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   :PG.Title: Piccole anime
   :PG.Released: 2013-03-26
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Gianvito Cavallo
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: the online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive
   :DC.Creator: Matilde Serao
   :DC.Title: Piccole anime
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PICCOLE ANIME
=============

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   | MATILDE SERAO

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   | PICCOLE ANIME

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..

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   | MILANO
   |
   | LIBRERIA EDITRICE GALLI
   | DI
   | C. CHIESA e F. GUINDANI
   |
   | Lipsia e Vienna, F. A. Brockhaus — Berlino, A. Asher e C.
   | Parigi, Veuve Boyveau — Napoli, Ernesto Anfossi.
   | Londra, David Nutt, Strand 270.
   |
   | 1890

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Proprietà letteraria.

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MILANO — TIP. LOMBARDI
VIA FIORI OSCURI 7

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A UN POETA
==========

|
|

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|
|


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[pg!011]

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 . . . . . . . . . . 





  a un poeta.

*Una volta, io scrissi di un bambino biondo e
reale. Mi faceva pensare la stranezza della vita
precoce, in cui le care ingenue puerilità erano sacrificate
ai doveri inflessibili di un’alta educazione,
in cui i soavi sensi infantili erano in urto con
la rigidezza del cerimoniale: piccola anima gaia
e noncurante che doveva informarsi, troppo presto,
a grandi e severi sentimenti.*

*Tale l’intenzione d’arte, vivificata da un sentimento
tutto femminile di simpatia. Da coloro cui
l’astrazione dell’ideale politico intorbida la serenità
del giudizio, fu intesa male o non fu voluta intendere:
fu detta adulazione, cortigianeria, servilismo,
e furono usate altre parole consimili, a cui
la volgarità del corso ha tolto ogni valore. Invano
io volli chiarire la mia intenzione, invano io volli
stabilire una divisione fra la politica e l’arte, fra
le teorie umanitarie e l’arte. Come in tutte le polemiche
d’idee, senza fatti, ognuno rimase del
proprio parere*.

*Allora scrissi: sempre un bimbo mi sorprende
e mi fa pensare. Questa impressione è viva ancora
oggi, agita anche adesso la mia coscienza. I
bimbi sono naturalmente buoni e misteriosamente
cattivi: singolari, interessanti, attraenti piccoli
tipi, in cui l’umanità assume le sue forme più
leggiadre e più bizzarre. Pei loro sorrisi che sono
tutta una luce e per i morsi che dànno a una
sorellina più grande; per la strana scienza che
appare nelle loro profonde risposte e per l’istinto
di distruzione che li domina; per la carezza dei
loro occhi sereni e per la convulsione paurosa delle
loro collere infantili; per l’elemosina che fanno e
per l’uccellino che spennacchiano; per il bacio che
ci dànno, spontaneo, affettuoso, e per lo sgarbo
con cui ci ringraziano del dono di un giocattolo;
per le loro simpatie istintive e per i loro odii irragionevoli:
per tutta questa contraddizione i bimbi
valgono — per l’arte — quanto l’uomo nel pieno
rigoglio della sua virilità, quanto la donna nel
pieno fiore della sua bellezza.*

*E poi questo bimbo moderno, nato da gente
inquieta e convulsa, cresciuto spesso in un ambiente
di nervosità irritante o di languida malinconia,
che vede troppe cose, che assiste troppo alle piccole
catastrofi familiari, che impara troppe cose, questo
bimbo ha ora acquistato una sensibilità precoce,
una intuizione troppo rapida. Talvolta — e sempre
senz’averne coscienza — un bimbo è così sottilmente
scettico che ci sgomenta, noi che avemmo
un’infanzia molto più grossolana, molto più animalesca,
ma molto più allegra. Il bimbo moderno
legge troppi libri illustrati ed ha per mano troppi
giornali. Quando suo padre parla tranquillamente
di suicidio, quando suo zio si burla della religione,
egli tende l’orecchio. Così il bimbo è più
facilmente infelice. Infelice pel sangue povero che
le razze deboli mettono nelle vene delle loro creature;
per la tisi, per il rachitismo, per la follia
che si ereditano; infelice per l’abbandono e la povertà,
uniti insieme; infelice per l’abbandono e la
ricchezza, uniti insieme; infelice per l’ambiente di
disonestà plebea in cui deve vivere; infelice per
l’ambiente di disonestà aristocratica in cui deve
crescere; infelice pel padre artista ed egoista; per
la madre gran dama e disamorata: per molte
colpe nostre, infelice. Il bimbo impara a soffrire,
ad amare, a fingere come noi. Ed è talmente unito
alla nostra vita, parte di noi più sorridente e più
sensitiva, che spesso egli ci salva — e spesso egli
ci perde.*

*Questo piccolo libro, scritto pei grandi, parla
sempre di bimbi, nelle sue storielle. Sono bimbi
veri: non li ho sognati, mi apparvero nella loro
realtà. Vissero meco un anno, un minuto, un
giorno, un’ora, faccine smunte o guance colorite,
corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di raso
o straccetti per cui si vedeva la pelle — ed erano
creature volta a volta ingenue e pensierose, fantastiche
e brutali, dolci e acri.*

*Voi, o poeta, che foste il più mite fra i miei
avversari, avete un figlioletto gentile e pallido, dai
grandi occhioni bruni, pieni di visioni malinconiche,
un bambino che avete chiamato Tristano,
per cui avete scritto versi tristi e audaci, a cui
forse avrete letto questi versi, turbandone la piccola
anima, dandole la nostalgia della nobile e
pericolosa regione della poesia. Ebbene, a questo
bambino che non mi conosce, io voglio dedicare
questo piccolo libro.*

   | Matilde Serao.

[pg!012]
[pg!013]
[pg!014]
[pg!015]
[pg!016]
[pg!017]

.. image:: images/corn.png



UNA FIORAIA
===========
[pg!018]


[pg!019]

   | Date lilia.......

La bimba camminava lentamente, rasentando
il muro, per la via stretta e tortuosa dei Mercanti.
Ella non guardava nelle botteghe, non
alzava gli occhi a quella lunga striscia di cielo
che appariva fra le alte case, non guardava
neppure dinnanzi a sè. Guardava le pietre,
come se le contasse. Camminava, senza curarsi
del fango del selciato, degli urtoni che le davano,
di qualche rara carrozza che passava.
Quando arrivò alla chiesetta del Cerriglio, dirimpetto
alla statua dell’*Eccehomo* vestito di rosso,
coronato di spine, con gli occhi pieni di lagrime
[pg!020]
immobili, la fronte e il petto macchiati
di sangue coagulato, la bimba gli dette uno
sguardo indifferente e tornò indietro, con la
stessa andatura rigida.

Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo,
aveva sete. Aveva le gambe nude, i piedini
scalzi che si deformavano nella mota. In quel
gelido giorno di febbraio, ella non portava che
una camicia e un sottanino lacero e sfrangiato,
mantenuto su, alla cinta, da uno spago. Aggrovigliato
al collo, un brandello di ciarpa all’uncinetto.
Niente altro. La bimba era molto
magra, quasi stecchita: dagli strappi della camicia
e del sottanino si vedeva una carnagione
esangue, cinerea; sotto la ciarpa si vedevano
le due ossa clavicolari sporgenti, come se volessero
bucare la pelle; s’indovinava la meschinità
malaticcia di quei busto legnoso di bambina.
Le spalle erano aguzze, curve, come
quelle di chi si raggricchia sempre per freddo
o per chetare lo spasimo dello stomaco. Un
volto serio e grave, con la medesima tinta
[pg!021]
plumbea del corpo; rugata la fronte breve;
corrugate le sottili sopracciglia, troppo grandi
gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di
bistro, incavernati, profondi; duro, rigido il
profilo, già formato come quello di una donna;
la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza
fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva
sette anni.

Un giorno aveva avuto una madre scarna,
mendica anche lei. Vagavano ambedue per le
vie di Porto, cercando l’elemosina. Mangiavano
spesso del pane e dormivano in un sottoscala,
sulla paglia, la figlia col capo in grembo alla
madre. Poi la madre era morta, di tifo: la
bambina era rimasta sola, sul lastrico. Non
pianse, non gridò, usci per cercare l’elemosina,
non ebbe nulla: quel giorno non mangiò e
dormì all’aria aperta, sullo scalino della chiesa
di Portanova, arrotondata come un cane.

Per tre anni la vita della bambina non aveva
avuto varianti. Ella non sapeva nulla, non ricordava
nulla, altro che un lunghissimo giorno
[pg!022]
in cui aveva avuto sempre fame. Dalla mattina
cominciava le sue peregrinazioni. La strada dei
Mercanti, lungo budello contorto, era la sua
casa, ed ella ne conosceva tutte le viuzze, i
vicoli ciechi, gli angiporti paurosi, le botteghe
nere, i ruscelli fetidi, i portoncini angusti e
bruni, illuminati di una luce fioca e grigia, le
scalette smussate. Andava e veniva, senza posa,
dalla piazzetta di Portanova, donde era il suo
punto di partenza, sino alla cappella del Cerriglio,
dove era il suo punto di arrivo. Si fermava
a piazzetta di Porto, faceva un mezzo
giro e riesciva all’antico Sedile, dava uno
sguardo al simulacro del dio Orione attaccato
alla muraglia che il popolo chiama Pesce Niccolò,
poi saliva per Mezzocannone, bagnandosi
i piedi nelle acque azzurre, rosse, violette dei
tintori che lavoravano in certi antri lugubri,
intorno a caldaie nere, agitandovi un miscuglio
misterioso. Arrivata su, non osava andare più
oltre e ridiscendeva ai Mercanti; non dava neppure
un’occhiata alla taverna aperta sotto un
[pg!023]
porticato dove si friggevano pesci e *pastelle*,
dove si espandevano le vivezze rosse del *soffritto*
e gli acuti odori delle *pastinache* in aceto.
Voltava a destra per la scaletta lurida di santa
Barbara, s’inerpicava fino al famoso biscottaio,
ma i biscotti le facevano troppo gola e scappava
via: al ridiscendere, si fermava innanzi
alla porta dello stabilimento di bagni, guardando
una vasca di macigno artificiale, dove non ci
era acqua, ma dove si ergeva una *musa* dalle
larghe foglie verdi: continuava la sua via sino
al Cerriglio e tornava indietro, sempre col suo
passo guardingo, sfiorando i muri, scivolando
tra le gambe dei viandanti.

Quelle viuzze nere, quella strettezza, quella
miseria, quelle case stillanti umidità, quei cattivi
odori, quei portoni sospetti, quelle tinte
cupe, quell’assenza di sole, quelle facce usuraie
dei commercianti, quelle facce losche dei loro
mediatori, quelle facce ebeti di male femmine,
quella merce gretta, impolverata, avariata, erano
tutto il suo mondo. Sentiva vagamente che di
[pg!024]
sopra santa Barbara, di sopra Mezzocannone,
di sopra il Cerriglio, alla fine di via Principessa
Margherita, vi era un altro mondo, ma
ella temeva di arrischiarvisi, ne aveva una paura
selvaggia. Anche giù nei Mercanti, ella aveva
paura delle altre mendicanti che la picchiavano,
dei cani che volevano morderla, delle guardie
che potevano arrestarla: ma ella era furba a
schermirsi da questi pericoli. *Lassù*, il pericolo
era ignoto. Quando arrivava a quei limiti, dava
uno sguardo sospettoso in su, poi fuggiva,
nascondendosi il capo ricciuto nel braccio, come
se la perseguitassero.

Chiedeva l’elemosina, ma non gliela davano
spesso. Tutta quella gente affaccendata a guadagnare
una dura giornata, bottegai accaniti a
imbrogliare i compratori contadini, facchini
curvi sotto le balle, serve luride e straccione,
non badavano a lei. Qualche *galantuomo* la
prendeva per una piccola ladra e si tastava le
tasche, dicendole una parolaccia; qualcuno,
anche vestito decentemente, era povero, la guardava
[pg!025]
e si stringeva nelle spalle. A qualcuno
faceva disgusto, e la scacciava con un gesto
di noia. Ella chiedeva prima a voce alta, quasi
imperiosa, un soldo per mangiare, non avendo
mangiato il giorno prima, nella tortura dello
stomaco che si ribellava: poi la voce si abbassava,
diventava supplichevole, ansante, lamentosa,
poche e gelide lagrime le scendevano
per le guance. Essa continuava ad andare e
venire, come per istinto, balbettando parole
indistinte, sino a che la voce le si seccava
nella gola riarsa: allora chiedeva l’elemosina
con la intensità dello sguardo. Verso la fine
della giornata, quando non le avevano dato
nulla, era presa da una grande stanchezza, il
capogiro la faceva vacillare, ella si trascinava
sino ai gradini della chiesa di Portanova e vi
rimaneva, immobile, accoccolata, come un batuffolo
di stracci, donde sfuggiva un sordo lamento.
Si rialzava, per girare ancora, fra i lumi
che si accendevano, gli operai che ritornavano
dal lavoro e l’odore di mangiare che usciva
[pg!026]
dalle botteghe socchiuse. Allora arrivava a raccogliere
due centesimi o una fetta di pane o
un osso di costoletta o uno scampoletto di
trippa, e scappava a divorarlo, provando un
bruciore insopportabile allo stomaco. Ma venivano
spesso i giorni in cui non aveva nulla e
si addormiva in un torpore malaticcio, senza
aver mangiato altro che le bucce di aranci fradici,
o masticato i baccelli dei piselli. Il sabato
era il migliore suo giorno: al sabato una femmina
giovane, col fazzoletto di seta rosso attorno
al collo, la gonna corta e legata sullo
stomaco, la pianella col tacco alto e il fiocco
verde, la pettinessa d’argento nell’alto cocuzzolo
dei capelli impomatati, le guance cariche
di carminio, le dava un soldo. La giovane
femmina stava per lo più accantonata a un
portoncino, le mani nelle taschette del grembiule,
lo sguardo vagante, la fisonomia stupida,
canticchiando dalla mattina alla sera una canzoncina
lenta:

   | Spina de pesce,
   |
   | Sta vita desperata quanno fenesce?

[pg!027]
Ogni giorno, molte volte, la bimba le passava
daccanto. Ma solo il sabato l’altra le dava
un soldo: questo per cinque o sei mesi. Poi
la donna scomparve. L’avevano buttata o s’era
buttata nel pozzo.

In quella giornata di domenica, la bimba si
sentiva morire. Ogni tanto le mancavano le
forze e si sedeva per terra. Le botteghe erano
chiuse, i viandanti frettolosi non le davano retta,
dirigendosi tutti alle strade superiori, scomparendo
*lassù*: ella li seguiva macchinalmente,
con lo sguardo. Entrò nella chiesa di Portanova.
La chiesa era vuota, le parve immensa
e paurosa; ebbe una sensazione di freddo, co’
suoi piedini nudi sul marmo; il sagrestano
l’acchiappò e la mise fuori. Ella riprese la sua
corsa nelle strade spopolate: si vide sola, disperata.
Tutti erano andati *lassù*.

