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   :PG.Title: Il diavolo nell'ampolla
   :PG.Released: 2012-01-21
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Adolfo Albertazzi
   :DC.Title: Il diavolo nell'ampolla
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1918
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Il diavolo nell'ampolla
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Il diavolo nell'ampolla
      
      Author: Adolfo Albertazzi
      
      Release Date: January 21, 2012 [EBook #38637]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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| DELLO STESSO AUTORE:

   | *Ora e sempre*, novelle. 3.º migliaio L. 1 75
   | *In faccia al destino*, romanzo L. 3 50
   | *Il zucchetto rosso e Storie d'altri colori* L. 3 50
   | *Novelle umoristiche* L. 1 75

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   | :large:`ADOLFO ALBERTAZZI`
   |
   | :xx-large:`IL DIAVOLO`
   | :xx-large:`NELL'AMPOLLA`
   |
   | NOVELLE
   |
   |
   | MILANO
   | :small-caps:`Fratelli Treves, Editori`
   | 1918
   |  —
   | **Secondo migliaio.**

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   PROPRIETÀ LETTERARIA.

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   *I diritti di riproduzione e di traduzione sono
   riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,
   la Norvegia e l'Olanda.*

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   | :small:`Tip. Fratelli Treves.`

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[pg!1]




LE FIGURINE.
============


— Mulattiere!

Al vicino, che gli chiedeva del suo servizio,
rispose con l'impeto d'una coscienza aperta a
tutti i doveri e a tutti i pericoli della carica.
E per dimostrarne meglio la gravità, aggiunse:

— Addetto al vettovagliamento!

Anche la voce, forte, sonora, era espressione
di vigoria.

— Di dove venite?

— Dal Trentino.

— E siete in licenza?

— Sì. Otto giorni di licenza straordinaria.
Vado a casa a divertirmi.

Ora sorrise; ma l'ironia si adattava così male
a quella sua faccia di uomo sano e florido e
a quei suoi occhi chiariti dall'anima schietta e
semplice, che gli ascoltatori rimasero incerti.

— Mi è morta la moglie quasi
[pg!2]
all'improvviso. — Dimenando la testa significava: — Questa
doveva capitar proprio a me!

Quando la porticella fu riaperta, che già il
treno era in moto.

— Oh! Carlino!

— Oh! Saverio! Sei qui?

Il sopravvenuto atteggiava il volto a mestizia;
nell'altro il piacere dell'incontro pareva
superar la tristezza dell'occasione.

— Ho viaggiato tutta notte. Sono arrivato,
da Verona, a mezzodì, e ho fatto appena in
tempo a correre da mio cognato, all'arsenale.

— Rubata! — esclamò l'amico. — Ti è stata
rubata, Saverio! Nemmeno il dottore sa capire
il come e il perchè della disgrazia, così, d'un
tratto.

— Cosa importa saper il come e il perchè? — il
soldato disse a voce anche più alta. — È
morta, ecco!

— Hai ragione.

Inutile indagare; argomento concluso. Potevan
passare ad altro.

— Ditemi, Carlino. Vostro nipote?

— Ferito a una gamba; ne avrà per qualche
settimana.

— Me ne rallegro, che si tratti di poco. E
gli amici? Otto mesi che non ne ho nuova!
Michele Costa?

[pg!3]
— È prigioniero.

— Prigioniero! Michele? — La notizia conteneva
per lui tale contrasto fra l'idea di prigionia
e l'immagine dell'amico spaccone o gaudente,
che il soldato scoppiò a ridere. E udendolo e
vedendolo ridere, più d'uno, ai prossimi posti,
pensò: — Bel dolore ha costui d'esser rimasto
vedovo!

Ma il dialogo seguitava.

— E Luigi dell'Osteria Grande?

— Imboscato.

— Figlio d'un cane! E Isidoro?

— È morto; a Bainsizza. Anche Giovanni del
Poggio: ha lasciata la pelle in Albania.

Il mulattiere stette un po' a bocca aperta; e
soggiunse:

— Io non trovo che morir qui o morir là
sia lo stesso. Io preferirei la fine d'Isidoro.

Non tutti eran del suo parere, e sorse una
discussione; della quale approfittò l'amico, che
stava in piedi, per andar a un posto, in fondo
alla carrozza.

— Ehi, Carlino! — Saverio gli urlò dietro. — Vi
ringrazio di quel che avrete fatto per
la mia vecchia.

E poi volgendosi alla donna dirimpetto a lui:

— Se tutti fossero galantuomini come Carlino,
la guerra non ci sarebbe.

[pg!4]
— Non ci sarebbero tante famiglie addolorate — sospirò
la donna.

Riprese il mulattiere:

— La guerra non si può fare senza ammazzar
il prossimo, e non c'è da meravigliarsi
che molti abbiano da patire. Non c'è da meravigliarsi
che uno si salvi e uno ci resti. Secondo
il destino! Un giorno io conducevo la
mula su per un monte battuto dalla mitraglia.
Tenevo la briglia a man mancina, dalla parte
bassa del sentiero. Un colpo, e la mula stramazzò
con la testa fracassata. Se ero a mano
diritta, il colpo toccava a me. Bene; chi mi
avesse detto quel giorno: — Tu l'hai scampata;
tua moglie non la scamperà —, gli avrei dato
del matto.

Sempre col tono d'uno che narra una storia
non sua, il soldato continuò:

— Matto invece sono stato io, dall'altra sera
fino a oggi, fino all'ora che ho discorso con
mio cognato. L'altra sera io e il mio compagno,
Biagini, un toscano, avevamo già caricate
le bestie (si andava al reparto, al lume di luna),
quando mi consegnarono una lettera. Accendo
un zolfanello. Vedo che non è la scrittura di
mia moglie; è della mamma. — Uhm! — dico. — Scrivermi
la mamma?: m'insospettisce. — Non
ci pensare — fa Biagini. — Siamo al Natale e
[pg!5]
tutte le mamme scrivono ai su' figliuoli. — E
non ci pensai più. Tornati, nella baracca ci
avevo un pezzo di candela. Lessi. È persuasa?
Mi misi in mente che fosse un raggiro di mia
madre con qualcuno del Comune per ottenermi
la licenza. Anche il certificato di morte mi pareva
una fola! Ma oggi ho dovuto credere.
Mia moglie il sabato avanti le Feste venne a
Bologna a trovar la sorella; stava bene; allegra;
il ritratto della salute. Arrivò a casa,
e andò a letto, che non era più lei. Mio fratello
corse dal dottore, e lei in quel mentre
spirava.

Una breve pausa; e dopo:

— Cosa importa saper il come e il perchè?
È morta: ecco!

La donna chiese:

— Avete figli?

— Uno; di sei anni. Il giorno che partii,
volli mangiare, prima d'avviarmi. Mia moglie — piangeva — cominciò
a tagliar del prosciutto. — Basta! — diss'io.
E il bambino: — No,
mamma; tagliane pur molto, del prosciutto, al
babbo, che non ne mangerà più. — Fra poco
il bambino mi verrà incontro e mi dirà: — La
mamma è morta.

Il vicino di posto guardò il mulattiere: immutato
nel viso come nella voce. Solo gli vide
[pg!6]
una lagrima, ferma, tra ciglio e ciglio, in coda
all'occhio.

Allora parlò colui:

— Sapete perchè l'avete perduta, la vostra
donna? Perchè era onesta. Le altre, che non
si accorano d'aver il marito lontano, quelle,
state pur sicuro, non muoiono!

Gli ascoltatori approvarono, e la conversazione
prese un andamento piacevole. Saverio
rideva non meno degli altri, e più forte.

Nessuno avvertiva in lui un'eccitazione
strana: per l'insonnia — tre notti che non dormiva —;
per la fame — dalla sera innanzi non
aveva mangiato che una mezza pagnotta —;
per il piacere stesso che, in contrasto con la
sua sventura, provava a riudire il suo dialetto,
a trovarsi fra gente delle sue parti, in vista ai noti
luoghi, lontano dalla vita di guerra. Nessuno,
neppure il vicino, dubitava ch'egli non fosse
una clamorosa testimonianza del motto: «Chi
è morto, giace; e chi è vivo, si dà pace».

----

Carlino e Saverio discesero alla stazione di
San Niccolò. Una stretta di mano; buona sera!,
e si separarono.

Il soldato s'incamminò a passo di marcia per
la viottola solitaria.

[pg!7]
Cadeva rapido il crepuscolo; la luce sfuggiva
dalla tetraggine dei campi arati, umidi e
neri; dei filari degli olmi scheletriti; della nebbia
che celava le montagne e velava di desolazione
le cascine e le case sperdute nel freddo.
I pappi delle vitalbe coprivano d'una bianchezza
funerea le siepi brulle ed irte. E Saverio andava
per il fango.

Precorrendo col pensiero rivedeva il fratello,
maggiore di parecchi anni, sempre uguale: taciturno,
rozzo, e robusto e paziente come i
buoi a cui s'affezionava più che agli uomini;
rivedeva, invecchiata, la madre; cresciuto il
figliuolo. Che smania di stringerselo sul cuore! — Giorgio!
Giorgio! — Ma il timore di udirlo
piangere, invocar la madre, gli diveniva un
senso di peso enorme, addosso.

Eppure aveva seco, nel tascapane, il modo
di quetarlo. — Guarda cosa t'ho portato! Un
pastorino con l'agnello! — L'aveva comperato
a Bologna, sotto il portico della chiesa dei
Servi, ove i venditori di figurine da presepio
indugiavano sin oltre l'Epifania. Quattro soldi!
Per quattro soldi, una volta, se ne avevan quattro
delle figure di terracotta.

Il mondo, non c'è che dire, va a rovescio;
chi però abbia voglia di lavorare ci troverà
sempre da far bene. E la guerra se molti ne
[pg!8]
porta in su, molti ne porta in basso; calerà il
prezzo del terreno, e fortunati quelli che avran
capitale da investire in campagna! A guerra
finita, lui e il fratello potrebbero lasciar la mezzadria
e prendere in affitto un buon podere;
e industriarsi col bestiame. Mercante di buoi:
era stato il suo sogno fin da ragazzo. Occhio
sicuro, astuzia, parola di galantuomo; la frusta
in mano, e il portafogli pieno di biglietti da
cento.

Così, sognando per arrivare a casa di buon
animo, arrivò finalmente a casa.

----

Il cane pareva impazzito; balzava contro e
guaiva; correva a furia intorno e abbaiava;
chiamava.

Il fratello, che aveva già rifatto il letto alle
bestie, uscì dalla stalla col lanternino acceso.
Non si commosse.

— Cos'hai di licenza?

— Otto giorni.

— Va bene. Mi aiuterai a potare.

La madre, abbandonata la polenta al fuoco,
spalancò le braccia.

— Quanto aspettare, figliol mio!

— Ehi, mamma!, non voglio pianti — ammonì
[pg!9]
il soldato entrando. — Pugni al cielo
non se ne danno: dunque.... E Giorgio?

— L'ho messo a letto; stanco; addormentato.
Non sta mai fermo in tutto il giorno!

Il soldato si levò il rotolo del mantello, che
aveva a tracolla, e lo depose sul cassone; appiccò
la bisaccia a un chiodo; tolse di mano
al fratello il lanternino, e dicendo: — Vuotate
la polenta, che son morto di fame — salì, per
la scala di legno, al piano di sopra. Ridiscese
tosto.

— Dorme. È bello. Son contento.

Gli lucevano gli occhi, ma il fratello e la madre
finsero di non accorgersene.

Sedettero; i due uomini, alla tavola, la vecchia,
sul focolare; e ingoiarono le fette fumanti.

— Hai saputo di Michele Costa? — chiese
il fratello.

— Sì, me l'ha detto Carlino in treno.

Allora la madre pigliò coraggio.

— T'avrà detto anche, Carlino, che abbiam
fatto quel che abbiam potuto?

— Sì. Non ne discorriamo più.

— E la guerra? — il fratello dimandò, dopo
un poco.

Saverio scosse le spalle. C'era ben altro da
pensare, da dire! Parlò con voce ferma.

— La mamma è vecchia; e d'una donna giovine
[pg!10]
in famiglia ne abbiam bisogno. Prendi
moglie tu.

— No — rispose il fratello, risoluto. — Tribolare
piuttosto.

— Ne prenderò un'altra io. Ma badate: una
come quella non la trovo più in tutto il mondo.

— È vero — confermò la madre. Soggiunse: — Sinchè
io camperò, una matrigna non lo
tratterà male, il bambino.

— E dopo — esclamò torvo Saverio — non
mi mancherebbe un randello da romperle su
la schiena se non rispettasse il mio sangue!

La vecchia si alzò in fretta; andò a deporre
il piatto nel secchiaio; si asciugò gli occhi col
dorso della mano, e Saverio finse di non accorgersene.

— Adesso — il fratello disse riempiendo la
pipa — ti mostro i conti. Li ha fatti Carlino
iersera. Due volte è venuto per consolarci.

E tornò con le carte. Saverio accostò a sè
il lume a petrolio e cominciò a rintracciare e
sommare rendite e spese. In fine, le spese del
mortorio: tanto, nelle torce; tanto, nelle messe;
tanto, nel resto.

— Anche i preti non scherzano! — commentò.

Ma le rendite del grano e dell'uva erano
grandi.

[pg!11]
— Ti scaldo il letto? — propose la madre.

— No, vado a dormir nella stalla.

E riacceso il lanternino, i fratelli uscirono.

Nella stalla Saverio guardò ai buoi giacenti.
Fe' rialzare i manzoli nuovi; li palpò; li accarezzò.

— Belli! Da guadagno.

Poscia l'uno si gettò su la branda; l'altro — il
soldato — nel mucchio di paglia: vi si immerse;
se ne ricoperse con un piacere di ragazzo.

E il russare degli uomini non tardò a confondersi
col respirar fondo dei buoi.

----

Allorchè, la mattina dopo, Saverio entrò in
casa, nel camino fiammeggiava un bel fuoco.

— Mamma, preparatemi i vestiti, da mutarmi.

— E alzerò Giorgio — disse la vecchia sorridendo. — Sgambetta
per tempo.

Il soldato rimase solo. La cucina gli sembrava
più ampia e più nera nel contrasto delle
due luci: la fiamma rossa e riverberante, e
l'albore, che entrava per la finestra appannata.

E d'improvviso, in quello schiarire incerto,
ebbe dinanzi a sè l'immagine della morta: così
[pg!12]
evidente da chiamarla. Volse il capo; e ugualmente
improvviso gli tornò un ricordo. Il dì
che si sposarono, in municipio, uno di coloro
che scrivevano esclamò, serio: — Bella coppia
di sposi!

Un brivido gli corse per la vita; sentì una
colpa nel ripensare a lei bella senza pensare
a lei buona. E cominciò a parlare, a mezza
voce, quasi ci fosse qualcuno ad ascoltar la
lezione della sua esperienza.

— Alla passione non si comanda. È nel
cuore? E anche se non ci date mente, anche
se discorrete d'altro, anche se scherzate e ridete,
anche se non ve ne accorgete, a poco
a poco, la passione, dentro, cresce cresce....

Si rivide nel tragitto a piedi sino al deposito,
nel tragitto in camion sino a Verona, nel
viaggio da Verona a Bologna, e da Bologna a
San Niccolò, in piacevole compagnia.

Chi avrebbe mai detto che il cuore, intanto,
gli si riempiva in questa maniera? E lungo la
strada da San Niccolò a casa non s'era divagato
facendo castelli in aria? E nell'incontro
col fratello e con la madre, e durante la cena
non aveva provato come l'alleggerimento d'un
peso? Non aveva dormito tutta la notte, di
gusto, senza sogni? Ma intanto, a poco a poco,
la passione cresceva, seguitava a riempirgli il
[pg!13]
cuore. E quando è pieno, basta un niente perchè
trabocchi.

No! Si contenne. Il bambino, di sopra, chiamava: — Babbo!
babbo! —; scendeva.

Gli mosse incontro; lo prese per mano gridando: — Vieni
a vedere, Giorgio, cosa ti ho
portato!

E con lui andò a staccar dal chiodo la bisaccia;
si sedè, con lui accanto, alla tavola,
presso alla finestra; introdusse la mano nel
tascapane, adagio, per aumentar l'aspettazione
gioiosa.

Ma — addio pastorino di terracotta! —: la
mano ne toccò due, tre pezzi.

Forse aveva sbattuta la bisaccia salendo in
treno, o scendendo? Non importava saper il
come e il perchè; era rotta, ecco!

Ne ritrasse i pezzi, li osservò, e allora — basta
un niente quando il cuore è troppo pieno — allora
stringendo di più a sè il figliuolo col
braccio destro, distese il braccio sinistro su
la tavola, vi appoggiò la fronte e ruppe in singhiozzi.

Il bambino taceva. Stupito, considerava la
figurina infranta e il padre piangente. Ma si
divincolò.

— Aspetta, babbo! Lasciami andare! Lasciami
andare!

[pg!14]
Sfuggì, salì a gran passi la scala. Tornò che
lo sfogo non era cessato.

— Guarda, babbo! Guarda! Questa è più
bella della tua! Me la portò la mamma da Bologna,
prima di morire. Non piangere! te la
dò a te. Prendila.

Il padre sollevò il capo; sorrise tra le grosse
lagrime; scorse negli occhi del figliuolo, mentre
gli offriva la figurina, gli occhi della sua
donna; e prese a tempestarlo di baci.

E il bambino si mise a piangere anche lui.

[pg!15]




IL CAMICIOTTO ROSSO.
====================


Un discorde mugliare: richiami angusti di vitelli,
come impediti da un soffocamento; aperte,
disperate invocazioni di madri; risposte lunghe,
come estratte dal torace profondo, di buoi. E
uno strepito di campanacci e un romore di
voci umane.

Sotto l'ombria dei tigli e delle acacie arboree
l'agitazione delle bestie e degli uomini da
lontano appariva confusa di bianco e di scuro;
lenta, folta. Ma a penetrarvi si scorgeva un
comporsi e uno scomporsi di gruppi nelle vicende
del mercato; un diradar della folla quando,
a ogni prova di compera, si facevan andare le
paia che i garzoni tiravano per le mordacchie.
I sensali schioccavan le fruste; frustavano seguendo
per alcuni passi; e arrestandosi nel dar
l'ultimo colpo, piegavano innanzi la persona e
la risollevavano quasi a ritirarsi dagli animali
lasciati in libero movimento.

[pg!16]
— Guardate!

Cominciava l'esaltazione dei pregi; la speculazione
dubitosa dei difetti e dei vizi; e mentre
i venditori attendevano con le braccia conserte
o le mani aperte sul petto, il pollice entro
i giri del panciotto, i compratori esaminavano
a fatica i denti, sorridevano al vecchio
inganno delle corna ingiallite e lustrate con olio
e mallo di noce, scostavan le moscaiuole per
veder del tutto la quiete degli occhi, tastavano
le gambe ai malleoli se non celassero vesciconi,
raccoglievano in pugno la pelle del fianco per
accertarne la morbidezza, accostavano l'orecchio
ad ascoltar il respiro e il cuore. E venivan,
dopo, le chiassose richieste e le proposte
commentate da bestemmie, da risate, da gioconde
contumelie. Finchè il sensale tratteneva
per un braccio l'acquirente che fingeva di voler
scappare; afferrava sotto il braccio o col braccio
dietro al dorso il venditore, che si fingeva
irremovibile, e trascinatolo in disparte, gli parlava
sottovoce e lo riconduceva all'altro. Nuova
richiesta; nuova proposta.

E si ripeteva la disamina; e si trovavano non
abbastanza diritte o asciutte le gambe, non
perfetto l'appaiamento. Intorno, i curiosi aspettavano.
Poi, all'ultima proposta del sensale,
avanzavano faccendieri e amici a sospingere il
[pg!17]
braccio del venditore, il braccio del compratore;
e le due destre s'impalmavano che l'accordo non
era ancora pieno. Con dinieghi aspri si svincolavano
le mani; con qualche piccolo rialzo e ribasso
di prezzo, concesso a stento, si riprendevano.
E se, dopo tanto, il contratto era concluso,
che strapponi lo consacravano! Il sensale
da un lato, gli amici dall'altro, con ambedue
le mani premevano alla poderosa, imprescindibile
stretta finale.

----

Fra i paltonieri che al mercato cercavano di
buscar qualche soldo e tra gli spettatori più attenti
lo Scricco non mancava mai, da poi che
era tornato in paese. Ma non infastidiva nessuno.
Là in mezzo sentiva meno la fame e si
saziava di innocua invidia e di una speranza
che solo nel suo segreto si arrovellava in minaccia.
Perchè, uscito dal penitenziario dopo la
lunga condanna, non l'avevano commosso troppo
i mutamenti del mondo: i traffici intravveduti
alle stazioni ferroviarie, i transiti delle biciclette
e delle automobili per ogni strada, le fabbriche
sorte anche nel paese nativo non gli avevano
distolto l'animo dalle rimembranze per amareggiarlo
con lo spettacolo di ricchezze e soddisfazioni
[pg!18]
impensate, di una felicità ignorata. Per
lui i beni grandi e invidiabili restavan quelli
per cui aveva ceduto alla colpa e sopportata la
pena; erano i campi verdi e solatii; erano le
case ove i sacchi di frumento, di frumentone
e sementi si addossavano lungo la loggia ed
ove fermentava l'uva nei tini enormi; erano le
stalle ove non una delle dodici poste si lasciava
mai vuota.

Ah, il sogno della sua giovinezza! Accumular
denaro che bastasse all'acquisto di un pezzo
di terra, e di là estendere possedimento e fortuna,
e conquistar la ricchezza che non muta
per mutar di tempi e di progressi e di macchine;
ed essere felice!

Invece, ecco: ricettando e rivendendo le
cose rubate, aveva perduto tutto; resistendo
alla forza, aveva aggravato il delitto; tacendo
ostinatamente, sempre, il nome dei complici e
salvando il maggior colpevole, aveva aggravata
la condanna su di sè. Diciotto anni! E intanto
Sandro Molenda, Sandro il ladro, il maggior
colpevole che egli aveva salvato col silenzio,
si era fatto ricco lui. Possedeva fondi e bestiame!

E tutti lo rispettavano. E scorgendo al mercato
chi l'aveva salvato dalla galera, non dava
segno di riconoscerlo. Temeva. Ma verrebbe
[pg!19]
l'ora di comparirgli dinanzi, guardarlo in faccia
e dirgli: — Son qui!

L'occasione venne il dì che Sandro Molenda
contrattava un bel paio di bestie con un contadino
di Romagna bassa. Quando chiese: — Son
fidi? —, il venditore rispose: — Fidi —; e,
volto l'occhio in giro, fe' cenno a quello che tra i
presenti gli parve prestarsi meglio alla prova.
Poco più alto di un ragazzo, spelazzato nella faccia
strana, in testa un cappellaccio da risaiolo,
lo Scricco si avvicinò. Con vecchia esperienza
palpò nel collo, l'un dopo l'altro, i mirabili buoi;
li grattò tra le corna; avvicinò il volto ai musi
abbassati tirando la cavezza; tolse le mordacchie:
non si muovevano. Fidi! Guardavano lontano,
come in uno stupore di sogno perduto.

I due tentarono, strinsero il contratto.

— Ve li guido a casa io? — disse lo Scricco
a Sandro, piantandogli gli occhi in faccia, appena
avvenuta la compera.

Quasi non l'avesse mai conosciuto o lo avesse
sempre conosciuto per galantuomo, Sandro disse:

— E tu guidali.

Poi si scostò col sensale e il venditore; rimise
in tasca il grosso taccuino; e si rivolse:

— Avvìati, che ti raggiungo.

Un amico gli strizzò l'occhio. Mormorò:

— Li hai consegnati a buone mani!

[pg!20]

----

Con il cavallo al passo dietro i buoi che lo
Scricco conduceva, Sandro Molenda trovava
sollievo in un sospetto che altra volta gli sarebbe
stato gravoso.

Quei due animali così belli e forti e bene
appaiati, da esposizione, li aveva comperati
per meno di quanto valevano in apparenza.
Qualche difetto dovevano averlo. Quale? Li
considerava; li immaginava sotto il giogo, a
timone del carro o dell'aratro: quale dei due
gli sfigurerebbe?

Ma perchè impensierirsi se aveva agio a sperimentarli,
e otto giorni di tempo al referto e
alla restituzione? Perchè confondersi in quel
pensiero? Lo minacciava ben altro pericolo: un
pericolo tale che la mente rifuggiva dal chiarirlo
e il cuore se ne angosciava quasi a una oscura
rovina, a un disastro travolgente, mortale. L'energia
e l'astuzia che l'avevano tirato fuori dal
fango, che nelle prime furfanterie l'avevan difeso
dai pericoli e dalle paure, che l'avevan sospinto,
dopo, a camminare per la via diritta, lo
sosterrebbero ancora. Voleva! Ma intanto non
poteva concepire l'azione liberatrice se non afferrando,
fermando l'idea che dal dì che aveva
riveduto lo Scricco gli era balenata tremenda.
[pg!21]
Non c'era scampo; o non lo soccorreva, l'antico
complice, e lo Scricco avrebbe presto o
tardi rivelato a tutti l'antica complicità, la generosità
che non riceveva compenso; lo soccorreva,
e la gente chiederebbe per che vincoli
egli fosse tenuto a un avanzo di galera,
e qualcuno rinvangherebbe il passato e scoprirebbe
il principio di quella fortuna che ingelosiva
gli uguali d'un tempo e i nemici d'adesso.
Nessuno scampo.... finchè il complice,
che aveva scontato per lui, viveva. Diciott'anni!
Pareva ieri; e una denunzia sarebbe
forse ancor valida! Diciotto anni, a Portolongone,
a Castelfranco; ed era tornato, quel miserabile,
a guardarlo in faccia e a dirgli con
gli occhi: — Son qui. O mi aiuti, o ti smacco!

Ma che varrebbe comperarne il silenzio? Dimostrando
obbligazione a un galeotto non dimostrerebbe
che ladro era stato anche lui?

Così Sandro Molenda — lo saprebbe tutto
il mondo — aveva fatti i quattrini. Ladro!
Nessuno scampo finchè lo Scricco viveva!

.... D'improvviso, al passare d'un biroccino,
i buoi balzarono; e lo Scricco fece appena in
tempo a scansarsi, a trattenerli.

Sandro strinse gli occhi. Nel riflettere raccoglieva
sempre lo sguardo sotto le grosse
ciglia. Dunque erano ombrosi? No: uno si era
[pg!22]
spaurito alla mossa repentina dell'altro, e l'altro,
il destro, aveva dato un balzo innanzi come
per assalire, di furia.

Allora Sandro rincorse con lo sguardo il biroccino
che era oltrepassato; vide e disse: — Ho
capito. — Avevano cercato d'ingannarlo
nella compera, e per la rabbia si mordeva le
labbra; sfogava il segreto sgomento con imprecazioni
a mezza voce contro il venditore.

Se non che, a poco a poco, spianò il viso;
gli rifulsero gli occhi e le idee torbide scomparvero
quasi al seguire di una vivida speranza,
o al risolversi dell'animo in un savio
proposito.

E quando furono a casa il bifolco e gli altri
uomini ammirarono i buoi. Sorridente, senza
interloquire, lo Scricco ammirava tutto intorno,
e sembrava lieto. La casa, tozza e massiccia,
attestava uno stabile benessere; la cascina era
gonfia di fieno e di paglia; il campo arato, tra
i diritti filari, aveva le zolle nere di concime,
al sole. Sotto il portichetto una delle nuore
allattava un bambino paffuto; la reggitora, nell'aia,
diffondeva palate di mondiglia a una moltitudine
di galline e pollastri, faraone e anitre.

— A te! — chiamò Sandro contando pochi
soldi e porgendoli allo Scricco. Questi li intascò;
disse: — Vi saluto, gente! —; e se ne
[pg!23]
andava. Ma si fermò là, dove, presso la catasta
di legna e di fasci, erano ammucchiate le
zucche per i porci.

— Vuoi una zucca? — gli chiese a voce alta
Sandro, per ridere.

Rise anche lo Scricco tornando indietro; e
quando gli fu presso disse a mezza voce:

— Fareste meglio a tenermi qua da voi, per
garzone.

L'altro strinse gli occhi fissandolo; poi rispose:

— E io ti tengo.

----

Così lo Scricco fu contento. Cominciata la
vendemmia, accettò volentieri di portare con gli
operai più robusti i cesti e i bigonci; e sapendosi
da che parte veniva, i compagni l'incitavano
a raccontare. — Cosa facevi in collegio?
Come ci campavi? Stavi allegro? — Egli, durante
le soste dell'opera, raccontava; teneva
allegra la compagnia per il modo con cui esaltava
le delizie del reclusorio. Cantava anche
a squarciagola una canzone che aveva sommessamente
imparata a Castelfranco; e ridevano,
sebbene fosse una canzone da piangere.

Ma per il campo lo Scricco si meravigliava
[pg!24]
e godeva — e non lo diceva — delle piccole
cose che ritrovava dopo tanti anni, e che gli
ridestavano impressioni di sogni avuti là dentro,
nella cella, alle notti grevi.

Allodole trillavano invisibili contro il sole;
cincie e lui si chiamavano, mai stanchi, d'albero
in albero; le passere frullavano a frotte.
Nei prati, i fiori d'inverno rompevano di lilla
le verdi distese, brillavano gocce di guazza;
candide famiglie di funghi spuntavano dalle radure.
Si spandeva lontano l'odore dei pioppi.
E al sole la dolcezza dell'aria faceva ricordare
i giorni più tristi, ma passati per sempre.

