara`_
     - **p.50, nota (1), l.3:**  quì la traduzione |-->| `qui la traduzione`_
     - **p.51 l.13:** popoteva |-->| `poteva`_
     - **p.69, nota, l.-7:** aspostrofare il popolo |-->|
       `apostrofare il popolo`_
     - **p.76 l.4:** di tessere quì |-->| `di tessere qui`_
     - **p.98 l.17:** l'inanienabilità |-->| `l'inalienabilità`_
     - **p.139 l.-16:** Aggiungeremo quì |-->| `Aggiungeremo qui`_
     - **p.140 l.21:** acccenna |-->| `accenna`_
     - **p.159 l.6:** si trovasseso |-->| `si trovassero`_
     - **p.164, nota, l.-11:** dell'asia |-->| `dell'Asia`_
     - **p.173 l.-13:** Gesusalemme |-->| `Gerusalemme`_
     - **p.174 l.13:** hhamuchà |-->| `hhanuchà`_
     - **p.202, nota (1), l.3:** olocuasto |-->| `olocausto`_
     - **p.211 l.-6:** cerchi quì? |-->| `cerchi qui?»`_
     - **p.216 l.-12:** nuovamente lu |-->| `nuovamente lui`_
     - **p.216 l.-4:** non poi tendo |-->| `non potendo`_
     - **p.221 l.7:** allora al |-->| `allora la`_
     - **p.221, nota, l.-17:** montaneamente |-->| `momentaneamente`_
     - **p.226 l.-5:** seguirci sin quì |-->| `seguirci sin qui`_
     - **p.226 l.-2:** ripetendo quì |-->| `ripetendo qui`_
     - **p.227 l.7:** da Gesusalemme |-->| `da Gerusalemme`_


  .. |settegiorni| replace:: sette giorni da *ssevan*, *ssivñhà*)

  Punteggiatura corretta:

     - **p.10, l.28:** |settegiorni|_ *parentesi mancante*
     - **p.15 l.-6, nota:** `«Io sono colui che sono»`_ *punto mancante*
     - **p.19 l. 17:** `da Mosè nel deserto.`_ *punto mancante*
     - **p.20, ultima linea del testo**: `tribù di Manasse`_ *punto e virgola
       invece di virgola dopo il riferimento di nota*
     - **p.20, nota (2), l.3:** `grassi pascoli,`_ *punto e virgola
       invece di virgola*
     - **p.21 l.13:**  `Canaan,`_ *punto e virgola invece di virgola*
     - **p.48, nota (1), l.1:**  `della stessa sua moglie`_ *punto di troppo*
     - **p.51, nota (1), l.5:** `conseguenze del rifiuto.`_ *punto mancante*
     - **p.53, testo, l.-5:** `per pena dell'adulterio.`_ *punto mancante*
     - **p.55 l.7:** `di ripudiare la moglie:`_ *due punti mancanti*
     - **p.55 l.18:** `Il giorno...`_ *due soli punti di sospensione*
     - **p.55 l.22:** `rimando te...`_ *due soli punti di sospensione*
     - **p.65 l.19:** `per noi.`_ *punto mancante*
     - **p.65 l.-8:** `(Dio)`_ *punto superfluo*
     - **p.65 l.-4:** `i suoi raggi benefici.`_ *punto mancante*
     - **p.76 l.-5:** `ottant'anni.`_ *punto mancante*
     - **p.93 l.-10:** `entro il Tempio`_ *due punti superflui*
     - **p.94 l.1:** `fatto a catena.`_ *due punti invece del punto*
     - **p.108, nota (1), l.-14:** `verso l'Oreb,`_ *virgola mancante*
     - **p.112 l.10:** `in occasioni di matrimoni;`_ *due punti invece di
       punto e virgola*
     - **p.124 l.3:** `in tutto il paese.`_ *virgolette » superflue*
     - **p.148 l.12:** `una tale colpa?`_ *virgolette » superflue*
     - **p.176, nota(1), l.-7:** `» (per la libertà di Gerusalemme)`_
       *mancano virgolette chiuse dopo ierusaláim*
     - **p.178 l.-11:** `3. Lo sékel`_ *punto dopo il 3 mancante*
     - **p.182 l.-19:** `capi.`_ *punto mancante*
     - **p.194 l.-4:** `eterna predilezione.`_  *virgolette » superflue*

  Lezioni dubbie lasciate tali (tra parentesi quadre la probabile
  lezione corretta):

     - **p.19 l. 17:** `ommettiamo`_ *[omettiamo]*
     - **p.26, nota (1), l.-2:** `mêta`_ *[meta o méta]*
     - **p.36 l.3:** `nomade`_ *[nomadi]*
     - **p.36 l.4:** hóel_ *[óhel]*
     - **p.36 l.9:** iadéth_ *[iathéd]*
     - **p.43, nota (1) l.5:** `contradizione`_ *[contraddizione]*
     - **p.44, ultima linea del testo:** `Daltronde`_ *[D'altronde]*
     - **p.45 l.24:** `E i figli degli uccisori`_: *citazione nella citazione,
       virgolette « aperte due volte e chiuse una volta sola*
     - **p.45, nota, l.2:** `Bibblica`_ *[Biblica]*
     - **p.47 l-2 (testo):** `corruttella`_ *[corruttela]*
     - **p.74 l-7:** `allo entusiasmo`_ *[all'entusiasmo]*
     - **p.98 l.21:** `perdominanti`_ *[predominanti]*
     - **p.100, nota, l-4:** `nero splendissimo`_ *[splendidissimo o
       splendentissimo]*
     - **p.101, nota, l-18:** `in lontanza`_ *[in lontananza]*
     - **p.104, nota (1):** `«Dice così il Signore,`_... *citazione nella citazione,
       virgolette « aperte più volte che chiuse*
     - **p.105 l.4 seg.:** `«Per quale motivo`_ *citazione nella citazione,
       virgolette « aperte due volte e chiuse una sola*
     - **p.170 l.-15:** `Finees`_ *[Pinehhas]*
     - **p.177 l.9:** `Zéretk`_ *[Zéreth]*
     - **p.177 l.18:** `chivrád-érez`_ *[chirvád-érez]*
     - **p.181, nota, l.-4:** `«Nei pubblici digiuni`_ *citazione nella
       citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una sola*
     - **p.185—193:** *§ 1. 5. hanno il punto, § 2 3 4 6 no*
     - **p.227 l.2 seg.:** `«Popoli numerosi`_ *citazione nella
       citazione, virgolette « aperte due volte e chiuse una sola*

|
|
|
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|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK I MESI DELL'ANNO EBRAICO CON BREVI NOZIONI DI ARCHEOLOGIA BIBLICA \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

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.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
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(or any other work associated in any way with the phrase “Project
Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full
Project Gutenberg™ License available with this file or online at
http://www.gutenberg.org/license.


Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg™ electronic works
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**1.A.** By reading or using any part of this Project Gutenberg™
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
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Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound by
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**1.B.** “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
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things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
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paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg™ electronic
works. See paragraph 1.E below.

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States. If an individual work is in the public domain in the United
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.. class:: open

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
  the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method you
  already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed to
  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
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“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
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PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
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written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

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forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
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Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