Allora, dimenticando la sua paura, spinta
dalla fame, dall’istinto, superò la frontiera, e
oltrepassato il larghetto di Rua Catalana, salì
gli scalini di san Giuseppe. Fu stupefatta: vedeva
[pg!028]
quello che non aveva mai visto, la strada
larga, i magazzini puliti, i palazzi bianchi, i
giardini, il cielo. Dimenticava la sua fame davanti
a così mirabile spettacolo: non vi pensò
più dinnanzi a un negozio di giocattoli. *Lassù*
tutto era bello: ed ella seguì la folla che si
avviava per Fontana Medina, fermandosi ogni
momento, eccitata, curiosa, scordandosi di chiedere
l’elemosina. Solo le carrozze la spaventavano
col continuo loro incrociarsi; ma seguiva
il marciapiede. A piazza Municipio, vinta di
nuovo dalla stanchezza, sedette sopra un banco,
presso il giardino; ma dopo un poco saltò giù
e corse anche lei verso san Carlo: là si perdette,
piccina come era, nella folla che la trascinò
verso san Ferdinando. Non vedeva niente,
annullata fra la gente; aveva caldo, stava bene.
Ogni tanto vedeva passare nell’aria un mazzetto
di fiori, poi un altro, poi una pioggia
di fiori: ogni tanto la folla si gettava da parte,
per lasciar passare un equipaggio, dentro una
signora bellissima, seduta in mezzo alle stoffe
[pg!029]
e ai fiori: visioni rapide, fuggevoli, fulgide,
che quasi sgomentavano la bambina. Passò il
tempo, così. Imbruniva: i fiori cadevano più
lenti, il clamore era più basso, la folla si diradava.
Accanto alla bimba passò una leggiadra
apparizione di donna, dall’abito nero, succinto
e ricco, dal volto bianco e sorridente, dagli
enormi brillanti alle orecchie delicate: portava
in mano un cestino di fiori, a mazzetti e disciolti.
Era una fioraia meravigliosa, che accumulava
denari nel fondo del cestino.

— Signora, signora — mormorò una voce
infantile — dammi un fiore.

E la fioraia, con un moto gentile e svelto,
lasciò cadere nelle mani della bimba un manipoletto
di garofani. La bimba sorrise, ficcò un
garofano in un bucherello della sua camicia e
volle anch’essa vendere i fiori, poiché ne aveva
tanti. Ma da lei la gente non ne comprava.
Uno studente le disse: quando sarai più grande,
potrai vender fiori. Un grasso signore si pose
a declamare contro l’accattonaggio e contro
[pg!030]
l’inerzia della questura. La bimba non comprese
il senso, ma inteso che la maltrattavano.
Neppure *lassù* erano buoni con lei. Ella era
lacera, scalza, brutta: i suoi grandi occhi spalancati
mettevano paura, la sua testolina arruffata
e selvaggia faceva paura. Ora la fame riappariva
feroce, mettendole un fuoco nel petto,
straziandola. Si trovava presso la *Boulangerie
française*, donde usciva un odore di pane e di
pasticcini che la faceva svenire. Offriva i suoi
fiori macchinalmente, senza poter più parlare,
con un singhiozzo lento che le sollevava il
petto. Un soldato passò e comprò un garofano:
dette un soldo. La bimba entrò nella panetteria
e comprò un panino da un soldo. Le bastava.
Voleva andar via. Ricominciava ad aver paura.
Quelle carrozze la stordivano, lei che voleva
passare dall’altra parte. Prese la rincorsa, abbassando
il capo... Nella carrozza una signora
gittò un grido e svenne.

Ma sulla via, presso il marciapiede, agonizzava
una innocente creatura, con la gambina
[pg!031]
sfracellata. Agonizzava, giacente fra i garofani
che le si erano sparsi d’attorno, stringendone
uno sul petto, tenendo il panino nell’altra mano,
con la faccia bianca e seria, la bocca socchiusa,
coi grandi occhi meravigliati e dolorosi che
guardavano il cielo.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!032]

[pg!033]

.. image:: images/corn.png



GIUOCHI
=======
[pg!034]

[pg!035]

Era una grande casa di provincia, con un
portone sempre chiuso, quello nobile, pei signori,
che vi davano un forte picchio col battente — e
un portone sempre spalancato, quello
dove passavano i carri di grano, di vino, di
carbone, di pasta. Sopra, gli stanzoni vasti, alti
di soffitto, con le travi foderate di carta fiorata,
coi muri dipinti di giallo chiaro o di lilla pallido.
Alle finestre grandi e profonde, invece
delle portiere di merletto, quelle strette tendine
di mussola bianca, attaccate ai vetri. Mobili
antichi e anneriti: scrivanie larghe, coperte di
[pg!036]
incerata nera, dai cassetti profondi; divani lunghi,
angolosi, foderati di lana verde e come imbottiti
di spini; armadii larghi quanto una parete,
che si serravano con un piccolo catenaccio.
Nelle cornici nere e tarlate certi quadri sanguinolenti:
la battaglia di Solferino, Mazeppa,
Marco Botzari — e certe incisioni sbiadite che
rappresentavano il Tempio di Serapide a Pozzuoli,
la Via dei Sepolcri a Pompei. Per ornamento,
sui cassettoni, sotto le campane di
cristallo, certi santi vecchi, vestiti da frati cappuccini.
Il salone aveva le imposte sbarrate,
immerso nella oscurità, proibito ai bambini;
del resto, chiuso a chiave, aperto solo quando
veniva una visita ufficiale.

Dalle otto del mattino alle due del pomeriggio,
la casa era tranquilla e silenziosa, perchè
i bimbi erano a scuola. A tavola il pispiglio
era dominato da un appetito formidabile, appetito
di bambini sani, grassi, forti: dopo, a
dormire sino alle quattro, siesta obbligatoria
di provincia. Dalle quattro alle cinque studiavamo
[pg!037]
quelle poche lezioni per il domani: alle
cinque....

Alle cinque era la rottura delle file, la libertà,
lo scoppio, la rivoluzione, i diavoli scatenati
per la casa. Erano inutili le ammonizioni,
le minacce, gli schiaffi: l’uno piangeva e gli
altri ridevano, dopo un momento rideva anche
lo schiaffeggiato. Le mamme, le nonne, le zie
si disperavano, si chiudevano in cucina, si rifugiavano
nella cappella. Agli otto bambini di
casa — da sei a dodici — se ne univano altri
sette od otto, piccoli parenti e piccoli amici,
che arrivavano condotti dalle serve. Diventavamo
un piccolo popolo di creature bionde o
brune, insolenti di salute, dalle gambe grassotte,
e nude, dalle guance dure e colorite, dai polmoni
fortissimi. Piccolo popolo turbolento, sfrenato,
che si allargava attraverso la casa e ne
prendeva possesso in tutti gli angoli, in tutti
i recessi. Avevamo allora per noi i cameroni
vuoti dove si stendeva il bucato nei giorni di
pioggia; le larghe terrazze sotto il sole, a cui
[pg!038]
arrivavamo, arrampicandoci per le ripide scalette
di legno; la grande loggia del primo piano,
piena di maggiorana e di basilico; avevamo la
dispensa del cortile dove si conservavano i salami
e i formaggi; avevamo i granai, festa
della nostra infanzia, dove rotolavamo giù dalle
montagne di grano, dove affondavamo nelle
montagne di granone, dove mangiavamo l’uva
secca e le mele acerbe. Era una corsa attraverso
le stanze, un precipizio per le scale e
le scalette, un galoppo di puledri sull’asfalto,
una tromba rumoreggiante, squillante, ridente,
attraverso la malinconia della casa.

Il preferito fra i giuochi, come dappertutto,
eri a *capinnascondere*. Con molta gravità ci
mettevamo in cerchio nella stanza da pranzo
e tiravamo a sorte, quello che doveva *star sotto*.
Se capitava a una bambina, faceva il muso e
se ne andava borbottando a mettersi in un angolo,
col viso rivolto al muro, con gli occhi
chiusi per non vedere; se era un maschio, faceva
il disinvolto e il sicuro di sè. Dopo
[pg!039]
esserci assicurati che quello *sotto* non poteva vederci,
partivamo in punta di piedi, in gruppi
di due, di tre, per nasconderci: ed era una
ricerca muta e nervosa, inquieta e taciturna,
di un nascondiglio impossibile. Bisognava trovare
presto e bene: avere astuzia e audacia;
avere fantasia e attività. Vi era il giuocatore
egoista, che trovato un nascondiglio per sè,
ne cacciava gli altri, col pretesto che facevano
rumore e che lo *scoprivano*; vi era il giuocatore
immaginoso, che si ficcava negli armadi,
fra le materasse, senza respirare, sorridendo
in quella soffocazione; vi era il giuocatore incerto,
che girava tutta la casa, senza trovare
un cantuccio soddisfacente; vi era quello audace
che si metteva semplicemente dietro una
porta, dietro una poltrona, a due passi da quello
*celato*, con la magnifica certezza di non essere
*scoperto*, per le troppe probabilità di essere
preso; e vi era finalmente quello sciocco, che
si ficcava stupidamente sotto un letto. Quando
tutti erano nascosti, si sentiva un griduccio
lontano, stridulo, prolungato:

[pg!040]
— Vieni.....i!

Allora quello *sotto* si moveva con precauzione,
non allontanandosi molto dal suo *posto*,
guardando a dritta, a sinistra, camminando a
piccoli passi. Palpitavano i piccoli cuori nei
nascondigli; dove erano nascosti due l’uno diceva
all’altro:

— Non ci trova, no; è troppo scemo.


Finalmente quello *sotto* si risolveva a lasciare
il *posto* e la stanza da pranzo: allora si schiudevano
le porte, gli armadi, si scostavano le
sedie, le scrivanie, e i *nascosti* fuggivano, al *posto*,
strillando la loro vittoria. Mentre quello *sotto*
ne perseguitava uno, invano, gli altri sbucavano
da tutte le parti, gridando, felici di non essere
stati presi, correndo al *posto*. Allora quello *sotto*
se ne andava tranquillamente a guardare sotto
i letti e trovava il bimbo sciocco, accovacciato,
che non aveva osato fuggire e che si faceva
prendere come un sorcio in trappola, chinando
il capo e allungando il muso; noi gli dicevamo,
ridendo:

[pg!041]
— Stupido, perchè ti sei messo sotto il
letto? E non potevi scappare, quando *lui* è
passato?

— Sapevo questo, io, che *lui* mi trovava — borbottava
lo scemo, andandosi a metter *sotto*.

Ma le partite più interessanti erano quando
colui che stava *sotto* era molto furbo — Michele,
per esempio, che poi è diventato medico.
Allora noi ci riscaldavamo, facevamo un complotto
nell’anticamera, per trovare un nascondiglio
assurdo. Michele, dalla sala da pranzo,
diceva con voce canzonatoria:

— Posso venire?

E noi, in coro, impazientiti:

— Non ancora, non ancora!

Infine decidevamo di ficcarci due o tre nel
gallinaio, spaventando le galline; un altro paio
dentro l’*arca*, dove s’impastava il pane, tenendone
un po’ sollevato il coperchio per respirare;
e qualcun altro saliva sopra gli armadii,
a rischio di rompersi il collo: la più piccola,
Adelina, si andava maliziosamente a ficcare
[pg!042]
dietro Mariagrazia, la serva che filava e non
si moveva più per non *scoprire* Adelina. Allora
quel furbo di Michele stava un poco a pensare,
poi direttamente, come se qualcuno glielo avesse
detto, andava al gallinaio e ne prendeva due
pel collo, apriva l’*arca* e ne prendeva un altro
paio, diceva a quelli sull’armadio di scendere:
e noi restavamo mortificati, chiedendogli:

— Come ci hai trovati? chi te lo ha detto?
Quella birbona di Concetta, la cameriera?

— Ho capito — diceva lui, modestamente
glorioso.

— Ma me, non m’hai chiappato — gridava
Adelina, spuntando di dietro a Mariagrazia.

— T’avevo vista, ma non t’ho voluta prendere — diceva
lui, sdegnoso e trionfante.

Sino a che un giorno, a questo malizioso
e dispettoso Michele, pensammo di giocargli
un tiro. In un granaio pieno di quadri vecchi
e di mensole del primo Impero, vi era un
canestrone rotondo, alto tre metri, come due botti
di vimini, una sovrapposta all’altra. Ci si metteva
[pg!043]
la biancheria sporca. Per entrarvi dentro
lo facemmo traboccare per terra, e vi entrammo,
in sei, come nella bocca di un forno: poi premendo
sul fondo, lo facemmo rialzare e restammo
immobili, in fondo a questo pozzo
rotondo. Ridevamo fra noi, perchè certo Michele
non ci avrebbe mai trovati. Stavamo allo
stretto, uno addosso all’altro, ma felici di aver
burlato Michele. Appena Adelina si lamentava
che le doleva un piede, qualcuno le mormorava:

— Zitto, bestia! ci farai scoprire.

Passava il tempo. Michele non veniva.

— Non ci trova, non ci trova — dicevamo
sottovoce, ridendo.

Poi, cominciammo a seccarci. Poichè Michele
non ci trovava, era meglio uscire di là e andargli
a dire che era uno scemo, uno scemone,
che gliel’avevamo fatta. Ma che! Noi premevamo
sul fondo e il canestrone rimaneva ritto,
con le sue pareti alte come quelle di una torre:
non sapevamo rovesciarlo più, per uscirne. Le
pareti contro cui battevamo per farlo voltare,
[pg!044]
scricchiolavano, ma noi pesavamo troppo sulla
base. Prima ci guardammo tutti spaventati: poi
Adelina pianse e strillò: poi piangemmo e strillammo
tutti. Dopo un quarto d’ora di questa
desolazione in fondo al canestro, vennero a liberarci
Mariagrazia e Concetta, le serve, che
rovesciarono il canestro e ci trassero fuori, esse
ridendo, noi piangendo. Ma il più terribile dell’avventura
fu questo: che quell’infame di Michele
era venuto piano piano nel granaio, aveva
capito che noi eravamo nel canestro e se n’era
andato placidamente, prevedendo la nostra impossibilità
di uscirne, a far merenda con un
pezzo di pane e una fetta di prosciutto. Egli
pel primo e poi tutti i parenti si burlavano di
noi, anche lo zio cancelliere che era così serio,
anche zio Gabriele che era paralitico. Fu una
sconfitta famosa.

La *mosca cieca* veniva dopo. Tutto lo studio
era di stringere bene il fazzoletto sugli occhi
a quello che stava *sotto* e poi domandargli:

— Ci vedi?

[pg!045]
— No.

— Di’: quanto voglio bene a mammà, non
ci vedo.

Ed egli giurava, e cominciava a brancolare,
mentre noi scappavamo, facendo scambietti,
capriole, accovacciandoci, sfuggendo come anguille:
fra le risa convulse scoppiava il grido:

— Ci vede, ci vede! il giuoco non vale!

Poi, egli ne acchiappava una che si dibatteva,
tenendola stretta:

— Chi è? Chi è?

— È Clelia.

— Bravo, Peppino, bravo! è Clelia!

Clelia andava *sotto*. Ma alla semplice *mosca
cieca* noi ne preferivamo una più complicata,
quella con la spazzola. I bimbi e le bimbe si
prendevano per la mano e facevano un circolo
attorno a Clelia, ritta in mezzo, bendata, con
la spazzola in mano. Dopo aver fatto due o
tre giri in modo da confondere le idee di Clelia,
ci fermavamo, tenendoci sempre per mano. Allora
ella si accostava a una e cominciava a
[pg!046]
passarle delicatamente la spazzola sul viso, sul
collo, sui vestiti. La spazzolata si inchinava
avanti, si piegava indietro, si inginocchiava per
non farsi riconoscere e fremeva di non poter
ridere, per non fare sentire la sua voce, e si
contorceva tutta, mentre gli altri erano convulsi
di risate taciturne. Dopo avere molto spazzolato,
Clelia pensava un poco e diceva:

— Ha il nastro nei capelli: è Cristina.
E tutti scoppiando:

— Ma che Cristina, che Cristina! Giro,
giro, giro!