Frattanto con cautela, in segreto, il padrone
si era accertato del vizio che aveva uno dei
buoi acquistati da poco. Come aveva dato un
balzo al passaggio di quel biroccino su cui era
una donna col fazzoletto rosso, la bestia infuriava
a mostrarle un fazzoletto rosso: tentava
assalire cozzando. Terribile, se potesse! Era
pericoloso irritarla anche là, legata alla posta.
Quando i buoi han l'ira del rosso, nel sangue,
guai; per ammazzare si lascerebbero ammazzare.

Pure, Sandro non fece il referto; non ne
parlò con nessuno.

E temeva se ne accorgesse il bifolco.

E fece fretta al sarto che, a norma dei patti,
[pg!25]
venisse a trar di cenci il garzone. Comperò
anche, per il garzone, la flanella da fargli un
camiciotto; rossa; e lo cuciva una delle nuore.

— Vi nomineremo Garibaldi — dicevano ridendo
le donne.

Allo Scricco pareva di tornare ragazzo,
quando aspettava ansioso il giorno della festa
che indosserebbe il vestito nuovo, la camicia
nuova.

----

E fu un giorno di festa. Tutti, fuor che lor
due — reggitore e garzone — erano ai vesperi.
Giuocata che ebbero una partita alle bocce — la
vinse lo Scricco —, entrarono nella stalla;
lo Scricco a prender la sacchetta per andare
alla foglia; Sandro per salir dalla botola nella
cascina a dormire — disse — un bel sonno,
tra il fieno.

Ma appena fu disopra, il padrone ridiscese,
svelto.

Ascoltava allontanarsi la voce, che cantava
la canzone di Castelfranco e, interrotta, rispondeva
a uno che moveva parola dalla strada.
Quindi sciolse, Sandro Molenda, il bue insano;
lo spinse fuori della posta; lo avviò fuori della
stalla, guatando (il camiciotto rosso non era a
metà della capedagna); si nascose, svelto.

[pg!26]
E pochi istanti passarono, eterni.

Chi non crederebbe a una disgrazia? Il bue
insano (chi ne aveva colpa?) si era slegato,
era scappato; e lui, accorso subito — troppo
tardi — alle grida.

Ecco.

— Correte, gente! — gridò l'uomo che aveva
mosso parola dalla strada.

— Madonna, aiuto! — lo Scricco gridò: una
volta sola.

— Aiuto! — ripetè Sandro Molenda accorrendo
con un forcale: — Aiuto! — E giunse.... — troppo
presto? —: no.

[pg!27]




LA CASSAFORTE DI DON FIORENZO.
==============================


Quando don Fiorenzo fu in fondo alla chiesa,
si voltò, disse a bassa voce: — Signore, ve li
consegno a Voi! —; e segnatosi con la solita
rapidità, uscì.

Il cielo schiariva. Pallidamente, il sole intiepidiva
l'aria invernale. E il prete si mise a
sedere sul gradino per riscaldarsi un poco
al sole e quasi per rischiararsi lui pure dentro,
nell'animo, che una commozione strana conturbava:
di letizia amareggiata da un prossimo
timore; di gioia impedita da una persistente
gravezza.

— La mia cassaforte! — pensò; e sorrise.
Ma il pensiero gli ricadde inerte, ed egli restò
a lungo così, seguendo con lo sguardo la vicenda
della nuvolaglia più o meno tenue, non
ancora trapassata nè aperta da raggi del tutto
vittoriosi.

Finchè, grazie a Dio, irradiò una vivida spera.

[pg!28]
— Mille e settecentocinquanta lire riscosse
allora allora, calde calde. Mille e settecentocinquanta!
Che somma! Che cordiale! Ah!, i
quattrini, hanno proprio il vigore, l'ardore d'un
cordiale che risuscita! — E questa volta rise
di gusto, e si diede a pensare rinvigorito,
infervorato, franco. Ne aveva abbastanza; finalmente
non avrebbe più un centesimo di debito,
con nessuno al mondo! Finalmente potrebbe
spendere senza angustia per una veste
(e si guardò la veste rossigna e tignosa), per
un paio di scarpe (e si guardò a quelle scarpe).
Finalmente potrebbe cavarsi qualche onesta
voglia senza paura! No? Gli arriverebbe addosso
l'Americano, suo fratello, con la solita
burbanza, con la solita prepotenza, con i soliti
assalti? — Che prete sei? Dove hai nascosti
i quattrini che hai riscossi da Bisaccia? Dammeli!
Ne ho bisogno! Li voglio! Bada!...

— No! non te li dò! Trovali!; e se li trovi,
prendili! Cadrai fulminato!

Una pausa. Quindi don Fiorenzo rispose
forte a suo fratello come l'avesse davvero lì
davanti, trattenuto dalla tremenda minaccia; e
si sfogò, finalmente.

— Che prete sono? Un prete che ha sempre
fatto il suo dovere; un galantuomo, sono, io,
che ha sempre sofferto in lite con la miseria!

[pg!29]
Sempre! E adesso che ho quel che ho, un
capitale mio, tutto mio (un biglietto da mille,
stupendo; uno da cinquecento, sudicio, ma stupendo
anche lui; due da cento, del Banco di
Napoli, belli e buoni; due marenghi d'oro lucidi
e sonanti che consolano a toccarli, e una
carta da dieci per giunta), adesso che posso
rifiatare, io, fratello, non ti scongiuro più a
mani in croce di non rovinarmi, di non sacrificarmi,
di non rubarmi, e ti domando, io, a
te: — Che fratello sei? che cristiano sei? che
uomo sei? E ti dico:

Quando io digiunavo per tirar innanzi gli
studi e arrivare a dir messa; quando nostra
madre rompeva il digiuno a fette di polenta,
tu eri già in America a far fortuna, e non mandavi
un soldo, che è un soldo, a casa, mai;
e affrettavi con la tua condotta, col tuo silenzio,
coi tuoi misteri, la morte di quella santa! Che
Dio ti perdoni! E quando sei tornato e mi hai
veduto qui, nella parrocchia più misera, più
trista della diocesi, e mi hai veduto nelle spese
e nei debiti — la cascina, bruciata, da rifare;
il fondo da bonificare; la vigna da ripiantare,
da scassare, da curare —, sei venuto forse ad
aiutarmi? Ti sei dato, invece, alle gozzoviglie
in paese, laggiù, perchè ti credessero un gran
signore e ti dicessero l'Americano; ti sei mangiato,
[pg!30]
bevuto, giocato tutto. Spassi e bagordi!
Donnacce! Faraone e goffetto! E io non conosco
nemmeno le carte! Poi, dopo: — Fiorenzo,
prestami cinquanta lire, cento lire! — Non
le avevo: il capomastro da pagare; il
solfato da pagare; la banca da pagare. Povero
me! E tu a rimproverarmi: — Che prete
sei? — A minacciarmi: — Bada che sono stato
in America! — Come per spiattellarmi che in
America ne hai fatte di peggio. Dio ti perdoni!
E appena in paese ti informavano che avevo
venduto qualche cosa, súbito mi correvi addosso,
a martirizzarmi. — Dammi i denari!

Io: — No! — E me li hai portati via: più
di una volta; dal canterano, di dentro il pagliericcio,
di sotto i mattoni. Ladro! che Dio
ti perdoni.

A tal punto la fosca immagine fraterna sembrava
cedere, sopraffatta. Ma risollevava il capo.
Domandava: — Mille e settecentocinquanta
franchi?

— Sì! E questi non me li becchi! Questi
sono in una cassaforte, mio caro, che non si
tocca senza tremare. Questi li ha in custodia
un carabiniere che ferma le mani e le gambe
anche di chi è stato in America! Próvati; cadrai
fulminato! —

Non c'era da ribattere. L'Americano sembrava
[pg!31]
allontanarsi intimidito da un sacro spavento.
E dileguava.

Don Fiorenzo oramai si sentiva libero e
tranquillo; guardò nella realtà.

Gli olmi terrei e squallidi sfilavano con le
vecchie braccia aperte, quasi a reggere un
peso grande, e reggevano due o tre esili rami.
Tra gli alberi, in un punto, l'acqua del rio
specchiava, dentro una luce opaca, la sponda
di contro: scolorita; brulla. Ma sollevandosi e
ondeggiando, la nebbia scopriva a poco a poco
tutta la costa e svelava il verde vivo del grano.
E anche l'aria si mosse. Lì dinanzi le foglioline
dell'erba tremarono, piegarono, brillarono inargentate
nel riflettere il sole che or sì or no le
colpivano a pieno. Le galline beccavano nel fosso,
tra le foglie morte, e di tanto in tanto, mentre si
parlavano a grassa voce, ergevano il collo e
la testa, per ascoltare e occhieggiare. Una
balzò fuori. Bene incappottata di piume, cercò
luogo da far covino al sole, e, sbattute le ali,
si beò della polvere che le fumava dintorno.
Garrivano i passeri; si chiamavano i ragazzi
lontano. E una figura di donna sorse improvvisa
alla riva, nera e lieve quale un'ombra; si
colorì nella gonna, nel fazzoletto che le copriva
quasi tutto il volto; e súbito disparve,
per ricomparire e disparir poco dopo.

[pg!32]
— L'Assunta che raccoglie la mia e la sua
cena — pensò don Fiorenzo. Povera vecchia!
Quanto le doveva! Da anni lei e il figlio Andrea
condividevano la sua povertà; nè essa si
lamentava: si lamentava Andrea, mal rimunerato
del triplice ufficio di campanaro, becchino
e vignaiuolo, ma essa lo quetava dicendogli: — Quando
il curato ne avrà, ce ne darà, anche
a noi. È un santo.

Ora il curato ne aveva.... Dargliene?

— Faremo un buon desinaretto il primo dell'anno — pensò
don Fiorenzo con agevole
trapasso. — Una bella mangiatina, fra tre giorni.

E sorrise, indulgente a sè stesso, alla sua
debolezza. In verità, per resistere alla gola
aveva patito più che per ogni altra tentazione
e contrizione; forse perchè aveva patito tanto
da ragazzo! E riebbe il senso doloroso e strano
d'allorchè, coi libri sotto il braccio e le mani
nelle tasche vuote, si fermava in città, davanti
alle vetrine dei pasticcieri e alle botteghe dei
fruttaioli. In uno stupore avido assaporava con
gli occhi, con l'anima le ignote dolcezze; e
quelle delizie inafferrabili gli mettevano nel
sangue e nei nervi come una esasperazione e
quasi uno spasimo; da piangere. Più tardi
aveva costrette in sè voglie ben più sostanziali
ma non minori. Oh un cappone arrosto!
[pg!33]
E i capponi bisognava venderli. Oh i cappelletti
in brodo! E il riso era la minestra dei
dì solenni. Oh una torta vanigliata! E grazie
se gliene toccava, rare volte, alle feste d'altre
parrocchie!

I colleghi non scorgevano che fatica egli durava
a contenersi nei loro pranzi e a ingoiar
acquolina. Piuttosto essi lo accusavano di poca
sollecitudine, di poco zelo nel suo ministero.

A torto? del tutto? No? Forse no. Perchè...,
perchè egli non era stato abbastanza sincero
nel confortare gli infelici sentendosi più infelice
di loro; non era stato abbastanza ardente
e puro nei riti essendo angustiato sempre dagli
affari e dai debiti, quando non erano i terrori
delle cambiali in scadenza, delle citazioni
e dei sequestri.

Maledetti i quattrini!, allora.... Ma adesso, oh!,
adesso che gli ridavano la pace e la gioia, eran
benedetti, dentro quella cassaforte, anche dall'invulnerabile
custode!

— Signore, mi raccomando a Voi! — ripetè
don Fiorenzo; e nell'invocazione, congiunse al
desiderio d'essere perdonato delle sue mancanze,
la piena fiducia di meritar tuttavia aiuto
e difesa. Quindi tornò a guardar fuori di sè.

Il sole risplendeva libero, ora, d'ogni velame;
con raggi vibranti di vita inesausta rianimava
[pg!34]
tutte le cose intirizzite, assopite, stinte, spogliate,
strinate dal freddo, e ai suoi raggi correva
in tutto, sensibilmente, una aspettazione
benefica: di fronde e foglie negli alberi, di
acque chiare nel rio, di fiori tra l'erba, di
spiche sulla costa, di grappoli nella vigna, di
opere e di canti agli uomini.

Potenza di Dio! Questo granellino di polvere
sperso nell'infinito, che dicono sia la nostra
terra, come è grande!, che portenti racchiude!

Quante energie! Quante creature! Quante
forme diverse di erbe e di fiori, di colori e profumi!
quante sorgive limpide e fresche! quante
messi e granaglie! quante sorti di uva bianca
e nera, e che vini!

Nella ingenua ignoranza pareva al povero
prete d'essere improvvisamente illuminato quel
giorno da una miracolosa rivelazione.

Per la prima volta immaginava con anima
partecipe la gioia del vivere in ogni cosa vivente.
Gli pareva di tornare nel mondo dopo
esserne stato escluso fin dall'infanzia, e di comprendere,
di vederne solo ora le segrete leggi
di armonia naturale ed arcana. Mai, mai aveva
riflettuto così sulle semine che riposano nell'inverno
e al lento sviluppo dei germi e al
verzicare; mai aveva pensato che le creature
vegetative fossero uguali, nell'immensa voluttà
[pg!35]
dell'esistere, alle animali, alle umane; e tutte
uguali nell'amplesso di Dio. Mai, mai aveva
pensato alle forze fecondatrici e vivificatrici e
pensato anche, così, all'unico palpito universale,
al totale amore profondo e sublime.

E questo piacere che aveva adesso dalla
mente e dal cuore, questa coscienza di penetrazione,
la quale pareggiava lui, povero prete
ignorante, allo scienziato e al sapiente, a poco
a poco lo turbava, l'affannava come un astemio
che teme di inebriarsi e si inebria quasi senza
volere.

Ne resistè. Provò il bisogno di espandere
liberamente quell'intima gioia; ebbe voglia di
cantare. Ma seguendo a voce sommessa la patetica
cadenza dell'inno a Santa Lucia, s'intenerì;
dovè smettere, recitare, con la solita
fretta, una preghiera. E lo riprese il senso gioioso
di prima: anzi più alacre, più copioso, più
possente. Gli pareva di sentire il fluido che
nutriva le midolle arboree, che a primavera
dilatava le scorze e rompeva in gemme; di
sentire la virtù che faceva fiorire i bocci, l'irrequietudine
vitale che agitava in istrida e
voli i passeri, la tranquillità vitale che faceva
chiocciar le galline vicine a lui; e sentì da lontano,
impetuoso, precipitoso, avanzare il trotto
di un cavallo. Avanzava, avanzava. Divenne,
[pg!36]
istantaneamente, quel trotto, un galoppo furioso,
il rombo di cento cavalli sfrenati in una
confusione enorme. Una confusione enorme,
dentro, nel cuore; dentro nel cervello. Un crollo,
uno schianto dell'universo; e il sole rosso, di
sangue. — Gesummaria!

Tentò d'alzarsi in piedi. Ricadde.

----

L'Assunta, che rincasava con una grembiulata
di duri radicchi e d'ispide cicerbite, credendo
che il curato dormisse, lo sgridò:

— Dorme al sole? Fa male.

Ma accostatasi vide meglio; e si diè a urlare:

— Andrea! Andrea!

.... Presto la voce della disgrazia corse dalla
canonica alla prima casa; di là, per tutta la
parrocchia. In paese portò la notizia il medico:
il quale era giunto lassù quando non gli restava
che constatare il decesso, per aneurisma.
E uno, entrando all'osteria del Gallo, annunziò:

— È morto d'un accidente il curato del Palèsio.

L'Americano stava giocando. Volse il capo;
e rimase con le carte a mezz'aria. Appena però
Bisaccia, il commerciante, che mangiava in disparte,
ebbe esclamato: — Gli ho pagato stamattina
[pg!37]
i quattrini dell'uva e del grano, ed era
tutto svelto! —, l'Americano gettò le carte, si
staccò dalla tavola, si raccomandò all'oste:

— Un cavallo, un biroccino, subito! È morto
mio fratello!

----

Sì: suo fratello. Là in canonica, nel letto,
scorgendolo quale se riposasse queto e contento,
ritrasse lo sguardo; e mentre l'Assunta in
ginocchio biascicava il rosario e Andrea smoccolava
con le dita le candele che gocciavano,
l'Americano tolse dal portapanni la veste e il
panciotto, frugò nelle tasche, invano; borbottò
parole incomprensibili. Poi mise sossopra quant'era
nel canterano e nella cassapanca. Poi
disse ad Andrea: — Aiutami!

Levarono il morto dal letto e lo adagiarono
su la cassapanca. Ma anche dentro al pagliericcio
non si trovò niente. Nè si trovò nessun
mattone smosso. Allora lui, il fratello, aggrottando
le ciglia, chiese:

— Questa mattina è venuto Bisaccia, il mercante?

Era venuto.

— E dove sono i quattrini?

La vecchia non rispose. Il figlio rispose:

[pg!38]
— Non lo so.

— Badate — disse l'altro — che saltin fuori
prima di notte, o vi denuncio!

E uscì a rovistare altrove.

— Siamo rovinati! — mormorò Andrea. Ma
la madre, guardando a don Fiorenzo:

— Pregherà lui, per noi.

----

L'Americano, infatti, non osò denunciarli
neanche il giorno dopo.

— Mio fratello — pensava — era una gazza;
nascondeva tutto. Dove li avrà messi?

— Dove li avrà messi? — si chiedevano a
vicenda la vecchia e il figliuolo —. E se non
si trovano?

Consultavano trepidanti, l'una le amiche, l'altro
gli amici.

— Con sè non li ha presi — diceva Andrea.

E l'Assunta:

— In che rischio ci ha lasciati, se non ci avvia
a trovarli!

— Non ve ne mettete — rispondevano amiche
e amici —. Male non fare e paura non
avere! — Ma tra loro.... Oh tra loro, strizzavan
l'occhio e mormoravano: — Se li son presi;
e fan bene a tenerseli!

[pg!39]
Per poco i più arditi non gliela gettavano in
faccia: — Meglio li godiate voi che quel birichino!

E quei poveri incolpati capirono che cosa
volessero significare certe mosse di spalle,
certe occhiate oblique, certi sorrisi sfuggenti,
certe parole finte. L'Assunta piangeva e si premeva
d'una mano il cuore; e Andrea scampanando,
zappando e vangando ribatteva, quasi a
persuadere in sè ogni incredulo: — Ladro io
non sono mai stato! Ladro, io, non sarò mai!

Nemmeno il cappellano, che era stato mandato
per economo dalla Curia, súbito dopo il
mortorio, li consolava. Non conoscendoli, sospettava,
taceva.

Ma più di tutto li sgomentava il silenzio di
quell'altro, del fratello. Uscito dalla canonica
all'entrare dell'economo, non si era più veduto
lassù.

.... E due giorni dopo, all'ultimo dell'anno,
che faceva un gran freddo, la chiesa era piena
di gente. Aspettavano la messa. Quando uno
udì, o credè d'udire uno scalpitìo e un suono
di squadroni sbattuti; e susurrò: — I carabinieri!

— I carabinieri! — susurrarono i vicini.

— I carabinieri! — avvertirono di panca in
panca.

L'Assunta impallidì; gemè forte: — Signore!
[pg!40]
e Andrea, che per servir la messa accompagnava
il prete dalla sagrestia, fu assalito da un tremito
convulso. Intanto alcune donne si inginocchiarono
alla balaustra per ricevere la Comunione.

E il prete sale il gradino, depone il calice
sull'altare, apre il tabernacolo, si volta a segnar
nell'aria, con la mano, la croce: ricorda ad Andrea
che deve recitare il *Confiteor*. Ed ecco; il
prete si volta ancora, tende il braccio a trar
fuori dal tabernacolo la pisside; ma.... Che è?
che non è? Un cartoccio. Cade sull'altare, si
apre: una di qua, una di là, due cose lucide
scappan via, in terra, sonando. Monete? Marenghi?
Che è? che non è?

— Miracolo! — esclama Andrea, più bianco
in faccia che la sua cotta.

E le donne che sorreggono l'Assunta esclamano:

— Miracolo! Miracolo!

E tutti, in punta di piedi, ansiosi:

— Miracolo! Miracolo! I quattrini di don
Fiorenzo!

----

Ricuperato l'onore, l'Assunta e Andrea si
rallegrarono come fossero essi gli eredi del
curato.

[pg!41]
Solo, si sentivano in credito verso l'Americano
appunto per quanto li aveva fatti soffrire;
e quando poi egli tornò a prendere le cose dell'eredità,
coraggiosamente gli dissero che da
anni non avevano avuto nulla da don Fiorenzo.
Domandare era lecito: la carità di un centinaio
di franchi.

Ma l'Americano li guatò stupito.

— Oh non ne avete avuto abbastanza del miracolo?
[pg!42]

[pg!43]




LA FORFECCHIA.
==============


Gli uomini e le ragazze — cominciata la mietitura — prestavan
opera fuori del fondo, e le
donne erano andate tutte e tre al fiume, a
risciacquare il bucato, perchè nel rio vicino
mancava l'acqua. A guardia della stalla avrebbe
dovuto rimanere il garzone; e a servire il
vecchio, se lo chiamasse.

Ed ivi, all'ombra del noce, il nonno ottantenne
e la bambina di sei anni, l'uno adagiato
sulla scranna a bracciuoli, l'altra seduta su la
sponda del fosso invaso dalle erbe, guardavano
con indifferenza lo spazio conceduto ai
loro occhi.

Tacevano i campi nella lunga ora pomeridiana
e nella ferma calura della fine di giugno;
la casa, vuota delle solite voci, sembrava
aspettare in un abbandono tranquillo; e la vita,
che urgeva d'intorno e di cui non percepivano
[pg!44]
l'arcano senso, infondeva nel loro animo una
letizia quieta, come se nel mondo ci stessero
solo loro due, e così paghi, o come se il mondo
fosse un bene dato a lor due soltanto. Anche,
per essi soltanto le cincie e le averle pareva
che pungessero di pigolii e gridii l'immoto
silenzio. E se abbassavano le palpebre e poi
le rialzavano, la luce vibrante al limite dell'ombra
era quale un fulgido e tremulo velo
diffuso sulla terra perchè essi, a scorgerlo,
fossero contenti di trovarsi, così, sulla terra.

— Cosa fai, dunque? — domandava sorridendo
il vecchione.

E la piccolina rispondeva seria:

— Lavoro. Non vedi? — Si provava a intrecciare
spiche di loglio. Nè, attenta all'impresa,
poteva curarsi di lui, che cercava attirarla
coi più dolci nomi e le promesse più
dolci per afferrarla, sollevarla su le ginocchia
e simulare di divorarsela in un boccone, vólto
contro vólto; i capelli bianchi contro i capelli
biondi. — Hamm! ti mangio!

Quelle per lei eran carezze faticose, sì valide
braccia aveva ancora il vecchio; ma in compenso,
quando lui allentava la stretta, lei scappava
sicura di pareggiar la partita.

— Prendimi!

Prenderla? Da anni il nonno aveva perduto
[pg!45]
l'uso delle gambe. E rideva o sgridava. Sgridava
a tutti, fieramente, donne e uomini; quasi
pretendesse veder ripartita e accresciuta in
ognuno l'energia che non aveva più e l'energia
che gli era rimasta, o quasi volesse garantirsi
del comando — sebbene costretto a farsi reggere
a braccia ogni volta che desiderava mutar
luogo. Ma a lei, la figlia minore del figlio minore
e prediletto, non aveva mai rivolta una parola cattiva;
e guai a chi la toccasse!; e se non l'aveva
vicina, sempre gli si offuscava la faccia chiara,
intorbidava lo sguardo limpido. Con lei diveniva
bambino nei discorsi; nei giuochi le era uguale.

— Vieni qua! Porta qua — le disse —, che
ti aiuto!

No. Diffidava; non aveva voglia di resistere
alle tentazioni dei morsi, di premere le mani
contro la faccia rugosa, per non soffocare, nè
di strillare a difesa.

Ma poi la sedusse la proposta di una nuova
gabbia da grilli. A comporla occorrevano gambi
di erba volpina e non di loglio; e il nonno
glieli indicava; e la esortava di non andar al
sole a coglierne, e di non piegarli e romperli
nello strappo.

Quando bastarono, la gabbia fu presto in ordine.
Non appena però fu compiuto il lavoro,
si compiè il tradimento.

[pg!46]
— Hamm! Ti mangio!

Le strida sbigottirono fin i passeri, su per
il tetto.

E il grillo?

Rispondeva il nonno che i grilli di giorno
stanno in casa, per uscir la sera a cantare alla
luna e alle fate.

E lei, credula, ripigliò la faccenda di prima;
decisa a non lasciarsi ingannare mai più.

Ora il vecchio l'udiva borbottare senza ascoltarla
e seguiva il ronzo d'un calabrone tra il
folto dei rami. E, come la piccolina quando egli
protraeva una tiritera noiosa, chinò il capo;
e a poco a poco si addormentò.

C'era tuttavia da dubitare che fingesse, per
tradir poi di nuovo; e l'altra venne a lui adagio;
lo considerò un pezzo, lo toccò a un braccio;
fuggì zitta. Dormiva? Ripetè, più ardita.
Lui non si mosse; una mosca gli passeggiò
sul naso: essa rise, e si convinse che dormiva
davvero.

Che cosa fare adesso? Pensava di scappar
via; di correre dal garzone, il quale sapeva
formar bambocci con la paglia o con la mota;
pensava di inseguire una farfalla al sole.

Ma rammentava le minacce materne e l'imposizione
di non scostarsi dal nonno; e trovò
meglio imitare il nonno. Per dormire allo stesso
[pg!47]
modo di lui si assise al piede del noce, appoggiata
al tronco. E il calabrone che, tra il
folto, ronzava per addormentar lei pure, l'addormentò.

----

Il vecchione intanto sognava. Sognava di essere
a mietere; e il frumento era tanto bello che
pareva d'oro. Ma le grane d'oro uscivano dalle
loppe; cadevano. Egli rampognava i figliuoli
d'essere andati a mietere prima quello degli
altri, a stagione avanzata; e si sentiva stanco
di curvarsi a recider mannelle e di sgridare
mentre tutti cantavano.

A poco a poco gli rifluiva nel cuore una soavità
immensa. L'aria affocata s'alleviava, si affinava
in una deliziosa frescura; e al di là del
grano, il campo fioriva sotto il cielo d'un nitido
turchino. Rose e garofani; papaveri e gigli. Poi
sorgeva un'immagine, che avanzava passo passo:
e sorrideva. Sembrava domandare: — Non mi
riconosci?

Se la riconosceva! La sua donna, quando
era giovane. E gli parve di sognare nel sogno,
perchè la sua donna morta mutava il colore
dei capelli e il colore degli occhi. E il sorriso,
non più triste, la giocondava tutta, trasformandola.
Un sogno nel sogno. L'immagine mutava,
[pg!48]
lentamente e distintamente, in una ragazza
bionda, dagli occhi celesti, bellissima.
Chi? Era lei; la bambina, ingrandita come se
andasse a nozze; felice.

Egli vedeva bene che era un sogno, che non
poteva essere già sposa; nondimeno a scorgerla
così felice, non godeva: soffriva in fondo
al cuore. E l'afflizione cresceva cresceva, e la
nipote, che egli amava più di sè stesso, lo
guardava in uno stupore muto. Ah ecco, tornava
quale doveva essere: bambina; lo chiamava;
e poichè, stretto al cuore, egli non ricuperava
la voce a risponderle, rompeva in
pianto.

Finchè, del tutto desto, il vecchione la vide
che piangeva davvero, presso a lui. N'ebbe un
insolito dispetto.

— Cos'hai da piangere? Smorfiosa!

Poverina! Aveva ragione di lamentarsi. Soffriva.

— Nell'orecchia? Cosa ci hai nell'orecchia?

— Una formica. — Piagnucolando portava
la mano alla guancia, quasi per attenuare il fastidio.
La formica, che le era entrata nell'orecchio,
era tanto grande!, e pregava il nonno di
liberarla dalla pena, che era tanto grande!

— Cávala, nonno!

Il nonno la confortò, già impietosito, ma
[pg!49]
senza timore. Si fece dare un fuscello a cui si
appigliasse l'intrusa, ed estrarla. Nel dubbio
però che fosse peggio, le disse:

— Non ci badare! Non è niente!

Anche a lui, mentre dormiva su l'erba, un
giorno, era successo lo stesso; ma le formiche
hanno giudizio, e, a non stuzzicarle, tornan
fuori, riprendono l'andare.

La bambina lo guardava per credergli. Tacque
un poco; indi, quasi il fastidio s'accrescesse
d'un tratto ad acuto tormento, si gettò in terra,
agitata e piangente. Non valevano più le parole
a quietarla.

Il vecchio pativa con lei; nè trovava più parole
da dire.

Quando, a un tratto, aprirsi nella sua mente
il ricordo di un male tremendo, di una orrenda
sciagura! Mosse rapidi gli occhi dal lato del
noce, lì vicino. E scorse. In fila le nere forfecchie
andavano su e giù per il tronco.

— Dov'eri a dormire? — domandò rabbrividendo
d'angoscia.