La ronda ricominciava, si arrestava di nuovo,
Clelia faceva passeggiare la sua spazzola sopra
un altro viso, lungamente, producendogli il
solletico. Si moriva dal ridere, allogandosi per
non farsi udire. Finalmente Clelia, trionfante,
esclamava:

— Ha il grembiule di mussola: è Matilde.
Ma stanchi di questi giuochi, ne inventavamo
una quantità, parodiando i *grandi*. Giocando
alle *visite* si udivano questi dialoghi:

[pg!047]
— Come sta il vostro bambino?

— Benissimo, ma ha sette anni e vuole
succhiare ancora. E vostro marito, Carluccio,
come sta?

— È troppo impertinente: lo metterò in
collegio.

Si giocava all’*ammalato*. Adelina si stendeva
sopra due sedie, Manuelita faceva la mamma
disperata, Cesarino, con un paio d’occhiali fatti
di buccia d’arancio e con voce burbera, diceva:

— Questa bambina sta male, ha mangiato
troppe ciliege e troppa crema. Le darete due
once di olio di ricino...

— Io non lo voglio! — strillava Adelina.

— E allora tu muori. Poi un poco di brodo,
poi un pollo arrosto, poi un merluzzo allesso,
poi un biscottino....

— Ne voglio cinque! — strillava Adelina.

— Figlia mia, figlia mia, mi fai disperare — diceva
Manuelita.

Si giocava alla *chiesa*, facendo l’altare con
un tovagliolo sopra una panca, il ciborio con
[pg!048]
un organino ritto sulle pieghe. Ferdinando si
metteva un berretto di carta e una pianeta tagliata
da un giornale: poi usciva, con Carluccio
dietro, per dire la messa. Noi eravamo
le divote, inginocchiate, leggendo in certi libretti
nostri, battendoci il petto. Spesso due
divote chiacchieravano fra loro:

— Io ho piacere della messa di don Ferdinando,
perchè è breve.

— E si capisce tutto. Sta dicendo il rosario?

— No, mi racomando alla Madonna Addolorata.

— Pregate per me!

— Indegnamente.

Dopo, seduto dentro un quadrato formato
da quattro sedie, Ferdinando faceva il confessore
nel confessionale: la penitente veniva tutta
compunta:

— Padre, ho detto molte bugie.

— Hai fatto male, figlia: quante ne avrai
dette? ventimila?

[pg!049]
— Più assai.

— Un milione?

— Oh padre! Ho anche rubato certi pezzettini
di zucchero, dalla zuccheriera.

— Ora lo dico a mammà — esclamava
Ferdinando, levandosi in piedi.

All’imbrunire, quando ci era venuta la stanchezza
e la malinconia, ci riunivamo intorno
a Mariagrazia.

— Mariagrazia, dicci un *conto*! Un *conto*.
Mariagrazia, vogliamo il *conto*!

E Mariagrazia, prendendosi Adelina e Peppino
sulle ginocchia, lentamente, senza guardarci,
con noi che la guardavamo negli occhi,
ci raccontava la fiaba del *Re serpe* o quella del
*Re porco* o quella della *Schiava Saracina* o il
*vero fatto accaduto* di Fra Giovanni.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!050]

[pg!051]

.. image:: images/corn.png



CANITUCCIA
==========
[pg!052]

[pg!053]


Nella penombra, seduta sulla panca di legno,
sotto la cappa nera ed ampia del focolare, Pasqualina,
con le mani sotto il grembiule, recitava
il rosario. Non si udiva che il *pissi pissi*
delle labbra sibilanti le preghiere. La cucina
tutta affumicata, con la larga tavola di legno
verde — bruno, con la madia oscura, con le sedie
a spalliera dipinta, senza un punto luminoso,
s’immergeva nella notte. Il fuoco, semispento,
covava sotto la cenere.

Un zoccolo di legno urtò contro la portella
chiusa. Pasqualina si alzò ed aprì. Teresa, detta
[pg!054]
la *capa de pezza* perchè aveva servito le monache
in un monastero di Sessa, entrò con la
secchia dell’acqua sulla testa: si curvò un poco,
perchè era alta, magra ed ossuta. Pasqualina
l’aiutò a deporre la secchia per terra, e Teresa
rimase un momento immobile, ma senza ansare,
malgrado il peso enorme che aveva portato
sul capo. Poi disciolse io strofinaccio che
le era servito da cercine e lo stese sopra una
sedia, perchè era bagnato fradicio. Ed era bagnato
il fazzoletto di cotone che portava annodato
sul capo e bagnati i cernecchi arruffati
dei capelli grigi.

Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle
lucerne di ottone a tre becchi, col lucignolo
di bambagia che bagna nell’olio, tenendo in
alto, sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio,
le forbici da smoccolare e l’attizzatoio.
Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo
e grosso pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva
aggiunto un pezzetto di cacio forte e aveva
dato a Teresa la cena.

[pg!055]
— E Canituccia? — chiese.

— Non l’ho vista.

— È tardi e quella malandrina non torna.

— Mo’ verrà.

— Terè, ricòrdati che domani, a tredici ore,
devi andare a Carinola a portare quel sacco di
granone.

— Gnorsì.

Senza mangiare, Teresa mise il pane e il
cacio nella tasca profonda del grembiule. Rimase
ancora un poco, con la bocca semi — aperta,
tutto il volto inebetito, senza nessuna espressione,
neppure quella della stanchezza.

— Me ne vado. Felice notte a signorìa.

— Felice notte.

E se ne andò lentamente verso la via della
Croce, dove in una stanzuccia l’aspettavano
quattro marmocchi con cui dovea pranzare.

Pasqualina restò sulla soglia e chiamò:

— Canituccia!

Nessuno rispose. La sera di una giornata di
febbraio era discesa. Pasqualina si arrovellava
[pg!056]
a guardare nella oscurità. Chiamò di nuovo a
distesa:

— Canituccia, Canituccia!

Allora, borbottando improperi, scese per la
viottola che dalla porta di casa, tagliando in
due parti l’orto, conduceva al portone. Lì guardò
verso la via di Carinola, verso la traversa della
Madonna della Libera, verso la unica via che
taglia in due parti il piccolo villaggio di Ventaroli.
Canituccia non si distingueva.

— Sarà morta ammazzata, quella tignosa — mormorò.

Un gemitìo sommesso le rispose. Canituccia
era seduta sullo scalino del portone; accovacciata,
col capo quasi tra le ginocchia e le mani
nei capelli, lamentandosi.

— Ah, stai qua? E non rispondi, che tu
possa essere impiccata? Dì? perchè piangi?
T’hanno bastonata? E Ciccotto dove sta?

Canituccia, una bambina di sette anni, non
rispose e si lamentò più forte.

— Perchè sei venuta così tardi? E Ciccotto?

[pg!057]
Dì la verità, hai perduto Ciccotto? — e la
voce rabbiosa di quella vecchia zitella contadina
divenne tremenda.

Canituccia si gettò per terra bocconi, con
le braccia aperte, singhiozzando. Aveva perduto
Ciccotto.

— Ah, scellerata, assassina della casa mia,
figlia di mala femmina, che non sei altro! Hai
perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto?
E piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra.

La caricava di pugni, di calci e di schiaffi.
Canituccia si dibatteva, si avvoltolava, strillava,
ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu
stancata, le dette uno spintone e disse con voce
arrantolata:

— Senti, malandrina, io ti tengo in casa per
carità: se mo’ non ti parti e non vai cercando
Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a
casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla
via, come una figlia di cagna che sei.

E Canituccia, strillando ancora per le busse
avute, coi piedi scalzi, rialzando il suo cencio
[pg!058]
di panno rosso, si avviò verso la strada della
Libera. Camminava guardando a destra ed a
sinistra, nelle siepi, nei campi coltivati, chiamando
Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto,
tornando a casa: non si era accorta che
Ciccotto non la seguiva più. Ma nella notte
non distingueva nulla. Camminava macchinalmente:
fermandosi ogni tanto a guardare, senza
vedere. I suoi piedi nudi, diventati color di
polmone pel freddo di una intiera invernata,
non sentivano più il terreno che si faceva glaciale,
nè le pietre dove inciampava. Non aveva
paura della notte, della campagna solitaria: non
voleva che ritrovare Ciccotto. Udiva solo le
parole di Pasqualina, che le dicevano non
avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto.
Aveva una fame acerba e intensa che le torceva
lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe
mangiato. Questo solo pensava, questo solo.
E chiamava, chiamava, camminando rapidamente
fra le alte siepi, punto minuscolo che
si agitava in quella calma notturna:

[pg!059]
— Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di
Canituccia tua, dove stai? Ciccotto, Ciccotto,
Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto
a casa, mamma Pasqualina non mi dà da mangiare.
O Ciccotto, o Ciccotto!

Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano,
a Sessa, a Sparanisi. Nella oscurità la
via biancheggiava, e la piccola ombra di quella
bambina desolata prendeva contorcimenti strani
sulla terra. La voce le si affannava. Correva
all’impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte
le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette
per terra: due volte riprese la corsa. Finalmente,
nel campo di Antonio Jannotta, udì
come un piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo,
e Ciccotto venne a lambirle i piedi col
grugno.

Ciccotto era un porcellino bianco — roseo, con
una macchia grigia sulla schiena, grassottello
e rotondetto. Canituccia gridò dalla gioia, prese
nelle braccia Ciccotto e se ne tornò indietro,
con l’ultimo sforzo delle sue gambe di bambina
[pg!060]
Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto
per non farlo scappare, e Ciccotto, con
le corte gambe pendenti, grugniva tranquillamente.
Canituccia correva di nuovo, pensando
che avrebbe mangiato. Di lontano vide la figura
di Pasqualina sul portone e a tiro di voce le
gridò:

— Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto
bello!

Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegnò
trionfalmente il porcellino. Pasqualina,
all’oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e Ciccotto
fu portato nel suo stabbiolo, dove mangiò
e si addormì immediatamente. Canituccia, ansante,
aveva seguito tutte quelle operazioni.
Aveva fame anche lei come Ciccotto. Seguì
Pasqualina in cucina, guardandola coi suoi
grandi occhi selvaggi che non sapevano chiedere.
Poi sedette sullo scalino del focolare,
senza dir nulla. La contadina si era seduta
sulla panca ed aveva ricominciato il suo rosario.
Pregava monotonamente [#]_ e senza fervore. La
[pg!061]
bambina, curva per non sentire lo spasimo dello
stomaco, seguiva con gli occhi quella preghiera.
Non pensava neppure più: aveva semplicemente
e unicamente fame. Solo dopo mezz’ora, quando
la *Salve Regina* fu recitata, Pasqualina si alzò,
aprì la madia, tagliò un pezzo di pane, raccolse
in un piattello certi fagiuoli freddi e dette il
pranzo a Canituccia. Costei, seduta sempre
sullo scalino del focolare, mangiò avidamente.
Aveva una testa piccola, con una faccia minuta
e bianca, tutta macchiata di lentiggini, con
certi capelli ispidi, un po’ rossi, un po’ giallastri,
un po’ castagno sporco: una testa troppo
piccola sopra un corpo molto magro. Portava
una camicia di cotone bianco tutta toppe, un
corpetto di teletta marrone e per gonnella un
panno rosso, tenuto su alla cinta da una cordicella.
Si vedevano le gambe stecchite: si
vedeva il collo nudo e magro, dove i tendini
parevano corde tese. Mangiava con un cucchiaio
di legno nero. Dopo andò a bere alla
secchia.

[pg!062]
— Vattene a dormire — disse Pasqualina,
che aveva preso la conocchia e filava.

Canituccia aprì la porticina della dispensola,
dove si conservavano le mele, buttò via il panno
rosso, si sdraiò sopra un paglioncino gramo,
si tirò un cencio di coperta gialla sui piedi e
si addormentò. Pasqualina filava e pensava con
una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta
era la figlia bastarda di Maria la *rossa*:
Maria, dai capelli ardenti e dalle labbra di garofano,
aveva peccato prima con Giambattista,
il calzolaio; Giambattista era andato a fare il
soldato e Maria era divenuta l’amante di Gasparre
Rossi, un signore. Poi anche Gasparre
aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse
che Candida, detta per diminutivo Canituccia,
fosse figlia di lui. È certo che quella Maria,
dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato
Canituccia e se n’era andata, chi diceva
a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta.
Gasparre non si era voluto curare della
bambina abbandonata, la quale venne su in
[pg!063]
casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa,
fratello e sorella. Ma il volto bianco macchiato
di lentiggini ricordava sempre la sua mamma,
la *rossa*, e Pasqualina, zitella, casta, magra,
dalle mani nodose e rosse, dai denti gialli,
dagli occhi neri di carbone, che non si era
maritata perchè Crescenzo le aveva negato la
dote, fremeva di terrore isterico, pensando alle
follie amorose di Maria la *rossa*, e diffidava
della piccola bastarda [#]_.

Così, il giorno seguente, temendo che Canituccia
non perdesse di nuovo Ciccotto, con
una funicella legò da un capo il piede di Ciccotto,
dall’altro legò la vita di Canituccia, perchè
non avessero a separarsi. Il porcellino sgambettava
dietro la bambina per andare al pascolo.
Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando
le prime erbe. Molte volte Canituccia
attirava Ciccotto verso un posto dove aveva
visto l’erba che poteva piacergli: qualche volta
Ciccotto trascinava Canituccia verso un campo
verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un
[pg!064]
pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio
di primavera, sino all’imbrunire. Non si
lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava
a dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato
una minestra di cicoria fredda, o pochi ceci, o
un po’ di cotenna col pane, andava anch’essa
a dormire. Certo Pasqualina non era più avara
e più feroce di altre contadine, ma ella stessa
non era agiata e non mangiava un pezzetto di
carne che la domenica. Batteva qualche volta
Canituccia, ma non più che le altre contadine
battessero le proprie creature.

Più tardi, nell’estate, Canituccia e Ciccotto
stavano più lungamente insieme. Se ne andavano
all’alba a cercare granone, fichi e mele
primaticce cadute dagli alberi, poichè Ciccotto
era diventato forte, grande e grosso,
mentre Canituccia rimaneva magra e debole.
Talvolta Ciccotto correva troppo per la bambina
e questa si sentiva trascinare, spossata
sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e
screpolata.

[pg!065]
— Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio — diceva,
sfinita.

Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina
si stendeva per terra, lungo i solchi del
grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo
sotto le palpebre la vampa bruciante del sole.
Si rialzava stordita, con le guance rosse e la
lingua gonfia. Ora non ci era più bisogno della
funicella, perchè Ciccotto si era fatto ubbidiente:
solo che Canituccia si era provveduta di un
lungo ramoscello per regolare il cammino di
Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei
carri che passavano per la via maestra. Ritornavano
alle ventiquattro. Ciccotto lentamente,
Canituccia un po’ più innanzi spinta dalla insaziabile
fame che le mordeva lo stomaco. Una
volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe
nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe
erano amarissime e Nicola l’aveva picchiata
come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva
detto a Pasqualina Zampa, che aveva anch’essa
battuta Canituccia. La bambina se n’era andata
[pg!066]
pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli:

— Pasqualina m’ha battuto perchè sono
una ladra.

Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era
messo a pascolare. Pure, ogni tanto, quando
nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una
idea, lei ne parlava a Ciccotto. Quando se ne
tornavano a casa, gli teneva questo discorso:

— Mo’, andiamo alla casa e Ciccotto se ne
va alla stalla e mamma Pasqualina gli dà la
cena e poi mamma Pasqualina dà la minestra
a Canituccia, che se la mangia tutta tutta.