La bambina non rispondeva, piangeva.

E lui ripeteva la domanda; pregava, scongiurava
che rispondesse. Ah le abominevoli
bestie!

— Dov'eri a dormire? Dimmelo! dimmelo
dunque!

[pg!50]
Essa accennò al noce; e singhiozzando si
contorceva. Soffriva tanto! Nessun dubbio: un
pericolo, una disgrazia terribile; enorme!

Affannosamente, con quanta voce aveva, il
nonno si diede a chiamare il garzone. Lo manderebbe
a chiamare il medico: corresse subito,
per l'amor di Dio! Sempre lo aveva inteso
dire, sempre, che le forfecchie entrano negli
orecchi di chi dorme, e se non si han pronti
i ferri e la mano dell'arte, bisogna morire. Impazzire,
e morire arrabbiati come per rabbia
di cane. Quella bambina!

Chiamava quanto più alto poteva:

— Cleto! corri, qui! Cleto! ohe!

Invano. Il garzone se ne era andato o alla
bottega per la foglia, o altrove. Maledetto!

E la poverina gemeva, mentre lui, il nonno,
atterrito, con le sue grida ne copriva il gemito;
e inveiva contro le donne che avevano
lasciata la casa vuota, sciagurate!, e contro
gli altri che eran via, lontano, senza pensare.

Nessuno udiva; e cosa poteva far lui, vecchio
impotente, inchiodato in una scranna, con quella
angustia nel cuore, con quella certezza che
aveva di un pericolo, di un male — a tardare — irrimediabile!
Impazzire, morire! La bambina!

Ma forse non era vero quel che aveva inteso
[pg!51]
dir tante volte? Se era vero, no, Dio non lo
permetterebbe! Avrebbe misericordia. Infatti
ora piangeva più piano. Smise di piangere, un
istante, come a persuadersi che il tormento
cessava. Non cessava. E tornò a lui con rinnovata
speranza; e l'abbracciava, il suo nonno,
e lo scongiurava, per carità! — Cávala, nonno!

La liberasse! In che modo, Dio santo? Non
osava: temeva far peggio; tremava. Un medico
ci voleva, súbito!; e nessuno lo udiva, povero
vecchio, solo nella sua impotenza, nella sua
miseria, nel suo terrore!

L'ignoranza e il pregiudizio eccitavano la senile
fantasia a un immaginare atroce. Con le
pinze della coda, le robuste e aguzze forbici,
l'animaluccio mostruoso, portato dall'istinto a
nascondersi, forava a penetrar nel cervello, e
vi penetrava a poco a poco, finchè vi zampiccava,
atroce, dentro. Qual tormento, qual martirio,
quale spasimo più grande? Impazzire;
morire di spasimo!

Nè la bambina fremendo, con la faccia sul
suo petto, con le braccia su le sue spalle, perdeva
la speranza. Dal nonno attendeva il sollievo;
dal nonno il rimedio all'intollerabile male,
che la frugava, la fustigava a dentro, sempre più
a dentro. E il nonno non diceva più nulla, non
faceva più nulla, non sapeva far più nulla. Tremava
[pg!52]
tutto. E allora essa si ritrasse ostile e
gli rivolse un'occhiata livida. Ah che atroce patire
doveva essere, se una bambina, quella bambina,
la sua bambina, aveva potuto esprimere
dal più profondo senso vitale tant'odio, mostrarsi
così crudele, spietata! O forse era quell'occhiata
il primo indizio della demenza?

— Voglio la mamma! — urlava tentando
staccarsi dalle braccia tenaci.

Egli la tratteneva preso da un'altra paura,
che fuggisse e si smarrisse, insana, per la campagna.

— Voglio la mamma! — urlava divincolandosi
con tutte le forze; ed egli la teneva con
tutte le forze. Lottavano, il vecchione ottantenne
e la bambina di sei anni. Ma vinta, disperata,
lei piegò le gambe, e lui vinto, disperato,
la lasciò abbattersi ai suoi piedi.

E per non vederla svenuta o in convulsione,
povero vecchio impotente, reclinò il capo e invocò
dal Cielo una fine.

Perchè, Dio? perchè? Da cinque anni campava
inchiodato in una scranna, e non aveva
bestemmiato mai; e la gente diceva: — Siete
bello, nonno! Ammiravano la sua pazienza e
la sua virtù. Rassegnato, lui, che era stato un
lavoratore, un gigante! E, in coscienza, era
buono. Se sgridava, sgridava sempre per buon
[pg!53]
fine, non per cattiveria; e quando non ubbidivano,
perdonava. E ringraziava Dio e la Madonna,
mattina e sera, di conservarlo al mondo
pur inchiodato a letto e nella scranna. Perchè
dunque, perchè castigarlo in una maniera così
barbara, in una creatura innocente, che era la
sua consolazione, il cuor del suo cuore? Impazzire;
morire!

Dio santo! no!

Il vecchione ebbe una scossa di tutti i nervi;
tutta la vitalità che gli restava insorse afferrata
dalla volontà indomita, e lo sospinse a un impeto
prodigioso, a una possanza furibonda, a
un miracolo. Fermò le mani sui bracciuoli, si
alzò. Si alzò, si resse. In piedi: diritto: gigante;
col baleno, col delirio, con l'animoso
spavento del miracolo. Credette di poter muoversi
da sè, di poter camminare, di poter correre
a cercar qualcuno, solo che non avesse
impedito il passo.

La bambina gli impediva d'andare. E trasmettendo
nella voce la ricuperata energia e
il prodigio, egli urlò: — Aiuto! aiuto! —; e
fu come se la casa bruciasse, o come lo assassinassero.

Non si muoveva perchè dubitava che la bambina,
lì, a terra, fosse svenuta o morente. Per
questo non si muoveva. Ma quando la udì
[pg!54]
ripetere: — La mia mamma! —, le gridò inviperito
di lasciarlo passare; con un supremo
sforzo avanzò il piede.

E ricadde, affranto, nella scranna, nella sua
desolata miseria.

Un freddo mortale gli invadeva in fretta le
membra, saliva a gelargli il sangue in ogni
vena. Sentì la morte.

Anche la bambina stette un pezzo senza dar
segno di vita. Tutto il mondo adesso taceva;
tutto il mondo aspettava.

.... Ma, a un tratto, essa levò su il capo, la
persona.

Indicando, a terra, esclamò vivace e giuliva:

— Guarda, nonno! Guarda che formicone
che era!

Il nonno cercava con lo sguardo. E vide:
proprio una forfecchia. E vide che il sole risplendeva
ancora; e che il mondo era tornato
bello.

Sorrise. Eppoi non vide più niente.

[pg!55]




LA CIOCCHETTINA.
================


I.
--

Abitavano nello stesso sobborgo e ogni sera
rincasavano insieme, dalle sartorie ove lavoravano,
prima in tram poi a piedi. In tram era
un divertimento per tutte: cicaleccio, motteggi,
compiacenze d'essere osservate e d'osservare
le meno belle di loro; ma nel tratto a piedi
seguivano le confidenze d'amore e le espansioni
sentimentali; mutava il tono. E l'Ida, la
più giovane delle tre, interloquiva di rado; si
sentiva a disagio per un misto di timidezza e
d'orgoglio.

Il suo innamorato guidava autocarri nel Carso,
non era in trincea come quelli delle amiche,
e discorrendone le pareva di provocarle a ripetere: — Fortunata
te! —, quasi non avesse
da star in pena lei pure.

«Fortunata te!». C'era fors'anche, in fondo
a queste parole, la punta ironica, l'acredine di
[pg!56]
un'altra invidia — lei faceva all'amore con uno
di miglior condizione che i loro innamorati —;
e non voleva mostrare di accorgersene. Se
però taceva o tentava invano di sviare il discorso
solito, l'Ida bene spesso bolliva dentro
e stentava a frenarsi, a non prorompere:

— Fatela finita una volta con i piagnistei e
con le spacconate!

Che noia, tutti i giorni! L'Olga si martoriava
negli stenti e nei pericoli della trincea, accresciuti
con fantasia egoista per concludere che
solo il pensiero di lei sosteneva il suo caro a
superarli. L'Adriana.... Eh! dopo che al suo
Gustavo gli avevan dato la medaglia di bronzo,
non si campava più, con lei, che dietro sacchi
di sabbia, in mezzo a cavalli di Frisia, contro
a reticolati, incontro a mitragliatrici — *tac tac
tac!* — e bombe a mano, e sotto a shrapnel
e — bum! — a palle da trecentocinque. Si sarebbe
detto che tante maledizioni fossero state
inventate non per meritar l'inferno a Guglielmo
II, ma per far onore a lei sola, la bionda
Adriana, che aveva per innamorato un giovane
di fegato — e nessuno lo negava.

Quando poi ricevevano lettere, pretendendo
non fossero scritte con libera volontà, le commentavano
a loro modo, leggevano tra le righe
le più strambe rivelazioni, le interpretavano a
[pg!57]
rovescio. «Non mi manca nulla» doveva significare
che morivano di fame. «Per adesso non
si combatte» significava — tac! tac! tac! e
bum! bum! — battaglia e strage.

— E te, Ida? Cosa ti scrive il tuo Giulio? — spesso
le chiedevano, forse anche per mortificarla,
chè lei riceveva meno lettere.

Rispondeva senza scomporsi:

— Niente. Dice che fa il servizio di trasporto
e che sta bene, e io credo a quel che dice.

— Fortunata te!

— Fortunato lui!

Ma una sera le fecero scappare davvero la
pazienza. Fu così: lei che aveva trepidato e trepidava
non ignara dei pericoli che pur Giulio
correva, lei che a Giulio gli voleva un bene
grande, non sempre si sottraeva all'ipotesi di
una disgrazia; ma cotesta paura la teneva in
sè, nel suo segreto; non ne avrebbe discorso
nemmeno con sua madre, quasi per una ripugnanza
di una tristezza colpevole o di un malaugurio.

Invece l'Adriana e l'Olga, che in sentimento
d'amore pretendevano dar legge al mondo, non
solo non rifuggivano dall'immaginare morti i loro
innamorati: ne discorrevano per vantare la passione
che esse ne proverebbero. E le frasi e le
esclamazioni tragiche, per quanto potesse essere
[pg!58]
sincero il sentimento che le suggeriva, urtavano
i nervi all'Ida come una finzione, una
falsità.

L'Adriana affermò:

— Se Gustavo, che è troppo coraggioso,
troppo! troppo!, ci restasse, oh, io non mi
farei suora; vorrei che tutti vedessero, capissero
il mio dolore e mi compiangessero.
Uno uguale non lo troverei più! Nessun altro,
mai più!

— E io — lamentò l'Olga con un'aria e una
voce che pareva la Duse —, io diventerei matta!
Lui, la mia vita, perderlo così? Non saper
nemmeno dove fosse sepolto? Matta, state pur
sicure; mi getterei dalla finestra!

Breve pausa. Poi:

— E tu, Ida?

Ebbene: questa domanda, questo distaccarsi
dal pensiero orribile e passare a interrogar lei,
quasi a provarla in una gara in cui prevedevano
resterebbe inferiore, la disgustò del tutto.

— Tu cosa faresti se perdessi il tuo Giulio? — insistette
l'Adriana.

E all'Ida brillarono gli occhi. L'eccitava il
bisogno di un contrasto comico. Scoppiò a
ridere, tanto era enorme ciò che le scappava
detto, e disse:

— Oh! Per me, morto un papa, fatto un altro!

[pg!59]


II.
---

Non ebbe appena pronunciate queste parole,
che ne fu pentita.

— Viva la sincerità! — Viva la tua faccia! — esclamarono
le amiche ridendo anche loro. E
l'orgoglio non le permise di ribattere: — Non
avete capito che ho scherzato? —, e la timidezza
non le permise di dire, più duramente: — Voi
non dovreste credere a me come io
non credo a voi. — Tacque, ma dubitò subito
che la risposta data per impazienza passasse
di bocca in bocca in tutto il sobborgo come
un'enormità fra vergognosa e ridicola; e quando
fu in casa, il dubbio divenne timore, spavento.
Cosa aveva detto! L'accuserebbero di aver
poco giudizio e niente cuore; l'accuserebbero
di ritenersi così bella che perduto un amante
non le mancherebbero ammiratori e consolatori
da sostituirlo. Figurarsi se l'invidia non
ne approfitterebbe! Se qualche anima buona
non si assumerebbe l'obbligo di aprir gli occhi
al povero Giulio! E lui allora.... Si vedeva
lasciata e screditata: per una leggerezza!
per uno sfogo innocente! Stupide!
causa loro....

[pg!60]
Bisognava prevenire il colpo e confessar tutto
a Giulio, subito; e lui giudicasse. Di coscienza,
lei si sentiva meritevole di perdono. E si mise
a scrivergli una lunga lettera, per dimostrare
come il suo carattere discordasse dalle amiche
e come e perchè coloro le fossero divenute
antipatiche.

Ma arrivando al punto scabroso, alla frasaccia
che pur doveva riferire: «Morto un papa....»,
non ardì tirar innanzi.

Troppo distava la brutta, cattiva, crudele
espressione d'insensibilità dalle premesse e
dalle proteste d'amore; e queste prendevano
un aspetto di ripiego insufficiente. Cosa aveva
detto! E l'immagine di lui così innamorato,
così fiducioso, così fermo di volontà e d'animo
per la speranza di averla interamente sua appena
nel mondo tornasse la possibilità di esser
felici, le si affacciò severa, ostile, minacciosa.

«Io — pensava che le direbbe —, io soffrivo
a starti lontano; io soffrivo nei pericoli
che correvo a ogni ora, a ogni momento, perchè
mi figuravo il tuo strazio se mai ti portassero
la notizia della mia morte; io sospiravo
il giorno di riabbracciarti e ridarti la
forza di sperare, di attendere la nostra felicità,
e tu, intanto, non mi tradivi con un altro, no,
ma m'ingannavi, per adesso, forse peggio: ti
[pg!61]
vergognavi di mostrarti innamorata di me:
scherzavi indegnamente sul nostro amore,
e la gente aveva da ridere compassionandomi. — Povero
Giulio! Ti sei messo bene!
Se una cannonata ti sfracellasse, eh! non dubitare
che l'Ida si consolerebbe presto; e lo
dice —».

Pianse; non dormì in tutta notte. E la mattina
dopo, quando le amiche la chiamarono, al
solito, dalla strada, sollecitandola che era tardi,
e discese e si accompagnarono, al solito, avrebbe
voluto tornar lei nel discorso e liberarsi dalla
lunga ambascia; dire: — Badate, ragazze. Giulio
mi è molto affezionato, ma guai a me se imparasse!... — Stava
per vincere lo stento a umiliarsi;
e provò invece un ineffabile sollievo a
non scorger segno di malignità nella faccia dell'Adriana
e dell'Olga; non un sorriso ambiguo.
Le avrebbe baciate. Infatti non si era montata
la testa con un timore assurdo? E poi, se interveniva
qualche cosa di nuovo, dimenticherebbero
del tutto per sempre quel discorso....
Erano così leggere!

E, grazie al cielo, il fatto nuovo, la distrazione
fu la neve. Oh che danno per i loro stivaletti,
che costavano tanto! L'argomento, nell'andata,
mentre nevicava, fu non solo il prezzo
delle scarpe, ma il costo della vita; la difficoltà
[pg!62]
a risparmiare per il giorno che metterebbero
su casa.

E al ritorno la neve era alta. Dovettero fenderla,
calcarla, spesso sprofondarvi.

L'Olga piagnucolava; l'Adriana malediceva
il destino, e l'Ida, come se Dio l'aiutasse, rideva
tutta contenta.

Seguì il gran freddo; il pericolo di cadere
per la strada ghiacciata. Altro che conversare!
Bisognava star dritte; e si sorreggevano a vicenda
strillando a ogni scivolone.

Ma si rinnovarono i giorni delle confidenze.
Già ritornavano i soldati dal fronte, in licenza
invernale; e le amiche a lamentarsi e a protestare
che le licenze non si dessero a tutti
quanti.

— Il tuo Giulio verrà di certo — dicevano
all'Ida.

— Verrà; tu sei fortunata.

Finchè, una sera, l'Adriana disse, maligna:

— E se non venisse, poco male, eh, Ida?,
per te e per lui.

— Perchè? — lei chiese trepidando.

— Perchè tu non ti guasteresti il sangue; e
lui potrebbe consolarsi con qualche ragazza di
lassù. Dov'è il tuo Giulio ce ne sono che portano
gli stivaletti alti, dicono; e non se li guadagnano
in sartoria.

[pg!63]
L'Ida si morse le labbra; l'Olga rise sguaiatamente,
e aggiunse: — Poco male! Tanto,
morto un papa, fatto un altro!

— Siete cattive! — allora esclamò l'Ida con
la voce piena di pianto. — Io ho scherzato,
e voi....

— Brutto scherzo! — interruppe, senza
guardarla, l'Adriana, con solennità di rimprovero. — Brutto
scherzo! Quel che hai
detto è peggio che dire: «lontan dagli occhi,
lontan dal cuore»; è come dire: «io
non ti ho mai voluto bene, t'ho lusingato, e
tu, sciocco che sei, m'hai dato mente». Anche
peggio! È come dire: «a me non m'importa
proprio niente della guerra, e che molti
ci muoiano, e che tu ci muoia; io mi diverto
lo stesso». Un uomo che abbia del
sangue nelle vene e innamorato, a udir di queste
belle proposizioni commetterebbe fino un
delitto. Immaginarsi Gustavo! Mi ammazzerebbe!

(Bum!)

E l'Olga:

— Il mio Attilio mi scrive sempre: «Non
mi abbandonare, per carità, per l'amor di
Dio!» Se imparasse che io a dimenticarmi di
lui ci durerei così poca fatica e che già prima
che morisse avrei il coraggio di pensare a un
[pg!64]
altro, si accorerebbe di passione. Lui si ammazzerebbe.

(Buum!)

L'Ida si era riavuta: le cuoceva di essere
stata debole. Le fissò con una mossa del capo
di sotto in su, che significava: «Avete finito?
Adesso parlo io». Ma non parlò a lungo. Gridò
forte, perchè, nel sobborgo, molti udissero la
canzonatura: — *tac tac tac!... Bum! bum!* — E
soggiunse, forte: — Come siete buffe! — Poi,
essendo prossima a casa, vi entrò di corsa,
presa da un riso convulso. L'avevano amareggiata,
ferita, offesa, dubitando, oltre che di lei,
dell'uomo che amava; si contentassero se si era
limitata a metterle in ridicolo, spasimanti fastidiose
e spropositate!

Ma il giorno dopo non l'aspettarono per andare
e tornare insieme. Essa finse di non curarsene
e da quel giorno le prevenne nell'andata
e nel ritorno a casa. In cuor suo, però,
temeva; ne paventava il rancore, la vendetta;
tanto più che Giulio veniva in licenza, e i
fidanzati di quelle due non si erano ancor
visti.

[pg!65]


III.
----

Oh! dargli una prova che il pensiero di lei
non lo abbandonerebbe mai più: sua per la vita
e per la morte! Quante volte la morte lo aveva
rasentato!; e perciò essa lo amava, ora, di più.

— Un giorno — raccontava Giulio — una
nespola abbastanza grossa cadde proprio sul
mio carro, s'internò fra i sacchi. Se scoppiava,
addio Ida!

Essa, mentre egli parlava, mutava colore;
egli sentiva fredda la mano che stringeva nella
sua. E si guardavano negli occhi sorridendo.

Era arrivato, Giulio, la mattina. Un saluto
ai suoi, ed era corso da lei. E discorrevano,
soli, davanti al fuoco. Guardandosi riconoscevano
il loro amore più vivo, più forte, più
buono; le parole che dicevano, vibravano di
un sentimento che ne superava il senso e il
suono: così profondo e così grande che il silenzio
e la luce degli occhi parevano esprimerlo
meglio; e di quando in quando tacevano
e si ascoltavano, finchè il silenzio diveniva una
pena. L'Ida allora interrogava; ma non una
delle domande gli fece che le amiche si sarebbero
immaginate gli rivolgerebbe per gelosia.
[pg!66]
E lui, quel ragazzone di ventiquattro anni, che
aveva una infantile dolcezza negli occhi chiari
e aveva nel viso la serenità di un animo saldo
e di una mente padrona di sè, lui non solo
non dava segno di aver dubitato o di dubitare,
ma dimostrava, a vederlo, che vicino a lei,
nulla, nessuno al mondo avrebbe potuto turbarne
la fiducia e l'amore. Nè lui nè lei dimenticavano
intanto che la felicità era breve;
che sarebbero di nuovo divisi, e sentivano che
a soffrir meno dopo il nuovo distacco avrebbero
dovuto fermare per sempre, nella memoria,
quegli istanti gioiti. Come? Con una
prova d'amore indissolubile, superiore a ogni
lontananza, a ogni timore, a ogni evento; superiore
a quella stessa felicità che il cuore
palpitando e la mano stringendo la mano promettevano
nell'avvenire.

— Ho da farti una confidenza — Giulio disse
a un tratto.

— Anch'io.

— Prima io! Sai che trasporto non solo munizioni
e materiali, ma feriti e morti?

— Non me l'hai mai scritto.

— Certe cose a voi donne è meglio non
dirvele; ci piangete sopra o le esagerate.

— L'Adriana, sì, e l'Olga! — esclamò la ragazza —;
a me fan rabbia per questo!

[pg!67]
Senza badarle egli seguitò: — Dopo una
avanzata, avevo avuto l'ordine di raccogliere
i feriti austriaci e portarli, dalla prima linea,
giù, al posto di medicazione; di dove le autoambulanze
li trasferivano alle sezioni di sanità.

Descrisse il camion attrezzato, con le barelle
sospese al di sopra per i feriti più gravi e le
panche, sotto, per i meno gravi; insistè a dimostrare
come era il luogo delle prime cure.

— Una casa di là dalla strada, al riparo dalle
altre, tutte scoperchiate e rovinate. E stando
col carro nella strada noi non vedevamo quelli
dell'infermeria, e non eravamo visti.

— Ho capito — ripetè l'Ida.

— Io e il mio compagno, il meccanico, calavamo
a terra, nelle barelle, i feriti; due soldati
venivano a prenderli, a uno a uno. Ma
non era finita la musica; squassava ancora
l'aria il rombo di qualche cannonata e allora
i feriti leggeri, che pensavano d'essersela cavata
con poco e che forse avevano combattuto
da bravi, si prendevano una gran paura e si
raccomandavano:

— Jésus! Jésus!

L'Ida rise; ma chiese subito:

— E quelli più gravi?

— In una delle barelle ci avevamo un ufficiale,
[pg!68]
giovine; bel giovine! Moriva, e lo lasciarono
lì, vicino al camion. Tanto, non c'era più
niente da fare. Portarono via prima tutti gli
altri; e si allontanò anche il mio compagno. Non
avevamo mangiato dalla mattina, e andò all'infermeria
a cercar del pane. Io, rimasto solo,
stendevo una coperta da campo su quel disgraziato;
quando riaprì gli occhi, e mi guardò.
Voleva dirmi qualche cosa. Capirlo! Io capii
che cercava di spiegarsi in italiano, ma lo spasimo
delle ferite e la morte che arrivava gl'imbrogliavano
la memoria.

L'Ida tacque ansiosa.

Finalmente si toccò con la mano destra il
petto e con uno sforzo riuscì a dire: — Qui....
moneta, vostra. Carte, no. Fuoco, prego.

— Voleva che tu le bruciassi.

— Ah come disse «prego»! Preghiera di
moribondo, pensai io. Gli apersi la giubba,
tolsi il portafogli. E, nell'atto, il sangue mi si
gelò nelle vene. Se qualcuno mi vedeva? Potevano
vedermi i soldati che tornassero per
portar via anche lui; o il mio compagno; o
qualche altro camion di passaggio. Ladro! Sarei
parso un ladro! E non era ancora morto!

— Che momento! — esclamò l'Ida.

— Mi sentivo cento occhi addosso; ma una
idea mi rincorò; cavai le carte; lasciai i denari;
[pg!69]
rimisi il portafogli nella tasca. Non avrebbero
potuto più dire che rubavo!

— Facesti bene. E le carte?

— L'angustia fu tale che non mi accorsi
nemmeno che era spirato. Quando me ne accorsi,
gli chiusi gli occhi, e gli tirai la coperta
sul viso.

— E le carte?

— Le ho qui, con me....

Erano alcune lettere di mano femminile, in
una busta; una fotografia e una ciocca di capelli
biondi.

— Com'è bella! — esclamò l'Ida considerando,
presso la finestra, il ritratto della giovine
donna. Ma la sua ammirazione crebbe
quando, sciolto il filo di seta che stringeva la
ciocca, s'avvide che solo tre capelli bastavano
a comporla, tanto erano lunghi! Disse: — Sono
più belli dei miei.

Giulio scosse il capo e ribattè, serio:

— No; noi italiani preferiamo i capelli neri
e lucenti, come i tuoi.

E ritornarono al focolare. Ripigliò lui:

— Bruciar tutto. Perchè?

— Volontà di moribondo.

— Perchè distruggere? — Giulio domandò.

— Si indovinerebbe dalle lettere, chi sapesse
leggerle.

[pg!70]
— Ho un superiore che lo conosce, il tedesco,
ma non gliele ho mostrate.

— Hai fatto bene — disse l'Ida. E soggiunse: — Forse
temeva, quel poveretto, che un giorno,
se verrà la pace, le lettere e i ricordi fossero
rimandati al suo paese. Temeva di compromettere
la donna.

— Già — mormorò il giovine. — L'ho sospettato
anch'io: la moglie di un altro. Io però
non lo credo.

— E allora? — essa rifletteva. Mormorò: — Forse
hai ragione tu. Non avrebbe aspettato
all'ultimo momento se avesse temuto di comprometterla.

Ma Giulio scosse di nuovo il capo.

— No. Ignoranti o istruiti, in guerra si è
tutti eguali; tutti persuasi, mentre si vedono
cascar gli altri, che le pallottole, le spolette o
le schegge debbano rispettar noi. E sai chi ci
dà questa persuasione? Proprio i ricordi che
si portano sul petto; di nostra madre e di chi
ci vuol bene.

L'Ida sorrise, con gli occhi pieni di lagrime.

Egli prese dal portafogli il ritratto di lei; lo
considerò quasi per rinnovarsi, ora che le sedeva
vicino, le impressioni che aveva a considerarlo
quando era lontano, lassù; e pacatamente
lo ripose. Dopo, afferrò le lettere e la
[pg!71]
busta con la fotografia e la ciocca di capelli,
e buttò tutto nel fuoco.

— «Fuoco, prego». — Cercava rendere con
la sua voce il suono delle parole indimenticabili,
e osservava le carte accendersi, la fiamma
invaderle raggrinzando la busta. Esclamò:

— Vampata d'amore! —; e la frase gli parve
così bella che guardò, contento, l'Ida. Ma essa:

— Di' dunque: perchè distruggere?

— Ascolta — rispose Giulio. — Quando due
che si sono amati, si lasciano, cosa fanno perchè
ogni legame sia troncato per sempre? Si
restituiscono i pegni d'amore. Un pegno è una
memoria, è un obbligo a ricordare: è vero?

— È vero.

— Quell'ufficiale sentendosi morire pensò
che la sua fidanzata, se riavesse le lettere, il
ritratto, i capelli, non resterebbe legata alla
sua memoria, come ci resterebbe invece se credesse
che qualche cosa di lei fosse andato sottoterra
con lui.

Se non che l'Ida obiettava ancora:

— Avrebbe pregato di seppellir le carte,
non di bruciarle.

— Rifletti — ribattè Giulio. — Doveva dubitare
che non lo seppellissi io; e non si fidò
di altri, anche se io promettevo. Nel modo che
mi guardava io capii che intendeva dirmi: di
[pg!72]
voi posso fidarmi. Sembran misteri e sono verità
così semplici!

Alla ragazza tornarono a luccicare gli occhi.

— Ma io sarò più spiccio — seguitò Giulio. — Sul
tuo ritratto ci scriverò: «Seppellitelo
con me, prego». — E sorrise.

— Giulio! — gridò lei.

— E tu, se io morissi? — dimandò lui, pacatamente.

Ah, la prova; la gran prova d'amore!

L'Ida corse a prendere le forbici, si disciolse
una treccia. E lui tagliò tre capelli, li compose
in ciocchettina, li baciò e li pose col ritratto
nel portafogli. Pacatamente.

Ma allora la ragazza gli gettò le braccia al
collo singhiozzando. Piangeva come piange una
bambina per meritar perdono.

— Cosa ti salta in mente? — fe' Giulio scostandola
a un tratto, e fissandola. Una nube
gli passò per lo sguardo. Si ricordava adesso
le parole di lei. — Che confidenza dicevi d'avermi
a fare? — chiese.

— Questa — essa rispose rasserenata e felice: — che
niente, nessuno al mondo mi separerà
più da te. Capisci? Con te, vivo o morto,
l'anima mia. Per sempre!

[pg!73]




IL NIDO.
========


Mai più splendido cielo; mai aria più olente
e queta.... E soli lor due andavano per l'argine
che limitava la risaia dall'immensa prateria.

I colori del maggio inoltrato vi superavano
la verde mèsse e la trapungevano: giallo di
graziole, di tulipani e ranuncoli; lilla di porrette;
gridellino di vecce; viola di prunelle e
di salvie; bianco di ornitogali e nigelle, di
eriche e giunchiglie; rosa e azzurro di giacinti;
bleu di fiordalisi; rosso di trifoglio e papaveri.
E margherite da per tutto. Quante!

Andavano, gli amanti, soli, guardando intorno;
guardandosi e sorridendo senza trovar
parole. Nei tardi passi, vicendevolmente e quasi
timidamente, avvertivano che i loro sguardi
eran pieni di ricordi, dei più lieti ricordi. E
così parevano accrescersi l'intima gioia d'un
ritorno a sè medesimi e approfondire la coscienza
[pg!74]
della loro anima; parevano estendere
la capacità vitale d'ogni senso, schiarire il pensiero
all'esistenza come ridesta, risorgere nell'essere
loro, reintegrati d'ogni minima forza,
a una vita rinnovata e a una sconosciuta armonia.
Era una letizia lieve, di sogno, eppure
tenace e valida; era un'illusione suscitata e
mantenuta dalla divina realtà che li accoglieva;
era un vago desiderio continuo e di continuo
esaudito in quel fluire degli attimi; era la consapevolezza
di una felicità certa e immanente.

Essa, di tanto in tanto, si chinava al margine
e spiccava un fiordaliso o un ranuncolo
o un geranio campestre.

Poi, tendendo le mani al prato in cui non
ancora piede d'uomo aveva lasciato traccia e
da cui la concordia delle tinte assorgeva come
quella dei suoni in una sinfonia, esclamò:

— Vorrei correre, gettarmi là in mezzo!

— Va!

Ella scosse il capo.

— Non si può, senza calpestare!

Più avanti, al serbatoio, discesero nella barca.
Remava lui.

Anche l'acqua sembrava riposare e godere
in distesa azzurra, chiazzata qua e là dal verde
delle ninfee e sparsa di macchie or scarse or
copiose in canne e giunchi, e chiusa all'ingiro
[pg!75]
dalle sponde ombrose di salici; mentre la barca
procedeva piano piano, soavemente, per quella
frescura.

Canerini di valle si levavano con un vocìo
sottile e così vivace da crederlo non segno di
paura ma di più viva gioia nel volo.

Finchè la barca trovò adito in mezzo alla
macchia più folta di cannelle e saracchi, e
ristette dove l'acqua bruna, sotto l'ombra,
rivelava un brivido, al rezzo. Udirono uno
svolazzar forte, di folaghe e anitre. E più
nulla.

— Restiamo un poco? — A lungo ella sarebbe
voluta restar là con lui. Gli abbandonava
la mano nella mano.

— Sei contenta d'esser venuta?

— Non te l'avevo promesso...: a primavera?
E di': non ti sembra che se non fossi venuta
in un giorno così bello la nostra felicità sarebbe
stata meno grande?

Egli strinse forte la bianca mano.

— Sei mia!

E lei:

— Quanto bene mi vuoi!

Di nuovo tacquero cedendo alla dolcezza di
quell'ora, in quella solitudine e nel silenzio che
solo qualche pigolìo interrompeva, o qualche
canto lontano. Il profumo dei fiori lontani perveniva
[pg!76]
fin troppo greve. A quando a quando
un murmure fra il canneto.

D'improvviso l'amata chiese a bassa voce:

— Hai sentito?

Si rivolse a rimuover le fronde e gli esili
fusti più prossimi; volle ch'egli avanzasse la
barca a quella parte, per veder meglio nel
folto.

— Là! — dissero a una voce.

A limite dell'acqua, poggiato sui giunchi che
il peso piegava, era un nido di folaghe. Avanzando
ancora la barca, ecco balzar dal nido
nell'acqua, con un doloroso richiamo, la folaga
spaurita; e si levò a svolazzare su l'acqua intorno
chiamando disperatamente il compagno.

Più nero, con un *cóvv* minaccioso, il maschio
giunse, dalla macchia; cadde di volo, lì appresso;
ma a scorgere il pericolo enorme si
mise a correre per terra, con tal fretta e con
tanta smania di fughe e ritorni che pareva
impazzito.

— Povere creature! — disse la signora.

Nè volle affliggerle a lungo. Anzi, poi ch'ebbe
visto da vicino il nido mirabilmente contesto
di cannucce e ciperacee e steli:

— Andiamo via! — pregava. Una strana ripugnanza
la trattenne dall'osservare dentro il
nido.

[pg!77]
— Che impressione strana! — mormorò intanto
che la barca ritornava all'aperto.

— Tu vedessi i piccini gettarsi nell'acqua
appena nati! — diceva l'amante.

E raccontava della caccia feroce che danno
alle piccole folaghe i falchi di palude. Ma la
sua voce non aveva pietà.

L'amata non gli badava. In lei a poco a poco
l'impressione ricevuta diveniva sentimento, diveniva
avversione sommossa dal fondo dell'anima,
diveniva pensiero.

Teneva lo sguardo fiso nell'amante, che non
dubitava, chiedendosi: «Perchè mi ama? perchè
l'amo?» Leggeva la risposta in quegli occhi.
Il loro amore aveva per fine sè stesso: null'altro.
S'attendevano l'ebbrezza dei sensi in
cui soffocare l'anima..., e non più. Questa, questa
era la colpa: che il loro desiderio non oltrepassasse
il loro piacere. Null'altro! E non
dalla coscienza le insorgeva il rimprovero o
l'ammonimento, ma le veniva da mille voci di
vita feconda e di vita novella che nel fervido
giorno la terra generatrice elevava e spandeva
in un incognito indistinto inno di amore.

Alla voluttà che anche lei si era promessa
mancava il sublime intendimento d'una gioia
divina: questa la colpa! Da un umile nido essa
aveva appreso perchè si ama.

[pg!78]
L'amante le chiese trepidando, sentendola
sfuggire con lo sguardo velato:

— Che hai?

Essa tacque; abbassò gli occhi. E come egli,
in un impeto di desiderio, fe' per trarla al suo
petto, lo respinse decisa:

— No!

[pg!79]




FERDINA.
========


Appena fu in condizione di poter uscire
dall'ospedale, il maggiore Baredi scelse a dimora
per la convalescenza la sua villa di Casaglia.
Gli erano concessi due mesi a rimettersi
del sangue perduto da una ferita che era stata
quasi mortale, al petto, e da un'altra, al capo,
che gli aveva deturpata la guancia sinistra per
sempre. E oltre che ricuperare le forze respirando
la pura aria nativa, egli sperava che
lontano dal mondo, solo con sè stesso e coi
ricordi famigliari, mitigherebbe la rancura compressa
nell'animo e temprerebbe l'animo più
virilmente al proposito della vendetta.

Perchè in quel suo rovello sentiva prevalere
un eccitamento di vanità personale, e se ne
accusava come di una debolezza. Gli bisognava
vincere l'orrore che provava a guardarsi nello
specchio e che aveva sorpreso negli occhi degli
[pg!80]
amici e delle amiche quando l'avevano
visto senza bende; gli bisognava persuadersi
che tornando a combattere e affrontare la
morte con accresciuto fervore di vita, acquisterebbe
davvero, se scampasse ancora, una
ragione di superiore orgoglio, una riparazione
di spirituale bellezza a quella deformazione
indelebile.

Ciò che aveva fatto, il rischio da cui era
scampato a stento, non gli pareva bastevole
nè per la sua rassegnazione, nè per la stima
altrui.

Volle dunque andar a Casaglia come a luogo
di attesa più che di quiete. Ma lo contrariò
subito la stagione.

Pioveva quasi di continuo; la primavera indugiava
in un tedio di freddo aprile. Dalla
loggia, ove passava gran parte del giorno adagiato
nella poltrona, solo di tratto in tratto
scorgeva le nuvole staccarsi, imbiancare ai
margini, inargentarsi nei contorni di bambagia:
tosto i pochi raggi cedevano al nuvolo, che
ridiveniva coerente; e giù acqua! Ed era una
intemperie priva di tuoni e di folgori.

Una tristezza eterna.

Letto il giornale, che pur lo lasciava deluso,
Baredi apriva invano qualche libro; gli rincresceva
fin questo svago da prigioniero o da
[pg!81]
infermo sfiduciato; e preferiva rileggere nella
sua memoria e nel suo cuore.

Del padre, mortogli quando era bambino, si
ricordava appena; ma della madre, perduta
l'anno innanzi che andasse in Libia, riaveva,
lì nella vecchia casa, così evidente l'immagine
che a volte gli pareva udirne i passi e la voce,
e gli pareva vederla sorridere in atto non più
di perdonare ma d'essere perdonata. La stigma
che egli recava in faccia lo redimeva ora dell'averla
fatta soffrire un tempo: dell'aver preso
la carriera militare che sua madre non avrebbe
voluta e dell'essersi abbandonato a dissipazioni
e a passioni che per lei, austera, rasentavano
l'onta.

La stessa rimembranza materna lo traeva
perciò a rivivere nei ricordi più recenti e più
generosi.

Oh la sua bella batteria, di cui amava ogni
pezzo come fosse animato dell'anima sua! E
le ansie attive, gli incurati pericoli, le robuste
fatiche, i riposi pieni e i sonni senza sogni! E
gli ufficiali superiori e inferiori concordi in una
fraternità di intendimenti e di speranze; e gli
artiglieri forti e pronti, bravi e sicuri; avidi di
operare con lui, di essere comandati da lui!

Pur il momento terribile acquistava un'attraenza
di luce tragica a rievocarlo nell'azione
[pg!82]
complessiva. Ecco: due compagni caduti. L'uno
si contrae muto, livido nell'agonia breve; l'altro,
un soldato eroico, con uno sguardo ancor
vivo e già estraneo, geme come un ragazzo:
«Mamma mia!». E di sè Baredi risentiva la
soavità dell'istante in cui, venendo meno, aveva
creduto essere sottratto dalla morte allo strazio
delle sue povere carni dilacerate.

Ma dall'alta lontananza di questi ricordi chi,
che cosa, lo riabbatteva a un tratto nella realtà
penosa? Perchè si sovveniva amaramente di
questa o quella donna più non amata e ne
scorgeva, in una simulazione di pietà, un segreto
sarcasmo, o, peggio, la ripugnanza? Perchè
gliene ricorrevano alle labbra le parole: «Come
sei bello!»; e le ripeteva forte queste parole,
e guardandosi talvolta nello specchio sorrideva?
Per convincersi che non doveva, non
poteva più sorridere! Nel volto deturpato il
più lieve sorriso gli sembrava tracciasse un'atroce
smorfia.

----

Finalmente una notte sentì un usignolo, che
nel boschetto di altee e di lauri s'inebriava
del suo canto; e il giorno dopo il sole fu padrone
di tutto il cielo.

Baredi fece quel giorno i primi passi senza
[pg!83]
aiuto. E ristette a guardare la chiostra dei colli,
dilungati in lievi ondulamenti contro il cielo
sereno; inclinati a valle in falde verdi di olmi
e di cólti, con le case che i cipressi indicavano
e a cui la luce meridiana e la distanza davano
un'illusione di quiete chiara, tiepida e dolce.
Là, oltre la verde cerchia, fra le piatte cime
di Paderno e di Sabbiuno, i monti s'annebbiavano
d'azzurro; qua, nella valle ove profondava
il Ravone, la chiesa e la vicina fattoria attiravano
lo sguardo come i più cari luoghi del
paesaggio inobliato. E d'improvviso, con gli
occhi della memoria, il capitano scorse nella
fattoria la fanciulletta che sua madre ebbe
spesso a svago per casa: Ferdina. Egli non l'aveva
riveduta nell'altro triste ritorno, quando la
morte stava al capezzale materno; l'aveva riveduta
sempre gli anni innanzi; e la rammentava
bambina, quando al vecchio fattore successe
il padre di lei. Quanti anni aveva ora?

Calcolo breve, se non del tutto sicuro: era
già una ragazza da marito.

Il giardiniere confermò dicendo:

— Faceva all'amore col figlio di Santelli, l'affittuario.
Adesso è soldato, al fronte.

— Bella?

— Non se la ricorda? Una faccia ardita;
capelli biondi.

[pg!84]
Poi l'informatore soggiunse:

— Non tarderà a venirla a trovare. M'è sempre
attorno a domandare di lei, e se è guarito,
e come se la passa, e se vien nessuno a salutarla.
È una buona ragazza.

Baredi tornò a guardare alla fattoria; poi
disse:

— Ci andrò io, fra qualche giorno.

Voleva sperimentare in lei, che certo lo rammentava
bene e forse lo ricordava con affetto,
l'impressione disgustosa di rivederlo così; e
voleva sperimentare in sè stesso la resistenza
a quel disgusto.

----

Ma se, col bel tempo, si sentiva rinvigorire
d'ora in ora, le gambe che avevano scalate le
Alpi lo reggevano ancor male per un tratto
non breve e per la riva ripida. Di più l'umiliava
quella mollezza sentimentale, a cui non
poteva opporre abbastanza energia di dominio
su sè medesimo. Erano commozioni eccitate,
irresistibilmente, dai sensi che si rinnovavano
alle impressioni e dalla fantasia che si ravvivava
nella necessità di ricordare; e spesso, per un
nonnulla, s'accorgeva che gli occhi gli si riempivano
di pianto. Sopratutto l'inteneriva un
sovrapporsi di sensazioni e d'imagini. Mentre
[pg!85]
si rivedeva andar fanciullo, nel luminoso silenzio,
per il giardino e per i prati ch'erano
tutto un fiore, e la madre l'accompagnava, ecco
riapparirgli l'artigliere morente e riudirlo invocare:
«Mamma mia!»; mentre riudiva con
la disattenzione e nello stesso tempo con la
vigile percezione di ragazzo i gorgheggi delle
capinere e degli usignoli, ecco ripercuotersi al
suo orecchio il rombo del cannone e rivedere,
orrenda, la scena di sangue e di strazio.

E dubitava, a volte, di guarire; non nei muscoli,
ma nei nervi.

Così una mattina, quasi a superare uno sforzo
più dell'animo che delle gambe, s'avviò per la
stradicciuola della chiesa e arrivò, un po' affannoso,
alla fattoria.

La moglie del fattore venne sulla soglia con
le mani impiastricciate di farina appena intrisa,
e cominciò a strillare:

— Chi si vede! Che miracolo! Ferdina! Ferdina,
corri a vedere chi c'è!

Ma come non aveva contenuta la ripulsione
a scorgere quella guancia deturpata, la donna
introducendo il visitatore prorompeva in parole
che valessero a scusa di sè e a conforto di lui.

— Poveretto! Quanto avrà dovuto soffrire!
L'ha scampata, eh, sì; ma.... Assassini infami!
Rovinare per sempre tanta bella gioventù!

[pg!86]
Per fortuna, i passi della figliuola, che scendeva
la scala di corsa, la interruppero. Ripetè:

— Guarda chi c'è qui, Ferdina!

— Buon giorno....

Rossa in volto, ma sorridente e franca: e
non il minimo segno sfuggì alla ragazza della
impressione penosa che Baredi si aspettava di
dover affrontare anche in lei.

— Che ragazzona! — egli esclamò stringendole
le mani. — Non ti avrei riconosciuta!

La disinvoltura ch'essa aveva dimostrato a
dissimulare; la delicatezza che l'aveva indotta
a comportarsi in tal modo, gli riuscì così inattesa,
così strana in una della sua condizione,
ch'egli volle provocarne più sicura prova.
Chiese:

— E tu mi avresti riconosciuto?

— Io sì — rispose.

Allora alla madre parve opportuno riprendere:

— È stata una disgrazia, signor maggiore;
ma bisogna sempre pensare a chi sta peggio;
a chi ci ha rimesso un braccio o una gamba....

— Mamma — disse la ragazza con un'occhiata
di ammonimento e di rimprovero —,
se andaste a nettarvi le mani? Siete tutta incollata.

— Ah la mia sfoglia! La pasta che mi si
[pg!87]
asciuga! — fe' la donna entrando in cucina
senza più altri complimenti o spropositi.

E il capitano a Ferdina:

— Avrei preferito trovarti come eri una
volta. Verresti a tenermi un po' di compagnia
nel giardino; a prendere dei fiori.

— Oh! se è per questo....

E soggiunse che il padre da un pezzo insisteva
che lei e il fratello andassero a salutarlo,
ma che il ragazzo era un monello selvatico.
Parlarono di lui, Gigetto, che il maggiore aveva
visto appena nato; e il discorso fu avviato alle
vecchie conoscenze. Ferdina dava notizie di questo
e di quello, e Baredi intanto l'osservava.

Le palpebre, lunghe, le ombravano lo sguardo
profondo; la voce aveva forte e calda. Non di
una bellezza insolita, era però imagine di una
giovinezza sana e gioconda, e suscitava — e
pareva giusto come non mai — l'abusato confronto
del fiore campestre.

— Dunque — egli disse alla fine —, dimani ti
aspetto. Ma se vuoi delle rose e dei garofani, tu
portami dei fiori di campo; delle viole.

Ella rise.

— Delle viole, adesso? Troppo tardi!

— Ebbene, di quei fiori che coglievo anch'io
da bambino laggiù lungo il Ravone. Se no,
niente garofani e niente rose!

[pg!88]
Dalla cucina la madre gridò, dopo i saluti:

— Si ricordi che il giardiniere la teme, Ferdina,
come la tempesta!

E Baredi ricordò invece che il giardiniere
gli aveva detto:

— È una buona ragazza.

----

Ma Ferdina non mantenne la parola che in
parte.

Venne il giorno dopo alla villa recando, invece
che tulipani, giunchiglie, narcisi e rosolacci,
un mazzo di ginestre con qualche ranuncolo
tra mezzo.

— Cosa m'hai portato? — dimandò Baredi,
senza sorridere.

Sorrideva essa: del sorriso che ferve nelle
pupille delle donne innamorate.

Esclamò a sua volta con accento di meraviglia:

— Non le riconosce? Son ginestre!

— Non ancora in fiore, e non sono i fiori
che volevo io.

La ragazza chinò lo sguardo per sottrarlo
allo sguardo di lui; e il modo e l'indugio a
rispondere rivelarono che, imbarazzata, cercava
la scusa. Poi disse rialzando gli occhi:

[pg!89]
— Le ginestre fioriscono a giugno; e io ci
ho messo, invece, tra mezzo, un altro giallo.

— Che idea! Perchè?

Nuovo indugio; con, di più, un gesto d'impazienza.
E rivolgendosi, seria:

— Mi sono ricordata che la sua povera
mamma mi mandava sempre a raccoglierne,
delle ginestre in fiore.

Baredi prese il mazzo e disse:

— Ti ringrazio.

Ora, mentre la caricava di rose e di garofani,
egli soggiunse:

— Sei buona e meriti di essere amata e fortunata.
Il tuo amante che fa? dov'è?

— Chi gliel'ha detto? — gridò Ferdina.

Ma non insistette nella solita scherma delle
ragazze campagnuole, che quasi un pudore
istintivo e inconsapevole induce a negare di
essere innamorate; e ripigliò:

— Lei è peggio del Mago Sabino! Indovina
tutto.

— No; non tutto. Che fa? — ripetè. — Dove
è? Come ha nome?

Le risposte seguirono in fretta.

Aveva nome Guido Santelli; aiutava il padre
in un'affittanza. Adesso era al fronte.

— Ti sposa appena finita la guerra?

— Ah! questo non lo so davvero; e se lei
[pg!90]
non ci riesce a indovinarlo, bisognerà dimandarlo
al cucco. Aspetti.

L'attesa fu lunga.

— Cantava adesso adesso. L'ha sentito?

Dal campo dove si nascondeva, il cuculo
mandò finalmente il vecchio canto augurale.

— Cucco, bel cucco dalla penna grigia:
quanti anni mi dai prima che mi sposi? — Uno....
Due.... Stia attento!

Essa contò fino a otto.

— Otto anni! Oh povera me! — lamentò
con comica disperazione. — Sono troppi! Fortuna
che non ci credo, nel cucco!

Baredi fu tentato a sorridere; ma non sorrise.
E la ragazza parve improvvisamente pentita
d'aver scherzato; desiderosa di confidarsi
meglio, quasi di confessarsi in colpa. Disse mutando
lo sguardo e la voce:

— Come sarà che tutte quelle che hanno il
moroso al fronte stan di malanimo e io non
ci penso nemmeno che possa succedere una
disgrazia? Per me è una cosa impossibile!

— La fiducia che hai nel tuo amore ti dà la
fiducia nel tuo destino.

Paga, la ragazza seguitò:

— E quando finirà la guerra?

Il maggiore si strinse nelle spalle.

Allora essa, quasi urtata, ebbe un rude scatto,
[pg!91]
un impeto di sdegno, di disgusto profondo e
incontenibile.

— Che debba proprio durare un pezzo? Sono
infamie!

Suo padre diceva che la guerra era necessaria;
ma lei non riusciva a capire come potesse
esser necessario spargere tanto sangue, commettere
tante stragi, solo perchè due birboni
l'avevan voluto.

— Necessaria per noi? Entrare fra i litiganti
per la smania di darne anche noi, per il bel
gusto d'andar in molti incontro alla morte?

Beredi l'ascoltava non meravigliato di quell'ignoranza
e di quegli errori; meravigliato che
Ferdina, mentre dimostrava cuore generoso,
non supponesse in un sentimento generoso la
ragione vera del fatto che le pareva assurdo.
O il sentimento della patria era attutito in lei
dall'altro amore che la dominava sino ad oscurarle
il pensiero?

— La necessità che tuo padre dice — egli
rispose — è nella difesa dei più sacrosanti diritti
umani. Pensa.

Ed enumerava, chiariva le cause del conflitto
enorme, e intanto seguiva sul volto di lei la
commozione che veniva eccitando. Poi, non
senza intenzione di pungerla, aggiunse che sopra
tutto c'è, al mondo, un amore per cui i
[pg!92]
maggiori sacrifici sembrano sopportabili: l'amore
che santificò il martirio di quanti preferirono
la morte alla tirannia, all'insolenza
straniera, alla barbarie prepotente, rivestita di
civiltà ipocrita o vigliacca.

— Ma voi donne non capite come quest'amore
fa parer bella la morte!

Ferdina aveva ascoltato a mo' dell'ignorante
che riceve una luce inattesa e, tuttavia un po'
confuso, gode d'essere tratto dall'oscurità. Ma
a quelle ultime parole arrossì, più che per il
rimprovero, per il pensiero che le fecero balenare.
Gli occhi le si accesero di una fiamma
che parve d'ira ed era d'amore.

— Quel che dice lei — esclamò — dev'essere
vero! Ma anche Guido penserà così, e andrà
a cercarla, la morte! So che tipo è. E la morte
me lo porterà via!

Si morse le labbra per contenere uno scoppio
di pianto; le lagrime non le potè celare.

Beredi non aveva visto mai in occhi di donne,
improvvisamente manifesta, tanta passione. L'espressione
stessa «me lo porterà via» non significava
una violenza angosciosa, un ingenuo,
prepotente egoismo? Gelosa della morte!

Egli riebbe il senso delle delusioni patite e
provò l'invidia più acre: quello di un grande
amore. Fra le donne che gli avevano giurato
[pg!93]
di amarlo quale l'aveva amato come amava
Ferdina?

— Piangi? — le chiese ironico, per castigarla
di avergli fatto male. E sorrideva ora
senza timore d'accrescere col sarcasmo la bruttezza
della sua guancia contratta.

Ferdina si asciugò gli occhi col dorso della
mano e guardandolo non avversa:

— Ha ragione — mormorò. — Perchè pensare
a un guaio? Ma se Guido morisse....

E sospese la minaccia, che neppur lei sapeva
se rivolta a sè o al destino, e che l'energia della
voce e dello sguardo lasciava pensare non vana.

Baredi si rabbonì. Cercò di riparare al male
che aveva fatto lui a lei.

— Se il tuo Guido ti ama come lo ami tu,
non temere. Non l'hai inteso dire anche tu che
l'amore qualche volta vince la morte?

Oh il sorriso di Ferdina, allora! E a quell'uomo
bello, a' suoi occhi, di bontà, d'intelligenza e
di coraggio, disse grata e sincera:

— Lei l'ha vinta la morte, e la sua morosa
dev'essere felice!

----

Idealizzava anche questa, adesso? A trentadue
anni oramai Baredi aveva acquistata tale
esperienza delle donne da credere sul serio che
quella ragazzotta campagnuola meritasse di occupare
[pg!94]
il suo pensiero? Oh no! Egli voleva
pensare ad altro. E pensava ad abbreviare la
licenza, che già gli pareva troppo lunga. Tutte
le mattine ricuperava lena nelle passeggiate
su per i colli.

Ma quasi ogni giorno Ferdina veniva, dopo
mezzodì, alla villa, e chiacchieravano sotto gli
abeti: essa chiedeva ed otteneva schiarimenti
alle notizie del giornale, o portava notizie del
suo fidanzato e d'altri giovani dei dintorni, o
riferiva qualche pettegolezzo. Non s'immaginava
certo che il maggiore ne seguiva le parole,
i modi, le abitudini con attenzione sempre
vigile, e che egli provava un piacere amaro
a scorgere in lei qualche difetto, qualche rudezza
spiacevole o ignoranza bisognosa di compatimento.
Ciò accadeva, piuttosto che alla villa,
alla fattoria, dove talvolta egli scendeva a passar
mezz'ora.

Un giorno, nel prato davanti alla casa, sorprese
Ferdina che voltava lei il fieno al sole.
Aveva stretto al capo e annodato alla nuca il
fazzoletto rosso; la gonna succinta, le braccia
scoperte fino al gomito. Muoveva e rivolgeva
con atto frequente e svelto la forca di legno
dai lunghi rebbi, e cantava.

— Brava — egli le disse. E lei interrompendosi:

[pg!95]
— Oh non mi vergogno, io, a lavorare da
contadina! Si vergognino quelle che non han
braccia sode e gambe dritte!

E riprese a cantare.

Un altro giorno Gigetto, il fratello di lei,
aveva levato un nido di fringuelli. I poveri
uccellini, ancora in bordoni, non si reggevano
ai piccoli voli e ai brevi passi: tentavano scappare
e battevano il petto e il capo in terra; e
piavano spalancando il becco.

Il maggiore rimproverò il ragazzo. Il ragazzo
rispose sgarbato, e la sorella gli lasciò andare
uno scappellotto; ma lui si vendicò accusandola:

— I fringuelli ti fan compassione; gli storni,
no. Mi hai aiutato tu a pigliarli tra i coppi!

— Gli storni sono di danno! — essa rispose. — E
poi — aggiunse rivolta a Baredi, — quelli
di nido sono così buoni in umido!

E sorrideva con labbra ingorde.

Anche andava in bicicletta e si scalmanava
in corse faticose quando, scesa alla città per
le spese domestiche e fatte tutt'altre compere
a suo capriccio, doveva rincasare a prendere
soldi e ripetere il viaggio.

Non sapeva, insomma, moderare le esuberanze
dell'indole, nè mitigare le asprezze del
carattere. Eppure, quand'era solo, Baredi ne
[pg!96]
rivedeva spesso l'imagine ricomposta in lineamenti
ed espressioni gentili, e se ne ricercava
le impressioni avverse, da quei contrasti essa,
anzi che perdere, acquistava nuova attraenza,
come d'una bellezza singolare, forte e sana.

----

Ma un pomeriggio, accompagnandola per la
strada della chiesa, Baredi osservò a caso, al
margine del fosso, un fiore nuovo per lui. Lo
stelo lungo e schietto reggeva, a corona, cinque
o sei capolini di un delicato color lilla sorretti
da un esile picciuolo senza foglie. Lo staccò e
glielo porse.

Ferdina lo gettò via con disprezzo. Come
offesa davvero, gridò:

— Questo fiore a me?

Poi, alla meraviglia di lui, disse:

— Fiorin dell'aglio, fior traditore!

E prima che egli parlasse, essa, nell'atto di
scappare sdegnata verso la fattoria, gli rivolse
un'occhiata lunga e intensa; una di quelle occhiate
in cui l'anima si raccoglie e si concede,
ma il pensiero, anzi che apparir manifesto, per
il troppo fervore appare ambiguo. Voleva leggere
negli occhi di lui la scusa dello scherzo
che poteva spiacergli? esprimere l'affetto che
la rendeva certa di scusa?

[pg!97]
Baredi rimase perplesso un istante; indi, respinte
le interpretazioni benigne, tornò indietro
convinto di non errare e mormorò: — Civetta! — Nessun
dubbio. Una rivelazione inattesa:
Ferdina credeva d'averlo innamorato, e ne godeva!

— Anche costei! — pensò. — Tutte a un
modo; tutte stupidamente vane, perfidamente
vane! Per soddisfare alla vanità istintiva, non
esitano in nulla; inconsapevoli del male che
possono fare, interamente consapevoli del male
che vogliono fare. — Ogni cosa era chiara
adesso! Ogni prova di affetto e di gentilezza
ch'egli aveva ritenuta spontanea in costei, era
stata predisposta sin dal primo incontro a tal
fine: innamorarlo! L'aveva conosciuta bambina:
la rivedeva una bella ragazza; fidanzata. Avrebbe
resistito alla bellezza di lei, all'invidia che altri
n'avesse l'amore? Ah no! Essa vincerebbe se
egli — e non c'era da dubitarne — aveva in
mente altre donne! E lei andava a colpo sicuro;
prima di tutto perchè era giovine, fresca, bella;
poi perchè le signore e signorine, schifiltose,
non riuscirebbero a nascondere, come lei, il
ribrezzo della cicatrice che lo imbruttiva. E il
dover supporre tutto ciò, ciò che lo feriva come
un oltraggio, a Baredi fece così male che piuttosto
che riveder Ferdina pensò di ritornare
[pg!98]
quel giorno stesso a Bologna. Ma non s'immiseriva
a fuggire le piccole cattiverie d'una femminetta
diciannovenne?