E la mattina:

— Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre
vicino a Canituccia, Canituccia lo porta alla
Montagna Spaccata, all’*arbusto* di don Ottaviano
il parroco e gli fa mangiare tante tante mele,
mentre Canituccia si mangia il pane.

Quando venne l’autunno, Ciccotto si era
fatto molto grasso e un po’ pesante. Una volta,
con un colpo di testa, buttò a terra la bambina
che si rialzò, si allontanò e gli scagliò una
[pg!067]
sassata. Ma fu l’unica loro lite. Canituccia mangiava
sempre meno e Pasqualina era sempre
più aspra con la figlia della *rossa*, poichè la
raccolta era stata cattiva e la casta zitella aveva
un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo
avesse preso una relazione amorosa con Rosella
di Nocelleto: erano spariti dalla dispensa due
caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo aveva
comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un
anello d’oro. Nella casa, Pasqualina diventava
sempre più rabbiosa e avara. Se la prendeva
con Teresa la serva, con Giacomo l’ortolano,
con Canituccia, con tutti. L’ultima domenica,
don Ottaviano non aveva voluto darle la comunione
per i tanti peccati di pensiero.

Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto
e Canituccia ritornavano a casa bagnati fradici.
Canituccia si metteva il panno rosso sul capo,
ma rimaneva con la sola camicia attorno alle
gambe, camminava nelle pozze d’acqua e fango,
sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:

Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia,
[pg!068]
corriamo, perchè piove e ho tutto il corpetto
bagnato, Corriamo, perchè a casa ci sta il fuoco
e ci scalderemo.

Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava
a dormire, ancora inzuppata dalla pioggia.
In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli
che Maria la *rossa* era morta a Capua di una
tifoidea, e il parroco, dopo la messa, aveva
portato l’esempio nella predica, facendo arrossire
Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta
di Peppino Morra che avevano qualche rimorso
sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la
madre era morta, ma lei non capì nulla e stette
ad ascoltare come una stupida.

In quel mese, però, Ciccotto era diventato
così grasso e grosso, che non si poteva più
menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava
gravemente. Invano Canituccia lo chiamava:
esso non aveva più forza. La prima volta che
lo lasciò per andare alla montagna a far legna,
Canituccia nel bosco gli raccolse una quantità
di ghiande e gliele portò in uno strofinaccio.
[pg!069]
Prima di uscire per correre alla fontana, per
portare il mangiare a Crescenzo nei campi o
per altro incarico, essa andava a dare un’occhiata
a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare
in cucina, andava di nuovo a salutarlo. Si sgomentava
un poco a vederlo così grosso, tanto più
di lei, che era sottile come un manico di scopa.

Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana,
trovò don Ottaviano il parroco, Nicola
Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente:
questi tre andarono poscia a visitare
Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non comprese.
Ma la sera del giorno seguente venne
da Carinola Sabatino il macellaio e a Teresa
si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi.
Vi era una grande agitazione nel cortile e nella
cucina: sul focolare una grande caldaia sopra
un fuoco vivissimo: tutt’i grandi piatti, tutte
le catinelle, tutt’i secchi disposti: in un angolo
la stadera: sulla tavola coltelli, coltellacci, imbuti:
Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne succinte
e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e
[pg!070]
veniva con un’aria d’importanza. Canituccia
guardava tutto e non capiva. Poi chiese sottovoce
a Teresa:

— Che facciamo stanotte?

— È venuto Natale, Canitù. Ammazziamo
Ciccotto.

Allora, traballando un poco, Canituccia andò
ad accovacciarsi in un angolo del cortile per
vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante
lume che lo trascinavano in cortile, che Nicola
Passaretti e Crescenzo lo tenevano. Udì i grugniti
disperati di Ciccotto che non voleva morire,
vide il coltello di Sabatino che lo ferì
nella gola. Vide che gli tagliavano la testa, in
tondo in tondo, al collo, e che la deponevano
sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco.
Poi vide squartarne il corpo in due parti e pesarle
sulla stadera; udì le esclamazioni di gioia
al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella
rimase all’oscuro, nel cortile, nell’angolo. Passò
il tempo, in quella notte di dicembre gelata.
La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa,
[pg!071]
coi piccoli imbuti, ficcavano nei budelli la carne
della salsiccia. Sabatino e Crescenzo badavano
ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola
sorvegliava nel caldaione i lardelli bianchi
che si squagliavano, diventando strutto e siccioli.
Pasqualina, sopra un angolo del focolare,
faceva friggere del sangue nel tegame. Tutti
parlottavano vivamente, allegramente, presi dalla
gioia di quella carne, di quel grasso, di quella
prosperità, infiammati dal fuoco e dal lavoro.
Canituccia restava sulla soglia, guardando, senza
entrare. Allora Pasqualina, pensando che la
bambina non mangiava da un giorno e che
era momento di festa, prese un pezzo di pane
nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto
e disse a Canituccia:

— Mangia questo.

Ma Canituccia che moriva di fame, disse di
no, semplicemente, col capo.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!072]

[pg!073]

.. image:: images/corn.png



PROFILI
=======
[pg!074]

[pg!075]

Ella porta quel poetico e soave nome che
Leopardi ha amato: Nerina. E in tutta la persona
di questa fanciulletta alta e sottile è diffuso
un mite riflesso di poesia. La mollezza
dei capelli castagni, abbandonata in lunghe anella
sulle spalle, lascia libera una fronte larga, bianca
e spirituale: fronte pensierosa, come i grandi
occhi bruni, egiziani; occhi limpidi e profondi,
pieni di calma, a cui un principio di miopia
dà, talvolta, una incertezza come di sogno, o
una finezza elegante di sguardo. Il profilo è
corretto, delicato, già femminile: mentre la boccuccia
[pg!076]
rimane ancora infantile, labbrucce fresche
e rosate, tutte ingenue, senza sapienza di sorriso,
che si gonfiano ancora per una stizza, per
fare il broncio, per piangere. La voce fiorisce
lenta ed espressiva con qualche intonazione bassa
di malinconia: una voce che pensa, parlando.
Più volentieri ella ascolta, con la testolina reclinata,
gli occhi intenti e ombreggiati dalle
ricche ciglia castane, la bocca schiusa. Si lascia
andare, stancamente affettuosa, con la testa appoggiata
sul petto della madre o del padre, le
mani pendenti lungo lo strano abito tonaca dell’adolescenza
che ha qualche cosa di misticamente
bizantino, nelle sue linee diritte. Ella ama
tutte le cose di pensiero e d’immaginazione:
le lunghe letture in un cantuccio di salotto l’attraggono
irresistibilmente, una conversazione
letteraria l’assorbisce, la contemplazione di un
quadro se la prende tutta. Una sera la fantasmagoria
del ballo *Excelsior* la inebriò; un giorno,
a Venezia, sulla piazzetta di S. Marco, ella si
mise a supplicare suo padre, con le lagrime
[pg!077]
agli occhi, perchè non la portasse mai più via
da quel paese così bello. Ella ha una intelligenza
squisita e gentile, che impara presto le
cose dove l’intuizione vale più del ragionamento
e dove il gusto predomina sulla dimostrazione:
e spesso questa gentilezza è attraversata
da una corrente d’ingenuità, quell’impensato
meraviglioso dell’infanzia. Infine ella è una creatura
semplice, un po’ timida, raccolta in sè,
serena, tutta spirituale.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

La malìa di quel piccolo Ruggero sta negli
occhi. Sono occhi di un nero carico, intenso,
vellutato, dall’iride larga e carezzevole, dalla
cornea azzurrina, dalle ciglia lunghe e quasi
femminili; bizzarri occhi che scintillano di malizia;
fieri occhi pensierosi, il cui sguardo che
si solleva lento lento, pare che arrivi da lunghe
contemplazioni misteriose; languidi occhi seduttori
[pg!078]
che si socchiudono, come in una stanchezza.
Questo piccoletto ha la pelle bruna, di
un bruno caldo e fiorente, i capelli piantati rudemente
sulla fronte, le sopracciglia nere e sottili,
la bocca rossa e viva come un garofano:
bruno il collo libero nel colletto alla marinara,
brune le gambe nude e nervose. Ma il viso
delicatamente ovale è divorato da quegli occhioni
singolari che vi turbano, tanto sono dotati
di fascino. E dietro la singolarità di questi
occhi, che a volte sembrano quelli di una andalusa
vivace, a volte quelli di un arabo ravvolto
nel *burnous*, vi è un bizzarro temperamento di
fanciullo. Egli non vuole essere baciato: non
bacia mai. Se gli parlate come a un bambino,
egli vi guarda serio serio, volta le spalle
e se ne va. Di giocattoli non ne vuole. Bisogna
fargli un bel ragionamento, logico, tranquillo,
parlandogli come a un grande: allora vi risponde,
quetamente, certe cose profonde che egli
pensa. Non provate a raccontargli delle storie,
delle fiabe: è lui che ve ne racconta, che le
[pg!079]
inventa, forse. Si pianta ritto innanzi a voi,
concentrato, guardandosi la punta delle scarpe,
coll’indice appuntato all’angolo delle labbra, e
vi dice sottovoce, come se parlasse a se stesso,
la fiaba, la leggenda. Ogni tanto si degna benignamente
di spiegarvi qualche particolare—perchè
l’orco, *alle volte*, è buono—perchè
quella era *proprio* una buona ragazza—e
continua, allargando i confini del racconto, inventando,
fantasticando, come se creasse. Se lo
interrompete, si turba, vi dà un’occhiata fra il
diffidente e il severo: ricomincia, senza badare
a quello che gli avete chiesto. Quello che abbonda
in lui è una immaginazione quasi orientale,
piena di sogni: è una virilità di volontà
inflessibile. Egli vi dice: imparerò a nuotare
l’anno venturo, quando sarò *proprio* un uomo.
È il più piccolo fra i due fratellini: ma il più
grande, Paolo, è un bambinone biondo e grassoccio,
bianco, roseo e liscio come una mela,
dagli occhi azzurri e timidi, che parla poco,
sorride spesso e se ne sta, placido, placido,
[pg!080]
lasciandosi proteggere da Ruggero che è il più
piccolo. Ruggero dà la mano a Paolo per condurlo
a scuola, lo scansa dalle carrozze, lo difende
contro il maestro che vuol metterlo in
castigo e se lo abbraccia stretto stretto, dicendogli
di non piangere.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Sono due cuginette, non si rassomigliano,
ma sembrano una persona sola. Laura ha i
capelli di un biondo dorato, in due trecce giù
per le spalle: Beatrice li ha d’un biondo cenere,
molto dolci alla vista, molto fini al tatto,
riuniti in un nodo sulla nuca. Laura ha gli
occhi di un azzurrino vivo, un po’ severi, un
po’ socchiusi: Beatrice li ha d’un azzurro latteo,
soave, molto aperti e molto sorpresi. Laura ha
il viso ovale, una bocca di donna, dalle sinuosità
di sfinge che tace e non sorride: Beatrice
ha le guancie rotonde e come la bocca
[pg!081]
ride o sorride sempre, tutta gaiezza, le si formano
due fossette. Laura ha un piede piccolo,
una gamba elegante, la scarpetta con la fibbia
e la calza di seta. Beatrice ha il piede lungo
e arcuato nello stivalino alto da bambina. Non
si rassomigliano: ma l’una non può andare
senza l’altra, e chi vede Beatrice desidera di
vedere Laura. Vestono di rosa — pallido, di azzurro
smorto, sempre eguali: Laura ha un
cerchiolino d’argento al braccio, Beatrice un
anelluccio, un rubino al dito. Laura è più seria,
più malinconica, risponde brevemente, con
prontezza, con acutezza di donna: Beatrice è
più allegra, più fanciullona, più improvvisamente
infantile nelle domande. Laura ama la
musica e l’ascolta quetamente: Beatrice si entusiasma
della poesia. Laura ha più gusto:
Beatrice ha più calore. Quando stanno insieme,
si tengono per mano, o vanno a braccetto, le
spalle che si sfiorano, le testoline bionde che
si avvicinano. E hanno fra loro motti speciali,
intonazioni di voce, sorrisi arguti, sguardi fuggevoli,
[pg!082]
parolette sussurrate, per cui s’intendono
a volo. S’intendono e si completano: e sembrano
una fanciulla sola, bella, buona, intelligente,
una sola anima poetica che abbia preso
due forme: Laura — Beatrice.

[pg!083]

.. image:: images/corn.png



ALLA SCUOLA
===========
[pg!084]

[pg!085]

Aspettavamo i giorni di tirocinio con una
ansietà segreta. I giorni di lezione erano monotoni,
spesso tristi. Noi studiavamo senza
voglia, malamente, con programmi incerti, con
professori troppo severi o assolutamente inetti.
Eravamo già maestre e l’essere trattate da scolarette
ci umiliava, ci stizziva. A casa, qualcuna
di noi aveva la povertà, quasi tutte una miseria
decente—e chi un fratello ebete, chi
un padre paralizzato, chi una matrigna tormentatrice,
qualche piaga celata con cura, qualche
vergogna nascosta con una nobile pietà, qualche
[pg!086]
infelicità, qualche ingiustizia del destino, a cui
la rassegnazione era completa. Non erano allegri
i nostri diciotto anni, e le aride lezioni di
aritmetica, di pedagogia, di geografia, finivano
col ravvolgerci in un ambiente di malinconia.

Ma il tirocinio ci salvava dalla tetraggine,
rompendo la monotonia, dandoci un giorno
di pausa. Eravamo trenta e ne scendevano tre
al giorno al pianterreno, nelle scuole elementari:
così il turno capitava ogni dieci giorni.
In questo benedetto decimo giorno, le tirocinanti
indossavano l’abito nuovo se lo avevano,
e se non lo avevano, mettevano un colletto
pulito, un fiocco di nastro per cravatta: si pettinavano
meglio, qualcuna si faceva i ricciolini.
Entravano in classe alle otto, dicevano la preghiera,
segnavano la *presenza* sul registro, e
stavano lì, distratte, con gli occhi trasognati,
aspettando le nove per andar giù, mentre le
amiche mormoravano:

— Beate voi che andate al tirocinio!

Risalivano alle due, molto riscaldate in volto,
[pg!087]
coi capelli un po’ arruffati, con gli occhi lucenti,
stanche, ma felici, felici di quelle ore
passate fra le bimbe, felici di quel primo contatto,
di quelle prime lezioni date timidamente,
contente di quella nuova dignità conquistata.
E narravano alle altre quello che avevano spiegato
alle piccine, l’addizione sul pallottoliere,
i dittonghi e la maglia di calza: dicevano che
le piccine erano tanto carine, tanto intelligenti,
alcune tranquille, alcune insolenti, che la maestra
titolare lasciava fare tutto alla tirocinante,
che insegnare era un po’ duro, ma che infine
diventava un piacere. Poi venivano i caratteri
delle piccole descritti minutamente: Orefice è
buona, ma è stupida e si succhia il mignolo:
bisogna tenerla sempre d’occhio — Abbamonte
è bellina, ma è zoppa, poveretta, non può fare
la ginnastica — Chiarizia è insolente, risponde
male e brontola, ma è figlia di un segretario
municipale, non si può sgridarla molto. — Tutte
quelle che avevano fatto il tirocinio
prima di me, mi avevano detto:

[pg!088]
— Quando andrai giù, Aloe ti farà dannare.

— Aloe ha un diavolo per capello.