Rimase. Quel giorno stesso però scrisse al
Comando che era guarito e disposto a riprendere
tra una settimana al più tardi il servizio.
Impiegherebbe il tempo, che gli restava, ad
allenarsi camminando sui monti; e non andrebbe
più alla fattoria, e con qualche pretesto
non riceverebbe più Ferdina alla villa. Se non
che il giorno dopo si accusò nuovamente di
debolezza e, sebbene stanco di una lunga gita,
andò all'ora solita nel giardino.

Ferdina non venne. Non venne neppure il
dimani. Non c'era da ridere? da prenderla,
quasi quasi, nel suo stesso giuoco? Lo aspettava
a casa sua! Non cedeva lei; certa, sicura
che cederebbe lui!

Passarono quattro giorni. Quando, al quinto,
il maggiore udì alcune contadine che, per la
via, discorrevano di un altro paesano morto
in guerra. Egli ebbe un dubbio: e, dalla siepe,
ne dimandò il nome. Non era il fidanzato di
Ferdina. E poco dopo, ecco Ferdina accorrere,
trafelata, rossa in volto, con una lettera, incontro
a lui. Tendendola, pareva ebbra di gioia;
esclamava:

— È di Guido! La legga! Voglio che la legga!

[pg!99]
E premeva una mano al cuore per moderarne
i palpiti. Egli scorse con gli occhi alcune righe.
Il soldato scriveva che si era trovato
alla stessa azione in cui era perito quel paesano;
che si era meritato gli elogi dei superiori
e sperava d'ottener la medaglia, e una prossima
licenza.

— Che pena in questi dì! — la ragazza seguitava.
Sin dal principio della settimana aveva
saputo del paesano morto, e sapeva che era
nello stesso reggimento, nella stessa compagnia
di lui, Guido.

— Che angustia! Ma anche lei mi ha fatto soffrire! — aggiunse
con voce ferma, quasi aspra.

— Perchè? — Baredi chiese. Era già pentito
d'essere stato ingiusto.

— Vuol negarlo? Anche lei sapeva della
brutta nuova e sospettava di una disgrazia.
Ne saran morti tanti delle nostre parti! Io non
avevo il coraggio di venir qui, a interrogare;
ma l'aspettavamo laggiù, da noi, a dirci una
parola.

Egli arrossì, la prese sotto il braccio traendola
verso la solita ombra nel giardino.

— Perdonami — le disse —, non per il male
che ti ho fatto senza volere, ma perchè sospettai
tutt'altra cosa: che tu non fossi buona
e sincera come sei. Perdonami.

[pg!100]
Ferdina era così felice che non si perdè a
chiedere spiegazioni; e alla domanda di lui: — Sei
felice adesso? — ella sorrise guardandolo,
limpidamente; con la piena confidenza di un
cuore che si abbandona a chi la comprende.

Giunti in fondo al viale, sedettero di fronte;
lei sul sedile di pietra, lui nella scranna di
giunchi. E mentre essa, tolto dalla tasca del
grembiule un fazzoletto in cui ricamava le cifre,
agucchiava e discorreva, Baredi stette ad ascoltarla
poggiando il gomito allo schienale e sostenendo
il capo con la mano contro la guancia
destra. La ragazza parlava del suo amore; dei
contrasti che aveva avuto da parte dei suoi.
Non senza ragione. Guido non era mica uno
stinco di santo! Ne aveva avuto delle amorose!;
e qualcuna.... ehm! Ma con lei non si bazzicava
come con quelle. Aveva intenzioni oneste? E
bisognava rigar dritto!

— Che liti in principio che facevamo all'amore!
Mi venivano a dire che era stato visto
per Bologna con la tale, a teatro con la tal'altra.
Capirà se ci pativo! Una sera che eravamo
soli in casa, giurava di dover andar via per
un contratto. Non gli credevo; serrai la porta
con la chiave. Lui sale al piano di sopra, spalanca
la finestra, si butta giù e scappa. Da accopparsi!
Io mi divoravo dalla bile. Ma mio
[pg!101]
padre imparò che era vero che Guido stava
combinando un grosso affare e che dava segni
di aver messo la testa a posto; e cominciò a
difenderlo. Questa è bella! Anche mia madre,
perchè io, a costo di morir di crepacuore, non
ne volevo più sapere, cominciò a dar torto a
me! La guerra ha fatto il resto, e adesso ci
vogliamo bene sul serio.

Intanto che la ragazza discorreva, Baredi la
seguiva rimproverandosi. Quant'era difficile
giudicare le donne! Con che ingiustizia aveva
giudicata Ferdina, così buona e leale; così
schietta e forte nei suoi difetti e nei suoi contrasti;
così sana e assennata! A confrontarla con
le donne che gli stavano più in mente gli pareva
di dover sorpassare un abisso. O l'abisso, piuttosto,
era in lui?

— Il maggior bene del mondo — Ferdina
ripigliava — non sta forse nel volersi bene?
Vede? Mio padre e mia madre sono di stampo
antico; senza istruzione, senza finezze; ma mi
han dato a conoscere che a questo mondo più
si vuol bene, e più se ne vorrebbe, e s'è più
contenti.

— O l'abisso è piuttosto in me? — si chiedeva
Baredi. Era in lui, tra il modo con cui
concepiva la vita nel passato e il modo con
cui gli si presentava ora, dopo l'intervallo tragico
[pg!102]
e quasi mortale? Ora sentiva come non
mai l'orrore di quel passato. Eppure egli non
era stato nè più fatuo nè più corrotto di tutti
gli altri. Ma come tutti gli altri aveva riposta
la felicità nella falsità delle illusioni, dei desideri,
dei piaceri, delle passioni. Ah Ferdina!
Ferdina! Proprio così: volersi bene senza pretendere
dalla vita più di quanto la vita può
dare; e più si vuol bene, e più se ne vorrebbe,
e s'è più contenti!

Dopo una pausa, pur china sul lavoro e senza
badare che egli aveva socchiuso gli occhi, la
ragazza soggiunse:

— E quando s'è contenti si vorrebbe veder
contenti tutti; fa dispiacere che chi è buono
come noi, più di noi, debba soffrire.

Altra pausa. Quindi:

— Lei perchè è sempre così pensieroso?

Baredi tacque. Temè di non poter rispondere
senza essere debole, e, stringendo le palpebre,
tacque.

— Dorme?

Non rispose.

E seguì un lungo silenzio. Egli, di tratto in
tratto e di furto, sollevava un po' le palpebre
e sogguardava; essa seguitava a cucire.

Finchè si mosse, si alzò. Baredi credè se
ne andasse. Ferdina, invece, si avvicinò a lui
[pg!103]
piano piano; s'accostò. Ad accertarsi che dormiva?

Egli stava per riaprir gli occhi, chiedere:

— Vai via? — Ma intuì. Sentì che si abbassava,
che col suo viso gli sfiorava il viso.
Un attimo. E calde e lievi le labbra di lei si
strinsero e si chiusero a un bacio appena sensibile,
su la guancia deturpata.

Ah! afferrarla, stringerla al cuore, baciarla
nella fronte gridando con anima pura, con tutta
l'anima: — Ferdina! Ferdina! — No: gli parve
una contaminazione; con uno sforzo supremo
si contenne. Ella si era allontanata rapida, su
l'erba; ed egli, risollevando le palpebre, la
scorse che si fermava e si voltava. Dubitava
d'averlo destato; temeva che se ne fosse accorto.
Rassicurata, scomparve dietro la casa.

E allora egli ruppe in singhiozzi.

Ma la mattina dopo partiva per la frontiera.
[pg!104]

[pg!105]




IL CHIODO.
==========


I.
--

Quasi in mezzo al viale, fuori della polvere,
un chiodo arrestò lo sguardo, il passo e il
pensiero del conte Mauro. Era un chiodo ancora
buono, benchè un po' arrugginito e storto.
Quanti l'avevano veduto? E perchè nessuno
di quanti l'avevano veduto si era chinato a
raccoglierlo? Trovate le risposte, del resto
semplici ed ovvie, lo prese su lui, e seguitò
la passeggiata verso la chiesa dei Cappuccini.

Pensava intanto: — Ogni cosa, sia pur minima,
ha il suo valore. Dunque: cercate di non
perdere nulla; non spregiate nulla; raccogliete
sempre ciò che fu perduto, o gettato via, e tenetene
conto. Imparate, cioè, a osservare e a
riflettere.

Ai quali consigli altri ne seguivano, se non
del tutto nuovi, sempre belli. — Profittare anche
[pg!106]
andando a spasso; vincere la pigrizia; esercitar
la pazienza.

Ma dal considerare il chiodo che rigirava fra
le dita il pensatore arrivò a conseguenze di
maggiore importanza, per lui. Nelle brevi soste
al Caffè Vecchio, dal tabaccaio nel Borgo, nella
farmacia di San Rocco, non era solito ammonire
che a consolazione della vita bisogna mirar
in alto? Ora a vederlo prendere su da
terra un chiodo tutti l'avrebbero accusato di
contraddizione. E no. Se quella era un'azione
giovevole, se un'azione giovevole in sè vale a
pubblico esempio, ecco che si può mirare in
alto anche guardando in basso. Nè bastava. Per
la democrazia predominante là, nella piccola
città romagnola, egli era forse un aristocratico
in cui l'orgoglio della razza aveva assunto l'abito
del filosofo fannullone, appartato e schivo.

— Ebbene — concluse Mauro Agabiti giunto
che fu alla chiesa francescana —, anche per
questo, da stasera in avanti, cercherò dei chiodi.
Chi si umilia sarà esaltato.

----

Gli accadeva sempre così. Concepita un'idea,
a forza di dedurre, la tirava alle conseguenze
estreme, che stupivano chi non possedeva
l'energia logica di lui. E avendo pensato che
[pg!107]
pur l'esercizio di rintracciar chiodi non mancasse
di morale efficacia, fu condotto a cercarne
dove più se ne trovassero, e quindi dove
la necessità dei chiodi nuovi rendesse maggiore
la dispersione dei vecchi.

In via del Fossato, lungo le mura, erano
botteghe di falegnami, fabbri, maniscalchi. Ivi,
due o tre volte la settimana, la persona del
filosofo, alta, magra, vestita di nero, il volto
pallido e la bianca barba sotto il cappellaccio
grigio, passava adagio adagio rimuovendo la
polvere con la punta del bastone; talvolta arcuandosi
nell'atto di tendere il braccio e la
mano. Allora, se coglieva qualche cosa, gli balenava
un sorriso dagli occhi chiari e guardava
qua e là, come aspettasse di essere interrogato.
Ma coloro che l'avevano osservato, e ridevano,
si voltavano in fretta per non farsi scorgere;
rispettavano in lui l'uomo generoso e diverso
dagli altri ricchi appunto perchè, a parer loro,
tócco nel cervello; e ne compativano la nuova,
innocente manìa. Nessuno gli chiedeva: — Cosa
accatta, signor conte? —; nessuno lo pungeva
ironico o mostrava meraviglia; ed egli doveva
mettere in tasca il chiodo e rimettere il discorso,
pronto da un pezzo, a migliore occasione.
Presto o tardi la sperimenterebbe, la
virtù dell'esempio! — Infatti....

[pg!108]
Una delle ultime fucine del Fossato era quella
del fabbro Dondelli, detto Dondèla; e un giorno
che questi lavorava altrove, il conte, quasi davanti
al portone di lui, si chinò; con impeto
allungò la mano.... Ahi! che dolore! Scottato. Le
dita lasciarono subito la presa. Scottava, bruciava!
Ma stringendo fra i denti il pollice e
l'indice, in cui il chiodo aveva lasciato l'impronta
della strinatura, il filosofo restò immobile
ad aspettare. Il chiodo si raffredderebbe: no?

Intanto risate di ragazzi, trattenute a fatica,
giungevano da ogni bottega, come gemiti.

— Ridono? — pensò il pensatore —. Dunque
è una burla!

E quasi il bruciore, che non scemava, gli
affrettasse il raziocinio, seguitò: — Una burla
senza intenzione di ferire in me avarizia o
gretteria; tutti mi conoscono. È una burla ingenua,
che attesta però una intelligenza non
comune. Bravi!

A questo punto nella bottega del falegname
di contro il ridere si mutò in pianto schietto,
e sotto la grandine degli scapaccioni paterni
un garzoncello gridava: — Non sono stato io!
È stato lui, là, che l'ha riscaldato! Celso!

— Birichini! canaglie! — urlava il genitore
per farsi ben udire dal signor conte.

«Lui, là?» «Celso?»

[pg!109]
Il filosofo pigliò su, risolutamente, il chiodo
ancor caldo; lo mise in tasca ed entrò nella
fucina di Dondèla.

— Celso — disse con l'usata dolcezza —, mi
daresti un po' d'acqua?

Subito, di dietro all'incudine dove se la godeva
ridendo piano piano e solo, il ragazzo
balzò a prender la secchia, la portò, la depose
ai piedi del signore. Il quale v'immerse la destra
e sogguardò mentre, refrigerato, seguitava
tra sè:

— Ha dell'ingegno; molto ingegno! Si vede
dagli occhi; si capisce dalla prontezza degli atti.
Dunque non è contento del suo stato. — E disse:

— A te non ti piace di fare il fabbro.

Il monello, che si aspettava tutt'altro discorso
e tutt'altro tono, sorrise e rispose franco:

— Nossignore.

— Bene. Cosa ti piacerebbe di fare?

Sempre più inanimito da quel "bene" rispose:

— Il signore.

— Ho capito — disse il filosofo. — Vorresti
diventare ingegnere o avvocato o medico, o
che cosa?

Ma ora Celso rimase perplesso. Non erano
dimande inopportune? «Fare il signore» non
significava «far niente»?

[pg!110]
— Via! — insistè il conte rialzandosi e asciugandosi
le dita nel fazzoletto. — Quale professione
sceglieresti?

Bisognava finirla.

— Nessuna.

Fu un nuovo colpo inatteso. Ma non doloroso;
anzi! Al filosofo parve di giungere improvvisamente
a una felice scoperta; tale che
tacque a lungo. Poi tolti dal gilet alcuni soldi,
li porse al ragazzo.

— Ti ringrazio; e ci rivedremo.

Era poco lungi, per la strada, quando udì
dei passi dietro a sè. Si volse. Celso col cappello
in mano, disse (e le labbra gli tremavano): — Mi
perdona?

Il conte gli pose la destra sulla spalla e tornò
a fissarlo. Che occhi! — Sì, figliuolo!

E riprese la strada pensando: — Intelligenza;
animo ardito; cuore, e, per di più, inclinazione
latente!


II.
---

Questa dell'«inclinazione latente» era una
delle sue idee. Anche nel campo dell'intelligenza — diceva — la
natura è non di rado
riserbata, quasi timida, gelosa dei suoi tesori;
e ingegni non comuni restano improduttivi e
[pg!111]
sconosciuti non solo perchè sono mancate le
condizioni propizie al loro sviluppo, ma perchè
nessuno ne ha saputo intuire la disposizione
segreta, rimasta ignota a loro stessi; nessuno
ne ha eccitate le intime facoltà creative. — E
soggiungeva candidamente: — È il mio caso.
Io non sono un imbecille, eppure a sessant'anni
non so ancora come sarei potuto riuscire più
utile alla società e alla patria, e divenire un
bravomo.

— Facendo il professore di filosofia — insinuava
qualcuno, credendo di fargli piacere. Egli
scuoteva il capo.

— No, sarei stato ugualmente inutile.

Per esser utile, da un pezzo, aveva rivolta
l'attenzione psicologica agli adolescenti che conosceva.
Ma non uno che dimostrasse d'aver
molto sale in testa e alla domanda: — In qual
modo, per che via preferiresti diventare un
uomo celebre? — rispondesse: «Non lo so».
Lo troverò una volta o l'altra — ripeteva il
filosofo, saldo nella sua convinzione.

Finalmente! L'aveva trovato nella fucina di
un povero fabbro!

Dondèla ebbe l'avviso di presentarsi la mattina
dopo al palazzo Agabiti; e vi andò di
malavoglia, per causa del chiodo scottante, la
cui storia già esilarava tutta la città. Invece
[pg!112]
l'aspettava una bella fortuna. Il conte gli propose
di stipendiargli un garzone più abile di
Celso e di assumere Celso al suo servizio.

— Ho bisogno di un giovine che aiuti la
vecchia Cleofe nelle faccende di casa; ho bisogno
di uno che aiuti me nelle mie faccende:
contabile, segretario, bibliotecario, ecc.

— Misericordia! — esclamò Dondèla in un
impeto di lealtà. — Ma cosa vuol cavarci da
mio figlio? Non ha voglia di far niente! È la
mia disperazione!

— È la mia speranza! — ribattè il conte
Mauro con solennità profetica.


III.
----

I libri dovevano prestar lo strumento più
sicuro per l'assaggio intellettuale. Due o tre
ore al giorno furono dedicate alla lettura e allo
studio nella domestica biblioteca. E mentre uno
ritornava ai filosofi primitivi, che amava di più,
l'altro pareva immergersi tutto nei volumi dei
novellieri, dei poeti e degli storici.

Ore deliziose! Beati pomeriggi! Maestro e discepolo
s'addormentavano a un tempo. Ma se si
svegliava prima Celso, con una pagliuzza solleticava
il naso del conte; questi agitava la mano
[pg!113]
quasi a scacciare una mosca e soffiava spalancando
gli occhi, e chiedeva: — Hai letto? Bel
libro, è vero? —. Se invece si svegliava prima
lui, aspettava che il discepolo sollevasse il capo
e guardasse confuso. Allora gli diceva: — La
gloria, mio caro, non si acquista dormendo
come noi. Solo a prezzo di fatiche e vigilie
molti autori delle opere che ci stanno d'attorno
sono arrivati a non morir mai.

Col suo sorriso Celso pareva dire: — Eh
via! che qualche buona dormitina la facevano
anche loro!

— Pensa alla gloria, ascóltati — seguitava
il filosofo. — Non ti piacerebbe di vivere in
eterno, sia pure in uno scaffale di biblioteca?
Che cosa senti a tale pensiero?

L'altro annusava e rispondeva: — Sento
puzza di muffa.

— Hai ragione — concludeva il conte Mauro —;
apri le vetrate. Di quando in quando
bisogna dare aria anche agli immortali.

E uscivano a spasso. Non però in cerca di
chiodi. La famosa raccolta era già finita, se
non con la piena efficacia che il filosofo aveva
sperata, in modo tuttavia abbastanza edificante.
Più di una volta, uscendo di casa, si era imbattuto
in monelli che gli offrivano manciate
di chiodi spuntati e storti. Egli li ricompensava
[pg!114]
a soldi; e così il buon esempio fruttava ai
raccoglitori, almeno dal lato economico. Ma
Celso non esitò ad affermare che, per quanti
chiodi perda l'umanità, quelli eran troppi, e dovevano
essere rubati.

— Bene! — fe' il conte. E con le tasche
piene della raccolta legittima o illegittima, andò
da tutti i fabbri e falegnami a chiedere: — Ve
ne mancano? — Rispondevano di sì? Risarciva
di sua tasca e diceva: — Se io non fossi andato
alla mia ricerca, voi, ora, non sapreste
d'aver un ladruncolo in bottega. Educatelo a
mirar in alto.


IV.
---

Il campo dello scibile è lungo e largo, e
quando un cervello balzano può scorrazzarvi
dentro secondo gli frulla la voglia, è difficile
tenergli dietro per vedere dove stia meglio,
difficile sperimentare dove gli aggradirà, alla
fine, mettersi a posto. Nessuna meraviglia che
l'esperimento del conte filosofo durasse parecchi
anni. Quante volte esclamò dentro di sè: — Ci
siamo! Si ferma! Lo fermo! —, e il cervello
di Celso voltava e scappava da tutt'altra banda!

Il procedimento alla scoperta fu metodico:
per induzione o deduzione, ed esclusione. E
[pg!115]
scartati, sin dai primi tempi, la letteratura e
gli studi affini, che addormentavano il ragazzo
e gli davano il senso di muffa, c'era da ritenerlo
segretamente disposto alle scienze anzi che alle
arti. Ciò rispondeva pure al segreto desiderio
del maestro. Farne, per esempio, un grande
chimico?

Questa speranza derivò logicamente dalla
considerazione che la vecchia Cleofe non salvava
dalle mani di Celso neppur uno dei suoi
garofani fioriti.

— Mi piacciono tanto i fiori! — esclamava
lui con la voce soave delle ragazze che glieli
chiedevano.

Ecco forse la via buona, che conduceva — oltre
che alla floricoltura — alla botanica, e
allo studio degli elementi costitutivi e produttivi
del terreno: cioè alla chimica agraria,
e quindi alla chimica in generale.

Tutto un inverno per il conte e Celso, e anche
per la Cleofe, passò in una illusione di
primavera. Contemplavano cataloghi di giardinieri,
leggevano manuali di orticoltura, vedevano
l'orticello attiguo alla casa mutato in
Eden. Celso, che aveva già quindici anni, ci
vedeva anche, nell'Eden, delle belle ragazze
che esclamavano con voce soave: — Mi piacciono
tanto i fiori! —; e sopportava le spine:
[pg!116]
i trattati di chimica organica che il conte, senza
insistere, intrometteva a quelli del regno vegetale.

A marzo furono provvedute le sementi dei
fiori scelti. E pur troppo insieme con esse e
con i vasetti e i barattoli di concimi chimici,
entrarono nella biblioteca volumi pieni di formule,
lambicchi e storte.

Ma le piantine erano appena spuntate nei
letti caldi che lo studente involontario misurò
il pericolo. — Se il giardino va bene, son
rovinato; mi tocca sgobbare più di un farmacista!

Accadde così che, poste a dimora, le pianticelle
dei fiori allevati con tante cure, sembrarono
svilupparsi tutte uguali: rigogliose, ma
tutte uguali.

— Come sarà? — si chiedevano stupiti il
conte e la Cleofe.

Il loro stupore sarebbe stato meno grande se
avessero saputo che nelle aiuole Celso aveva
profuso una certa semente, per cui, ad aprile,
l'orto di casa Agabiti era trasformato in una
magnifica distesa d'ortica.

Logica conseguenza: il disgusto, la disperazione
di Celso; i volumi pieni delle formule
internati negli scaffali più remoti; bottiglie,
storte e lambicchi banditi dalla biblioteca.

[pg!117]
— Hai ragione — disse il filosofo —; la floricoltura
non è per te.

— E neanche la chimica — aggiunse il discepolo.

Proseguendo, il metodo — infallibile — escludeva
a poco a poco la fisica, escludeva la medicina
e studi affini, escludeva tutte le scienze
naturali, ad una ad una.

Quando il caso rivelatore, come si sa, di
molte vocazioni famose, condusse una sera il
conte a esclamare: — Torniamo all'arte!

Celso stava disegnando a meraviglia una
scacchiera su cui il dimani, nelle ore libere,
giocherebbe con gli amici di via del Fossato.

— Per bacco! — riflettè il conte. — Conosce
quello che i pittori moderni ignorano: il disegno! — Inclinazione,
dunque, alla pittura o
all'architettura; e propose al ragazzo di andare
a scuola da un maestro che in città aveva voce
di artista insigne. Celso prese volentieri l'occasione
propizia per star fuori di biblioteca e
scappare più spesso nel Fossato.

— Allorchè sarà in grado d'entrare all'Accademia,
mi avverta — aveva raccomandato il
conte al maestro. Nè volle mai vedere gli scartafacci
e gli abbozzi che consumavano troppe matite,
gomme e mollica di pane, aspettando la sorpresa
che gli togliesse ogni dubbio per sempre.

[pg!118]
L'ebbe! Al sopravvenire di lui, l'allievo pittore,
un giorno, ritirò in fretta dalla tavola, e
tentò nascondere, il foglio su cui stava sgorbiando.

— Un artista modesto? — esclamò il filosofo —:
un artista eccezionale! — Chiese il
foglio, guardò.... Ahimè! Che naso! E quel
naso, e due occhi strabuzzati, e una barba prolissa
significavano un'intenzione di caricatura
nell'effigie proprio di lui, del conte.

Ma pur alle caricature non bastano le intenzioni;
e il conte giudicò l'opera dal lato serio. — Ti
ringrazio — disse — perchè dimostri di
avermi sempre in mente; ma la pittura non è
per te.

— Neanche la scultura — fe' mestamente
Celso —; neanche l'architettura.

— Neanche la musica — aggiunse il conte
scuotendo il capo.

Quando infatti il ragazzo fischiettava le canzonette
alla moda, stonava come stonerebbe
un cane, se i cani, oltre che abbaiare e cantare,
fischiettassero. E poichè non si balla senza
orecchio, le arti restavano escluse tutte quante!

— Torniamo alle scienze — il filosofo ripetè
a sè stesso, fiducioso. — Il campo è vasto; il
caso rivelatore aiuterà!

[pg!119]

----

Aspetta e aspetta.... E una sera, che era uno
stellato fittissimo, Celso esclamò, ammirato e
rapito: — Sapere i nomi di tutte le stelle!

Commosso a sua volta, il filosofo cominciò a
nominargli e indicargli quella dozzina che ne
conosceva di vista; e si domandava dentro: — Come
mai non ho pensato all'astronomia?
Eppure io gli vo sempre ripetendo che bisogna
guardare in alto!

Celso sbagliava i conti; senza calcoli non si
fanno scoperte astronomiche. Verissimo. Ma
la contabilità delle aziende non è la stessa dell'astronomia:
questa è matematica pura; quella,
impura. Dunque, avanti!

Fu disposto che di giorno studierebbero insieme
il Flammarion e la sera si eserciterebbero
in escursioni pratiche per l'infinito. Quasi ci
prendesse assai gusto, il discepolo non discorreva
più che di costellazioni, di nebulose e di
pianeti; sbigottiva la Cleofe istruendola intorno
alle vicende e ai cataclismi dell'universo e annunziandole
la prossima fine della terra; sperimentava
la potenza del cannocchiale prismatico,
comprato dal conte, perlustrando dai tetti
le finestre della città e dei dintorni.

[pg!120]
Ma tanta felicità non poteva durare. Il conte
si alzava di notte e faceva alzare il discepolo,
per innamorarlo sempre più delle contemplazioni
celesti.

— Se seguitiamo così, mi rovino la salute — pensò
Celso. E una notte gemè:

— Non vado più avanti: ho paura.

— Di che cosa? Parla!

— Ma...., ho paura.

— Sfórzati a esprimere il tuo pensiero, il
tuo sentimento — insisteva il filosofo aspettandosi
una rivelazione.

— In questo andar di qua e di là per il
cielo, ho paura.... d'incontrarmi col Padre
Eterno!

Non si poteva significar meglio il terrore
dell'infinito.

— Hai ragione — disse il filosofo. L'infinito
spaventa; e l'astronomia non è per te.

— E neanche la matematica — esclamò il
discepolo. — E neanche l'avvocatura — aggiunse
collegando la giurisprudenza alle altre
discipline nella speranza di finire, una buona
volta, tutte le prove.

Ma dello scibile ne restava parecchio.

Restava, per esempio, la veterinaria.

[pg!121]


V.
--

Compiuti i diciott'anni, Celso Dondelli non
aveva ancora dimostrata miglior vocazione che
quella di star allegro e di corbellare il prossimo.
Dalla scuola del filosofo aveva però acquistata
tanta coltura da superare i coetanei
studenti nei regi licei. — Il lievito c'è — diceva
il conte —; lasciamolo fermentare.

E scorgeva sempre un'intenzione seria, un
motivo ragionevole in ogni scherzo o birichinata
che il suo protetto faceva. Questa benignità,
ingenua o filosofica che fosse, trovava
un cuore non ingrato o sleale. Per il suo protettore
il giovine si sarebbe messo nel fuoco; e il
conte, che sentiva l'affetto sincero nella confidenza
di lui, lo ricambiava in modo così aperto
che già tutti dicevano: — Lo adotterà per figlio.

Se non che all'Agabiti era rimasta una parente,
press'a poco dell'età di Celso; una pronipote,
per via di sorella. Allevata in collegio
a Firenze, la signorina, orfana, tornò alla piccola
città nativa assai di malavoglia; e temeva che
lo zio la prendesse seco, in quella casa antica,
con quella serva padrona.

Fu affidata invece alla custodia e alle cure
[pg!122]
di una signora che, secondo le parole del conte,
le farebbe da padre; cioè gliele darebbe tutte
vinte senza nuocerle con la tenerezza d'una madre
troppo debole: — come sarei io — seguitava
per spiegarsi. E alla signorina Amelia
non fu consentito di visitare lo zio che di otto
in otto giorni. — Termine sufficiente — egli
affermava — perchè tu non dimentichi che ti
sto vicino, e io non dimentichi che tu saresti
contentissima a starmi più vicina.

Contentissima! A ogni visita la ragazza lo
soffocava di chiacchiere e di carezze; e lui: — Ti
ringrazio; ma come passa il tempo! Otto
giorni volano!

Essa rideva.

Ora, dopo tante scene gioiose, non era da
prevederne una lagrimosa?

No; il filosofo non la previde, quantunque
ritenesse la nipote non diversa dalla maggior
parte delle donne.

— Tutti lo dicono, zio, che vuoi più bene a
Celso che a me!

A questa uscita egli alzò gli occhi al cielo
pensando:

— Per mirar in alto le donne mirano al cuore;
e forse dal loro punto di vista....

L'altra procedeva:

— Bisogna dimostrare al mondo che non è vero.

[pg!123]
Lo zio disse dolcemente:

— Suggeriscimi tu il modo.

— Pagandomi un viaggetto a.... Parigi.

Egli non si scompose punto, anzi ammise: — Hai
ragione; per dare questa dimostrazione
al mondo intero non c'è che Parigi!

E gliela mandò; s'intende, con la tutrice, la
quale aveva consigliata alla pupilla la scena
lagrimevole.

Avvenne che poco tempo dopo la partenza
della signorina Amelia il conte proponesse a
Celso una passeggiata in campagna, a un suo
podere fuori di porta. Il tragitto non era breve;
e per la strada maestra quanti vedevano l'Agabiti
camminare così, piano piano, con l'ombrellone
di tela cerata aperto a riparo della polvere
più che del sole, si voltavano indietro
sorridendo.

Celso, quando non ne potè più, esclamò verso
gl'importuni:

— Andiamo a Parigi!

Allora il conte si fermò, e disse:

— Hai ragione.

E riprese la via. Nel ritorno ripetè: — Hai
ragione. Son vecchio; comperiamo un veicolo —.
Manco a dirlo, Celso esaltò i benefizi e i piaceri
delle automobili: non ultimi, quelli d'impolverare
gli altri e di guidarne una lui.

[pg!124]
E appena a casa il conte Mauro gli fe' scrivere,
alla rubrica delle spese imprevedute:

«Lire ventimila per un'automobile; spesa quattro
volte più grande che un viaggio a Parigi,
perchè comprende la probabilità di un viaggio
all'altro mondo, con la guida di Celso Dondelli».

Ma Celso non aveva ancora sostenuti gli esami
da *chauffeur* che il libro dei conti fu riaperto
alle spese imprevedute e dato di rigo all'automobile.

— Scrivi in sostituzione — il filosofo dettava: — lire
diecimila al Ricovero, cinquemila
all'Ospedale, tremila e cinquecento all'Asilo,
più mille e cinquecento per un cavallo e una
carrozza. Che ne dici?

Il giovine alzò gli occhi al cielo:

— Miriamo in alto — rispose. E aspettò cavallo
e carrozza; acquisto fatto dal filosofo
senza intermediari.

Ecco. La carrozzella era della prima metà
del secolo decimonono.

Meno antico, sebbene bianco di pelo, il cavallo;
e non brutto: solo, aveva il vizio di
camminare con un po' di lingua fuori. Celso
lo battezzò *Gedeone*, nome che piacque moltissimo
al conte e ai concittadini. Parecchi di
essi ogni volta che l'equipaggio attraversava
[pg!125]
adagio adagio la via principale per uscire alla
campagna, ammiccavano al cocchiere con certe
strizzatine d'occhi che significavano: «Te lo
godi, eh, l'automobile?»; oppure: «Il tuo cavallo
suda nella lingua come i cani».

Le quali corbellature a mezzo disturbavano
il mancato *chauffeur*. Preferiva le risate aperte
e intere; e non tardò a provocarle, per ridere
meglio lui, in ultimo.

Del resto, non era vero che tafani e mosche
infastidivano il buon Gedeone?

— Se gli facessimo fare una coperta da passeggio?

— E tu fagliela fare — consentì il conte.

Figurarsi quando la quasi centenaria carrozza
comparve preceduta da un'ampia gualdrappa
di mussolina rosea, coi fiocchi, da cui uscivano
due orecchie, una mezza lingua, una mezza
coda e quattro mezze gambe!

— Gedeone in veste da camera!

— Ridono per noi? — il conte chiese.

— Sì — rispose Celso —; ma non basta.

— Hai ragione — confermò il filosofo sopra
pensiero —. Non basta.

Pochi giorni dopo evidentemente Gedeone
era zoppo al piede destro, davanti.

— Chiama subito il veterinario.

— No — Celso disse —; lo curo io.

[pg!126]
Fu allora che gli balenò l'idea, al conte Mauro,
della veterinaria quale inclinazione latente.

Non ci aveva pensato mai perchè si era convinto
che al giovine non piaceva la medicina.
Ma adesso riflettè:

— C'è differenza. C'è più soddisfazione. Gli
animali non aiutano a sbagliare la diagnosi. — E
mormorava sospirando: — Purchè io non ci
rimetta il cavallo!

Tutt'altro! La cura permise presto una passeggiata
in campagna. Gedeone riapparve al
pubblico con la gualdrappa rosea e un piede
fasciato e grosso, simile a quello di un elefante.

— Oh! Gedeone ha la gotta! Gedeone ha
la pantofola!

Il successo sperato da Celso non fallì.

— Ridono per noi? — chiese il conte.

— Sì. Ma vedrà al ritorno!

E immaginare che bocche aperte quando il
presunto gottoso attraversò la città di trotto;
diritto; a dorso scoperto; senza pantofola! Un
miracolo! un trionfo stupefacente! Scendendo,
a casa, il conte esclamò:

— Veterinaria! veterinaria!

Ma Celso smorzò l'entusiasmo. Disse che per
guarire Gedeone non aveva dovuto che levargli
il sasso confitto tra il ferro e l'unghia.

[pg!127]
— Bravo! Occhio clinico!

— No — corresse il giovane —; perchè il
sasso gliel'ho messo io.

Il conte riflettè; indi concluse:

— Capisco. Hai fatto bene.

----

Non fu della stessa opinione la signorina
Amelia, appena reduce da Parigi. Ella tentò
persuadere lo zio che certe buffonate non conferivano
decoro alla nobiltà di casa Agabiti. Ribattè
il conte che, a fil di logica, non è ridicolo
chi si burla della ridicola mentalità paesana; al
contrario, dà prova di serietà. E la nipote a sua
volta osservò che i giovani seri fanno onore
a chi li aiuta, con gli studi e con le opere.

— Sì, ma non prima che quelli a cui spetta
ne abbiano scoperta l'inclinazione latente. Questo
còmpito è mio.

— Eh! ci vuol altro!

«Ci vuol altro?» La frase colpì il filosofo.
Disse dolcemente, dopo un po':

— Forse hai ragione anche tu. Ci vorrebbe la
donna; la donna che io non trovai: una donna
capace di mirare in alto, più in su del cuore.

La signorina Amelia allora tacque. E poi si
propose d'innamorare lei Celso Dondelli.

[pg!128]


VI.
---

A scorgere Celso così mutato, pallido, con
gli occhi or vaghi ed or fissi come in contemplazione,
il conte dubitò che, per l'assiduo ammonimento
di mirare in alto, il giovine fosse
colto da un accesso di misticismo e si fosse
destata in lui la vocazione di farsi frate. Per
fortuna, una mattina mentre prendeva il caffè
e latte, se lo vide davanti ancora diverso; in
posizione di «attenti!», con l'aspetto dei grandi
propositi; con la energica decisione dell'eroe
o di chi ha perduto la testa.

— Signor conte — disse calmo —; vado
allievo sergente, in cavalleria.

Soldato! Un colpo di mazza sul cranio! Ma
non una di quelle mazzate che stordiscono;
no: di quelle che spalancano tutte le finestre
cerebrali a una luce repentina, inattesa, illimitata.
Al filosofo s'illuminarono il passato,
il presente, l'avvenire: il passato suo proprio,
l'avvenire di Celso, il presente di tutti e due.

Oh portento! Soldato! Soldato d'Italia! Ecco
l'inclinazione latente, rivelata a un tratto! Di
chi? di Celso? solo di Celso Dondelli? No,
no: anche di lui, del conte Mauro Agabiti! La
[pg!129]
capiva adesso, di colpo, quale era l'inclinazione
sua propria, adesso che aveva manifesta, improvvisamente
e finalmente, quella del suo
allievo!

E il generale Agabiti avrebbe potuto fare
onore alla patria; ne era sicuro. E sentiva l'amarezza
del bene non mai goduto e perduto
per sempre; del bene conosciuto troppo tardi.
Per qual causa? Per qual colpa? Chiese, d'impeto:

— Chi, che cosa ti spinge, te, alla milizia?

— Una donna — Celso rispose senza esitare.

Fortunato giovane!

Il giovane infatti aggiungeva:

— Vuol sposare un capitano di cavalleria.
Io divento sergente, sottotenente, tenente, capitano;
e....

— Alt! — interruppe il conte Mauro —;
come si chiama.... *lei*?

— Amelia.

Celso si aspettava un nuovo scatto, una impressione
visibilmente profonda di meraviglia.
Il filosofo invece parve rassegnarsi subito, quasi
si trattasse di un decreto della Provvidenza.
Non mosse che un'obiezione.

— Quando tu sarai capitano mia nipote avrà
già marito da anni e anni. Chi vuoi che la tenga?

[pg!130]
Il giovane sorrise.

— Lei! — fece tendendo l'indice verso il
suo protettore.

Questi chinò il capo mormorando:

— Speriamo che la storia finisca bene per
tutti; anche per Gedeone.

----

Venne il dì dell'addio.

— Tu non mi scriverai — disse il filosofo. — Non
voglio. Io t'impongo un ricordo, osservabile,
tangibile, sensibile, continuo e forte. — E
gl'introdusse un anello di ferro nel mignolo
della destra; il chiodo della scottatura piegato
a cerchietto.

— Quando sarai al punto buono — conchiuse
il conte —, portami o mandami il chiodo, e se
l'Amelia sarà anche lei al punto buono.... Via!,
dammi un bacio.

.... Così a Celso, prima di partire, non restarono
da baciare che suo padre, Gedeone e
la Cleofe.

[pg!131]


VII.
----

Quasi un anno dopo che la guerra era scoppiata
in Libia e qualche mese dopo che Celso
Dondelli era laggiù, entrando nella bottega di
Dondèla, il vecchio conte non chiese, al solito: — Notizie?

Si abbandonò sulla seggiola e mormorò:

— L'ora è giunta.

Intimorito, domandò il fabbro:

— Per Celso?

— Per me.

Ma s'ingannava pur questa volta, povero
filosofo! Per Celso l'ora era già giunta (ed egli
non lo sapeva); per lui doveva tardare non
poco. Lo portarono a casa apopletico.

Come, trascorso assai tempo, a forza di cure,
poterono trarlo dal letto.... che tristezza! Nella
poltrona, con la testa reclinata allo schienale
pareva obbligato, adesso, a mirar sempre in
alto; e tentava al contrario di guardare in giù,
quasi cercasse d'intorno, nella realtà, le immagini
che gli vaneggiavano nel cervello infermo.

Che tristezza! E come lunga!

[pg!132]

----

E un giorno venne al palazzo Agabiti un tenente
di cavalleria, il quale disse di dover
parlare al conte prima di ripartire per Tripoli.
Si presentò l'Amelia; lo stato dello zio non
permetteva nessun colloquio.

Ma l'ufficiale insistè. Se il malato non aveva
perduto del tutto la conoscenza egli, per incarico
di Celso Dondelli, caduto in battaglia
presso a lui, aveva da consegnargli una cosa
attesa e cara.

La signorina raccomandò, pregò:

— Non gli dica che è morto. Tanto....

Poi lo introdusse. La Cleofe dietro alla poltrona
sorreggeva il debole capo.

— Guarda, zio, — disse l'Amelia.

Un breve silenzio. Finchè lo zio sorrise,
quasi ridesto dall'erroneo riconoscimento.

— Ah! Sei tu?... Il chiodo?

— Eccolo — disse l'ufficiale, mentre la signorina
susurrava:

— Lasciamolo nella sua illusione!

Il vecchio chiamò: — Amelia!

— Son qui, zio.

— Celso!

L'ufficiale ne comprese, dalle mosse più che
[pg!133]
dalle parole, l'ultimo volere. E mise l'anello
nel dito che la signorina gli tendeva ripetendo: — Lasciamolo
nella sua illusione.

Allora la Cleofe ruppe in pianto.

----

Ed era passato un altro anno quando il tenente
di cavalleria, vicino alla promozione a
capitano, tornò al palazzo Agabiti. Disse alla
signorina, erede del conte: — Quella che fu
illusione estrema di suo zio non potrebbe essere
realtà per noi?

La signorina Amelia considerò l'anello che
aveva nel dito; sollevò i begli occhi a mirare
in alto e:

— Quando sarete capitano — rispose —.
Questo era il patto.
[pg!134]

[pg!135]




CINQUANTAMILA LIRE.
===================


Al triste annunzio — il commendatore Demetrio
Lecci, nell'attraversare la strada, era stato
investito da un'automobile; commozione cerebrale
e lesioni interne; smarrimento della coscienza;
nessuna speranza —; appena ricevuto
il terribile annunzio, Corrado Amaldi aveva
lasciato in casa la moglie, affranta essa pure,
angosciata e tremante, ed era corso al letto
dell'amico.

Povero Demetrio! Giocondo, come sempre,
nella faccia serena, era stato a trovar Corrado
il dì innanzi. Ed ora.... ora Demetrio moriva
senza riconoscere l'amico. Moriva: l'occhio vitreo
e immoto; il volto disfatto e cereo; soli
indizi di ultima vita, il respiro affannoso e uno
scattare intermittente del braccio e della mano
sinistra.

Non reggendo a tal vista Amaldi, con un nodo
[pg!136]
alla gola, scappò nella camera attigua e si abbattè
su di una seggiola. Non poteva piangere.

Ma a poco a poco reagì in sè, cercò dominarsi
riflettendo; e si obbligò a considerare i
doveri che l'evento calamitoso e repentino imponeva
a lui, l'amico intimo, prediletto. Al commendatore
non restava che un parente, quel
nipote così diverso da lui, e gli avevano telegrafato
subito; ma quand'anche fosse arrivato
in tempo a veder morire lo zio, il discolo non
ne avrebbe ottenuto il perdono.

E Amaldi ricordò che Demetrio gli aveva manifestato
più volte il proposito di diseredare il
nipote vizioso e corrotto per beneficare le pie
instituzioni a cui aveva dato tutto sè stesso.
E pensò: «Demetrio avrà fatto testamento. Se
lo trovasse qui in casa, il nipote lo trafugherebbe».
Possibile?

Possibile. Quando l'evento o il fatto che confonde
e travolge è enorme, anche i pensieri che
a ragione fredda si giudicherebbero assurdi,
sembrano giusti.

Egli guardò allo scrittoio, quasi a confermarsi
che ci fosse il testamento del commendatore; poi,
con improvvisa ripresa d'energia, s'alzò, chiamò
il servo, andò a sedere allo scrittoio, trasse dalla
cartella un foglio e una busta e, mentre scriveva,
disse:

[pg!137]
— Giovanni, a scanso della mia e della vostra
responsabilità....: qui dentro ci potrebbero essere
carte di molta importanza; credo convenga
avvisare il notaio.

— Quel che fa lei....

— Il dottor Neri.... Sapete?... Via Goito....

Il vecchietto inchinandosi prese il biglietto;
e uscì.

Con i gomiti puntati sullo scrittoio, per sorreggere
il capo, e strette le tempia fra le palme,
Amaldi ritenne nella mente il pensiero di prima,
che non gli pareva più ben chiarito e compiuto.

No, non era possibile che un uomo come Demetrio
Lecci avesse lasciato il testamento in uno
scrittoio aperto. No? Ma qual uomo è così prudente
da non cadere in qualche errore? Così
prudente da aspettarsi a quarantadue anni un
infortunio mortale?

D'altra parte, non poteva Demetrio aver pensato
giustamente che Giovanni, meglio che servo
l'uomo di fiducia, e lui l'amico, vigilerebbero, e
in ogni caso provvederebbero alla custodia delle
sue carte e all'adempimento delle sue disposizioni?

Fu così che la mano di Amaldi accompagnò
il pensiero con moto spontaneo, proprio per naturale
conseguenza. Aperse il cassetto di mezzo
e guardò. Ma senza curiosità e intenzione ferma;
[pg!138]
con mente già inerte guardava, sollevando le
prime delle carte sparse che lo riempivano e....

Quasi a ricevere un urto nel petto, quasi per
difendersi istintivamente da un assalto impensato,
respinse il cassetto dello scrittoio, si levò
in piedi con tutto il sangue al capo, al volto,
in un'apprensione ontosa, con un'impressione
indefinibile di colpa e di repugnanza, con un
impeto d'ira e di rabbia contro sè stesso, che
già si lasciava afferrare da un dubbio insano;
e non gli bastavan le forze a divincolarsi, a
sfuggirne la mostruosa, diabolica presa.

Una lettera..., in una busta fina..., tra quelle
carte, tra quei documenti..., interpostavi come
per caso o dimenticanza.

Ricadde a sedere; riaperse; la tolse; ne guardò
attento la soprascritta, vinto. E: sì; la lettera,
il carattere (.... anche il profumo) era di Rina.
Di Rina? Ebbene, fosse pur stata! Che cosa
di male se sua moglie aveva avuto bisogno di
scrivere, una volta, a Demetrio?

Ecco: egli era tranquillo, padrone di sè. Ragionava.
Poteva ragionare freddamente. — Nessun
male? Bisogno di scrivere a Demetrio?
Perchè? No no! Quella lettera non era di
Rina, ecco tutto! Pazzo! pazzo a lasciarsi allucinare
da una somiglianza di scrittura. Dunque,
via!; rimettere la lettera dove era prima,
[pg!139]
pentito dell'azione indegna che stava per commettere;
violare, forse, un segreto dell'amico.

.... Vigliacco! Scampare, cercava scampare
alla certezza?

E risolutamente levò il foglietto dalla busta,
e vide che non c'era la firma, e lesse, e vide
che era di Rina. Fu certo.

Ma ecco: sentì che possedeva una forza meravigliosa.

Non si muore d'una ferita, ricevuta a tradimento,
nel cuore? di dolore, di spavento? Non
si muore! Egli richiuse. Credè d'aver voce
bastevole a chiamar Giovanni appena fosse tornato. — Via
Goito era a due passi — e dirgli: — Vado
a casa, per un momento —.

Si alzò.... (una forza meravigliosa!) e, come
spinto da tutte le energie superstiti, entrò invece
nella camera del moribondo, si avvicinò
a guardarlo, con gli occhi sbarrati....

Ah! L'amico!

Allora il medico lo prese per il braccio, lo
trascinò fuori. Cominciava l'agonia.

Ebbene.... — una forza meravigliosa! —, di
là, nello studio, senza accorgersi dell'intimo
schianto, della ferita ricevuta nel cuore a tradimento,
senza piangere, senza gridare all'infamia,
senza morire, Amaldi rilesse la lettera
per confermarsi, di tutto, evidentemente.

[pg!140]
Era un bigliettino scritto in fretta, dopo un
convegno. Assicurava l'amante da ogni timore
d'imprudenza o contrattempi.

Ma questa l'infamia! questa la prova! questa:
«A casa ho trovato la cartolina che mi aspettava.
Tornerà da Genova dimani o posdimani».

Egli era tornato da Genova.... Quando? Come
gli era possibile ricordarsene? Oh se avesse potuto
non ricordarsene! Era tornato....: il 14 maggio.
Aveva scritto, e se ne ricordava, all'albergo,
due sere prima. Due sere prima.

Nel biglietto amoroso mancava la data. Ma il
timbro su la busta? si leggeva benissimo: 12-5....
Dunque: c'era più appiglio a dubitare che fosse
di Rina?

Tutto evidente! Che infamia!

E come gli fosse strappata solo allora la benda
dagli occhi, Corrado Amaldi vide sua moglie affranta
e pallida all'annunzio della disgrazia; e
solo allora sentì lo spasimo della ferita, l'atrocità
del colpo, l'insopportabile tormento. Fuggire!
scomparire dal mondo! Ammazzarla!

Adagio! Aspettare! L'altro, intanto, agonizzava.

Ed entrò il notaio. E passò, trafelato, un prete.

Poi Giovanni annunciò:

— Il presidente del Consiglio Provinciale e
un assessore del Comune.

[pg!141]
Corrado Amaldi immobile, in piedi in mezzo
alla camera, ora provava la sensazione d'uno
che sia trascinato da una forza irresistibile in
un precipizio. Quei signori si condolevano con
lui, più che amico, fratello del commendator
Lecci.... Anche, volevano informarsi da lui, per
regolarsi nelle onoranze funebri. E l'assessore,
più disinvolto, venne dal notaio, presso lo scrittoio,
e l'interrogò.

Mentre il Presidente seguitava nelle condoglianze,
Corrado udiva il notaio che rispondeva:

— Il testamento segreto è depositato presso
di me; ma non si procede all'apertura senza
richiesta del presunto erede.

Udiva soggiungere l'altro: — E se il nipote,
il presunto erede, ritarda qualche giorno a tornare,
come conoscere le precise disposizioni
testamentarie per i funerali?

— I familiari.... Il signor Amaldi....

Già, il signor Amaldi.

Ma il signor Amaldi pareva esagerare — un
pochino — il suo cordoglio; pareva troppo stordito.
Rispondeva a stento che il commendatore
sdegnava i funerali chiassosi; che disapprovava
l'uso dei discorsi, dei fiori.... Non altro. Giovanni,
Giovanni forse ne sapeva di più.

Interrogarono anche lui; e rispose che il suo
padrone non avrebbe sdegnata una messa di
[pg!142]
*requiem*. Ma la messa, quando fosse richiesta
o permessa dal testamento, poteva celebrarsi
giorni dopo il trasporto; non era cosa urgente.

A ogni modo, Provincia e Comune stavano
per accordarsi su le onoranze, quando il medico
s'affacciò sulla porta e aperse le braccia.

Amaldi, che si era seduto accanto al Presidente,
balzò in piedi, livido; rimase impietrato,
con gli occhi torbidi; e Giovanni scappò via
gemendo. L'assessore guardò l'orologio e disse: — Sette
e venti —; e il Presidente disse: — Animo,
signor Amaldi! —; e afferrò e strinse
la mano del signor Amaldi.

Il quale adesso sembrava non esagerar più;
sembrava manifestare con il dolore di chi perde
il fratello lo stupore del mistero e lo sgomento
del nulla; o pareva rimasto senza pensiero.

Pensava: «Dovrò fingere, dissimulare fino
all'ultimo!»

----

Fino all'ultimo, fino a che la salma fu deposta
nel loculo, egli si comportò così, come aveva
sentito la necessità di comportarsi, come volevano
le convenienze sociali.

Ma dopo! Al ritorno, nella carrozza chiusa,
libero della cappa di piombo che la società vile
e corrotta gli aveva imposta, in una commozione
[pg!143]
di scherno e di rabbia Amaldi s'abbandonò a
meditare, a pregustare la vendetta. Oh sfogarsi!
sfogare l'amarezza dell'onta patita e l'onta dell'ipocrisia
a cui era stato trascinato come in
un baratro; sfogare tutto l'odio che gli si era
addensato in veleno nel cuore; esasperare con
voluttà di martirio la ferita dilaniante; gettar la
maschera, e accusare, e calpestare l'infame prostrata,
nella confessione e nel rimorso, ai suoi
piedi; o colpirla, ammazzarla se sorretta dalla
passione e insolente!

Che benefizio nell'anima e nel sangue, a immaginare
il castigo tremendo, mortale! Ammazzarla!

Ma era illusione fugace. A poco a poco intravvedeva
che a lui non era concesso — no — nemmeno
l'inconsulta attesa della catastrofe
che fosse, per sua mano, tragica!

No: egli, povero uomo, doveva riprendersi
tosto, ragionare, riflettere. No. Non gli era possibile
vendicarsi in tal modo; non doveva ucciderla;
non cacciarla, sgualdrina, di casa; non
trascinarla a un tribunale. No. Perchè? Perchè
sarebbe uno scandalo!

Era caduto in una contradizione; la contradizione
in cui s'era messo non tardò a stringerlo,
ad attanagliarlo, a soffocarlo. Non poteva
vendicar il suo onore senza provocar uno scandalo
[pg!144]
enorme; ma per evitare lo scandalo, per
salvare il suo onore aveva dissimulato restando
fin la notte in casa del defunto, fin reggendo
nel trasporto uno dei cordoni del feretro!

Sciagurato! Rivelando adesso il suo disonore
non darebbe forse diritto al mondo di chiedergli:
Come mai, tu, ad accorgerti d'esser tradito,
hai aspettato che il traditore sia stato morente
o morto? Per quale misterioso interesse
hai dissimulato fin all'ultimo? Per quale vergognoso
passo hai accompagnata la salma all'ultima
dimora? Per quale inconfessabile ignominia
hai taciuto sempre con tua moglie, e schiamazzi
adesso che Dio o un accidente ti ha liberato
del più colpevole, del più forte?...

In ogni persona che vedeva, egli vedeva un
ridere osceno; e gli pareva che tutti coloro che
conosceva gli ridessero in faccia, gli gridassero:

— Anche tu! anche tu....; e finchè l'altro viveva....,
eri contento!

Tutti, sempre, l'avevan tenuto per un uomo
onesto, un gentiluomo; e cadere, affogare nel
fango! Aveva amata sua moglie e....

Al pensiero del suo amore di un tempo, non
resse più. Ruppe in singhiozzi; pianse.

Lo riscosse il rumore delle ruote sul ciottolato,
rientrando in città. E non osò rincasare fiaccato
in tal modo dalla passione e dalla ragione.

[pg!145]
Gli era necessaria una tregua; un po' di riflessione
pacata; di silenzio; le forze umane
hanno un limite, perdio!

E ordinò al fiaccheraio di condurlo, invece
che a casa, all'uffizio del Consorzio.

Ivi per fortuna l'aspettava un telegramma il
quale lo chiamava, d'urgenza, a Ferrara. Per non
scrivere o telefonare alla moglie mandò un impiegato
a casa a mostrar il telegramma; dicesse
alla signora ch'egli ritornerebbe solo al dimani.

E partì davvero subito.

Ma non poteva fuggire, miserabile, da sè
stesso; non poteva fuggire al dilemma che gli
si veniva determinando sempre più chiaro nella
mente:

O il mondo sapeva, e sarebbe inesplicabile
la sua condotta, la sua ipocrisia, la sua dedizione
alle convenienze quando e in qualunque
modo egli desse a vedere che non ignorava, già
prima, la colpa della moglie; o il mondo non
sapeva, e guai per lui se si vendicasse. Rivelerebbe
lui la sua sventura. La pubblica moralità
non giustifica il marito che ammazza, o scaccia
la moglie, o se ne separa, se il castigo non
chiarisce, non specifica la colpa.

Anche in treno, e poi la notte insonne, nel letto
dell'albergo, cercò la via a superar sè stesso.
Invano. Il pensiero di rimettere all'avvenire una
[pg!146]
decisione gli era insostenibile; nessun conforto,
nessun consiglio, nessun aiuto. Che poteva
sperare dal destino?

E invano la mattina dopo si provò a un ritorno
di vita normale nelle faccende per cui
era stato chiamato a Ferrara; anzi quei discorsi,
così lontani e diversi dell'intima cura,
gli esacerbarono sempre più la ferita, gli rintorbidarono
la mente.

Ripartì con una più fiera tempesta nell'anima,
con un senso di energia ricuperata e prorompente,
e un bisogno d'uscire da quella sua agonia;
con un solo pensiero fisso e, solo esso,
ragionevole: che la risoluzione del suo destino
non dipendeva da lui; dipendeva dal contegno
della moglie.

Egli l'affronterebbe gettandole in faccia la
lettera che ne attestava la colpa, le direbbe: — Ho
tentato di salvare il tuo onore salvando
il mio. Ora, a noi! E senza chiasso, senza scandalo!
Che intendi di fare?

Ma una mossa sola di lei, una parola sola avversa
alla sua passione immensa lo trasporterebbe
al di là del limite che divide la ragione
dalla follia; e allora non indietreggerebbe, non
esiterebbe davanti alla catastrofe sanguinosa.
Una revolverata per lei e una, magari, per sè;
tanto, la sua vita era spezzata!

[pg!147]
Così, mentre andava a casa, l'immagine della
donna gli si confondeva nella mente con le attitudini
o del terrore improvviso, o della negazione
disperata; o della confessione umiliante, o
dell'invocazione di pietà e di perdono. La immaginava
di nuovo in una crisi di lagrime e di
rimorso, a cui sovrastava imponente, spietata,
tremenda, quale che si fosse, la risposta e l'azione
di lui....

A casa! A casa! Ma nell'entrare in casa pallido,
fremente, ecco venirgli incontro la moglie
frettolosa e, al tempo stesso, tranquilla. Tranquillissima!
Diceva:

— Il notaio Neri t'ha cercato ierisera e stamattina
per una cosa di grande premura. Poco
fa ha mandato questa lettera.

E la porgeva. Tranquillissima!

Amaldi per prendere la lettera del notaio e
aprirla lasciò nella tasca quell'altra, che già
stringeva per gettarla in faccia all'adultera. E
lesse; e intanto che leggeva, Rina, nel vederlo
affoscare sempre più, dubitò di una nuova disgrazia
e: — Che c'è, Corrado? Una nuova
disgrazia? — chiese con dolcezza.

Corrado non rispose respingendola: — Via,
malafemmina! — Rispose: — Nulla! —; e si
diresse all'altra camera.