— Se non ci fosse Aloe, la classe sarebbe
tranquilla.

— Dovrebbero cacciarla, Aloe: è un demonio
di malignità.

— Aloe è terribile.


.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*


Finalmente andai io: traversai il giardinetto della ginnastica e mi fermai innanzi alla porta vetrata della classe, con una certa trepidazione. Sullo scalino una bimba era accoccolata, col capo chinato; ma non piangeva.

— Che fai qui? — le chiesi, dandomi un
tono d’autorità.

— Sono arrivata tardi — rispose a bassa
voce, senza guardarmi in volto — e la maestra
non ha voluto farmi entrare.

— Perchè non te ne vai a casa?

— Perchè mamma non ci sta, a casa, adesso.

[pg!089]
— E dove sta mamma?

— Alla fabbrica del tabacco.

— Come si chiama mamma?

— Si chiama mamma — disse lei, semplicemente,
un po’ meravigliata.

— Entra con me in classe; ti farò perdonare
dalla maestra il ritardo.

Appena entrai vi fu un movimento precipitoso:
tutte quelle piccine — sessanta forse — si
alzarono, strillando su tutti i toni:

— Buon giorno, maestra! Buon giorno,
maestra!

Credo di essere diventata rossa dall’orgoglio;
mi tremava la voce, dicendo alla maestra titolare:

— Buon giorno, signorina. Fate sedere le
piccole: vi prego, lasciate che questa qui rientri
in classe.

La maestra fece una smorfietta:

— Questa qui è Aloe. Vi divertirete bene — disse.

E volte le spalle, se ne andò a far colazione.
[pg!090]
Aloe le cavò la lingua, tanto per cominciare.
Era una bambina di dieci anni, molto brutta,
molto magra, coi pomelli sporgenti, una bocca
larga e avvizzita di donna, due occhi grigi e
vivi, maliziosi, una criniera nera di ricciolini
ruvidi, troppo folti, che pareva le lasciassero
il volto esangue. Portava un vestitino di lanetta
stinto, le calze di cotone azzurro tutte
rattoppate col filo bianco e aveva le scarpe
rotte.

— Andate al posto — le dissi — e state
quieta.

Ella andò lentamente al banco e stette cinque
minuti tranquilla. Ma mentre si diceva l’*Avemaria*,
diede un pizzicotto nel braccio a Cavalieri,
che si mise a piangere. Cavalieri era
una grassottella, bianca e pienotta, coi capelli
castagni, la boccuccia rotonda e schiusa; le
fossette nelle guance, al mento, nelle manine;
una piega nel grasso del collo, una piega nel
grasso dei polsi. Era vestita di flanella rossa,
calda calda, con un grembiule bianco ricamato,
[pg!091]
con le calzette di lana rossa: aveva un panierino
elegante per la colazione. Passava il tempo
a guardarsi le braccia, a guardarsi le mani, a
guardarsi i piedi, a guardarsi le pieghe del
grembiule, sorridente e rotondetta, gonfiando
il bocchino, non capendo nulla, attirando i
baci per quell’aspetto di pallottolina bianca,
rossa e pulituccia.

— Aloe, perchè avete dato il pizzicotto a
Cavalieri?

— Signora maestra, perchè è troppo grassa — mi
rispose, levandomi in volto i suoi occhi
di donnina malata e cattiva.

— Cercatele scusa, subito.

— No — rispose, duramente, battendo un
piede sul tavolato.

— Andiamo, Aloe, siate buona: le avete
fatto male a Cavalieri, Cavalieri piange, chiedetele
scusa.

Allora, senza guardare nè me, nè la piccola
vicina, mormorò a bassa voce:

— Chiedo scusa.

[pg!092]
Cavalieri, rabbonita, lo buttò al collo le
braccia grassocce e la baciò sulla guancia. E
Aloe si diede a piangere, tremando tutta, singhiozzando,
inconsolabile.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Per quanto cercassi d’essere imperiosa, non
ci riescivo. Quelle creature non ci credevano
alla mia durezza, alle mie occhiate burbere,
alla voce secca e breve, alle minacce di castighi.
Mi sogguardavano, sorridendo; oppure
mi chiedevano perdono con certi sguardi supplici — io
mi voltava verso la lavagna, per
non perdere la gravità. Non era possibile di
farle stare tranquille: ogni momento nasceva
un nuovo incidente. In quanto a Parascandolo,
una bimba sottile, con certi occhi lionati e un
nasino dalle nari dilatate, ella mangiava sempre.
Prima aveva mangiato il pane della sua colazione,
poi aveva cavato di sotto al banco una
[pg!093]
arancia e l’aveva mangiata; poi si era messa
a rosicchiare certe nocciuole che aveva in tasca.

— Parascandolo, voi mangiate ancora?

— Maestra, è un confetto che aveva nel
panierino.

Più tardi:

— Parascandolo, finitela di mangiare.

— Maestra, è una noce, me l’ha data Amarante.

E dopo:

— Parascandolo, dite la lezione.

Ella inghiottiva di traverso, diventava rossa,
le venivano le lagrime agli occhi, non si raccapezzava,
si tastava le tasche del grembiule,
a sentire se vi erano certe sementi infornate
che aveva comperate. Invece Edwige Santelia
sapeva tutte le lezioni, addizionava a tre cifre,
faceva le aste bene inclinate, teneva la penna
leggermente, senza sporcarsi le dita d’inchiostro.
Stava zitta zitta, senza voltarsi alle piccole
compagne, guardandomi fissamente in volto
con certi occhi timidi, come se volesse interpretare
[pg!094]
la mia volontà. Feci una quantità di
tentativi per confonderla, per coglierla in fallo,
leggermente irritata di quella bonomia monotona.
Mi rispondeva sempre bene, con una
lentezza e una umiltà, senza turbarsi mai. Così
fu che mi vinse: e in un momento in cui
Aloe aveva cavata fuori la spugna del calamaio,
impiastricciandosi orribilmente d’inchiostro,
le gridai:

— Aloe, ma non potete star ferma un minuto?
Vedete Santelia!

— Ah! quella è Santelia — mi rispose, con
un accento profondo.

Lei Aloe non sapeva nulla, non aveva il
sillabario, non aveva la penna, non aveva l’abbaco,
non aveva il quaderno per le aste. Stava
ritta innanzi al cartellone delle sillabe, guardandolo
con le mani penzoloni, senza aprire
bocca. Una viva espressione di sofferenza le
si traduceva sulla faccia smorta.

— Leggete dunque.

— Non so — mormorava — non so.

[pg!095]
— Andate a sedere all’ultimo banco e fatevi
prestare il sillabario da Tecchia: essa leggerà
in quello di Buongarzone.

Perchè Tecchia e Buongarzone, una brunettina
pallida e una biondina dagli occhi azzurri,
stavano sempre accanto, leggevano nello stesso
libro, intingevano la penna nello stesso calamaio,
avevano una sola cartella. Capitavano
alla scuola, tenendosi per mano, serie serie.
Quando Tecchia non sapeva la lezione, neppure
Buongarzone la sapeva: quando Buongarzone
andava in castigo, Tecchia piangeva
sommessamente, sino a che non si mandasse
in castigo anche lei. Alla ricreazione passeggiavano
a braccetto, senza parlarsi. Facevano
colazione insieme, senza far rumore, in un angolo
di banco, rosicchiando come due sorcetti.
Quando Tecchia andava al pallottoliere, Buongarzone
restava fremente al banco, cercando
di suggerire, di aiutare l’amica:

— Tecchia — settantatre e otto?

E Buongarzone soffiava, chinando gli occhi,
per non farsi scorgere:

[pg!096]
— Ottantuno.... ottantuno.

Si capivano fra loro, senza dirsi nulla. Ogni
tanto scoppiavano a ridere, di accordo, non si
sa perchè, pigliandosi per mano. Poi, si scambiavano
le loro riflessioni:

— L’abbaco è scucito.

— Ci vuole il filo bianco.

— Bisogna domandarlo alla bidella.

— Non ci sta.

E si guardavano, l’una nell’ammirazione dell’altra,
come se le altre bimbe non esistessero,
aspettando l’ora dell’uscita, per andarsene pian
piano, tenendosi per mano, dicendo di queste
cose:

— Oggi ci *stanno* i maccheroni.

— Mammella ha fatto la cicoria.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Ma l’ora lunga e difficile fu quella dei lavori
donneschi. Poche sapevano fare la calza, qualcuna
sapeva far l’orlo: e di queste, poche avevano
[pg!097]
il filo e i ferri e l’ago e il ditale e qualche
cosa da orlare. Santelia cuciva già una camicia.
Cavalieri si bucò un ditino, ne sprizzò il sangue,
lo succhiò e non volle più cucire. Tecchia e
Buongarzone avevano la calza e lavoravano,
urtandosi coi gomiti, dure dure, come se contassero
le maglie. Le altre che non cucivano e
non facevano la calza, non potevano star ferme,
non potevano tacere. Dovetti andare molto in
collera per ottenere un po’ di silenzio. Dopo
cinque minuti, una vocina timida mi chiese:

— Maestra, fateci un favore.

— Che favore?

— Dite prima, che ce lo fate.

— Se non so che cosa è....

— Maestra, ce lo potete fare.

— Dite dunque.

— Maestra, vogliamo sapere come vi chiamate.

Dissi in fretta il mio nome e subito un coro
di esclamazioni:

— Oh che bel nome che avete, maestra!
Beata voi che avete questo nome.

[pg!098]
Ma in questa ora, quella scarna di Aloe,
dagli occhi febbrili, fece quante impertinenze
possono frullare in una testolina stravagante:
stracciò un quaderno, tolse una scarpa a Parascandolo,
si ficcò uno spillo tra due denti
che non si poteva più cavare, sventrò il cuscinetto
di un banco, ruppe un vetro e si ferì
una mano. Niente ci poteva: si rideva delle
sgridate, si rideva del castigo, andava in un
angolo, ballava la tarantella e faceva le castagnette
con le dita, si buttava per terra, faceva
le capriole. Frenarla non era possibile. In certi
momenti mi veniva da schiaffeggiarla: in certi
altri mi salivano le lagrime agi occhi. Ella era
indomabile.

— Aloe, se non state un po’ tranquilla,
chiamo la direttrice e me ne vado su — le
dissi placidamente.

Ella mi guardò, di sottecchi.

— Se vi fate dare un bacio, mi sto quieta — mi
disse.

— Che! siete troppo impertinente.

[pg!099]
— Voglio darvi un bacio — ripetè, ostinata.

Infine dovetti farmi baciare. Allora lei si sedette,
stette immobile, con le mani in croce,
presa da una tristezza grande. Quando me ne
andai, quelle piccine mi circondarono, strillando:

— Maestra, tornate presto! Maestra, non lo
dite *sopra* che siamo cattive!

Aloe se ne andò senza parlarmi.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Nelle vacanze, vicino alla bottega di uno
stagnino, vidi Santelia seduta, che cuciva. Mi
riconobbe e si alzò, guardandomi con lo stesso
sguardo timido:

— È papà vostro, lo stagnino?

— Sì, signora maestra.

— Voi siete passata all’altra classe?

— Sì, signora maestra: ho avuto la medaglia.

— E le altre?

— Ce ne sono restate venti, signora maestra.

— Anche Aloe, nevvero?

[pg!100]
— No, signora maestra: Aloe è morta.

— Quando è morta?

— Nel mese di agosto.

— E di che male?

— Aveva la febbre e aveva pure la tosse e
le faceva male il petto. Poi, è morta.

— Voi l’avete vista?

— Sì, signora maestra: ci è andata la direttrice
e io ci sono andata con Cavalieri. Ha
detto alla direttrice: *dite a tutte le maestre che
cerco perdono delle impertinenze*. E le scarpe nuove
che la mamma le aveva fatte, che non poteva
più mettere, perchè se ne moriva, le ha mandate
a regalare a Casanova, quella poveretta
che veniva a scuola con gli zoccoli.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!101]

.. image:: images/corn.png



NEBULOSE
========
[pg!102]

[pg!103]

Sulla via che si allunga, diritta, quasi interminabile,
sotto i pioppi, camminavano lentamente
i due amanti che non si amavano. Lasciavano
alle spalle un tramonto di viola: andavano verso
un tramonto di un grigio tenue delicatissimo.
Ella si trascinava stanca e svogliata, facendo
strisciare nella polvere la punta del suo ombrellino,
trattenuto mollemente dalle dita: lo
sguardo aveva la sola espressione di una grande
lassezza. Egli si era calcato il cappello sugli
occhi, portava il bastoncino sotto l’ascella e
fumava attentamente una sigaretta. Non si parlavano
[pg!104]
nè si guardavano: andavano freddi e
noncuranti, immersi ciascuno nell’egoismo delle
proprie riflessioni. Erano due cuori inariditi,
secchi, morti, che avevano assaggiata l’amarezza
di un’ultima delusione, credendo di amarsi.
Attori consumati nel mestiere della rappresentazione,
avevano insieme recitata la commedia
ignobile della passione, esaltandosi sino al punto
da crederla vera: ma l’impotenza delle loro
anime li aveva prima condotti all’ingiuria feroce,
poi all’indifferenza. Perchè odiarsi? Erano
due miserabili esistenze, due tronchi colpiti
dal fulmine. Ogni tanto, in lei, un senso di
nausea, un sussulto nervoso per quest’ultimo
convegno, in quella mitezza autunnale, nella
campagna malinconica, dinnanzi al triste mare.
Un carro carico di botti passò fra loro e li
divise: ella fece un moto di disgusto, per quel
puzzo di vino, egli si strinse nelle spalle. D’un
tratto, lungo la siepe che separa i campi dalla
via, in quella luce dubbia del crepuscolo, una
piccola ombra scivolò. Era un bambina scalza
[pg!105]
e cenciosa, che portava sul capo un piccolo
fascio di legna.

— Oh, la piccina! — esclamò la donna.

I due amanti si posero a seguire la bimba,
che camminava senza far rumore, presto presto.

— Chiamala — disse la donna.

L’uomo chiamò la bambina con due o tre
nomi carezzevoli, ma quella parve non avesse
inteso. Allora i due amanti affrettarono il passo,
la raggiunsero: la bambina camminò accanto a
loro, senza guardarli. Finalmente la donna si
piantò innanzi alla bambina, impedendole il
passo.

— Come ti chiami?

Nulla: alzò un paio di occhi selvaggi, li
riabbassò e fece per andarsene.

— Lo vuoi, un soldo? — domandò l’uomo.

E gli mise un soldo nella manina. Il soldo
cadde dalle dita aperte, a terra: e la bambina
scomparve nella notte.

— Oh povera! — mormorò la donna.

— Poveretta — mormorò l’uomo.

[pg!106]
E si lasciarono, per sempre, senz’ira, in un
comune sentimento di pietà.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Il bimbo stava fermo innanzi alla vetrina di
Natali, guardando le bambole vestite da ciociarine,
i fantocci vestiti da arlecchino e le
scatole dove annidavano le casettine dipinte e
gli alberetti di trucioli verdi. Diceva alla serva:

— Se avessi quattrini, comprerei quel *fratello
Girard* che fa le capriole con le mani e coi
piedi: forse costa cinque lire e mamma non
vuole mai spendere più di venticinque soldi.
Comprerei anche quel sorcetto che si dà la
corda e corre per la casa: la palla elastica non
la voglio, perchè è brutta, perchè ne ho avute
tante....