— Vuoi desinare subito? — Rina domandò
[pg!148]
ancora con dolcezza —. Sarai stanco; avrai
fame.

Senza volere, assentì, del capo.

Poi, nella camera di là.... Era una cosa incredibile!
Una cosa turpe, laida, lurida; una
schifezza orrenda! Da ridere. Che vigliacco
era stato quell'uomo saggio!

Diceva la lettera del notaio:

".... Il testamento del compianto commendatore
Demetrio Lecci, aperto a richiesta del
di lui nipote, lega lire cinquantamila a favore
della S. V...."

— Ed io — disse a sè stesso Corrado Amaldi
sobbalzando con l'impeto del martire che riconfermi
la sua fede di fronte allo scherno osceno
e tirannico —, io rifiuto il legato, io rifiuto il
prezzo della mia vergogna! Rifiuto!

Ah sì? Rifiutava? Un eroe! Se non che il
mondo vigilava e chiedeva:

Perchè? Perchè rinunciare al lascito del tuo
miglior amico, che hai tanto stimato e amato
in vita, che hai tanto onorato in morte, che hai
accompagnato all'ultima dimora e hai visto, con
tanto strazio, seppellire?

O il mondo sa, o non sa....

Ma no (ragioniamo), no che il mondo non
sapeva! Un uomo prudente, retto, saggio quale
Demetrio Lecci, non avrebbe avuto mai simile
[pg!149]
audacia senza l'assoluta certezza che il mondo
ignorava la sua colpa; non avrebbe corso il rischio
di contaminare *post mortem* la fama di
tutte le sue belle virtù con un atto che disonorasse
il benefattore non meno del beneficato;
anzi con illuminata esperienza egli aveva forse
provveduto così a smentire, a rendere inverosimile
la malignità se mai qualcuno osasse di
mormorare!

E se il mondo ignorava, non sarebbe stata
stoltezza metterlo in sospetto rifiutando l'eredità?

Accettarla!

Ma (ragioniamo), ma accettandola come
avrebbe potuto — povero marito —, come
avrebbe potuto investire, assalire l'adultera,
chiamarla infame? Essa avrebbe ribattuto, trionfante: — Chi
più infame di te che accetti l'eredità
dell'amante di tua moglie?

Nessuno scampo, gran Dio! Così, proprio
così: per salvare la sua dignità, il suo onore;
per serbarsi un galantuomo, un gentiluomo agli
occhi degli altri e di sua moglie, Corrado Amaldi
doveva prendersi le cinquantamila lire e tacere!
Irremissibilmente; ad ogni costo: tacere e prendersi
le cinquantamila lire! Nessun rimedio.

— Corrado, vieni a desinare? — chiamò
Rina con dolcezza.

[pg!150]
Egli stracciò la lettera.... — non quella del
notaio, l'altra —; ne sparse i minutissimi pezzetti
fra le carte del cestino; e raccolte tutte le
forze a superar sè stesso, rispose, con dolcezza:

— Vengo.

Non c'era altro da fare.

[pg!151]




LA STELLA SIRIO.
================


Alfonso Graldi entrò nella stanza del fratello
e gli chiese:

— Hai sentito che cosa han detto le Raffi:
dei socialisti e di Turri?

Raimondo lo guardò, e tacque. Non ricordava
e ricercava nella memoria. Ma Alfonso
interpretò quel silenzio e quello sguardo quali
segni di apprensione per lo stesso suo dubbio
e di timore per una deliberazione grave. E
disse, calmo:

— Sta attento.

Poi, dominandosi e augurando la buona notte,
uscì.

— Le Raffi? — Raimondo ricercava. — Vattelapesca! — Mentre
discorrevano, su la terrazza,
egli osservava Vega, Arturo e Antares. — Attento?
A che cosa dovrei stare attento?
Ai socialisti? A Turri? Perchè? Mah!

[pg!152]
Turri non era venuto a conversazione, quella
sera, e nemmeno l'arciprete; e appunto perchè
non aveva avuto gli amici con cui si intratteneva
volentieri egli, alle chiacchiere delle informatrici,
aveva preferito ascoltare ciò che gli
dicevano le stelle.

— Domattina lo domanderò a Adriana — soggiunse —;
se era presente e se ci avrà
badato.

Anche Adriana infatti non dimostrava mai
d'interessarsi ai pettegolezzi del paese, e,
quando poteva, scampava dai fastidiosi argomenti
di leghe, di soprusi municipali, di studiate
rappresaglie, e battaglie minacciate, e sperate
vittorie.

Raimondo si mise dunque a leggere il libro
che gli giovava più del bromuro. Finchè l'occhio
gli scorse su le righe senza più afferrarne
il senso.

— Mio fratello — pensava — non è uno stupido;
tutt'altro! Ma è vittima di una ambizione
meschina. Vorrebbe prevalere a Castelronco.
Che gloria!

A dir vero Alfonso Graldi non viveva solo
nel paese e del paese. Arricchiva sempre più
usando ingegno, energia e volontà in imprese
agricole e industriali; estendendo l'opera sua
in tutta la regione; acquistandosi stima invidiabile
[pg!153]
pur in città, dove si trasferiva l'inverno.
Ma nel luogo nativo quasi per necessità doveva
sorreggere i conservatori, e prepararli
alla riscossa. — Bel gusto! — mormorava, malcontento,
Raimondo. — Bel gusto consumar
gioventù, forze, ingegno in simili lotte, per simili
conquiste! Al solito: dispetti, ire, arrabbiature.
E inganni da opporre, e insidie da evitare....
Ah ecco!

Aveva trovato: credè aver trovato ciò che
avevan detto quelle pettegole Raffi. Una delle
solite: la storia di un appalto favorito dal sindaco
e conceduto alla lega dei birocciai, per
la ghiaia; di una frode nella misura delle birocce. — E
io, forse, dovrei stare attento quando
passano di qua, per la strada, le birocce, e accertarne
la misura, io, che non ho niente da
fare? Io? Povero Alfonso! Ma, e come c'entra
Turri?

Per non perdere il sonno che arrivava, Raimondo
si disse: — Domani sera lo domanderò
a lui. — E chiuse il libro. E lo schiarimento
ultimo sembrò venirgli appena spento il lume:

— Turri avrà gridato alla frode senza prove
sicure, e i socialisti se la prenderanno, al solito,
con lui e con noi. Anche con me? Oh io
non ci penso, povero Alfonso, a queste gran
cose! Sta pur sicuro! Sirio....

[pg!154]

----

— In cielo non c'è soltanto la luna per attestare,
anche adesso, con la figura di Caino
la nostra ignoranza, o non c'è soltanto il sole
per abbarbagliare il nostro orgoglio, o Marte
coi canali perchè possiamo riferire agli altri
pianeti la nostra intelligenza e la nostra scienza,
o Venere e Giove perchè troviamo lassù un
termine di paragone al brillante e allo smeraldo
che abbiamo in dito: c'è, a centro di un
altro sistema planetario, una certa stella che si
chiama Sirio, che in inverno e in primavera
risplende mirabilmente e che col suo fulgore
dovrebbe esortarci tutti a considerar più in là
del nostro naso, della nostra terra e del nostro
sistema planetario. Sapete con quale velocità
corre la luce? Trecentomila chilometri al minuto
secondo! Dico trecentomila chilometri al
minuto secondo. Bene: sapete quanto tempo
impiega Sirio a mandar a noi il suo fulgore?
Sedici anni. Dico sedici anni! E sapete a che
distanza corrispondono sedici anni di luce? A
centocinquantasei bilioni di chilometri! Quando
si consideri ciò, e quando si rifletta un poco
che Sirio è vicinissimo in confronto alle nebulose,
pare che le faccende dell'orbe terraqueo,
[pg!155]
non che gli avvenimenti della cronaca cittadina,
i dibattiti del Consiglio comunale a Castelronco,
gli interessi dei nostri amici o nemici,
i casi e i beni e i mali delle nostre rispettabilissime
persone, non possano avere una
grande importanza nell'universo; non debbano
avere nemmeno per noi l'importanza che crediamo
noi.

Così Raimondo Graldi risolveva ogni questione,
commentava ogni fatto, s'alleviava di
ogni noia.

Ma non perciò era egoista e apate. Non era
felice. Infermiccio sin da ragazzo, aveva trovata
e protratta negli studi la sua illusione; e
s'era consolato con la superiorità intellettuale
che l'agiatezza gli consentiva di esercitare, in
città e in villa a Castelronco, su un contorno
di conoscenti e d'amici. E per un pezzo non
si era accorto come in quella deferenza che
gli dimostravano sottentrasse un sentimento di
compassione, e doveva a Adriana — moglie di
Alfonso da quattro anni — se aprendo gli occhi
nella realtà del suo dominio egli aveva cominciato
a disgustarsene. Non però un'intenzione
maligna induceva Adriana ad essere sempre
ironica con lui. La frivolezza e la mondanità
(del mondo, naturalmente, fuori di Castelronco)
sembravano accrescerle grazia, e la sua
[pg!156]
ironia era amabile perchè toccando solo gli
studi che rendevan strano Raimondo e lo distoglievano
dalla vita comune, significava insomma
un riconoscimento della superiorità male
riconosciuta dagli altri. E, anche, egli sentiva
che il brio della cognata celava un segreto
rovello. Forse perchè Adriana ormai disperava
di divenir madre? Mah!

— Le donne, chi le capisce? — pensava Raimondo. — Mia
cognata si direbbe leggera, eppure....
Si direbbe vana, eppure.... Si direbbe
tal quale tutte le signore della società sciocca
e falsa, eppure.... Soffre: questo è solo quel
che ci capisco io!

Finchè un bel giorno egli, che tra le scienze
in cui aveva delibato noverava anche la psicologia,
credè penetrare senza più dubbio nel mistero
di lei. Certe sue mosse, certe occhiate al
marito, certe attitudini sdegnose o certe ostentate
espressioni d'affetto quando Alfonso tornava
a casa dopo le frequenti assenze, per osservatori
inesperti sarebbero state prove di
stanchezza, di freddezza, magari di un'antipatia
insorgente e indarno repressa.

— Ma a me non me la dà a intendere! — pensò
Raimondo. — Ho visto! Adriana è innamorata
pazza di Alfonso; ne è appassionata; è gelosa delle
occupazioni e dell'ambizione che glielo rubano.

[pg!157]
Tanto vero che compiangendo sè stessa compiangeva
chi sfuggiva alle affannose gioie dell'amore.

A lui diceva:

— Innamoratevi, Raimondo! Amate, fin che
siete in tempo!

— Amo — egli rispondeva.

— Già!, la vostra Sirio.

— Sirio è maschio.

— Vedete che sproposito? E intanto vi
sfugge il meglio: la donna.

— Il meglio?

— Il meglio! Non avete ancora imparato
che siamo stati creati appunto per godere e
per soffrire amando; amando come si usa in
terra e non fra gli astri? Non avete ancora
compreso che la vita è amore e amore è la
vita? Non avete ancora pensato voi, signor
pensatore, perchè la fanciullezza è così bella?
Perchè anche la vecchiaia può essere bella?

— No. Perchè?

— La fanciullezza — non ridete — è come
l'antipasto dell'amore.... E la vecchiaia può essere
la tranquilla, beata, invidiabile digestione
dell'amore. Non ridete, vi prego.

— Filosofia gastrica! — esclamò ridendo Raimondo. — Ma
io mi pasco di luce.

— E siete cieco! Infelice!

[pg!158]
Ebbene, sì: da qualche tempo egli si sentiva
davvero infelice; ma non perchè si era lasciato
rapir dalla scienza: anzi perchè alla scienza
non si era dato con amore più saldo. Inoltrandosi
negli anni e negli studi, a quel dilettarsi
di una cultura superficiale e varia, al compiacimento
di poter discorrere, con nozioni vecchie
e nuove, di astronomia, di fisica e di chimica,
di botanica e zoologia e mineralogia, eccetera,
e di potere, con vive rimembranze,
adornarsi di storia e filosofia e poesia, gli era
seguìto nell'animo un senso di rammarico,
come in chi s'avvede di consumare invano le
sue forze.

E ora sapeva che non sapeva nulla di nulla,
e sapeva tanto che immergersi nell'ignoto con
l'ingenuità d'un bambino o d'un barbaro gli
sarebbe parso ineffabile gaudio.

Ma anche ciò non poteva, perchè quanto
aveva appreso gli suscitava dalla terra e dal
cielo, in mille modi e mille forme, le tentazioni
dell'ignoto e le prove della sua ignoranza
particolare. E gli costava uno sforzo
dire a sè stesso:

— Che importa il tuo soffrire, la tua ambizione
insoddisfatta, se ti ricordi, Raimondo,
che Sirio...?

[pg!159]

----

Per fortuna Sirio non gli rifiutava tutti i conforti
di quaggiù.

Con sincera stima — ne era certo — lo divagavano
dall'intima cura un discepolo e un collega.
Discepolo gli si protestava il capitano
Turri; il quale, vedovo di una ricca signora,
aveva da poco lasciato l'esercito, ed essendosi
comperato una villetta a Castelronco, presso
a quella dei Graldi, nell'amicizia dei Graldi trovava
incitamenti a passar bene i giorni e le
sere d'estate. Con Alfonso, Turri combatteva,
fuori, in pro del partito dell'ordine; con Raimondo
si riposava, in casa, imparando senza
discutere.

E l'ammirata sommissione del capitano era
tale che — mentre egli ascoltava — Raimondo,
il maestro, provava gusto pur a dire delle corbellerie.
Quando il poeta superava in lui lo
scienziato, la fantasia gli rendeva verosimili le
più strane ipotesi, le spiegazioni più ardite.
Dopo, se ne doleva, temeva. Se Turri consultasse
qualche libro? qualche scienziato?

Ma no!, fiducioso, Turri non consultava
niente e nessuno, o, tutt'al più, si rivolgeva a
Adriana, allorchè assisteva alle severe lezioni,
chiedendo:

[pg!160]
— Che fenomeni, eh, signora?

La signora rompeva in una delle sue gaie
risate e rispondeva:

— E questo è poco! Chi sa in Sirio!

Ma con il collega le cose procedevano diversamente.
Era l'arciprete. Meditativi entrambi,
don Paolo e Raimondo interrompevano di silenzi
e sospiri le discussioni serali e le cognizioni
che s'impartivano a vicenda: afflitto don
Paolo che alla dottrina dell'amico mancasse la
direzione della fede, e malcontento Raimondo
perchè all'intelligenza dell'amico mancasse la
travagliosa eppur feconda necessità del dubbio.

----

Alcune settimane dopo la sera che Alfonso
aveva mosso al fratello l'oscuro ammonimento — e
Alfonso non ne aveva più tenuto parola nè
Raimondo se ne era più ricordato — l'arciprete,
dalla via, sorprese l'amico una mattina mentre
curava i fiori prediletti.

E gli disse piano, timidamente, quasi:

— Ho da parlarle.

Andandogli incontro per il viale che metteva,
un po' di lungo, all'ingresso della strada,
Raimondo pensava:

— Don Paolo mi sembra stralunato. Parlarmi
di che cosa?

[pg!161]
Di che avevano discusso nei recenti colloqui?
Degli elementi dell'atomo (elettroni....); delle
macchie solari in rapporto alla meteorologia....;
di Darwin in rapporto ai neovitalisti....; della — ah,
sì! — della pluralità dei mondi abitati — sì,
sì — in rapporto alla religione e al dogma.
E in presenza di donne egli si era lasciato trasportar
troppo dall'argomento; aveva turbato,
in grazia delle scandalizzate ascoltatrici, la serena
tolleranza, la coscienza del bravo prete.

— Colpa di Sirio! — si disse ancora Raimondo
vedendo con la mente il sorriso ironico
di Adriana. Infatti al tema pericoloso li aveva
condotti, quella sera, l'accenno al pianeta che
gira intorno a Sirio in cinquant'anni.

Ma don Paolo parve anche più imbarazzato
quando seduto sul sedile, tra il folto, cominciò
a bassa voce:

— La nostra amicizia e la mia prudenza,
anzi il mio dovere...., m'impongono....

Raimondo gli fu subito grato del tono dimesso,
della soggezione manifesta, e pentito
com'era d'avergli fatto dispiacere, affrettò:

— Ho capito, don Paolo. Lei ha ragione.

Il prete sembrò ora meravigliarsi di quella
consapevolezza; ma l'altro abbassò gli occhi,
quasi a significare: — Le dò ragione, sebbene
l'amore della scienza mi giustifichi.

[pg!162]
— Lei capisce — seguitò il prete, grato a
un tempo che gli fossero risparmiate spiegazioni
penose, e dolente di dover insistere per
condurre l'amico al suo prudenziale consiglio.

— Lo scandalo.... Le chiacchiere.... La perfidia
degli avversari....

Già: felici di dare addosso a un povero prete,
che per l'amor della scienza si comprometteva
in conversazione sopportando teorie irreligiose.

All'insistenza però del collega, Raimondo non
volle più cedere del tutto; oppose, serio:

— Capisco; capisco. Ma non diamo troppo
peso....

— Il mio timore — interruppe angustiato
don Paolo —, il mio timore è che le voci, le
accuse anonime pervengano all'orecchio di chi
deve ignorare....

Dell'arcivescovo? Povero don Paolo!; si
aspettava noie fin dalla Curia!

— Ha ragione — affrettò di nuovo Raimondo. — Le
prometto....

Ma allora una bella risata squillò dietro di
essi e li fe' sorgere in piedi. Adriana.

— Bravo don Paolo! — esclamò. E scendendo
per l'erta, tra i lauri: — L'ora è propizia!

Il prete, pallido, stentò a sorridere.

[pg!163]
— Di giorno — la signora soggiunse — non
si vedono le stelle, e adesso le sarà più facile
persuadere questo ostinato....

— A che? — Raimondo chiese.

— A non perdere di vista le cose terrene!

Don Paolo guardò la signora con ricuperato
animo. Disse:

— Forse sarebbe meglio, certe volte, perderle
di vista!

E la signora fissò il prete.

— Oh! Così non deve dir lei, reverendo,
che con tanto zelo compie quaggiù la sua missione
di carità e di amore!

Anche Raimondo sentì l'ironia e gli dispiacque.

— Mia cognata — interloquì — mi giudica
egoista, apate.

— Se non foste, non avreste sempre la testa
in Sirio.

Sviato, il discorso proseguì scherzoso tra i
due e lasciò libero il terzo di andarsene presto.
Se n'andò, don Paolo, convinto d'avere
provveduto alla sua missione.

— Ora la metterà in guardia — pensava. — Mi
ha capito meglio lui di lei.

[pg!164]

----

.... Ed era stata per Raimondo una notte quasi
insonne, sebbene senza sospetti di nessuna sorta.

S'alzò all'alba; spalancò la finestra.

E si rimise, così vestito, sul letto. Nella
quiete ancora notturna pesava l'aspettazione
del giorno canicolare. Poi i suoni vi furono
come gettati dentro da lungi ed estesi da onde
che vibrassero basse e dense, quasi staccate
dall'aria che le recava. Rari abbaiamenti e gallicini
fiochi. Nè questi suoni rompevano l'immenso
silenzio; e lo dilatavano, infinito, lo
spesso zittìo delle locuste e il fondo e grasso
gracidare dei rospi.

Solo una voce umana avrebbe rotto il silenzio
immenso, avrebbe ridestata la vita; ma
non si udiva una voce d'uomo. E guardando
di là, da sedere sul letto, agli alberi che nereggiavano
lungo il clivo, Raimondo pensava
agli uomini, e gli parevano creature poco dissimili
da quelli: la superiore anima degli uni
non era radicata alla terra come la vitalità
degli altri? Il pensiero non era forse vincolato
alla materia bruta? O forse Adriana, nella sua
ignoranza, scorgeva il vero? Unica realtà capace
di idealità e spiritualità, unica illusione
[pg!165]
difesa e sostenuta dalla realtà sarebbe l'amore?
Unica felicità addentrarci amando nella vita
della materia, per illuderci godendo e soffrendo
di superar la terra che ci avvinghia con radici
tenaci fino alla morte?

Un galoppo veniva di lontano lontano, e Raimondo
l'accompagnò con udito or più or meno
sensibile. Lontano lontano.... E mentre la frescura
lo riassopiva, e mentre gli pareva che quel
galoppo strappasse affannosamente la strada,
credè ricordarsi che Alfonso aveva detto di
restare assente tre giorni.... Ma nell'avanzare
il galoppo cadeva a trotto uguale; scemava;
cessava. Alfonso? No. Non poteva esser lui
che ritornasse un giorno prima, a quell'ora, dal
luogo ove gli affari l'avevano intrattenuto, quantunque
non di rado, per il caldo, viaggiasse
anche la notte col suo buon cavallo.

Quand'ecco un rumore vicino riscosse dal dormiveglia
Raimondo: un repentino, affrettato rumor
di passi, nella loggia. Ascoltò. Non sognava.
Qualcuno apriva le imposte della ringhiera. Balzò
e corse alla finestra e.... Come in un sogno volle
gridare al ladro, e non potè. Giù, d'un salto, dal
balcone, il fuggitivo scompariva tra le macchie:
riconoscibile. Riconosciuto! *Lui!*

E altri passi più forti per le scale e nella
loggia; e lo sbattere violento d'un uscio.

[pg!166]
Turri! Alfonso! Con la mente vacillante, col
cuore stretto da un'angoscia mortale, Raimondo
percepì le due imagini nella rivelazione istantanea,
e tutto gli apparve in una improvvisa orrenda
luce. Ah le parole delle Raffi! Solo adesso
le ricordava! E insieme, d'un tratto, vide quanto
avrebbe dovuto intendere prima, a poco a poco,
se avesse ricordato e riflettuto: l'ammonimento
del fratello («sta attento»), le parole delle Raffi
(«il capitano, dicono i socialisti, consola i mariti
fuori e le mogli in casa»), la prudenza di don
Paolo, gli infingimenti di Adriana. Vide Adriana,
e tremò per lei. Di pietà tremò. Uscì, disperato.

Scendendo dal piano superiore, scarmigliata,
piangente, con le mani in croce, disperata, lo
affrontò la cameriera; e lamentando — Dio!
Dio! — pareva rinfacciare a lui la storditezza,
la debolezza, la viltà che non aveva saputo
impedire, che non sapeva impedire. Raimondo
si sentì mancare. Ma.... — l'uccide, l'ha uccisa! — ecco
il colpo. E si precipitò verso là.

Alfonso uscendo lo respinse. Stringeva in pugno
il revolver. Si guardarono nell'attimo tragico.

Fratelli?

E con voce ferma, con la stessa voce con
cui aveva detto quella sera: — sta attento — Alfonso
disse al fratello:

— L'ho uccisa.

[pg!167]




L'ASINO NEL FIUME.
==================


La maggior piena era passata: ora la fiumana,
contenuta nella parte più bassa, scorreva rapida,
ma a piccole onde lievi lievi che s'inseguivano
riscintillando. Il sole, nel sereno purificato
dalla pioggia della mattina, la irradiava,
vi si rifletteva quasi in liquido argento; e ove
dilagava nel letto più ampio, l'acqua pareva
espandersi dall'agitazione del mezzo e indugiare,
di costa, in un tremolìo fulgido, frequente
e incessante; come in una trepida gioia infinita.

Per passare dalla riva sinistra alla destra a
caricarvi la ghiaia, i birocciai dovevano seguire
la carraia che avevano praticata evitando massi
e borri e seguire, sotto l'acqua, i solchi delle
ruote. Discesero in fila: ritti su le birocce essi
schioccavan la frusta ed incitavano con voci
di iù! mentre trattenevan le redini; ed i cavalli
a testa alta, scuotendo le sonagliere, entravano
[pg!168]
nella corrente e godevano a diguazzare
in quella vivida intermittenza, a precedere
o a tener dietro ai compagni attraverso quella
confusione e quel palpito d'acqua e splendore.
E l'esser passati era per gli animali e per gli
uomini come un'allegra vittoria.

Venne ultimo, con la sgangherata biroccetta
e l'asino, Sugnazza. Anche lui! Urlava anche
lui; e bastonava. Ma l'asino non aveva baldanza:
troppi digiuni e troppe bòtte. E quando
non era ancor a metà del guado, si fermò. Si
fermò rigido, a orecchie chine, con intenzione
dubbia. L'arrestava l'ignota delizia del bagno,
o lo atterrivano il luccichio e la vertigine? E
non bastavan più il bastone e le grida.

— Dàlli, Sugnazza! — Arrì! — Forza! — ripetevano
i birocciai sghignazzando, intanto che
raccoglievano dai mucchi la ghiaia e la caricavano
con fragore di badili. — Forza! Se no,
l'acqua ti porta via! Dàlli!

Dava; e l'asino, duro. Finchè, fosse una randellata
di tal sorta da affrettare il destino, o
fosse una funesta illusione di riposo e di pace
che irresistibilmente l'attirasse, la bestia si abbandonò
e cadde; e Sugnazza battè il petto
contro il riparo, dinanzi. Ahi! Calò, sì, subito,
nell'acqua e, furioso, percosse, bestemmiò e maledisse;
ma era finita. E quando fu certo....

[pg!169]
— Gli è crepato l'asino! Gli è crepato l'asino! — esclamarono
quegli altri accorrendo
a vedere e a ridere.

L'asino non si mosse più. E quando fu certo,
Sugnazza tacque; risalì nella biroccia prona su
la bestia morta e vi si distese per il lungo, la
testa poggiata su le braccia e la faccia in giù,
con apparenza d'uno che cogliesse una bella
occasione per schiacciare un sonnellino.

E per non disturbare nè lui nè la bestia i
birocciai, al ritorno, tirarono un po' da parte.
Ridevano ancora.

Quel disgraziato — che matto! — sembrava
voler passarsela così la sua batosta: pacificamente,
dormendo!

----

Ma Sugnazza non dormiva. E non piangeva.
Si vedeva, a occhi chiusi, morto di fame, là,
press'a poco come il suo asino. Dal dì avanti
egli non aveva ingollato cibo, e gli ultimi soldi
gli erano andati, la mattina, in grappa. Un pezzo
di pane a credito per qualche giorno, da qualche
fornaio, lo avrebbe trovato; ma poi, cosa
fare? Lavorare a opera? Chi l'avrebbe preso,
ormai che il cuore gli ballava il trescone a
ogni sforzo e i polmoni arsi pativan sete d'aria
[pg!170]
più che lo stomaco d'acquavite? E chi l'avrebbe
voluto a servire in casa con quella tara
che portava addosso da vent'anni? E chi gli
avrebbe fatta volontieri l'elemosina, a un uomo
che non era vecchio, e, quando poteva, si ubriacava?

O comperare un'altra bestia per la biroccia,
o morir di fame. Questa la conclusione.

Ma se questa, di un altr'asino, era la sola
speranza, bisognava persuaderne il mondo e
dire: — O voi che potete mi aiutate, o io mi
lascio morir di fame qui dove sono, con l'asino.
Sissignori! E mantengo!

Veramente nell'opinione pubblica Sugnazza
godeva stima di essere risoluto. Non per altro
che per il modo con cui la vinceva sul suo
compagno di sventura aveva suscitata sempre
l'ilarità e, perchè no?, la simpatia dei compaesani.

Povera bestia!; più povera forse sotto la
biroccia scarica che sotto il carico. Allorchè il
padrone, dalla biroccia, s'ergeva a sostener la
corsa per la maggior via del paese, l'asino dava
uno spettacolo di pazienza e di sofferenza così
sproporzionate da divertire anche la gente seria.
Al grido annunziatore della tempesta incurvava
il dorso quasi per offrir più alto il
campo al randello e uscir tosto di pena; teneva
[pg!171]
stretta stretta la coda quasi per sottrarre
sol esso, il suo unico inutile schermo; e finchè i
colpi erano sopportabili interrompeva un istante
l'andare abbassando la testa e rialzando un po'
insieme le gambe di dietro quasi per accusar
ricevuta. Ma se le legnate piombavano senza
misericordia, allora col torace vuoto e risonante
l'infelice aderiva a una delle stanghe, in un
vano tentativo di allontanarsi, e pareva piangesse
con le orecchie.

— Dàlli, Sugnazza!

Dava; e quell'uomo lungo lungo, squallido,
barbuto, brutto, sporco, assomigliava al destino
che non lascia tregua all'umanità. Tutti riconoscevano
un po' sè stessi in quell'asino (siamo
al mondo per soffrire); ma la virtù del saper
soffrire è così rara negli uomini che diveniva
amena a vederla in un animale di quella sorta.

Se però la bestia era sempre una bestia,
l'uomo era sempre un uomo; e poichè pativa
il tormento della fame, Sugnazza ora s'imaginava
che ognuno — anche chi rideva dell'asino
sotto le sue bòtte — si commoverebbe della
sua disgrazia, della sua disperata decisione.
Certo: il sindaco, l'arciprete, la Congregazione
di carità, gli avventori, e, quantunque non fosse
in lega, i fratelli della Camera del Lavoro, subito
raccoglierebbero sussidi e offerte affinchè
[pg!172]
il disgraziato non si lasciasse morire là nel
fiume, con l'asino. Certo: bastava informarli
di questo proposito che aveva in mente, e tutti
si darebbero d'attorno per aiutarlo. Nè a informarli
mancherebbero messaggeri. Quanti, fra
poco, correrebbero a vederlo e a compiangerlo,
povero diavolo, da venti anni perseguitato dalla
sfortuna; e adesso gli era spirato l'asino là in
mezzo!