Allora, accanto a questo bimbo snello e pallido,
di una bellezza pensierosa e sentimentale,
si fermò una bambina. Era una ragazzina di
sarta: portava uno scatolone ovale, coperto di
[pg!107]
pelle nera, con una larga correggia passata al
braccio. Lo scatolone poggiava sul fianco e la
faceva piegare tutta da una parte. Vestiva di
nero, un nero stinto, dove diventato rossastro,
dove verdastro: portava un cappellino di paglia
nero, vecchio, circondato da un brutto nastro.
Ella stessa era bruttissima, capelli rossi, viso
macchiato di lentiggini, occhi senza ciglia, naso
rincagnato. Essa, invece di guardare i giocattoli,

guardava il bambino, ascoltando i suoi
discorsi. D’un tratto il bambino si accorse di
lei e le disse:

— Quanto sei brutta!

Quella trasalì, ma non rispose, e restò lì,
incantata, a contemplare quel bel bambino, dal
labbro orgoglioso.

— Sei brutta, vattene! — disse il bimbo,
facendole dei versacci.

Ella se ne andò pian piano, sbilenca sotto
il peso dello scatolone, e si perdette nella folla
di quella serata estiva. Anche il bimbo si avviò,
dando la mano alla serva che lo rimproverava
[pg!108]
delle cattive parole, dette a una povera creatura.
Egli s’indispettiva e rispondeva soltanto:

— È brutta, è brutta, è brutta.

Si ritrovarono di nuovo, sul marciapiede.
Sembrava che la bambina avesse aspettato: e
seguiva passo passo il bambino, fingendo di
guardare in aria o nelle botteghe, quando egli
si voltava. Ogni tanto con uno sforzo e con
un sospiro si rialzava lo scatolone sul fianco
e correva dietro al bambino, senza mai perderlo
d’occhio. Fino a che egli si accorse di questa
persecuzione e battè i piedi in terra, per la
rabbia: si piantò sul marciapiede e quando la
ragazzina fu obbligata a passargli innanzi, le
dette un pugno in un fianco. Ella se ne fuggì,
con le lagrime negli occhi, sorridente e beata.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Batte il sole di settembre sulla piazza di
San Marco: è il pomeriggio silenzioso e chiaro.
La piazza è deserta. Sotto le Procuratie passeggia
[pg!109]
qualche ozioso, con le lenti azzurre:
intorno ai tavolinucci del caffè Florian, due o
tre veneziani sonnolenti guardano nel fondo
delle loro tazze, con gli occhi socchiusi. L’ombra
del campanile si allunga, bizzarra, sulla piazza.
I colombi dormono sul cornicione del palazzo
reale, sulle braccia delle statue; ogni tanto se
ne stacca uno, fa un volo rotondo, per aria,
senza toccare terra, e ritorna al suo posto. A
un tratto si ode un largo fruscìo, un batter
d’ali sordo e precipitoso, e tutto lo stormo dei
colombi vien giù. In mezzo ad essi una bimba,
con una gonnelluccia corta e uno scialletto
che le avvolge il busto, cava dalla tasca manate
di granturco e ne lascia filtrare i grani
fra le dita. I colombi formano intorno a lei un
circolo fitto, fitto, pizzicandosi, beccandosi, per
arrivare al granturco: lei sta nel centro, piccola,
con una testolina minuta, con una grossa treccia
fulva, mezzo discinta sul collo. Mentre cadono
i grani ella guarda i colombi, fissamente, con
certi occhi verdini, glauchi. Quando non trova
[pg!110]
più nulla nella tasca, un’espressione di malinconia
le si diffonde sulla faccia. I colombi restano
ancora un poco, cercando gli ultimi granelli,
pigolando, beccandole le scarpette: poi,
a gruppetti di tre, di quattro volano via, se
ne vanno sul campanile. Pochi ostinati restano,
cercando ancora: e questi qui se ne vanno ad
uno ad uno. Ella li vede partire tutti sino all’ultimo,
seguendoli con l’occhio, nel volo largo.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!111]

.. image:: images/corn.png



MODA
====
[pg!112]

[pg!113]

È utile qui dire, che nessun bimbo può essere
assolutamente brutto; che nessun bimbo
ispira una completa ripugnanza. Se sono malaticci,
hanno la dolcezza di una malattia; se
sono rachitici, hanno la malinconia attraente
di un corpo condannato; se sono precoci, hanno
quel sapore strano e acre delle piccole anime,
già troppo grandi. Infine potranno avere il naso
camuso o gli occhi piccoli o la bocca grande — ma
avranno sempre qualche cosa bella: o
la guancia rotonda o la delicatezza della pelle
o la morbidezza dei capelli, o avranno, nello
[pg!114]
insieme, tanta grazia soave, tanta freschezza,
tanta gioventù che vale come bellezza. Vi sono
uomini brutti e vi sono uomini ripugnanti:
ma Dio volle che non vi fosse infanzia senza
sorriso e senza fascino di amore.

Così, io credo la più facile, la più deliziosa
cosa per una madre, vestire il proprio bimbo.
Vi deve essere una gioia minuta, ma molto
acuta, nel preparare le leggiadre ed eleganti
cose che renderanno più bella la propria creatura;
credo che debba essere una delle contentezze
più intense della maternità, questa cura
assidua e immaginosa, di adornare graziosamente
questo essere piccoletto e bello.

Quando, per la via, s’incontra una mammina
col bimbo, se ella è più elegante del suo bimbo,
bisogna diffidare un poco di quella madre.
Quando il bimbo è addirittura goffo, trascurato,
non riparato contro il freddo, allora il
senso della maternità è molto debole in quella
madre. Quando il bimbo ha un abituccio gramo,
simile a quello ricco della madre, vale a dire
[pg!115]
*combinato* coi ritagli—allora questa madre ha
il cuore deplorabilmente inaridito dalla vanità
e guastato da una feroce avarizia. Invece ho
conosciuto una madre, ancora giovane, ancora
bella, che vestiva sempre la lana, mandando
fuori la sua creatura vestita di seta; che non
aveva più vanità per sè; che rientrava da ogni
passeggiata, riportando un nastro, un cappellino,
una mantellina per la sua creatura, che
passava le ore a fantasticare qualche cosa di
nuovo e di bello, sempre per la sua creatura;
che si tormentava, se ne vedeva un’altra meglio
vestita; che quando le dicevano: *come è
graziosa oggi la vostra creatura!* impallidiva di
gioia, sorrideva e soggiungeva subito:

— Ora, ora, le sto facendo un altro vestitino,
più bello ancora, con cui vedrete come
sarà carina.

E non dite che questa sia vanità riflessa. O
ditelo che sia e rallegratevene. Perchè molti
vestitini fatti in casa, molti sottanini di maglia,
molte camiciuole ricamate, molti colletti smerlati,
[pg!116]
sono il pericolo evitato, sono il peccato
sfuggito, sono il dramma scongiurato.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

La moda è sempre semplice per i bimbi e
per le bimbe. Quei corpi piccini sono così puri
di linee o così graziosamente grassotti, che non
hanno bisogno di tutte le balze, di tutte le
pieghe, di tutte le arricciature di cui abbiamo
bisogno — o fingiamo di avere — noi altre
donne. Una bimba di sette anni, che porta la
gonna sgheronata, i *pouffs* sui fianchi e il grosso
ciuffo dietro, è sicuramente una stonatura. Intanto
se ne vedono spesso, di queste bambole
troppo bene vestite: è il modo di renderle ridicole
e molto infelici. Se per noi altre persone
grandi è una serie di problemi difficoltosi, entrare
nelle vesti, poi affibbiarle, poi respirarci,
poi camminarci, poi sedersi, poi salire in carrozza — caso
gravissimo, quasi sempre con
risultato di stringhe rotte e di nastri scuciti
[pg!117]
— figuratevi quanto possa essere misera una
bambina, dentro una di queste armature medievali,
che scricchiolano a ogni movimento.
La tunica liscia, lievemente assettata, abbottonata
sul dorso, che cade sopra un gonnellino
rotondo, a pieghe larghe e profonde, è sempre
l’abito più bello per le fanciullette. Così mentre
rimangono libere nei loro movimenti, quella
linea semplice, allungata, le veste benissimo.

Per i bimbi nulla di meglio di questa tunica
che cade sui calzoncini assettati e abbottonati
al ginocchio: è per loro un orgoglio, la cintura
di cuoio giallo, con la fibbia di acciaio,
messa molto giù. Vi sono certe maglie di lana
nera o azzurro molto cupo, come una tonacella,
sul gonnellino di lana bianca, che sono
una cosa incantevole a vedersi. E per confessioni
infantili che io raccolgo, comodissime,
perchè si prestano a qualunque corsa e a qualunque
capriola.

Anche per confessioni, i bimbi maschi preferiscono
i calzoncini corti, al ginocchio, a quelli
[pg!118]
lunghi: quelli lunghi impacciano, seccano, si
sporcano facilmente. Poi nascondono le calze
che sono una vanità infantile, poi nascondono
a metà gli stivalini, che sono la più forte vanità
infantile. Certo il bimbo tiene assai ai calzoncini,
umiliato sempre profondamente dalle
gonnelle femminili: ma vuole le calze colorate,
stirate sulla gamba, e gli stivalini alti, coi lacci
o coi bottoni. Tanto più che questo insieme
dà loro una grande sveltezza e li fa apparire
più alti. Un vestitino di velluto marrone, con
bottoni dorati — o di raso nero coi bottoni
di madreperla, a pallottoline, le calze dello stesso
colore dell’abito, gli stivalini neri: ecco una
figurina seducente.

Le bimbe possono essere vestite di bianco
più facilmente e con minori pericoli, perchè
sono più pulite. Se ne incontrano per il Corso,
tutte in bianco, con le mantelline in felpa bianca,
e un berretto di pelliccia bianco: sembrano gattine
freddolose, rosee, cogli occhioni bigi. Maschietti
e femminucce non possono soffrire quei
[pg!119]
colletti di tela insaldati, duri come il cartone,
che fanno una riga rossa sulla pelle del collo.
È una moda inglese: ma serve per quei bimbi
inglesi, serii, riflessivi e stecchiti che sono già
*gentlemen* a sette anni. Il colletto deve essere
morbido, largo — o deve essere una folta arricciatura
di trina, che lasci ogni libertà di
azione al collo. Così la cravatta non deve avere
un nodo corretto che abbisogni di spilli per
reggere, ma deve essere a nodo facile e artistico,
a cappi svolazzanti: del resto, un bimbo,
col nodo della cravatta che gli è arrivato sulla
spalla o sulla nuca, è anche grazioso — come
è grazioso vedere le agili ed inquiete dita della
madre che glielo rimette al posto, ogni cinque
minuti.

Per i bimbi da dieci a dodici anni, una consolazione
sono le ghette, specie quelle caffè e
latte, con una fila di bottoncini: se le sognano
la notte, come mi narrava il mio amico Ninì,
in tutta confidenza. Mentre per le bimbe di
dieci anni, i guanti sono un desiderio segreto,
[pg!120]
ma non quelli di pelle, difficili a mettersi, e
di cui saltano via così presto i bottoni: sibbene
quelli di filo o di seta, che s’infilano
presto e sono senza bottoni. In questo modo,
quello che essi preferiscono, è quello che va
loro meglio. Essi non si curano dei gioielli,
ed è certamente un’abitudine barocca quella di
metter loro al collo catenine d’oro con medaglioni,
di dar loro degli anellini, degli orecchini
di brillanti. Quella carne fresca e tenera
non ha bisogno di questi ornamenti. Essi non
amano i profumi, e basta unicamente che quella
pelle sottile sia cosparsa di polvere di riso,
senza odore: basta che la biancheria odori di
ireos o di lavanda. Tutti gli *Champacca*, gli
*Ylang — Ylang*, i *White — rose* che eccitano e deprimono
i nervi squisiti di noi altri grandi
ammalati, non arriveranno a superare quella
bontà di odore giovane, che ha la faccia e il
collo dei bimbi.

Quello che essi più odiano è il parrucchiere,
che taglia loro i capelli sino alla cute, col pretesto
[pg!121]
che debbano crescere loro più forti; e
infatti, un bimbo con la testa pelata, è brutto
quanto infelice. Quello che essi odiano, è la
pomata, che impiastriccia e insudicia i capelli.
Bisogna che la madre o la sorella grande o la
zia zitellona abbiano il senso artistico di quelle
onde brune che cadono sulle spalle, di quelle
ciocche pioventi sulla fronte, di quelle forti
trecce battenti sugli omeri, di quei riccioli che
sfuggono a un berretto messo alla sgherra. Un
bimbo che esce pettinato dalla sua casa, può
essere bello; ma quando ritorna dal Pincio, la
sua spettinatura è bellissima. Come semplice
riflessione, ho da aggiungere che è odioso tagliare
la frangetta sulla fronte delle bambine e
far arricciare dal parrucchiere i capelli dei bimbi.

In quanto ai cappelli dei bimbi, possono essere
grandissimi o piccolissimi, messi di traverso,
buttati indietro, purchè non vi siano
sopra nè piume, nè fiori, nè veli — basta un
semplice nastro, un fiocco di seta. Purchè siano
di feltro, molle, o di panno o di paglia flessibile
[pg!122]
in modo da resistere ai colpi; purchè
abbiano l’elastico che si passa sotto il mento;
purchè non imitino le forme pretensiose dei
cappelli materni o paterni: saranno sempre belli.

Per le bambine delicate e infermicce si fa
una eccezione, dando loro quelle cappottine
chiuse che riparano dal freddo e mettono il
visino gracile come in una bomboniera. In
quanto ai piccoli marinari, alle piccole scozzesi,
ai piccoli bersaglieri, è inutile dire che è
una prova la più completa di goffaggine che
possa andare per le vie. Per un minuto i bimbi
se ne contentano, dopo sono impacciati, annoiati,
nervosi: è un grande torto sovraccaricarli,
essi che sono la semplicità — dare una
tesi ai loro abiti, mentre chi li porta è la chiarezza — renderli
pensierosi, essi che sono la
gioia.



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[pg!123]

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PERDIZIONE
==========
[pg!124]

[pg!125]

Mentre la bionda mammina placidamente ricamava
un orlo di camiciuola e Mario, seduto
sul tappeto, intagliava certi soldatini dipinti di
rosso e di azzurro sulla carta, entrò improvvisamente
il giovane padre, tutto allegro:

— Su, Mario, su fantoccetto mio, fatti vestire
da mammina ed usciamo: ti conduco a
spasso.

La mammina aveva lievemente aggrottate le
sopracciglia e non si era mossa: Mario era
balzato in piedi, abbracciando le gambe di papà,
strofinandosi contro i calzoni:

[pg!126]
— O papuccio mio bello, o piccolo papà
caro — ripeteva, ridendo, avvinghiandosi come
un serpentello.

— Andiamo, Tecla, vesti Mario: si fa
tardi.

— Veramente vuoi condurlo a spasso? — chiese
ella, sorpresa, senza alzarsi.

— Figùrati, ho due ore di libertà, un vero
miracolo! Questa creatura non esce mai con me.

— Se lo conduci al Pincio, avrà freddo.

— Non lo conduco al Pincio. È vero, burattinello
mio, che non te ne importa niente
del Pincio?

— Non me ne importa, papino, purché tu
mi conduca e la mammina mi metta l’abito
di raso.

— Ai Prati di Castello ci farà umido — osservò
la madre.

— Non lo conduco ai Prati — non lo vuoi
far uscire, il bimbo? Sei gelosa eh?

— Ma che! — fece lei, dando una spallata.

E alzandosi lentamente, con una grande svogliatezza
[pg!127]
andando e venendo senza fretta, aprendo
tutti i cassetti e tutti gli armadi, senza trovare
nulla, la mammina bionda vestì Mario. Il quale
ritto, in camicia, sul letto, agitava le gambe
aspettando le calze e gli stivalini, scherzando
con suo padre, buttandosi giù sul letto, facendosi
solleticare, ridendo sempre, baciucchiando
il suo papà bello che si abbandonava, ridendo,
sul letto, anche lui. Più d’una volta, mentre
gli tirava su le calze, gli allacciava gli stivaletti
e gli abbottonava il vestitino, la bionda
mammina si era chinata sul collo di Mario,
come se avesse voluto dire qualche cosa in
segreto al bimbo. Ma il papà era sempre lì,
fermo ad aspettare, sorridente. La mammina
sbagliò tutta la fila di bottoni e dovette ricominciarla.
Mario fremeva d’impazienza, dimenandosi:
il papà aveva già il cappello in testa
e mammina cercava ancora un fazzolettino da
dare a Mario.

— Gli dò il mio, Tecla, se gli serve.

— Non mi serve, andiamo, papà piccino.

[pg!128]
— Non gli comprare giocattoli — disse sottovoce
la mammina al papà.

— Non dubitare, non glieli compro.

E allora la mamma diede un lungo bacio
sulla fronte del figlioletto, come se volesse far
parlare alle labbra una lingua sconosciuta. Essa
uscì sul pianerottolo e guardò il padre ed il
figlio che scendevano le scale, saltellando e
chiacchierando:

— Mario? — chiamò ella.

— Che c’è, mamma?

— Senti una cosa.

— Dilla di lassù, mammuccia.

— Se hai freddo, ti dò il cappottino.

— Non ho freddo. Addio, mamma.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Sulla porta del baraccone, dove si entrava a
vedere la vasca dei coccodrilli e il gabbione
delle tigri, a Mario era venuta meno la curiosità
ed il coraggio. Guardava il suo papà con
[pg!129]
una faccia fra la paura e il desiderio, ma stava
fermo, in mezzo all’esedra di Termini, non
osando entrare.

— Sono grossi i coccodrilli, papà?

— Sì, pauroso mio.

— Grossi come Nanna, la cuoca?

— Più lunghi e più schiacciati.

— Andiamo via, papà. Raccontami tu i coccodrilli
e le trigi. Mi comprerai un giocattolo
a via Nazionale, coi quattrini che dovevi spendere
nella baracca.

— No, gioia mia, ne hai troppi di giocattoli.

— O papà, che dici! Alessandro, alla scuola,
se sapessi quanti ne ha, di belli, di complicati,
con le macchinette dentro, per far camminare!
Ci ha la ferrovia, con tre vagoncini, e dentro
vi sono i viaggiatori e sulla caldaia vi è un
macchinista, tutto nero, poveretto! Poi ci ha
un *giuoco di cavallo*, coi saltatori, coi cavalerizzi
che girano, girano. Capisci, si dà la corda,
papà. Avevi tu giocattoli, quando eri piccolo
piccolo, come me?

[pg!130]
— Pochi, Mario.

— E le impertinenze le facevi?

— Meno di te, biricchino.

— Gli scappellotti te li davano, papà?

— Sì, caro.

— E ti facevano male?

— Qualche volta, Mario.

— Vedi, papuccio, quando mamma mi dà
uno schiaffetto, non mi fa mai male. Io piango
forte e strillo, ma non è vero niente. Ora non
me ne dà più mamma.

— Le vuoi bene a mamma?

— Si, papà piccolo: ma voglio più bene
a te.

— Non lo devi dire, questo. Perchè vuoi
più bene a me?

— Non ti vedo che a pranzo, papà mio! E
la mamma, la vedo sempre. Se mi compri un
giocattolo, dico che voglio bene lo stesso a
tutti due.

— Brutto bugiardone! Non preferisci prendere
una granita da Singer?

[pg!131]
— Sì, papà; la granita di amarena che è
rossa.

Poi quando ebbe lentamente presa la sua
granita per farla durare di più, Mario volle
comprare le paste per portarle alla mammina
che, poveretta, era rimasta in casa e non aveva
avuto granita. Volle portare il pacchetto, infilando
il dito nel nodo dello spago.

— Papà, quando sarò grande, potrò mangiare
una granita ogni giorno?

— Ti faranno male allo stomaco.

— No, no, non mi faranno niente. Papà, io
voglio essere corazziere.

— E se rimani piccolo? Tu sei ancora il
mio pupazzetto!

— Oh dammi da mangiare, fammi diventare
alto e grosso, papà. Se resto piccolo, non mi
vogliono per corazziere, papà.

Ma la grande vetrina di Natali lo sedusse.
Tacendo, con gli occhi intenti, con la bocca
socchiusa, guardava quei giocattoli meravigliosi.
La manina stringeva quella del padre, come se
[pg!132]
volesse comunicargli i tuoi fremiti. E il visino
era così pallido di desiderio, gli occhi buoni
supplicavano tanto, che il padre non seppe resistere
ed entrò con Mario nella bottega per
compargli un giocherello.

— Sono contento che tu mi abbia comprato
questo *paese* — mormorava Mario, salendo in
carrozza, per tornare a casa. — Quante saranno
le case?

— Venti, forse.

— Ed io ti darò venti baci piccoli, e se vi
è un lungo campanile, te ne darò uno grosso
grosso. Sono più contento, perchè questo è un
giocattolo con cui posso giuocare a casa. Venerdì
mamma m’ha comprato un cerchio di
legno e una palla elastica. Che n’ho da fare,
in casa, del cerchio e della palla? Guastano i
mobili e possono rompere gli specchi.

— Ti servono al Pincio, mummietta mia
ragionevole.

— No, no, mi servono a villa Pamphily.
Venerdì ci siamo stati, con mamma. Io ero
[pg!133]
annoiato di stare in carrozza chiusa, con mamma,
ma essa m’ha detto: quando siamo lì, scenderemo.

— Non eri mai andato in carrozza chiusa,
Mario?

— Mai, papà.

— E lassù hai giuocato col cerchio e con
la palla?

— Sì, mentre mamma discorreva con Riccardo.

— Con Riccardo?

— Sì, papà.

— Che faceva Riccardo?

— Passeggiava, papà. Per un pezzo sono
stato con loro, ma non mi davano retta e sono
corso innanzi, con la palla: poi la palla è andata
in un viale di contro e, per cercarla, non
ho più trovata la mamma. Se mi perdevo, papà,
mi avrebbero mangiato i lupi, in quella foresta.

— Sì... forse. E... la mamma?

— L’ho riacchiappata vicino alla carrozza,
che mi aspettava.

— Dopo quanto tempo, Mario?

[pg!134]
— Dopo cinque minuti, papà.

— È troppo poco.

— Allora dopo cinque giorni, papà. M’ha
sgridato ed io ho pianto. La colpa era del cerchio
e della palla e li ho bastonati. Riccardo
è salito in carrozza con noi. Allora hanno abbassate
le tendine e non vedevamo più la strada.
Siamo scesi a Ripetta, papà, ma prima Riccardo
ha baciato mamma sul collo. Perchè lo ha
fatto, papà?

— . . . . . . . .

— Noi siamo andati via e lui è rimasto in
carrozza. Ma perchè lui bacia la mamma sul
collo? Lui non è il mio papuccio bello; lui
non è Mario, la mummietta bella, per baciare
la mamma. Digli che non lo faccia più, papà.

— Glielo dirò, figlio mio.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

La madre aspettava il bimbo sul pianerottolo,
tendendo l’orecchio al rumore dei passi.

[pg!135]
— Sei solo, Mario?

— Solo. Papà m’ha comprato il *paese*, mamma,
e le paste per te.

Ella tremò tutta, impallidendo. Il bimbo, ritto
innanzi a lei, la guardava, con gli occhi lucenti.

— Dove è tuo padre, Mario?

— È andato a dire a Riccardo che non ti
baci più, mamma.

— Figlio mio! — gridò lei, piombando a
terra, con le braccia aperte.



.. image:: images/fineparag.png




[pg!136]

[pg!137]

.. image:: images/corn.png



GLI SPOSTATI
============
[pg!138]

[pg!139]

Suo padre è un giornalista, sua madre una
maestra di lingue straniere. Il bimbo ha otto
anni, ma pare che ne abbia dodici per le strane
cose che sa, per le singolari risposte che dà.
Egli è già stato a Venezia, a Firenze, a Napoli,
non gli resta più nessuna impressione di
paesaggio per la sua gioventù: egli si stringe
nelle spalle quando gli nominano il Vesuvio o
la gondola. Ha dormito in tutti gli alberghi,
da quello di primo ordine, servito come un
piccolo principe ereditario, divertendosi a suonare
ogni momento il campanello elettrico, a
[pg!140]
quelli di quart’ordine, stanze fredde ed incomode,
senza tappeti, col letto stretto e duro.
Questo bimbo ha già pranzato in tutte le trattorie,
ha preso il gusto delle pietanze complicate
e degli intingoli piccanti: egli sa chiamare
il cameriere e ordinargli del vitello alla salsa
di tonno e una maionese di arigusta. Prima di
entrare egli dice al papà: Papà, se abbiamo
quattrini, voglio la pernice coi tartufi. E il papà
gliela fa portare: mentre il giorno seguente si
pranza a casa in fretta, con un semplice arrosto
di capretto, circondato da molte patate. Il bimbo
è già stato in tutti i teatri e ha inteso l’*Aida*,
il *Lohengrin*, il *Faust* e il *Poliuto*: egli ama
l’*Aida* per i morettini, il *Faust* perchè vi è un
bel diavolo, ma tollera appena il *Lohengrin*
perchè vi è il cigno, e non può soffrire il *Poliuto*
perchè non vi è nulla di tutto questo.
Ama molto la Durand e la Singer: delle altre
non si cura. La prosa lo interessa meno della
musica, ma ci va per le attrici. Negli intermezzi
il padre lo mena sul palcoscenico: questo
[pg!141]
bambino è amico della Marini, la Tessero lo
ha baciato, la Campi gli ha donato dei confetti
ed egli ha fatto una passione per la Pietriboni.
È un bimbo che non ha mai sonno, a mezzanotte;
e quando rimane in casa, invano la
serva cerca di narrargli le favole: egli è nervoso,
non può dormire. Ha imparato a leggere
sopra un giornale e sa gli pseudonimi di suo
padre. Non sa scrivere ancora bene e già compone
brani di cronaca. È un bimbo che ha
sempre male allo stomaco, perchè in casa sua
ora si pranza all’una, ora alle otto, ora si beve
il Bordeaux, ora il vinello acido. Egli conosce
già il modo di licenziare un amico importuno
e impara quello di burlare i creditori; ha assistito
a un sequestro, mentre sua madre, pallida,
piangeva, e suo padre era scomparso. Sono
già due o tre volte che suo padre se lo abbraccia
strettamente, e baciandolo, gli dice sottovoce
di essere buono, di non dare dispiaceri
alla mamma: e una di queste volte il papà è
tornato a casa, disteso in una carrozza, svenuto,
[pg!142]
insanguinato, col braccio trapassato da una palla.
Durante la malattia, niente pranzetti, niente
scarrozzate, niente teatri: ma una miseria crescente,
i creditori feroci, la madre sfinita, il
padre torbido e rabbioso. Questo bambino, in
fine, sa che suo padre è scettico e ha udito
una quantità di discorsi ironici sull’amore, sulla
patria e sulla virtù—e mi ha detto, un giorno,
seriamente: Tutto sta in un buon colpo di
rivoltella.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

L’unica figliuola di un albergatore ricco: non
ha la mamma. Il padre, che l’adora, l’ha affidata
alla cameriera maggiore che se la porta
dapertutto, in cucina, in cantina, nelle soffitte,
negli appartamenti, al salone di ricevimento,
sempre con lei. La bambina — dieci anni — 
[pg!143]
vive in questo grande andirivieni, tra una folla
che si rinnova sempre. Ha una stanzetta che
è un amore e uno studiolo col pianoforte, ma
se la gente è molta, bisogna finire per cedere
anche il suo quartierino, e la bimba con la
cameriera passano, di stanza in stanza, dormendo
ora qua ora là, accampate, salendo
dal primo al quinto piano. La bimba finisce
con istudiare un quarto d’ora la sua lezione
di pianoforte, nel salone, tra il chiacchiericcio
inglese, tedesco, francese. I viaggiatori le sorridono,
le parlano, la baciano, ed ella ha imparato
a non infastidirsi, a sorridere macchinalmente,
a fare la riverenza, a dire: «J’aime
beaucoup la France, monsieur.»  Tutti questi
visi estranei, indifferenti, sempre in arrivo,
sempre in partenza, le passano innanzi come
una fantasmagoria, e lei ha già imparato a ricondurre
un viaggiatore fino alla porta, a mandargli
un bacio di addio e a stringersi nelle
spalle, quando è partito. Ella sa pranzare a tavola
rotonda, rifiutare una pietanza, piegare il
[pg!144]
tovagliolo: ella sa tutte le magagne del cuoco,
le costolette dall’osso appiccicato, il burro che
serve tre volte, gli avanzi di carne che formano
l’infarcitura del timballo, il lesso di quattro
giorni che diventa polpetta in umido, il bianco
mangiare fatto con l’amido, i pasticci economici
di crema di castagne, e sorride della buona fede
dei viaggiatori. Ella vede le gradazioni di rispetto
dei camerieri per la vecchia principessa
col seguito, per la coppia felice di sposini ricchi,
pel banchiere tronfio e pel deputato chiacchierone:
ha imparato a disprezzare i miserabili che
vogliono una stanza al quarto piano, con finestra
sul cortile, che non pranzano a tavola rotonda,
che non pigliano caffè nell’albergo e portano
nella valigia una quantità di steariche, per
non consumare quella dell’albergo, che costa
una lira. Ella vede e sente una quantità di cose,
dagli usci socchiusi, passando pei corridoi, entrando
improvvisamente nel salone, alla fine del
pranzo o di notte: disordini equivoci di camere,
signore in camiciuola che si pettinano, signori
[pg!145]
in maniche di camicia che si tingono i mustacchi,
camerieri che baciano furtivamente le
cameriere, signori arzilli, scricchiolii di porte,
sbagli di numero, ombre che attraversano i corridoi
di notte, dialoghi sommessi. Lei china
gli occhi, impallidisce e sorride. Quando si sta
in famiglia, col padre, con lo zio, coi cugini,
ella sente i discorsi brutali d’interesse, i progetti
avidi di guadagno, le *combinazioni* migliori
per scorticare la gente, e tutto l’odio, il disprezzo
che ha l’albergatore pel viaggiatore. E
due cose l’hanno maggiormente colpita, a dieci
anni: la figura di quella grande signora biondissima,
che stette tre mesi, spendendo e spandendo,
ricevendo tutta Roma, buttando il denaro
dalla finestra, facendo accorrere i camerieri
tutti quanti, che non saldava mai il conto e
contro la quale suo padre era furioso, che poi
lo saldò in un modo strano, mandando a chiamare
l’albergatore, trattenendolo mezza giornata
e rimandandolo tutto sorridente — e quel signore
magro e pallido, che stette mezza giornata,
[pg!146]
bevette due bicchieri d’acqua, non parlò
con nessuno e a mezzogiorno si ammazzò
aprendosi le vene.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