----

Non appena infatti i birocciai della ghiaia
ebbero data la nuova all'osteria del borgo, qualche
ozioso e parecchi monelli si affrettarono
gaiamente allo spettacolo inatteso. Gli uomini
ristettero sul ponte o sulla sponda sinistra; e
chiamavano Sugnazza, e lo canzonavano con
le grida e le apostrofi che egli usava con il
suo asino: i monelli preferirono passare di là
dalla strada e dalla sponda destra calar nel
greto già asciutto; indi metter mano ai ciottoli.
Della bestia non si scorgeva che la pancia
gonfia, a fior d'acqua; dell'uomo si scorgeva
solo quel che del dorso superava i ripari della
biroccia; e la difficoltà di colpir giusto suscitava
legittima emulazione. La sassaiola cadeva
nell'acqua, sollevava spruzzi brillanti.

[pg!173]
Ma — bene! — un sassolino toccò Sugnazza
proprio dove più sporgeva a bersaglio.

Si alzò in piedi. Con quanta ira potè elevò
il bastone, e sembrò sfidar l'aria; e tendendo
l'altro braccio, per allargare la minaccia alla
vastità della scena, urlò con quanta voce potè: — Lasciatemi
stare! Il fiume è di tutti! Qui
sono e qui sto; qui voglio morire, se chi può
non mi aiuta! Diteglielo! — urlava. — Diteglielo! — urlò
di nuovo rivolto a quelli che
eran sul ponte. — Se non mi aiutano a comperare
un'altra bestia, mi lascio morir qui, com'è
vero Dio!

Ma a una nuova sassata, la lunga, grama,
oscura persona di lui, che nella luce meridiana e
nello splendore dell'acqua si sarebbe detto un
fantasma non più pauroso rimasto là fuor d'ora,
sopra una biroccia, per un caso buffo, si rovesciò
a rigiacere e non die' più segno di vita.

Frattanto, di bocca in bocca, la notizia andava
per tutto il paese.

Al Caffè grande la portò un assessore, e il
sindaco, che giocava l'ultima partita a biliardo
prima di desinare, disse:

— L'asino deve essere seppellito dentro
oggi; se no, si applica la multa a termini del
nuovo regolamento d'igiene.

— Avviseremo Sugnazza — disse l'assessore.

[pg!174]
— Ma lascerà di certo l'asino ad appestar l'aria
e l'acqua, perchè, tanto, la multa non la
pagherà mai!

— Gli si sequestra la biroccia — ribattè il
sindaco. — Non varrà qualche lira?

E in canonica l'arciprete già desinava, quando
il campanaro venne a raccontare che Sugnazza
aveva accoppato l'asino attraversando la fiumana.

— Povera bestia! Ha finito di soffrire — l'arciprete
commentò. — Speriamo che non ne
capiti mai più nessun'altra sotto quelle mani!

Al pomeriggio il presidente della Congregazione
entrava dal tabaccaio.

— Sa? Nel fiume, questa mattina, è crepato
l'asino di Sugnazza.

Il presidente fece un comico atto di disperazione,
e chiese:

— Aveva famiglia?

— Chi?

— L'asino?

Rispose uno:

— Aveva dei parenti, ma son tutti benestanti,
e non dimanderanno sussidi; stia pur
tranquillo!

E alla Camera del Lavoro il segretario esilarò
i compagni, che vi riposavano e conversavano,
esclamando:

[pg!175]
— Poco male se a Sugnazza gli è morto l'asino.
Con i quattrini che ha risparmiato a far
il crumiro si comprerà un camion!

Quanto al cliente che fin dal mattino aspettava
la sabbia da Sugnazza, non vedendolo arrivare
e imparando il perchè, fece quel che
avrebbero fatto tutti nel suo caso: andò in
cerca d'un altro birocciaio che, come quello,
non stesse alla tariffa della Lega. Nè il divertimento,
dal ponte e dalla riva, cessò prima di
sera. Verso sera venne anche una guardia municipale
recando seco il nuovo regolamento
d'igiene.

— Sissignore: seppellire i morti — borbottò
Sugnazza. — Aspettate ancora un poco.

----

Ancora un poco.... Allo spasimo della fame
gli era seguito un senso di ondeggiamento in
cui gli pareva di sentirsi trasportar dall'anima.
Ma la pena era adesso nelle visioni dell'inedia:
torbide, tristi; di pianto. Bieca e cattiva più
che ogni altra l'affannava l'imagine dell'uomo
che era stato causa della sua rovina: a quando
a quando il Biondino entrava evidente in quel
turbine e gli diceva con un ghigno: — Muori?

Sì: moriva dopo venti anni di miseria, spossato
[pg!176]
nel cuore e nel petto, bruciato dall'acquavite;
moriva d'inedia. E per lui!

Un breve amore; l'invidia che la donna sposasse
l'altro; la gelosia e la provocazione dell'altro;
la lite e la ferita — da niente — una
scalfittura seguita dall'infezione per cui all'altro — il
Biondino — s'era dovuto amputare il
braccio; e il processo; e la condanna; ecco
ciò che era avvenuto in gioventù ad Andrea
Porta non ancora detto Sugnazza; ecco come
l'odio aveva per venti anni avvelenato due esistenze;
ecco perchè il vinto or vagellava in
una torbida, turbinosa tristezza, in un'insania
spaventosa, mentre l'imagine dell'odio, del Biondino
poi detto il Monco, gli diceva ghignando: — Muori?

Ed egli, il vinto, ora per la prima volta si
sentiva l'anima. Ondeggiava così leggera, così
desiderosa di luce e di quiete! Per vedere se
fuori di lui, nel mondo silenzioso, fosse già buio,
Sugnazza si voltò supino, con fatica estrema.
Quante stelle! E chiuse gli occhi senza più rivoltarsi,
come alla rivelazione di una cosa orribile.
Tanto bello era il cielo! e il mondo....

Nessuno aveva avuto compassione di lui che
moriva. Nessuno! Nessuno!

[pg!177]

----

— Ohe! Andrea!

Sugnazza trasalì. Da vent'anni non aveva mai
più udito chiamarsi col suo nome. Piegò a pena
il viso; e diresse lo sguardo verso dove veniva
la voce; lontana lontana o lì presso?

— Ascolta, Andrea — seguitava. — T'ho
sentito oggi quando hai detto quello che hai
detto. Ma non son ragioni. Chi vuoi che ti regali
un altr'asino?

Sugnazza udiva; e scampava, con lo sguardo,
all'orrore di quella voce. Quante lucciole sulla
costa! Nel silenzio, palpitavano di luce quasi
in una gara instancabile; ed erano così fitte
che elevandosi e ricadendo e volteggiando,
ciascuna sembrava immobile.

— Credi d'esser disgraziato sol tu? — seguitava
l'intollerabile voce. — A te ti è morto
l'asino; io ho la donna all'ospedale, e non c'è
speranza che si rimetta; e sai che lavorava lei
per me, e guadagnava molto; da sarta. Io vado
a ranocchi; ma adesso tutti son signori, e non
ne vogliono.

Maledetto! Era proprio il Biondino!

— Mi ascolti, Andrea?

Sugnazza non avrebbe voluto vederlo, eppure
[pg!178]
era costretto a cercarlo con lo sguardo
estremo. E una luce rossa, gettatagli contro,
gli raccolse lo sguardo.

Allora lo vide, il suo nemico, illuminato in
faccia dalla lanterna che aveva aperta per osservar
lui — la lanterna con la quale affascinava
i ranocchi —; e la luce rossa si diffuse
nell'acqua intorno all'asino morto.

— Dunque — soggiunse il Biondino d'un
tempo, ora il Monco —; dunque senti che pensiero
ho fatto. Noi siamo stati disgraziati tutti e
due, uno per causa dell'altro. Destino! tu hai
rovinato me, io te. Ma io ho qualche risparmio,
della donna, e ti posso aiutare; e tu, me. Ti
compero io la bestia; e conduciamo il lavoro
insieme. Io ti guido la bestia e tu mi dai biroccia
e braccia: entriamo nella Lega per guadagnar
di più; e il guadagno a mezzo. Ci stai?

Sugnazza voleva rispondere: — Tu, solo tu
hai avuto compassione di me! — Ma per rispondere
sospirò, e in quell'istante, in quel sospiro
si sentì rapir lieve lieve via, fra una infinità
di luci: lucciole o stelle.

[pg!179]




IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA.
========================


Nella nobile città di Burgfarrubach un piccolo
spirito maligno faceva da un pezzo questo
curioso scherzo: quando un sacerdote, chiamato
per scacciarlo dalla casa che metteva a
soqquadro, procedeva nell'esorcismo, non ne
aspettava il compimento; scappava via troppo
presto, lasciando l'esorcista con un palmo di
naso. E appena era al nuovo luogo e un altro
esorcista arrivava con le benedizioni, le maledizioni
e gli scongiuri — fst! —, esso ripeteva
il giuoco.

Così nessuno aveva mai potuto rimandarlo
una buona volta, per sempre, all'inferno.

Il destino però ha tale possanza da prevalere
anche alle bizzarrie diaboliche, e, se non a castigarlo
come si meritava, pervenne almeno ad
arrestare l'instabile diavoletto di Burgfarrubach.

Dove? Come?

[pg!180]
In quella stessa città dimorava un certo avvocato,
astutissimo nell'imbrogliare la giustizia
e il prossimo. Un giorno che costui se ne stava
nel suo studio esplorando un'aggrovigliata matassa,
senza che gli riuscisse di trovarne il
bandolo per dipanarla come di solito a suo
profitto, e bestemmiava, e si rodeva dentro,
eccoti, per la porta aperta, ecco apparirgli una
fiammella vivida; una sulfurea fiammella che
roteava a mezz'aria e si dirigeva, pari a una
freccia, verso di lui. In un istante, per istintiva
difesa, egli afferrò di su la scrivania ciò
che gli venne alle mani, e fu l'ampolla dell'acqua
con cui allungava le chiacchiere da inzeppare
i clienti; e il caso volle che seguendo
a un punto il sollevamento della boccia inclinata
e l'obliquo arrivo del globulo di fuoco,
questo s'infilasse dentro di quella. Sfriggolò,
sobbalzò: invano; vi rimase, perchè l'avvocato,
più svelto del diavolo, appose all'ampolla il
tappo e lo rigirò e suggellò ben stretto; e poi,
senza paura, stiè a guardare. E rideva.

Bel colpo! Una meravigliosa presa, una portentosa
conquista! Non già che il furbo leguleio
ammirasse soltanto quale un prodigio la
fiammella che palpitando e cessando solo di
tratto in tratto, quasi per brividi, non si smorzava
nell'acqua, anzi si riaveva più fulgida; ma
[pg!181]
godeva perchè, conosciuto che era uno spirito,
egli pensava d'aver in sua balia una forza da
trarne inestimabile partito. E rideva; e mentre
contemplava l'ampolla e la luce che sfavillava
dall'acqua attraverso il vetro, sentì schiarirsi
la mente come non mai; scorse piana e agevole,
di súbito, la maniera per risolvere l'ingarbugliato
affare che l'aveva tenuto tanto in
pensiero.

E da quel giorno non perdè più nessuna
causa. Conquise tutti i giudici, superò tutti gli
avvocati di Burgfarrubach; e naturalmente non
rimosse più di là lo strumento della sua fortuna:
attese a convertire in belle monete d'oro
i cavilli, gl'inganni e le cabale della legge.

Nè è da credere che il diavoletto, pur aspettando
il dì della liberazione, si trovasse troppo
male al fresco dentro la boccia, se gli prestava
occasione continua di vederne e udirne delle
belle.

Ma degli avvocati non c'è mai da fidarsi.
Quello di Burgfarrubach diventò vecchio; e un
giorno si imbattè nel priore di certi frati, i
quali avevano il convento su un monte lontano
dalla città. Ed essendo salutato dal monaco col
sorriso di chi ha la coscienza in pace, egli rispose
con mal piglio: — Va al diavolo!

Ma appena fu a casa l'insolente si ricordò
[pg!182]
dell'incontro; gli si rimescolò e agghiacciò il
sangue nelle vene. Per consolarsi tolse dalla
cassa un sacchetto pieno di monete. Ahimè! a
vederle pensò che con l'oro si posson far molte
e belle cose, non una: vincere la morte. Ond'ebbe
paura di morire; ebbe il dubbio d'andar
lui, invece del frate, a sgambettare tra le grinfe
del diavolo sovrano di tutti i diavoli; e con
un febbrone addosso si mise a letto.

Vi penò, peggio che se fosse stato all'inferno,
fino a che non si risolse a mandare per quel
tal monaco e fino a che non l'ebbe al capezzale,
in confessione.

Inutile dire come questa fu lunga e scrupolosa;
basti sapere che all'ultimo il peccatore
disse: — Padre reverendo: in salvezza dell'anima
mia lascio al vostro convento il frutto
di tutti i miei guadagni, leciti e illeciti. A un
patto....

— Quale patto? — chiese il frate.

— Che vi incarichiate voi dell'ampolla, là,
sullo scrittoio. C'è dentro....

— Che cosa? — dimandò il frate.

— Il più reo spirito che mai abbia infestato
Burgfarrubach.

[pg!183]

----

Si ricordò il buon priore del demonietto che,
parecchi anni prima, aveva dato da fare a non
pochi esorcisti; e imaginò fosse lui a sprizzar
fuoco e a friggere dentro la boccia; ma non
ne prese soverchia pena. A studiare e meditar
la vita di Sant'Ilario taumaturgo aveva imparato
uno scongiuro che nemmeno l'arcidiavolo
potrebbe resistervi; nemmeno Lucifero. Da
uomo prudente gli bisognò tuttavia consultare
i suoi monaci che, confessandoli lui stesso,
sapeva tutti savi. Doveva accogliere l'eredità?
E l'ampolla? Non era un lascito pericoloso alla
buona fama del convento?

No. Tutti furono di opinione che l'eredità si
accettasse; ne avevan gran bisogno; e quanto
alla boccia, si rimettevano all'antico senno del
priore e alla pietà divina.

Così i sacchetti delle monete — appena morto
l'avvocato — furono trasferiti al luogo di quegli
onesti servi di Dio; e l'ampolla, nella celletta
del priore. Il quale sorridendo un poco della
paura che solo a vederla avevano avuta i fratelli
più ingenui, pensò: «Non si riuscì mai a
rimandare questo reo spirito all'inferno perchè
non fu mai possibile trattenerlo sin alla
[pg!184]
fine degli scongiuri. Ma ora è qui dentro, e
ben ci sta; e a suo dispetto dovrà udire sin
in fondo quel che io ho imparato da Sant'Ilario
taumaturgo. Quando poi piacerà a me, lo lascerò
andare a casa di Lucifero, togliendo il
tappo, ossia gettando l'ampolla in terra». E
quasi per prova si diede a recitar l'esorcismo
che credeva ineluttabile.

Ma come disse: — esci, maledetto, da questo
corpo! lascia in pace.... — fu costretto a
interrompersi: la boccia, su la panca, parve
accendersi di gaudio; e ne scaturì una risata
così gioconda, così arguta che al buon priore
cascarono le braccia. Rimase atterrito. Non
aveva pensato, poveretto, che l'esorcismo di
Sant'Ilario era rivolto alle invasioni diaboliche
in corpo di cristiano — «lascia in pace quest'anima
cristiana» —, non in un'ampolla d'acqua
chiara. E il poveretto dubitò, capì che non c'era
da fidarsi nel rimedio creduto infallibile.

Tenersi dunque l'ampolla in cella?

Misericordia! Che pericolo! che orrore! Non
ebbe più una notte di bene. Vampe davanti agli
occhi; strani cachinni agli orecchi; e quel ch'era
peggio, tentazioni che una non aspettava l'altra.

Urgeva liberarsi del gravoso lascito. Ma in
qual modo? Rompere l'ampolla dentro il convento?
E se lo spirito ritornava al costume
[pg!185]
d'una volta e s'annidava or qua or là, ora a
infestar questa, or quella cella, senza che un
compiuto, efficace scongiuro bastasse a scacciarlo?
Rompere l'ampolla all'aperto? Le sacre
storie riferivano terribili esempi delle vendette
che gli spiriti neri prendevano se fugati in
ispazi indifesi: súbite accensioni dell'aria, per
cui uomini santi rimasero paralizzati o fulminati;
repentini turbini, che rapirono creature
innocenti, e non si trovarono mai più; frenesie
delle quali, per orrore istantaneo, degni sacerdoti
infermarono la vita intera.

Dibattuto in tali dubbi, il priore sospirava,
piangeva e lottava notte e giorno contro le
tentazioni. Pregava, invocava il divino aiuto.

Finalmente a suo conforto rilesse nelle sacre
scritture che anche con i diavoli grandi giova
talvolta giuocar d'astuzia. Ora, se per rimandare
all'inferno il diavoletto, piccolo sì, ma
protervo e spaventevole, bisognava fargli intendere
tutto intero uno scongiuro; se lo scongiuro
più efficace era quello di Sant'Ilario; se
lo scongiuro di Sant'Ilario aveva efficacia certa
nelle invasioni personali, l'astuzia, la vittoria
stava nel trovar persona in cui allo sfuggir
dalla boccia lo spirito entrasse e si compiacesse
d'entrarci e di restarci. Se non che, per evitare
ogni scandalo intorno all'eredità dell'avvocato,
[pg!186]
non era da rintracciare fuori del convento la
coscienza ottenebrata e laida che allo spirito
soddisfacesse pienamente.

In un frate, dunque? Imprigionarlo in un
frate peccatore? Oh certo!: il diavoletto sarebbe
lieto di balzargli addosso, di sguazzarci
dentro! E senza dubbio si ostinerebbe a rimanere
nella insolita ambita stanza (un frate!)
anche durante l'esorcismo; e allora....; battaglia
vinta! All'inferno, una buona volta! Non più
triboli per l'eredità!

Era un pensiero cattivo? Un consiglio del gran
Demonio? Perchè, badate, ci voleva che uno di
quei fraticelli così savi e pii cadesse in colpa,
e che il priore per conoscerlo all'uopo lo confessasse,
e confessandolo non lo assolvesse
prima d'aver compiuto l'esorcismo e aperta
o rotta l'ampolla.... Ci voleva una tentazione
irresistibile per qualcuno dei suoi cari monaci!

Ebbene, le vite dei Padri non attestavano
forse che anche le tentazioni giovano? Giovano
a provar la virtù? Non era lecito, doveroso
forse, mettere di quando in quando a prova
le virtù del convento? E per la fragilità umana
non tornava possibile, possibilissimo, l'errore
pur di un fraticello che fosse savio e pio?
Gran prudenza, sì, richiedeva la buona fama
dal monastero da mantener intatta. E il priore
[pg!187]
parlò ai fratelli con grande prudenza. E disse
che agevole sarebbe la via del Cielo se non la
impedissero le lusinghe del mondo; nè esservi
vittoria senza combattere. Andassero dunque,
essi, i fratelli, per un po' nel mondo; in abito
secolare e con le monete dell'avvocato sfidassero,
sconosciuti ma forti, il secolo. Se qualcuno
cadesse nella lotta, i vittoriosi l'aiuterebbero a
risollevarsi.

----

Bontà di Dio! Che precipizio! che salti mortali!
Quando i fraticelli furono ritornati dalla
città e li ebbe confessati tutti, il priore non
seppe più quale scegliere per la funzione dell'esecrata
ampolla. Tutti erano caduti, e come!
Ah l'umana miseria! Ah la potenza del Demonio!
Tutti precipitati, tutti! E ciascuno rispondeva
alle rampogne: — I fratelli vittoriosi mi
aiuteranno a risollevarmi.

Sbigottì il priore; ma sperò che il sacrifizio
dell'uno affretterebbe la cura degli altri infermi
e, nello stesso tempo, la liberazione affannosamente
sperata. E con il panico dell'atteso evento,
con la smania d'uscire dall'angustia così a lungo
protratta, corse a prendere l'ampolla e fatti
schierare i fratelli dinanzi a sè (il diavolo scegliesse
lui), la lasciò andare....

[pg!188]
Allora....: un fracasso di cento ampolle infrante
a un tempo; una vampata; un grido
atroce, tra il fumo; e puzzo di zolfo; e il lamento
che si mutava in riso di follia.... Orribile!
Al diradar del fumo, esterrefatti, videro,
tutti i frati videro il lor priore che si contorceva
in una convulsione, al suolo; gli occhi
fuor dell'orbita; la bava alla bocca; invasato.
Bontà di Dio! Invasato il priore!

Atterriti da questo castigo totale, rimorsi nel
cuore e nell'anima, mentre alcuni soccorrevano
il misero, gli altri si gettarono in ginocchio a
implorar dal Cielo pietà. Piangevano. Non perciò
cessava lo strazio orrendo! E i più anziani
diedero il buon esempio; cominciarono a confessare
ad alta voce le loro colpe, a far atti
di contrizione, a rimbrottarsi a vicenda per
meritarsi l'assoluzione che s'impartivano a vicenda.
E assolti, avrebbero tentato la prova
degli esorcismi.

Tentarono. Chi, imposte le mani sul capo
dell'ossesso, invocava l'aiuto dei santi, angeli,
arcangeli, patriarchi, profeti, apostoli, martiri,
confessori: chi gli appendeva al collo un breve
coi nomi dell'Onnipotente: *Hel Heloym, Sother,
Emmanuel, Sabaoth, Agia, Tetragrammaton,
Otheos, Athanatos, Jehova, Saday, Adonay, Homusion* — e
a gran segni di croce minacciava il
[pg!189]
demone e gridava: — Esci, immondo! esci,
aspide e basilisco! Scorpione e iniquo spirito,
vien fuori! Fuori!

Ma no: lo spirito d'iniquità non usciva. L'ossesso
or sghignazzava, or parlava una strana
lingua, or fremeva sputando e digrignando i
denti, or bestemmiava come un saraceno.

E chi gli copriva il capo con la stola e cantava
il salmo: *Vicit leo de tribu Juda*; e chi
l'ungeva con la cera del cero pasquale e recitava
antifone e oremus.

Invano, tutto invano!

E chi leggeva gli evangeli al passo di Gesù
scacciante i demóni; e chi aspergeva l'invaso,
lo inaffiava a dirittura, tutto quanto, di acqua
benedetta.

Invano. L'unione fa la forza. I poveri fraticelli
si studiavano di operare insieme; ma lo
spirito invasore pareva più possente che quello
famoso di Simon mago.

Ne fecero di tutte le sorta. La notte si flagellarono
sui nudi dorsi, e il giorno dopo digiunarono;
sempre in preghiera. Il giorno seguente
si recarono alla città e per le campagne
a largire in carità i quattrini dell'avvocato....

Invano. Non valevano discipline, vigilie, digiuni,
orazioni, elemosine; nulla! Che diavolo!
che strapotenza di un diavolo!

[pg!190]

----

Era accaduto più di quel che il priore aveva
previsto. Lo spiritello, fornito d'immensa energia,
d'una resistenza che ogni più grosso demonio
avrebbe potuto invidiargli, restava, pervicace
e tenace, nel luogo di sua soddisfazione;
nel corpo di colui che, maggior colpevole, aveva
mandato gli altri alla colpa. Nè i fratelli sapevano
più a che santo votarsi: quantunque alcuni,
sorretti dalla speranza e dalla fede, si
attendessero di giorno in giorno un miracolo:
l'intervento di un messo di Dio.

.... Quando, una mattina, dopo forse un mese
di tante angosce, il laico che vangava l'orto
scorse venire alla volta di lassù un uomo di
aspetto venerabile, a cavallo d'una mula d'aspetto
venerabile. Giunto che fu, e legata che
ebbe la mula a una caviglia, il solenne pellegrino
avanzò verso la portineria.

— Sono — egli disse — il dottor Papenwasser,
professore all'università di Koenisberga, e
vengo qui a studiare su di voi frati l'«elaterio
della facoltà di astrazione». — Ma che elaterio!
L'ortolano e il portinaio cominciarono a gridare: — Il
messo di Dio! È arrivato il messo di Dio!

Accorsero. E tutti i monaci gli si fecero incontro
con riverenze e benedizioni. Nemmeno
[pg!191]
perdettero fiducia udendo — i più istruiti — chi
egli era; anzi si persuasero meglio che
venisse mandato dal Cielo. Era un dottore, e
un dottore d'Università, e un professore dell'Università
di Koenisberga! Non avevano dunque
ragione di ritenerlo capace d'ogni sapere?

Infatti, com'essi umilmente e timidamente
l'ebbero informato della loro disgrazia, egli
sentenziò:

— Ho capito. Son dotto in materia. — E con
l'occhio della mente corse subito al profondo
magazzino della sua mente; guardò al ripartimento
*demonografia* e scórtovi argomento per
una erudita lezione, soggiunse: — Son da voi.
Purchè procediamo con metodo.

Credettero i monaci che a procedere con
metodo prima di tutto fosse necessario condurlo
dove avevano vincolato, in un lettuccio,
il miserabile ossesso.

Che! A quel fiero spettacolo, il quale avrebbe
intenerita una pietra, non si commosse affatto
l'erudito dottore; come non udisse quelle strida,
non vedesse quelle contorsioni convulse, quegli
impeti di atrabile, quei ghigni osceni. E intanto
egli predisponeva, severo e tacito, l'argomento
della sua lezione:

— Dèmoni e spiriti in Egitto, Assiria, Caldea,
Persia; in Frigia, a Colchide; in Tracia — presso
[pg!192]
i Greci e i Romani.... (Oh che bella lezione!) — Magia
operativa e magia divinatoria — riti
di espiazione — formole, erbe e pietre magiche....
(Oh che profonda lezione!) — Negromanzia;
lampadomanzia; dactilomanzia; lecanomanzia....
(Oh che colossale lezione!) — Ragolomanzia;
palomanzia: petchimanzia; partenomanzia;
pegomanzia....

Poi, fatti sedere intorno intorno tutti i frati,
il dottore incominciò:

— Narra Erodoto di Alicarnasso, dai latini
erroneamente detto il padre della storia, che gli
antichi Egizii....

Stupirono i frati. Non comprendevano quale
fine potesse avere un tal discorso; pareva
loro che più importasse la liberazione dell'infelice.
Ignoravano, poveri frati, che scopo degli
eruditi è di mostrarsi eruditi; nè immaginavano
l'efficacia dell'erudizione quando trascende alle
contingenze della realtà.

Il dottore di Koenisberga parlava da mezz'ora
appena, e già i monaci, nei loro sgabelli, chinavano
il capo sul petto e a occhi chiusi riposavano
in un delizioso oblio della loro corporea
salma e dei loro guai.

E già l'ossesso sbadigliava. Da prima furono
sbadigli a bocca spalancata e lamentevoli, mentre
gli occhi smarriti ricercavano la perduta
[pg!193]
coscienza. Indi, a poco a poco, seguiva un languore,
un assopimento benefico.

Finchè, a due terzi della lezione, il priore
mandò un fragoroso sospiro, e dopo, alto, un
grido di gioia.

Destati, i fraticelli balzarono in piedi; guardarono;
videro. Miracolo! Il miracolo del messo
di Dio! — *Laus Deo! Osanna!* — E corsero a
sciogliere il redento. E — *laus Deo! laus Deo!* — tutti
si inginocchiarono ed elevarono braccia
e voci in rendimento di grazie al Signore.
Salvo! Il priore era salvo! *Tedeum!*

----

Ma poichè fu cantato il *Tedeum!* accadde
un fatto forse più strano della stessa liberazione
che aveva sollevato gli animi oppressi:
l'erudito, fedele al suo metodo, per cui non
abbandonava mai un argomento senza averlo,
secondo diceva, sviscerato o esaurito, ripigliò
il discorso dal punto in cui era rimasto interrotto.
Come se nulla fosse accaduto! Come se
a colui non importasse nulla del gaudio che
rianimava tutto il convento, dell'esultanza in
cui tutti i monaci furono concordi quasi per
una comune resurrezione!

E allora sdegnati, essi non videro più nel
dotto di Koenisberga l'angelo salvatore ma lo
[pg!194]
strumento involontario, inconscio, indegno della
Provvidenza; e tanta era la foga che egli metteva
a seguitar con la fastidiosa discorsa, che
dubitarono lo spirito maligno si fosse trasferito
dal priore in lui. Per non più patire esperienze
diaboliche afferrarono dunque gli sgabelli, e gli
mossero incontro:

— Via! Fuori di qui! Fuori l'invasato! All'inferno!

Oh frati ingenui nonostante i loro recenti
scapucci nel cammino del mondo!

Il diavolo che aveva resistito tanti anni dentro
un'ampolla, in elemento contrario; che aveva
resistito a tanti scongiuri e religiosi assalti e
rituali invettive, non aveva potuto, no, resistere
all'intera lezione d'un erudito tedesco. Figurarsi
se si sarebbe trovato bene dentro il corpo di
lui! No, no, preferiva....

— Via, scorpione! via, basilisco!

Preferiva, aveva preferito....

— Via, dragone! All'inferno! — i frati urlavano.

E il dottor Papenwasser fu costretto per la
prima volta, da che era professore a Koenisberga,
a mancare al suo metodo.

Uscì di trotto, alla volta della mula.

Ma la mula non c'era più. E la capezza, con
cui l'aveva legata alla caviglia, bruciava ancora.

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.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL DIAVOLO NELL'AMPOLLA \*\*\*

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.. class:: pgfooter language-en

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 | Chief Executive and Director
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