Marito e moglie abitano la stessa casa, per
convenienza, ma sono divisi. La moglie abita
a terreno, il marito il primo piano, il bambino
al secondo. Pranzano tutti tre insieme, ma la
signora legge un libro e il signore legge un
giornale: il bimbo sta in mezzo, guarda ora la
mamma, ora il papà, coi grandi occhi meravigliati,
e pranza silenziosamente. Il bimbo ha
una *gouvernante* e un precettore giovane: ogni
tanto la madre si degna di assistere alla lezione,
in vestaglia di pizzi, con le pianelle ricamate
d’oro, e trova che il figliuolo studia troppo,
spiegando al precettore, sottovoce, le ragioni
per cui non si deve studiar molto. Il bimbo
[pg!147]
guarda di sottecchi. Quando, ogni tanto, le
prendono questi impeti di maternità, ella vuole
con sè suo figlio, dalla mattina alla sera: il
bimbo vede la madre che si dipinge gli occhi,
che si sparge di polvere le braccia e il collo,
che si distende delicatamente il rossetto sulle
guance. Talvolta, per ischerzo, la mamma *fa
il viso* al bimbo, che ride, solleticato, turbato
da quei profumi. La madre, per condurlo fuori,
lo trova goffo, mal vestito, e presa dalla furia
materna, gli annoda alla vita una larga sciarpa
femminile, gli mette al collo una cravatta meravigliosa,
di trina, e se lo porta, così vestito,
in carrozza, su e giù per molte ore, col freddo,
senza paltoncino, mentre a lui si fa il naso
rosso e vengono le lagrime agli occhi per la
noia. Lei saluta tutti, mostra il suo bimbo, lo
bacia spesso, gli domanda se vuole un dolce,
se vuole un giocattolo, fa la commedia della
madre amorosa. A Villa Borghese, nel viale
della fontana, fa fermare la vettura e apre conversazione
coi giovanotti, che le dicono certe
[pg!148]
cose piccanti che la fanno ridere brevemente,
mentre il bimbo ascolta, cercando di comprendere.
Spesso, ella sale un momento da una
amica, lascia il bimbo in carrozza e si trattiene
un’ora; la povera creatura aspetta, con gli occhi
imbambolati, annoiandosi, e il cocchiere che sa
tutto, borbotta certe frasi brutali. Poi, per quindici
giorni la madre dimentica il bimbo, dandogli
un bacio distratto al mattino, facendogli
uno sgarbo nelle ore di nervosità, gridando
alla cameriera di portarlo via, se piange. In certe
ore, al bimbo è assolutamente proibito di entrare
nel salotto della madre. Non ci si va:
dice la *gouvernante*, sorridendo. Per favore la
madre si fa vedere dal figliuoletto, in abito da
ballo, scollacciata, ma invano il bimbo tende
le braccia a quella bella figura: essa ha paura
di guastarsi l’acconciatura e parte, senza abbracciarlo,
dicendogli di star quieto. In certe epoche
un terremoto di feste scuote la casa: sarte, sarti,
camerieri, balli, fiori, porte sbattute; non si
pranza più, non si dorme più: poi la signora
[pg!149]
si abbandona a un riposo assoluto, non vede
nessuno, è nervosa, pare mezzo pazza. Il padre
è fuor di casa tutto il giorno, talvolta tutta la
notte. Ogni tre o quattro mesi padre e madre
hanno una lite tremenda, spaventosa, innanzi
al bimbo, con ingiurie plateali, mobili rotti,
svenimenti e minacce di separazione completa.
E il bimbo sente in anticamera, in cucina, tutto
quello che i servi dicono del padre e della madre.



   .. image:: images/fineparag.png




[pg!150]

[pg!151]

.. image:: images/corn.png



SALVAZIONE
==========
[pg!152]

[pg!153]

Dopo il forte momento della passione — nelle
placide ore di conversazione, quando le
confidenze sgorgano, in una espansione spontanea,
quando l’intimità sa essere amichevole e
amorosa, Flavia parlava volentieri dell’infanzia
propria, di quel giocondo tempo, tutto sole,
tutto baci, tutto confetti. Questi ricordi la esaltavano,
e come se sognasse, guardando lontano,
con la voce tremante di emozione, narrava ancora di
quante dolcezze l’aveva circondata l’amore
materno. Poi, una improvvisa malinconia spegneva
quell’eccitamento, la voce si faceva fioca,
ella mormorava, vagamente:

[pg!154]
— La mamma... la mamma...

Quasi volesse sottrarsi a questa mestizia,
prendeva le mani di Cesare, lo guardava negli
occhi, dicendogli:

— Dimmi di te, amore, dimmi di te.

Cesare sorrideva, fumando ancora la sua sigaretta,
nella beatitudine dello spirito appagato
e tranquillo.

— Io sono stato un bimbo molto robusto,
molto chiassoso e molto violento, amore. Ecco
tutto.

— E niente altro?

— No, cara, niente altro.

— Allora... — diceva lei, crollando il capo — dimmi
del tuo bambino.

Cesare si faceva serio per un istante e la
fissava, come diffidente. Ma vedeva negli occhi
di Flavia tanta umile curiosità, tanto interesse
affettuoso, che il suo sospetto si dileguava.
Allora, col suo sorriso orgoglioso di padre felice,
egli le parlava del suo bimbo, che si chiamava
Paolo come il nonno, che non voleva
[pg!155]
essere più chiamato *bebè*, perchè era grande,
perchè aveva dieci anni.

— Ed ha i capelli molto biondi, come te? — chiedeva
Flavia, profondamente attenta.

— Molto biondi e ricciuti. Va in collera
quando gli dico che ha il parrucchino: è molto
sensibile al ridicolo, non può sopportare che
si scherzi con lui. Impallidisce, non piange.
Va in un angolo e pensa: se gli parliamo,
non risponde. Le sue malinconie sono quelle
di un uomo.

— Forse è gracile — mormorava lei, impietosita.

— No, è sentimentale; troppo, forse. Bisogna
che io gli faccia perdere questa sensibilità
squisita: se no, sarà molto infelice. Se si
abitua ad amar troppo, a desiderare troppo, a
soffrire troppo per la mancanza di quello che
ama e di quello che desidera, povera la mia
creatura!

Un silenzio regnava, angoscioso. La conversazione,
arrivata di nuovo alla passione,
[pg!156]
aveva perduto la placidezza e la soavità. Cesare
tentava di ricominciare il discorso del bambino,
ma anche questo si faceva scabroso: poichè a
ogni momento, parlando di Paolo, appariva
accanto la figura della madre, della giovane
moglie tradita. E per rispetto alla donna che
non amava più, per delicatezza verso quella che
amava, non poteva pronunziare il nome della
moglie innanzi all’amante. Taceva. D’improvviso,
Flavia si rizzava in piedi, gli veniva accanto,
e con quella sua dolcezza femminile piena
di lusinghe, che ottiene tutto, gli diceva:

— Perchè non mi conduci il bambino?

La prima volta che Flavia gli fece questa
strana richiesta, Cesare ebbe un moto di ripugnanza
e le rispose vivamente:

— È una follia.

Ma Flavia non si scoraggiò. Ogni tanto,
quando la tenerezza di Cesare per lei fluiva
più larga, ella si faceva tutta buona, tutta pia,
per chiedergli di condurle il bambino. Invano
egli taceva o cercava di mutar discorso: Flavia
[pg!157]
vi ritornava, ostinata nel suo desiderio. Fino a
che Cesare, infastidito che ella non comprendesse
l’indelicatezza di questo capriccio, le rispose:

— Del bimbo dispone la madre e non vorrà
mandarlo da te; dovresti intenderlo.

Una scena spaventosa ne seguì, in cui, volta
a volta, Flavia si accusò per questo amore
colpevole e ne accusò Cesare, pianse, si disperò,
si contorse le mani, maledisse la sua esistenza
sbagliata e il minuto odioso in cui aveva incontrato
Cesare. Egli dovette consolarla; ma
ella non si chetava, sfogando tutto il dolore
lungamente compresso di una posizione falsa,
avvilendosi sino a confessare i propri rimorsi,
rimpiangendo tutto un ideale di famiglia, di
pace casalinga, di onestà, a cui aveva rinunziato
per Cesare. Egli dovette abbracciarla,
mormorarle vaghe parole di conforto incerte
e puerili — poichè quanto ella diceva, era vero — carezzarla
sui capelli come una bimba malata,
cullare questo dolore per addormentarlo,
[pg!158]
e infine prometterle che le avrebbe condotto,
un giorno, presto, il bambino.

— Me lo lascerai qui, solo, con me, amore?

— Te lo lascerò, cara, purchè tu non pianga.

— Me lo lascerai, per un’ora?

— Sì, cara.

— O amore mio bello, o gioia mia! — fece
lei calma, estatica.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

— Paolo — disse il padre, spingendo avanti
il bimbo — ecco qui la bella signora che voleva
vederti.

Il bimbo levò gli occhi neri in faccia a Flavia
e sorrise lievemente. Ella congiunse le mani,
in un gesto di meraviglia:

— Quanto è bello, quanto è bello! — disse
sottovoce.

E all’orecchio del padre:

— Cesare, digli se vuol darmi un bacio.

— Paolo, vuoi dare un bacio alla signora?

[pg!159]
— Sì — disse il bambino.

E con un atto gentile e delicato, le prese
la bella mano gemmata e gliela baciò.

— Come un cavaliere cortese: bravo, Paolo! — disse
il padre, insuperbito, mentre Flavia
seguitava a contemplare il bambino. — Carino
mio, vuoi restare con la signora mentre io
vado qui vicino?

— Ritorni presto, papà?

— Ritorno presto, nino mio.

E poichè il bimbo era presente, quei due
non osarono toccarsi la mano; scambiarono
solo una rapida occhiata. Flavia si chinò, prese
per mano Paolo e se lo portò in salotto, presso
un balcone aperto, come per guardarlo meglio.
Egli se ne stava ritto, nel suo costumino di
velluto oliva, tenendo stretto fra le mani il
berrettino di velluto.

— Hai tal quale gli occhi di papà tuo — mormorò
Flavia, pigliandogli una mano e carezzandola
lievemente.

— Sì, ma la bocca è come quella della mamma — disse
il bimbo, con un tono di orgoglio.

[pg!160]
— Non ti piace di rassomigliare a tuo papà? — e
la voce non era sicura.

— Papà è bello: ma la mamma è più bella
ancora; ha i capelli lunghi lunghi e le mani
piccole piccole. Non la conoscete, voi, la
mamma?

— . . . . . . . no.

— E perchè non la conoscete?

— Non so — fece lei, chinando il capo,
mentre gli occhi le si gonfiavano di lagrime.

Paolo la guardò curiosamente e tacque. Ella
si levò e gli andò a prendere dei confetti. Egli
rifiutò gentilmente, ma guardando i confetti
come un bimbo educato, che non osa accettare
quello che desidera.

— Perchè non li prendi?

— Non sta bene; grazie.

— Ma se ti piacciono, prendili, Paolo. Te
l’hanno insegnato a scuola?

— No, me l’ha insegnato mamma. Io non
vado a scuola

— E chi ti fa lezione?

[pg!161]
— Mamma. Essa non potrebbe stare sola,
dalla mattina sino alle tre. Così la lezione me
la dà lei, sino a mezzogiorno.

— E a mezzogiorno?

— Facciamo colazione, mamma ed io.

— Soli soli?

— Il papà non ci è mai, a colazione. Ha
troppo da fare, ha molti affari, molti affari.

Un breve silenzio.

— Prendi i confetti, Paolino.

— Sono troppi — disse Paolo, come ultima
svogliata difesa.

— Li dividerai con qualche amichetto tuo.

— Io non ne ho.

— Con chi giuochi tu, dunque?

— Con mamma, quando essa ne ha voglia.

— Non ne ha voglia sempre?

— No.

— E perchè?

Il bambino la guardò e tacque. Un’indicibile,
rapidissima espressione di terrore attraversò
il volto di Flavia. Ma il bimbo non sapeva
[pg!162]
nulla, non doveva aver compreso quella domanda.

— Così non ti diverti molto? — riprese
ella sospirando, come per sollevarsi da una
grande oppressione.

— Sì, mi diverto. Mamma ricama, suona il
pianoforte, e io guardo le immagini dei libri,
giuoco con quei pezzetti di legno da far case,
o guardo la gente che passa nella via.

— Sempre soli?

— Già: dovrebbe esserci papà, ma egli ha
molti affari, molti affari.

— Chi te lo ha detto, di questi affari?

— Mamma.

— Ah!

— Essa mi racconta anche le favole, quando
io mi annoio. Ma sono troppo tristi, le sue
favole, e mi fanno piangere. Ne sapete voi,
di quelle favole che fanno ridere?

— No, caro. Te le racconterà di sera, le
favole?

— Sì, di sera. Io vorrei andare in teatro
[pg!163]
dove papà una volta mi ha condotto, con
mamma. Ma ora papà non può accompagnarci
più e andiamo a letto presto. Egli viene a casa
molto tardi, di notte, molto di notte, e cammina
pian piano, nell’altra stanza, per non
farci risvegliare. Ma la mamma è sempre sveglia
e sente: qualche volta sono sveglio anch’io — Ecco
papà — mi dice lei, sottovoce. Poi,
quando papà entra, a darmi un bacio, noi chiudiamo
gli occhi e fingiamo di dormire.

— E ti bacia, papà?

— Sì: e se ne va via in punta di piedi,
come è venuto.

— Non dà un bacio alla mamma?

— No — disse il bimbo, facendosi pensieroso.

— Tu, dunque, dormi nella camera della
mamma?

— Sì: prima non ci dormivo. Ma papà andò
a fare un viaggio di un mese, e mamma, che
aveva paura di dormir sola, fece portare il mio
lettuccio in camera sua. Dopo, ci sono restato.

[pg!164]
Flavia si arrovesciò nella poltroncina, come
se svenisse. Il bimbo la guardava co’ suoi
occhi buoni e meravigliati. Ella non parlava,
non trasaliva, non si moveva, e Paolo cominciava
ad aver paura di questa bella signora
tutta pallida. Egli stringeva macchinalmente il
berretto e desiderava che suo padre tornasse,
per andarsene. Poi, Flavia si scosse, levò la
testa, e tanto dolore le si dipinse nella faccia,
che il bimbo le tese le braccia come a sua
madre, dicendole:

— Che hai?

Uno scoppio di pianto la vinse, mentre baciava
quel bel bambino affettuoso, tutto sorpreso
da quest’impeto. Le lagrime bagnavano
le guance, il collo di Paolo.

— Non piangere, signora, non piangere
così. Non sarà niente.

— Non piango, no, non piango più. Dammi
un bacio, come alla tua mamma.

Egli le buttò le braccia al collo e la baciò.

— Addio, caro, resta un minuto qui. Ora
[pg!165]
papà tuo verrà e ti porterà via. Io debbo
uscire.

— Debbo dire alla mamma che sono venuto
qui?

— Perchè?

— Perchè papà mi ha detto di non dirglielo.

Ella pensò: poi, come se gittasse via l’ultimo
dubbio:

— Diglielo alla mamma, che sei stato da
Flavia.

Per un minuto la bella mano si posò sui
riccioli del bimbo, come per benedirlo.

.. class:: center small

   | \*
   | \*     \*

E mai più Cesare e Flavia si sono incontrati.

|
|

.. class:: center bold

:small-caps:`FINE.`

[pg!166]

.. topic:: NOTE DI TRASCRIZIONE

   I seguenti refusi nell’originale sono stati corretti:

    .. [#]  *Monotamente* è stato corretto con *monotonamente*;
    .. [#]  L'espressione *dello piccola bastarda* (nell'originale), è stata corretta in *della piccola bastarda*.

.. pgfooter::
